Renzi porta in salvo Berlusconi sulle spalle: vicino al Nazareno nuova opera di street art – Repubblica.it

Lo street artist Sirante torna a dire la sua sulla situazione politica. Stavolta lo fa prendendo spunto dall’affresco di Raffaello ‘Incendio di Borgo”….

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AZIONE D’ARTISTA CONTRO FACEBOOK

Cancellate il vostro account di Facebook! Le azioni d’artista contro i colossi del web

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Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, l’inglese Jeremy Deller distribuisce volantini che spiegano come cancellarsi da Facebook. Ma non è il primo artista a preoccuparsi dei rischi che si corrono sul web nell’epoca del monopolio delle grandi corporation

How to Delete Facebook, Courtesy Rapid Response Unit
How to Delete Facebook, Courtesy Rapid Response Unit

Migliaia di volantini rosa per spiegare, passo passo, come cancellare il proprio account di Facebook. Sono stati distribuiti in diversi spazi pubblici di Londra e Liverpool, oltre che appesi di fronte al quartier generale britannico del colosso social di Mark Zuckerberg. L’azione nasce nel contesto di un più vasto movimento di indignazione generale innescato dallo scandalo Cambridge Analytica, un caso preoccupante di uso improprio dei dati degli utenti di Facebook, che sono stati prima raccolti tramite una app, poi venduti a una società che si occupa di analisi politica e infine sfruttati dallo staff di Donald Trump per aumentare i consensi in fase di campagna elettorale.
Dietro all’azione di protesta non è difficile scorgere la mano di Jeremy Deller (Londra, 1966), artista già vincitore del Turner Prize (sarà a Milano ad aprile in occasione dell’Art Week con un progetto targato Fondazione  Trussardi) e autore in passato di altre iniziative simili. Basti pensare ai recenti manifesti Strong and stable my arse, che hanno invaso la capitale inglese in occasione delle elezioni del maggio 2017: un commento al vetriolo sulle politiche sociali del primo ministro Theresa May e del suo partito.

Jeremy Deller, How to Leave Facebook,
Courtesy Rapid Response Unit

L’ARTE DI INFORMARE

Deller, che aveva pronto il testo del suo flyer già da un po’, ben prima che il caso Cambridge Analytica investisse Facebook come uno tsunami (l’aveva stampato su una t-shirt all’inizio di febbraio in occasione della riapertura della galleria d’arte Kettle’s Yard) ha deciso di rivolgere la sua attenzione sul tema della privacy, con un’azione che mira a instillare consapevolezza sui pericoli connessi all’uso dei social network. Il progetto, oltre a inserirsi in un movimento mondiale che sta in questi giorni facendo il giro del web sotto l’hashtag #deletefacebook, è stato commissionato dall’organizzazione Rapid Response Unit (RRUNews), un “public news bureau” aperto il mese scorso a Liverpool nel St John’s Market con l’obiettivo di analizzare il modo in cui vengono diffuse e percepite le notizie e offrire ai cittadini un’alternativa al sistema informativo tradizionale. Tra i reporter e i corrispondenti di RRUNews ci sono artisti, musicisti, attori, scrittori, fotografi e poeti. “Durante questo esperimento, che durerà un anno”, si legge sul sito del progetto, “Rapid Response Unite farà in modo che l’arte diventi il modo migliore per restare informati”.

ARTISTI CONTRO FACEBOOK

Non è la prima volta che dall’arte si alzano voci critiche contro colossi del web come Facebook, Google e Amazon, aziende simbolo di un’epoca della rete sempre più caratterizzata da omologazione, monopolio e  massicce invasioni della privacy. Temi importanti come la net neutrality e la necessità di attuare strategie contro l’uso del web come strumento di sorveglianza serpeggiano nei lavori degli artisti da oltre due decenni. Basti pensare ad esempio a The Hacking Monopolism Trilogy, trittico di progetti portati avanti tra il 2005 e il 2011 che comprendeva un’opera come Face to Facebook di Paolo Cirio e Alessandro Ludovico: un progetto basato sul “furto” di 250mila identità online, prelevate da Facebook e inserite in un finto sito di dating online. Un’opera che, riguardata oggi, appare quasi profetica. Ma anche all’ironico Sepuukoo del collettivo Les Liens Invisible, che già nel 2009 proponeva un “suicidio rituale” simbolico della propria identità online che comportava la disconnessione immediata dal proprio account di Facebook.
Negli ultimi due o tre anni la questione si è fatta molto più pressante, come ben spiegava la mostra Escaping the Digital Unease, curata da Raffael Dörig, Domenico Quaranta e Fabio Paris per la Kunsthaus di Lagenthal, in Svizzera, e aperta da agosto a novembre del 2017. Il progetto espositivo, che comprendeva artisti chiave di questo filone come Zach Blas, James Bridle e Trevor Paglen, cercava infatti di raccontare un’epoca della rete in cui, crollate le utopie degli inizi, si cerca disperatamente il modo di evadere da una situazione di estremo disagio: quello generato dall’uso quotidiano di strumenti che sembrano ormai divenuti indispensabili (come i motori di ricerca e i social network), con la consapevolezza dei rischi, dei soprusi e degli aspetti sempre più controversi che questo uso comporta.

– Valentina Tanni

Violazione profili Facebook. Cambridge Analytica

– Messaggio inoltrato ———-
Da: pietro d. perrone <…………..@gmail.com>
Date: 6 aprile 2018 13:29
Oggetto: Violazione profili Facebook. Cambridge Analytica
A: privacy@facebook.com, abuse@facebook.com, garante@gpdp.it

In relazione alle notizie diffuse sul tema della violazione della privacy dei profili Facebook di svariati milioni di utenti, in Italia e all’estero, innanzitutto ho ritenuto necessario chiudere il mio profilo, atteso che nessuna misura di protezione è stata annunciata, al di là delle formali scuse fornite pubblicamente.

In secondo luogo, ritengo scorretto che la diffusione delle informazioni in merito agli abusi dei profili di utenti italiani, in particolare per la notizia della eventuale violazione accertata, che Facebook fornirà il prossimo 9 aprile, avvenga sulla stessa pagina Facebook oggetto della violazione dell’abuso.
Per quanto mi riguarda, chiedo di avere certezza della NON VIOLAZIONE, ovvero della accertata violazione, del profilo Pietro D. Perrone a mezzo mail su questa casella di posta.
Inoltre, ritengo che la materia della violazione si riferisca ad un ambito particolare protetto da norme speciali, quale quello della riservatezza delle opinioni politiche dei cittadini, potendosi configurare, in tale caso, anche profili di reato perseguibili attraverso la giustizia italiana.
Conseguentemente, chiedo all’Autorità Garante della Privacy (nazionale italiana) di effettuare i dovuti accertamenti, attivando tutti gli strumenti a garanzia del cittadino.
Tanto si deve,
Piero Perrone
P.S. Poi, se arriva, pubblico la risposta

Nomade

Prendere la strada, andare.
Scegliersi la via, verso una direzione qualsiasi.
Non servono scarpe, o piedi, per andare.
Basta lasciarsi andare.
E scegliere, se si vuole, una direzione, da che parte andare.

La mia direzione non l’ho scelta, a dire la verità.
Potrei dire che è lei, è il mondo, là, davanti a me, ad avermi chiamato.
La mia direzione era là, il mio mondo era là.
Erano già là, da sempre, dinanzi a me.
Quando io sono arrivato, da dietro la svolta di una via, da un sentiero secondario, uscito da dietro un angolo, dal gomito di una curva, quando sono apparso, o comparso, il mondo mi stava già chiamando.
E’ solo che, fino a quel momento non avevo sentito la sua voce.

