PER LA MEMORIA

A cosa serve la memoria davvero?

Non sono in grado, in questa giornata speciale, dedicata alla memoria collettiva, di dare una risposta immediata alla domanda.
Lo specchio magico del mondo, l’informazione – tramite tivvù, internet e giornali – mi riflette un’immagine falsa della realtà e, al tempo stesso, di conseguenza, mi conduce ad una risposta non vera, o almeno solo parzialmente vera, più vicina al falso che al vero.
Se, mai, qualcosa di vero esistesse davvero.

La retorica delle ricordanze ci porta in casa immagini dolorose di 72 anni fa.
I campi di sterminio, la Shoah, il Male Assoluto.
La mortificazione dell’umanità.

Poi, dal fondo dei 72 anni trascorsi dalla apertura del campo di Auschwitz, tornando a guardare nell’oggi, cosa vedo?
La carneficina giornaliera di attentati e stermini, naufragi e morti per fame, guerra, schiavitù e lavoro, nel mondo e in Italia, le abbiamo dimenticate, pare, quelle.
Oggi, nei Balcani, ci sono 5 gradi sottozero circa di temperatura massima.
Fuori dalle porte dei confini sbarrati con i fili spinati, con un meteo che va da -11 a -5 mediamente, restano in attesa di un gesto di umanità, migranti e profughi scacciati ed indesiderati.
Nel mar Mediterraneo, come ogni altro giorno, come sulle spiagge e nei campi di Lampedusa e di cento altre città, marciscono centinaia e migliaia di senzanome, corpi che anche dopo morti restano di ignota identità.
Negli Usa, grassi e sovrappeso, si firmano i decreti per la costruzione di muri e imposizione di dazi doganali.

Barriere, divisioni, confini: è questa la memoria dell’oggi?

Il telegiornale, dopo le notizie di prammatica sulla memoria e le miserie del mondo, poi, scivola, come in preda ad un parkinsoniano delirio, sui pagamenti corruttivi dell’ex Cavaliere che continua a versare il riscatto della sua onorabilità perduta in un troiaio di lusso. E’, pare, la metafora perfetta di questo “oggi”, di questa memoria svagata e perduta.

Infine, ci eccitiamo anima e corpo per le imprese della nostra squadra del cuore. E, da ultras inferociti, lucidiamo le mazze per sfasciare teste e vetrine nella giornata calcistica che incombe nel weekend che ci assale.

Ormai, la sigla finale del Tiggì ci monda l’intorpidita e confusa coscienza.

Un pò smarrito mi godo un sorso di morbida grappa.

Ho dimenticato che mentre tornavo a casa, stasera alle 19,00 suonate, una povera crista mi ha chiesto “dammi un aiuto, dammi un soldo di carta, è la prima volta che mi trovo in una situazione così”.
Io le ho risposto contrito un “mi dispiace, non posso” ed ho allungato il passo per attraversare la via.

A cosa serve la memoria davvero?

MORTE DELLA DEMOCRAZIA IN USA – The death of democracy in USA

Ieri si è insediato il 45° presidente degli Stati Uniti, mr Trump. Mr. Donald Trump.
Adesso la democrazia ha qualche problema.
Prepariamoci.

I media, asserviti, dopo le minacce mai velate e negate dal miliardario Mr. President, e dopo la cruda sconfitta imprevista, ormai lumacosamente sbavano ai piedi di Capitol Hill.
Elemosinano un posto nel mercato.
Pigolano impauriti di post-verità, riscrittura della storia, nuovo corso americano.

Invece si dovrebbe evidenziare la verità, la nuova verità.
La morte della democrazia in America.
La menzogna usata come mezzo e linguaggio politico.
La violenza, per ora solo verbale, ma domani chissà, minacciata per dirimere i conflitti fra poveri e ricchi.
Il razzismo per conquistare i voti.

America first.
E chissenefotte di tutti gli altri!
Muoiano i morti di fame.
Noi, bianchi, ricchi, potenti, diventeremo più bianchi, più ricchi e più potenti di sempre.
Heil, mr billion dollar Trump!

Fa paura, la follia americana.
Fa paura perchè è la pratica dimostrazione della follia del mondo.
E’ la fine di ogni cosa avevamo pensato potesse esser chiamata democrazia.

POVERI E RICCHI

E noi, poi, ci chiediamo perchè.
Perchè, nel mondo, stanno accadendo sempre più frequentemente certe brutte cose??!!
E, con un certo stupore, con sgomento, quasi, ci chiediamo perchè , invece, non ne accadano delle altre…

Ma qui non faccio considerazioni, non faccio domande.
Qui lascio solo la risposta ai dati.

Dal rapporto OXFAM:  GRANDI DISUGUAGLIANZE CRESCONO
http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2015/01/Paper-Davos-2015_finale.pdf

La ricchezza globale è sempre più appannaggio di un gruppo elitario di ricchi individui. I dati di Credit Suisse mostrano che a partire dal 2010 l’1% più ricco di individui nel mondo ha visto crescere la propria quota di ricchezza globale totale. (come si evidenzia nella figura 1).

Figura 1: Quota di ricchezza globale posseduta rispettivamente dall’1% più ricco e dal 99% più povero. Credit Suisse, dati disponibili 2000-2014.

1

Nel 2014, l’1% più ricco della popolazione mondiale possedeva il 48% della ricchezza globale, lasciando appena il 52% da spartire tra il restante 99% di individui sul pianeta.1 La quasi totalità di quel 52% è posseduto da persone che rientrano nel 20% più ricco, lasciando quindi solo il 5,5% al restante 80% di persone. Se questa tendenza continuerà, con una crescita a favore dell’1% più ricco, in soli due anni si determinerà una situazione per cui l’1% più ricco possiederà più del totale posseduto dal restante 99% delle persone, come si evidenzia nella Figura 2, con una quota di ricchezza dell’1% più ricco che supererà il 50% entro il 2016.

Figura 2: Quota della ricchezza globale posseduta rispettivamente dall’1% più ricco e dal 99% più povero; le linee tratteggiate proiettano il trend 2010-2014. Entro il 2017, l’1% più ricco possiederà più del 50% della ricchezza globale.

2

I super-ricchi appartenenti a quell’1%, gli ultramiliardari della lista Forbes,2 hanno visto le loro ricchezze accumularsi anche più velocemente in questo periodo storico. Nel 2010, le 80 persone più ricche al mondo detenevano una ricchezza netta pari a 1.300 miliardi di dollari. Nel 2014 le 80 persone in cima alla lista Forbes avevano una ricchezza complessiva di 1.900 miliardi di dollari; un aumento di 600 miliardi di dollari in soli 4 anni, ovvero il 50% in termini nominali. Se tra il 2002 e il 2010 la ricchezza totale, misurata in dollari statunitensi, della metà più povera della popolazione mondiale è cresciuta più o meno allo stesso ritmo di quella dei miliardari; lo stesso non si è verificato a partire dal 2010, quando, invece, è andata sempre più diminuendo.

Figura 3: La ricchezza delle 80 persone più ricche3 al mondo è raddoppiata4 in termini nominali tra il 2009 e il 2014, mentre la ricchezza del 50% più povero nel 2014 è inferiore a quella posseduta nel 2009.

3

La ricchezza di questi 80 individui è ora la stessa di quella posseduta dal 50% più povero della popolazione globale. Questo vuol dire che 3,5 miliardi di persone spartiscono tra loro un ammontare di ricchezza equivalente a quello degli 80 super-ricchi.5 Poiché nessuno ha visto crescere la propria ricchezza allo stesso ritmo di quella degli 80 in cima alla lista, la quota di ricchezza globale posseduta da questo gruppo è aumentata e il divario tra i super-ricchi e chiunque altro si è nettamente accentuato. Di conseguenza, il numero di miliardari che hanno la
80 persone nel mondo posseggono oggi la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione. Nel
2010 erano 388. stessa ricchezza della metà più povera del pianeta si è rapidamente ridotto negli ultimi cinque anni. Nel 2010, ci volevano 388 miliardari per raggiungere un volume di ricchezza equivalente a quella della metà più povera della popolazione mondiale; nel 2014, questo numero è drasticamente sceso a soli 80 miliardari (si veda Figura 4).

Figura 4: Numero di miliardari necessari per raggiungere lo stesso volume di ricchezza posseduto dal 50% più povero della popolazione mondiale.

4

Nel 2014 c’erano 1.645 persone nella lista dei miliardari di Forbes. Questo gruppo è ben lontano dall’essere rappresentativo a livello globale. Quasi il 30% (492 persone) sono cittadini statunitensi. Oltre un terzo dei miliardari era già ricco in partenza, con il 34% che ha ereditato parte o la totalità dei loro averi. Questo gruppo è soprattutto di genere maschile e di età avanzata: l’85%7 ha superato i 50 anni ed il 90% è maschio.

