IL MATTINO

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Foto by Pierperrone

Se non fosse che… dissolti i fantasmi
che abitano la notturna veglia, ora…
la calma serena del mattino… un manto
di grigie nuvole l’aria ferma increspa…

Se non fosse che… scossi i vaghi sogni
che a grappoli, a tre a cinque, ormai…
al passato il capo volgon… un’attesa
di qualcosa d’ineffabile l’ora inquieta…

Se non fosse che… mossi i nostri corpi
che risorti dal pesante sonno, adesso…
nel giorno avanti spalancato… un’ansia
di inspiegabile irrequietezza li sospinge…

Se non fosse che… soggiunto il giorno
che illude a compier i passi nostri , poi…
un rinvio… una mossa… un lasso… Tempo
nuovo pur s’annuncia e dei giorni il giro…
… Se non fosse che…

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La stella dalla luce misteriosa. Gli astronomi: “Fa pensare a tecnologia aliena” – Repubblica.it

L’anomalia rilevata dopo mesi di osservazione: “Potebbe essere il segno della presenza di una civiltà avanzata”

Sorgente: La stella dalla luce misteriosa. Gli astronomi: “Fa pensare a tecnologia aliena” – Repubblica.it

HOMONOVUS

Foto di SEBASTIAO SALGADO

E’ la vita che si muove dentro e fuori di noi.

Siamo un impasto di vita, un inspiegabile miracolo, un’inarrestabile marea che cresce, un flusso cosmico che ci spinge nell’immensità.

Vita.

Vita!

Vita che vuol dire colore e gioia e musica e balli e baci e carezze.

Vita contagiosa.

Vita infinita.

Vita vasta e immensa.

Vita sconfinata, senza orizzonti.

Vita in cui anneghiamo, come gocce d’un oceano di gocce sterminato.

Vita che non ci appartiene.

Vita nella quale siamo capitati per caso.

Vita e materia ed essere.

E’ la Coscienza di quel che siamo, il peccato.

Il Peccato!

E’ la coscienza di noi.

E’ il nostro essere.

Il Peccato è la consapevolezza di essere.

Essere irrpetibili.

Essere solo per un attimo e sapere di non poter esser più.

E’ quel “Mai più !”, il Peccato.

Il Peccato è il peccato contro la Vita.

E il peccato contro la Vita è questa nostra coscienza, che sa di appartenere al buio, per sempre, salvo quella breve licenza rubata alla Vita.

Essere, essere solo per un attimo e non poter essere mai più.

E sapere di dover essere solo per un tempo che sa di finire.

Tu, Coscienza, sei il Peccato !

Tu, la condanna ad una fine annunciata.

Tu, Peccato senza pentimento.

Tu, imperfezione.

Tu, imperfezione della colpa.

Tu, soltanto, colpa preterintenzionale.

Tu, lieve ombra che svanisce quando scende la Notte.

Nudo, spoglio come un verme, vorrei essere messo, un giorno, nella nuda terra, spoglia.

Nudo, freddo come una serpe, vorrei rubare, in una lunga infinita notte, nelle tane sotterranee delle serpi, lì, al buio, vorrei rubare il tepore, un giorno, alla nuda terra.

E coperto di radici, di zampe, di gemme, di rami, di raggi, di braccia, di seni, di mani, di bocche, di profumi e colori vorrò starmene, un giorno, per l’eterno a crogiolarmi nella nuda Vita che pulsa dentro la nera nuda terra dove le fredde scaltre serpi scavano tane riscaldate dal tepore del fuoco che arde al centro dell’universo.

Il mio universo!

Il centro misterioso in cui si concentra l’energia della mia vita.

La mia goccia di vita, goccia dell’immenso mare di gocce della Vita.

Quale combustibile alimenta quell’ardore eterno?

Quale bagliore saprebbe illuminare la Coscienza se si potesse alimentare, come quel fuoco che arde al centro dell’universo, di quel combustibile!