Che voce ha il mondo, quando ti chiama?
Non saprei dirlo chiaramente.
Forse non si stratta veramente di una voce.
Piuttosto dei colori.
I colori della vita, del cielo, dei fiori, i colori sono i mille colori del mondo.
I colori degli uccelli, degli insetti, delle cose, delle case, dei visi, degli occhi, dei capelli…
Le voci sono i colori che hanno le mille e mille voci a cui non ho mai prestato attenzione.
Perchè le voci hanno i loro colori.
Come gli occhi degli uomini.
Mille colori, mille e mille diversi e tutti belli.
Le voci, i colori, la vita, il mondo.

Ma mi ha chiamato il silenzio, forse.
Il silenzio che sa raccontare le storie più intense, quelle più profonde, quelle più potenti.
Il silenzio non ha bisogno di parole.
Le parole, sempre imprecise, sempre indecise, sempre pronte ad un inciampo oppure ad un inganno.
No.
Il silenzio non ha bisogno delle parole.
Il silenzio risuona dentro di noi e sa dire senza aver bisogno di inutili sforzi, futili soffi, smorfie o movimenti, gesti, apparenze, forme, tutte fragili apparenze destinate a consumarsi, perdersi, confondersi nel tempo e svanire nella memoria.
No.
Il silenzio parla con una precisione impareggiabile.
Dice, ed è impossibile non udire.
Racconta, e non è possibile che dalla sua bocca escano bugie.

Forse mi ha chiamato in una sera, quando l’aria fresca del tramonto, a primavera, mi ha accarezzato il viso.
Forse quando il tuo sguardo mi ha baciato, quella volta, in silenzio, mentre le nostre parole dicevano qualcosa per ingannare il tempo e la voce.
I tuoi occhi mi dicevano, col loro muto linguaggio, le cose che il tuo cuore mi voleva donare.
Ed il mio sguardo, muto anch’esso, mutamente rispondeva al tuo.
E si baciavano.
Nel silenzio, ch’è dolce, e vivo, colorato e forte.
Innamorati, i nostri sguardi si legavano l’uno all’altro come amanti innamorati.
E siamo andati.
In cerca dell’amore.

Siamo partiti.
Nomadi.
Senza una meta.
Perchè gli innamorati non hanno una meta.
Il mondo è per loro.
Il mondo intero.
E spesso non basta neanche, quello, il mondo intero.
Che gli amanti innamorati cercano la luna, e le stelle, e l’universo, e tutto il creato, e gli dei e tutto ciò che ha un nome non basta mai, agli amanti innamorati, che possono saziarsi solo di se stessi.
E neanche si bastano, mai.
Che sono sempre affamati dell’amore, assetati di saziarsi alla fonte dell’amato che non basta mai.
Perchè l’amore non basta mai.
E alle volte non basta neanche la vita, agli amanti innamorati.
E allora si cercano fin sul limite del baratro della morte.
e qualche volta anche più in là.
E cadono, alle volte, poveri amanti innamorati.
Nomadi innamorati.

Non si tratta di amore di maschi e femmine.
Di corpi e di sudore.
Di umori e di amplessi.
L’amore dei nomadi è amore sconfinato.
Che ha bisogno di andare, di non stare fermo, di andare e di tornare, fiume che va al mare e mare che si fa penetrare dal fiume.
Moti infiniti, che nessun corpo potrebbe contenere.
Moto di moti.
Onde che si abbracciano ad altre onde.
Onde d’acqua e onde sonore confuse in un’unica melodia che è la via dei nomadi amanti innamorati.
Via lattea su cui viaggiano sogni, desideri, speranze, vite e vite di generazioni e colori diversi.
Vite di uomini di ogni colore, che conoscono tutti gli dei del mondo, che parlano le lingue di tutti i popoli della terra.
Vite di animali fantastici che conoscono storie e raccontano favole.
Vite di maschere e vite di uomini che stanno sotto le maschere.

Io la strada l’ho presa quando sono nato.
Quando la vita mi ha chiamato.
E mi ha preso.

FACEBOOK, CIAO!

1c0615097e2c98ba645cf48ff4b21dfdEbbene, si, alla fine, mi sono cancellato da Facebook.
E’ passato ormai qualche giorno e mi sto abituando.
Da parecchio tempo era diventata forte l’impressione di essere utilizzato solo per la pubblicità, come potenziale vacca da mungere.
Era evidente che l’obiettivo principale della piattaforma, dei suoi padroni, non era più quello di offrire lo spazio di una bacheca a noi poveri clienti, per parlare, dire le nostre cose, sceme o buone che fossero.
Era diventato fin troppo evidente che la bacheca era solo un mezzo per inframezzare ai nostri poveri commenti spot su spot di pubblicità.
E anche le nostre chiacchiere venivano in qualche modo manipolate per fini del tutto al di fuori dal nostro controllo.
Ormai la scelta dei post da visualizzare, degli amici con cui scambiare qualche commento, degli argomenti da trattare non la facevamo più noi, ma loro.
Insomma, alla fine, in quelle condizioni di sostanziale noia che accompagnava le passeggiate sempre più svogliate sulla piattaforma, ne valeva ancora la pena?
Ma, si sa, l’abitudine non muore mai.
E allora si va avanti.

Poi, è arrivata questa storia dei profili venduti per fare propaganda politica.
Sono girati i milioni di dollari.
Si sono arricchiti con i nostri dati.
Ma, il problema è che si sono arricchiti non per fare pubblicità a prodotti di mercato, commerciali, ma per fare propaganda politica.
I nostri dati, quelli di 51 milioni di uomini e donne, di “Amici” di FB, sono stati trafugati e messi a disposizione di politici senza scrupoli per fare campagne di propaganda e carpire i voti per le elezioni americane, per il referendum della Brexit e, si legge, per altre campagne ancora non dichiarate.
Ci avevano raccontato che i nostri dati, il commercio dei nostri dati, era la condizione per poter usufruire gratuitamente dei servizi messi a disposizione sul web.
Bene, in fondo Google, i suoi servizi, ce li offre. In qualche modo dobbiamo pagarli.
Maps, Mail, Foto e mille altre diavolerie ci hanno cambiato la vita.
In meglio, diciamolo pure, dai.
E allora, va bene, paghiamo il prezzo.
Magari sarebbe meglio capire di più come e dove vanno i miei dati come flusso di pubblicità… ma, qualcosa in cambio dovevo pur dare.
Così, allo stesso modo, altri fornitori di servizi, questo stesso blog, si nutrono dei miei dati.
Lo posso capire.
Magari, capisco meno il fatto che non paghino le tasse dovute, che siano diventati le principali società capitalizzate in borsa… non potevano accontentarsi di qualcosa di meno?
Ma, dai, … do ut des…

Facebook, invece, che mi dava in cambio dei miei dati?
La chat?
La bacheca?
La possibilità di pettegolare?
La possibilità di essere Narciso?
Un’identità immateriale per girare sulle strade virtuali del web?
Una forma di avatar per far diventare qualcuno quei milioni, o miliardi, di signori nessuno che siamo, noi, povere persone comuni?
Uno spazio per fingere di vivere?
Ho letto, nei post, i disperati dolori di solitarie vittime di tumori, di matrimoni falliti, di abbandoni di figli…
Ho letto di maledizioni e dichiarazioni di guerra al mondo e alla vita che non avevano neppure più bisogno di essere accompagnati da una parvenza di spiegazione, bastava un Vaffa gigante e … poi tutto come prima…
In cambio di questo nulla, perchè mettere in mano al signor Zuckemberg ed ai suoi soci ed accoliti i miei dati?
Perchè continuare a farli ingrassare senza motivo?
Per avere una piccola vetrinetta sperduta fra miliardi al altre vetrinette nella quale mettere in mostra la mia minuscola vanità? O il mio vano desiderio di apparire?