LISTA DEI 20 UOMINI PIU’ RICCHI SECONDO LA RIVISTA FORBES:

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IL REFERENDUM – p. III

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Bene, la Tv ha dato le percentuali dei votanti alle 19,00, molto alte, molto più delle solite occasioni. Il che fa capire, così mi sembra, che questa volta sia una delle volte in cui il popolo ha deciso di far sentire la sua voce in modo chiaro e forte.
Ottimo, qualunque sia la sua decisione.

Io anche ho votato e, con me, la mia famiglia.
Siamo andati un pò sparsi, chi di mattina, chi stasera.
Ma ci siamo andati tutti.
Non siamo, peraltro, tra quelli che si astengono, di solito, se non ci sono ragioni di forza maggiore, magari con la sofferenza nel cuore, facciamo comunque il nostro dovere.

Io ho votato SI.
Non divulgo, invece, ciò che i miei hanno votato.
Io ho votato SI, nella consapevolezza, o nell’aspettativa, di trovarmi in minoranza, nettamente, tra coloro che, pur tra mille dubbi e mille perplessità, hanno pensato che bisognava fare qualcosa, dare un segno, dire basta, almeno, a quelli che per gli ultimi due o tre decenni hanno fatto strame della povera Italia.
Quelli, tutti uniti, formavano l’armata Brancaleone del NO.
Quelli non vorrei ritrovarmeli per altri due o tre decenni a fare strame del destino di questa nazione.

Tra i NO ci sono anche gli ultimi arrivati, i collodiani, i grilloparlanti.
Settari, parolai, illusi, disperati.
Novelli seguaci di una parrocchia nichilista.
Presuntuosi ed incapaci, anzi, incapaci soprattutto perchè presuntuosi.
Presto la fatica del Fare li disperderà come polvere al vento, perchè per gestire qualcosa, un comune, una città, una nazione, oltre le buone intenzioni e le belle parole, occorrono capacità, organizzazione, competenza, professionalità.
Merci rare.

L’onestà.
Occorre l’onestà per Fare le cose.
Gestire, amministrare, dirigere, condurre, guidare. Gli uomini di un gruppo, di un Movimento, di un Paese.
Occorrono onestà e modestia.
Onestà intellettuale e disposizione alla fatica ed al sudore.
Non bastano le chiacchiere.
Ed io ho anche il dubbio che, oltre le chiacchiere, in quel movimento si stiano intruppando forze marce della politica.
Troppo ingenui, questi principianti, per volponi collaudati nel trasformismo politico.
Troppo permeabili.

Cosa mi aspetto da domani l’ho già scritto sulla mia pagina Fecebook.
Non mi aspetto granchè.
Anzi niente.
A meno di sorprese impreviste.
Finquando gli italiani, il Popolo, non daranno segni di risveglio dal torpore ultradecennale in cui sono caduti, un letargo pericoloso ed eticamente vergognoso, non accadrà nulla, da domani, che possa farci dire: Finalmente.
Nei partiti i soliti affaristi di lobby, di loggia e di interesse, saranno pronti alle solite giravolte ballerine.
E noi, vittime predestinate del bordello nazionale, saremo di nuovo pronti ad accogliere le loro offerte da quattro soldi.

Sorprese?
Possono succedere.
Certo.
La storia cammina, non si ferma mai.
Chissà.
Pure in questo marasma generale, nel quale emergono drammatiche forme di disprezzo per i valori morali, civili e politici nei quali mi sono formato, non posso non sperare.
In silenzio, me ne sto a guardare.
Qualcuno mi ha detto che sbaglio, a starmene in disparte.
Può darsi che abbia ragione.
Oppure no.
Chissà.

Forse non ho più l’età.
O forse è la stanchezza.
Ma basta un voto.
Anche oltre confine.
Oggi, in Austria, non hanno scelto in modo cieco ed egoista, come avevano fatto negli USA ad inizio novembre gli americani.
Hanno dato un segno.
Basta così poco per fare accendere al speranza.
Almeno per un istante.
Basta una percentuale un pò più alta.
Per dare un pò di calore.
Almeno per un post.
Restiamo in attesa del responso delle urne.

POST SCRIPTUM
Il mio voto per il Si è basato su una modesta valutazione del merito della riforma.
Molte preoccupazioni mi avrebbero spinto, in un’altra situazione, a votare per il No.
Ritengo pericolosa la deriva populista di questi ultimi tempi e la costituzione riformata darebbe corpo e forza agli istinti della pancia popolare e politica, questo mi preoccupa più di ogni altra cosa.
Il mio Si, tuttavia, vuole essere un voto d’opposizione, un voto Contro.
Opposizione alla vecchia classe politica.
Opposizione al modo opportunista di fare maggioranza ed opposizione speculando sulle rendite di posizione maturate in una democrazia rappresentativa autoreferenziale.
Contro quei politici di destra che di Destra non avevano niente, mentre avevano solo fame e volevano saziarsi alla nostra tavola, a spese nostre. E ci sono riusciti.
Contro, anche, quei politici di sinistra che di Sinistra non avevano niente, neanche più, alla fine, le belle parole o le buone intenzioni, essendogli restata, alla fine, soltanto la fame che hanno saziato, anch’essi a spese nostre.
Contro, infine gli speculatori, che hanno mangiato a spese nostre e che, con le nostre tasse hanno riempito le loro tasche.
Anche tra i sostenitori politici del Si sono molti quelli che ricadono nelle mie categorie dei Contro.
Non posso farci nulla.
Ma, dovendo scegliere, mi sono sembrati più compatti i Brancaleone del No.

TRUMP – storie di gatti e di topi

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Film: Moore in Trumpland (click here)

E’ andata così.
Ormai, si dice tanto in Tv, la storia ha vinto contro i sondaggi.
Trump è la storia, Clinton i sondaggi.
Così dicono.
Comunque, è andata così.
Senza parole, restiamo a vedere, ora, cosa succede.
Bene?
O male?
Cos’altro possiamo fare, se non restare a vedere?

Ognuno di noi ha una responsabilità.
Nelle cose della vita, intendo, della vita in cui è inserito come uomo, come cittadino, come padre, o madre, o figlio, o fratello, o amico, o semplice prossimo di qualcun altro.
Ognuno di noi, nel restare a vedere, non può restare fermo.
Restare a vedere significa, per ognuno, continuare a vivere la storia.
Nessuno può tirarsi indietro, neanche se lo volesse davvero.
Perchè la storia è fatta del sangue di noi tutti, della nostra carne, dei nostri bisogni, dei desideri e anche dei sogni.
E nessuno può impedire, a chiunque di noi, di essere sangue, o carne, o di soddisfare i nostri bisogni, oppure di avere speranza che desideri vengano esauditi ed i sogni realizzati.
Nessuno ce lo può impedire e nessuno può tirarsi indietro.
E’ questa la storia.

Il tempo che stiamo vivendo è il tempo delle solitudini solitarie.
Lo chiamano social, questo Tempo.2, il tempo delle solitudini solitarie.
Lo chiamano social perchè ad ognuno è stata data una lavagnetta bianca su cui scrivere i propri sogni.
O i desideri, i bisogni, e i nomi di ognuno, che sono, poi, invece, la carne ed il sangue di ciascuno.
Ci hanno dato queste maledette lavagnette bianche, che cantano e suonano, e ci cullano portandoci in sonno.
E cosa scriviamo, invece, su queste lavagnette?
Che siamo soli.
Ognuno è solo, e, solitario, scrive il suo messaggio in bottiglie vhe si perdono nel vuoto immenso dell”oceano social.
Qualche volta si trova un messaggio.
Ma a nessuno vin voglia di leggere davvero cosa c’è scritto su quel maledetto fastidioso messaggio.
E così, giorno dopo giorno, sera dopo sera, il tempo passa, i messaggi si accumulano come le immense isole di immondizia galleggiante che si formano si perdono in mezzo agli oceani.
Ogni messaggio porta scritto, in calce, un nome e cognome.
Ma senza carne, nè sangue, non sono altro che nomi.
Nomi perduti.
Ed ognuno di noi, perduto il suo nome, resta davvero da solo.
Da solo, senza se stesso e senza nessun altro.
Sono queste le solitudini soliarie del Tempo.2 che siamo vivendo in questo tempo perduto.

La storia delle solitudini solitarie genera mostri.
Fantasmi, paure, angosce.
La mente degli uomini soli si riempie di fantasmi, angosce, paure, terroti.
Mentre nel mondo gli orrori del mondo restano sempre gli stessi.
Donne, bambini, uomini, a cui viene rubato il destino.
Sono i poveri, i deboli, quelli che non hanno niente o nessuno.
Quelli che scappano, che fuggono, che cercano, che sperano sempre in qualcosa domani.
E quelle moltitudini metto tanta paura.
Moltitudini di fantasmi.
Moltitudini di uomini soli.
Solitudini solitarie.
Che mettono angoscia.
Perchè in mezzo a quei fantasmi che mettono tanta paura ci siamo persi anche noi.
Con le nostre angoscie, le nostre paure, le nostre angoscie solitarie e penose.

