NEL VICO

NAPOLI - ZONA DUCHESCA (www.fotografiasociale.it)

Nel vico la luce se n’è andata da tempo.

Le ombre si sono prima allungate e poi, piano, si sono allargate.

Hanno allagato la strada.

Il fiume della via si è fatto nero, di pece, e le case si sono inabissate nel mare che ne è sgorgato e quello, con onde sempre più impetuose, ha inghiottito senza pietà le finestre sui muri, i pensieri del giorno, i cuori nel petto degli uomini.

Alla fine sono rimaste solo  buie gabbie, che si sono chiuse sul silenzio, oscure celle di solitudine, cupi antri di paura.

La notte è il regno dell’angoscia agghiacciata o della spavalderia ingenua e sfrontata.

La strada è il regno dei poveri cristi o degli smargiassi.

E lì, in quel viottolo che penetra nel nulla, maledizioni e pistole hanno accecato per sempre i lampioni e le stelle.

Nel buio si commercia con i corpi e con le anime.

Nell’ombra, si comprano e si vendono piaceri e dolori, paradisi e peccati, madonne e maddalene.

Maddalena, Lena, come la chiamano tutti, stasera è triste.

Il suo Jesus lo hanno preso.

Trema come una foglia, il suo corpo, che adesso resta appeso a quel ramo di strada, in balìa del vento che, a strattoni, schiaffeggia la sua giovane carne messa in vetrina.

Un altro manrovescio, e si stacca da quel debole ramo, e cade,  se ne rotola lontano, senza un dove, come un vecchio foglio di giornale tutto rattrappito e consumato.

Non sono schiaffi, quello del vento,  come gli schiaffi di Jesus,  sono diversi.

Quelli di Jesus sono gli schiaffi del suo uomo, sono gesti d’amore, duri, i gesti d’un amore muto, insondabile, volubile.

Il vento, invece, porta gli schiaffi terribili della vita.

Porta da lontano gli sguardi carichi di desiderio che sembrano soffi di scirocco malato.

Porta anche le sirene della madama, che ululano come la bora, e la tramontana, e sono fredde, come i lampi che sembrano lame di coltelli, e che arrivano all’improvviso, e che squarciano il buio, fino a farlo sanguinare.

E quel vento porta pure il freddo dei ferri che stringono i polsi e quelli che svuotano il ventre, gelidi come i chicchi della grandine, freddi e pesanti, che stridono nella notte, sbattono, rimbombano, e tintinnano d’acciaio

Il vento viene da lontano e attraversa tutta la città.

Passa dai viali alberati, accarezza, inchinandosi, i palazzi carichi d’oro e di storia, si inginocchia davanti agli altari per farsi il segno della croce, corre, di fretta, sulle strade dove ferve la vita convulsa di chi deve tenere insieme i brandelli di una vita che cade a pezzi, s’imbuca, bramoso, nel vico, davanti alla finestra di Lena, spiando quel corpo di bambina che ancora si sta preparando per offrirsi in pasto alle belve della strada.

E, appena quel bocciolo si affaccia sull’uscio, lo schiaffo violento che viene da un mondo distante e nascosto, invisibile, ma dolorosamente presente, brucia il dolce viso di bambina, come na carezza rovente.

Jesus stasera non c’è.

Se lo sono portato via.

Anche il suo amore, se n’è andato.

Le resta, sola, la vergogna, a tenerle compagnia.

Neanche la sua ombra si affaccia, sul marciapiede, a salutarla.

Stasera nel vico non entra nessuno.

Neanche la luna, che resta muta, lassù.

Jesus viene da lontano, come un lampo, ch’è sceso dal cielo.

Dall’altra parte del mare profumato.

Lena lo ha trovato per strada, come un cane randagio e lo ha accarezzato.

E quando lui l’ha presa, stringendola forte in spasimo d’amore, lei si fatta sua preda, si è concessa al padrone, figlia, si è restituita alla prepotenza del padre.

L’amore con cui Jesus sa amare è rovente come una colata di lava.

E altrettanto pericoloso.

Lena lo sa.