Così, ho pensato, è giunto il momento di dire basta.
Ho chiuso l’account.
Ed ora vediamo che succede.
Ciao, Facebook.
Solo, un saluto, alla fine, a tutti.

E SE…

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foto by Pierperrone

E se…
Cosa succederà, questa volta?
I miei timori.
E se vincessero i fascisti?
Un governo Salvini, con appoggio di Forza Nuova e Casapound…
Se abbiamo dovuto ingoiarci Trump, negli USA, e la Brexit, vuoi vedere che questa volta, qua da noi, facciamo boom?
Mamma mia, che brividi!

E se, invece, vincessero i Grillini?
Si, il Movimento Quattro stelle e mezza.
Un bell’incarico dal Presidente, dopo una scorpacciata di voti.
E subito la Raggi a fare il Ministro degli Interni (si, così, qui, ce la leviamo davanti).
Ma già sento che la maggioranza non ce l’hanno.
Gli serve lanciare il programma come un salvagente, a chi lo prende.

E se lo prende LeU?
Si, se Grasso, D’Alema e Bersani accettano il programma di Di Maio?
Si, dai, ma tutti insieme non arrivano alla vera maggioranza.
Serve ancora un colpetto, una manina, una spintarella.
Allora?
Forse Salvini?
No, proprio non credo.
E allora?
Magari il Piddì, in un sussulto della trance agonistica?
Mah, no, non ci credo.

E se vincesse di nuovo il centro-destra?
Cioè Berlusconi-Salvini-Meloni?
Non bastassero i voti, prenderebbero anche Casapound e Forza Nuova?
No, no, non ce n’è bisogno.
Un bel governo Tajani, con quattro-cinque voti di maggioranza.
Stile Prodi del 2006.
Quello della lenzuolata di liberalizzazioni di Bersani…
Bella prospettiva.
Vedere i capponi di Renzo (il Tramaglino di Manzoni, non il Renzi di Pontassieve) beccarsi allo spiedo…
Mica male.

E Renzi prendesse una bella maggioranza?
Noooh, non può essere.
In fondo, non sarebbe il male peggiore.
Ma sicuramente resta impossibile.
E quindi, niente paura.
Si passa avanti.
Direttamente all’idea di un governo del Presidente.
A quanto pare, il minore dei mali.
Occorre solo un pò di pazienza.
Cosa succederà questa volta?

E se….?

IO CHE SONO

WP_20180216_18_19_09_Rich.jpgIo non appartengo a nessuna tribù.
Perchè le tribù cambiano col tempo ed io, invece, resto sempre me stesso.
Eppure, anche se resto sempre me stesso, non resto mai lo stesso, e non sono mai uguale, e sono sempre diverso.
Ho il colore della mia pelle, la forma dei miei occhi, uso la mia lingua ed ho le mie idee.
Nessuno, nessun altro, oltre me stesso, ha lo stesso colore della mia pelle.
E neppure la forma stessa dei miei stessi occhi che ti guardano fissi.
Ma soprattutto, nessuno, nessun altro, mai, ha o potrà avere, la mia stessa lingua e le mie stesse idee.
Neanche io stesso, ieri, avevo le stesse idee, o usavo la lingua allo stesso modo per dire le cose che le mie stesse idee non avevano ancora neanche messo a fuoco o, in qualche modo sconosciuto a me stesso, per così dire, in chiaro, se possibile, davvero del tutto.
E se mi chiedi, che forma hanno i tuoi occhi, o di che colore hai la pelle, saprei, forse, io stesso saper dare con esattezza una giusta risposta?
Quale forma hanno i tuoi, o che è lo stesso, anche i miei occhi?
Quella di quando si apre un sorriso?
Un poco allungati, un poco socchiusi, un poco arricciati di piccole righe negli angoli stretti?
O quella d’una lacrima che sgorga dalla commozione, sempre un pò timidamente restìa a mostrarsi davvero nuda del tutto?
O la forma di un sogno, o quella vasta del cielo…
Oppure, la forma appuntita di quando ti guardo, dritto, nel profondo degli occhi, amore mio caro?
E lo stesso vale per la mia pelle.
Che colore avrà mai, la mia pelle?
Quello del sole al tramonto?
O quello del cielo grigio di nuvole e pioggia?
O quello abbronzato d’estate?
Oppure il pallore invernale? Oppure quello di quando sono ammalato? O forse quello rubizzo di quando mi faccio un bel sorso di rosso ridendo, intorno alla tavola, con la compagnia tua, mio carissimo amico d’una vita passata a correre appresso agli aquiloni nel vento del tempo?
Ecco, io sono io, e tanto mi basta.

Ma se mi domandi di che colore è il mio sangue?
Quel sangue che scorre nelle mie vene allegro, spensierato, accaldato e rubizzo?
Ha lo stesso colore del tuo sangue, collega uomo, ovunque tu sia nato, da qualche parte del globo.
E anche la forma delle mie viscere, io condivido con te.
Ho anche le stesse frequenze che mettono in moto il mio gesto, lungo le linee elettriche dei fasci nervosi mentre la mano si alza a grattarmi il prurito d’una mosca che mi pizzica curiosa sul volto.
E condivido anche tutto il resto del corpo, quando l’amore s’accalda e il desiderio ci unisce.
Posso prestarti un poco del mio sangue, se vuoi.
Oppure spezzare e condividere con te il pane che nelle viscere si trasforma in prezioso nutrimento di vita.
E possiamo scaldarci assieme al calore del fuoco che le mie mani hanno acceso per te.
O, quando piove, o la malinconia ci assale, ripararci sotto lo stesso tetto di assi, inchiodato con i chiodi che il mio fuoco ha saputo fondere grazie alla maestria delle tue mani di creatura divina.
Stringerci forte e fare di due diversi universi un unico solo mondo d’amore.
Quindi, se io sono io, noi siamo sempre noi, e tanto ci basta.

Io non appartengo a nessuna tribù.
Perchè una tribù non esiste.
Mi domandi cos’è una tribù?
Mi dovresti spiegare cosa intendi con quella strana primitiva parola che evoca mondi sperduti nel tempo profondo della foresta.
Battevamo i pugni sul petto e ci dondolavamo ai rami sospesi nel vuoto.
Piantavamo i bastoni appuntiti nel cuore dei rivali che volevano rubarci il cibo raccolto nei cespugli pieni di spine.
Col bastone abbattevamo le prede, o scacciavamo le fiere nemiche.
Ci univano terrore, paura, sconcerto quando un tuono rimbombava nell’aria e una saetta infiammava il cielo notturno.
Ci stringevamo per non sentirci soli di fronte all’assalto del buio e a quello sgomento d’essere solo vuoti gusci in balia degli eventi.
Glabre piroghe sbattute nell’infinito mare sbattuto dai venti della vita in tempesta.
Quando uno di noi, una sera, ritornò stringendo il rudimentale remo con cui s’era fortunosamente orientato nelle tormentate tempeste del mare, ora comprendo mentre ti parlo, era nato il primo uomo degno d’un nome.
Ed era finita l’era primitiva delle tribù.
E da allora s’è perso nel tempo il significato di quella remota parola: tribù.