Temiamo più noi, gatti con la pancia piena, addormentati sulla porta di granai fortificati, che loro, i topi, che vengono a rubarci, tra le zampe, di nascosto, la preziosa mercanzia che abbiamo accumulato.
Siamo sazi.
Grassi.
Obesi.
Non riusciamo più a catturare quei topi affamati.
Neri, puzzolenti, fetidi, sgattaiolano tra le nostre zampe lasciandoci soltanto un senso di nausea a strozzarci la gola.
Non riusciamo a fermarli e pensiamo di costruire dei muri, chiedere porte, sbarrare finestre.
Mettere i sacchi davanti alle trincee nelle quali ci siamo rinchiusi.
Galere nelle quali moriremo asfissiati, ingozzati, infelici, perchè non abbiamo più la forza neanche di fare la guerra a quei fetidi topi.
Per questo, ormai, abbiamo imparato ad usare soltanto la voce.
Facciamo “BUM!”, perchè ieri, i topi scappavano, quando uno di noi faceva “BUM!” davvero forte, così.
E facciamo anche volare i droni, ora, senza i piloti, così, non può più accadere che un nostro pilota si sfracelli colpito da un razzo sfuggito alle difese delle fortezze volanti.
Fanno “BUM!” anche loro.
Ma fanno anche morti e rovine.
Ammazzano qualche topo e distruggono una tana.
O due.
Ma tanto, a che serve?

La Storia del mondo dei topi si scrive applicando un’altra regola della grammatica.
Ricordo ancora, dai tempi di scuola, la differenza fra i nomi comuni, scritti con la minuscola, ed i nomi propri, ai quali si deve premettere l’iniziale maiuscola.
Già, la scuola.
Sarebbe, oggi, una medicina efficace per curare la malattia della nostra solitudine solitaria e angosciosa.
E invece?
A scuola, oggi, s’insegna, ancora, quella regola della Storia Maiuscola e di quella minuscola?
Le scuole in cui si diploma il nostro mondo dei gatti non conosce più la differenza.
Anzi, credo, sinceramente, ormai si pensi seriamente che la storia sia solo quella che si scrive nel libro dei gatti.
E che la Storia, nei libri dei topi, al contrario, venga scritta con i caratteri di indecifrabili calligrafie e strane regola di rozze grammatiche.
Così, anche nei libri, noi gatti, soffriamo una malinconica solitaria solitudine angosciata.

Non credo che l’elezione di Trump riuscirà, nel tempo in cui siamo fermi in attesa, a cambiare le regole della nostra grammatica.
Forse si tratta solo di un altro gatto messo a guardia del nostro fornito granaio fortificato.
Forse, altri grassi gatti da difesa si stanno già leccando stancamente gli unti baffi cadenti, nei nostri granai, al di qua dell’oceano.
Sento ronzare i motori dei droni nelle officine delle nostre città.
E vedo innalzarsi, di giorno in giorno, muri sempre più alti, laggiù, all’orizzonte, che diventa ogni giorno più stretto. Come una cella.
Ci stiamo rinchiudendo in prigioni dorate.
Qualcuno dirà, meglio che nelle sconfinate pianure dove si muore di fame, di sete, di malattie e di guerra.
Così, abbiamo descritto la differenza fra la storia, che stiamo scrivendo di qua.
E la Storia, che stanno scrivendo di là.
La storia di grassi prigionieri sazi, rinchiusi in celle con porte e sbarre dorate.
E la Storia, di chi fugge, negli sterminati spazi del mondo, dalla morte certa e dalla miseria.

Anche i gatti erano animali selvatici, un giorno.
Fuggivano dalla miseria, dalla fame, dalla crudele caccia dei cani.
Scrivevano nobili libri di Storia.
In quei libri erano narrate le eroiche gesta della conquista del mondo.
Un mondo dove la libertà, l’uguaglianza ed il progresso dovevano rendere felici tutte le creature che nascevano eguali da Madre Natura.
Ormai, quei libri son perduti nella memoria del popolo dei sazi gatti guardiani sulle porte delle fortezze-granaio.
Schiavi obbedienti al padrone che gli riempie ogni giorno la pancia.
Solo qualche randagio, forse, perduto tra i fantasmi del mondo, ancora ne ricorda l’esistenza.
Seppure nel dubbio.

Noi, possiamo solo raccontare la Storia

IL REFERENDUM – p. II

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L’ITALIA

Era importante,dare l’idea di ciò che ci accade intorno, nel mondo, prima di parlare del nostro referendum nazionale del 4 dicembre.
Non siamo su un’isola, ma in un arcipelago, in un grande arcipelago.
E quindi, dobbiamo cercare di capire dove ci troviamo.
In una bella confusione, a dire il vero.
Ma questa è la verità, che possiamo farci?

Per parlare del referendum, dobbiamo parlare dell’Italia.
Perchè la cosidetta riforma che andremo a votare è frutto, figlia, della realtà e della situazione del nostro Paese.
Vogliamo fare un breve riepilogo un pò più ampio del corto respiro della stampa e delle tivvù?
Si soffoca, nell’ignoranza, nel buio, nella mancanza di memoria.

Allora, ricordiamo.
L’Italia in crisi profonda, politica, economica, morale.
Il berlusconismo, con i suoi ministri burletta, nani e ballerine al potere.
Oltre le … Olgettine.
I sorrisetti di Merkel e Sarkozy, che, comunque, adesso, non se la passano poi tanto bene.
I sacrifici a senso unico del governo dei tecnici-commissari.
I leghisti, un pò razzisti, un pò paraventi.
La sinistra scissionista.
La destra demolita dagli scandali, dalle ruberie, dalle leggi ad personam, dall’incapacità di dare un modello economico, politico e morale all’Italia.
Il partito democratico, nelle sue varie declinazioni, inabile e sfaticato, propenso più a farsi lo sgambetto da solo che a dare un indirizzo alla Nazione.
Tangenti, dazioni, scambi clientelari.
Le preferenze no (un refenrendum popolare le abolì con l’80 per cento circa dei si).
Le preferenze si (le chiedono i grillini, soprattutto).
Il Parlamento che vota per Ruby Rubacuori nipote di Mubarak, a maggioranza dei assoluto dei presenti.
Il Parlamento, quello eletto subito dopo, incapace di eleggere il Presidente della Repubblica.
Il Parlamento preso a schiaffi dal neoelettorinnovato Napolitano.
Il Parlamento che appalude le rampogne severe del vecchionuovo Presidente Napolitano.
Governi, ormai, ai quali ci siamo assuefatti, governi incolore, di coalizione contronatura, incestuosa.
Governi licenziati come cameriere e governi che spadroneggiano come bulli di quartiere.
Questa è la situazione politica, in Italia.
Ma anche nel resto del mondo, come abbiamo visto, non va mica tanto bene, poi.

E il popolo che fa?
Arride alla democrazia elettronica.
Più di metà del popolo non si connette ad internet neanche una volta aalla settimana, ma tanto che fa? Votano lo stesso per il comico tanto simpatico.
Che a me non sta neanche tanto simpatico, dato che strilla come un ossesso, sempre, da sempre.
Si è fatto famoso con la tivvù di Stato, ma lui, di quella tivvù, ora fa il fustigatore.
Da trent’anni sta lì, sulla scena, con lo stesso spettacolo (provare su youtube per credere), ma passa per il nuovo che avanza.
Già, e intanto, il popolo che fa?
Continua a giocare alla caccia alla volpe, dove la volpe è quella che tenta di scappare per non pagare le tasse ed i nobili a cavallo fanno finta di darle la caccia senza sparare, solo per farsi voler bene.
Tutti possono fare la parte della volpe.
E tutti possono fare la parte del nobile a cavallo.
Si ruba in ogni appalto, si frega in ogni banca, si truffa in ogni tornello.
Le leggi sono fatte contro il popolo e il popolo si beffa delle leggi.
I carabinieri vanno a acavallo mentre Equitalia che faceva pagare le tasse viene abolita perchè faceva pagare le tasse.
E adesso?

