LA CADUTA DELL’ANGELO

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Marc CHAGALL – La caduta dell’angelo

Livido, bianco, spaventato, furente, ferito, sconfitto.
Sullo spuntone di roccia acuminato della sua disfatta, l’Angelo del Male giaceva schiantato.
La roccia aveva tremato, la terra si era ritratta, il mare si era ritirato, l’aria s’era aperta, il cielo squarciato, le stelle rabbuiavano.
Solo le tenebre, dappertutto, nel mondo ancora non creato, sembravano gioire in silenzio.
Chi, cosa, come, in che modo, quali forze avevano scaraventato quella creatura giù dal trono?
Fratello contro fratello.
Creatura contro creatura.
Anche se il cosmo era ancora un ammasso inerte, un magma di caos ribollente, lassù, da qualche parte, nel punto più centrale del Nulla da disfare, nel nucleo del Tutto che avrebbe dato vita, in un futuro senza tempo, al Big Bang della creazione, in un punto senza spazio, in un istante senza misura, era avvenuto uno scontro furibondo fra forze tremende, ma ancora ignote e sconosciute.

Ma l’Angelo del Male era già l’Angelo del Male.
Nel momento in cui la Forza l’aveva detronizzato e menato in quel mare ribollente dell’Esistenza, aveva già preso un nome.
Il Suo nome.
Era stato già battezzato.
Come l’Angelo del Male.
Già.
Ma chi, cosa, quali ignote potenze erano uscite vittoriose da quel conflitto così epico?
Se un Angelo del Male era stato scaraventato nel Mondo, cosa, mai, poteva essere rimasto di Là?
Quale immensa forza?
Se nel Mondo non v’era ancora stata la divisione fra il Bene ed il Male, se la Creazione ancora non era avvenuta, se il Big Bang ancora doveva esplodere le sue reazioni nucleari, cosa poteva aver generato quello scontro?
Uno scontro fra quali Entità?

L’Angelo del Male, fosse stato una creatura mondana, si sarebbe spiacicato, sulla roccia bianca su cui si era schiantato.
Ma non erano carne, ossa, sangue, quelle che erano piombate dabbasso, nel Mondo, e che, su quel Mondo, si erano schiantate.
Erano parvenze, forme, idee.
Le primordiali apparenze della realtà che si sarebbe formata di lì in avanti.
E se era l’Angelo del Male a prendere forma da quelle parvenze, da quale altra dimensione eravamo dominati, da lassù, lontano, da quale oltre venivano le apparenze, che nome, che volontà, esse potevano mai avere?
Quale inspiegata, o inspiegabile, ragione aveva scatenato una guerra così devastante?
Quale destino poteva essere assegnato a questo Mondo dal quale il primo vagito fuggito dalla gola era quel rantolo del Male battuto su uno scoglio nel gorgogliare delle maree annodate e ribollenti, nel turbine fumoso dell’aere?

Il Destino.
Mai quella parola era stata, prima di allora, pronunciata da bocca di dio o di potenza.
Eppure, già dal primo istante del tempo misurabile, quell’angelo, l’Angelo del Male, si era trovato appiccicato addosso una condanna tanto crudele.
Essere condannato dalla Natura stessa ad essere l’Angelo del Male era frutto dell’azione di un tribunale senz’altro ingiusto.
Quale colpa, prima del tempo, nei cieli nascosti, si era dovuta consumare, all’insaputa della conoscenza, per determinare un Destino tanto amaro?
E quale Giudice poteva presiedere quel Tribunale?
Se il Male era stato scagliato quaggiù, di là, cosa era mai restato, solitario dominatore del Nulla?
Un Giudice col suo Boia.
Un Potere con un’Autorità tanto violenta.
O forse un Boia che si era arrogato il diritto di essere anche Giudice.
Un Potere che si era appiccicato addosso, con la più assoluta arroganza, i simboli dell’Autorità?

Molte ere sono passate da quello schianto.
Oggi guardiamo in alto, oltre le nuvole, più in là del cielo azzurro, fin nelle profondità del creato, nelle intimità nebulose ed oscure delle Tenebre.
Cerchiamo, là, il Bene.
Abbiamo deciso, noi, figli dell’Angelo del Male, che di là deve esserci il Bene.
E cosa mai sia, quel Bene che cerchiamo là in fondo, non sappiamo ancora dirlo.
Ci interroghiamo da generazioni e generazioni.
Abbiamo creato altari e templi.
Sacrificato fratelli e vittime.
Acceso fuochi e sparso incenzi.
Credendo di rabbonire quel Giudice.
Sperando, forse inconsapevolmente, che non formuli i suoi verdetti anche contro di noi.
Ci immaginiamo inferni, nell’aldilà.
E speriamo che esistano paradisi che ci possano ripagare della condanna.
Come fossero, quei paradisi, l’espiazione del male che ci è stato inflitto.
Ma chi, mai, abbiamo offeso, noi, per meritarci la condanna?
Quale colpa, mai, deve essere stata compiuta dal nostro padre, l’Angelo del Male, per meritarsi, e farci meritare, ancora per tutte le generazioni che avranno da passare, la crudele condanna del Male?

Quando si rese conto d’essere entrato nel Tempo, l’Angelo alzò gli occhi al cielo.
Di là sotto, il cielo, sembrava una volta azzurra, leggera, lieve, tenera, dolce, carezzevole, splendente di miliardi ci cristalli di luce.
Ma quella vista, per l’Angelo, che conosceva cosa ci celava dall’altro lato, era un inganno evidente.
Una menzogna.
Una finzione malvagia.
Una tentazione, una provocazione, una bestemmia.
Le Tenebre dell’increato erano ributtanti, rivoltanti, nauseabonde.
Oscure e viscide.
L’esatto contrario di quella bellezza allegra che sembrava Ordine e Pace.
La luce, che di qua era vibrazione e armonia, di là, era fuoco, vampa, forza distruttrice che eruttava oscurità densa, polvere e fumo ardente che inghiottiva tutto.
Al di là del buco nero che aveva vomitato l’Angelo c’era la massa del caos.
Violenta.
Cattiva.
Brutale.
Atroce.
Empia.

Come sarà nata, da allora, la vita?
Noi, figli dell’Angelo, chi siamo?
Io, che racconto la sua storia, figlio della progenie condannata, chi mai sono?
Vi è, in qualche recesso delle mie carni, della mia mente, della mia memoria inconscia, un barlume del ricordo di ciò che Egli vide, lassù, prima di essere scacciato, da una pedata infame, in questo mondo mortale?
Mi angosciano, a volte, nella notte, queste domande.
Quando il sonno si dilegua andandosi a nascondere, ma facendosi ancora desiderare, come l’acqua per chi ha sete.
Mi assalgono queste domande.
Ma, più ancora, mi angoscia, a volte, una domanda ancora.
Di là.
Si, di là.
Se di qua, la vita, il tempo, l’esistenza, il dolore e la gioia, la vita e la morte, hanno selezionato la nostra razza, e tutte le altre creature viventi.
Allora, di là.
Quali esistenze, o inesistenze possono essersi generate da quel Giudice arrogante?
O, peggio, da quel Boia usurpatore?

GENESI

Londra-National Gallery_Venere e Marte
Sandro BOTTICELLI – VENERE E MARTE

Da sempre era il Nulla.
Eterno e persistente.
E dal Nulla sorse, sorprendente, l’aurora boreale.
Fu la prima, densa e rosa.
Dolcezza d’un tiepido rossore che, lento, s’avvampò nell’intimità del Cielo vuoto.
Fu un montare, inarrestabile, d’inquieti istinti naturali.
Una rugiada, fresca, un bacio capriccioso.
Il bocciolo rosa, nel vivo oscuro caos, s’offrì al bagno d’oro della luce.
Fremente alla carezza del primo alito di vita, la dolce bionda Aurora volle farsi donna.
Così, la soave gemma rosea irradiò l’estasi lucente: fu l’alba mattutina.
Ma l’Amor non può attendere a quell’ora.
Giunse di lungi un cavaliero sconosciuto.
Si compose nel primo cielo, lentamente.
Come distratto, adolescente, ignorante dell’arte degli amanti.
Col primo raggio s’illuminò il seno rosa.
E poi, con un altro, le incerte forme tonde.
Si sfioraron pelle a pelle, l’Alba dolce del Mattino e il nascente Sole dell’amore.
Una leggera nebbia s’avanzò indecisa, guardandosi attorno titubante.
Nulla davver si scorse della copula celeste.
Ciò che si racconta oggi son solo favole mitologiche.
Io so la storia vera e m’appresto a raccontare.

Il primo istante nacque da un gemito profondo.
Un lamento intenso d’irriducibile piacere.
Una pulsazione genetica, una luce fioca, uno sdilinguir d’aurora rosa.
Il sorger d’un bagliore, fino a divenir un’accecante vampa.
Un sole, un dei mille e mille.
Quel ch’ho visto io.
Così s’accese, nell’avviso mio, l’universo intero, fra un palpito e un sorriso.
Non proprio all’improvviso,
Così mi par di potervi dire.
Il cielo, potente e maschio, si sprofondò, in quell’attimo che dura ancor ora intensamente, per sparger dappertutto i suoi raggi di fecondo seme.
E s’affannaron vogliose, la terra, e l’acqua, e l’umida materia, amanti d’insaziata siccità.
Bramavan d’accoglier la pioggia d’oro che sgorgava dalle viscere di quel sole spumeggiante.
S’apriron a quell’amante le valli più feconde del più dolce ventre femminile.
Volle, così, il primo ventre fertile, farsi ingravidare da quel sì prezioso seme!
Poi, con le cure del più tenero amor materno, quel seme fu nutrito, e fu germoglio ricco, arca dell’intero cosmo animato.
Materia della stessa materia di cui furon tutte le cose prima che il mondo fosse fatto.
Così, si uniron gli Elementi nell’amore eterno che dura ancora oggi.
Ne sorsero fiumi e mari e tutti gli oceani sconfinati.
E le plaghe dure, e nere, dove s’ode ancora il profondo rotolar d’un’eco.
Zoccoli ungulati e guizzanti pesci.
E miriadi operose di formicolanti creature.

Il primo istante è stato un lungo gemito persistente.
Profonda e intensa vibrazione che si propaga ancor per l’universo intero.
L’odon gli scienziati, che con i loro stupidi apparati intellettuali, appellan col nome vano di radiazione cosmica.
Si, ed è come chiamare lux, il culminante istante che di baluginante vita al suol c’accese.
Mio padre, gentile e dolce maschio, a momenti burbero e severo, si diè del tutto, quella volta.
E lei, la mia cara madre, l’accolse col suo corporale amor, per me divino sentimento.
Così, s’accese l’universo tutto, di piacere infinito e immenso.
E arde, oggi, ancora, pur se la pioggia batte gelida, e schiaffeggia, il vento, l’aria e, flebili, si fan le cose.
Ancor s’irradia per ogni dove quell’energia infinita, onda di piacere intenso che l’originario amplesso propaga da allor nel mondo.
Senza quella, oggi, non ci sarebbe più vita alcuna.
O rotear di stelle.
O rivoluzione d’astri…
e orbite, perfette e pure..
O galassie infinite e belle…
…caste e vergini vertigini…

Il primo istante fu una scossa di piacere voluttuoso.
Tremiti convulsi di corpi stetti forte nell’estasi amorosa.
Sfinimenti languorosi di visceri animali.
Dev’esserci, ancor lassù, nel cielo più profondo, un antico talamo nuziale.
Ove ancor si stringono sudati, gli amanti primigeni, prigionieri degli sguardi innamorati.
Scuri vortici infiniti d’interminabili armonie celestiali.
E’ il moto cosmico dei corpi, giuramento d’un amore sconfinato, che garantisce, invero, il perenne permaner del movimento.
Un istante, insomma di supremo orgasmo permanente.
Cos’è, allora, la tristezza che la morte nel cuore a momenti si raggela?
Chi l’amore, in terra ha conosciuto, sa che all’ardore segue un malinconico rinculo.
Un pausa del respiro.
Un singhiozzo che si stringe nella strozza.

AD ASTRA

Odilon Redon (1840-1916) – Il carro di Apollo

Su, sali lassù. Più in alto. Su, ancora più su!
Non vedi che corre più forte, adesso, quel sole?
E le stelle, nel cielo, non si son fatte più belle?
Dai, ascolta. Non senti come bussa forte nel petto
il desiderio? La voglia, ora, impetuosa t’afferra,
si fa prepotente. E allunga la mano, allora,
per afferrarla. Tu, ora, non puoi trattenerti!
Urla, urla pure a quel cielo. Che t’obbedisca!
Che strisci ai tuoi piedi. T’invochi, s’umili!
E’ tuo questo tempo, non vedi? T’aspetta, se vai.
Salta. Su salta più in alto che puoi. Non esitare.
Non tornerà, domani, il momento in cui la tua vita
avrà tanta forza spietata. E tu? Invece, che fai?
Stai nel tuo letto, intristito, piangi e mugugni?
Rimpiangi il futuro che se n’è andato senza di te!
Povero giovane figlio, ti rassegni senza lottare?
Urla, graffia, mostra le unghie, rompi, conquista!
Spezza le catene a cui io t’ho legato senza pietà!
Su, forza, che aspetti? Sbatti più forte le ali!
Lanciati, osa! E’ tuo lo spazio, vola, tendi le mani!
Prova a prenderti il tempo: è tuo, oggi, il domani.
Non farlo finire. Dura un attimo solo, l’incanto
di questa sovrumana forza che ti rende sovrano.
Ma tu non lo sai. Tu, te ne stai muto, esitando,
là, s’una soffice nube. Fissi lo sguardo per terra.
Tremi. Non vedi i cavalli del carro di fuoco?
Chiedono, implorano un ordine. A te solamente,
Fetonte, obbedirebbero. Alla dura forza del braccio.
Io, invece, vecchio astro stanco solare affannato,
mi estinguo. Ombreggia ormai, ad Oriente, laggiù.
Scende la sera e il ciel si dimette pian piano.
E’ tempo, ora, d’osare, mio eroe: mio nuovo astro
nascente!

ALLEGORIA (Una storia, p. 8. Epilogo)

Jan BRUEGHEL II & Frans FRANKEN – I QUATTRO ELEMENTI

Era un mattino d’autunno, quando Salvatore fu seppellito.
Come era stato un mattino d’autunno quello in cui un seme d’angelo fu piantato nel corpo di Maria.
La terra fertile, inesauribile fabbrica di vita, d’autnno si spoglia lentamente, rabbrividendo, dinanzi al soffio che scompiglia le chiome frondose che arrossano.
La terra è l’elemento che genera la vita, accoglie il seme, lo nutre e lo protegge.
Il grembo di Maria è come la terra, gravido di vita.
D’autunno, piano, si gonfia.
Poi arriva l’inverno.
L’aria si raggela, guardandosi fissa e impacciata le mani rosse.
Le dita spoglie, come rami senza foglie, s’irrigidiscono nello spasimo di un’attesa sospesa.
Il silenzio di una notte lunga un’intera stagione che cammina col passo felpato del cacciatore ricopre il mondo.
Maria dorme un’intera stagione, scossa solo dalla nausea della prima gravidanza.
Il gelo del marciapiede la rattrappisce, rendendola minuscola, come un fiocco di neve, che non può perdere il suo candore finchè il vento prepotente dell’inverno lo sospinge lontano.
Nel mondo.
E il mondo intero, nel gelido inverno, viene travolto dal tempestoso assalto degli elementi che ruggiscono, belve affamate in cerca solo d’un pasto che si nasconde, e sfugge.
Povere bestie in cerca d’un pasto.
Sotto la coltre soffice del muto silenzio d’inverno, cova nella terra il germoglio che spunta dal seme.
La prima ecografia nel grigio reparto d’ospedale mostra a Maria l’embrione che spunta dal seme piantato nel suo seno.
Il suo uovo, il suo seme, il suo amore.
Si fanno diramazioni della vita.
Progetti virtuali di esistenze che vengono al mondo per compiere imprevisti cammini.
E’ come il ramo di un fiume, che si diparte dalla sorgente vitale posta al centro più profondo del monte d’Afrodite.
Il corso di quel ramo di vita attraversa le stagioni più volte.
Ma incomincia il suo percorso d’autunno.
Cheto, d’inverno, se n’è stato in ascolto del mormorio della vita che chiama, sepolta, sotto al manto di gelo che ricopre la terra grassa d’autunno.
Grassa, in autunno, la terra, in inverno si fa aria leggera, vento impetuoso, tempesta che scuote la mortale immobilità della morte.
Così, dove giunge l’estremità più distante di quel soffio impetuoso ch’è chiamato tempesta, quando l’inverno si confonde col tepore profumato dell’incipienza primaverile, lì, ricomincia il ciclo della vita che risorge dopo la morte.
E’ un punto esatto che indica un istante preciso del tempo.
Lì, in quel frangente i cui la terra si spacca e ne spunta un tenero bocciolo di gemma, allora, là, quello è il punto in cui Salvatore è stato sepolto.
Ma come tutti i frutti nati dai semi della terra, Salvatore non può avere conoscenza d’un eterno destino di morte.
Piano, al ritmo snervante che la natura sa dare alle cose, nei mesi dell’odoroso soffio di Zefiro, si forma una nuova creatura, che succhia la vita dal generoso grembo materno.
Il ventre di Maria è un generoso.
Il seme piantato un giorno lontano, dopo mesi che son lunghi come eterno che non conosce la fine, pian piano si sta facendo di nuovo verde virgulto.
L’infermiere indica che qualcosa sta nascendo, là nel giardino, fuori dalla finestra che s’apre nella sala pullulante d’aggeggi del mesto ospedale.
Esalano leggeri i vapori d’etere che dolcemente annebbiano la vista della bimba che, donna, s’è fatta ormai vecchia e consunta.
Ma è un sussulto.
E’ la vita, ancora una volta, che chiama.
La terra ormai s’è aperta.
Come un corpo di donna da cui nascono i frutti che vengono al mondo sporchi di sangue ed acqua santa di vita.
La pioggia, in primavera, ha nutrito la fertile gravidanza che ingrossava la terra dove il seme di Salvatore fu piantato da un angelo biondo.
Che importa se quel seme è stato piantato due volte?
Una volta, un mattino, fu piantato al suono del dolce flauto dell’amore degli angeli.
Ed un’altra, invece, più tardi, fu piantato come la punta d’una croce lorda di sangue.
Da quel seme, ora che la primavera s’è tinta d’estate, nasce di nuovo un saporito frutto carnoso.
Salvatore, lo vedo, candido giglio di giugno, ora ha cominciato il suo nuovo cammino.
Ha due ali d’angelo appiccicate in mezzo alle spalle.
Suona un dolce flauto che attira ninfe, sirene e ogni farfalla che si gira a guardarlo.
Emana un dolce profumo d’ambrosia.
E’ un fiore d’estate.
Destinato a vivere pochi giorni soltanto.
Quel fiore sparge generoso il fulgore del colore del fuoco.
Poi il fuoco del sole di luglio gli seccherà la terra d’intorno.
D’un tratto, il morbido prato che accarezza i suoi piedi si farà sterile deserto assetato.
Ma giungerà, di lungi, il ronzante esercito d’api operose.
E insemineranno la natura dei semi del nuovo angelo che adesso vola alto nel cielo.
E io guardo, sperso, in quel cielo.
A momenti mi par di vedere un’ombra lontana.
E’ Salvatore.
Quell’innocente angelo che prende in giro la morte.