E, così, por fine all’illusione della vita mortale, ch’è empio peccato, oltraggio all’eterno fluire dell’Essere.

Scavo, scavo in quella nera nuda terra che un giorno mi abbraccerà per cercare una risposta alle domande che si agitano in una marea che monta, di notte, come il buio che assorbe la luce.

Scavo.

E la punta delle dita freme sentendosi rompere dallo spuntar di radici.

Partorisco la vita!

La nutro.

L’alimento.

Ed è allora io Vita divento.

Radici che si allungano in solidi tronchi.

Radici che s’inarcano in flebili felci schiaffeggiate dal vento.

Radici e muschi e muffe e zampe ed ali e bocche ed appetiti e voglie …

Ecco, questo è Vita.

Colonie incoscienti che colonizzano la Vita e gl’infondono la linfa nutriente che l’affranca dalla Morte.

E mi sento radice e tronco e felce e muschio e muffa ed erba e marcescente bolo di foglie digerite da colonie d’insetti.

Mi sento Vita.

Anche se ormai non ho più un nome da dargli.

Quando rividi il sole apparire non seppi che dargli uno sguardo distratto.

Non seppi che il sole aveva il nome del sole.

E  non seppi che uno sguardo è un dardo scoccato dai miei occhi inquieti.

E non seppi mai che ebbi due occhi.

Non seppi neanche di non sapere.

Ero Vita, ormai, piena di sè.

Vergine, pura, innocente.

Eppure, in qualche inesplorato profondo recesso del mio essere Vita, sentivo montare un’immonda vergogna: esser Vita, ch’è l’esser quella stessa vita ch’è un inestricabile grumo di tutto e di niente.

Quando incontrai il mio nome non seppi ch’io ero quel nome.

Scartai e presi il viottolo che si perdeva lontano.

Una chiesa, all’angolo, a destra, con un campanile, rossi mattoni, due legni intrecciati in forma di croce…

 

MIRACOLO

Adolphe William BOUGUERAU - COUPIDON

Guardo negli occhi la Vita e vedo sbocciare il miracolo.

Nel tiepido Sol germina Gaia, calda gravida Femmina !

Fertile Terra gemita di dolce piacere, il ventre incatenato

al maschio gamete che e insemina l’evanescente rugiada.

 

La pioggia rigenera la foresta e sgorgano i fiori dai rami,

come petali alati dalle spalle di possenti angeli imberbi.

S’irrora la campagna, imbevuta di tintinnio cristallino,

posseduta dal ruscello che penetra nel suo utero verde.

Sento cantare gli uccelli, correre i venti.  Scrosciano i mari.

Sode, come pure vergini caste, s’offron le rotonde colline,

puntuti seni che accarezzo, eccitato, con la forza degli occhi

mentre si mesce il vino rubino dalle procaci vigne puttane.

Poco più in là piangon le vedove i morti del fronte di guerra.

Madri superstiti allo strazio che diè loro la morte contronatura.

Eterna passione del Cristo, appeso innocente alla Croce crudele,

godimento dell’empio vizio volubil dell’uomo, bestia feroce.

S’alzan gl’incenzi, i canti , le vane preghiere di preti ortodossi.

I paramenti, gli altari … segni d’impotente superbo potere …

Nessun male può esser cancellato, nessun pianto degli occhi

di madre asciugato ! Il miracolo è intorno. Il miracol,  è vita !

MASCHERA

MASCHERA

Confesso il mio peccato.

Sono un ladro, ho rubato.

Ho rubato una volta.

Ho rubato un volto.

Un volto senza nome,  un volto senza caratteri, senza profilo, senza forme, senza espressione.

Un volto informe.

Un volto di nessuno.

Un volto senza padrone.

Il volto di un manichino.

Un volto senza nome, senza pensieri, senza ideali.