I signori della politica si sono divisi fra il SI ed il NO.
Il SI ed il NO, ma per che cosa?
Per la riforma, il referendum, il futuro della Nazione?
A me sembra che si siano divisi soprattutto fra chi detiene il potere e chi, avendo perso il potere, vorrebbe detenere un’altra volta il potere.
Sul fronte del SI ci stanno solamente quelli che hanno preso il comando da poco.
Sul fronte del NO ci stanno tutti gli altri che hanno perso il comando da poco.
Sul fronte del SI si sono messi gli americani, i banchieri, le società di rating internazionale e gli euroburocrati di Bruxelles.
Sul fronte del NO si sono incatenati tutti quelli che voglio o continuare a mungere il latte della vacca.
Noi siamo la vacca.
In tanti si voglio attaccare alle nostre mammelle.
Tutti parassiti.
Non faccio i nomi, per decoro, ma ognuno se li può declamare, come i santini la sera.
E’ davvero un pò triste, ma la situazione descritta mi pare proprio quella che abbiamo di fronte.

Ed io che farò?
Oh, bella, strana domanda.
Escludo di astenermi.
Perchè sarebbe come mettere il didietro a disposizione, indifferentemente, di chiunque ne volesse approfittare.
Devo decidere da che parte stare.
O per il SI, o per il NO.
Cosa succede si perdono quelli per il SI?
Sicuramente quelli per il NO riprendono forza e vigore.
Già si vedono nani, ballerine, olgettine, grilli parlanti, radicalchic dalle belle parole, leghisti razzisti, fascisti un pò neo un pò post, accumulatori vari di cariche e incarichi, tecnici di belle speranze e tristi passati… stanno fregandosi ben bene le mani.
Un filo di bava alla bocca.

E se perdono quelli del NO?
Chissà.
Forse un ventennio renziano?
Un trentennio?
Mah, non saprei.
Ma metto in fila un qualche altro referendum ipotetico.
Renzi contro Trump.
Renzi contro Hollande.
Renzi contro Cameron, Blair, May.
Renzi contro Farage, Salvini e Grillo.
Renzi contro Tusk, Orban e Erdogan.
Renzi contro Putin.
Renzi contro Merkel (dai, questa, dopotutto, è un pò più difficile).

In Belgio sono stati qualche anno senza governo, hanno risanato il debito pubblico e dato una spinta alla ripresa del PIL.
Anche in Spagna, sono riusciti a starsene un anno tranquilli, con lo spread migliore che in Italia, il PIL al + 4% e il deficit pubblico libero di andarsene a spasso senza che a Bruxelles se ne avessero a male.
E se anche da noi si provasse a starcene un poco senza governo?
Un bel commissario straordinario.
Solo per l’ordinaria amministrazione.
In fondo non nuoce a nessuno, come Tronca, il commissario straprdinario del Comune di Roma.
Ma l’avete vista la nuova Sindaca vittima del complotto dei frigoriferi che hanno votato per fare vincere i grillini e fargli fare brutta figura?

La situazione, in Italia, è grave, ma non è seria, diceva Ennio Flaiano.
Ed aveva pienamente ragione!

IL REFERENDUM – p. I

geopolitica_inpetrolio

IL CONTESTO ESTERNO

Facciamo un post sul referendum, mancano poche settimane, ormai, al 4 dicembre, data, ormai, fatidica, almeno per questa Italia di oggi.
Ce ne ricorderemo, forse, di questo 4 dicembre, negli anni venturi, perchè, comunque andrà a finire l’esito del voto, è probbile che ci saranno conseguenze durature.
Prima di dire cosa ne penso, qual’è la mia opinione, vorrei evidenziare il contesto esterno in cui si colloca questo momento storico del tutto particolare.
Così, al volo, in fretta, le tensioni sono fortissime.
Negli USA, la battaglia fra Trump e la Clinton è simbolo di una democrazia che pare essere sfiorita, appiattita tra una dimensione affaristico/dinastica (i Bush, i Clinton… ma non c’è altro, nel panorama americano? Oh, si restano i Tea Party ed i lobbisti, poi i socialisti alla Sanders, molto pop… ma poco costruttivo… E i giovani? I lavoratori? Gli immigrati? I ricchi e i poveri? Tutti [s]contenti?)ed un populismo postfascista.
In Russia, in Turchia, nel mondo Arabo, confini-contorni di un’Europa invecchiata male, emergono visioni autoritarie del potere e spinte a fondamentalismi e personalismi che accerchiano le consunte democrazie rituali europee.
In Oriente, in Cina, in India e le altre Tigri dell’Est, la via al capitalismo, se da un lato viene percorsa a passo molto veloce (+/-) e senza minacciare sfracelli di guerre, lì è evidente che è differentemente decolinato il significato della parola democrazia, i valori per i quali siamo cresciuti e nei quali ancora (forse) crediamo. L’individuo si può arricchire, può aspirare al benessere, ma lo Stato resta un’entità sovraordinata di natura molto autoritaria (ho incluso l’India, che però ha sue specificità peculiari, ma tanto devo semplificare).
I Paesi dell’America del Sud, Brasile, Argentina, eccetera, sembravano alla svolta, solo pochissimi anni fa.
Ora, pagano la crisi del capitalismo più maturo, pagano uno sviluppo squlibrato, una visione della democrazia malata, spesso deforme, un pò idealizzata e romantica…
Cosa ho dimenticato? L’Australia, la Nuova Zelanda, il Canada, periferie del mondo, verrebbe da dire, almeno, in termini di significatività… nella storia contemporanea. E che, poi, potrebbe essere il modello migliore, no?
Che altro ho dimenticato?
Ah, si, l’Europa. L’ho solo citata.
Fragile, debole, stanca, malata.
Così, la vedo, oggi. Così si manifesta sulla scena mondiale.
Non vado nei dettagli dei singoli Popoli, ma basterà sintetizzare i sintomi dei mali.
Paura.
Paura di aver perso il tram del progresso, di invecchiare, di venire inghiottita dal gorgo del mondo che gorgoglia di vita, ma che proprio perchè è vita, rigurgita disordine, violenza, prepotenza, mentre digerisce e rumina ricchezza, potere e benessere.
In difesa del superfluo accumulato nei 70 anni del dopoguerra, in Europa si litiga sui decimali di calcoli percentuali privi di qualsiasi rapporto con una qualsivoglia realtà tangibile e concreta: i parametri di Maastricht, sono forse frutto di sperimentazione scientifica come le leggi della fisica o i legami della chimica?
Assurdi e insignificanti, privi di conreta fattualità, eppure, tanto percepiti come vincoli di un inderogabile ordine finanziario continentale, da essere branditi come manganelli contro i popoli stessi che hanno fatto l’Europa.
Quando finirà questa sbornia tecnicistica, e finirà, immagino, con uno di quei mal di testa che lasciano il segno, ci si accorgerà dell’assurdità feticistica di quest’ultimo decennio di finanza psicotropa ed economia dopata.
E poi, la paura, fisica, dell’accerchiamento, dell’assedio, della conquista.
L’Europa, nella quale il numero degli europei si sta rapidamente riducendo, mentre si innalza vertiginosamente l’asticella dell’età media, è preda della paura, di attacchi, attentati, razzie.
Si sta rinchiudendo nei muri di quei confini che sembravano dover scomparire per sempre.
Invece di diventare Stati Uniti d’Europa, si alzano barriere, fisiche, religiose, politiche e morali.
Sarebbe più corretto dire immorale.

Ho omesso di parlare della carne e del sangue.
L’Africa, l’Amazzonia, gli Oceani…
Ed i milioni, i miliardi, di forme viventi…
La materia di cui si compone la vita.
E gli uomini, e le donne, ed i bambini, ed i vecchi.
Chi sono, dove sono, che fanno?
Si odono spari, si vedono lame che sgozzano, barche che affondano, bocche che annegano…
Popoli che migrano, continenti alla deriva, acque in espansione…
Tutte forme che si stanno modificando sotto i nostri occhi.
Un’immensa, inafferrabile, irrefrenabile metamorfosi planetaria.
La vita pullula, formicola, soffre, o gioisce, piange, o ride, nasce, o muore, come sempre, come è stato sotto ogni latitudine in ogni tempo.
Ma oggi, pare, questo, tutto questo, è diventato impossibile da prevedere, da dirigere, da governare.
La vita, il passato/presente/futuro iscritto nei geni degli uomini, il pensiero, oggi, scorrazzano nell’immensa giungla del tempo.
Non sembra il tempo delle grandi leggi.

Ecco, questo il tempo, il momento, l’oggi.

Per oggi mi fermo qui.
Del referendum, più in dettaglio, delle mie idee al riguardo, di ciò che forse farò, parlerò in un secondo post più specifico.
Questa premessa era necessaria, per inserire il discorso nazionale in questo grande marasma mondiale che entra nelle nostre case e ci trascina nelle correnti e fra i gorghi.