Come marinai, camminiamo ancora oggi tra le tormentose correnti dei giorni.
Stringiamo tra le mani il disperato remo che ci accompagna tra i tumultuosi flutti che ci sbattono sotto la spinta di venti ringhiosi.
Ma, da veri capitani di corso, ormai abbiamo la pelle corrugata dal sale e dal sole.
Abbiamo occhi sempre in movimento che scrutano l’orizzonte in cerca di nuovi segnali di terra.
E con scomposti suoni che caviamo dal profondo del petto cerchiamo di dar senso alle idee che sgorgano come pure sorgive dall’ingannevole coscienza spaurita di esser qualcosa.
Se il vento soffia più forte, cerchiamo ancora un riparo, stringendoci l’uno sull’altro, come sferzati alberi in procinto d’esser sradicati per sempre.
Eppure siamo capaci di provare qualcosa che non è il solo appetito dell’istintiva paura di finire preda d’una belva assetata di sangue.
Anche se sappiamo essere fameliche belve senza pietà.
Quel qualcosa ci che ha fatti uguali solo a noi stessi.
Quel qualcosa, soltanto, mi fa essere io.
L’io ch’io sono.
E tanto mi basta.

Sul ciglio di qualcosa

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photo by Pierperrone

Acquattata dietro al ciglio della catasta di legno, la belva sta in agguato.
Immobile, attenta a non provocare il minimo rumore.
Fissa la sua prossima preda.
Ferma.
Come di pietra.
Anche il respiro, trepido di tensione, è sospeso.
Come il tempo.
Non batte più i suoi silenziosi istanti.
Tutto è un’unica attesa.
La preda, ignara, innocente, spensierata, sta sulla riva del piccolo lago.
In un attimo, però, muta qualcosa.
D’improvviso, nell’aria, s’annusa il pericolo.
La preda sente qualcosa.
Un brivido, un soffio d’aria, un frusciare di fronde.
L’irrequieta agitazione comincia a mettere il cuore al galoppo.
L’ansia di vivere.
Vibra, l’aria.
S’è fatta pericolo.
Forse nell’aria stantìa del pomeriggio, s’è sparso l’odore acre della brama ferina.
L’afa è densa, ora, umida.
Pregna d’un invisibile effluvio famelico.
Un filo invisibile, teso come la corda di un arco, lega lo sguardo torvo della belva al corpo fremente della preda.
Il corpo, nudo, esposto, ancora si dona al piacere della frescura del lago.
Forse l’innocenza sa percepire il battito che accelera nel petto della fiera.
E’ un’eco che è impossibile fermare nell’aria.

Chi che se ne sta acquattato, pronto a scattare, dietro al ciglio della catasta di legno, non è una belva.
Non è una fiera animale.
Sta a rimirare il corpo della preda.
Languido, dolcemente disteso, appena sotto lo specchio cristallino dell’acqua sorgiva.
Dentro lo specchio.
Sotto la superficie d’argento.
Se ne sta, candido, morbidamente abbandonato al trastullo del gioco.
Tenero boccone d’un banchetto proibito.
Non è una fiera, l’animale.
E’ il cacciatore.
Bestiale.
Il suo desiderio impregna d’umore l’intero pianoro in cui è immerso il laghetto.
Un afrore aspro.
Una smania vogliosa.
Una frenesia feroce dell’anima, che scuote il cacciatore da dentro.
Ora che ha puntato il mirino, senza pietà, sul povero boccone innocente, non riesce più trattenere il tumulto del cuore impazzito.
Un sudore freddo gli cola lungo la schiena.
Il desiderio cresce.
S’ingrossa.
Indurisce ogni sentimento.
Smisurato, conquista ogni cavità dell’anima e del corpo.
Il cuore, all’impazzata, scoppia.
Si lancia al galoppo frenetico.
Fa scalpitare i cavalli nel petto del bracconiere nascosto nell’ombra.

Acquattato dietro al ciglio della catasta di legno, non c’è la fiera.
E neanche il cacciatore in agguato.
Sospeso nella spasmodica tensione di cogliere l’attimo per abbattere la preda innocente, c’è il desiderio incarnato.
Nascosto, là, dietro la bassa ammucchiata di rovi e rami seccati.
Il desiderio.
La bava alla bocca.
La bile amara.
Il bolo che rende rancido il sangue raggelato nell’attesa impaziente.
Il desiderio, ferino cacciatore.
Perennemente affamato.
Insaziabile.
Eterna condanna d’una vita senza requie.
Ricerca d’un impossibile sollievo.
Volgare questua d’un attimo di consolazione, d’un rimedio, d’un linimento, d’un balsamo, d’un conforto…
Il desiderio riempie di sè l’aria, del suo fetido miasmo.
Gonfia l’anima.
Macera la vita.
Apre la strada solo al pensiero della morte.
Come l’afa, immobile, inestinguibile, mortale, di certi pomeriggi d’estate.
Maledetto destino, il desiderio, di certi cacciatori.
Spietato come una fiera assetata di sangue.
Un destino che batte nell’aria.
Rintocca.
Come campane a morto.
E il cuore s’empie d’angoscia.

La fiera, il cacciatore, il desiderio.
Chi è nascosto dietro quel cumulo di spine?
Schegge pungenti.
Marcescenti e ritorti legni consumati.
Dita rinsecchite dal tempo.
Immobile, tempo, infinita sequenza di istanti senza pietà.
Fermo, fisso.
Guarda la scena che s’è composta nel pianoro.
La languida luce rosata del tramonto, ormai, s’è arrugginita e un velario che parla di morte ammanta la scena.
La preda non riesce più a rinfrescarsi nelle limpide acque del lago.
Chi è il mostro in agguato dietro la nera catasta di ferro arrugginito?
Forse è Satana che s’è fatto persona.
Un Demonio di carne.
Carne che brucia.
Sì, carne che brucia come la carne ch’è rosa dal desiderio infernale di chi sta, fermo, immobile, e guarda, da dietro a una nera fascina di rami contorti.
Sta lì.
In silenzio.
A guardare.
Il giovine corpo innocente che spensieratamente gioca con l’acqua, liquida e complice.
Nudo corpo di creatura innocente.
Gioca.
Si carezza.
E accarezza felice la vita che si scioglie e scorre via lontano, verso mondi sconosciuti.
Corpo che s’abbandona.
Molle, estenuato, esausto.
Stretto fra le braccia della liquida nudità argentina che gorgoglia, e schizza, ancora, fin quasi quaggiù.
Voluttuosa voluttà della spensieratezza innocente.
Immersa in un lago di sensazioni che neppure sa spiegarsi.
Corpo che si stringe in un abbraccio che diventa forte.
Riscalda.
Ad un tratto fa quasi male.
E, proprio in quel punto, ecco, ecco il lago si si fa fondo.
E sprofonda.
Salgono dal basso, sospiri, ed echi, di palpiti profondi.
Palpiti e rossori.
Pensieri sconosciuti.
Fantasmi nascosti.
Galoppo di fantasie e paure.
Tremori dell’innocenza.
Dello sboccio dei fiori.