DIES IRAE (Una storia, p. 7. Fine)

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BRONZINO – TRIONFO DI VENERE (particolare)

Naturalmente, la storia dovrebbe avere una fine.
Trattandosi di una specie di evangelo, le sorti dei personaggi dovrebbero essere predefinite.
Salvatore, 13 anni dopo il suo ventesimo compleanno trova la sua croce che lo aspetta.
L’ha cercata a lungo, per ogni dove.
Sempre inconsapevolmente.
Chissà quale crudele scrivano ha messo la parola fine sotto alla sua storia in una modalità tanto dolorosa.
Salvatore ha predicato e fatto i miracoli.
Ha predicato agli uomini con il suo esempio, piuttosto che con le sue parole.
Lui, Salvatore, di parole non ne ha mai avute molte, in bocca.
Poca scuola, si, l’ho detto, poca voglia di chiacchierare, lui era un timido introverso, pochi amici e soprattutto poco fiato in gola.
Meglio uno sguardo al cielo che una preghiera.
Meglio uno sputo in terra che un’imprecazione.
Risulterà difficile inquadrare questo personaggio tra i Cristi la cui iconografia vulgata è fatta di parabole, beatitudini, predicazioni alle folle.
Roba da politicanti.
In televisione ne passano ogni giorno.
Speech-writer affermatissimi ed iperspecializzati guidano la carriere di presidenti predicatori e capi di Stato pieni di medaglie e microfoni.
Intanto, tra i beati siedono solo coloro che riescono a fare lauti business con le ultime versioni di armamenti.
Sono pastori di greggi osannanti che sotto al balcone di turno dal quale un Pilato qualunque chiede “Chi volete che io liberi, Barabba o Salvatore?” loro, tutte le volte, rispondono, per chissà per quale orrenda ragione: “Liberaci Barabba e uccidi Salvatore!”
Ci sono intere catene di colli, che percorrono l’intero perimetro della terra, piene di croci insanguinate.
Su una di quelle sale oggi Salvatore.
Anche se lui ancora non lo sa.

Anche Maria dovrebbe avere già bell’e fatto, già scritto, il suo copione.
Maria oggi è una dolce signora.
Ha quell’età in cui la femminilità diventa complice del mistero del tempo.
La luce che illumina il suo volto non ha più la proterva impudenza di una fiamma che rischiara le tenebre per imporre la sua presenza guizzante ed acerba.
Oggi il bagliore che irradia d’intorno è la sfumata complicità della notte.
Seduce l’oscurità sfiorandola solo col lieve tocco d’un candido fiocco di neve.
Trasforma le carezze del rosso ruggente piacere nel viviscente piacere d’una opalina carezza.
Quel volto di donna s’è fatto uno specchio, oggi.
In quello specchio si riflette il mondo intero.
E non v’è più paura che quello possa scappare!
Non v’è più il timore che il tempo fugga, o le sfugga di mano, ne perda il controllo…
Ormai v’è solo quella consapevolezza di donna che sa.
Sa che il mondo l’è debitore.
Sa che quello non pagherà mai il suo debito, impenitente spergiuro.
Sa che la vita deve giungere, un giorno a riposare ai suoi piedi, dopo le mille fatiche e le notti, bruciate come vecchi copertoni consunti.
Sa che si adagerà docile, come un fedele cagnolino da salotto.
La guarderà fissamente negli occhi.
E, infine, le rinnoverà il suo spergiuro d’infedeltà eterna.
Proprio in quel momento, in lontananza, s’odranno battere gli zoccoli pesanti dei giorni che fuggono spauriti.
Ma Maria, quei giorni li va vissuti davvero.
Bruciati con l’intensa energia della vita sconquassata dalla fatica di mescere boccali di vuoto piacere agli uomini assetati d’amplesso.
Maria non teme l’irruenza di quel nero ratataplàn che precipita giù dal vuoto cielo buio di notte assordante.
Lei ha sempre saputo tener testa al buio dei giorni.
Che può mai temere di più?

Anche Giuseppe ha una parte scritta a posta per lui, da qualche parte.
Ma Giuseppe non è mai stato un attore protagonista.
Ha provato, una volta, quando s’è presa Maria, solitaria bambina prena che neanche conosceva, ancora, bene la vita e se l’è portata in casa, per dare un nome alla creatura che si cullava nel grembo di lei.
Voleva solo prendersi, solitario, una calda notte d’amore.
Era una notte quasi d’inverno.
Una notte immacolata.
Gelida neve ghiacciata sul cuore.
Ma a quella notte, i giorni che fecero seguito, ormai trentatrè anni fa, furono giorni di fredda indifferenza.
Una notte d’amore, si sa, non si può pagare con tutta una vita.
Specialmente se il fiore che si vuol catturare è una primula che vuole restar libera per tutta la vita.
Così, Giuseppe, dato il suo nome a Salvatore dinanzi all’amico-collega impiegato dell’anagrafe comunale, dopo poco se n’è andato senza neanche pagare l’affitto.
E’ stato facile.
Maria ha dovuto aprire la porta all’esattore che veniva a bussare.
E poi al messo notificatore.
Infine al giudice e a tutta la corte d’avvocati che chiedevano d’esser pagati sempre dell’unica stessa moneta sonante ch’ella vendeva di notte.
La sua banca centrale sfornava monete nuove di conio ogni volta che la vita richiedeva il suo prezzo salato.
E cos’altro volete che faccia una banca centrale?
Giuseppe adesso è pensionato e ogni tanto cerca ancora Maria.
Ricorda quell’unica volta che se l’è stretta al suo petto ansimante.
Ricorda gli occhi profondi di lei.
Ricorda il suo dolce sapore di miele.
Ricorda il sale del suo pianto in silenzio.
Ricorda il marmocchio che urlava disperato la sua voglia disperata di vivere al mondo.
Ricorda, Giuseppe.
Ma non ricorda più tanto bene.

L’angelo biondo il suo ruolo l’ha avuto, una mattina, e poi è sparito.
L’annunciazione del concepimento è stata il suo momento di gloria, là sul palco del gran teatro del mondo.
A lui è toccata la parte più facile.
Un evanescente Rodolfo Valentino.
Un rubacuori disceso dal cielo.
Un sogno rimasto velato.
Un dio-demonio, in questa storia abitata da anche da dei-donne e scalpitanti demoni imbizzarriti.
Ma lui è stato un capriccio.
Il desiderio che un corpo di bimba ha voluto assaggiare.
Il tedoforo della vita che porta la sua eterna fiaccola in giro per il mondo infinito.
senza di lui non ci sarebbero chiese in cui celebrare i misteri della purezza, dell’innocenza e della casta devozione ai valori della famiglia.
E’ dal peccato che nasce il senso della colpa da acquietare col sacrificio delle creature innocenti.
In un mondo senza colpe, non si aprirebbero i templi e non s’innalzerebbero altari così alti per raggiungere il cielo.
Al massimo, si mangerebbe in abbondanza di quel frutto proibito.
E, con la saggezza che quella sapienza saprebbe infonder nel cuore satollo, si amerebbe il prossimo nostro d’un casto amore eterno, vero, sincero.
Ma, anche qui, si sa, la trama è già stata scritta da qualche parte in quel gran libro chiamato destino.

Chi manca all’elenco?
La dea-madre è tornata lassù, a rimirarsene i frutti della giustizia ch’è stata profusa a piene mani dal dio-maschio che siede nell’alto dei cieli.
Adesso, vede, quaggiù, stanno montando la forca per l’esecuzione finale del buon Salvatore.
Ha la forma di croce.
Due tubi innocenti scrostati, inchiodati di traverso con la macchina elettrosaldante.
E’ alta, quella croce, che sembra voler allontanare dalla terra la meschina notizia.
Chi ha processato il povero cristo?
Un sinedrio di predicatori senza pietà.
Sepolcri imbiancati che l’hanno accusato d’un delitto senza infamia nè lode.
Una rapina finita male, una notte.
Forse lo spaccio d’una partita di droga.
Quando l’han preso, i caramba, l’anno riempito di botte.
In cella i compagni l’hanno sfiatato coi calci, senza pietà.
Neppure un filo di voce.
Un filo di sangue.
Un’emorragia interna gli ha strozzato il respiro, ma quelli, in infermeria l’hanno acciuffato per tempo.
Voleva evadere senza scontare la pena.
Sfuggire al meritato castigo.
Evitare la punizione che spetta ai colpevoli senza attenuanti.
Così, il tribunale s’è tosto riunito per decidere il rito abbreviato.
Un giudice in toga.
Un codice in mano.
La bibbia nell’altra.
Un giuramento.
Poi, giù, la condanna.
A morte, ovviamente.
Il delitto non conta per niente.

Si può peccare contro la vita.
E si può peccare contro la morte.
Si può peccare ed essere empi.
Si può peccare per accrescere il proprio potere.
E si può peccare per ingordigia, cupidigia e lubrica voluttà.
Si può peccare per molte ragioni.
I ricchi peccano perchè il mercato è simmetrico e l’arricchimento non comporta peccato.
I potenti peccano perchè i poveri non sanno niente dei loro diritti e non hanno avvocati che gli consigliano la porzione migliore del cielo da edificare con opere buone che lavano l’anima e la coscienza.
Gli stranieri peccano perchè non conoscono le leggi della nostra città.
E noi facciamo giustizia, impiccando quei forestieri fuori le mura della nostra città.
Non è peccato conquistare nuovi continenti alla gloria di dio.
Non è peccato depredare i templi degli infedeli pieni di idoli senza pietà.
E non è peccato bruciare quegli idoli, i sacerdoti e le milizie che li difendono senza viltà.
Non è peccato, non è peccato, non è peccato!
Non è peccato niente di ciò che facciamo.
Abbiamo iddio che ci protegge e ci sostiene nel fianco.
La nostra croce è più alta di quella infedele che gli altri hanno piantato lassù.
L’importante è avere un peccatore da mettere al rogo, impalarlo e infine inchiodarlo, bello comodo, là, sulla croce, in alto, lassù.
E Salvatore è un peccatore.
Di cosa s’è macchiato ancora non è stato scritto sulla fedina penale.
Era soltanto un povero cristo che cercava giustizia.
Voleva mettere a posto le cose del mondo.
E così, le cose del mondo han messo a posto lui, invece, per sempre.
Ha avuto finalmente giustizia.
Lui che tanto cercava, finalmente oggi l’ha avuta.
Ora è lavato il peccato dal mondo.
Ecco, qual’è il mesto finale ch’è stato scritto nel grande libro dei giusti rinchiuso lassù.
Ma io vorrei usare la mia penna per scriverne uno migliore.
Uno che dia ragione a Salvatore e porti consolazione al dolore d’una madre a morte ferita.

Salvatore oggi ha capito.
Ha guardato fisso nel cielo ed ha visto piangere l’angelo biondo.
E’ caduta una pioggia pesante, oggi, sul mondo.
Lacrime grosse così.
Il dolore d’un padre, seppure svagato, fa nascere fiori dalla terra che abbraccia il cuore d’un figlio distratto.
E Salvatore s’è ritrovato in un grande prato fiorito, baciato da migliaia di morbidi petali pietosi.
Ma la morte d’un giglio non dura in eterno.
Il bulbo sotterra fiorisce ogni estate.
Adesso, ch’è inverno, riposa.
D’inverno riposa, innocente, tutta la terra.
Poi, pian piano, sboccerà dalla terra un fiore immacolato più forte e più bello.
Il giallo pistillo ricorderà il colore del biondo ciuffo che inseminò la fertile terra prima di fuggirsene in cielo.
E il candore dei petali sarà la purezza del corpo di Maria venduto a poco per strada.
Lo stelo, forte e protervo, urlerà contro il cielo la sua smania di verità.
Il pianto del padre lo bagnerà, ogni tanto, per irrigare la zolla dove, la prossima estate, spunterà ancora quel puro, candido, fiore.
Purtroppo, il cuore d’un padre non si consola quando un nuovo giglio spunta dalla zolla bagnata.
Per Maria invece è diverso.
Non perchè il cuore di madre non conosca il rogo del pianto.
Ma Maria è una madre speciale ed ha piantato il suo cuore, là, sotto la zolla.
S’è scavata una piccola fossa e l’ha riposto, così, senza dolersene.
E quel cuore dona il calore alla zolla e la nutre il seme del giglio.
La gemma, affamata, succhia ancora a quel seno, anche se ha la forma cipollosa d’un bulbo.
E il cuore di mamma innocente dà un sapore speciale a quel latte che linfa si fa.

Ormai sulla panchina non resta altro che un soffio di vento.
Mi porta la voce dei fiori che spuntano, là, nel prato lontano.
I platani alti s’inchinano ad ascoltare quel canto.
Piangono, a volte, li vedo, un poco affannati.
Anche la notte, non ha più la stessa indifferenza di sempre.
Sembra più vuota, sconsolata, malinconica e triste.
Ma forse è un’impressione soltanto.
E’ il tempo.
Un fantasma che passa a levarsi il cappello e salutare con rispetto le tenebrose figure che abitano il buio.
Con incedere morbido un cuor di bambina ha preso le forme di verde ninfa amorosa.
Un pò più distante lampeggia l’azzurro d’una sirena impazzita.
Un’ambulanza sta portando via il corpo d’una vecchia barbona che diceva a tutti d’essere un dio.
Forse è solo ubriaca, o forse domani la seppelliranno.
Nessuno lo sa.
Il cielo, lassù, lontano, guarda bieco in silenzio.
Gli angeli hanno la faccia sporca dei clandestini che non hanno una casa, stasera.
Biondo, qualcuno, atletico, alto.
Un gran desiderio d’amore da chiedere alla ninfa che fa girar la borsetta sul viale.
Un copertone brucia la sua acida fiamma giallastra.
L’acre fumo di gomma si fonde nei polmoni con quello aspirato dei mozziconi bruciati.
Un sigaro e quattro denti fuggon via da un sorriso sbilenco.
Uno stridore di gomme.
“Quant’è, signorina, la tariffa stasera?”
“Per il servizio completo son cinquanta euro, solo per te, mio angelo biondo.
Per tutta la notte sono soltanto duecento.
Per tutta la vita ti pago io, se vuoi.
Portami in cielo, mio dolce angelo biondo!”

LA COLPA E IL PECCATO (Una storia, p. 6)

Mosè BIANCHI, PAOLO E FRANCESCA 1877c.
(Acquarello e oro su carta, Galleria Civica d’Arte Moderna, Milano)

Quando è giunto il momento che una nuova vita debba venire al mondo è tutto un concentrarsi di energie nel creato.
Nel cosmo infinito e nel mondo degli uomini.
Sono queste, queste energie che si concentrano nell’attimo fatale.
Sono loro a stabilire e determinare il momento in cui una nuova esistenza può venire al mondo.
Sono due.
E’ semplice, facile, basta rifletterci un pò su.
Per comodità possiamo dargli un nome.
Energia cosmica, l’una.
Ed energia vitale, l’altra.
Sono loro che hanno nelle mani il potere e la forza di decidere dell’inizio di una nuova vita.

Energia cosmica.
Non ha niente di esoterico, misterico, gnoseologico…
E neanche ha a che fare con l’astrologia, la cosmologia, l’escatologia…
Non c’è nulla, nella vita di un nuovo essere chiamato al mondo, ad avere a che fare con energie poste al di fuori della dimensione umana, percepibile e materiale dell’esistenza.
Nondimeno, esiste un’energia che s’irradia dal cosmo, per così dire, e che influenza la venuta al mondo di una nuova creatura.
E’ l’energia della lunga, ininterrotta, indissolubile, inestricabile, catena di eventi, volontà, condizioni, progetti, sogni di ogni donna e di ogni uomo che si sono uniti per dare alla vita una nuova forma di esistenza.
E’, l’energia cosmica, l’energia che viene dal big bang della vita, ciò che modifica il mondo, che resta nel cosmo, è l’eco dei mille e mille progetti che sono stati messi infila, ab aeterno, per ogni nuovo vivente che deve giungere sulla terra.
Questa energia che proviene dal tempo e dallo spazio senza dimensione e senza misura, per ogni dove, si potrebbe dire, si concentra sui due corpi che si stringono e si uniscono per darsi alla vita.