Un volto senz’anima.

Un volto senza colore.

Ed io l’ho rubato lo stesso.

L’ho ribato quando sono nato.

L’ho rubato.

Ed ora cosa me ne faccio di un volto così, di un volto come questo ?

Come posso indossarlo ?

Mi metto davanti allo specchio.

I miei occhi sono due pianeti che orbitano intorno al triangolo vuoto del naso, consumato, incavo.

Due globi acquosi, opachi, lattiginosi.

Con un gran buco al centro, come la trafittura di un chiodo.

Una fessura da cui trapelano lampi, vampe, bagliori di braci.

Zampillano, attorno, gli spruzzi di gorgogliante schiuma dall’oceano che si agita dentro la depressione infossata nel mio cuore.

Ho un volto che non può appartenere a nessuno.

Una maschera.

Un’orrenda, piatta, gelida, maschera di pietra.

La maschera nera di pulcinella, o quella d’arlecchino hanno un’anima poplare che attribuisce loro movimento e colore.

Io no.

La mia, no.

Un maschera che nessuno ha mai visto.

Indistinguibile, irriconoscibile, sconosciuta.

Forse il volto di una creatura disumana.

Forse il volto dello sforzo sovrumano di esporsi ai raggi della vita.

Forse il viso stravolto di abbandona, per la prima volta, il regno del Nulla.

Forse il mio volto ha la fisionomia di una creatura degli abissi.

Degli abissi dell’essere.

Il volto dell’inconscio.

Il carattere che permea ogni uomo senza mai mostrarsi alla luce del giorno.

Il positivo di ogni ombra, quello che gli uomini credono il ritratto di un essere, e che invece altro non è se non il disegno di istinti spaventosi.

Il mio volto è l’eco che echeggia dentro ognuno di noi.

Il rimbombo del tuono se si ode in lontananza quando il sole si addormenta, la sera, travolto dalla sua muraglia di fiamme.

Il mio volto è la forma del mio desiderio inespresso, del mio peccato represso, della mia marcia purezza.

Il mio è il volto di un dio.

Il volto possente, luminoso,raggiante di una stella.

Una stella senza luce.

Un buco nero, assorbito nella sua tenebrosa potenza assassina.

La maschera.

Il delirio.

L’ebbra apparenza di fantasmi fugaci, spiriti diafani, luminescenze umbratili.

Ho rubato il mio volto.

Lo indossava una statua di pietra, di candido, pario, marmo scolpito dalla sgorbia di uno scultore senza occhi.

Colpi di martello inferti alla roccia.

Forme imprigionate nello squadrato masso scampato al destino che lo aveva seppellito nelle viscere della cava nel monte.

Il volto di un dio.

Gli occhi di vampa.

Pietra scavata che imprigiona la scintilla di vita.

Forma rubata.

Niente che sia la reale esistenza di un uomo.

Niente che sia la vita.

Niente che nasce.

Niente che possa mia, una volta. morire.

Niente che si consumi.

Il mio volto è l’eterno sguardo che origina il tempo.

Un velo virginale.

Un petalo mai sbocciato.

Una passo fra i monti mai calcato.

Il calore della carezza vitale che mai ha sfiorato la materia.

Il mio è il volto di dio che ha in sè i lineamenti di tutti i lineamenti.

La forma di tutte le forme.

L’idea di tutte le idee.

In me è il peccato dell’innocenza.

L’incolpevole innocenza di ogni peccato.

Il mio volto è la vittoria di ciò che, alla fine dei tempi, sarà chiamo ad Essere sul niente di ciò che è destinato, per sempre, a restare nell’ombra di quel che mai sarà.

La pura potenza che sconfigge la possibilità inespressa del tentativo di vivere.

Il primo atomo che si sforza di accoppiarsi per diventare molecola di vita.

Il mio volto è il mio, unico, presuntuoso, tentativo di esistere.