Fiera, cacciatore, desiderio, Demonio.
Niente sono.
Niente, al confronto del turbine che s’agita dietro al ciglio serrato del nero legno.
Dietro.
All’epicentro del terremoto che scuote ogni certezza.
Dove le scosse diventano devastazione.
Dove la devastazione diventa vuoto deserto.
Il deserto senza vita.
La vita bruciata dal Simum, dal Kamsin, dall’Harmattan, dal soffio infuocato, dal vento che brucia la vita.
Dietro, all’epicentro, fin proprio dentro, nel vortice, nel gorgo…
Inghiottiti dalla forza che tutto consuma, devasta, distrugge.
Non basta, il legno, la catasta.
Non è una barriera, una difesa.
Non è una protezione, una barricata…
I rami, i fusti, sono spezzati, gli arti rattrappiti, contorti.
Non è una corazza, un’armatura, qualcosa che possa fermare la violenza che mi arde dentro.
E me ne resto acquattato, impotente.
Raggelato, dentro di me impazza il ciclone.
Ardono i lampi accecanti.
Le saette infuriano in una battaglia furiosa in cui si affrnotano le forze scatenate dell’inferno.
Spari, boati, scoppi, esplosioni.
Colpi che scuotono la mia povera mente impazzita.
Tumulta il sangue, come lava ardente.
Gorgoglia.
La carne è disfatta.
Come la volontà.
Sottomessa.
Torno all’impasto che sono.
Di terra, e di fango, di sudore, e bestemmie.
E incubi febbrili.
Scariche, e raffiche.
Eco delle primordiali pulsioni.
Dell’incubo nero notturno.

SOLO

Come angeli, le note, dal pianoforte, tutt’attorno, si spandono.
Leggere farfalle, falene, d’un attimo vibrano. Prima di spegnersi.
Soffia, il tiepido respiro. Vibra. Trilla. Cala, la brezza del tempo.
Le foglie, verdi, tenere, sorridono. Ed i petali, giocosi, profumano.
Gli angeli volano, compagni, soavi, d’una melodia. Piano, poi, vanno.
Ed io con essi vado. Il mio cuore, oh sogno, colmo. Si calma la marea.
Anche gli oceani s’acquetan, dell’ansia, ch’irrequieta orsempre l’agita.
Ed i fiumi, pure. Distesi e pigri. Al sole s’offrono. Al tiepido alito.
Niente resta, dell’attimo in cui ogni nota muore. Soltanto l’eco, in cor.
L’eco che risuona del silenzio infranto. E, dopo rotto, ‘l silenzio nuovo.
E la nota nuova. Nuova primavera d’un solo attimo. Nuova nota, nuova vita.
E, fra questa e quella, nuovi, ogni volta, impensabili, d’attimi, silenzi.
Attimi. E battiti. Palpiti. Note. Vibrano. E si spengono. Uno. Due. Solo…

 

CRONACHE DALL’ETERNITA’

Vivo nel paese dell’ombra, ormai da molti millenni.
Qui, i minuti, le ore, i giorni, gli anni sono lunghi, infiniti, eterni.
La luce, qui, non illumina più e il tempo si è fermato.
E’ come se un gelo pauroso l’avesse paralizzato.
E con il tempo, tutto s’è fermato.
E’ come vivere dentro la scatola di un orologio che non batte più.
Mentre io sono ancora vivo.
E non posso invecchiare.
Vivo per sempre.
Immortale.

Fuori di me, invece, vedo condensarsi ogni singolo istante.
Lo vedo sbocciare.
Come un piccola gemma.
Dapprima una minuscola protuberanza, quasi un’impercettibile imperfezione sulla superficie liscia e piatta di un ramo secondario del tempo.
Un ramo secco, certo, ma che lentamente, lentissimamente, ancora, inesorabilmente, fiorisce.
Fiore che non può dare una gioia, che non potrà mai appassire.
E che non potrà neppure, mai, fiorire nel suo splendore odoroso.
Io ho tutto il tempo che voglio, per stare a guardare quel che accade a quel piccolo bocciolo che concresce poco a volta, senza nessuna ansia, nè fretta.
Non uno scatto, un sussulto, un singulto, un fremito.
Raggelo anch’io, dentro l’anima fredda.
Un’anima morta.
Ma che che non può morire davvero, mai, per sempre.

Chi di voi non ha sognato, almeno una volta, di conquistare l’eterna vita immortale?
Fin dall’antichità, la stolida razza umana, impaurita, terrorizzata di quel grande premio che è il tempo mortale, ha immaginato la mostruosa possibilità della vita eterna.
L’ha messa, come un’immensa croce crudele, nel cuore degli dei, come un trofeo di inestimabile valore, una corona per re che non potranno mai governare davvero.
Dei immortali.
Esseri che non possono conoscere il fluire delle cose, il crescere, il colorirsi, il maturare, il macerare, il fermentare, il consumarsi di ogni cosa.
Il succedersi dei giorni, delle stagioni, degli anni.
Cicli, orbite, rivoluzioni, ere, eoni.
Per tutti i tempi dei tempi.

Ogni uomo teme la morte.
Ha paura di svanire.
Finire.
Diventare polvere.
Ritornare ad essere polvere.
La polvere, quella stessa polvere da cui un essere viene.
La polvere, secca, che si anima del fluire della vita, del rorido schiumare del sangue, del folle battere impazzito della vita.
La miracolosa materia che muta, diviene, si forma e si trasforma, in infiniti cicli di essere e tornare a non essere.
L’incoscienza dell’immaturità che compie il miracolo di divenire sicura di sè, senza sapere nè come nè rincorrere un motivo, uno scopo, una ragione.
La vita, senza ritegno, egoista.
Padrona del mondo.
Oh, che miracolo compie la morte, nel porre un limite all’immobile eterno.

Qui, dove ora sono caduto, vivrò prigioniero per sempre.
Senza speranza che un sole sorga di nuovo.
Che sopraggiunga un raggio da una stella, messaggero d’un firmamento lontano.
Che un’ombra possa venire a rapirlo.
Che possano, così, prender forma gli istanti.
L’uno dopo l’altro.
E nascer, così, i minuti.
Allungandosi verso il cielo, come rosee stalagmiti, senza altro destino che quello d’intrecciarsi con gli infuocati tramonti, arrossate stalattiti che lentamente ci calano pietosi dal cielo.
L’arco dei giorni, esile e fragile.
Che ogni volta, inesorabilmente, fatalmente, pietosamente, si spezza per dare spazio ad un nuovo giorno che arriva.
Ad una nuova speranza.
Ad una nuova possibilità.
Al multiforme formicolare di ogni pullulante forma di vita.

Da qui, invece, assisto, impassibile, all’immutabile formarsi di eterni istanti senza inizio nè fine.
Gemme che non potranno avere la gioia di diventare fiori odorosi.
D’essere ingravidati dallo sperma vitale portato, in giro nel mondo, dagli sciami lubrichi degli insetti inseminatori.
Non più, nè mai, mai sempre, nè mai un possibile mai più.
Non frutti, nè gusti, e odori e sapori.
Nè alimento, seppure dopo la lenta agonia d’una marcescenza estenuata, per quella bocca, nascosta per ogni dove negli umidi anfratti della fertile terra, perennemente vogliosa di godere delle grazie lascive della mortale decomposizione della materia.
Qui, anche dentro di me, s’è perso il filo spezzato d’ogni pensiero, s’è spezzato il filo d’ogni speranza.
Morire, ormai, non potrò, mai più.

Non accadde, come si può immaginare, con un lento avvisare del mutevole corso del tempo.
Con un rallentamento delle orbite astrali del cosmo.
O un’anomalia nel corso dei moti del sistema solare.
Fu, piuttosto, un rincorrere, in una sola generazione, o forse anche due, d’una vaga chimera.
Sogni astratti, confusi.
Ma pur sempre eternamente cullati da quella inconsapevole scimmia che s’era data il nome di uomo.
Volle elevarsi al rango di dio.
Porre fine alle malattie, al dolore, alla morte consolatrice.
E in capo a men che non si dica, fu studiato un sistema che fermò il corso del tempo, proiettando, dal cielo, un cono d’ombra che ha, in breve, fermato il corso del tempo.