L’energia vitale è l’altra.
E’ l’energia che sostiene la venuta al mondo di un nuovo essere.
E’ la specifica forza che promana da ognuno di quei due corpi per unire le carni in una sola.
E’ la sintesi delle energie dei due corpi amanti che si danno per farsi UNO.
Ma non ha niente a che vedere con le leggi della chimica, o della biologia, no, questa energia.
Proprio no.
Ciò che unisce due corpi che sanno di volersi fare uno soltanto per potersi, poi, diciamo così, dividere in tre, è un’energia così potente che se ne resta sbalorditi se ci si sofferma a pensare.
Nella carica sessuale che mette in moto il meccanismo riproduttivo è concentrata, in quel momento, la determinazione volitiva della creazione.
E’ quella, l’energia che mette in moto il meccanismo biologico della vita.
E’ fatta di desideri, di sogni, di speranze, di utopie…
Di amore, in una parola sola.
Amore della vita per la vita.
Amore immensamente generoso e altruista.
Non amore di un essere per un altro essere.
Amore, quest’altro, invece, egoistico e narcisista.
E’ quell’energia vitale che spinge a mettere in atto il progetto di una nuova esistenza, esistenza che deve andare a prendersi il suo posto preciso nel mondo, il posto esatto che gli è stato assegnato dalle energie concentrate, progetto, disegno, destino al quale non è concesso di disobbedire
Non si ha altra possibilità che venire al mondo.
In quel luogo.
Ed in quel momento.
Da quei generatori d’energia.
Connessi da sempre per sempre.

E’ questa energia infinita che mette al mondo i nuovi venuti.
La mattina in cui Maria ed Angelo s’incontrarono sembrava s’incontrassero per caso.
E invece era dovuto intervenire la mano, anzi la lente convessa, del Demiurgo per concentrare l’energia cosmica e quella vitale proprio per loro due.
Che neanche quasi si conoscevano.
Tutto ciò non ha niente a che vedere con l’astrologia o la magia o la religione.
No.
Cose per ciarlatani.
Io parlo di cose più alte.
Parlo di ciò che accadde quando, nove mesi prima di vent’anni fa, il cosmo, una mattina di sole, vibrò di desiderio, poi, d’improvviso, si scosse ed avviò il processo molecolare che alla fine, nove mesi più tardi, portò Maria nel lettino di una sala parto d’ospedale.
Si deve sentire tutta l’emozione di quell’amplesso che ha dato avvio al destino del figlio dell’uomo.
Dovevano sentirla tutta, la bimba dolce con le ali farfalla e l’angelo leggero con i capelli di vento.
Il vento e le ali scossero l’aria.
E quella vibrazione mise in subbuglio l’intero creato.

Ma resta da dare un senso ai termini “venire al mondo”.
Non ci occuperemmo di questa storia se essa fosse una storia qualunque, banale, insignificante.
Non tutte le creature possono dire di “essere state chiamate per venire al mondo”.
Ecco, questa espressione è già più precisa.
Perchè Salvatore, quella mattina, fu chiamato.
L’angelo era stato mandato.
Maria era stata prescelta.
C’era tutto il flusso di quelle energie concentrate dietro quella chiamata.
E Salvatore aveva obbedito.
Anche senza sapere che obbedendo si sarebbe caricato il suo destino sulle spalle e avrebbe dovuto sudare una vita intera prima di potersene liberare.
Una vita, quaggiù, può essere anche dura e pesante.
Qualcuna, anzi molte, lo sono anche più di quella di Salvatore.
Ma Salvatore aveva avuto in prestito un destino davvero speciale.
Unico.

La vecchia strega, nella notte che aveva preceduto l’incontro predestinato dagli eventi, aveva cercato di arginare gli effetti che stavano per prodursi, di fermare il destino del mondo, coinvolto, anch’esso, in questa storia particolare.
Dio-femmina, aveva invocato giustizia.
Giustizia contro la colpa.
Già, la colpa.
Ma quale colpa?
E quale giustizia?
Un dio-femmina non è uguale ad un dio-maschio.
Quest’ultimo è il dio che noi tutti conosciamo.
Duro. Inflessibile. Severo. Deciso. Determinato. Incrollabile.
Un dio che non cede di un passo neanche se deve mettere sulla croce il suo figlio di carne.
Un dio che distrugge le città e affossa le nazioni di popoli infedeli.
Un dio che ha la forza delle saette nelle sue mani.
Un dio che cavalca i cavalli di fuoco che portano in giro per la sfera celeste gli astri solari e che affonda con essi nel più torbido buio delle tenebre oscure.
Un dio che di distrugge ogni notte e che rinasce ogni giorno.
Un dio che conosce il male e non per questo adopera i suoi poteri per scansarlo dalle strade dei suoi figli.

Invece, un dio-femmina è un dio-madre.
Conosce lo strazio delle carni per mettere al mondo un figlio.
Conosce i palpiti del cuore.
Battiti ansiosi che vegliano sul destino di quel figlio messo al mondo con lo strazio delle proprie carni.
Palpiti, e battiti, incessanti, inarrestabili, irrefrenabili.
Conosce, il dio-femmina il piacere del corpo e il dolore dell’anima.
E conosce il dolore del corpo ed il piacere degli uomini.
Un dio-femmina si veste da strega, in una notte ventosa, e va in cerca del suo figlio smarrito prim’ancora di venire alla luce.
Avvisa del pericolo e cerca di proteggere la sua creatura.
La sua creatura, lei, madre e dio, femmina e dio, dio femmina e madre, l’ha nutrita.
L’ha nutrita proprio col suo corpo.
E sa che vederselo morire vorrebbe dire morire a sua volta.
E allora, essa, pazza di dolore, madre e dio, scende sulla terra per cercare di fermare il corso degli eventi fatali.
I casi, che ebbero inizio all’inizio dei tempi.
E cerca di compiere il miracolo.
Cerca di spezzare l’ineluttabile catena che essa stessa ha creato, da dio, prima di tutti i tempi.
E, con un miracolo, cerca di controvertire le inflessibili leggi della natura, ch’essa stessa ha pur creato e posto a salvaguardia del mondo.
E, cerca con quel sacrilego miracolo, di salvare, al mondo, il suo più amato bene.

Ma un dio nulla può contro le energie che si concentrano quando una nuova creatura viene chiamata ad apparire sulla scena del mondo.
Neppure se è un dio-femmina.
E sa, nella sua impietosa onniscienza, che la nuova creatura è una dolce creatura e quella creatura perirà, un giorno, sotto il fardello, ineludibile, del suo destino.
E’ da qui che nasce la colpa.
Il peccato è la disobbedienza al comando di dio.
E il peccato è frutto della colpa.
E la colpa è questa disobbedienza.
La disobbedienza del destino al desiderio del dio, del dio buono, del dio d’amore, del dio madre, del dio femmina.
Quel dio ha mangiato, senza che nessuno lo avvisasse del pericolo, il frutto della conoscenza.
E sa, da allora, cioè da sempre, essa, allora, sa che il suo figlio, che ogni figlio, ogni figlio ch’è figlio d’un suo figlio, dovrà perire, e cedere, sotto il peso del suo destino terreno.
Quel dio desidera, madre tenera e buona, che il suo figlio, il figlio più caro voluto, desidera come solo un dio sa desiderare, che quel figlio si salvi.
E il desiderio d’un dio è, pure, un ordine perentorio di dio.
E disobbedire ad un ordine è una colpa.
E la disobbedienza all’ordine d’un dio è, pure, peccato.

Ecco cosa accadde, quella sera, sulla panchina.
Ordinare giustizia era il pianto inconsolabile d’una madre che cercava di fermare la mano del destino che divora senza pietà i suoi figli.
Giustizia negata.
Impossibile.
Inaccettabile condizione di morte del cuore d’un dio madre afflitto nel buio d’una notte ventosa.
Stormivan le fronde degli alberi, quella sera.
Ed i cavalli indemoniati, ch’ogni notte conducevano il giro della vecchia impazzita di dolore, ben sapevano che quel dolore era un dolore a cui non poteva esser offerta consolazione.
Le foglie cadute dai rami erano avvisaglia di morte.
Ogni fiore muore.
Ogni foglia.
Ogni figlio, creatura di dio.

Salvatore è uscito, stamattina, senza sapere tutto ciò ch’era accaduto in quella sera fatale.
Il suo passo non conosce inciampo, se non l’esitazione dei mille pensieri che attraversan la mente del figlio d’un angelo biondo.
L’energia rubra della vita gli scorre nel sangue.
Non conosce veleno, quel sangue.
Anche se è infetto del morbo di morte.
Come ogni figlio, ha sulle spalle il proprio destino.
Mille possibilità che il mondo concentrerà sui suoi giorni davanti.
Energie potenti.
E’ il miracolo della vita.
Vedremo gli eventi che s’allineeranno lungo i giorni di Salvatore.
Un idealista, solitario, coerente con le sue idee e disposto a combatter per quelle.
Vuol cancellare l’ingiustizia dal mondo.
Mondare la colpa e il peccato.
Immagina, lui, che immane progetto s’è imposto?

SALVATORE (Una storia p. 5)

Marc CHAGALL – GIACOBBE LOTTA CON L’ANGELO (1963)

Salvatore lo conoscete.
E’ un ragazzo come tanti.
Proprio oggi fa vent’anni.
E’ il suo giorno.
La vita festeggia il suo anniversario.
La sua venuta al mondo, la sua incarnazione, l’inizio di una nuova era.
Chissà se lui ci pensa a cosa vogliano dire parole così importanti… “venire al mondo”!
Per lui oggi è solo festa.
Ma uno che si porta addosso un destino come una croce, ci dovrebbe pensare…
“Venire al mondo” sono parole che non hanno un significato come un altro.

Maria, oggi, è un pò più matura.
Non dico oggi, in questo giorno ch’è speciale per Savatore.
Ma oggi, oggi come adesso.
Un “ormai”, visto il tempo che è passato.
E si vede.
La bimba leggera, venuta al mondo come una farfalla dolce e spensierata, che sapeva sfiorare in volo la cattiveria della vita, oggi s’è fatta donna vera.
Amante esperta e consumata.
Conosce il mondo e dal mondo è infetta.
Secerne peccato e conosce il peso della colpa.

Salvatore adesso frequenta l’università.
Ha la testa piena d’ideali.
Guarda il cielo e sente il suo richiamo.
Pensa a un mondo d’uomini tutti uguali.
Cammina per le strade con la testa un pò distratta, sempre immerso nei pensieri solitari.
Conosce molta gente, ma di amici veri, quelli ne ha pochi per davvero.
Porta nel cuore le ferite profonde della vita.
Quelle che rendono diversi tutti gli altri.
Oggi è uscito pensando a chissàcchè.
Voleva rendere il mondo un pò migliore.

Il rossetto sulle labbra di Maria è un pò più denso, oggi.
E’ del color rubro del sangue caldo.
Adesso ha preso anche il sapore denso dell’amore.
Quello venduto a poco ai bordi delle strade.
Il marciapiedi ha bruciato la sua vita.
E il rossetto divampa come i fuochi nella notte.
Uomini ingordi han divorato, poco a poco, la sua anima gentile.
E su quel manichino senz’abiti in vetrina, il sorriso s’è spento piano piano.
Inghiottito da mille pene sotterranee.
Dove s’è perduta l’acerba innocenza spensierata.

Salvatore s’è messo in tasca il suo giornale quotidiano.
Lotta continua, il Manifesto, poco importa, la protesta proletaria.
Lui vuol redimere l’intera umanità.
La colpa è quella d’esser vivi, diversi, col peccato che pesa sull’anima immacolata.
Esser diversi, giovani, angeli innocenti è una condanna da espiare ogni giorno.
Aver degli occhi che guardano lontano è guardar negli occhi fissa l’ingiustizia.
E’ una malattia che ha contagiato il mondo dappertutto.
Volerla curare fa del medico il colpevole.

Quella verde gemma di bimba sbarazzina è maturata al sole troppo in fretta.
Sotto le mutandine candide di filo la pelle s’è fatta carne e ha preso il vivido riflesso rosso dell’amore.
Il succoso frutto delle forme femminili sente i morsi, adesso, dell’intimo vorace di nera seta col filo tagliente che scorre fra le natiche rotonde.
Maria s’è fatta donna, ora.
E vende il sesso per trenta miseri denari.
E se non fuma più, come allora, quand’era bimbetta di quartiere, adesso conta ancora i giorni vuoti dentro a un bar, quand’arriva miserabile la sera.
Solitaria.
Chissà se crede d’essere infelice?

Giuseppe, l’impiegatuccio dal cuore buono che aveva dato il suo nome al figlio del peccato, presto, s’è stancato.
Se n’è andato.
E’ durata poco la loro storia.
Lui, grigio travet in tutto.
Soprattutto nella vita.
Non aveva aveva retto il peso del fantasma dell’angelo maledetto.
Quel fantasma gli abitava diritto dentro il petto.
I suoi pesanti passi stanchi, nelle notti senza fine, gli martellavano la testa.
Ma quel demone dai riccioli dorati aveva ancora la sua stanza nella testa di Maria.
Un fantasma con due case.
Una sola fatale creatura che si porta addosso due miserabili.
Il cherubino con la spada infuocata dell’amore fuggitivo
E il cupo dèmone crudele.

Salvatore era rimasto a vivere con lei.
Madre snaturata per il mestiere, ma con cuore grande assai veramente.
Degli anni della scuola non si dice un bel granchè nel solito libro di storia della strada.
Qualche anno ripetuto da svogliato e qualche amico perso un pò di qua e un pò di là.
Forse ha sempre amato anche la musica.
E forse gli è sempre piaciuto starsene in disparte a guardare fisso il cielo.
Lassù, dove il buio si tinge d’infinito.
Là,dove invisibile s’espande l’eterna melodia degli angeli infelici.
Lì, lo sapeva, abitava l’angelo suo padre.
Quello coi riccioli dorati.
Quello ch’in una mattina di tiepido sole malato, annunciò a Maria la venuta al mondo del figlio del peccato.
La carne della carne, il figliuol dell’uomo, messo nel ventre d’una bimba immacolata.

MARIA (Una storia p. 4)

Edvard MUNCH - LA PUBERTA'
Edvard MUNCH – LA PUBERTA’

Il demonio può avere molti volti e sa nascondersi sotto tante vesti diverse.
E’ una maschera, forse, un trasformista, un attore di varietà.
Ma se lo chiamiamo demonio, una ragione ci sarà.
Nel caso di Maria e del suo mondo di periferia il senso che il demonio porta dentro la nostra storia è, senz’altro, l’inferno.
Le due cose, il demonio e l’inferno, non possono essere separati.
L’uno dà significato all’altro.
L’uno, senza l’altro, non potrebbero esistere.
E, quindi, per Maria, demonio e inferno stanno dentro la stessa scena, sullo stesso palco, nella stessa vita.

Certo, pensare alla giovane ninfetta in abitini, camiciole, minigonne che si alzano sopra gambe secche, stecchi di legno verde, può far pensare a cose d’altro genere.
Desiderio, voluttà, peccato.
Cose da vecchi uomini d’altri tempi.
Niente a che vedere con le muscolari nudità dei giovanotti d’oggidì.
Ma, pensandoci bene, desiderio, voluttà, peccato… non sono l’atto d’accusa che l’Alto Tribunale, un giorno lontano, utilizzerà come prove contro di noi, nel giorno, o nella notte eterna, del Giudizio Universale?
In quel momento suoneranno a perdifiato le trombe di tutti gli angeli del cielo.
E saranno chiamati a raccolta tutti i morti sepolti in tutti i camposanti della terra.
I defunti da tutti i tempi dei tempi
In quel momento, il Giudice, col suo dito infallibile teso e proteso, ci chiederà con voce tonante:
“Tu, ti dichiari colpevole o innocente?”
E noi, timorosi, terrorizzati, frastornati dal lungo sonno interrotto, incerti, stanchi, ansiosi, gli risponderemo arrendendoci:
“Ci appelliamo alla clemenza della corte, Vostro Onore!”
E lui, ancora col dito inquisitore rivolto contro di noi, ci leggerà la sentenza inappellabile:
“Noi, Tribunale Estremo, Giudice inflessibile e giusto al massimo grado, Noi t’infliggiamo giustizia.
Noi emendiamo la tua colpa e mondiamo il tuo peccato.
Tu, tu, lurido verme che strisci nelle tenebre dove si nascondono le impure creature, tu hai volto contro il cielo l’immondo desiderio, tu hai peccato sentendo prurito dove non giunge la luce del cielo, tu hai peccato contro il volere di Dio, contro la Giustizia, contro la Legge.
Tu, il tuo corpo e la tua anima saranno in eterno preda del demonio che abita l’abisso dell’Inferno!”.
E quel Giudice infallibile, si leverà, mostrandosi in tutta la sua Altezza.
Con la spada di fuoco infilata di traverso nella cintura, il libro del Destino aperto in una mano larga, il libro della Legge stretto nell’altra, il cuore duro come una pietra, lo sguardo acuminato come l’anatema definitivo lanciato contro di noi, alla fine dell’Udienza, quel Giudice d’Ultima istanza ci affiderà alle grinfie del demonio che ci custodirà all’Inferno per l’eterna espiazione della colpa.
Nel nostro certificato d’esistenza, la fedina penale reciterà un assoluto:
“Fine pena mai!”.

Non giunge l’eco di questi eventi, là, sulla terra.
Sono, questi, eventi che devono ancora accadere, eventi che forse nessuno mai riuscirà neanche a vedere.
Non sappiamo se gli occhi dei morti sapranno aprirsi alla Luce che brillerà in altro, lassù, con fiamme tanto roventi.
E non sappiamo, a dire il vero, neppure se quegli occhi sapranno vedere il rosso bagliore delle fiamme dell’inferno che ardono dall’inizio dei tempi per temprare l’acciaio durissimo nel quale è intinta la punta della penna con la quale il Giudice sta ancora cesellando i versi della nostra definitiva condanna.
Li leggerà domani.
Un domani di là, ancora, da venire, ma certo, e per questa certezza, certamente, già così vicini da metterci i brividi.
Non giunge l’eco sulla terra.
Ma, quaggiù, sulla terra, sono già stati assegnati i ruoli per quella rappresentazione che domani si reciterà sul tribunale più alto del mondo.
Si stanno già facendo le prove.
E non occorre neanche compare il biglietto, o prenotarsi, per assistere a quella recita che domani accadrà.
Siamo invitati.
Invitati d’onore.
E non potremo esimerci dal rappresentare il ruolo centrale del protagonista principale.
Ma, questo, domani, accadrà.

