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ROMAPPASSEGGIO

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WALKING IN B &W

Le fotografie sono come reti di pescatori.
Dentro ci restano impigliati guizzanti bagliori.
Anche se il mare è un abisso nero, denso, notturno, pece oleosa, ombrosa notte, imperscrutabile oscurità…
Parola impegnativa, imperscrutabile.
Guardi, se guardi, per cercare, per soddisfare un desiderio, un bisogno, una necessità, un’ansia, una frenesia… e non riesci, ti resta impossibile, per quanto sforzi fai, per quante energie metti…
Scansi, scandagli, scruti, miri, cerchi, chiami e … ti rispondono richiami, echi, rimbombi, ricordi, memorie, smarrimenti, ombre, vuoti simulacri di quello che cerchi…
L’imprescrutabilità è più angosciosa delle assolute tenebre.
In quelle, nulla è. Il nero è nero. Vuoto, il vuoto.
Piatte e invisibili, le assolute tenebre possono essere il peggiore o il migliore dei modi per dire ciò che non è neppure immaginabile.
Nessuna immaginazione, nessuna fantasia, nessun territorio per viaggiatori fantastici, pensatori o artisti…

Guizzanti bagliori restano impigliati nella rete dei pescatori.
Li chiamiamo pesci, per comodità, così si ricordano per sempre del loro umile destino, d’essere preda dei temibili cacciatori di prede d’acqua.
Guizzano sotto i riflessi delle fioche lampade che sono accese nel cielo lontano e che chiamiamo stelle senza un vero perchè.
Loro ci ricordano che noi siamo piccoli, ma la nostra piccolezza non la chiamiamo “stellanza”, bensì “morte”, o tenebre assolute.
C’è chi crede che non esistano le tenebre assolute, che non possano esistere perchè c’è, anche dopo la morte della vita di qua, un qualcosa che si vive al di là.
Fede.
La chiamano fede, perchè è un tondo anello circolare che portiamo stretto attorno al dito, per additare, essere additati e ricordare.
Ma io non sono sicuro che basti, quell’anello, per illuminare il buio di quelle tenebre così fitte.

Nelle sere e nelle notti vagano vaghe figure senza consistenza.
Guizzi, bagliori, lampi che si muovono leggeri e veloci nel mare nero che sciaborda per le strade.
Le piazze si fanno larghe come laghi paludosi.
E certe volte, quando le piazze sono ampie spianate, piazze d’armi sconfinate per urlanti artiglierie di morte, i laghi sprofondano nelle profondità degli oceani sconfinati.
Le strade, le vie, i sentieri, anche quelli appena accennati, in città, fra carcasse di vita addormentata, scorrono come fiumi silenziosi che vanno da qualche parte portandosi appresso lo stanco tempo notturno.
Parlo delle sere e delle notti in città.
In questi camposanti, in effetti, s’è sconfitta la morte.
Le tenebre assolute non possono espandere, in questi spazi assoggettati al potere della luce, il loro temibile potere, i loro tentacoli avvolgenti, i loro lugubri mantelli…
Le città sono luoghi dove, invitta, regna la vita continua.
Sempre, su queste vastità, su questi laghi, su questi oceani, su queste profondità, che altrimenti resterebbero insondabili, che ingoiano gli ignari corsi urbani ed i viali metropolitani, sempre, su questo macrocosmo immortale, veglia, inesorabile, un esercito di angeli dalla baluginante spada infuocata.
E’ l’inestinguibile bagliore delle luci cittadine.

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UN INCONTRO INATTESO

di Wislawa Szimborska

Siamo molto cortesi l’uno con l’altro,

diciamo che è bello incontrarsi dopo anni.

Le nostre tigri bevono latte.

I nostri sparvieri vanno a piedi.

I nostri squali affogano nell’acqua.

I nostri lupi sbadigliano alla gabbia aperta.

Le nostre vipere si sono scrollate di dosso i lampi,

le scimmie gli slanci, i pavoni le penne.

I pipistrelli già da tanto sono volati via dai nostri capelli.

Ci fermiamo a metà della frase,

senza scampo sorridenti.

La nostra gente

non sa parlarsi.