Informe che prende forma per l aprima volta.

Forma che per sempre s’imprime in ciò che mai, prima, conobbe il peccato di conoscere il peccato di prendere forma.

Il mio volto è il figlio del peccato.

Figlio dell’atto d’amore.

Figlio dell’atto di piacere.

Figlio.

Figlio di tutti quei figli che annegano tra le onde di piacere che scuotono il ventre materno prima che accolga la superstite vita dell’unico naufrago che si perde nel lago della vita.

Il mio volto è l’impronta incancellabile che per la prima volta s’impresse nella materia che diede l’avvio ai cicli dell’universo.

Il volto non è ancora mai stato del tutto.

E’ incompleto, incompituto, è puro atto, potenza inespressa.

Forza.

Vita.

Vita e morte ancora indistinte.

Morte e vita che nessuno mai, prima, ha ancora separato.

E’ ciò che venne prima unito a ciò che ancora ha da essere concepito.

Il mio volto è il mio.

Unico.

Unica maschera.

Unica apparenza di vita.

VITA

Jean Léon GEROME - BETSABEA

Strade, templi, architravi della storia, vecchie mura,  manifestazioni fisiche di vecchie fiabe in cui vivemmo come protagonisti inconsapevoli, memorie sepolte dentro di noi, ricordi, fantasie.

Mattoni consumati.

Rossi tetti a spiovente, cotti dal sole e sfiorati dall’ala del tempo.

Colonne alte, dritte e candide.

Colonne di bianco splendore, che sostengono la volta del cielo.

Marmo candido, pietra tenera, carne dolce, soda e trepidante, profumata, gambe , cosce, approdo del desiderio, alti fusti rastremati, curve  lievi, sottili venature da accarezzare, stipiti e portali che introducono al grembo dell’amore eterno, promesse evase, potenza dell’immortalità mai raggiunta, estasi che brucia e consuma irrimediabilmente.

Forme da baciare, tenere carni da mordere, fiori da annusare, nettare da bere, ambrosia del tempo.

Portici, archi e nicchie.

Ruderi distesi sul letto dei giorni.

Nude forme rotonde.

Quiete, calde e materne.

Legame intimo, ancestrale, cordone mai reciso, che unisce la materia che si consuma al tempo che scorre senza fine, alla storia, alla vita.

Purezza mai violata e candore mai perduto.

La vita.

Una catena di madri e padri che si amano.

Padri e madri che compiono il più dolce atto d’amore.

Un atto d’amore che nessun sacerdote ha mai voluto consacrare alla gloria degli dei.

Un amore libero e infinito.

Un atto che rende reale il miracolo.

Il miracolo della vita.

Un figlio.

Una nuova goccia versata nell’immenso fiume che scorre dall’origine dei tempi.

Il fiume che sgorga dalle fonti della vita.

E’ una catena di pietre e di forme, il processo che fa e disfa gli uomini.

Anelli che congiungono il passato con il presente.

Il presente ed il futuro.

Pietre legate, saldate, unite, intrecciate come le lingue degli amanti.

Pietre bagnate e calde.

Grotte, gallerie, sotterranei, catacombe della storia.

Utero che partorisce il miracolo.

Miracoli che diventarono città, popoli, nazioni.

Glorie passate e sconfitte eterne.

La Vita.

Strade, luci notturne, ombre sospese sulla strada.

Luci fioche, coni gialli che galleggiano sulla nebbia, ferme a mezz’aria, incerte sulla porta della semioscurità.

Luci che si dondolano, che si fanno cullare dal vento.

Luci che accarezzano quelle pietre consumate, graffiate, ferite.

Carezze che leniscono il dolore di quelle ferite.

Carezze che diventano lascive quando il buio fa calare il suo complice sipario.

Pietre felici di stare aggrappate le une alle altre, contente di combattere, falangi, coorti, centurie  l’estrema battaglia contro il tempo.