Oggi, invece, ci sono le prove.
E Maria, col suo angelo biondo, sta sudando.
E’ la stanca attrice dilettante chiamata a recitare una parte.
Suda e strilla.
Stringe forte le mani.
Due piccoli pugni.
Secche pigne su cui, pallide, spiccano le nocche strette che maledicono chi ha creato la vita che nasce nel dolore.
Il respiro spezzato.
L’affannarsi di qualche aiutante pietoso.
Panni sporchi di sangue.
Un mucchio di peli neri arruffati, ciuffo d’erba selvatica cresciuta sul monte della felicità.
Un fiume rosso che scorre fino al mare infinito della vita.
Una rete nella quale resta impigliata una strana cieca creatura delle acque.
Un belato, un muggito, un bramito.
Agnelli, vitelli, cerbiatti.
Innocenti creature.
Gole pronte ad offrirsi alla lama del pio sacerdote sull’altare del sacrificio più estremo.
Venire al mondo, in questo mondo di Marie ed angeli biondi, è il sacrificio.
E le bestie innocenti ridendo offrono il collo.
Noi, bestie innocenti, ridiamo, quando la lama, dentro, ci affonda nel cuore.

Ma non le sa queste cose, la giovane vita che viene al mondo, mentre grida, Maria, e implora al suo cielo la preghiera d’un futuro fortunato per quella giovane vita.
Il fato, il destino, la fortuna, stanno scritte su una pagina di quel libro che l’angelo stringe nella mano impietosa.
La punta durissima della penna che il dio intinge nel sangue degli uomini infetto di dolore e di morte non incontra resistenza mentre scrive quelle parole, sul foglio, senza provare, per quella nuova vita che vagisce, implume e inesperta, alcuna pietà.
La vita è un fiume nel quale si bagna Maria.
E l’angelo biondo, spensierato e incosciente, nuota felice in quelle acque immote e profonde, mosse da una corrente che non ha direzione e non conosce la meta finale se non la dura sponda che la doma e la piega.
E ora, in quel flusso è entrata anche un’altra giovane vita.
A cui un nome è stato dato senza volere.
Senza sapere, l’han chiamato Salvatore.
Come se da lui dipendesse il destino del mondo.
Senza sapere.

Il destino dell’uomo è scritto in quel libro.
La legge è scritta nell’altro.
La colpa è la ragione che tiene acceso il fuoco che arde sulla spada dell’angelo sterminatore.
Il peccato è all’origine della vita ed il fine ultimo della creazione.
Il peccato d’esser venuti al mondo per un semplice atto d’amore.
Il desiderio, che preme, prude, incanta, scoppia.
E sboccia, il fiore, dal seme.
Mentre il fertile grembo materno si fa gravido di frutti.
E l’albero della vita nutre la terra, il cielo e tutto il creato.
Anche la mano del Giudice estremo si protende per prendere un frutto, di tanto in tanto, e nutrire il suo appetito insaziabile.
E prende i frutti più belli.
Recide i fiori dai colori più brillanti ed il profumo più intenso.
E nel cielo si perdono le grida di dolore di quei frutti.
E anche quei fiori piangono forte quando la mano li strappa alla terra da cui erano nati e nutriti.
Ogni giorno si compie la tragedia della vita che si muta, ancora, ogni giorno, in miracolo, ogni volta che, dalla morte, nasce un nuovo fiore in quel campo bagnato.
Anche Maria ha dato Salvatore all’angelo biondo.
E poi l’angelo è volato in Paradiso a portare la sua felice notizia.
E non è più disceso ad abbracciare la piccola, dolce, Maria, e dargli il conforto d’un onorato marito.
S’è scordato, il padre amorevole di Salvatore di dare l’ultimo bacio alla sua creatura.
Il Giudice, quando l’ha chiamato andava di fretta.
E lui è corso.
Inconsapevole, incontro al destino.

Non racconto cosa accadde, un giorno.
Forse una rissa.
Forse una folle corsa in auto incontro a quel fato crudele.
Dico solo che Maria non è donna – si è donna, ormai, e anche madre d’una smorfiosetta creatura – ma non è donna che si perde d’animo in questo nero mare terreno.
S’è data presto da fare.
Non gli è mancato il coraggio.
L’esperienza l’aveva acquisita sul ciglio d’una strada di periferia.
Il corpo s’era fatto anche più tondo.
E agli uomini piace, vigliacchi, stringer fra le braccia una bimba che donna s’è fatta, e madre, che conosce l’amore e odia la vita.
Chissà.
E’ la fretta di dare ragione al Giudice estremo.
Il desiderio è impuro, la pruderia è peccato, ogni colpa dev’esser punita.
Il Tribunale esiste solo per questo.
Ma Maria non è donna che si pone queste questioni.
Lei ama.
Le sue mani son dolci.
Come la bocca.
I seni sono sodi pomi che odoran di fiori.
Il ventre è la più dolce delle caverne.
Le porte che la suggellano s’aprono all’ordine del demonio che parla dell’inferno che brucia là fuori.

Il demonio si chiama Giuseppe.
E’ un impiegato di quart’ordine all’ufficio delle tasse della città.
Non ha mai conosciuto una donna, prima di pagarsi l’amor di Maria.
Solo solitari piaceri in un cinema buio o desideri sparsi in un vaso del cesso di casa.
Qualche appostamento dietro una siepe.
Tante volte ha pensato di pagarsi una puttana tutta per lui
Poi l’ha scelta.
Guardandosi intorno, prudente.
Una giovane bimba.
Chiamata da tutti Maria.
E ha avuto piacere di sapere che Salvatore era la sua dolce creatura.
Poteva pagarsi una puttana.
E comparsi anche una madre, un figlio, ed il titolo onorato di padre.
Ora stanno in una casa poco lontano dal centro della città.
Lui va ogni mattina al lavoro con la metropolitana e due autobus, sul raccordo anulare.
In un palazzone altro trenta piani, occupa un ufficietto di tre metri per due.
Più largo di quello che avrà, domani, quando si dovrà presentare al suo Giudice-boia.
Un inferno, la vita in città.
Un inferno, la vita.
Maria, lei anche lo sa.
Ma è più tranquilla, adesso, che Salvatore ha anche la tessera della sanità.

INNOCENZA (Una storia, p. 2)

Egon SCHIELE – NUDO FEMMINILE

Il corso impetuoso del tempo non si ferma.

E’ inarrestabile, come la corsa di un fiume in piena.

E neanche il corso della giustizia.

E’ impietoso e sanguinario.

I poveri resti di Maria stanno ancora lì.

Buttati.

A terra.

Stracci senza storia.

Sotto la panchina.

Nel piccolo prato sotto al muraglione della metropolitana.

I grandi alberi, con le chiome arruffate dalla tempesta notturna, stanno ancora lì, a guardare, attoniti.

Silenziosi e terrorizzati.

Ciechi e muti.

La natura sa essere omertosa, quando gli elementi la minacciano di distruzione e morte!

Se si tende l’orecchio, risuona ancora, sotto la volta del cielo pallido e le nubi piatte e basse, l’urlo rauco della vecchia strega:

“Sono dio!

Io sono la giustizia!”.

Il profumo di gigli e gelsomini, nell’aria, s’è dileguato.

Ha lasciato solo quei poveri stracci smorti, senza vita.

Oh, se potessero parlare, quegli stracci!

Panni lisi che furono poveri abiti.

Indumenti che ebbero pietà del dolore di una vita.

Confessionili che  origliarono i più reconditi e nascosti segreti d’un cuore umano!

Oh, se potessero raccontare!

Una maglietta macchiata.

Un paio di jeans scoloriti.

Delle mutandine innocenti di filo.

Cosa saprebbero raccontare!

Non si crederebbe, ma hanno un’anima anche i vecchi stracci.

Hanno occhi… orecchi e sentono, e vedono…

Ma non parlano.

Non dicono nulla se  non li si vuole ascoltare!

Si, perchè la verità è questa.

Essi a parlare, parlerebbero pure, se qualcuno li interrogasse e volesse ascoltarne la voce.

Conoscono parole che gli uomini ignorano.

Compongono poesie che nessun poeta potrebbe mai creare.

Raccontano storie che nessuno crederebbe possibili…

Gli stracci parlerebbero, se qualcuno volesse ascoltarli.

Perchè sanno parlare, gli stracci morti.

Parlano come parlano le cose che conosciamo assai bene.

Le cose che ci circondano ogni giorno, se non voltiamo gli occhi dalla loro parte, ci narrano di intere vite e sudori e dolori e gioie…

E, allora, tendiamo le orecchie.

Mettiamoci ad ascoltare.

Sintonizziamoci sulla loro frequenza.

I quattro stracci, buttati là, come il corpo d’una bestia in mezzo alla strada, quattro stracci che, per la verità, erano solo tre, stanno ancora lì, come un sacco d’immondizia, sul bordo del nulla.

Neanche la smilza zingara tzigana li ha presi in considerazione.

Lei passa ogni mattina.

Fa la sua rivista, al levar dell’alba, a tutti cassoni dell’immondizia.

Colleziona le prove del delitto compiuto, ogni giorno, dalle pancegrasse che, ogni giorno, ammazzano, senza neanche una ragione, la propria vita vuota e ne gettano i resti nei cassonetti puzzolenti.

I quattro stracci.

Che, poi, in realtà, sono solo tre.

Una maglietta.

Di cotone leggero.

Macchiata del colore della colpa.

Slabbrata.

Divorata dal morso feroce della vita.

Non porta più, addosso, le dolci forme di seni acerbi e trepidi che l’avevano accarezzata con scosse e onde che le leggi dell’elettricità non sanno controllare.

Le leggi che regolano le correnti d’un fiume non sono governabili.

E le regole che presiedono allo sviluppo d’un fiore sono inflessibili, e indomabili, come i palpiti del suo cuore.

Così, non si può tenere a bada il corpo d’una bimba che si fa donna.

Quelle sono leggi che non si possono imprigionare nella cella del peccato.

Peccati che la giustizia vuol mondare.

I pantaloni.

Tela jeans.

Sdruciti e scoloriti.

Giacciono come uno strofinaccio sporco.

Han perso la forma.

Le gambe, allora agili e scattanti, ora sembrano, ormai, solo rami spezzati.

Le tasche profonde, che, solo ieri sera, raccoglievano gli insondabili sogni d’una bimba, ora sono rivoltate, sporte in fuori.

Sembrano due goffe vesciche di grasso.

Marcite nel fango.

La cintura è un cappio stretto.

Avvinto intorno ad una vita ch’è fuggita.

Sogni strangolati.

Speranze appese a un palo.

Il colore, già pallido e consunto, ora è perso.

Fuggito.

Scappato.

E’ corso a nascondersi.

Si vergogna.

Della colpa.

Della colpa d’un corpo di bimba che s’è fatta donna.

La colpa d’un corpo.

La colpa che una giustizia vuol punire.

Le mutandine di filo stanno nascoste in disparte.

Disdegnano di mostrare in pubblico ciò che d’intimo è rimasto impresso in loro.

Indumento silenzioso e timido, le mutandine stanno sotto la seduta della panchina.

Guardano impaurite il punto esatto dove ieri sera s’era seduta la vecchia urlante.

Aveva sparato al cielo, come un colpo di cannone, la sua vana identità.

“Io sono dio!”

Erano impallidite le più intime profondità del cosmo.

Sbiancate, illividite, le sfere celsti.

Mai un urlo così tremendo e duro s’era levato al cielo.

Così lato e terribile.

Dentro, aveva tremato l’intima innocenza del fiore di ciliegio

Il ricordo dolce della puntura d’una ape terribile era tornato alla mente del fiore immacolato.

Dolce come’era dolce il volto d’angelo di cui s’era inebriato.

Terribile come la furiosa voce del dio sceso a imporre la sua giustizia.

Maria, quando la tremenda dea della giustizia aveva alzato al cielo le sue braccia, veniva dal suo primo incontro d’amore sfortunato.

Aveva incontrato un angelo, per strada.

Dinanzi all’orto di casa, appena fuori dal cancello.

Era biondo, bello, con grandi ali piumate e profumate.

L’aveva guardato appena.

E, subito, il sangue, di desiderio s’era inebriato.

La nebbia densa d’un sentimento sconosciuto era calata a confonderle la vista.

Appena appena aveva udito dell’angelo la voce, trasognata.

Un sudore le era scorso dappertutto.

Le mani, nervose, di tremore, irrefrenabile, eran scosse.

Le gote s’erano fatte rosse albicocche dolci.

Il seno, palpitava.

La vita, leggera, alzava al cielo i primi incomprensibili vagiti innamorati.

“Maria, io vengo per portarti un messaggio.

Io porto un messaggio d’amore!”

Questo.

Questo solo le aveva detto, l’angelica voce trasognata.

Una voce può penetrare un cuore come una lama.

E farne sgorgare sangue.

E’ l’effetto che la lancia dell’amore provoca in un corpo.

Così, Maria, ormai, sapeva d’esser diventata donna.

Donna fedele ed innocente.

Fuoco eterno e inestinguibile.

Donna arsa di desiderio.

Desiderio fertile e prolifico.

Nel seno di Maria, ormai, albergava il seme d’una nuova vita.

L’amore fa miracoli che nessuna ragione sa spiegare.

Saltellando, come saltella una bimba nell’età dell’innocenza, leggera e spensierata, Maria se n’andava andava incontro al suo destino.

Lei non lo sapeva ancora.

Ma ieri sera, si, è stato il destino ad assegnare ad ognuno le sue carte.

Maria, per questo destino crudele, si chiamava proprio Maria.

E doveva incontrare proprio il suo angelo, lì, sul cancello davanti casa.

E quello, infatuato e pieno d’ardore amorevole ed eterno, l’aveva resa fertile d’un seme assai fecondo.

Un seme che veniva da lontano.

Il seme che feconda l’intero grembo della terra.

Il seme aveva ingravidato anche  il grembo d’una bimba senza macchia di peccato.

La vecchia s’era fatta dio.

Lei voleva essere, per grazia di dio onnipotente, l’autore del libro inflessibile del destino.

La madre dell’angelo biondo innamorato.

Una donna che la vita aveva reso, ormai, sterile d’ogni sentimento illuminato.

Il corso del tempo non si ferma.

E’ inarrestabile, come la corsa di un fiume che corre in piena.

E neanche il corso della giustizia si può fermare

E’ impietoso e sanguinario.

Nascosto dietro la panchina, un vecchio mendicante, ieri sera, tra la veglia e il sonno ebbro, s’era fatto, involontariamente, testimone della tremenda scena del destino.

I cavalli, anch’essi, quattro candidi demònii scalpitanti, con gli occhi rossi, di  fuoco iniettati e le froge nere fumiganti, s’erano fatti, anch’essi, testimoni della storia.

Il vento, pure, curiosamente, s’era fermato dietro le fronde fruscianti, intento a guardare la scena tremolante.

Le foglie, e i rami, e i pochi frutti penzolanti, curiosi pure loro, s’erano messi di punta ad osservare.

E pure le finestre sui casermoni, dall’altro lato della via sprofondata nella notte avean attivato le loro invisibili antenne di luce palpiatante.

I lampioni, più pudìchi, ad un certo punto, s’erano spenti.

S’eran mimetizzati meglio al buio.

Per stare lì, in buona posizione, a spiare dall’alto la lotta che si compiva sotto i loro sguardi spenti.

Fra la vecchia e la giovane.

La giustizia e la colpa.

Il peccato e l’innocenza.

STORMIRE DI FRONDE (Una storia, p. 1)

Friedrich, Caspar David: Man and Woman Contemplating the Moon
Friedrich, Caspar David: Man and Woman Contemplating the Moon

 

Lo stormire delle fronde, nell’ombra serale, stasera è un ansioso ansimo.
Il tempo si scrolla di dosso colpe e peccati.
La fuliggine novembrina attutisce i tremiti delle tardive foglie ancora aggrappate a un ramo degli alti alberi arrugginiti d’autunno.
Malferme, stanno, frementi, in attesa di chissà chè.
Infine, con un ultimo fremito d’agonia, si lasciano andare.
Stanche, consumate, sfinite.
Così, s’avviano all’ultimo viaggio.
All’ultima meta.
Dove sono attese da un giudice inflessibile e crudele che commina la condanna, ineluttabile, per un’esistenza spesa invano.

La panchina, sotto la fioca luce gialla, sta, solitaria e ferma.
Silenziosamente, medita, distratta, sullo scorrere delle stagioni.
Attende.
Da tempo immemore.
Indifferente e smemorata.
Aspetta ch’Essa giunga.
Sa ch’Essa si presenterà, in qualche momento, d’improvviso.
Forse quando il mondo si sarà voltato, distratto, da un’altra parte.
Giungerà sul gran carro di fuoco.
Tirata da una quadriga fumante di purosangue neri.
Demònii a servizio dell’inferno.
Altera, dura, arcigna, giungerà.
Giudice del bene e del male.
E, con Essa, giungerà anche la fine.
Lo sa bene, lei, vuoto sedile, stanga sbilenca su cui grava, in un parco di periferia, la solitaria essenza della vita.

Il vuoto.
E davvero la tensione del tempo sembra giunta al culmine.
Vibrano, tesi, gli alti fusti.
Sfibrati dallo sforzo di tenersi aggrappati alla nera terra.
Le radici si stringono, disperate, con le ramificate dita, ad ogni aggrappo.
Ogni possibile appiglio.
Non voglion essere risucchiate dal vortice ch’ha scoperchiato la volta celeste.
Son sparite in quel gorgo le stelle tutte.
Inghiottita la luna.
Nell’aria, svagate particelle di vapore si tengon strette.
Si son rinchiuse in una nebbiosa gabbia d’uggia per non esser preda del vorace vuoto.
Il risucchio, in quel vorticar tremendo, confonde e cielo e terra.
Ingozzar si vuol con l’immondo pasto del creato.
Un ponte s’affaccia dal còr di quel precipizio che si inabissa al centro della tremenda notte.
E, da quel ponte, rotola allo spaurito, che sta là, alle spalle della panchina vuota, un rombo di zoccoli che sopraggiunge, alfine, dalla fine d’ogni viaggio.

