Pietro Perrone – Un pensiero serio, qualche volta è necessario

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https://www.raiplay.it/video/2019/05/Passato-e-Presente-Falcone-e-Borsellino-limpegno-e-il-coraggio-9b5ee2a2-1522-438a-bd87-0f3181642d77.html

Un pensiero serio, qualche volta è necessario. Lo lascio come un messaggio nella bottiglia, in questo mare mosso dalle onde, sconfinato, infinito, nel quale ognuno di noi crede di trovare compagnia e invece, spesso, annega solitariamente.Questa trasmissione merita di essere guardata, una delle tante, in questo giorno di commemorazione di santini laici, martiri dei giorni nostri.Merita di essere guardata perchè apre uno squarcio nel velario che oiblia la nostra memoria.Chi ha ttraversato, come me, i decenni ’70, ’80, ’90 del secolo scorso forse non ricorda più bene cosa accadde, sul piano della staria nazionale, in quegli anni.La trategia del terrore, il terrorismo di Stato, il terorismo rosso, gli attacchi di mafia, gli attentati, le stragi, le logge massoniche deviate, i bachieri suicidati sul Tamigi, il potere colluso col sangue.Ma anche i decenni delle speranze, dei grandi valori, della richiesta di libertà, dell’impegno civile, della democrazia, della liberazione dello Stato da ogni mafia e da ogni fascismo.,Qualche spiraglio di quella storia si affaccia da questa trasmissione. Spiragli colpevoli di sangue, ma anche di punizione della colpa, assissinii e assassini, giudici processi e condaane, mentre lo Stato sat da una parte… ma anche dall’altra.E oggi?Impallidisce, da una parte, la vacuità dei burattini politici di oggi, a confronto dei quali, dall’altro lato, si staglia come un’ombra gigantesca il mostro del neofascismo mediatico che avanza minaccioso selle nostre domocrazie.E poi?Il vuoto, il niente, il nulla.Se non fosse per la voce di alcuni giovani che riescono a bucare lo schermo sfarfallante, se non fosse per alcuni piccoli uomini comuni che incontri per caso e con i quali scambi qualche parola senza volere, se non fosse che senti una certa corrente pervadere, a momenti, di qua o di la del pianeta, reale o mediatico, questo strano vuoto cosmico della memoria collettiva, che hanno ucciso quando ci hanno trasmformato in singoli solitari depositi di desideri senza ragione, senza valori, senza ricordi.Ecco, per caso ho visto questa trasmissione.Che ha saputo aprire qualche squarcio nella mia memoria “collettiva” per qualche tono un pò contratto di una voce o per qualche malcelata emozione su un volto in primo piano,La mia memoria smette di essere una memoria personale e diventa una memoria collettiva” quando nel suo profondo risuona un ‘eco che è fatta di altre voci, di altre memorie, di fatti che hanno riguardato, che, meglio, riguardano, altri uomini, altri cittadini di questa povera nazione travagliata.Io quest’eco l’ho sentita, se non mi sono sbagliato, se qualcosa non mi ha confuso.Chissà, forse per questo m’è venuta voglia di condividere il link della trasmissione.Per far sì che esista anche per qualcun altro, forse per qualche caso fortuito delle correnti di questo mare ondoso virtuale, la possibilità di non sentirsi solo con la sua memoria personale, ma, magari, provi, a sua volta, questa strana sensazione di sentire un’eco delle voci della memoria collettiva.Anche andare a votare è stato trasformato in un esercizio del diritto individuale, solitario, solipsistico, onanista quasi.Ecco, forse anche per andare a votare, domenica prossima, serve sentire l’eco di quelle voci.Altrimenti meglio sarebbe, per ognuno di noi, farsi una democrazia tutta sua, costituirsi in repubblica autonoma, uno stato indipnendente.Do la parola stato resta solo il participio passato di ciò che non più ora, adesso, ma è, appunto, già stato. E non già Stato, cioè comunità composta da voci collettive e plurali.E’ per commettere l’omicidio della nostra memoria collettiva che incitano solo la nostra paura ed i nostri istinti di difesa o di conquista. Perchè chi ha paura vuole nascondersi e resta da solo, chi vuole difendersi vede solo nemici, chi vuole conquistare vede solo prede.Io invece desidero piazze piene, viali colmi di persone, muri colorati, musica, bandiere, festa.

