Questa cittadina inglese ha proclamato l’indipendenza per poter restare nella Ue. E se partisse un effetto-valanga? – Business Insider Italia

Totnes, nel Devon, ha 8000 abitanti ed è considerata la città più eccentrica del Regno Unito dove non esistono catene commerciali ma solo negozi indipendenti

Sorgente: Questa cittadina inglese ha proclamato l’indipendenza per poter restare nella Ue. E se partisse un effetto-valanga? – Business Insider Italia

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Stretta sul copyright – IO SONO CONTRO

La commissione Giuridica del Parlamento europeo ha approvato le proposte di modifica della legislazione comunitaria. Ma la questione è controversa.

Addio meme, addio upload libero di foto e filmini sul web. Il Parlamento europeo è pronto alla stretta su internet in nome dei diritti d’autore. La commissione Giuridica ha approvato le proposte di modifica della legislazione comunitaria sui copyright, dando il proprio benestare all’introduzione di tasse per la pubblicazione di link di articoli di giornale e a filtri che blocchino sulle grandi piattaforme contenuti audio-visivi in tutto o in parte protetti da diritti… Stretta sul copyright: addio condivisioni, ci sarà anche una tassa sui link – La Stampa

Aquarius: se io fossi Papa, scomunicherei Matteo Salvini – Il Fatto Quotidiano

Finita la civiltà occidentale, è iniziata l’inciviltà di Salvini Matteo, segretario della Lega non più secessionista ma a vocazione planetaria, (vice)Presidente del Consiglio dei ministri in atto e cattolico «coerente» (l’ha detto lui medesimo in persona!), in risposta al cardinal Gianfranco Ravasi che twittava il Vangelo di Matteo al capitolo 25,43: «Ero straniero e non mi avete accolto». La motivazione della coerenza cristiana di Matteo Salvini: «Ho il rosario in tasca, io coerente con gl’insegnamenti del Vangelo». È il capovolgimento di ogni ordine e principio. Se avere un oggetto in tasca è segno di coerenza, chi porta le «Madonne ripiene» di Lourdes, le immagini dei Padri Pii e armamentari di questo genere, cosa è? Un padre/madre eterno in terra?

Se io fossi Papa, lo scomunicherei in forza delle sue stesse parole che sono un insulto a tutto l’insegnamento evangelico, tenuto conto che per un ministro della Repubblica Italiana, fresco di giuramento «di servire con disciplina e onore», dovrebbe essere ininfluente l’aspetto, finto o vero che sia, della religione perché bastano e avanzano i principi della Costituzione che anche Salvini difese nel referendum del 2016, le leggi e i trattati internazionali, sottoscritti dall’Italia e la legge della coscienza che su tutto fa prevalere l’umanità e il pericolo imminente di vita….

Sorgente: Aquarius: se io fossi Papa, scomunicherei Matteo Salvini – Il Fatto Quotidiano

P.S. Condivido questo post di Don Paolo Farinella molto più di quanto saprei ammettere. Salvo la dichiarazione di voto espressa nell’articolo, poi, è molto difficile ascoltare la voce del proprio cuore – o della propria coscienza – e dissentire da quanto è scritto. Ho conosciuto il nome di Don Paolo Farinella su queste pagine, alcuni anni fa, grazie ad un’amica, una concittadina, del blog, a cui voglio ancora un mare di bene, anche se abbiamo preso strade diverse. Mi domando, oggi, tutti coloro che, come lei, hanno creduto e sperato in nuove vie per la soluzione dei problemi politici della povera Italia, come fanno e come faranno a sopportare l’ipocrita silenzio che assorda le coscienze di fronte a tutto ciò che sta succedendo. E’ – già, in così poco tempo – successo tutto ciò che poteva succedere per mostrare la realtà a chi ha occhi non solo per guardare, ma anche per vedere.

Renzi porta in salvo Berlusconi sulle spalle: vicino al Nazareno nuova opera di street art – Repubblica.it

Lo street artist Sirante torna a dire la sua sulla situazione politica. Stavolta lo fa prendendo spunto dall’affresco di Raffaello ‘Incendio di Borgo”….