Pietre che festeggiano la propria vittoria mostrando ai radi passanti le ferite della battaglia.

Pietre accarezzate dalla mano gentile di una bimba ancora innocente.

Pietre strette dalle mani di un lavoratore stanco.

Pietre messe insieme da una nuova coppia di innamorati.

Pietre che partoriscono una nuova casa.

Case.

Palazzi.

Città.

Convulse cataste di chiassoso disordine.

Metropoli.

Rumori, fumi, prospettive diagonali che si perdono al di sotto delle smorte luci dei lampioni.

Piani infiniti troncati dalle verticalità a specchio, vanitosamente in mostra.

Algide architetture, nude e volgari, promettenti e ingannatrici, in mostra, in vendita come puttane di gran classe.

Puttane senza amore.

Puttane senza vita.

Puttane senza anima.

Puttane sche si specchiamo nel cristallo oscuro dei grattacieli vuoti di notte.

Solitudini che si solidificano nelle folle che corrono impazzite sui marciapiedi traboccanti di terrore e nelle arterie sotterranee di questi formicai senza speranza.

Vetrine che mostrano i propri ori ed i propri argenti come inverecondi peccati commessi da depravati mai paghi del proprio vizio.

Metri quadri, a milioni e milioni, di vuoto che miracolosamente si trasformano in correnti di denaro.

Denaro che ritorna miracolosamente sterco.

Sterco che conserva il maleodorante olezzo del denaro.

Stalle grandi come banche.

Batterie di polli e vacche e maiali impilate in file di ordine paranoico.

Pile di monete d’oro e d’argento, luccicanti medaglie, monili preziosi, gioielli, pietre preziose.

Pietre.

Pietre che hanno catturato lo splendore della luce.

Pietre preziose.

Pietre baciate dai secoli.

Pietre, mattoni, fregi, decorazioni.

Ornamenti di palazzi ossequienti, di teatri discinti, di templi devoti e bigotti.

Ornamenti di Podestà del Popolo schiacciati dal potere.

Ornamenti di commedianti impacciati fischiati dal pubblico.

Ornamenti di pastori balbuzienti, di pontefici officianti, di dei onnipotenti.

Ornamenti preziosi.

Attributi della Bellezza.

Dea superba e concupiscente.

Afrodite.

Dea, sovrumana e conturbante.

Bianca e leggera, come una nube nell’azzurro del cielo.

Dea dalle carni candide, dalle forme rotonde, dalle fattezze perfette.

Dea imprigionata nella penombra profonda della cella del tempio.

Pietra consacrata dalla sacralità del rito.

Spigoli imperfetti custodi della perfezione divina.

Angoli oltraggiati dai colpi di cannone.

Carni straziate dalle schegge, sanguinanti, carni che desideravano solo una notte d’amore con la dea più sublime.

Desiderio perduto, sparso come seme al vento.

Desiderio e carni consumate.

Carni stanche.

Capelli disfatti.

Sospiri e rantoli.

Segni d’amore.

Simboli sacri.

Notti di preghiere e notti d’amore.

Giorni spesi  nell’adorazione dei più osceni giochi d’amore.

Amanti folli che si sono stretti fino a farsi del male.

Baci caldi, carezze sensuali.

Lusinghe sconce d’ardente desiderio.

Desiderio che diventa vita.

Intonaci consumati, letti sfatti, lenzuola sporche.

Segni dell’amplesso.

Segni dell’amore.

Amanti disfatti.

Esausti.

Occhi socchiusi da cui fuggono lampi di voluttuoso accanimento.

Voluttà che si è fatta carne.

Carne che si è fatta amore.

Amore che diventa vita.

Vita.

Vita che si fa storia.

Pietre.

Pietre che si fanno storia.

Paasseggiate solitarie nelle strade deserte della sera.

Ricordi di giovani innocenti.

Passeggiate sulla riva di un torrente.