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POVERA ITALIA

Leggo le notizie che circolano in questi giorni e non ho la forza di commentare.
Che si può dire mai, di questa circostanza della storia italiana nella quale ci troviamo a vivere giorni di viva preoccupazione e sconcerto?
Situazione estremamente grave, ma non seria, parafrasando Flaiano.
Ma non bastano le parole, per descrivere ciò che sta accadendo.

Parole che sembrerebbero dettate da un momento in cui la gravità come quello che precede una guerra.
Oppure, dopo un attentato alle Istituzioni, o un colpo di Stato, o un’insurrezione armata.
E’ questo che evocano le parole “viva preoccupazione”.
Qualcosa di altamente drammatico, di rottura, di dramma.

Le cronache politiche sono già salite sul carro dei vincitori dell elezioni di più di due mesi fa.
Basta vincerle le elezioni, i giornalisti devono prendere il loro stipendio, non c’è spazio per le critiche, per le coscienze, nessuna attenzione per i rischi che può correre una fragile democrazia malata come quella italiana.
Del resto, se il bullo trumpismo atomico ha potuto trionfare negli USA, cosa mai potrebbe turbare il sonno degli ignavi, in Italia?

La democrazia, in fondo, ha trionfato.
Lì, negli USA.
E pure qui, in Italia.
Hanno, abbiamo, votato.
Liberamente.
Candidati e programmi, idee e prospettive.
Ora, quindi, cosa vogliamo?

Domani avremo un nuovo governo.
Hanno fatto grandi promesse.
Avremo la luna che si specchia nel pozzo.
La botte piena e la moglie ubriaca.
Tutto e il contrario di tutto.
Prendiamoci tutto e subito.
Questo slogan mi sembra di averlo sentito già qualche altra volta, in passato.
Non ha portato niente di buono.

Aspetto, ormai, che vengano promulgati i nomi e gli incarichi.
Un vago senso di nausea mi coglie soprattutto quando sento i TG vomitare le loro perverse attenzioni per questa ridda di folli che s’è impossessata, col beneficio del voto democratico e libero, delle coscienze d’un popolo imbelle e senza coraggio.
Avremo, dunque, giorni duri e un prezzo che sarà molto duro da pagare, senz’altro.
Come sempre, le illusioni dei popoli le pagano sempre i più deboli, che non hanno niente per potersi difendere.
Invece, i ricchi, loro trovano sempre il modo di fare affari sulla miseria.
Prepariamoci, dunque, alla lotta.

Contratto di governo, le 5 stelle del Movimento e la linea dura della Lega: il programma finale del patto Di Maio-Salvini

MAMELI MUSIC

Premetto, l’inno nazionale non mi piace.
Lo trovo troppo retorico.
Un inno alla vittoria, alla vittoria di una guerra, una guerra per l’indipendenza e la libertà.
Per un popolo che non ha conosciuto praticamente nessuna vittoria, nessuna vittoria di una guerra, nessuna vittoria in una guerra per l’indipendenza e per libertà, mi sembra un inno sopra le righe, oltre la storia, al di là della realtà.
Gli italiani, in fondo, messi insieme, sono un popolo remissivo e pacifico, mite, operoso, molto creativo, fantasioso, un pò cinico, disilluso, anarchico, miscredente, infedele, incoerente, superstizioso, pigro…
Un inno alla vittoria, davvero, mi è sempre sembrato… inadeguato.
Anche musicalmente, dico, ho sempre pensato che quella marcetta fosse troppo leggera, veloce, poco solenne…
Però, stasera, una sorpresa me l’ha regalata youtube.
Una sorpresa, davvero.