D’improvviso si placa la tempesta tumultuosa.
Sulla panchina s’è assisa una vecchia signora stanca.
Dura e severa.
Le braccia un pò di lato tese.
Le palme aperte, a mò di piatto volto al cielo perso nell’oscura tenebra.
La bilancia della Giustizia ha finalmente spalancato le sue tremende fauci sul mondo intero!
La candida testa dell’anziana donna è ferma.
La mascella puntuta e diritta.
Sottili labbra esangui e smorte.
Una rete fitta di rughe sottili piaga le guance pallide.
La fronte nascosta sotto un inutile cappello, trafitto dalla punta d’un lungo spillone.
Sulla bocca è appuntata una paurosa smorfia.
Crudele maschera d’atavico rancore.
E’ la fame eterna!
Giustizia divoratrice.
Brama d’innocenti creature venute al mondo.

Ogni tanto i quattro cavalli, nervosi, alzano striduli nitriti al sordo cielo.
Batton gli zoccoli sulla dura pietra che, pur, rimbomba, stordita, d’una stanca eco impaurita.
Pesante fiato vomitavano, nubi d’asfissiante fumo denso.
Musi allungati ruminano la marcia erba del tempo
Scalpitano i demònii, presaghi e furibondi.
Mordon la pastoia per fuggir lontano!
La notte, intanto, intorno è precipitata.
S’è nascosta la terra, dietro un manto d’umida nera oscurità.
Un sudario copre l’intera periferia del mondo.
La megera, nel buio, bilancia, agile, i sui suoi rattrappiti sleali bracci.
Le mani, piatti di bilancia squilibrata, soppesano i peccati dello sperduto angolo di città.
Pendon sempre da una parte.
Ma non so, qual’è la parte giusta.

Un profumo leggero s’insinua piano.
Un innocente fiore innocente, piano, stentatamente, penetra, di soppiatto, nella fradicia atmosfera dell’inferno.
Un miscuglio di giglio, rosa, gardenia e gelsomino.
Una minuscola stella dalla lucente chioma s’intravvede.
Piegata, giunge di lontano.
Chissà da dove.
Una dea, forse.
Una giovane ninfa.
Una graziosa beltà lunare.
Una fata dai lunghi setosi capelli neri.
Seni acerbi.
Saltellante passo di bimba allegra.
Di scatto, volge la vecchia il capo.
I cavalli, dolcemente, intanto, si son fatti fatti cheti

Intorno, la notte scura.
Curiose, l’infere creature osservan di spiego il buio.
Spiano dietro le lunghe criniere che sfrangian sui grandi neri occhi tondi.
S’alza, di stanchezza antica, la vecchia donna.
Punta il dito come punta di mortale dardo.
Ha di mira la creatura dolce, ch’incede dondolando il passo, a saltarelli bambineschi.
“Io sono Dio!” urla la voce al ciel fuggita.
Son affilate lame le sottili labbra di giustizia che s’è incarnata in creatur divina .
Tremano, stormendo, gli stecchi rami degli alberi prigioni della nuda terra.
Brividi percorrono le scure superfici della notte.
“E tu, dimonio, osi presentarti a me!”, urla la furia di giustizia al suo imputato.
Il demonio, stasera ha preso le fattezze d’una notturna creature del viale smorto.
Piccole labbra coperte d’un rosso ciliegia da mangiare.
Occhi bistrati d’amaranto, come mature amarene da baciare.
Nude gambe avvolte in fasce conducono alle porte dell’amore.
Rauchi soffi nel mozzicone d’una sigaretta, amara e fredda.
curve accarezzate dai fumi dei copertoni neri.
Mani aspre come il nerofumo dei copertoni ch’ardon nella notte sulla solitaria via.
Carezze tossiche di fumo.
Baci e amori, morti, avvelenati.
Il dimonio profuma di gelsomino.

Dinanzi a dio di giustizia è come lucente stella della notte, guida lunare sui tetri mari umani.
La ninfa, candida e pura d’innocenza non conosce peccato.
Lentamente, s’asside al fianco della vecchia che ora s’è levata, minacciosa, e lenta com’è la vecchiaia.
Piano comincia a togliersi di dosso gli abiti , uno ad uno, con noncurante indifferenza.
Stanca, alle prime luci del mattino.
Non bada alla giustizia urlante che s’abbatte su di lei.
Il suo corpo freme, al buio, vibrante e spaurito, scosso dallo stormir ventoso delle secche foglie sui pesanti rami.
Nudo, è un invito tossico al dolce amor malato del peccato.
E’ la colpa.

Gli zoccoli, di legno, ai piedi, son la sulfurea prova ch’il demonio ha terrena appartenenza.
Una musica s’avanza piano, nella notte.
Intavola una danza lunga e struggente con lo stupìto silenzio solitario.
A passi cadenzati,  ritmo e melodia s’impadroniscono del buio.
Dolcemente s’aman sotto lo sguardo cieco della povera sgomenta vecchia.
Lungo, l’amplesso mette un fremito al piede del dio indemoniato.
Rossi gli occhi si fan di rabbia.
La bilancia della giustizia ondeggia battendo il tempo…
Ora di qua, ora, a tempo indiavolato, si sporge un pò di là.
Il demonio, sapiente d’amore, s’offre allo sguardo degli increduli stalloni che friniscono.
Son legati al palo della condanna d’essere bestie.

La luce fioca del lampione, ad un punto cede il posto al buio della notte…
Nella periferia resta solo lo stormire profondo delle stanche fronde dell’autunno.
La vecchia svanisce nella notte.
E la quiete si beve la vita intera.
Rimane solo la panchina.
Al mattino.
E quattro stracci  colorati di bambina.
Una maglietta macchiata di peccato.
Un jeans scolorito dalla colpa.
Innocenti mutandine, strappato il filo, imputate di giustizia.

PASQUA

a

Il modo più bello e generoso per ricordare ciò che è legato all’idea della Pasqua, per me, sta nei versi che Rilke ci ha lasciato, dedicati alla discesa di Cristo agli inferi.

Separatasi l’essenza del figlio dell’Uomo dalle spoglie mortali, comincia il viaggio della coscienza del Figlio di dio.

Finito di vivere, davanti allo Spirito dell’uomo resta il baratro della sofferenza inconsolabile.

Con quel dolore, ormai ingiustificabile, si deve confrontare il figlio di dio.

Finito il patimento, la sua essenza si separò dall’orrido
Corpo del suo patire. In alto. Lo lasciò.
E la tenebra, sola, ebbe spavento
E scagliò pipistrelli contro la spoglia livida –
Nel loro sciame svolazzante a sera
Freme ancora l’orrore di cozzare
Contro il tormento raggelato. Cupa aria senza pace
Si avvilì sul cadavere e una torpida inerzia
Colse i forti animali veglianti nella notte.

Comincia il poeta, ricordandoci la tortura dei chiodi nella carne, il sangue, il dolore e la sofferenza, la vergogna dell’esposizione del corpo umano al ludibrio della pena, all’opera infame degli aguzzini…

Sono versi che racchiudono tutto il senso di sgomento per il male che l’uomo ha saputo/sa/saprà infliggere all’uomo: la morte sulla croce è la metafora di tutte le morti violente, giustificate o meno dal potere, siano essere inferte per mano di un volgare assassino o di un boia di Stato, siano il frutto di agguati proditori o di persecuzioni religiose, razziali e politiche, siano il risultato di ribellioni, rivoluzioni e insurrezioni o di controriforme, restaurazioni ed ordini costituiti, siano inflitte da congiure o vendette, da pogrom, lager, gulag o da bombe atomiche e guerre per esportare decadenti democrazie.

Nulla possono le mie parole.

Resto a quelle di Rilke.

La passione, lo spavento, la paura, il terrore… la natura snaturata, i pipistrelli, il loro volo a tentoni, irregolare… la notte occlusa, lo sciamare informe delle creatre della notte, il loro tormento che è il tormento del vampiro umano, assetato del sangue del figlio di dio… il tormento, il gelo, l’aria cupa che inorridisce, senza pace quando accade ciò che non può accadere, l’indicibile, la morte di dio… e a quell’estremo strazio, acuto come l’urlo del condannato, segue l’inerzia del silenzio che disegna il tempo senza speranza, la torpida immobilità, l’immota esistenza che non sa opporsi con la vita all’avanzata della morte…

Libero dalla spoglia pensò forse il suo spirito librarsi
Sul paesaggio, senza agire. Chè ancora gli bastava
L’evento del suo patire. Mite gli appariva
La presenza notturna delle cose e su di esse
Si espandeva come uno spettro triste.
Ma la terra, essiccata e assetata nelle sue piaghe,
ma la terra si fendè e ruppero voci dall’abisso.

A quella morte, a quel silenzio piatto, a quel nulla che fece seguito all’assassinio scandaloso del dio, al parricidio estremo, all’annientamento dell’uomo, alla rescissione delle radici divine della creatura, all’elevazione sull’altare della metafisica dell’uccisione del figlio della carne, fa seguito l’unica cosa che può seguire, il panorama stremato, il mondo annichilito, l’universo spettrale di ciò che non sa neanche versare le lecrime della consolazione.

Vaga lo sguardo del poeta su quella terra raggelata dalla morte del suo sole. E vaga, con esso, il nostro stesso sguardo.

Essicata, la terra guarda il il ventre della sorgente, ne vede svanire, essiccate, le ultime stille cristalline, vede tramutarsi l’eterno gorgogliare della vita in quel silenzio di spettri che ammanta di morte la terra delle ormbre.

Sembre mite quel deserto, come può senbrare mite il deserto infuocato al tramonto, sospeso fra le braci infernali del giorno ed il gelo di morte della notte.

La terra siccitosa e rotta, piagata, purulenta, marcia.

E’ la vita che ha ceduto il passo alla morte.

E, in lontananza, s’ode forse l’eco delle trombe che annunciano l’ultima chiamata, il momento dell’ultimo umbarco, il giudizio che sancisce la definitiva sentenza di un’assoluzione per sempre o di una condanna all’eterno.

Egli, conoscitore dei martìri, udì l’inferno urlare
Verso di lui, bramando prendere coscienza del suo patire
Ormai compiuto, perché dalla fine della sua pena (infinita)
Traesse presagio e terrore la pena perenne degli inferi.
E nell’abisso precipitò lo Spirito con tutto
Il peso del suo sfinimento, procedè in fretta
Seguito dagli sguardi stupefatti di ombre erranti,
levò lo sguardo verso Adamo, un attimo,
rapido si calò, sparve e si perse nel ripido
di più selvagge voragini….

Ma, ecco, in quel deserto immobile e stupito, ecco, si leva la voce del lamento, l’urlo del dolore.

Ed Egli, sceso dalla croce, Lui, il Figlio dell’Uomo, salito all’estrema sommità del dolore, su quell’erto Golgota dove è stata piantata la spina più acuta dell’uomo, ecco, di lassù, il suo orecchio, ormai addestrato al dolore, ecco, sensibile come il più sensibile fremito dell’aria, percepisce il suono del dolore, la voce della pena, il lamento degli inferi.

L’anima del Figlio dell’Uomo ode lo sfrigolare delle fiamme ed un terrore lo afferra, una pena, un oscuro presagio.

E così alza al cielo lo sguardo, al suo Padre onnipotente, a lui innalza desideri,  speranze, preghiere.

A lui, ad Adamo, per un attimo, rapido, a lui ascende e, poi, scende, sospeso fra l’alto del cielo ed il più alto della Terra.

Ed in quel volo, perduto, ormai smarrita ogni direzione, ogni dimensione, ogni traccia di rotta, eccolo, perdersi, nel ripido scosceso delle più selvagge voragini, dove si sperde l’animo più intraprendente, dove non osano più neanche le lacrime, dove dei ed uomini si ritrovano insieme ad espiare la colpa dell’informe esistenza.

… D’un tratto (più alto, più alto)
sopra il centro
dei loro urli schiumanti, sulla lunga torre
del suo soffrire si sporse: senza fiato,
in piedi, senza balaustrata, proprietario dei dolori. Tacque.

E di lassù, sopra a quel centro del mondo che è il centro dell’essere, eccolo, il Figlio dell’Uomo, eccolo stare e trattenere le sue sovrumane energie, stare sul ciglio della torre più alta, stare e soffrire, stare ad ammirare il creato, in quel mare di fiamme che è l’esistenza.

Senza fiato.

Il Figlio del dio inchiodato ai chiodi della croce più dolorosa da un padre orgoglioso e crudele, adesso, muto, se ne sta, su quel panorama di dolore, senza più la protezione divina, esposto, complice, infetto dal turpe maligno contagio del dolore.

In silenzio.

Sopra questo panorama di vita così vera, sopra questa resurrezione di Pasqua se ne resta assorto, immobile, paralizzato, stupito, il Figlio dell’Uomo.

Ed è là che ancora ci attende.

Ed in eterno, là, fermo, starà ad attendere che giunga il suo padre, un giorno.

Pronto a lenire con baci e carezze il suo dolore di vivere.

E’ questo l’augurio di Pasqua che Rilke ci lascia.

E’ questo.

Per tutti.

a

A CHI MI GENERO’

Sandro BOTTICELLI – LA PRIMAVERA

Padre nostro che sei nei cieli…

e tu, madre nostra …  a voi

che siete tutto, per noi, sulla terra,

innalzo questa preghiera.

Padre che mi hai generato 

della stessa sostanza del padre,

sia santificato il tuo nome …

Ave a te, o madre, Maria,

madonna, piena di grazie.

Tu, prena, la vita mi desti 

quel giorno, candido fiore,

offrendo il tuo grembo

generoso, cibo d’amore.

Duri in terra il tuo regno…

mia vita, e duri in eterno !

Sia fatta così la tua volontà…

Tu che mi ami senza misura,

come in cielo così in terra…

E da questo paradiso, o terra,

s’alzi la mia preghiera d’amore.

Che giunga al profondo dei cieli!

a

Padre nostro che sei nei cieli,

dacci oggi il nostro pane quotidiano…

fu generoso, o madre, il tuo seno di latte,

rimettete a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori…

io, che saldare mai potrò

il debito dell’amore che tu mi donasti,

io, che debitore  in eterno sarò,

mai chiederò ad un uomo

d’esser mio debitore. E niente

ci possa indurre mai in tentazione…

Padre nostro che sei nei cieli,

per liberarci per sempre dal male

occorre che il mio desiderio,

domani, ricambi il desiderio

che tu hai un giorno esaudito

provando, una notte, desiderio di me.

Padre nostro che sei nei cieli,

amo anch’io la donna che di notte

m’ama come te che m’amasti

dell’amore più puro. Or nessun mal

nel mio cor potrà più s’insinuare…

IL DESIDERIO

Sandro BOTTICELLI - VENERE VEGLIA MARTE DORMIENTE

Sprofonda nella notte, a una cert’ora, la vita.

E, con lei, tutto affonda in un denso mare nero, senza fondo.

Il sonno, allora, diventa padrone del mondo.

Il suo primo sguardo si volge al cielo, per accertarsi che sia giunta, tempestiva e puntuale, la compagnia delle stelle a dargli manforte.

E quale sgomento lo prende, quelle volte che si ritrova solo, disperato come certi barboni, padroni del mondo di notte, ma senza nessuno a fargli compagnia.

Certe volte le stelle sono in ritardo.

Oppure accade, certe volte, che, per dispetto, o per qualche altro disguido tecnico degli apparati cosmici universali, quelle, le stelle, dispettose, o imprecise e difettose, non si presentano puntuali all’appuntamento della notte, e no, non si  fanno vedere, certe volte, e , certo, ci piacerebbero, apparecchiate di tutto punto, con i bei gioielli bene in vista appuntatia spillo sul  tondo petto, luccicanti, di notte, e assai preziosi.

Alle volte è la nera armata delle nubi, schierata in formazione  quadrata, che plana all’improvviso, con le sue coorti oscure di cirri e nembi, e piomba sulla terra buia, dichiarando guerra, in quelle ore notturne, al sopraggiunto padrone del mondo.

E sono assalti all’orizzonte atro, tonanti scariche di tamburi in marcia, e guizzi e fiamme e baleni lampeggianti.

Ma lui, il padrone delle tenebre, da sempre avvezzo a lotte così dure, sa difendersi strenuemente.

Col fischio, chiama i suoi palafrenieri fidi e gli ordina, arrogante, di sparger la magica polvere dei sogni sugli occhi stanchi della vita, perchè, stregati e fiacchi prigionieri, s’offrano alla milizia tetra della notte.

Quella polvere ha lo stesso potere d’incantesimo che hanno le parole dei poeti, con le loro punture d’inchiostro, che squadernano davanti agli occhi degli uomini il fantastico campionario d’immagini che non si distinguono dal vero delle cose, reali fantasmi colti dagli attoniti sguardi ormai stanchi.

Il nuovo padrone invoca l’assalto del feroce vento potente, che con un solo boccone ingoia la densa ariosa massa grigia delle nuvole, tinta dell’inchiostro della piovra.

Il sonno conosce mille trucchi, è il veterano della crudele guerra che si combatte, ogni giorno, fra gli arcieri del sole, che scagliano tempeste di dardi verso le mura di basalto da cui cola, grassa, colata di pece bollente che imprigiona il bagliore del giorno, e le armate del regno delle tenebre, che corrono  a nascondersi dietro la linea sottile dell’orizzonte.

A volte, quando qualcuno di quei dardi colpisce il suo cieco bersaglio, l’aria si tinge di sangue, arrossando col suo riflesso di rubino, il cristallo trasparente del cielo.

Il sonno, il padrone del mondo, che conquista gli spazi infiniti della notte sprofondata nel nulla, sa nascondere al corpo i segni delle ferite quotidiane, e inganna il suo esercito incolpevole di innocenti angeli alati e fanciulli leggiadri.

Lui ca come confondere i socchiusi occhi degli uomini con precise pennellate di colore, e trasformare le vaghe ombre delle visioni notturne in dolci forme d’acerbe ninfe dei boschi, che offrono ai distratti sognatori solitari dolci calici colmi di vino mielato e rosse ciliegie golose.