Leggi (clicca): Renzi porta in salvo Berlusconi sulle spalle: vicino al Nazareno nuova opera di street art – Repubblica.it

AZIONE D’ARTISTA CONTRO FACEBOOK

Cancellate il vostro account di Facebook! Le azioni d’artista contro i colossi del web

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Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, l’inglese Jeremy Deller distribuisce volantini che spiegano come cancellarsi da Facebook. Ma non è il primo artista a preoccuparsi dei rischi che si corrono sul web nell’epoca del monopolio delle grandi corporation

How to Delete Facebook, Courtesy Rapid Response Unit
How to Delete Facebook, Courtesy Rapid Response Unit

Migliaia di volantini rosa per spiegare, passo passo, come cancellare il proprio account di Facebook. Sono stati distribuiti in diversi spazi pubblici di Londra e Liverpool, oltre che appesi di fronte al quartier generale britannico del colosso social di Mark Zuckerberg. L’azione nasce nel contesto di un più vasto movimento di indignazione generale innescato dallo scandalo Cambridge Analytica, un caso preoccupante di uso improprio dei dati degli utenti di Facebook, che sono stati prima raccolti tramite una app, poi venduti a una società che si occupa di analisi politica e infine sfruttati dallo staff di Donald Trump per aumentare i consensi in fase di campagna elettorale.
Dietro all’azione di protesta non è difficile scorgere la mano di Jeremy Deller (Londra, 1966), artista già vincitore del Turner Prize (sarà a Milano ad aprile in occasione dell’Art Week con un progetto targato Fondazione  Trussardi) e autore in passato di altre iniziative simili. Basti pensare ai recenti manifesti Strong and stable my arse, che hanno invaso la capitale inglese in occasione delle elezioni del maggio 2017: un commento al vetriolo sulle politiche sociali del primo ministro Theresa May e del suo partito.

Jeremy Deller, How to Leave Facebook,
Courtesy Rapid Response Unit

L’ARTE DI INFORMARE

Deller, che aveva pronto il testo del suo flyer già da un po’, ben prima che il caso Cambridge Analytica investisse Facebook come uno tsunami (l’aveva stampato su una t-shirt all’inizio di febbraio in occasione della riapertura della galleria d’arte Kettle’s Yard) ha deciso di rivolgere la sua attenzione sul tema della privacy, con un’azione che mira a instillare consapevolezza sui pericoli connessi all’uso dei social network. Il progetto, oltre a inserirsi in un movimento mondiale che sta in questi giorni facendo il giro del web sotto l’hashtag #deletefacebook, è stato commissionato dall’organizzazione Rapid Response Unit (RRUNews), un “public news bureau” aperto il mese scorso a Liverpool nel St John’s Market con l’obiettivo di analizzare il modo in cui vengono diffuse e percepite le notizie e offrire ai cittadini un’alternativa al sistema informativo tradizionale. Tra i reporter e i corrispondenti di RRUNews ci sono artisti, musicisti, attori, scrittori, fotografi e poeti. “Durante questo esperimento, che durerà un anno”, si legge sul sito del progetto, “Rapid Response Unite farà in modo che l’arte diventi il modo migliore per restare informati”.

ARTISTI CONTRO FACEBOOK

Non è la prima volta che dall’arte si alzano voci critiche contro colossi del web come Facebook, Google e Amazon, aziende simbolo di un’epoca della rete sempre più caratterizzata da omologazione, monopolio e  massicce invasioni della privacy. Temi importanti come la net neutrality e la necessità di attuare strategie contro l’uso del web come strumento di sorveglianza serpeggiano nei lavori degli artisti da oltre due decenni. Basti pensare ad esempio a The Hacking Monopolism Trilogy, trittico di progetti portati avanti tra il 2005 e il 2011 che comprendeva un’opera come Face to Facebook di Paolo Cirio e Alessandro Ludovico: un progetto basato sul “furto” di 250mila identità online, prelevate da Facebook e inserite in un finto sito di dating online. Un’opera che, riguardata oggi, appare quasi profetica. Ma anche all’ironico Sepuukoo del collettivo Les Liens Invisible, che già nel 2009 proponeva un “suicidio rituale” simbolico della propria identità online che comportava la disconnessione immediata dal proprio account di Facebook.
Negli ultimi due o tre anni la questione si è fatta molto più pressante, come ben spiegava la mostra Escaping the Digital Unease, curata da Raffael Dörig, Domenico Quaranta e Fabio Paris per la Kunsthaus di Lagenthal, in Svizzera, e aperta da agosto a novembre del 2017. Il progetto espositivo, che comprendeva artisti chiave di questo filone come Zach Blas, James Bridle e Trevor Paglen, cercava infatti di raccontare un’epoca della rete in cui, crollate le utopie degli inizi, si cerca disperatamente il modo di evadere da una situazione di estremo disagio: quello generato dall’uso quotidiano di strumenti che sembrano ormai divenuti indispensabili (come i motori di ricerca e i social network), con la consapevolezza dei rischi, dei soprusi e degli aspetti sempre più controversi che questo uso comporta.