LA CADUTA DELL’ANGELO

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Marc CHAGALL – La caduta dell’angelo

Livido, bianco, spaventato, furente, ferito, sconfitto.
Sullo spuntone di roccia acuminato della sua disfatta, l’Angelo del Male giaceva schiantato.
La roccia aveva tremato, la terra si era ritratta, il mare si era ritirato, l’aria s’era aperta, il cielo squarciato, le stelle rabbuiavano.
Solo le tenebre, dappertutto, nel mondo ancora non creato, sembravano gioire in silenzio.
Chi, cosa, come, in che modo, quali forze avevano scaraventato quella creatura giù dal trono?
Fratello contro fratello.
Creatura contro creatura.
Anche se il cosmo era ancora un ammasso inerte, un magma di caos ribollente, lassù, da qualche parte, nel punto più centrale del Nulla da disfare, nel nucleo del Tutto che avrebbe dato vita, in un futuro senza tempo, al Big Bang della creazione, in un punto senza spazio, in un istante senza misura, era avvenuto uno scontro furibondo fra forze tremende, ma ancora ignote e sconosciute.

Ma l’Angelo del Male era già l’Angelo del Male.
Nel momento in cui la Forza l’aveva detronizzato e menato in quel mare ribollente dell’Esistenza, aveva già preso un nome.
Il Suo nome.
Era stato già battezzato.
Come l’Angelo del Male.
Già.
Ma chi, cosa, quali ignote potenze erano uscite vittoriose da quel conflitto così epico?
Se un Angelo del Male era stato scaraventato nel Mondo, cosa, mai, poteva essere rimasto di Là?
Quale immensa forza?
Se nel Mondo non v’era ancora stata la divisione fra il Bene ed il Male, se la Creazione ancora non era avvenuta, se il Big Bang ancora doveva esplodere le sue reazioni nucleari, cosa poteva aver generato quello scontro?
Uno scontro fra quali Entità?

L’Angelo del Male, fosse stato una creatura mondana, si sarebbe spiacicato, sulla roccia bianca su cui si era schiantato.
Ma non erano carne, ossa, sangue, quelle che erano piombate dabbasso, nel Mondo, e che, su quel Mondo, si erano schiantate.
Erano parvenze, forme, idee.
Le primordiali apparenze della realtà che si sarebbe formata di lì in avanti.
E se era l’Angelo del Male a prendere forma da quelle parvenze, da quale altra dimensione eravamo dominati, da lassù, lontano, da quale oltre venivano le apparenze, che nome, che volontà, esse potevano mai avere?
Quale inspiegata, o inspiegabile, ragione aveva scatenato una guerra così devastante?
Quale destino poteva essere assegnato a questo Mondo dal quale il primo vagito fuggito dalla gola era quel rantolo del Male battuto su uno scoglio nel gorgogliare delle maree annodate e ribollenti, nel turbine fumoso dell’aere?

Il Destino.
Mai quella parola era stata, prima di allora, pronunciata da bocca di dio o di potenza.
Eppure, già dal primo istante del tempo misurabile, quell’angelo, l’Angelo del Male, si era trovato appiccicato addosso una condanna tanto crudele.
Essere condannato dalla Natura stessa ad essere l’Angelo del Male era frutto dell’azione di un tribunale senz’altro ingiusto.
Quale colpa, prima del tempo, nei cieli nascosti, si era dovuta consumare, all’insaputa della conoscenza, per determinare un Destino tanto amaro?
E quale Giudice poteva presiedere quel Tribunale?
Se il Male era stato scagliato quaggiù, di là, cosa era mai restato, solitario dominatore del Nulla?
Un Giudice col suo Boia.
Un Potere con un’Autorità tanto violenta.
O forse un Boia che si era arrogato il diritto di essere anche Giudice.
Un Potere che si era appiccicato addosso, con la più assoluta arroganza, i simboli dell’Autorità?