Ciottoli candidi come l’innocenza degli innamorati sfortunati che non si sono baciati sotto al sole.

Amanti troppo timidi.

Giovani impacciati.

Agnelli spauriti.

Dolcezza dei primi goffi approcci.

Candore della spregiudicatezza.

Violenza dell’innocenza e del turbine.

Passeggiate, corse, lotte, abbracci, ansimi, respiri, sussurri spezzati, oscenità dei pensieri, ansie, paure.

Libertà.

Passeggiate.

Strade che penetrano nelle viscere del tempo.

Acciottolati scricchiolanti.

Mattoni rossi, squadrati, larghi.

Mura e musei.

Marmi e monili.

Vezzi di femmine vanitose.

Adescamenti del potere della vita.

Trappole.

Inganni.

 

Nilo, Gange, Tevere.

Fiumi.

Dei.

Giganti.

Pietre.

Pietre levigate come un petalo di fiore.

Fiori delicati come la pelle di una bambina.

Pelle che custodice l’innocenza dei corpi.

Corpi che si consumano.

Corpi che si rinfrescano.

Corpi che rinascono.

Corpi puri come fiori.

Gemme dai colori delicati, gocce di purezza.

Gemme partorite dalla dura scorza rugosa dei rami.

Rami protesi nel vento ancora gelido dell’inverno, riscaldati appena dal primo ingannevole tepore della primavera che ancora si nega.

Duro legno che per miracolo si fa fiore delicato.

Carne che diventa vita per il miracolo dell’amore.

Carne che diventa figlio.

Figlio che diventa uomo.

Uomo che ama una donna.

Maschio.

Femmina.

Nudità innocenti che si cercano e si trovano.

Innocenza che si nega e si concede.

Nudità di angeli che popolano i cieli e la terra.

Angeli.

Angeli figli dell’amore.

Angeli con le ali, leggeri, spensierati, teneri, senza pensieri e senza peccati.

Ali leggere.

Ali forti.

Ali che si librano, sicure, potenti, verso il cielo.

Ali che battono l’ordine perfetto del movimento.

Movimento che trasforma il grave peso della materia in volo leggero.

Leggerezza inconsistente dell’aria che per miracolo diventa solido sostegno.

Ali che partoriscono dalle carni candide delle spalle forti degli angeli.

Angeli con le ali, pronti a solcare l’immensità dei cieli.

Ali che rompono la linea diritta della schiena.

Ali che si librano con la leggerezza delle piume.

Piume candide e leggiadre.

Piume di ippogrifi e fenici.

Ali piumate che accarezzano il vento.

Ali che sfidano l’ardore degli astri.

Ali che sconfiggono il destino.

Ali che riscattano la morte.

Ali di angeli con i capelli biondi e le gote paffute.

Figli di matrone e principi, signori e cortigiane.

Sberleffi.

Scherzi di pintori e prove d’arte.

Paesaggi e primi piani.

Sorrisi e colori.

Sfumature e profondità.

Luci, penombre, oscurità.

Spirito e anelito di vita.

Arte.

Storia

Vita.

VITA

MICHELANGELO MERISI DA CARAVAGGIO - BACCO

Tu, Stella di Luce,

baluginare nel buio

che sconfiggi la notte,

Tu, guidi mia rotta.


Tu, goccia d’ambrosia,

piacere della coppa

che inebri il Desiderio,

Tu, cibi il mio dio.


Io per te esisto, Madre,

per il mezzo Tuo, o Vita,

per la tua generosa via,

feconda fonte di spighe.

O materia degli astri,

millenaria matrice divina,

eterna altalena dell’Essere,

di Te si nutre mia fiamma.

Luce e tenebra, Tutto e Niente.

Inizio e Fine, Vita e Morte.

Di questo Noi siamo intessuti,

del fragile Filo del Tutto.

Dorato.

Un lampo.

Un istante.