– Valentina Tanni

Violazione profili Facebook. Cambridge Analytica

– Messaggio inoltrato ———-
Da: pietro d. perrone <…………..@gmail.com>
Date: 6 aprile 2018 13:29
Oggetto: Violazione profili Facebook. Cambridge Analytica
A: privacy@facebook.com, abuse@facebook.com, garante@gpdp.it

In relazione alle notizie diffuse sul tema della violazione della privacy dei profili Facebook di svariati milioni di utenti, in Italia e all’estero, innanzitutto ho ritenuto necessario chiudere il mio profilo, atteso che nessuna misura di protezione è stata annunciata, al di là delle formali scuse fornite pubblicamente.

In secondo luogo, ritengo scorretto che la diffusione delle informazioni in merito agli abusi dei profili di utenti italiani, in particolare per la notizia della eventuale violazione accertata, che Facebook fornirà il prossimo 9 aprile, avvenga sulla stessa pagina Facebook oggetto della violazione dell’abuso.
Per quanto mi riguarda, chiedo di avere certezza della NON VIOLAZIONE, ovvero della accertata violazione, del profilo Pietro D. Perrone a mezzo mail su questa casella di posta.
Inoltre, ritengo che la materia della violazione si riferisca ad un ambito particolare protetto da norme speciali, quale quello della riservatezza delle opinioni politiche dei cittadini, potendosi configurare, in tale caso, anche profili di reato perseguibili attraverso la giustizia italiana.
Conseguentemente, chiedo all’Autorità Garante della Privacy (nazionale italiana) di effettuare i dovuti accertamenti, attivando tutti gli strumenti a garanzia del cittadino.
Tanto si deve,
Piero Perrone
P.S. Poi, se arriva, pubblico la risposta

Nomade

Prendere la strada, andare.
Scegliersi la via, verso una direzione qualsiasi.
Non servono scarpe, o piedi, per andare.
Basta lasciarsi andare.
E scegliere, se si vuole, una direzione, da che parte andare.

La mia direzione non l’ho scelta, a dire la verità.
Potrei dire che è lei, è il mondo, là, davanti a me, ad avermi chiamato.
La mia direzione era là, il mio mondo era là.
Erano già là, da sempre, dinanzi a me.
Quando io sono arrivato, da dietro la svolta di una via, da un sentiero secondario, uscito da dietro un angolo, dal gomito di una curva, quando sono apparso, o comparso, il mondo mi stava già chiamando.
E’ solo che, fino a quel momento non avevo sentito la sua voce.

Che voce ha il mondo, quando ti chiama?
Non saprei dirlo chiaramente.
Forse non si stratta veramente di una voce.
Piuttosto dei colori.
I colori della vita, del cielo, dei fiori, i colori sono i mille colori del mondo.
I colori degli uccelli, degli insetti, delle cose, delle case, dei visi, degli occhi, dei capelli…
Le voci sono i colori che hanno le mille e mille voci a cui non ho mai prestato attenzione.
Perchè le voci hanno i loro colori.
Come gli occhi degli uomini.
Mille colori, mille e mille diversi e tutti belli.
Le voci, i colori, la vita, il mondo.

Ma mi ha chiamato il silenzio, forse.
Il silenzio che sa raccontare le storie più intense, quelle più profonde, quelle più potenti.
Il silenzio non ha bisogno di parole.
Le parole, sempre imprecise, sempre indecise, sempre pronte ad un inciampo oppure ad un inganno.
No.
Il silenzio non ha bisogno delle parole.
Il silenzio risuona dentro di noi e sa dire senza aver bisogno di inutili sforzi, futili soffi, smorfie o movimenti, gesti, apparenze, forme, tutte fragili apparenze destinate a consumarsi, perdersi, confondersi nel tempo e svanire nella memoria.
No.
Il silenzio parla con una precisione impareggiabile.
Dice, ed è impossibile non udire.
Racconta, e non è possibile che dalla sua bocca escano bugie.

Forse mi ha chiamato in una sera, quando l’aria fresca del tramonto, a primavera, mi ha accarezzato il viso.
Forse quando il tuo sguardo mi ha baciato, quella volta, in silenzio, mentre le nostre parole dicevano qualcosa per ingannare il tempo e la voce.
I tuoi occhi mi dicevano, col loro muto linguaggio, le cose che il tuo cuore mi voleva donare.
Ed il mio sguardo, muto anch’esso, mutamente rispondeva al tuo.
E si baciavano.
Nel silenzio, ch’è dolce, e vivo, colorato e forte.
Innamorati, i nostri sguardi si legavano l’uno all’altro come amanti innamorati.
E siamo andati.
In cerca dell’amore.