Molte ere sono passate da quello schianto.
Oggi guardiamo in alto, oltre le nuvole, più in là del cielo azzurro, fin nelle profondità del creato, nelle intimità nebulose ed oscure delle Tenebre.
Cerchiamo, là, il Bene.
Abbiamo deciso, noi, figli dell’Angelo del Male, che di là deve esserci il Bene.
E cosa mai sia, quel Bene che cerchiamo là in fondo, non sappiamo ancora dirlo.
Ci interroghiamo da generazioni e generazioni.
Abbiamo creato altari e templi.
Sacrificato fratelli e vittime.
Acceso fuochi e sparso incenzi.
Credendo di rabbonire quel Giudice.
Sperando, forse inconsapevolmente, che non formuli i suoi verdetti anche contro di noi.
Ci immaginiamo inferni, nell’aldilà.
E speriamo che esistano paradisi che ci possano ripagare della condanna.
Come fossero, quei paradisi, l’espiazione del male che ci è stato inflitto.
Ma chi, mai, abbiamo offeso, noi, per meritarci la condanna?
Quale colpa, mai, deve essere stata compiuta dal nostro padre, l’Angelo del Male, per meritarsi, e farci meritare, ancora per tutte le generazioni che avranno da passare, la crudele condanna del Male?

Quando si rese conto d’essere entrato nel Tempo, l’Angelo alzò gli occhi al cielo.
Di là sotto, il cielo, sembrava una volta azzurra, leggera, lieve, tenera, dolce, carezzevole, splendente di miliardi ci cristalli di luce.
Ma quella vista, per l’Angelo, che conosceva cosa ci celava dall’altro lato, era un inganno evidente.
Una menzogna.
Una finzione malvagia.
Una tentazione, una provocazione, una bestemmia.
Le Tenebre dell’increato erano ributtanti, rivoltanti, nauseabonde.
Oscure e viscide.
L’esatto contrario di quella bellezza allegra che sembrava Ordine e Pace.
La luce, che di qua era vibrazione e armonia, di là, era fuoco, vampa, forza distruttrice che eruttava oscurità densa, polvere e fumo ardente che inghiottiva tutto.
Al di là del buco nero che aveva vomitato l’Angelo c’era la massa del caos.
Violenta.
Cattiva.
Brutale.
Atroce.
Empia.

Come sarà nata, da allora, la vita?
Noi, figli dell’Angelo, chi siamo?
Io, che racconto la sua storia, figlio della progenie condannata, chi mai sono?
Vi è, in qualche recesso delle mie carni, della mia mente, della mia memoria inconscia, un barlume del ricordo di ciò che Egli vide, lassù, prima di essere scacciato, da una pedata infame, in questo mondo mortale?
Mi angosciano, a volte, nella notte, queste domande.
Quando il sonno si dilegua andandosi a nascondere, ma facendosi ancora desiderare, come l’acqua per chi ha sete.
Mi assalgono queste domande.
Ma, più ancora, mi angoscia, a volte, una domanda ancora.
Di là.
Si, di là.
Se di qua, la vita, il tempo, l’esistenza, il dolore e la gioia, la vita e la morte, hanno selezionato la nostra razza, e tutte le altre creature viventi.
Allora, di là.
Quali esistenze, o inesistenze possono essersi generate da quel Giudice arrogante?
O, peggio, da quel Boia usurpatore?