LA GIUNGLA DI CALAIS

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La “giungla” di Calais, estremo lembo della terraferma europea.
Prima di tuffarsi in acqua, nella salata salsedine che urla, minacciosa, la terra, per un ultimo istante, si volta all’indietro.
Cerca, con occhi disperati, un pò di pietà.
Non capisce.
La ragione di tanta violenza.
Quale forza, umana o divina, ha spezzato la continuità del continente sconfinato, imponendo alla terra, all’ultima estrema lingua di sabbia, d’inabissarsi, e morire, scacciata, tradita, ripudiata ?
La terra, fattasi sabbia sottile, gialla, come Turner la seppe sfiorare con pallide essenze sparse e soffuse, s’annega, inabissandosi, sotto il mostro d’acqua mugghiante.
Le zolle, solo pochi paesi più indietro erano sodi seni succosi gonfi di nutrienti frutti maturi, si sono poco a poco distese, cedendo sotto i colpi di taglio delle onde venute da tanto lontano.
Raspa, l’acqua salta, come i colpi dei poliziotti, o gas lacrimogeni, ferisce, brucia, consuma, uccide, annegando nell’abisso più oscuro, la speranza d’un continente che ora sembra un deserto.
Ingannava, l’arte del pittore, che dava il colore di zolfo alla bellezza del sole che affondava nello stesso turpe abisso della massa salata schiumante.
Il sole affondava.
Inesorabile, il destino decretava alla rotonda forma dell’astro di fuoco la pena della crudele tortura di sprofondare nelle fauci dell’irriducibile arcinemico.
Cosa volete, schiene ricurve sotto le indifferenti fatiche, crocifiggere il luminoso giorno solare o la notte ladrona, atra meretrice di ambigui incubi d’amore, estrema porta europea delle tenebre oscure?
Schiene spezzate.
L’artista vide la terra cosparsa di semi che diedero miseri fiori appassiti.
Schiene frustate, manganellate, respinte.
A Calais la terra viene scacciata nel mare, affogata, mangiata dai morsi e dai denti delle crudeli maree.
E di là, solo poco più in là, si erge la bianca scogliera della bionda isola dei sogni.
Indifferente, si specchia nelle acque che hanno addosso, ancora, l’aspro fetore della terra ch’è morta.
E uomini, al di qua e al di là.
Fuori dalla cornice delle profezie dell’arte.
O forse son bestie.
Mostruosi esseri privi di cuore.
Per queste turpi creature, Turner non ebbe i colori.

NOBEL – BOB DYLAN

Molti si sono dedicati a commentare il Nobel dato a Bob Dylan, in questi giorni, esprimendo entusiasmi o critiche per la scelta dell’Accademia.
Come se il premio a Robert Allen Zimmerman fosse una scelta come le altre.
Non un letterato, non un accademico, non un romanziere o un poeta cattedratico o estemporaneo.
Io leggo, nella scelta di questo premio, un segno diverso.
Un segnale di allarme, un grido di attenzione nei confronti del mondo contemporaneo, della deriva di indifferenza verso ogni valore, del cinismo con cui, il mondo, sta dimenticando i disperati, le vittime, i derelitti.
Non si tratta di poesia, qui, non solo, almeno.
Si tratta del muto silenzio con cui si finge di non vedere il modo con cui i sazi voltano la testa e storcono il naso nei confronti della puzza della fame, della povertà, della morte.
Penso agli Stati Uniti che stanno lottando, non per scegliere il miglio presidente di sempre, ma per non consegnare la valigetta della fine dell’umanità nelle mani di un essere arrogante e cinico, di un individuo che, solitario ed egoista, ritiene di poter costruirsi il mondo a propria immagine e somiglianza.
Un mondo dove chi soffre, chi fugge, chi lotta per avere un presente, o un magro futuro, non dia più fastidio, non mostri i suoi occhi sofferenti, le sue mani tese, i suoi pugni chiusi.
Promette muri per rinchiudere il mondo dorato dei ricchi, come un nuovo giardino dell’Eden, in un recinto che respinga le greggi miserevoli.
Muri si costruiscono, ancora, oggi, ai nostri confini.
Muri, come cicatrici sanguinanti, chilometri e chilometri di cavalli di frisia per respingere chi chiede qualcosa.
Muri, sulla Terra, dove la natura non ha costruito confini, ma solo cammini.
Muri, invece che ponti.
Muri per nascondere le differenze, non per annullarle.

Il Nobel di Bob Dylan è un richiamo.
Una scossa, un sussulto, un brivido.
Di Bob Dylan non ricordo le canzoni, pure meravigliosamente poetiche.
Non la voce strascicata di chi non concede spazio all’estetismo esteriore.
Non le parole, le frasi, le strofe, metafore di un mondo aperto, libero, sconfinato.
Ricordo, invece, le immagini di una delle apparizioni più significative di un volto giovanile, di una voce, ed una chitarra, dinanzi ad una folla immensa di anime perse, derelitte, senza nomi e senza diritti.
Ma era una folla che pretendeva un futuro.
Una folla che si univa, compatta, intorno ai suoi leader, per prendersi un lembo di terra nella patria dei diritti che li aveva relegati nella segregazione nella schiavitù.
Un volto quasi spaurito.
Una voce.
Fievole, flebile, debole.
Eppure immensamente potente.
Come quella massa di uomini neri che pretendevano i propri diritti.
Era quella la voce, di Bob, che regalava dolcezza, sicurezza, forza e speranza.
La voce di un giovane uomo.
E di una donna, Joan, Baez, al suo fianco.
Adamo con la sua Eva, dinanzi alla folla di angeli nel paradiso terrestre.

Quella voce, e quella folla, richiamano alla mente altre voci ed altre folle.
Un0’intera generazione di angeli e demoni.
Alcuni, sopravvissuti fino a noi, oggi, continuano a sognare e a cantare.
Altri, invece, sono volati via.
Anche le folle, nelle strade, e nelle piazze, si sono poco a poco dissolte.
Scolorite le bandiere.
Spente le voci.
Perse le speranze.
Oggi, moltitudini di solitarie anime perse si aggirano per le strade e le piazze.
Protestando, urlando, imprecando.
Eppure, rassegnate, disperate, sconfitte.
Non pretendono più.
Non si prendono più ciò che gli spetta.
Aspettano, chiedono, implorano.
Inermi, sanguinanti, disfatte.
Anime perse, solitari fantasmi.
Che come le greggi mansuete non conoscono la forza di cui sarebbero dotate, se solo sapessero unire gli sforzi.
E nessuno, per loro, canta più canzoni di lotta.
Nessuna voce li spinge.
Solo strilli, pianti, disperate urla strazianti.
Questo, ci ricorda il Nobel di Bob.

** Il testo della canzone cantata da Dylan alla marcia su Washington di Martin Luther King è il seguente:

QUANDO LA NAVE ARRIVERÀ

Verrà il tempo
Quando i venti si fermeranno
E la brezza cesserà di spirare.
Come la quiete nel vento
Prima che l’uragano cominci,
l’ora in cui la nave arriverà in porto.

Ed i mari si divideranno
E le navi si scontreranno
E le sabbie sulla riva tremeranno.
Poi la marea risuonerà
E le onde scrosceranno
Ed il mattino comincerà a sorgere.

I pesci rideranno
Nuotando fuori dal loro corso
Ed i gabbiani tutti sorrideranno
E le rocce sulla sabbia
Si ergeranno fiere,
l’ora in cui la nave arriverà in porto.

E le parole che sono state usate
Per confondere la nave
Non saranno capite mentre verranno dette
Perché le catene del mare
Saranno spezzate nella notte
E saranno sepolte nel profondo dell’oceano.

Una canzone si innalzerà
Mentre la vela maestra scenderà
E la barca scivolerà verso la spiaggia.
Ed il sole rispetterà
Ogni faccia sul ponte,
l’ora in cui la nave arriverà in porto.

Poi le sabbie srotoleranno
Un tappeto d’oro
Perchè i vostri stanchi piedi
possano toccarlo
Ed i saggi della nave
Ancora una volta vi ricorderanno
Che il mondo intero sta guardando.

Oh i nemici si alzeranno
Con il sonno ancora negli occhi
E dai letti si scuoteranno
e penseranno di stare sognando.
Ma si pizzicheranno e grideranno
E sapranno che è vero,
l’ora in cui la nave arriverà in porto.

Allora alzeranno le mani
Dicendo “faremo ciò che volete”,
ma noi dalla prua grideremo
“i vostri giorni sono contati”.
E come il popolo del Faraone,
saranno sommersi dalla marea,
e come Golia saranno vinti.

MACERIE

E’ un post triste, stasera, muto, di dolore.
Ognuno di noi, nel cuore rifletta.
C’è qualcosa che, nel tempo, si riproduce sempre uguale, il male terribile.
E noi ce lo raffiguriamo, o crediamo di poterlo fare, con le immagini più shoccanti, convinti, o speranzosi, che la pietà smuova il mondo e sconfigga il male.
La sequenza di foto che segue non esaurisce la serie di immagini shoccanti della morte sulla faccia dei bambini.
Ma la testimonia, forse, io spero, significativamente.
Eppure, non c’è fine a questa catena del male.
Oggi.
Ieri.
L’altro ieri.
Una guerra fa.
O due.
Non c’è fine!