Nelle profondità sconfinate di quel mare che monta di notte e digrada sul mondo, ogni volta accade che la vita venga sospinta lontano dalla marea volubile dei sogni.

Nell’abisso della notte, un guscio di noce si prende cura, per lunghe ore, delle spoglie dei corpi spossate dalla lotta, che alla fine del lungo torneo, giacciono riverse, abbandonate alla dolce riposante carezza della morte temporanea della coscienza.

Mai, la morte può essere considerata una dolce compagna, se non per gli uomini disperati, che agognano di lasciare per sempre il mare di fiamme della vita nel quale ardono senza requie per volere di un demonio senza pietà, che li sospinge nel fondo di quel mare di lava a viva forza, senza sosta.

Questa è la morte che desiderano i corpi, rosi dalla vampa del dolore, consumati dalla brace della disperazione, divorati dal fuoco di esistere.

La coscienza, invece, è di tutt’altra tempra.

Essa non teme affatto la morte, nè mai la invoca.

Anzi, la sfida continuamente, la provoca senza pudore  o paura, lasciandosi abbracciare, abbandonandosi, riversa, tra le membra del suo amante, il padrone, il dio del sonno.

E così, la coscienza, nuda, dimentica di sè, amante perduta, totalmente si dona al suo schivo compagno, ogni volta, quando arriva la notte.

Allora si abbandona finalmente al piacere, impudico, di lasciarsi dominare dal suo animalesco istinto, che tutto vuole sapere e conoscere e far suo e sperimentare, in questa materia torrida d’amore.

E anzi, quasi altro ella non desidera, durante il lungo giorno dominato dal sole.

E allora, si vede, a tratti, distratta, che si allontana furtiva, si apparta in un minuscolo angolo nascosto del giardino, a sognare, con lo sguardo perduto, sospirando esitante, il talamo d’amore sul quale, più tradi, con la complicità delle tenebre, si abbandonerà lasciva, per consumare il suo estenuante amplesso d’amore.

Nella notte sprofonda la vita, quando si ritira il guardiano che trattiene i sogni dietro le sbarre del giorno, col suo scudo dorato di luce che brilla e acceca gli sguardi troppo curiosi.

Tutto questo accade, ogni giorno, nella vasta profondità in cui s’addensa la viva massa guizzante dei sogni.

E il desiderio più vero, d’ogni tipo di uomo come pure d’ogni figura di donna, è quella dolce temporanea morte, il piacere più alto, l’abbandonarsi all’amore del padrone del regno dei sogni.

DESTINO

Alphonse MUCHA - DESTINO (click on)

Quando la notte si alzò il candore morbido della luce l’avvolse.

La notte, impastata di ombra densa e di fluido liquido, fornì volentieri la materia per le sue forme rotonde.

E dalla luna alta, occhio del dio che, in segreto, spiava stupìto dallo strappo lacerato dell’alta volta oscura del cielo, colò un raggio di forza creatrice.

Il fango ne fu scosso.

Il caos corse a nascondersi, spaventato, atterrito.

Gonfiando le pigre vele che abbracciavano le tenebre asciutte, l’alito del vento ondeggiava lungo la riva del fiume, pellegrino di lontane distanze, cantore di storie antiche, anima del mondo.

Tutto, intorno era stato immobile, fino ad allora, in attesa, aspettando, senza sapere, che giungesse, alfine, quell’istante fatale, da tempo immemore.

Nel grembo umido della terra, i germogli, ancora racchiusi nelle infinite virtualità del seme, fremettero.

La vibrazione della vita cominciò a propagarsi nell’etere e, poi, piano, a contagiare le forme ancora nascoste dentro la materia informe.

Tutto era ancora senza un nome, senza voce, senza senso, senza significato.

L’occhio divino che sbirciava dallo squarcio nel nero sipario irradiava per l’attorno indefinito l’energia della luce, viva come l’argento, ardente come la fiamma, insaziabile.

Sulla riva, fra le felci verdi e le cristalline iridescenze dei riflessi, si compose, lenta, calma, ondulata, una morbida forma.

Dapprima, solo una lieve coppa, poi, un monte, e ancora, appresso, un tentacolo.

Poi, vennero piccole escrescenze che si mossero come dita.

Poco a poco, si plasmarono le forme del cuore, quindi, il palpito prese colore, e, dunque, il ritmo acquisì resistenza.

Le labbra, soavemente, si schiusero per lasciar uscire il fiore di porpora del sorriso, che s’accompagnava al sospiro, affamato di vita.

Ma quella, pigra, ancora esitava, guardandosi intorno, si stirava le membra candide, mentre rimirava un pò interessata, il miracolo che si stava compiendo.

La luce, dallo squarcio in alto, lassù, si concentrò, per farsi più attenta.

Prese le forme di una mandorla, di un abbraccio, e poi … la lunga, infinita,  squassante scossa impartita a quel corpo composto di materia ancora inerte.

Così si armò la forza poderosa dell’amplesso divino !

E ne scaturì la goccia di essenza vitale che pervase a fondo il fango, che con lentezza esasperante si era modellato nei primordi dell’essere.

Il flusso che scaturì da quella scintilla di infinito piacere si propaga ancora oggi per l’intero universo, prendendo il nome di vibrazione cosmica, ma gli scienziati, che nulla di sanno della sapienza più profonda delle cose del mondo, ne attribuiscono la causa alle più disparate circostanze, frutto della loro mente erudita, ma poco saggia.

Bisognava esserci, in quell’attimo che non conosceva ancora la dimensione del tempo, le sue limitazioni feroci, la sua tirannide, la sua prepotenza, la sua schiavitù !

… Quando il corpo cominciò a levarsi, molle, grondante ancora le acque del fiume … coperto solo, nel suo candore di morbida luce lattiginosa, delle felci strappate alle rive dal flussuoso incedere ancestrale delle acque che sgorgano dal centro del cosmo …

Bisognava esserci !

… Quando il fango cominciò a farsi carne, quando il liquido, incolore cristallino, iniziò a tingersi della rossa forza dell’amore, quando il ritmo del cuore, ormai fattosi resistente e inalberatosi come uno scettro nelle mani della vita, battè con un boato assordante che squassò il silenzio che da sempre aleggiava sul mondo…

Ecco, proprio allora … quando … nel preciso istante esatto in cui, gli occhi di perla si aprirono ad abbracciare, con il primo sguardo bramoso, tutto l’infinito circostante … ecco, allora, è proprio allora che l’energia che chiamiamo Bellezza divenne Vita e pervase quel corpo di fango e si fece, in quel corpo, tutt’uno con la Natura.

Si erse, allora, la Perfezione.

Nulla nascondeva il seno acerbo, le spalle candide, la vita armoniosa, il fertile grembo ballerino, le dolci braccia, forti, le gambe agili, ben tornite.

Forme indifferenziate, che ancora non si erano divise nel maschile e femminile, abitavano nella stessa Bellezza.

Il volto era un ovale delicato, pallido, nel quale il cristallino degli occhi brillava come le stelle nascoste nel cielo dietro il drappo di tenebre e dava luce al tumido rossore ancora muto delle labbra.

Era Inanna, Selene, Venere, Afrodite, Hermes, Mercurio, Marte, Apollo.

Era tanti in uno.

Era tanti nomi.

Era la Bellezza, che si alzava a guardare il mondo.

Eppure, tutto restava muto, intorno a lei.

Tutto era ancora morto.

A nulla era servito quel primo miracolo che aveva donato al mondo tanta ricchezza.

L’occhio del dio, in forma di argentea luna, s’interrogò perplesso.

A nulla era servito, quel primo miracolo.

E nulla accendeva ancora quel mondo, sul quale l’occhio divino brillava, ormai stancamente

Deluso, desolato, smorto, il dio, infine annoiato, si ritrasse dallo strappo sul tetro fondale.

E la tenebra ricadde sul mondo.

E rabbrividì, raggelata, la neonata creatura.

Dovettero passare ancora quelli che nopi chiamiamo millenni.

Le ere, allora, non avevano ancora un tempo per essere misurate.

Milioni di anni, o attimi, chissà, per quella solitudine infinita era lo stesso, perchè il tempo, per chi è solo, non ha altra durata che l’infinito essere nulla.

La Bellezza cominciò a maturare.

I morsi dell’amore le lancinavano ormai il ventre, nato per amare.

Gli occhi si facevano pesanti, e poi, poco a poco, divennero secchi, come i petali di un fiore quando appassisce.

Le stelle, anche, si spegnevano, una ad una, dietro l’oscura volta atra.

Aveva perso ogni speranza anche l’occhio del dio e la sua inattività pesava come un macigno sul mondo immobile, che non sapeva che farsene della  più pura Bellezza morente.

In un angolo, lontano, distante, nell’ombra, all’oscuro di sè e del tutto, un pescatore senza nome era intento a raccogliere dalle acque il suo quotidiano argenteo raccolto.

La nassa sul fondale pescava il magro cibo del giorno.

Il suo sguardo s’interrogava, perso nel buio, ma le domande gli sfuggivano, senza parole, non si fermavano, non davano forma a un pensiero.

Vibrava, a tratti, la superficie del fiume.

Una mano della perfetta creatura si tese a implorare carità.

Un candido dito toccò il lurido piede sulla barca, mentre il pescatore era perso, a pescare.

Il desiderio, a quel tocco, prepotente, penetrò in quel corpo di carne dura, che, fino ad allora, era stato solo strumento per l’instancabile fatica dell’esistenza senza coscienza.

Il desiderio !

Il pescatore alzò gli occhi dalla piatta superficie tinta di nero.

Allungò le mani e afferrò l’oscuro drappo sulla sua testa.

Voleva scoprire la luna, e le stelle, e gli astri, tutti, lontani.

Con un gesto solo si fece curioso.

Poi, s’interrogò.

Volle sapere.

Quando si voltò a guardare, scorse il candido dito che raccontava la perfezione della Bellezza.

Attirò a sè le morbide forme che, di scatto, s’infiammarono, frementi.

Si amarono.

La loro discendenza, da noi, prende il nome di Vita.

Lui, per il resto dei giorni, continuò a pescare, felice.

SYRIA

RAINEWS.IT – 23/9/2011. Damasco. Il corpo di Zainab al-Hosni, una ragazza siriana di 18 anni è stato trovato decapitato, mutilato delle braccia, e senza pelle dai suoi parenti a Homs, una delle citta’ nel centro della Siria prese di mira dall’esercito di Damasco durante le proteste contro il regime di Bashar al-Assad.

Syria è andata.

Si è chiusa le porte alle spalle ed ha socchiuso i suoi occhi d’oro.

La polvere della strada le ha impolverato i sandali mentre un lembo della lunga tunica nera si opponeva a quella repentina partenza aggrappandosi ad un cespuglio cresciuto chissà come sull’arida strada.

Chissà perchè non voleva partire, andarsene, lasciarsi dietro tutto quel dolore.

L’oro degli occhi di Syria era opaco, non luccicava, era spento.

Sprofondati in chissà quale mondo, ora, quegli occhi spauriti, all’alba di quell’oscuro giorno senza sole, l’avevano marchiata per sempre.

 La casa era come tante, in quella povera città senza nome, ai bordi, sospesa fra l’ultimo lembo verde dei campi e i primi aridi segni del deserto.

Una casa abitata da formiche, febbrili, obbedienti, operose, infaticabili, disperate.

Il pozzo, in un angolo, in fondo al cortile, era quasi secco, da mesi, e sputava solo qualche secchio d’acqua malarica che a stento riusciva a tenere in vita le bestie magre nella stalla.

Qualche pecora, un paio di capre, una mucca, due cani.

Due magri muli testardi, unici mezzi da soma e da trasporto.

La fatica di vivere era stampata sui corpi smunti di quelle povere bestie.

Gli uomini erano nei campi, lontano, legna messa a cuocere nel forno della calura che incendiava il giorno.

Erano partiti che ancora la notta non si era alzata le sottane.

Stanchi, come morti che s’avanzavano in cerca di un ultimo riparo, accudivano alle fatiche dei campi più per dovere, per abitudine, che per l’effettiva necessità dei raccolti.

Secche stoppie, arse, sterili steli, mala erba, serpenti, scorpioni, mosche e sudore che s’impastava alla polvere, erano l’unica ricchezza di quella terra.

I piedi morsi dai sassi.

Le mani ròse dalla terra assetata.

Syria passava i suoi giorni da sola.

Parlava alla piccola bambola di stoffa che invecchiava sul magro lettino e, piano, le raccontava i suoi immaginari segreti d’amore.

Parlava ai piatti di terracotta sbeccati e ai vecchi bicchieri opachi come i suoi occhi.

Parlava al vento, al sole, agli steli dei fiori che restavano infissi nella secca striscia di terra che univa la casa all’estremità appiccicosa del deserto di sabbia che si affacciava curiosa sulla vita di quella povera bimba già vecchia.

Quella mattina il vento le aveva portato una storia.

Lamenti, urla, disperati pianti e nenie di morte, le portava quel soffio che arrivava da terre lontane.

Lampi di spade, fiumi di sangue, innocenze violate.

Il re aveva mandato i suoi soldati a riscuotere un pingue bottino di sangue.

Era assetato.

E a quella fonte aveva deciso di spegnere la sua sete insaziabile.

Volubile e imprevedibile, il suo appetito scatenava improvviso i morsi delle lame che recidevano fiori innocenti, lasciandosi dietro solo sanguinanti steli a marcire e disperate madri violate, ad implorare su di sè il colpo finale.

Il vento impietoso, inclemente, quella mattina portava lo scirocco di sangue nelle orecchie di Syria e il peso del dolore gravava tutto intero sul cuore di giovane bimba già vecchia, nata senza diritto alla felicità.

Il vento non conosce misericordia, carità o compassione.

Come le cose del mondo, il sole, la luna, l’aria sottile, indifferenti, assistono ai destini degli uomini, così come quel vento, che a Syria racconta una storia dolente.

Non piange, il vento della terra promessa.

Non si ferma.

Sussurra, senza guardare, come si spengono gli occhi dorati, come si fanno duri di pietra, come si spezza il cuore di una bimba che vive da sola.

La voce del vento parla di madri e di padri e di figli sgozzati.

Il fiume di sangue che scorre arrossa il fondo del pozzo poco lontano.

Il secchio grondante è ancora riposto sul secco muretto di sassi.

Una brocca, sul tavolo, ricolma, s’aggruma pian piano.

Gli occhi d’oro di Syria si guardano intorno spauriti.

Il vento piano l’avvolge, l’abbraccia, la stringe.

Annega, la bimba, tra le spire di quel serpe che le penetra in cuore e le spegne il respiro.

Gli occhi si seccano, come il pozzo d’estate.

Il sangue si ferma, mentre il vento le narra di strazi e di morte.

La sete del re non s’appaga, anzi, vorace, golosa, s’avvampa, incarognita, ad ogni sorso succhiato dal calice colmo di sangue.

Il vento s’accosta ai piccoli seni, a quel ventre nascosto, mentre la sete del re raggiunge lo stremo e si strugge, la belva sul trono, stringendo l’inutile scettro, che, ad un tratto, improvviso, cade a terra spezzato.

Il re si raggela.

Il terrore lo avvinghia, lo scuote, lo svuota, lo sbatte, lo annienta.

Un re è povera cosa, nella terra promessa.

Il vento racconta la storia che ha visto per strada, che ha spiato, entrando dalle finestre, di sbieco, sbilenche, del palazzo reale.

Il vento è un soffio che sibila alle orecchie di bimba che vorrebbe aver mani per fermare tutto il terribile strazio che sale dal pozzo che s’empie di sangue.

La terra tutta s’imbeve di quello stazio tremendo.

Il vento, prepotente, s’impossessa del vestito di Syria e se lo porta lontano, insanguinato trofeo d’amore.

La bimba, da sola, resta a terra, stesa, tremante.

Poi, solo il silenzio, lento, estenuante, s’insinua sulla terra promessa, invade le case e, infine, inesorabile, festeggia la conquista del campo sconfitto.

Syria, innocente, si volta piano, estenuata.

Di piombo s’è fatto lo sguardo che d’oro era al mattino.

Non c’è, adesso, un’ora del giorno che rintocchi per dare misura di tanto dolore.

S’è sospeso anche il tempo, sotto il sudario del silenzio penoso.

La bimba, attorno, ora cerca un segno, un ricordo, un flebile appiglio.

Nello specchio sul muro, il suo volto è d’un mostro dagli occhi sbarrati.

Piene, le orbite, d’un vuoto sgomento.

Piombo.

Oro rappreso, marcito.

A tentoni s’avanza nel buio silenzio.

La casa è un vorticoso aleggiare, fantasmi, rumori, sinistre presenze.

Demonio, l’angelo s’è fatto, in quella danza del vento.

I morti urlano, invocano, implorano la pietà che il re non conosce.

Crudele, il destino del re si compie, morendo di sete insaziabile.

Le insegne spezzate.

Lo scettro caduto.

Il tonfo s’ode per tutta la terra promessa.

Con l’ultimo rantolo il vento s’allontana, furtivo, com’era arrivato.

Syria si alza, prende la porta, e va.

Deve andare.

Seguire il vento che va.

E raccontare la storia, a quelli che incontra, dei morti innocenti, del re, del vento che parla.

Il suo nome di stella, Syria, ha mutato il tempo che scorre piatto sul fiume.

Syria.

Il frutto del vento, ora, innocente, la bimba si porta seminato nel ventre.

La sua storia.

La storia che il sussurro feroce del vento narrava avvincendo la povera bimba innocente.

La storia che narra della strage degli innocenti nell’arida terra promessa.

NEL VICO

NAPOLI - ZONA DUCHESCA (www.fotografiasociale.it)

Nel vico la luce se n’è andata da tempo.

Le ombre si sono prima allungate e poi, piano, si sono allargate.

Hanno allagato la strada.

Il fiume della via si è fatto nero, di pece, e le case si sono inabissate nel mare che ne è sgorgato e quello, con onde sempre più impetuose, ha inghiottito senza pietà le finestre sui muri, i pensieri del giorno, i cuori nel petto degli uomini.

Alla fine sono rimaste solo  buie gabbie, che si sono chiuse sul silenzio, oscure celle di solitudine, cupi antri di paura.