LA GIUNGLA DI CALAIS

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La “giungla” di Calais, estremo lembo della terraferma europea.
Prima di tuffarsi in acqua, nella salata salsedine che urla, minacciosa, la terra, per un ultimo istante, si volta all’indietro.
Cerca, con occhi disperati, un pò di pietà.
Non capisce.
La ragione di tanta violenza.
Quale forza, umana o divina, ha spezzato la continuità del continente sconfinato, imponendo alla terra, all’ultima estrema lingua di sabbia, d’inabissarsi, e morire, scacciata, tradita, ripudiata ?
La terra, fattasi sabbia sottile, gialla, come Turner la seppe sfiorare con pallide essenze sparse e soffuse, s’annega, inabissandosi, sotto il mostro d’acqua mugghiante.
Le zolle, solo pochi paesi più indietro erano sodi seni succosi gonfi di nutrienti frutti maturi, si sono poco a poco distese, cedendo sotto i colpi di taglio delle onde venute da tanto lontano.
Raspa, l’acqua salta, come i colpi dei poliziotti, o gas lacrimogeni, ferisce, brucia, consuma, uccide, annegando nell’abisso più oscuro, la speranza d’un continente che ora sembra un deserto.
Ingannava, l’arte del pittore, che dava il colore di zolfo alla bellezza del sole che affondava nello stesso turpe abisso della massa salata schiumante.
Il sole affondava.
Inesorabile, il destino decretava alla rotonda forma dell’astro di fuoco la pena della crudele tortura di sprofondare nelle fauci dell’irriducibile arcinemico.
Cosa volete, schiene ricurve sotto le indifferenti fatiche, crocifiggere il luminoso giorno solare o la notte ladrona, atra meretrice di ambigui incubi d’amore, estrema porta europea delle tenebre oscure?
Schiene spezzate.
L’artista vide la terra cosparsa di semi che diedero miseri fiori appassiti.
Schiene frustate, manganellate, respinte.
A Calais la terra viene scacciata nel mare, affogata, mangiata dai morsi e dai denti delle crudeli maree.
E di là, solo poco più in là, si erge la bianca scogliera della bionda isola dei sogni.
Indifferente, si specchia nelle acque che hanno addosso, ancora, l’aspro fetore della terra ch’è morta.
E uomini, al di qua e al di là.
Fuori dalla cornice delle profezie dell’arte.
O forse son bestie.
Mostruosi esseri privi di cuore.
Per queste turpi creature, Turner non ebbe i colori.

IL RICHIAMO

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Quando mi ha chiamato, non ho potuto fare a meno di provare il desiderio, irrefrenabile, di rispondere.

“Eccomi!”

Immediata, la mia reazione.

Dire subito di “Si!”.

Dentro di me, le energie hanno cominciato a moltiplicarsi, come una grande fornicazione nell’anima che avesse messo in subbuglio tutti sensi del mio corpo.ù

E dico sensi, non solo quelli, i cinque sensi della fisiologia umana, ma anche quelli intimi e profondi, psicologici, sentimentali, emotivi, irrazionali.

Il richiamo è l’urlo della foresta, che si sprigiona da profondità insondabili dell’io, distanze infinite dell’essere, dagli abissi bui ed oscuri dell’esistenza quotidiana, da quel punto del nostro cosmo interiore nel quale la stella della coscienza non porta nemmeno un raggio, di riflesso, neanche un riverbero, un barlume di luce…

Il richiamo.

Quando l’ho sentito risuonare è stato come lo scoccare di una molla, il rilascio della corda del mio arco, il colpo del mio percussore attivato da un grilletto invisibile e al tempo stesso inesorabile.

La volontà, ogni volontà di corrispondere, di dare un senso, una risposta, un si oppure un no, è stata scartata, evitata, disinnescata come una pericolosa spoletta della ragione.

La volontà.

La ragione.

Il richiamo è mille volte più forte, prepotente, come una belva feroce, violento, come ogni istinto irresistibile.

Cala con l’agilità di un’aquila  e la forza di un leone.

Abbatte.

Distrugge.

Conquista.

Domina.

 

Ecco, ho commesso un errore.

Un errore, l’errore fatale.

Ho esitato.

Un attimo.

Mi sono messo in ascolto e ho cominciato a domandarmi…

Non ho fatto a tempo a tirar fuori gli artigli.

Anzi, no, quelli sono spuntati sulla punta delle mie dita senza che neanche me ne accorgessi.

E quando me non sono, invece, accorto, mi sono visto trasformato.

In un mostro.

Orribile.

Terribile.

Tremendo.

Mi sono immaginato riflesso in uno specchio.

Davanti agli occhi la mia mano, un brandello di me, un moncherino strappato alla mia interezza.

Una mano, con un troncone di braccio entrato nel fuoco del mio sguardo attonito.

Divenuta in un istante un’arma con cinque lame affilate, ricoperta di un pelo nero, luci, ispido, urticante, metallico.

Animata da filamenti azzurrini percorsi da fluidi elettrici e scintillanti.

Faville di una forza incommensurabile, la forza della natura che con fatica si tratteneva in quel quadro così ristretto, lei, forza illimitata che abita, nell’universo, gli spazi infiniti e sconfinati dell’eternità del sempre.