L’ombra viene creata da un sistema che assorbe la luce solare prima che raggiunga il pianeta.
Un sistema che si autoalimenta nutrendosi di luce, come uno specchio divoratore, ingordo, immenso ed eterno.
Una cortina di ioni di carica negativa che annulla le correnti positive che viaggiano con i raggi sparati dal sole.
E con quell’ombra eterna, scesa per sempre sulla terra, è stata uccisa per sempre la luce.
Hanno cessato di cadere le volubili piogge d’acqua dal cielo, di avvicendarsi i preziosi raccolti della roride coltivazioni, di succedersi i regolari ritmi delle stagioni mutevoli, di accavallarsi le ondose maree, di ripetersi, mai eguali veramente a se stesse, le vezzose fasi lunari.
Ed anche le morti degli uomini, così, ad un certo punto, così come le nascite divennero rari eventi che preso svanirono finanche dalla memoria degli archivi.
Finchè tutto restò immobile.
Eterno ed immobile.

Le città si consumarono nell’inedia del tempo.
Così lentamente che si cominciò a dubitare che fosse mai esistito davvero un tempo, un tempo remoto, fatto di vita.
Città, regni, dinastie, civiltà divennero vuote parole che, a loro volta, divennero vuoti suoni dimenticati da tutti.
Solo, restavamo noi uomini.
Creature fuori dal tempo.
Restate fuori dalla porta senza più chiavi, nè chiavistello.
Ormai abbiamo perso anche il pensiero.
Quando abbiamo smesso di muoverci, è avvenuta l’ultima mutazione percepibile, se mai ci fosse qualche, da qualche parte lontana da noi, a poter percepire più qualche cosa.
Non moriremo neanche quando un evento astrale spegnerà la stella che alimenta il velo di tenebra che abbiamo costruito nel cielo, frapposto fra la vita e la morte.
Anche quello sarà un evento senza energia, nè luce, nè movimento, nè tempo.
Solo un allargarsi ulteriore, un contagio incurabile, della pena che la vita eterna infligge a chi, una volta, osò commettere l’imperdonabile errore di cancellare dalla vita la salvezza della morte.

ELEZIONI & DEMOCRAZIA

E così, qualche giorno fa, sono state sciolte le Camere.
Si tornerà a votare, il prossimo 4 marzo, è stato deciso.
Finalmente, si potrebbe dire, vista la storia di questa legislatura che si sta chiudendo, la sua precarietà, la sua incertezza, la sua insicurezza.
E malgrado, anche, le cose fatte, bene o male, per necessità più che per virtù.
Ma, per me, resta principalmente la storia di un quinquennio che è iniziato, era il 2013, sugli strepiti urla e grida, e sugli echi, ancora vivissimi, della crisi economica e sociale, del rischio di default, dello spread ricattatorio, della sovranità – mascherata da governo tecnico – della cosiddetta “troika” (Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale).

Era, il 2013, un punto interrogativo aperto: cosa accadrà adesso?
Riusciremo a mettere in rotta la barca che sta affondando?
Riusciremo a liberarci delle scorie del berlusconismo decadente, del Parlamento che vota per “La nipote di Mubarak”, dell’accoglienza al dittatore Gheddafi con tanto di amazzoni nostrane e bacio dell’anello?
I veleni della democrazia italiana, della crisi economica mondiale, del ricatto finanziario ponevano domande e chiedevano risposte, o antidoti.
Le elezioni diedero risposte insufficienti e la legislatura nacque zoppa.
E, zoppicando zoppicando, vi fu un Bersani impallinato da 101 traditori del suo stesso partito, pugnalatori del sogno prodiano dell’Ulivo e poi sbeffeggiato dai neo-eletti del M5S, in diretta streaming, ultima gogna mediatica esibita su una pubblica piazza (virtuale) ad un popolo forse bue, forse cinicamente vaccinato. Comunque, l’unica diretta mai concessa dal M5S nel quinquennio, che, poi ha operato nel segreto delle trame di palazzo con la stessa scaltrezza dei politici più navigati.
Poi, vi fu un Napolitano rieletto Presidente, che pietosamente, e con molto altero e fiero cipiglio, prestò qualcuno dei suoi già troppo numerosi anni d’età, alla madama Repubblica Italiana, decrepita più di sclerosi politico-democratica che d’età.
Poi, Renzi, che sgambettò Letta, giovine governante nascituro, e fece il suo quasi record di 1.000 giorni di promesse e di tentate riforme, ma che riuscì ad eleggere il nuovo Presidente, Mattarella, Sergio, antico democristiano di di stampo e foggia d’altri tempi.
E, infine, Gentiloni, che, della democristianità seppe fare tesoro, gemellando i suoi pacati silenzi con quelli del Presidente.
Qualche risultato, si, in economia, e qualche norma di civiltà, in un Paese che si crogiola nel populismo indifferente, sotto una crosta di moralismi bigotti che nessun anticalcare è riuscito a smacchiare.
E, allora, si tornerà a votare.

Ma non siamo contenti.
Si sente.
A parte la propaganda dei partiti, ma spesso anche all’interno di questa, negli slogan, nei temi, si respirano scarsi entusiasmi, poche o nessuna prospettiva di un futuro migliore, come se “il sol dell’avvenire” fosse ormai tramontato, o, peggio, ci si fosse accorti che era tutto un inganno e non arriverà mai, quel sole, ad illuminare il nostro orizzonte.
Ma io non ci credo, a questo pessimismo.
Oddìo, non nel senso che non sia questo ciò che si sente e si vede in giro: come potrei negarlo?
Bensì, nel senso che non è questo il punto.
Vale a dire.
Se è successo che questo “sole” è tramontato senza accorgerci del suo illuminarci, o, peggio, che è stato tutto un inganno, un’illusione, una immensa storica bugia, come è potuto succedere?
Una, o più, generazioni, milioni, se non di più, di persone, di uomini, di donne, di intellettuali, politologi, sociologi, scienziati, masse sconfinate, classi, ceti interi, popoli e nazioni, come si è resa possibile l’azione di un furto di tal genere?
E senza che alcuno se ne sia potuto accorgere, o dare il giusto allarme?
No, la verità, il punto, almeno, è un altro.
Quel sole non si è spento per tutti, non è tramontato all’orizzonte del mondo, non è stato rubato all’intera umanità.
No.
E’ stato rubato solo ai più.
Ai più bisognosi.
Ai più deboli.
Ai più poveri.
Per gli altri, per i più potenti, i più prepotenti, i più ricchi, quel sole ha irraggiato e riscaldato portafogli e ricchezze.
Come non era mai successo prima, almeno non nei decenni che la nostra generazione, della mia, in realtà, quella del boom economico o giù di lì.