Siamo partiti.
Nomadi.
Senza una meta.
Perchè gli innamorati non hanno una meta.
Il mondo è per loro.
Il mondo intero.
E spesso non basta neanche, quello, il mondo intero.
Che gli amanti innamorati cercano la luna, e le stelle, e l’universo, e tutto il creato, e gli dei e tutto ciò che ha un nome non basta mai, agli amanti innamorati, che possono saziarsi solo di se stessi.
E neanche si bastano, mai.
Che sono sempre affamati dell’amore, assetati di saziarsi alla fonte dell’amato che non basta mai.
Perchè l’amore non basta mai.
E alle volte non basta neanche la vita, agli amanti innamorati.
E allora si cercano fin sul limite del baratro della morte.
e qualche volta anche più in là.
E cadono, alle volte, poveri amanti innamorati.
Nomadi innamorati.

Non si tratta di amore di maschi e femmine.
Di corpi e di sudore.
Di umori e di amplessi.
L’amore dei nomadi è amore sconfinato.
Che ha bisogno di andare, di non stare fermo, di andare e di tornare, fiume che va al mare e mare che si fa penetrare dal fiume.
Moti infiniti, che nessun corpo potrebbe contenere.
Moto di moti.
Onde che si abbracciano ad altre onde.
Onde d’acqua e onde sonore confuse in un’unica melodia che è la via dei nomadi amanti innamorati.
Via lattea su cui viaggiano sogni, desideri, speranze, vite e vite di generazioni e colori diversi.
Vite di uomini di ogni colore, che conoscono tutti gli dei del mondo, che parlano le lingue di tutti i popoli della terra.
Vite di animali fantastici che conoscono storie e raccontano favole.
Vite di maschere e vite di uomini che stanno sotto le maschere.

Io la strada l’ho presa quando sono nato.
Quando la vita mi ha chiamato.
E mi ha preso.

FACEBOOK, CIAO!

1c0615097e2c98ba645cf48ff4b21dfdEbbene, si, alla fine, mi sono cancellato da Facebook.
E’ passato ormai qualche giorno e mi sto abituando.
Da parecchio tempo era diventata forte l’impressione di essere utilizzato solo per la pubblicità, come potenziale vacca da mungere.
Era evidente che l’obiettivo principale della piattaforma, dei suoi padroni, non era più quello di offrire lo spazio di una bacheca a noi poveri clienti, per parlare, dire le nostre cose, sceme o buone che fossero.
Era diventato fin troppo evidente che la bacheca era solo un mezzo per inframezzare ai nostri poveri commenti spot su spot di pubblicità.
E anche le nostre chiacchiere venivano in qualche modo manipolate per fini del tutto al di fuori dal nostro controllo.
Ormai la scelta dei post da visualizzare, degli amici con cui scambiare qualche commento, degli argomenti da trattare non la facevamo più noi, ma loro.
Insomma, alla fine, in quelle condizioni di sostanziale noia che accompagnava le passeggiate sempre più svogliate sulla piattaforma, ne valeva ancora la pena?
Ma, si sa, l’abitudine non muore mai.
E allora si va avanti.

Poi, è arrivata questa storia dei profili venduti per fare propaganda politica.
Sono girati i milioni di dollari.
Si sono arricchiti con i nostri dati.
Ma, il problema è che si sono arricchiti non per fare pubblicità a prodotti di mercato, commerciali, ma per fare propaganda politica.
I nostri dati, quelli di 51 milioni di uomini e donne, di “Amici” di FB, sono stati trafugati e messi a disposizione di politici senza scrupoli per fare campagne di propaganda e carpire i voti per le elezioni americane, per il referendum della Brexit e, si legge, per altre campagne ancora non dichiarate.
Ci avevano raccontato che i nostri dati, il commercio dei nostri dati, era la condizione per poter usufruire gratuitamente dei servizi messi a disposizione sul web.
Bene, in fondo Google, i suoi servizi, ce li offre. In qualche modo dobbiamo pagarli.
Maps, Mail, Foto e mille altre diavolerie ci hanno cambiato la vita.
In meglio, diciamolo pure, dai.
E allora, va bene, paghiamo il prezzo.
Magari sarebbe meglio capire di più come e dove vanno i miei dati come flusso di pubblicità… ma, qualcosa in cambio dovevo pur dare.
Così, allo stesso modo, altri fornitori di servizi, questo stesso blog, si nutrono dei miei dati.
Lo posso capire.
Magari, capisco meno il fatto che non paghino le tasse dovute, che siano diventati le principali società capitalizzate in borsa… non potevano accontentarsi di qualcosa di meno?
Ma, dai, … do ut des…