Mi sono visto, così, nella mia mente, tutto intero.

Trasformato in una macchina obbediente a quella forza che, da fuori di me, con voce possente, mi richiamava, rimbombando, echeggiando come un uragano pauroso.

La forza dei fulmini e il terrore dei tuoni mi hanno preso, in un attimo, ma mi hanno reso potente come un cyborg invincibile.

Così, mi sono visto, in un istante, nello specchio della mia immaginazione.

Sicuramente devo essere malato.

Ho pensato.

Ho immaginato di pensare.

Ma, intanto, ho guardato da un’altra parte.

Più forte di me, l’istinto che mi aveva afferrato, mi torto, piegato, rivolto con la forza del desiderio alla concupiscenza più incontrollabile.

Ma ho commesso un errore.

Un banale errore dell’esistere.

Il tremare.

 

 

Più che obbedire.

Più che sottomettermi alla volontà preponderante.

Più che rendermi passivo strumento della voce che si era impossessata di me.

Più che farmi congegno, di molle e fluidi e correnti e forze.

Essermi visto.

Anche se per un istante soltanto.

Un attimo.

Un tempo esistito solo dentro di me.

Soltanto una frazione di tempo.

Nessun altro, al di fuori di me, può aver percepito, e misurato una tempo così breve, meno di una frazione virtuale.

Un tempo nato e morto solo in un lampo, in un palpito, una vibrazione.

Dentro di me.

Eppure è bastato.

A vedermi.

Trasformato.

In un mostro orribile.

Una macchina.

Obbediente, e docile, come tutte le macchine.

Insensibile ad ogni esitazione.

Eppure, per un attimo, un unico sguardo soltanto, smarrito, sottratto, rubato ad un succedersi di battiti di ciglia, mi ha mostrato la mia immagine, la mia nuova identità, il mio nuovo profilo psicologico e sociale.

Ed ho esitato.

Per quell’unico, un unico battito soltanto.

Una sistole.

Un’extrasistole.

 

Mi sono interrogato.

Mi sono chiesto.

Mi sono posto mille e mille e mille più domande.

Tante, tante da non poterne neanche enumerare, sono state le domande che in quell’attimo attimo così breve ed intenso, sono balenate nel mio tremito sgomento.

Non esistono numeri a sufficienza.

Per dare quantità a quelle domande.

Né geometrie bastanti.

Per dare un ordine.

Lo spazio, il tempo, la direzione, l’ordine.

Concetti inutili.

Vuoti.

Senza senso.

Tra il richiamo, istantaneo e senza preavviso alcuno, e l’esitazione, immaginaria e preterintenzionale, si è insinuata quest’altra dimensione infinita.

L’interrogazione.

Cos’è quel richiamo?

 

 

L’OGGI

 

Obiettivo anniversario anno 7

 

Felice anniversario con WordPress.com!
Ti sei registrato su WordPress.com 7 anni fa.
Grazie per averci scelto. Continua così.

 

 

Ormai, non scrivo quasi più, su queste pagine.

La bacheca di wordpress mi ha ricordato che proprio in questi giorni compiono sette anni i sogni di una “repubblica indipendente”.

Sogni che non svaniscono, anzi, che fino ad oggi si sono fatti più forti e vivi, concreti, materiali.

Ma sono sogni che si sono staccati da questo mondo di parole e immagini.

Non voglio dire che i sogni sono un mondo ingannevole, certo proprio no. Almeno finchè nei sogni uno ci crede sapendo che sono sogni e senza scambiarli per una realtà … diversamente comoda.

Invece, voglio dire che in questi anni, con questi post che, spesso, hanno voluto testimoniare la fede in un mondo migliore, nel domani, nel futuro, in questi anni, mi sono dovuto convincere di alcune ineluttabili verità.

Prima di tutto che le intenzioni che possono animare un… volontario come me non bastano a cambiare il mondo circostante.

Oggi siamo costretti a vedere, a continuare a vedere, immagini di morte, di guerra, di ingiustizia, immagini di bambini morti, di poveri esseri umani annegati, bombardati, annientati, derubati, sfruttati e violentati…

Mentre stiamo a tavola a mangiare.