In questo malessere, andremo a votare.
Con scarsa o nessuna fiducia nella politica, nei partiti, e forse, per più di qualcuno, neanche più nell’effettiva utilità dell’esercizio democratico.
Perchè è la democrazia ad essere malata.
E non solo qui, in Italia.
Paese nel quale ha attecchito con alcune malformazioni congenite che ne hanno condizionato sensibilmente lo sviluppo.
Cito solo la scarsa capacità dello Stato di fare giustizia delle stagioni stragiste, degli scandalismi politici, delle mafie, la mancanza di equità fiscale ed il connesso fenomeno dell’evasione endemica, il clientelismo politico-elettorale, eccetera eccetera…
Ma che la democrazia, oggi, sia ammalata, si vede bene, non è solo un caso italiano.
In tutta Europa, sono parecchi i Paesi in cui si vede il malessere crescere e diventare pericolosamente evidente.
In varie forme.
Penso alla rinascita del fenomeno neofascista-neonazista, fomentato, forse, anche dal rimescolamento degli uomini e delle fedi religiose, tutt’intorno a noi.
E penso anche alla caduta della classica divisione della politica fra destra e sinistra, cioè, fra liberalismo e democrazie popolari.
Ma penso, soprattutto, al cedimento dei meccanismi democratici che in molti – e civili! – Stati, sta mettendo a dura prova le democrazie storiche del mondo occidentale.
La Gran Bretagna, scossa da convulsioni imprevedibili e inaspettate, fra Brexit, governi minoritari, scandali e dimissioni, ecc.
La Spagna, ferma da qualche anno, sull’orlo pericoloso del baratro, fra secessionismi forse populisti e incapacità di esprimere politiche.
La Germania, bloccata da anni sul piano delle Grandi coalizioni, anomalie già di per sè, ma oggi, da lunghi mesi, senza capacità di esprimere un governo, con l’evidente risultato di aver nascosto sollo ad un velo di pietosa invisibilità, Angela Merkel, colei che fino ad un giorno prima delle elezioni (era, ormai quattro mesi fa, settembre scorso) era considerata la leader di un intero continente, oltre che capitano, di fatto, della flotta, invero un pò disorganizzata e alla deriva, dell’Unione europea, priva di veri strumenti di comando.
E ci sarebbero anche il Belgio, l’Austria, la Polonia, la Francia, unica, quest’ultima, ad aver tentato, recentemente, l’esperimento di Macron, che però ancora non è altro che promessa al vento…
E c’è altro?
Si, ci sarebbero gli Stati Uniti, le rivolte arabe, i Califfati, le guerre, i terrorismi, gli attentati e le minacce nucleari.
E poi, magari, anche le trionfanti forze economiche non democratiche dei paesi petroliferi e della Cina, quella economicamente zoppicante, della Russia putiniana, del fanatismo religioso indiano, del sionismo israeliano e non so più che altro…

Beh, ce ne sarebbe da preoccuparsi, no?
Ma a me, più e prima che preoccuparmi, questa situazione mi fa nascere una domanda.
Ma perchè sta succedendo tutto ciò?
Cosa sta determinando la crisi della democrazia occidentale?
Si, perchè, è evidente, la democrazia è in crisi.
E se in Italia c’eravamo abbastanza abituati, per ragioni storiche, diciamo così, che ne spiegavano la gracilità e la debolezza, adesso, cos’è che indebolisce e rende macilente le democrazie di tutta Europa e di tre quarti del mondo?
Io non so dare una risposta.
O, almeno, io, che non sono nessuno, posso solo abbozzare qualche tentativo, formarmi un’opinione.
Ma, gli altri, quelli che per mestiere o professione dovrebbero porsi e porre domande, perchè non si – e non ci – pongono questa domanda?
I politici, gli intellettuali, i professori universitari, i consulenti, i giornalisti, i titolari di istituzioni economiche e politiche, nazionali e internazionali.
Perchè stanno muti?
Perchè si fa finta di credere che la democrazia stia in buona salute?
Magari un pò fuori forma, si.
Ma sempre vigile e attenta.
Come mai nessuna grida Aiuto e tutti si affannano solo a cercare di accumulare ricchezza, senza accorgersi che soltanto in pochissimi Creso, sulla terra, riescono ad arricchirsi, smisuratamente, sempre di più, mentre le crescenti masse di uomini e donne, come affannate, cieche, stupide e solitarie cicale, vengo spinte sempre più giù, più a fondo, nel gorgo e fra le fauci della povertà e della miseria?
La cosa più stupefacente è che nessuno si accorge che gli Stati e le Nazioni non sono più in grado di reggere l’assalto che la finanza internazionale – nuovo mostro internazionalista – sta portando alle regole democratiche, alla organizzazione politica su cui si fonda la nostra epoca storica, alle istituzioni internazionali multilaterali.
Nessuno lancia l’allarme.
E così, alle masse di uomini e di donne che, sul pianeta, vivono del proprio lavoro e che hanno come unica proprietà – esattamente, oggi, come un secolo e mezzo fa, diceva Karl Marx – solo la forza delle proprie braccia, vengono sottratte regole, tutele, garanzie, se non addirittura il diritto alla speranza di avere un destino e un futuro?

E’ con queste domande che oggi penso alle votazioni che si svolgeranno fra due mesi esatti.
Domande, non risposte.
Così, è chiaro, non ho indicazioni per chi andare a votare.

IL MISTERO DI NATALE

A seguire la storia dei due fuggitivi, inseguiti dalle truppe romano-giudaiche, che cercavano rifugio e speranza in una terra promessa, ci si ritrova in una storia senza tempo, eterna, un deja-vu che si riproduce da sempre che non ha mai fine.
Non fosse che abbiamo dimenticato quanto dolore costa la fuga, inseguire una speranza, il domani, ci si ritroverebbe in un presepe qualsiasi.
In un Natale come un altro.
Ed è quanto accade, lo so, a tutti quelli che, stasera, festeggiano compiutamente, sentitamente, questa strana festa misteriosa.
Stasera è Natale.
Natale, per la 2017ma volta, dopo quel primo Natale che si celebra come inizio di una nuova epoca, di una storia nuova, di una era, di una umanità rinnovata.
Ognuno di noi è un interprete, un testimone, un superstite, un rappresentante, un aedo, di quella nascita sfortunata, di quel mancato inseguimento, di quella persecuzione dilatata e di quel tempo diradato che durano ancora fino ad oggi, per qualche strano motivo.
Ogni essere vivente è nato da una donna, madre naturale, affettivamente qualche volta soltanto, snaturata.
Ogni essere vivente ha avuto un padre, a volte fuggiasco, altre volte deceduto prematuramente, spesso amorevole maestro di vita.
Ma non si spiega, così, questa frenetica festa del Natale di un essere nato da una madre Vergine e da un padre Putativo.
Il mondo cristiano, nella sua universale interezza, aspetta, ancora una volta, che si compia questo che, se non fosse qualcosa che assomiglia ad una miracolo – evento fuori natura -, altro non sarebbe che un oltraggio alla vita e alla morale.
E, in effetti, per quelli che non hanno ascendenze sovrannaturali e divine, le stesse circostanze di nascita, altro non sarebbero, al tempo che sono, oggi, le circostanze di cui stiamo parlando, che fuggitive, clandestine e fuorilegge.
Un uomo che non è un padre certo.
Una madre che non è una madre certa.
Un figlio che non è un figlio certo.
Un destino di dolore e morte.
Una vita di misteriose assenze e peregrinazioni.
Prediche a moltitudini.
Contro ogni consumismo ed ogni desiderio di possesso.
Per la fratellanza e l’uguaglianza.
Per i beati di spirito, i poveri, gli umili.
Contro i commerci, nei templi e delle anime.
Lotte e complotti.
Persecuzione, tradimento e incarcerazione.
Tortura e supplizio.
E infine la croce.
Il sangue.
La morte.
La liberazione.
La vita eterna.
Come eterna metafora della liberazione contro l’oppressione dalla dannazione.
E’ un mistero come noi, oggi, dannati e condannati, dal desiderio, dal superfluo, dall’inutile, dall’effimero, osiamo ricordare una storia come questa.
Mentre gli esempi di storie come questa vengono relegate negli angoli più nascosti e bui delle cronache e della storia.
Mentre crocifiggiamo, ogni giorno, ancora una volta, i poveri Cristi che cercano, come allora ancora oggi, di sfuggire alla miseria ed alle stragi degli innocenti che compiono tanti miseri Erodi che governano ancora oggi gli stati del mondo.
E’ e resta un mistero.
Perchè io credo all’innocenza degli uomini, anche e ancora oggi, oggi come allora.
Ma, se per un crudele destino, se non fosse davvero un mistero, allora, altro non sarebbe, che un’amara, ipocrita, festa.