Facebook, invece, che mi dava in cambio dei miei dati?
La chat?
La bacheca?
La possibilità di pettegolare?
La possibilità di essere Narciso?
Un’identità immateriale per girare sulle strade virtuali del web?
Una forma di avatar per far diventare qualcuno quei milioni, o miliardi, di signori nessuno che siamo, noi, povere persone comuni?
Uno spazio per fingere di vivere?
Ho letto, nei post, i disperati dolori di solitarie vittime di tumori, di matrimoni falliti, di abbandoni di figli…
Ho letto di maledizioni e dichiarazioni di guerra al mondo e alla vita che non avevano neppure più bisogno di essere accompagnati da una parvenza di spiegazione, bastava un Vaffa gigante e … poi tutto come prima…
In cambio di questo nulla, perchè mettere in mano al signor Zuckemberg ed ai suoi soci ed accoliti i miei dati?
Perchè continuare a farli ingrassare senza motivo?
Per avere una piccola vetrinetta sperduta fra miliardi al altre vetrinette nella quale mettere in mostra la mia minuscola vanità? O il mio vano desiderio di apparire?

Così, ho pensato, è giunto il momento di dire basta.
Ho chiuso l’account.
Ed ora vediamo che succede.
Ciao, Facebook.
Solo, un saluto, alla fine, a tutti.

E SE…

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foto by Pierperrone

E se…
Cosa succederà, questa volta?
I miei timori.
E se vincessero i fascisti?
Un governo Salvini, con appoggio di Forza Nuova e Casapound…
Se abbiamo dovuto ingoiarci Trump, negli USA, e la Brexit, vuoi vedere che questa volta, qua da noi, facciamo boom?
Mamma mia, che brividi!

E se, invece, vincessero i Grillini?
Si, il Movimento Quattro stelle e mezza.
Un bell’incarico dal Presidente, dopo una scorpacciata di voti.
E subito la Raggi a fare il Ministro degli Interni (si, così, qui, ce la leviamo davanti).
Ma già sento che la maggioranza non ce l’hanno.
Gli serve lanciare il programma come un salvagente, a chi lo prende.

E se lo prende LeU?
Si, se Grasso, D’Alema e Bersani accettano il programma di Di Maio?
Si, dai, ma tutti insieme non arrivano alla vera maggioranza.
Serve ancora un colpetto, una manina, una spintarella.
Allora?
Forse Salvini?
No, proprio non credo.
E allora?
Magari il Piddì, in un sussulto della trance agonistica?
Mah, no, non ci credo.

E se vincesse di nuovo il centro-destra?
Cioè Berlusconi-Salvini-Meloni?
Non bastassero i voti, prenderebbero anche Casapound e Forza Nuova?
No, no, non ce n’è bisogno.
Un bel governo Tajani, con quattro-cinque voti di maggioranza.
Stile Prodi del 2006.
Quello della lenzuolata di liberalizzazioni di Bersani…
Bella prospettiva.
Vedere i capponi di Renzo (il Tramaglino di Manzoni, non il Renzi di Pontassieve) beccarsi allo spiedo…
Mica male.

E Renzi prendesse una bella maggioranza?
Noooh, non può essere.
In fondo, non sarebbe il male peggiore.
Ma sicuramente resta impossibile.
E quindi, niente paura.
Si passa avanti.
Direttamente all’idea di un governo del Presidente.
A quanto pare, il minore dei mali.
Occorre solo un pò di pazienza.
Cosa succederà questa volta?

E se….?