La notte è il regno dell’angoscia agghiacciata o della spavalderia ingenua e sfrontata.

La strada è il regno dei poveri cristi o degli smargiassi.

E lì, in quel viottolo che penetra nel nulla, maledizioni e pistole hanno accecato per sempre i lampioni e le stelle.

Nel buio si commercia con i corpi e con le anime.

Nell’ombra, si comprano e si vendono piaceri e dolori, paradisi e peccati, madonne e maddalene.

Maddalena, Lena, come la chiamano tutti, stasera è triste.

Il suo Jesus lo hanno preso.

Trema come una foglia, il suo corpo, che adesso resta appeso a quel ramo di strada, in balìa del vento che, a strattoni, schiaffeggia la sua giovane carne messa in vetrina.

Un altro manrovescio, e si stacca da quel debole ramo, e cade,  se ne rotola lontano, senza un dove, come un vecchio foglio di giornale tutto rattrappito e consumato.

Non sono schiaffi, quello del vento,  come gli schiaffi di Jesus,  sono diversi.

Quelli di Jesus sono gli schiaffi del suo uomo, sono gesti d’amore, duri, i gesti d’un amore muto, insondabile, volubile.

Il vento, invece, porta gli schiaffi terribili della vita.

Porta da lontano gli sguardi carichi di desiderio che sembrano soffi di scirocco malato.

Porta anche le sirene della madama, che ululano come la bora, e la tramontana, e sono fredde, come i lampi che sembrano lame di coltelli, e che arrivano all’improvviso, e che squarciano il buio, fino a farlo sanguinare.

E quel vento porta pure il freddo dei ferri che stringono i polsi e quelli che svuotano il ventre, gelidi come i chicchi della grandine, freddi e pesanti, che stridono nella notte, sbattono, rimbombano, e tintinnano d’acciaio

Il vento viene da lontano e attraversa tutta la città.

Passa dai viali alberati, accarezza, inchinandosi, i palazzi carichi d’oro e di storia, si inginocchia davanti agli altari per farsi il segno della croce, corre, di fretta, sulle strade dove ferve la vita convulsa di chi deve tenere insieme i brandelli di una vita che cade a pezzi, s’imbuca, bramoso, nel vico, davanti alla finestra di Lena, spiando quel corpo di bambina che ancora si sta preparando per offrirsi in pasto alle belve della strada.

E, appena quel bocciolo si affaccia sull’uscio, lo schiaffo violento che viene da un mondo distante e nascosto, invisibile, ma dolorosamente presente, brucia il dolce viso di bambina, come na carezza rovente.

Jesus stasera non c’è.

Se lo sono portato via.

Anche il suo amore, se n’è andato.

Le resta, sola, la vergogna, a tenerle compagnia.

Neanche la sua ombra si affaccia, sul marciapiede, a salutarla.

Stasera nel vico non entra nessuno.

Neanche la luna, che resta muta, lassù.

Jesus viene da lontano, come un lampo, ch’è sceso dal cielo.

Dall’altra parte del mare profumato.

Lena lo ha trovato per strada, come un cane randagio e lo ha accarezzato.

E quando lui l’ha presa, stringendola forte in spasimo d’amore, lei si fatta sua preda, si è concessa al padrone, figlia, si è restituita alla prepotenza del padre.

L’amore con cui Jesus sa amare è rovente come una colata di lava.

E altrettanto pericoloso.

Lena lo sa.

Per questo lo ama e lo teme.

Per questo lui è il padrone.

Ma Lena non può essere schiava.

E Jesus, anche lui, questo, lo sa.

Lena si vende.

Ma è libera, come il vento.

Nelle mani di Jesus, Lena diventa dolce come il soffio di primavera.

E Jesus non può fermare quel soffio, quella carezza.

Lui lo sa.

Jesus è un padrone che non ha nessun potere sulla libertà di Lena di volare come una farfalla. E Lena non ha nessun potere sulla sua bellezza, che la rende schiavan del suo corpo di bambina consumata.

Stasera Jesus non verrà.

Se lo sono ripreso.

Forse il vento se lo è riportato sul mare.

Forse ha solo preso un treno, o la corriera.

Forse se n’è andato in una terra lontana.

Forse è andato a raccogliere il frutto proibito che cresce sull’albero che, orgoglioso e prepotente, se ne sta ben ritto al centro del giardino dell’Eden.

O forse è solo andato a raccogliere i pomodori nella piatta terra odorosa dei Lestrigoni.

Terra amara.

Da quella terra nera e salata nascono frutti gonfi di sangue, e rossi, e succosi.

E forse Lena è figlia di una regina, la figlia della regina dei Lestrigoni.

Quando è arrivata nel vico, una mattina, la luce era morta.

Anche la pioggia si era ritirata, al suo passaggio, e le strade si erano fatte deserte.

Di nascosto, solo occhi, occhi di brace, rossi, ardenti di lussuria,  liquidi di desiderio, la spiavano.

Migliaia di occhi , quegli occhi, occhi di déi.

Gli occhi pieni di voluttà di miseri figli di déi decaduti, figli e déi consumati dalla miseria, nascosti, a spiare, dietro le finestre del vico, fissi, sbarrati, a guardare la ninfa che, acerba, candida, nuda, si aggirava, sui tacchi alti, morbida, timida, impacciata, lungo la strada, nello stretto vico, nella marcia aria che opprimeva i cuori dentro le vecchie case scrostate.

Lena negli occhi, quella mattina, aveva una luce misteriosa, brillava come una dea scesa dal cielo.

I suoi occhi non vedevano quello che gli altri vedevano, i marciapiedi sporchi, le pozzanghere nere ai bordi della via storta, l’anima perduta di quei figli di déi viscida di bava.

Erano occhi persi, distratti, che vedevano mondi lontani, sconosciuti, immaginati.

Jesus l’aveva vista passare.

E se l’era presa.

E lei si era data a lui, come una dea si concede al suo dio.

Stasera nel vico la luce si è persa nel cielo.

Sono svanite le forme, i denti aguzzi dei muri delle case, le bocche sgangherate delle finestre.

Il corpo di Lena si è perduto, anche quello è svanito, nel buio.

Quando Jesus domani passerà, chiederà.

Chiamerà.

Poi, presto, come un dio che, imperturbabile, non conosce la memoria dei sentimenti, come cane randagio scacciato da tutti, tornerà a rigirarsi, sperduto, nel vico, sulla sua strada di insignificante dolore.

ATLANTE

Pugile seduto, bronzo, originale di Lisippo e del fratello Lisistrato, 340 a. C. circa. Dal Quirinale, Terme di Costantino, scavo del 1885: Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme

 

Forse devo chiudere la porta.

Fuori fa freddo.

Il cielo è bianco, basso, una lastra che pesa.

C’è una sottile linea grigia a sorreggere quella volta, come una lama di spuma, elastica, che, incredibilmente, qualcuno ha messo a protezione del mondo.

Assorbendo l’insopportabile peso di quella lastra ghiacciata, il sottile strato di grigie nubi scure si intromette tra la vita di ogni giorno, che abita la terra da basso e le visioni dell’infinito, che quaggiù non trovano spazio a sufficienza per restare in mezzo a noi.

Devo ciudere la porta.

Entra il freddo, da fuori.

Agile come un gatto, strisciante come un serpente, mi accarezza le gambe con la sua coda gelida.

Brividi violenti come scosse mi scuotono nell’intimo, lo fanno tintinnare, fragile, come campanelle di vetro.

Il demonio.

Con alito sibilante, giunge da mondi che ci sforziamo di dimenticare ma che restano incastrati dentro di noi come le forme sghembe di certe periferie del mondo.

Noi abitiamo da un’altra parte.

Siamo cittadini di un altro mondo

In questa casa siamo arrivati per caso.

Avevamo deciso di trovare fortuna.

La nostra terra era una terra nera, che sanguinava, quando l’accoltellavamo con l’erpice, ne zampillavano messi e frutti e grappoli concimati da sudore e fatica.

Eravamo sempre affamati, e sporchi ed in cerca di un destino, magari uno qualunque, magari anche usato.

Non avevamo una casa, un focolare, un letto, un tavolo, posate.

Solo un bicchiere, sempre pieno di sangue rosso, sempre pieno, sempre caldo; ci sosteneva, quel vino rosso sangue, quando lo inghittivamo, quando andava giù nello stomaco. Riscaldava il cuore.

Sangue, o vino, perdìo, che differenza fa al cuore ?

Devo chiudere la porta.

Passa l’aria.

Ho le ossa spezzate.

Il peso del mondo è davvero insostenibile per un uomo solo.

Ho lasciato i miei compagni in mezzo a un lago di fuoco.

Il cielo intero si era incendiato.

E sotto di esso, la terra.

E la linea che di solito stà lì, contrapposta, a separarli, anche quella era tutta una lingua di fuoco.

Una palla ardeva di vampe nel cielo e bruciava negli occhi.

Ero rimasto quasi accecato.

Qualcuno piangeva, qualcuno pregava, qualcuno malediva.

Con le mani a proteggere gli occhi feriti, finestre che dolevano, mi sono accasciato sulla nuda terra, sotto un albero, aspettando la fine dell’incendio, che si consumasse la sua furia bestiale e, finalmente, il manto frusciante, profumato, di seta nera, della notte è sceso a coprire le nudità invereconde del mondo, nudo sotto gli occhi insanguinati degli uomini, inginocchiati, carponi, proni, sotto le immani fatiche del giorno.

Devo chiudere la porta.

Fuori fa freddo.

Il gelido cubo mi si apre davanti.

Occupa intero lo spiazzo davanti alla casa, la stanza di nera aria ghiacciata che, fuori, si apre sull’universo.

Il gelo sembra venire dalle profondità di un pozzo dove sprofonda il calore del sole.

La casa è prigioniera in quella bocca glaciale.

Le fauci del pozzo sembra vogliano ingoiarla, i denti, neri e storti, urlano, si accalcano, affollati per masticarla e sprofondarla, triturata, ridotta in umido boccone, nelle viscere di una vita senza calore, più, nè forza.

Sono rimasto da solo.

I compagni sono andati.

Spariti, si sono perduti tra le vampe dell’incendio che ha tinto di rosso l’orizzonte per ore, per miglia, che ha arso le profondità dello spazio che incombe su montagne e pianure e oceani e fiumi e mari e nebbia e lava e …

Sono rimasto solo sotto questo cielo che sembra affamato.

Sono rimasto da solo, sotto questo cielo fatto di bianco e di nero, di vita e di morte.

Sono rimasto solo, e annego in un mare di silenzio.

In bocca mi entra, lento, e ingoio e mentre ingoio senza deglutire mi sento annegare e il mare di silenzio si innalza intorno a me e si trasforma nella liquida massa dell’oscurità densa, informe, fredda, come pietra da bere, o acciaio da tracannare, come il nulla da ingoiare.

Devo chiudere la porta.

Potrebbe entrare qualcuno.

Mentre nuoto in questo mare senza fine mi sento felice.

Ho attraversato le Colonne d’Ercole per giungere in questa terra che mai nessuno, prima aveva conosciuto.

Il fuoco mi ha risparmiato.

Il gelo mi ha trascurato.

Il buio non mi ha visto.

La morte mi è passata accanto indifferente mentre andava in cerca di nuovi compagni di viaggio.

Quando sono entrato in questa casa non ho pensato ad altro che a riposare le mie stanche membra dalle fatiche di un viaggio infinito.

Mi è sembrata una casa accogliente, una tana, un rifugio, un nido.

Un sarcofago, una tomba, una bara.

Il gelo fa capolino dalla porta, lo vedo.

Devo chiudere quella maledetta porta, prima che sia ancora una volta troppo tardi.

Il cielo grava sul tetto e il solaio mi schiaccia.

Bianco e nero.

Rosso.

Il peso del mondo sulle mie spalle mi schiaccia.

Mi faccio sottile, un’ombra nell’ombra.

Il mondo si è fatto troppo pesante.

Gli occhi non tengono.

Il sogno mi prende prigioniero.

Poggio la sfera troppo gravosa, ormai, solo per me.

Alzo al cielo uno sguardo, senza troppa speranza.

Lascio cadere nel vuoto quel globo di roccia che grava, incurvando le mie spalle, come la condanna da espiare per una colpa troppo pesante.

Io, Atlante, non sopporto più il peso del mio faticoso destino.

Devo chiudere la porta.

Nascondermi nel buio.

Il gelo giustiziere non mi deve trovare.

UNA SERA QUALUNQUE

a

CARAVAGGIO - LA CHIAMATA DI SAN MATTEO

a

“Stasera è una sera qualunque, una sera come tante altre”.

Negli occhi del giovane dai capelli lunghi passa questo pensiero, si vede scorrere furtivo, come un’ombra, un pò annoiata, una nuvola grigia, magra, senza pioggia, che passeggia senza meta in quel cielo di periferia senza tempo.

“Stasera … non so cosa farei … sento mille voci… ma non le capisco … non parlano la mia lingua … nessuna si ferma a farmi compagnia … solo un attimo … scappano via … intorno a me resta il silenzio … il buio … io, da solo … una candela spenta …  come sempre”.

La sera è appena cominciata.

All’orizzonte, in quell’orizzonte dove la città non sa decidrsi a finire, tra creste di alti palazzoni irregolari e lunghe strade senza sbovvo, in quell’orizzonte vuoto e chiuso, ancora vacilla una fiammella, una’eco di luce, flebile, una macchia giallastra, rugginosa, uno spiraglio bruciato di sole.

La sera è lunga da passare.

A casa, Magdalène è già al lavoro.

Il primo cliente è arrivato con una moto rombante.

Cromata.

Molto grossa.

Sicuramente rubata.

Fischiava spensierato mentre entrava nel cortile, si grattava il cavallo dei pantaloni, di dava delle arie, ma si vedeva che faceva così, per darsi delle arie. Era spaventato.

La bocca di Magda era rossa.

“Quello della moto aveva una paura fottuta di morire troppo presto, prima di riuscire a succhiare tutto il miele di quella bocca così dolce.”

Nella tasca dei pantaloni un rotolo di banconote grosso come una pietra e pesante era la prova dei loschi traffici che avevano messo quella moto tra le gambe dell’impaurito cliente di Magda.

“Quello, lo sa tutto il quartiere, non ha mai lavorato. Metà dell’anno lo passa al riformatorio. L’altra metà tra l’ospedale e le puttane. Stasera tocca a Magda.”

Il ragazzo dai capellilunghi era uscito dalla porta e si era allontanato sbilenco, senza farsi vedere dal cliente impaurito. Non gli piacevano quei bulli che non sapevano farsi una puttana. Quelli, però, proprio per quello sapevano dare bene di coltello. Senza una ragione. Così. Solo per farsi passare la paura. Solo per convincersi di essere forti, cazzuti, potenti. Poi, morivano troppo presto fra le cosce di una troia.

“Stasera non vado dagli amici … il tavolino … il bar … è sempre la solita noia … la solita gente … i soliti amici … neanche Magda mi vuole, stasera. Ha già un paio di appuntamenti …”

Guardando in quella chiazza di luce si sentiva abbagliato e attratto dai bordi del cielo che si restringeva in cima allo scatolone di cemento che gli premeva sugli occhi, come l’umido arrugginito del soffitto, sul letto, che cercava di soffocarlo quando non riusciva più a tenere gli occhi chiusi sul mondo.

Quella luce, al confine fra l’immenso volume della noia e la profondità paurosa del cielo, non era ancora così fioca da riuscire a mostrarsi nuda davanti a quegli occhi indifesi, che, spauriti, sbattevano sotto una frangia di capelli tinta di biondo elettrico e tagliata male.

Perciò abbagliava. Costringeva a tenere strette strette quelle fessure, come bocche silenziose, pugni serrati, finestre chiuse.

Ma da quelle entrava uno strano vento.

Penetrava dal buco sottile delle pupille nere, che non riuscivano a tenersi nascoste del tutto, al sicuro, e quel vento scendeva dentro, come un fiotto acido, ancora più dentro, fin dentro  nel dentro dell’anima.

Il ragazzo non l’aveva mai saputo di avere un’anima e neanche c’era un canale che univa quella parte calda e morbida del suo essere con il lago ghiacciato dei suoi occhi neri.

Non aveva mai saputo che una corrente irrefrenabile, ogni istante della sua vita, trasportava, come tronchi pesanti, le immagini del mondo attraverso quel canale.

Questo durante il giorno.

E non aveva neanche mai saputo che, di notte, lungo quel canale, ma con un percorso opposto, la lunga teoria di immagini sconclusionate che gli uomini chiamano sogni, fluiva dal fondo dell’anima fino alla superficie gelata degli occhi chiusi dietro le sbarre del sonno, protetta dalla grata di lamiera delle palpebre serrate a doppia mandata.

Il giovane dai capelli lunghi si sentiva attratto da quel lucore brunito.

Era come se una immane forza calamitasse i suoi occhi, premesse sulla cristallina superficie di quegli specchi per entrare, urlando come urla la polizia quando vuole fare un arresto.

“Altolà! Nessuno si muova!

Questo è un ordine!

Mani bene in vista, sopra la testa! Gambe larghe!

Vieni qui, piano, brutto stronzo!

Dove vuoi andare!?

Devi venire via con me!”

“Voglio stare un pò da solo”, pensa il ragazzo.

Aveva gli occhi freddi e spenti.

Lui non sente lavoce dell’anima, perchè non sa di avercela, l’anima.

“Ho solo una terribile voglia di stramene un pò da solo, ma che cazzo vuoi, nuvola d’oro arrugginito, perchè non te ne vai anche stasera, come hai sempre fatto in questi fottuti anni?”

“Non so cosa mi prende, stasera”.

Ho guardato la lunga bocca rossa di Magda ed ho desiderato mangiarla, come le ciliegie.

Ho guardato le sue pere sugose ed ho desiderato di sbucciarle e morderle, per saziarmi della loro polpa dolce, nutriente, fino a morirne.

Ho guardato le sue lunge gambe, sinuose e provocanti come serpenti.