Uno dei bimbi annegati oggi (cliccare sul link per la foto).

 

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PROFUGHI SIRIANI
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AFGHANISTAN
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VIETNAM
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HIROSHIMA

 

E questo racconto, che descrive meglio di tante parole, la storia del dolore che si rinnova, viaggia con il sangue, entra nella catena del DNA di chi sopravvive e produce la malattia.

Mentre scorrono le parole di questo discorso che, come discorso, potrebbe essere solo un soffio leggero, una brezza racchiusa fra quattro mura, la testa si riempie di domande. E il cuore di palpiti.
Premetto che io diffido delle religioni, e degli uomini delle gerarchie religiose, perchè salgono su un piedistallo che separa i giusti dagli infedeli, la Verità dalle mille verità che ognuno conosce e può conquistare solo a costo di sacrifici e fatiche immani.
Quindi, diffido anche di Francesco, che è capo di una gerarchia universale millenaria.
Eppure, questo uomo, con i suoi gesti, e con le sue parole, con i suoi atti, con i suoi sforzi, con la sua lotta pacifista, è rimasto uno dei pochi esempi di forza morale, di valore etico che supera le divisioni per cercare di trovare, al fondo della faticosa ricerca, nient’altro che l’UMANITA’.
E’ già molto per qualsiasi uomo, questo sforzo, ancora di più lo è per un uomo di religione.
Eppure, nelle parole e nelle azioni di Francesco trovo la stessa forza assoluta che seppe dare, per esempio, Ghandi alla sua marcia pacifica, o la stessa energia pacifica che seppe dare, per fare un altro esempio, Martin Luther King alla sua fede, la fede nell’utopia.
Si, utopia.
Lo stesso Francesco usa due volte questa parola, in questo discorso alto, assoluto, eppure semplice e umano.
Anzi, utopia, chi ascolterà tutte le parole fino in fondo potrà udirlo, è proprio l’ultima parola conclusiva di un appello, un richiamo, un’implorazione, quasi, a credere.
Ma a credere, non come si potrebbe immaginare per un uomo di chiesa ai dogmi misteriosi e spesso inspiegabili della religione, ma a credere proprio nell’unica verità che abbiamo sotto gli occhi, l’uomo.
L’uomo, fragile, debole, ferito, l’essere umano.
L’uomo nudo, bisognoso, umile, lavoratore.
L’uomo, unica verità in cui credere.
Non la Verità a cui obbedire, ma l’uomo a cui donarsi.
L’uditorio che ascoltava, sordo e paralizzato, è restato immobile per tutti i circa trenta minuti durante i quali Francesco ha parlato.
Sono sicuro che nessun discorso potrà mai cambiare la storia, e, così, sono sicuro che nessuno dei cuori di re, presidenti, governatori, primi ministri, ciambellani e cortigiani oggi presenti ai piedi di Francesco sarà stato toccato, redento, convertito, dal discorso che ho ascoltato, parola per parola, dall’inizio alla fine.
Ma oggi, in questo deserto arido che stiamo vivendo ed a cui diamo il nome di presente, di storia contemporanea, in questa valle di lacrime in cui annegano i poveri, i migranti, gli esclusi, i disoccupati, i minori sfruttati e stuprati, i deboli di ogni lingua fede e colore, oggi, queste parole fanno piacere, sono come una pioggia salvifica, per un attimo, almeno, danno forza alla speranza, attenuano la sete di giustizia, di uguaglianza, di solidarietà.
Gli uomini.
Ecco, questo dice Francesco all’Europa intera lì riunita eppure colpevolmente muta ed assente, in questo bisogna credere, negli uomini, è questa l’ultima utopia.

IMMAGINARSI L’INCUBO

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DONALD TRUMP – BANNED PAINTING

Immaginarsi l’incubo non è la stessa cosa che viverlo.
Porsi davanti all’immagine del temibile, del pauroso, del tremendo.
Con mente sgombra.
Senza la partecipazione rapinosa che l’incubo produce sulla mente, annientandone la capacità di ragionare, di ordinare, di dare senso alle cose.
L’incubo produce il ribaltamento del terrore in realtà.
Ma resta un sogno, per quanto pure brutto o orrendo.

Immaginarsi l’incubo è come affacciarsi alla finestra mentre in strada avviene un delitto terribile e starsene tranquillamente immobili a godersi lo spettacolo.
Come in un cinema che ha scambiato la finzione con la realtà.
Ma in questo caso, lo spettatore lo sa.
Sa di non trovarsi di fronte ad un’attività scenica, a trucchi e ceroni.
Eppure non fa nulla, nient’altro che starsene a guardare.

Forse c’è ancora un altro spettacolo più tremendo di questo appena descritto.
Invece di restarsene affacciati a guardare indifferenti, decidere di scendere in strada e partecipare al delitto.
Entrare in scena nella vita e farne parte.
Come uno dei protagonisti.
Sporcarsi del misfatto.
Facendosi beffe di ogni sentimento di umanità e di giustizia.
Essere parte della tragedia, in tutto e per tutto, senza rimorsi della coscienza, senza remore, senza esitazioni.
In tutto e per tutto partecipi e consenzienti.

Ma l’orrore non ha fine.
La vita riserva ancora un abisso peggiore.
Essere la vittima del delitto.
Scegliersi quella parte.
Senza provare alcun sentimento di ribellione.
Senza che il minimo riflesso dell’istinto di sopravvivenza ci faccia alzare almeno una mano verso il cielo.
Se non a proteggersi, almeno a condannare.
E se non a condannare, almeno a maledire.
E invece no.

Starsene comodamente sporti col collo sotto la lama del coltello.
A farsi sgozzare sapendo di essere giunti all’ultimo istante.
Dimentichi di tutto.
Di ciò che ci ha condotti in quel mattatoio.
Di ciò che dopo la nostra fine resterà.
Di noi.
Del nostro destino.
Di ciò che da noi è nato e su cui non potremo mai più agire.
Non dico, tentare di fermare, nè rallentare, ma almeno di condizionare, volendo, o rifiutando.
Questo pare possa accadere, a breve.
Immagino i titoli dei giornali.

Un fascista conquista il nuovo mondo americano, trasforma la democrazia in plutocrazia, l’impero planetario in impero privato.
Il vecchio continente si spacca in dieci, cento zolle alla deriva.
Zattere fluttuanti morse dalle zanne dei marosi sospinti dal maestrale.
E popoli silenziosi che annegano ridendo chiassosamente in immensi acquapark pieni di pesci.
Eserciti di mostruose creature umanoidi con la pelle dipinta di colori sanguigni partono su immensi barconi dalle terre nere dell’Africa abissale.
Dalle loro bocche balenano lingue di serpenti sibilanti.
Cinerre chiome e inestricabili barbe silvestri contornano i volti dei qui terribili demoni.
Noi, vermicolando viscidamente, ci porgiamo come una ciotola di rancido cibo madido.
Riflessi di fuoco e urla riempiono l’aria.
L’intero pianeta, sorridendo un pò ebete, si tuffa dal ponte sospeso sull’orrido abisso.
Affonda sotto i flesh dei fotografi increduli.
L’esercito del bene trattiene a fatica un’osannante aliena folla distante.
Prima di lanciarsi, spensierato, scatta un ultimo selfie.