IL PRESEPE ED I RE MAGI

Ho preparato il presepe, come ogni anno, anche questa volta.
E mentre lo guardavo, con un pò di diffidenza, dico la verità, perchè le festività natalizie, con i loro riti e apparecchiature, di questi tempi, mi sembrano impegnative, ed eccessivamente consumistiche, insomma, mentre lo montavo e lo guardavo, ci pensavo e ripensavo, a questa rappresentazione tradizionale.
Passavo ripassavo, compiendo, forse involontariamente, i gesti ed i movimenti di sempre, sempre quelli, sempre gli stessi, ormai quasi antichi, composti dall’abitudine dalla circostanza…
Sempre cosi, sempre lo stesso, sempre ad un modo, là, nell’angolo, ‘apertura della scatola di cartone che durante tutto l’anno riposa in soffitta e che, l’8 dicembre, il giorno dell’Immacolata, ma quest’anno siamo arrivati lunghi, in ritardo, a festa già celebrata, in effetti era il 10, ieri,ormai…
La scatola di cartone, anch’essa sempre uguale, uno scatolone che ormai ha la sua età anche lei, una quindicina di anni, o più, paziente, silenziosa, là in soffitta, fino al momento di festa che, una volta all’anno, anche lei si gode – ma sempre silenziosamente – e, poi, il prelevamento dei pochi pezzi del mio presepio minimalista, spoglio, povero, quasi squallido e freddo, il posizionamento preciso sul mobile, nel salone, sempre nello stesso punto, su quella base-piattaforma che sembra una penisola in mezzo al deserto, sotto un arco squadrato formato da una colonna ed un pilastro, attaccato con l’incastro al mobile lucido, nero, libreria della sala centrale di casa, le chiacchiere sempre ironicamente sfottenti che ci lanciamo, in questo frangente di calda noia ritualizzata, noi di casa, il tentativo, ogni volta assurdo eppure sempre, come ogni volta sentito e partecipato, di dare pure un senso, pure che fosse di recupero razionale, a questa novena dal sapore dolciastro e troppo zuccheroso…
Insomma, quella celebrazione che ogni anno, in quasi tutte le case, qui intorno, si svolge con un calore sempre più sottile, consunto, sfilacciato, più un ricordo di qualcosa che è stata una volta e ormai non è quasi più, solo il ricordo sbiadito di un’emozione, di sentimenti desueti, antiquati, demodè, cose che solo negli occhi dei bambini continuano miracolosamente a fare luce, a dare una spinta, un’energia chissà come rinnovata e ritrovata…
Già, ma da me, ormai, di bambini, non ce n’è.
Quindi, la pur volontaria corvèe, si è svolta anche quest’anno, sebbene, più saggiamente, adeguatamente riformata e rivista nei suoi aspetti più fanatici ed esibizionistici, si, insomma, dall’anno scorso, l’albero è stato ridotto ad un piccolo pinetto verde, addobbato con lucine bianche, ed un filo di palline rosse, che corrono avvolgendo tutto il corpo dell’abero, coperto di puntuti aghi verdi.

Mentre montavo il presepe, mentre quella strana allegria che pure corre in casa, in questi momenti, forse perchè a fianco del filo di stanco abbandono di questa cerimonia periodica resta pur sempre una boccata di aria nostalgica che riscalda i meandri del cuore più bisognosi di un abbraccio, nelle battute un poco crudeli che si fanno in questi momenti, mi è venuta da fare una considerazione.
Che, poi, è quella che voglio condividere su questa pagina del blog, forse per desiderio di condividere con qualcun altro, ciò che mi corso per la mente, come un lampo, una corrente quasi prepotente, un poco violenta, involontaria ma necessariamente esorcistica di quelle paure che il tempo che stiamo vivendo ci mette addosso come un fardello troppo pesante…
Si, insomma, guiardavo questo strano presepe asfitticamente stilizzato. La foto, sopra, ne rende l’immagine.
Io, per solidarizzare ancora di più con lo spirito essenzialista di questa ristretta installazione, ho anche tolto il colore, e ristretto l’angolo di ripresa, e invece della camera reflex ho adoperato l’obiettivo schiacciato e povero dello smartphone…
Insomma, guardando quest’opera d’arte povera, non ho potuto fare a meno di considerare che, in senso realistico, avevo, ancora una volta realizzato la rappresentazione di una situazione molto difficile, dolorosa, complicata, la mia, quella del presepe, è la scena di una tragedia sociale, simile, uguale, a tante altre che, indifferentemente, ci contornano, ma che scanziamo ed evitiamo, come ciechi attenti ad evitare un inciampo pericoloso.

Una capanna di fortuna.
Una mangiatoia e due bestie di fortuna e riparo.
Una coppia irregolare.
Fuggitivi.
Clandestini, in terra straniera.
Ricercati dalle forze dell’ordine.
Poveri.
Nascosti.
Senza dimora.
In fuga, per evitare gli esiti di una burocratica conta razziale, pericolosa e prepotente.
Lei, giovane, forse minore d’età.
Incinta.
In stato di gravidanza molto avanzata.
Senza marito.
Forse un compagno, forse un accompagnatore pietoso.
Eppure pieni di calore, l’uno per l’altra, unico combustibile per riscaldare l’inverno della terra palestinese (per la cronaca, oggi, a Betlemme, temperature comprese fra 1 e 13° centigradi).

Per annunciare la nascita del piccolo nascituro, solo il cielo, e le stelle, e, evento siderale, una complice cometa con i suoi ritorni periodici astrali.
Un angelo, figlio, forse, più di un sogno che di una mezza verità, a vegliare sul quella capanna, stalla, dimora temporanea clandestina.
E, lontani, alcuni remoti visitatori.
Stranieri anch’essi.
Di razze remote e sconosciute.
Portatori di culture meticce.
Fedi infedeli.
Credenze pagane, ataviche, ancestrali, sprofondate nei millenni oscuri senza storia.
Pelle di colore irregolare.
Nera.
Rossa.
Olivastra.
Gialla.
Lingue, o idiomi, incomprensibili.
Usanze probabilmente barbariche.
Insomma, irrimediabilmente stranieri.
Quindi infidi, inaffidabili, pericolosi.
Gente da tenere alla larga.
Da sottoporre ad accurati controlli, visti, registrazioni, passaporti…
Eppure dannatamente fortunati.
Perchè, a differenza di tutti i re magi che arrivano oggi in Europa, sulle coste italiane, maltesi, greche, turche, spagnole, per spingersi verso i cristiani di Alemannia, Franconia, Anglia, Sassonia, quelli non hanno viaggiato su gommoni e barche di fortuna in mezzo al mare salato in tempesta, ma sulle solide zampe di robusti cammelli!