Ho guardato fino alla fessura dove si nasconde la lingua biforcuta del serpente, dove sono nascosti i due denti aguzzi che iniettano il dolce veleno dell’amore.

Ed ho desiderato di farmi avvelenare, di morire, straziato dai suoi morsi.

Ho sentito scosse dentro di me, violente, crudeli, che mi hanno lacerato le carni, mi hanno spezzato i polsi, mi hanno fatto tremare le gambe.

Così si deve sentire un traliccio, crocifisso alla terra dal cavo dell’alta tensione.

Il ragazzo non sapeva che i suoi sogni, attraverso le finestre aperte degli occhi, erano il frutto dei suoi pensieri e, quelli, il prodotto dei suoi desideri, il riflesso del suo inconscio.

Non sapeva cos’era un inconscio, come non sapeva cos’era un’anima.

Anzi, della seconda ne aveva sentito parlare, dal prete nero, che gli aveva spiegato l’appartenza a Dio di ogni cosa e dell’anima, che era il pegno che Quello aveva lasciato in ogni uomo come segno del Debito di ognuno.

Ma il ragazzo vedeva che nessun Dio abitava in periferia, fra palazzoni così sgangherati.

Lì nessun Dio era mai venuto a fare l’amore con Magda.

Nessun Dio poteva avere un Debito con i miseri scheletri dimenticati sul bordo estremo della città.

Nessun Debito poteva essere così stupido da avere la speranza di essere il Debito di gente così. Nessun Debito sarebbe mai stati onorato, da gente così.

E infatti nessun’anima riusciva mai a volare in cielo, ad attraversare quell’altro canale che, dagli occhi, tappati da una coltre di ghiaccio duro come pietra e nero come lava, portava, diritto diritto, fino all’alto dei cieli.

Il ragazzo non sapeva dell’inconscio, non sapeva dell’anima, non sapeva dei pensieri, non sapeva degli occhi e non sapeva del cielo, nè del gelo, nè del fuoco che brucia quando un ragazzo, come il ragazzo dai lunghi capelli, ed una ragazza ,bella come Magda, si stringono, si uniscono, si prendono, fuoco col  fuoco, fino a diventare una sola fiamma, un solo corpo, un corpo solo, senza più, neanche, un pensiero, senza nemmeno un frammento d’inconscio, senza un solo brandello d’anima.

La luce marrone lo tratteneva e lo costringeva in una strana posizione. Di sbieco. Un passo avanti all’altro. I pantaloni che gli stringevano le gambe. I capelli biondo elettrico, sfrangiati molto male, a zazzera, tiravano fino a  fare quasi male. I denti sghembi, gialli, storti, neri.

La sigaretta quasi spenta del tutto fra le dita.

Brillava, la luce di brace, nel vento, ancora, fioca, ma stridula.

Come un lampeggiante della polizia.

“Bastardi!”

Ggli era bastato confondere quell’ultimo lucore malato con un lampeggiante per sentire nelle orecchie lo stridore delle sirene, per provare l’istinto folle di fuggire, come una belva braccata,  per sentire i morsi rabbiosi dei denti della trappola che lo azzannavano, lo paralizzavano in quel punto della strada cieca, fra i mammut di cemento che si alzavano davanti a lui, che avanzavano, terribili e pesanti, verso di lui, che, temibili, stavano ormai per travolgerlo, calpestarlo, schiacciarlo.

Puzzava l’aria di smog, di fumo di copertoni che bruciavano da qualche parte, di fogna e di cenere della sera.

“Altolà! Nessuno si muova! Questo è un ordine! Mani bene in vista, sopra la testa! Gambe larghe! Vieni qui, piano, brutto stronzo! Dove vuoi andare!? Devi venire via con me!”

Stavolta la voce si era fatta sentire.

Prepotente, roca, cattiva.

Nessuna carogna al commissariato aveva mai avuto un tono così.

Perentorio, assoluto. Un ordine.

Nessun caramba, nessun secondino potecva abbaiare così.

“Ma che cazzo andate trovando, stasera?”

I demoni non si mossero.

Stavano nascosti e stettero bene attenti a non mostrarsi.

Erano rossi, o forse neri, puzzavano di zolfo e passvano il loro tempo a starsene rintanati nella testa del ragazzo, nascosti dietro la zazzera d’oro fasullo dei lunghi capelli.

Il ragazzo era come la fotografia sopra un giornale, come le  foto delle notizie che parlano di storie di qualsiasi periferia sconosciuta, oltre i margini della città, oltre i confini del mondo, oltre il linmite della realtà.

Era in bianco e nero.

Troppo contrasto, rendeva la sua tensione insopportabile.

Non sapeva che la voce della sua anima stava cercando di parlargli, prima di fuggire.

Non sapeva che anche la voce dell’inconscio voleva dirgli qualcosa, prima di abbandonarlo, disperato, dopo aver passato un’esistenza inutile a nascondersi dentro qualche anfratto, dentro qualche recesso in quella vuota persona, dentro il vuoto che riecheggiava nella testa del ragazzo dai lunghi capelli come, le strade, riecheggiano, vuote, di notte.

Non sapeva che i suoi pensieri volevano parlargli, dirgli qualcosa, anche solo per una volta, una volta sola, prima di partirsene, con le valigie pesanti, piene di sogni mai visti.

“Altolà! Nessuno si muova! Questo è un ordine! Mani bene in vista, sopra la testa! Gambe larghe! Vieni qui, piano, brutto stronzo! Dove vuoi andare!? Devi venire via con me!”

Sembrava la chiamata di un dio.

La chiamata di un dio che chiama nella sera, in una puzzolente periferia che sta a metà fra il mondo degli uomini e l’inferno dei dannati.

Un dio che chiama colui che non sa di avere orecchie.

Un dio che ordina, quando chiama, come ordina una madama.

Un dio dal quale bisogna scappare, come bisogna scappare quando c’è un pericolo, il pericolo della madama, coi lampeggianti accesi e le sirene spiegate.

Una madama che ha la voce dura del dio delle periferie, dei demoni della vita.

Una voce che assegna, volubile e insindacabile, le colpe e il perdono.

Le colpe a tutti, lì, in quelle strade senza uscita.

E il perdono, invariabilmente a nessuno.

La voce del giudice che condanna, senza pietà, inesorabile, chi, da non vivo, annega, di sera, con lo sguardo di ghiaccio, in un lago di luce, in una periferia dura e falsa come una metafora, ma vera e terribile, come l’inferno senza fiamme di una periferia, dura e falsa come una metafora.

“Altolà! Nessuno si muova! Questo è un ordine! Mani bene in vista, sopra la testa! Gambe larghe! Vieni qui, piano, brutto stronzo! Dove vuoi andare!? Devi venire via con me!”…

DARDO CHE DALL’ARCO SCOCCA

Quando ti taci, mia nobile Musa, il silenzio arresta l’infinito moto dell’aria, si ferma l’irrefrenabile corsa dei raggi di luce, la circolare rivoluzione degli astri negli spazi celesti, d’improvviso, s’arresta

Oh, ma non è la quiete di morte, no, non è quel nulla che tutto consuma e tutto annienta, tutto rende vano per sempre.

No.

E’ la sospensione del tempo,l’intervallo, la fiduciosa pausa delle cose.

E’ il mondo che si mette in attesa, in ascolto, disteso, che giunga, di nuovo, ancora una volta, l’eco lontana della tua voce.

A volte, si, è un tuono, il tuo comando, un ordine, una voce impetuosa, un turbine, una tempesta che regala emozione, orgasmo, singulto.

Sgorga dalla tua bocca il rombo di quella cascata che tutto travolge, di me, fragile stelo in balìa del tuo desiderio.

A volte, sì, rendi schiavo il tuo artigiano, che, con lo scalpellino delle parole o la sgorbia dei colori, scava nella materia della vita le curve formose della tua figura.

Si, padrona, a volte, tu ti fai, per concederti al modo, per donare il frutto del tuo ventre puro e prezioso.

L’angelo che ti annunciò il tuo frutto vorrei io essere.

L’amante tuo, vorrei io essere, quando tu ti facesti sua amante ed egli, avendoti nel modo più pieno, t’ingravidò, mettendo nel tuo seno il seme di quel che di più prezioso il mondo può ricevere in dono.

Amante che non è figlio del mondo terreno, non è fatto di carne e non conosce la morte.

E tu, amante sua, non sei figlia del mondo terreno, ma madre sua, e non sei fatta di carne e non conosci la morte.

La voce tua può spazzar via come un fuscello l’uomo che per bocca tua parla, come l’uragano fa con il fragile giunco.

Eppure non è sollievo il tuo silenzio, non è pace la tua assenza, non è calma quiete la tua lontananza.

Non teme la morte il poeta tra le scosse tue che scuoti la terra. Tra le tue braccia vorrebbe trovare la morte, da ardito, da eroe, per conquistare l’ultimo brandello, l’anelito estremo, di libertà che porta il tuo dominio, o padrona di tutte le cose.

E così, senza paura, il tuo umile servitore è sempre in attesa del tuo comando, per servirti, fedele, fino alla fine.

Ma non è sollievo il tuo silenzio, non è pace, non è calma quiete.

Quando ti taci, mia nobile Musa, il silenzio arresta l’infinito moto dell’aria, si ferma l’irrefrenabile corsa dei raggi di luce, la circolare rivoluzione degli astri negli spazi celesti, d’improvviso, s’arresta.

Oh, ma non è la quiete di morte, no, non è quel nulla che tutto consuma e tutto annienta, tutto rende vano per sempre.

No.

E’ la sospensione del tempo, l’intervallo, la fiduciosa pausa delle cose.

E’ il mondo che si mette in attesa, in ascolto, disteso, che giunga, di nuovo, ancora una volta, l’eco lontana della tua voce.

E in quello sguardo che non si posa, in quella luce che non si accende, in quel colore che non brilla, in quell’armonia che non vibra, in quella forma che non si sposa con la materia, non vi è spazio per l’angoscia che raggela, per il timore che paralizza, per la dolorosa solitudine, per la lontananza che sperde e confonde.

Io so che in quel silenzio sta germinando il suono della tua nota più dolce.

Io so che in quel silenzio si compone la melodia che sarà scritta sullo spartito del mondo.

E che importa se il poeta, impaziente, esasperato, stremato, porterà come un macigno il peso di un’attesa tanto gravosa e pesante.

Che importa.

Come se bastasse desiderare di udire la tua voce, come se bastasse invocare il tuo imperio, come se si potesse ordinare a te di espugnare una fortezza così fragile!

Che importa se un poeta si prosciuga fino a seccarsi come una sorgente nell’arsa estate del deserto !

E che importa se la luna si ferma, se smette di stuzzicare gli amanti con il suo sguardo ammmiccante, se non può più smorzare, pudìca, i loro gemiti d’amore con il suo velo di pace notturna, se non riesce nemmeno più a coprire con il suo manto di luce d’argento le loro intrecciate nudità discinte.

Che importa tutto questo e che importa tutto il resto delle cose, di tutte quelle cose che io, nel tuo ineffabile silenzio, non so più dire ?

Che importa, se io so che tu, mia nobile Musa, stai per scoccare dal tuo arco il tuo prossimo dardo?

L’ANNUNCIO

Federico ZANDOMENECHI - A LETTO

 

Cosa cerchi, angelo?

I capelli ebbero un sussulto, biondi, lunghi, avvolti in boccoli che sembravano fiori.

Il sorriso ingenuo, innocente, come il raggio di sole del primo mattino.

Gli occhi intensi come il cielo di primavera.

Il naso sbarazzino, l’aria un pò arruffata, il vento gli soffiava in faccia facendogli accigliare gli zigomi.

Il corpo era alto, forte, slanciato.

Sotto il vestito, che era il vestito candido di un angelo, si indovinavano le forme flessuose del corpo, morbide, leggere, tenere.

S’intravedeva il seno ancora acerbo, ma già pronunciato, come un frutto ancora verde ma già profumato.

 

Cosa cerchi, Angelo?

Al secondo richiamo della dolce voce di donna in fiore, l’Angelo si riebbe dalla prima sorpresa e si girò verso il pergolato, gettando lo sguardo acceso ed acuto verso quella ragazza appena nascosta nella penombra di un mattino di primavera.

Tutto, in questo periodo è in fiore.

La natura rinasce, dopo la stagione della morte invernale, del riposo che pare lungo come un’eternità dalla quale si ritorna per un vuovo ciclo di vita.

Una resurrezione che Madre Natura dona alle sue creature ogni volta che si compie un giro completo del sole.

Una resurrezione che Madre Natura dona alle sue creature perchè è più generosa del dio dei cieli, che invece non ammette ritorno per le sue creature dal viaggio nel gelo dell’inverno. Non c’è primavera, per chi ha assaggiato i rigori di quella stagione senza ritorno, non c’è resurrezione, non c’è altro che il nulla, eterno,per sempre.

 

Bellezza contro bellezza.

Così si potrebbe intitolare la scena.

La bellezza dell’angelo era perfetta, più delicata della più pura bellezza di un fiore sbocciato dal ventre di Madre Natura.

La bellezza di Maria era più pura della pura bellezza di un angelo sceso dal cielo.

La bellezza dell’angelo era come un pensiero senz’ombra, un desiderio senza peccato, un corpo senz’anima.

La bellezza di Maria era acerba e invitava all’acre peccato.

La purezza dell’angelo sfidava la purezza del cielo e invocava una preghiera che le rendesse giustizia.

La purezza di Maria sfidava la purezza di un fiore e invocava una carezza che la recidesse dal gambo.

 

Gli occhi dell’angelo penetrarono nel cuore della vergine Maria.

Il calore del suo sguardo riscaldò quel ventre di fanciulla.

E spuntò un germoglio nuovo di vita.

Gli occhi di Maria sfiorarono il cuore puro dell’angelo.

Il fuoco del desiderio più casto restituì all’angelo l’amore.

E l’angelo pianse, svelando a Maria il suo segreto terribile.

Il fiore nato dal tuo gemoglio, dolce Maria, sarà reciso dalla falce crudele dell’uomo.

E sarà il volere del Padre a muovere la mano deicida dell’uomo.

E sui rami incrociati di un albero morto, arso dal sole, mangiato dalla polvere, giacerà tuo figlio, dolce Maria, madre sfortunata, vittima della volontà crudele di un dio che non conosce pietà nemmeno per un figlio.

 

La verità è dolore, si sa, quando ad annunciarla è la figura di un angelo senza il cuore di un uomo.

Non sa piangere una creatura del cielo.

Non ha pietà, nè misura la pena e il dolore che sperge come una pioggia devastatrice sulle vite dei figli di Madre Natura.

Eppure piangeva, l’agelo inviato dal cielo a dare il terribile annuncio alla spensierata fanciulla che ancora giocava innocente col suo corpo di bimba, in primavera, sotto la pergola secca nel giardino dell’eden.

Intuiva il dolore in quegli occhi di madre che ignoravano cosa vuol dire un dolore di madre.

Erano occhi di madre che non sapevano ancora di essere occhi di madre.

Erano occhi che mai, ancora, erano stati occhi negli occhi di un uomo, gioia nella gioia, piacere nel piacere, corpo nel corpo.

 

Piangeva, l’angelo, mandato dal dio piantare il germoglio del suo fiore a primavera.

Piangeva, l’angelo, guardando il fiore che prendeva colore e profumo e facendosi donna regalava il suo grembo ad un nuovo germoglio.

Piangeva vedendo quel fiore che, al prossimo inverno, si sarebbe fatto secca foglia senza più voglia di vita, senza colore e senza profumo.

E’ amaro il destino di un angelo puro, fiore dei fiori, con il libro e la spada.

Sul libro del destino c’è la storia dei fiori, dall’inizio alla fine.

Sul filo della spada c’è il sangue verde dei fiori, fino all’ultima goccia di linfa.

Solo Maria sorrideva, sorpresa, a vedere quell’angelo patire e dolersi.

Il suo fiore era appena spuntato e lei voleva vivere tutta la vita che spetta alla vita di un fiore.

 

Non importa che si tratti di una vita di breve gittata o di un fiore che finisce reciso su un ciglio di strada.

Non importa neanche che un fiore accompagni il funerale di un fiore.

Resta nell’aria il profumo dei fiori e nel cuore lo splendore di tutti i colori.

Resta una vita da vivere, fiori, una vita da fiori, che è più preziosa della vita senza fine di un angelo che annuncia la vita e la morte.

Resta la vita, profumo e colore di un fiore, che un fiore pretende di vivere giorno per giorno, dal’inizio alla fine.

Resta il fiore, dolce fanciulla senza peccato, profumo e colori di donna, destino di donna.

Resta la vita, profumo e colori dei fiori, che ogni fiore pretende di vivere giorno per giorno, dall’inzio alla fine.

 

Cosa cerchi ancora, angelo?

Non hai ancora capito?

Io conoscevo già il tuo annuncio.

Era scritto nel mio ventre di donna, anche se ero ancora fanciulla quando un mago m’insegnò, maestro di vita e di morte, alla lettura del mio libro di donna.

E conoscevo il tuo dolce volto di angelo, fiore del cielo senza peccato.

E conoscevo i rami ed i rovi e le spine e la spada e la croce.

E’ la storia di una madre su questa terra dove i fiori nascono, puri, per potere morire e marcire e tornare, marcìti, alla terra natìa.

Dì al tuo dio terribile, che non gli basterà mandare a morire il suo povero figlio su questa terra di morte.

Non gli basterà piangere per tutto l’eterno la morte di un figlio.

Non potrà mai farsi fiore e come fiore morire.

E il suo destino resterà per l’eterno quello di un dio che piange la morte del figlio che ha mandato morire.

Destino crudele di un dio.

Restare in eterno quel dio che non può potrà mai mettere fine al suo crudele dolore.

A noi, invece, poveri fiori, l’annuncio di morte ci porta l’annuncio della fine di un crudele dolore.

E in più, nei giorni in cui fummo candidi gigli, puri figli di Madre Natura, ci furon dati il profumo, i colori, l’ebrezza da cui ci venne il piacere di non esser altro che fiori, fatti di profumo e colore, fatti per conoscere il piacere, sapere il dolore e conoscere il fin della morte.