Addirittura, le cosiddette associazioni no-profit con scopo umanitario si servono di immagini scioccanti per chiedere un obolo alla nostra coscienza. E potremmo concederlo, quell’obolo, per mondarla e sentirla più leggera. Mentre mangiamo, a dieta, il nostro pasto light, antiossidante, nutriente e leggero.

Oggi siamo costretti a subire la violenza di una finta democrazia, avendo concesso il diritto di parola a tutti. E poichè tutti possiamo dire la nostra verità, la verità che più ci aggrada, e crederci, come se ognuna delle migliaia e milioni di verità indipendenti, fosse l’unica vera verità, abbiamo dato vita ad un  mondo di menzogne. O, almeno, ad un mondo in cui non c’è più nessun valore in cui riporre la nostra fiducia, nel quale non c’è più nessuna differenza fra menzogna e verità.

Oggi siamo costretti a credere che i nostri sogni ed i nostri incubi sono fatti della stessa e medesima materia.

E dire, parlare di questo, consegnare ad un foglio, una pagina, bianchi, i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri sogni, forse non ha più un gran senso.

Un blog, ho imparato in questi anni, è una palestra importante per sviluppare il pensiero, è una palestra dove i muscoli delle idee si fanno più forti.

Ma una palestra finisce per diventare una specie di spazio angusto, e gli esercizi, rischiano di diventare inutili ripetitivi passi di un’ossessiva danza solitaria.

Un volontario come me, oggi, si sente sommerso dal peso di ciò che accade nel mondo.

Non riesce più a sopportarne il carico, così pesante.

E non riesce neppure a far pace con la propria coscienza, vanamente e prolungatamente urticata dall’indifferenza del mondo al proprio grido di LIBERAZIONE.

Urlare al cielo, solitari, mentre quello, indifferente, fa finta di nulla, alla lunga è troppo duro, fa male al cuore.

Può uccidere i sogni.

Il mondo, là fuori, è pieno di urla solitarie, che non si fanno urlo di folla, di masse.

Restano disperati tentativi di articolare un qualche pensiero.

Utili, o inutili, quei tentativi, non fa molta differenza.

Nè molto male.

L’indifferenza del mondo, delle televisioni, delle notizie, dei fatti, assomiglia tanto a quel fiore giallo che ho visto crescere, indifferente e bello, nella terra del campo di Auschwit.

Immorale, sconcia, volgare, la verità delle cose, della natura, del mondo, non si lascia neppure sfiorare dal senso, dalla pietà, dalla coscienza.

Ecco, oggi viviamo nel tempo delle parole che si sono fatte pesanti e dure, come pietre, e come pietre spigolose o taglienti.

Eppure, mute, indifferenti, immobili.

Per questo, oggi, il peso del settimo anniversario di questa “repubblica indipendente” è diventato quasi insostenibile.

Il mondo, leggero, con una smorfia, svagato e distratto, procede nel suo volteggiare volubile.

L’uomo, pare, si sia perso.

Forse è sceso.

O caduto.

Chissà.

MACERIE

E’ un post triste, stasera, muto, di dolore.
Ognuno di noi, nel cuore rifletta.
C’è qualcosa che, nel tempo, si riproduce sempre uguale, il male terribile.
E noi ce lo raffiguriamo, o crediamo di poterlo fare, con le immagini più shoccanti, convinti, o speranzosi, che la pietà smuova il mondo e sconfigga il male.
La sequenza di foto che segue non esaurisce la serie di immagini shoccanti della morte sulla faccia dei bambini.
Ma la testimonia, forse, io spero, significativamente.
Eppure, non c’è fine a questa catena del male.
Oggi.
Ieri.
L’altro ieri.
Una guerra fa.
O due.
Non c’è fine!

Uno dei bimbi annegati oggi (cliccare sul link per la foto).

 

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PROFUGHI SIRIANI
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E questo racconto, che descrive meglio di tante parole, la storia del dolore che si rinnova, viaggia con il sangue, entra nella catena del DNA di chi sopravvive e produce la malattia.