IO CHE SONO

WP_20180216_18_19_09_Rich.jpgIo non appartengo a nessuna tribù.
Perchè le tribù cambiano col tempo ed io, invece, resto sempre me stesso.
Eppure, anche se resto sempre me stesso, non resto mai lo stesso, e non sono mai uguale, e sono sempre diverso.
Ho il colore della mia pelle, la forma dei miei occhi, uso la mia lingua ed ho le mie idee.
Nessuno, nessun altro, oltre me stesso, ha lo stesso colore della mia pelle.
E neppure la forma stessa dei miei stessi occhi che ti guardano fissi.
Ma soprattutto, nessuno, nessun altro, mai, ha o potrà avere, la mia stessa lingua e le mie stesse idee.
Neanche io stesso, ieri, avevo le stesse idee, o usavo la lingua allo stesso modo per dire le cose che le mie stesse idee non avevano ancora neanche messo a fuoco o, in qualche modo sconosciuto a me stesso, per così dire, in chiaro, se possibile, davvero del tutto.
E se mi chiedi, che forma hanno i tuoi occhi, o di che colore hai la pelle, saprei, forse, io stesso saper dare con esattezza una giusta risposta?
Quale forma hanno i tuoi, o che è lo stesso, anche i miei occhi?
Quella di quando si apre un sorriso?
Un poco allungati, un poco socchiusi, un poco arricciati di piccole righe negli angoli stretti?
O quella d’una lacrima che sgorga dalla commozione, sempre un pò timidamente restìa a mostrarsi davvero nuda del tutto?
O la forma di un sogno, o quella vasta del cielo…
Oppure, la forma appuntita di quando ti guardo, dritto, nel profondo degli occhi, amore mio caro?
E lo stesso vale per la mia pelle.
Che colore avrà mai, la mia pelle?
Quello del sole al tramonto?
O quello del cielo grigio di nuvole e pioggia?
O quello abbronzato d’estate?
Oppure il pallore invernale? Oppure quello di quando sono ammalato? O forse quello rubizzo di quando mi faccio un bel sorso di rosso ridendo, intorno alla tavola, con la compagnia tua, mio carissimo amico d’una vita passata a correre appresso agli aquiloni nel vento del tempo?
Ecco, io sono io, e tanto mi basta.

Ma se mi domandi di che colore è il mio sangue?
Quel sangue che scorre nelle mie vene allegro, spensierato, accaldato e rubizzo?
Ha lo stesso colore del tuo sangue, collega uomo, ovunque tu sia nato, da qualche parte del globo.
E anche la forma delle mie viscere, io condivido con te.
Ho anche le stesse frequenze che mettono in moto il mio gesto, lungo le linee elettriche dei fasci nervosi mentre la mano si alza a grattarmi il prurito d’una mosca che mi pizzica curiosa sul volto.
E condivido anche tutto il resto del corpo, quando l’amore s’accalda e il desiderio ci unisce.
Posso prestarti un poco del mio sangue, se vuoi.
Oppure spezzare e condividere con te il pane che nelle viscere si trasforma in prezioso nutrimento di vita.
E possiamo scaldarci assieme al calore del fuoco che le mie mani hanno acceso per te.
O, quando piove, o la malinconia ci assale, ripararci sotto lo stesso tetto di assi, inchiodato con i chiodi che il mio fuoco ha saputo fondere grazie alla maestria delle tue mani di creatura divina.
Stringerci forte e fare di due diversi universi un unico solo mondo d’amore.
Quindi, se io sono io, noi siamo sempre noi, e tanto ci basta.

Io non appartengo a nessuna tribù.
Perchè una tribù non esiste.
Mi domandi cos’è una tribù?
Mi dovresti spiegare cosa intendi con quella strana primitiva parola che evoca mondi sperduti nel tempo profondo della foresta.
Battevamo i pugni sul petto e ci dondolavamo ai rami sospesi nel vuoto.
Piantavamo i bastoni appuntiti nel cuore dei rivali che volevano rubarci il cibo raccolto nei cespugli pieni di spine.
Col bastone abbattevamo le prede, o scacciavamo le fiere nemiche.
Ci univano terrore, paura, sconcerto quando un tuono rimbombava nell’aria e una saetta infiammava il cielo notturno.
Ci stringevamo per non sentirci soli di fronte all’assalto del buio e a quello sgomento d’essere solo vuoti gusci in balia degli eventi.
Glabre piroghe sbattute nell’infinito mare sbattuto dai venti della vita in tempesta.
Quando uno di noi, una sera, ritornò stringendo il rudimentale remo con cui s’era fortunosamente orientato nelle tormentate tempeste del mare, ora comprendo mentre ti parlo, era nato il primo uomo degno d’un nome.
Ed era finita l’era primitiva delle tribù.
E da allora s’è perso nel tempo il significato di quella remota parola: tribù.

Come marinai, camminiamo ancora oggi tra le tormentose correnti dei giorni.
Stringiamo tra le mani il disperato remo che ci accompagna tra i tumultuosi flutti che ci sbattono sotto la spinta di venti ringhiosi.
Ma, da veri capitani di corso, ormai abbiamo la pelle corrugata dal sale e dal sole.
Abbiamo occhi sempre in movimento che scrutano l’orizzonte in cerca di nuovi segnali di terra.
E con scomposti suoni che caviamo dal profondo del petto cerchiamo di dar senso alle idee che sgorgano come pure sorgive dall’ingannevole coscienza spaurita di esser qualcosa.
Se il vento soffia più forte, cerchiamo ancora un riparo, stringendoci l’uno sull’altro, come sferzati alberi in procinto d’esser sradicati per sempre.
Eppure siamo capaci di provare qualcosa che non è il solo appetito dell’istintiva paura di finire preda d’una belva assetata di sangue.
Anche se sappiamo essere fameliche belve senza pietà.
Quel qualcosa ci che ha fatti uguali solo a noi stessi.
Quel qualcosa, soltanto, mi fa essere io.
L’io ch’io sono.
E tanto mi basta.