Per questo lo ama e lo teme.

Per questo lui è il padrone.

Ma Lena non può essere schiava.

E Jesus, anche lui, questo, lo sa.

Lena si vende.

Ma è libera, come il vento.

Nelle mani di Jesus, Lena diventa dolce come il soffio di primavera.

E Jesus non può fermare quel soffio, quella carezza.

Lui lo sa.

Jesus è un padrone che non ha nessun potere sulla libertà di Lena di volare come una farfalla. E Lena non ha nessun potere sulla sua bellezza, che la rende schiavan del suo corpo di bambina consumata.

Stasera Jesus non verrà.

Se lo sono ripreso.

Forse il vento se lo è riportato sul mare.

Forse ha solo preso un treno, o la corriera.

Forse se n’è andato in una terra lontana.

Forse è andato a raccogliere il frutto proibito che cresce sull’albero che, orgoglioso e prepotente, se ne sta ben ritto al centro del giardino dell’Eden.

O forse è solo andato a raccogliere i pomodori nella piatta terra odorosa dei Lestrigoni.

Terra amara.

Da quella terra nera e salata nascono frutti gonfi di sangue, e rossi, e succosi.

E forse Lena è figlia di una regina, la figlia della regina dei Lestrigoni.

Quando è arrivata nel vico, una mattina, la luce era morta.

Anche la pioggia si era ritirata, al suo passaggio, e le strade si erano fatte deserte.

Di nascosto, solo occhi, occhi di brace, rossi, ardenti di lussuria,  liquidi di desiderio, la spiavano.

Migliaia di occhi , quegli occhi, occhi di déi.

Gli occhi pieni di voluttà di miseri figli di déi decaduti, figli e déi consumati dalla miseria, nascosti, a spiare, dietro le finestre del vico, fissi, sbarrati, a guardare la ninfa che, acerba, candida, nuda, si aggirava, sui tacchi alti, morbida, timida, impacciata, lungo la strada, nello stretto vico, nella marcia aria che opprimeva i cuori dentro le vecchie case scrostate.

Lena negli occhi, quella mattina, aveva una luce misteriosa, brillava come una dea scesa dal cielo.

I suoi occhi non vedevano quello che gli altri vedevano, i marciapiedi sporchi, le pozzanghere nere ai bordi della via storta, l’anima perduta di quei figli di déi viscida di bava.

Erano occhi persi, distratti, che vedevano mondi lontani, sconosciuti, immaginati.

Jesus l’aveva vista passare.

E se l’era presa.

E lei si era data a lui, come una dea si concede al suo dio.

Stasera nel vico la luce si è persa nel cielo.

Sono svanite le forme, i denti aguzzi dei muri delle case, le bocche sgangherate delle finestre.

Il corpo di Lena si è perduto, anche quello è svanito, nel buio.

Quando Jesus domani passerà, chiederà.

Chiamerà.

Poi, presto, come un dio che, imperturbabile, non conosce la memoria dei sentimenti, come cane randagio scacciato da tutti, tornerà a rigirarsi, sperduto, nel vico, sulla sua strada di insignificante dolore.

6 thoughts on “NEL VICO

  1. Com’è amara questa figura di donna…Rimane leggera lei, nella durezza di questa notte e la leggerezza traspare dalle tue parole, da come la descrivi. E’ una meravigliosa figura delineata benissimo, ma qualcosa mi sfugge Amico mio, qualcosa che non so definire bene. Come una sorta di malessere che mi prende dentro mentre leggo. Non sono così sicura che l’anima di Lena sia così libera…non so perchè… E’ quell’amore accettato perchè forse meglio anche quello che niente, è quella vita subita ed imposta. Non so se tutto questo permetta davvero di mantenere libera l’anima. Forse sì, forse…Una vita di ferro e ruggine a lungo andare piega o forse dipende….dipende da altre sfumature. E’ una figura così complessa Lena, che mi viene solo da dire…non so…e sento di volerle bene sia che la sua anima sia libera o imprigionata da un mondo che non è il suo.
    Non so se sono riuscita a spiegare…non so…
    Ti abbraccio