1 MAGGIO 2016

E LA MORTE NON AVRA’ PIU’ DOMINIO

E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite
scomparse,
ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
benché impazziscono saranno sani di mente,
benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
e la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,
cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
si spaccherà la fede in quelle mani
e l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
e la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
dove un fiore spuntò non potrà un fiore
mai più sfidare i colpi della pioggia;
ma benché pazzi e morti stecchiti;
le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà,
e la morte non avrà più dominio.

da Diciotto poesie di Dylan Thomas

SERMONE DEI PESCI, J. SARAMAGO

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Il sermone ai pesci – Jose SARAMAGO, da VIAGGIO IN PORTOGALLO

A memoria di guardia di frontiera non si è mai vista una cosa del genere. Questo è il primo viaggiatore che in mezzo alla strada ferma l’automobile, ha il motore già in Portogallo, ma non il serbatoio della benzina, che si trova ancora in Spagna, e si sporge dal parapetto in quel preciso centimetro per cui passa l’invisibile linea di frontiera. E sulle acque scure e profonde, fra le alte scarpate che moltiplicano gli echi, si sente la voce del viaggiatore che predica ai pesci del fiume:
“Avvicinatevi, pesci, voi della sponda destra che siete nel fiume Douro, e voi della sponda sinistra che siete nel fiume Duero, avvicinatevi tutti e ditemi quale lingua parlate quando, laggiù, attraversate le acquatiche dogane, e se avete anche voi passaporti e timbri per entrare e uscire. Io sono qui a guardarvi dall’alto di questo sbarramento, e voi guardate me, pesci che vivete in quelle acque che si confondono, voi che altrettanto rapidamente vi trovate da una parte o dall’altra, in una grande fratellanza fra pesci che si mangiano l’un l’altro solo per i bisogni della fame e non per noia della patria. Datemi voi, pesci, una chiara lezione, e spero di non dimenticarla al secondo passo di questo mio viaggio in Portogallo, è bene tenerlo presente: da un luogo all’altro dovrò prestare molta attenzione a ciò che è uguale e a ciò che è differente, sia pur facendo salve, com’è umano e come del resto avviene fra di voi, le preferenze e le simpatie di questo viaggiatore, che non è certo legato a doveri di amore universale, né gli è stato chiesto. Da voi, pesci, infine mi congedo, arrivederci, riprendete la vostra vita finché non arrivano i pescatori, nuotate felici e auguratemi buon viaggio, addio, addio”.
E’ Stato un bel miracolo come inizio. Un venticello improvviso ha increspato le acque, o forse è stato il gorgoglio dei pesci che s’immergevano, e appena il viaggiatore ha smesso di parlare non c’era da vedere altro se non il fiume e le sue scarpate, né altro da ascoltare se non il mormorio sopito del motore. È questo il difetto dei miracoli: non durano molto.

Uomini e pesci.
Questo titolo, dopo Uomini e topi, andava bene.
Ma la dolcezza delle parole di Saramago è senz’altro migliore.
Lasua forza vince ogni resistenza.
A me basta.

SALMO

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SALMO

Oh, come sono permeabili le frontiere umane!
quante nuvole vi scorrono sopra impunemente,
quanta sabbia del deserto passa da un paese all’altro,
quanti ciottoli di montagna rotolano su terre altrui
con provocanti saltelli!

Devo menzionare qui uno a uno gli uccelli che trasvolano
che si posano sulla sbarra abbassata?
Foss’anche un passero-la sua coda è già all’estero,
benché il becco sia ancora in patria. E per giunta, quanto si agita!

Tra gli innumerevoli insetti mi limiterò alla formica,
che tra la scarpa sinistra e la destra del doganiere
non si sente tenuta a rispondere alle domande “ Da dove? ” e “ Dove? ”

Oh , afferrare con un solo sguardo tutta questa confusione,
su tutti i continenti!
Non è forse il ligustro che dalla sponda opposta
contrabbanda attraverso il fiume la sua centomillesima foglia?
E chi se non la piovra, con le lunghe braccia sfrontate,
viola i sacri limiti delle acque territoriali?

Come si può parlare di un qualche ordine,
se non è nemmeno possibile scostare le stelle
e sapere per chi brilla ciascuna?

E poi questo riprovevole diffondersi della nebbia!
E la polvere che si posa su tutta la steppa,
come se non fosse affatto divisa a metà!
E il risuonare delle voci sulle servizievoli onde dell’aria:
quei pigolii seducenti e gorgoglii allusivi!

Solo ciò che è umano può essere davvero straniero.
Il resto è bosco misto, lavorio di talpa e vento.

Wislawa Szymborska

40 ANNI de “LA REPUBBLICA”

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No, non i miei, che sono anche (parecchi) di più.
I 40 anni de “la repubblica”.
Vale la pena ricordarli.
Non solo, o almeno, non soprattutto, per le ragioni, giuste o meno giuste, di carattere intellettuale, civile, politico che sono legate alla nascita di quel giornale.
Non solo per la nostalgia del tempo che passa di gran carriera e ci lascia sempre quel pò d’amaro in bocca quando ce ne rendiamo conto.
Non solo per il gusto di celebrare una specie di ricorrenza…
In realtà, volevo ricordare quel 1976, quel 14 gennaio 1976, che vide la nascita del nuovo quotidiano “laico” che veniva ad arricchire una stagione già ricchissima di fermenti e valori.
Volevo ricordare il 1976, anno in cui ero ancora (solo) un adolescente diciassettenne.
Il 1976.
Anno bisestile, come questo 2016.
Andavo a scuola, ero un liceale, e quella mattina, dopo le lezioni, avrò tirato quattro calci ad un pallone e avrò fatto chiacchiere con i soliti amici.
Avrò forse avuto un pensiero d’amore, più o meno instabile, data la fase … evolutiva ancora non del tutto matura.
Avremo fatto un’assemblea, a scuola, o un collettivo, insomma una qualche riunione per discutere il futuro, per criticare il presente, comunque, sono certo, non avrò speso neanche un minuto per pensare al passato.
Non ho comprato quel numero “1” del nuovo quotidiano, questo lo so.
Ed è la ragione per cui ho apprezzato molto l’omaggio che il quotidiano di oggi ha voluto farci, stamattina, insieme alla copia acquistata in edicola.
Ma ricordo bene che rimasi sorpreso dal formato innovativo del “tabloid”
Compravamo il quotidiano, a quei tempi, spesso a turno con altri compagni (nel senso di amici di scuola e anche di fede politica, almeno allora).
Abitudine conservata senza interruzioni significative, ma con qualche fatica, in questo periodo così strano del nostro tempo.
Non esisteva internet, neanche con l’immaginazione potevamo figurarci un futuro come questo.
I contatti col mondo che cresceva con noi, e intorno a noi, erano assicurati principalmente da radio, televisione (sostanzialmente solo la RAI, ma quella riformata de L’altra domenica, comunque non quella dei canali privati che, nel 1976 cominciavano a vedere da poco la luce) e stampa.
La cultura era fatta di libri, riviste, musica, uno o due teatri, tre o quattro sale cinematografiche, questo, almeno, era il piccolo mondo della mia piccola Benevento nella quale crescevo e mi costruivo il mondo.
Ma ricordo anche benissimo che nell’aria c’era un gran fermento, in quegli anni, nel mondo intero.
Tante speranze in un mondo migliore.
Cadevano le dittature, in Spagna e Portogallo.
Finivano le guerre, come quella del Vietnam.
Si combatteva per far cadere i muri, e non per costruirne di nuovi.
Si credeva nella solidarietà, nella lotta per cambiare il mondo, nella volontà di affermarsi come singoli e come generazione per costruire un futuro migliore.
Per queste cose in cui si credeva e si lottava si era anche disposti a commettere errori, a volte addirittura gravi.
Ma al di sopra di ogni cosa, c’era la fiducia che noi ci saremmo presi quello che ritenevamo ci spettasse dalla vita.
Quel giornale nuovo che vedeva la luce nelle edicole, cominciai a comprarlo pochi giorni dopo questo 14 gennaio.
Lo ripiegavamo, per metterlo, in bianco e nero, senza immagini e senza colori, unto ancora dell’inchiostro dei caratteri di stampa grossi e un pò tozzi, nelle tasche piccole dei blue jeans, di dietro, e ci dava importanza portarci, così, appiccicata sul sedere, la nostra visione indipendente della vita.
Nessuna “parrocchia” a cui essere legati.
Nessun “credo” da professare per adesione.
Nessun ordine a cui obbedire per forza.
La ragione quale metro per giudicare e scegliere.
La critica per scegliere.
La voglia di dire di “NO” a ciò che sembrava ingiusto, ingiustificato, immotivato.
Volevamo capire ed essere capiti.
Volevamo spiegarci i perchè del mondo ed essere i perchè del mondo.
Ecco.
Ecco quanto sono distanti, da allora ad oggi, questi lunghissimi 40 anni.

MISERICORDIA

E’ pieno dappertutto di questa parola oggi.
Misericordia.
Lo spettacolo del Giubileo, pellegrinaggio universale, cerimoniale umano millenario, riempie le case più che le strade.
Entra dappertutto, con le immagini delle tivvù, i titoli dei giornali, le mille voci anonime di internet.
Misericordia.
Misericordia, dicono tutti, con voce spezzata, soffiando sbilenchi, guardandosi le spalle.
Si battono il petto.
E ne risuona un’eco vuota.
Sono pieni di questo vuoto, gli uomini, oggi, dappertutto.

Misericordia.
Misericordia, sussurra quasi timido, a voce bassa, l’uomo in bianco sul grande scalone che s’erge presuntuosamente sul mondo.
L’hanno imprigionato dentro una cella scenografica possente, sotto un altare infinito, in solitudine, lontano da ogni altro essere vivente.
Misericordia, sparge la voce il vento degli altoparlanti sparsi ogni dove.
Misericordia.
Dimenticate la sete di vendetta.
Dimenticate il desiderio di guerra.
Dimenticate l’odore del sangue, belve spars dovunque.
Misericordia.