Sul ciglio di qualcosa

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photo by Pierperrone

Acquattata dietro al ciglio della catasta di legno, la belva sta in agguato.
Immobile, attenta a non provocare il minimo rumore.
Fissa la sua prossima preda.
Ferma.
Come di pietra.
Anche il respiro, trepido di tensione, è sospeso.
Come il tempo.
Non batte più i suoi silenziosi istanti.
Tutto è un’unica attesa.
La preda, ignara, innocente, spensierata, sta sulla riva del piccolo lago.
In un attimo, però, muta qualcosa.
D’improvviso, nell’aria, s’annusa il pericolo.
La preda sente qualcosa.
Un brivido, un soffio d’aria, un frusciare di fronde.
L’irrequieta agitazione comincia a mettere il cuore al galoppo.
L’ansia di vivere.
Vibra, l’aria.
S’è fatta pericolo.
Forse nell’aria stantìa del pomeriggio, s’è sparso l’odore acre della brama ferina.
L’afa è densa, ora, umida.
Pregna d’un invisibile effluvio famelico.
Un filo invisibile, teso come la corda di un arco, lega lo sguardo torvo della belva al corpo fremente della preda.
Il corpo, nudo, esposto, ancora si dona al piacere della frescura del lago.
Forse l’innocenza sa percepire il battito che accelera nel petto della fiera.
E’ un’eco che è impossibile fermare nell’aria.

Chi che se ne sta acquattato, pronto a scattare, dietro al ciglio della catasta di legno, non è una belva.
Non è una fiera animale.
Sta a rimirare il corpo della preda.
Languido, dolcemente disteso, appena sotto lo specchio cristallino dell’acqua sorgiva.
Dentro lo specchio.
Sotto la superficie d’argento.
Se ne sta, candido, morbidamente abbandonato al trastullo del gioco.
Tenero boccone d’un banchetto proibito.
Non è una fiera, l’animale.
E’ il cacciatore.
Bestiale.
Il suo desiderio impregna d’umore l’intero pianoro in cui è immerso il laghetto.
Un afrore aspro.
Una smania vogliosa.
Una frenesia feroce dell’anima, che scuote il cacciatore da dentro.
Ora che ha puntato il mirino, senza pietà, sul povero boccone innocente, non riesce più trattenere il tumulto del cuore impazzito.
Un sudore freddo gli cola lungo la schiena.
Il desiderio cresce.
S’ingrossa.
Indurisce ogni sentimento.
Smisurato, conquista ogni cavità dell’anima e del corpo.
Il cuore, all’impazzata, scoppia.
Si lancia al galoppo frenetico.
Fa scalpitare i cavalli nel petto del bracconiere nascosto nell’ombra.

Acquattato dietro al ciglio della catasta di legno, non c’è la fiera.
E neanche il cacciatore in agguato.
Sospeso nella spasmodica tensione di cogliere l’attimo per abbattere la preda innocente, c’è il desiderio incarnato.
Nascosto, là, dietro la bassa ammucchiata di rovi e rami seccati.
Il desiderio.
La bava alla bocca.
La bile amara.
Il bolo che rende rancido il sangue raggelato nell’attesa impaziente.
Il desiderio, ferino cacciatore.
Perennemente affamato.
Insaziabile.
Eterna condanna d’una vita senza requie.
Ricerca d’un impossibile sollievo.
Volgare questua d’un attimo di consolazione, d’un rimedio, d’un linimento, d’un balsamo, d’un conforto…
Il desiderio riempie di sè l’aria, del suo fetido miasmo.
Gonfia l’anima.
Macera la vita.
Apre la strada solo al pensiero della morte.
Come l’afa, immobile, inestinguibile, mortale, di certi pomeriggi d’estate.
Maledetto destino, il desiderio, di certi cacciatori.
Spietato come una fiera assetata di sangue.
Un destino che batte nell’aria.
Rintocca.
Come campane a morto.
E il cuore s’empie d’angoscia.