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  2. Patrizia, amica mia, sono povere figure, queste, che vivono di poco, di oca luce come di pochi sentimenti, sono abituate al poco, al niente, quasi, quel che trovano hanno, niente di più.
    Sono come i passeri di San Francesco.
    E come quelli liberi, vanno dove il vento li porta.
    Si amano come si amano i passeri, senza forza, senza speranza. Sono spinti dalla marea che muove il cielo ed i loro occhi non distinguono il sopra dal sotto, tutto è confuso, nel loro fluire, come nel loro cuore.
    Ma sono belli, Patrizia, mia, sono belli perchè sono vivi, vivi come i passeri.
    Il dolore sta in questo, Patrizia, che nessuno li vede, nessuno li pensa, nessuno soffre o gioisce con loro e per loro.
    Può passare il più violento dei temporali e nessuno offrirà mai loro un riparo.

    Io non dono loro pietà, nè amore o affetto.
    io non sono San Francesco e non posso parlare con loro.
    Il poco che faccio è guardarli, di nascosto, di sfuggita, senza accorgermene, e raccontare il loro essere poco, o niete, e fermarli per un istante in uno spazio più grande di loro, e farli sentire importanti, per quel solo istante.
    Poi, passi tu, e loro si impettiscono, si sentono osservati, recitano la loro parte con maestria e potrebbero sembrare addirittura più veri del vero.
    Solo questo posso regalare loro, io, per un solo momento.
    Grazie a te, che passi di qua.
    Che altro potrebbe, una pallida pagina di blog?

    Lena e Jesus ti ringraziano, Pat!

    Un bacio,
    Piero

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  3. Caro Piero,
    più veri del vero dici, ma chi mai potrebbe credere?
    Li vedi tu, ed in questo modo, solo così, anch’essi ti vedono ed esistono in
    quell’istante. Lì la morte non esiste.
    Piero, Jesus ha vinto la morte.
    Tua,
    Mina

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  4. Cara Minù,
    questi poveri cristi, miseri figli di dei decaduti, dei minori, li vediamo per strada, ogni giorno, e spesso proviamo per loro solo fastidio, se non addirittura rancore. E di che, poi? Perchè? Che, forse, mangiano il nostro pane e noi rimaniamo a diguno? Forse ci appestano l’aria?
    Ma non ho nessuna pietà per loro. La pietà è un sentimento che uccide più dell’odio. Perchè abbatte la capacità di reagire, di darsi da fare, di costruire. Se fosse stato così, un mondo pietoso verso i primi uomini, generoso di elemosine, non ci saremmo mai evoluti fino a costruire torri, piramidi, grattacieli per raggiungere il cielo. E se oggi possiamo ingaggiare la sfida con gli dei per contendergli il potere sulla vita e sulla morte lo dobbiamo a questa selezione.
    Ma ciò non toglie che quei poveri cristi li trattiamo senza cuore, come cani, peggio dei cani.
    Io scrivo di loro, alle volte, perchè quei fantasmi che metto sul foglio hanno voglia di dire qualcosa, di farsi vedere.
    Tu dici che così si sconfigge la morte, perchè tra loro e me si instaura un ponte di sguardi, da cui passa la vita che diventa eterna, quando unisce il nostro povero mondo di polvere ed il loro.
    Chissà, non so se è vero.
    Però è bello, che tu me lo abbia detto. Mi piace.
    Tuo,
    Piero

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  5. Figli di un dio minore, chissà cosa mai crediamo di essere noi, solo un po’ più lustri e un po’ più ricchi, forse è proprietà di tutti il credersi un po’ più in alto…alla fine forse vivono di più loro e la nostra vita è solo apparenza.
    Ciao Piero.

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  6. Come un momento di creazione… non impasti l’argilla, non dai l’alito..ma vederli, leggerli.. renderli visibili, raccontarli, sconvolgere le coscienze dormienti dei benpensanti, è ugualmente dare vita, dignità.
    Molto bella l’immagine dello schiaffo del vento, “che invece, porta gli schiaffi terribili della vita”.

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