Lo spettacolo del dolore attrae più di quello dell’amore.
Sul gran palcoscenico del mondo si può rappresentare ogni dettaglio della morte, ma non dare spettacolo con l’immonda semplicità dell’amore.
I corpi dei soldati armati con le lance di fuoco fra le mani non sono osceni quanto i corpi degli amanti infuocati.
Un seno che nutre allattando un angelo ancora cieco è più osceno della colpo di rivoltella che uccide senza pietà.
In questi giorni, la Morte danza i suoi macabri passi in mezzo a noi, nel buio della notte in cui ci siamo rinchiusi.
E siamo noi a chiedere Misericordia a Lei.
Misericordia, abbia la morte per noi.

L’orrendo volto del terrore, Gorgone Medusa, c’impietra, in questi giorni.
Misericordia abbi Tu di noi!
Raggelato il sangue, pieni abbiamo gli occhi dello spettacolo terribile che il cuore non condanna.
Solo paura ci guida, di ciò che ai nostri piedi in fontana di sangue si scioglie.
Corpi squarciati, vite spezzate, sogni infranti.
Ma non sono i nostri fratelli.
Son copie di noi stessi, Narcisi recisi.
Nessun amore, pietà, misericordia.
Per i fratelli di sangue che cadon sotto la falce.
Innocenti o colpevoli.
Perdono.
Misericordia.

Colpi cadono oggi nel sangue.
Gronda la Storia.
Ha gran sete.
Riardono i cuori.
Braman sacrifici gli dei.
Misericordia!
Il fuoco che Prométeo ci donò si ritorce contro di noi.
Pioggia di fiamme, s’ incendia il cielo sopra di noi.
Ricade atroce il Destino sui nostri stessi figli.
Misericordia!
Abbi pietà almeno di loro!

Le nostre vite ordinate son scosse.
Nelle strade ordinarie e pulite s’insinua un’ardente dolore.
Un vento di fuoco scompiglia la vita delle città straordinarie!
Rimbombano raffiche, scoppiano scoppi di spari, urlano laceranti sirene.
Impietosamente copron la voce di chi umilmente implora solo misericordia e pietà.
I generali con le loro mostrine.
I Presidenti nelle loro stanze immensamente vuote.
Le fortezze volanti, le possenti navi d’acciaio, gli arsenali eccitanti mostrano attributi impietriti.
Le masse innocenti dei poveri Cristi, invece, cercan solo riparo dallo sterminio.
Senza nome, senza tomba, senza memoria, il loro destino è sempre uguale.
Restar sepolte in lignee casse sporche, dentro città rese immonde macerie.
Misericordia.
Misericordia!

Dal lato degli dei sembra tutto più facile.
La verità si veste d’Eterno.
Dimentica il tempo che passa e i diversi fiumi in cui s’è lavata, sempre sporca di sangue dei poveri Cristi.
Il plurale s’innalza in un Singolare vuoto simulacro.
Il silenzio delle cose prende voce e si fa Parola.
L’amore solo s’intimidisce, lui, ch’è aduso solo alle mutevoli condizioni dell’esistenza.
E chiede perdono se vaga sperduto per strada senza riconoscer con certezza la via.
Pellegrino del cuore.
Raggela nell’odio.
Giubila solo quando riconosce un volto caro.
Misericordia, vi prego, abbiate misericordia di tutti quelli come me.

ISIS

In questi giorni di sangue e paura, l’informazione, soprattutto quella televisiva, per reazione istintiva oppure per indirizzi politici (intesi in senso comunque ampio), ha seguito gli eventi dell’aereo russo abbattuto in Egitto, nell’area sul Sinai, e quelli parigini, reagendo, come era naturale, in modo istintivo ed emotivo.
Testimoniare la storia, se si può dire così, sta diventando il modo di fare informazione, oggi.
Bisogna essere sul posto, mostrare il video ripreso in corsa, in preda allo shock, da un telefonino anonimo.
Rappresentare lo spettacolo della paura, che fa contrarre i muscoli e serrare i denti, portare nelle case, attraverso le televisioni, le immagini della morte e dei cadaveri, trasmettere l’odore acre della polvere da sparo e delle rovine fumanti che passa attraverso le immagini in diretta.
E, infine, sopra ogni altra cosa, assicurare la giustizia del taglione, parare la morte con la morte, l’esecuzione con l’esecuzione, l’assassinio senza processo con l’assassinio senza processo.
Non so se si possa fare altrimenti, ma questo è ciò che accade sotto i nostri occhi.
E visto che le coscienze restano tramortite in questo clima di terrore in cui qualcuno senza volto ha dichiarato una guerra in cui tutti gli altri sono nemici senza volto – neanche il sollievo delle divise ci è consentito! – allora vorrei offrire il mio piccolo contributo a questa oscura pagina di storia.
In questo momento di alta emotività e di scarsa riflessione, mi sono detto: “fammi andare a cercare”.
Qualche domanda per cercare di capire.
Qualche elemento di riflessione per cercare di comprendere.
La realtà in cui viviamo non è lo scenario di una fiction o il livello finale di un videogame di guerra troppo realistico.
Le azioni di cui non comprendiamo senso e significato non sono il risultato della follia di qualcuno che ha perso la bussola e neppure il complotto di un’anonima SPECTRE che vuole conquistare il mondo.
E, soprattutto, siamone certi, non verrà nessun eroico 007 a liberarci: nelle catene dell’ignoranza ci stiamo imprigionando da noi stessi.
Forse dobbiamo decidere di liberarcene.

Per cercare di capire, ho rivolto a google delle domande, quelle che mi sono sembrate le più logiche per cercare di capire con chi abbiamo a che fare e come funziona la macchina del terrore che ci ha ingabbiato in questi giorni.
Io non credo che le cose accadano per caso e che la storia sia frutto dell’iniziativa dei singoli contro i quali il mondo non ha difesa; per muovere uomini, eserciti, armamenti, occorrono molti soldi, relazioni ed alleanze politiche influenti, moventi storici e fondamenti culturali e religiosi.
Tra le risposte fornite dal motore della nostra conoscenza, ho scelto quelle che mi sono sembrate significative e documentate, benchè sia rimasto, come è ovvio, al livello non professionale del cittadino comune (che non vuole affatto dire dell’uomo fesso qualunque):

“CHE COSA E’ L’ISIS”.

L’infinita guerra fra sciiti e sunniti che continua a mietere vittime (Fonte: il Messaggero.it)

Isis, ecco cosa cela la lotta fra sciiti e sunniti (Fonte: Formiche.it)

L’Occidente nella trappola dell’odio tra sciiti e sunniti  (Fonte: il sole24ore.it)

“COME SI FINANZIA L’ISIS”.

Come si finanza Isis: dalla vendita del petrolio al contributo dei foreign fighters (il sole24ore)

Rapporto FATF (questo rapporto internazionale è citato nell’articolo del sole 24ore precedente; qui ne ho linkato una traduzione in italiano fatta con google translator)

ISIS: tutte le fonti di finanziamento. Anche l’Occidente finanzia il gruppo terrorista (Fonte: Forexinfo.it)

Come si finanzia l’ISIS? Tutte le fonti dello Stato del terrore (Fonte: Termometro politico.it)

Così il mercato nero delle armi alimenta il terrorismo in Europa (Fonte: La Stampa)

Terrorismo, l’esperto Lorenzo Vidino: “Così l’Italia finanzia il Califfo” (Fonte: Libero quotidiano.it)

“IL TRAFFICO DEI MIGRANTI”

Migranti, le rotte della morte e l’alleanza tra milizie jihadiste, tribù di beduini e militari corrotti. Un giro d’affari di 34 miliardi di dollari (Fonte: L’Huffington post.it)

Migranti, il traffico vale 10 miliardi all’anno
La traversata costa 3 mila euro. Il doppio rispetto a quando c’era Mare Nostrum. Dall’Isis alla mafia: gli interessi in gioco. Il piano Ue. (Fonte: Lettera43.it)

Migranti, c’è una Cupola dietro la tratta. Così si muovono i trafficanti di esseri umani. Dalle indagini e dai racconti dei testimoni emergono una serie di reti criminali che fanno affari sulla pelle di chi cerca di arrivare in Italia, spesso con la complicità dei militari. Ecco i nomi e le persone dietro questo business (Fonte: L’Espresso.it)

Io, profugo, cacciato dai preti di Francesco. Decine di porte sbattute in faccia. Da Nord a Sud. Dalle parrocchie alle basiliche. Così i sacerdoti ignorano l’appello del papa per l’accoglienza. Provato sul campo, dal nostro inviato che si è finto un rifugiato (Fonte: L’Espresso+.it)