La fiera, il cacciatore, il desiderio.
Chi è nascosto dietro quel cumulo di spine?
Schegge pungenti.
Marcescenti e ritorti legni consumati.
Dita rinsecchite dal tempo.
Immobile, tempo, infinita sequenza di istanti senza pietà.
Fermo, fisso.
Guarda la scena che s’è composta nel pianoro.
La languida luce rosata del tramonto, ormai, s’è arrugginita e un velario che parla di morte ammanta la scena.
La preda non riesce più a rinfrescarsi nelle limpide acque del lago.
Chi è il mostro in agguato dietro la nera catasta di ferro arrugginito?
Forse è Satana che s’è fatto persona.
Un Demonio di carne.
Carne che brucia.
Sì, carne che brucia come la carne ch’è rosa dal desiderio infernale di chi sta, fermo, immobile, e guarda, da dietro a una nera fascina di rami contorti.
Sta lì.
In silenzio.
A guardare.
Il giovine corpo innocente che spensieratamente gioca con l’acqua, liquida e complice.
Nudo corpo di creatura innocente.
Gioca.
Si carezza.
E accarezza felice la vita che si scioglie e scorre via lontano, verso mondi sconosciuti.
Corpo che s’abbandona.
Molle, estenuato, esausto.
Stretto fra le braccia della liquida nudità argentina che gorgoglia, e schizza, ancora, fin quasi quaggiù.
Voluttuosa voluttà della spensieratezza innocente.
Immersa in un lago di sensazioni che neppure sa spiegarsi.
Corpo che si stringe in un abbraccio che diventa forte.
Riscalda.
Ad un tratto fa quasi male.
E, proprio in quel punto, ecco, ecco il lago si si fa fondo.
E sprofonda.
Salgono dal basso, sospiri, ed echi, di palpiti profondi.
Palpiti e rossori.
Pensieri sconosciuti.
Fantasmi nascosti.
Galoppo di fantasie e paure.
Tremori dell’innocenza.
Dello sboccio dei fiori.

Fiera, cacciatore, desiderio, Demonio.
Niente sono.
Niente, al confronto del turbine che s’agita dietro al ciglio serrato del nero legno.
Dietro.
All’epicentro del terremoto che scuote ogni certezza.
Dove le scosse diventano devastazione.
Dove la devastazione diventa vuoto deserto.
Il deserto senza vita.
La vita bruciata dal Simum, dal Kamsin, dall’Harmattan, dal soffio infuocato, dal vento che brucia la vita.
Dietro, all’epicentro, fin proprio dentro, nel vortice, nel gorgo…
Inghiottiti dalla forza che tutto consuma, devasta, distrugge.
Non basta, il legno, la catasta.
Non è una barriera, una difesa.
Non è una protezione, una barricata…
I rami, i fusti, sono spezzati, gli arti rattrappiti, contorti.
Non è una corazza, un’armatura, qualcosa che possa fermare la violenza che mi arde dentro.
E me ne resto acquattato, impotente.
Raggelato, dentro di me impazza il ciclone.
Ardono i lampi accecanti.
Le saette infuriano in una battaglia furiosa in cui si affrnotano le forze scatenate dell’inferno.
Spari, boati, scoppi, esplosioni.
Colpi che scuotono la mia povera mente impazzita.
Tumulta il sangue, come lava ardente.
Gorgoglia.
La carne è disfatta.
Come la volontà.
Sottomessa.
Torno all’impasto che sono.
Di terra, e di fango, di sudore, e bestemmie.
E incubi febbrili.
Scariche, e raffiche.
Eco delle primordiali pulsioni.
Dell’incubo nero notturno.

SOLO

Come angeli, le note, dal pianoforte, tutt’attorno, si spandono.
Leggere farfalle, falene, d’un attimo vibrano. Prima di spegnersi.
Soffia, il tiepido respiro. Vibra. Trilla. Cala, la brezza del tempo.
Le foglie, verdi, tenere, sorridono. Ed i petali, giocosi, profumano.
Gli angeli volano, compagni, soavi, d’una melodia. Piano, poi, vanno.
Ed io con essi vado. Il mio cuore, oh sogno, colmo. Si calma la marea.
Anche gli oceani s’acquetan, dell’ansia, ch’irrequieta orsempre l’agita.
Ed i fiumi, pure. Distesi e pigri. Al sole s’offrono. Al tiepido alito.
Niente resta, dell’attimo in cui ogni nota muore. Soltanto l’eco, in cor.
L’eco che risuona del silenzio infranto. E, dopo rotto, ‘l silenzio nuovo.
E la nota nuova. Nuova primavera d’un solo attimo. Nuova nota, nuova vita.
E, fra questa e quella, nuovi, ogni volta, impensabili, d’attimi, silenzi.
Attimi. E battiti. Palpiti. Note. Vibrano. E si spengono. Uno. Due. Solo…