LA RESURREZIONE DEI MORTI

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photo by Pierperrone

Irrompendo nel regno del nulla da una dimensione invisibile e trascendente, dal mondo finito, dal tempo cessato, gli squilli forti di tromba hanno spazzato l’immensa distesa del non essere, polverosa e fredda, vuota, come una raffica, un colpo di rasoio, una pugnalata.
Come la violenta sferza di un colpo di vento, una bora improvvisa, inaspettata, inattesa, inavvertita.
Stridenti, freddi, gelidi, gli schiaffi sonori di trombettieri invisibili, hanno raschiato il buio silenzio che giaceva quieto nell’immobilità infinita.
Bruciando ciò che si trovavano di fronte.
Il nulla.

Fremiti, allora, hanno cominciato a scuotere la pianura sconfinata.
Là, dove un tempo erano alte le montagne sferzate dai venti, ora, erose le cime fino alle radici più profonde della roccia dal corso dei millenni, veloce come tiri di cavalli imbizzarriti, ora, ormai, solo la sottile cipria leggera del tempo consumato dà moto ad un’impercettibile onda.
Prima risposta alle impetuose onde del suono che si susseguono alte.
Una tempesta irrompe.
Piomba sul silenzio piatto del nulla.

Nulla sembrava, all’inizio, muoversi.
Nulla esistendo, nulla poteva mai dar segno d’una risposta a quei richiami che cominciavano assordanti a giunger di lontano.
Immoto, lo spazio se ne stava fuori dal tempo, come rimirando se stesso.
Da sempre.
Un sempre al di fuori del moto perpetuo del divenire.
Nel buio.

S’erano acquietati, ormai, i furori giovanili delle luci lampanti dei giorni passati e sepolti nella polvere dei secoli.
Ed anche i riverberi delle rimembranze crepuscolari della fine dei tempi s’erano spenti.
Nulla, più, oramai, giaceva disteso nel mare sconfinato del nulla.
Tutto, oramai, era solo un immenso lago nero, senza più profondità alcuna.
Nè più, mai onde a scuoterlo.
O cullarlo.
Una quiete spettrale stava.
S’era rotta, oramai.
Il tempo infinito in attesa, indeciso, incerto su cosa davvero fossero, quei squilli lancinanti.
Un segnale.
Il segnale che s’attendeva da sempre.
Cioè, forse, da più, mai.

E anche noi, nelle profondità imponderabili di quel mare di nulla, polvere confusa nella polvere, superficie sotto la superficie pellicolosa del tempo finito, anche noi, tremebondi, inconsci, ma vegli da sempre, anche abbiamo udito il tremito che ha attraversato l’intero cosmo immerso nella quiete del moto dormiente.
Anche in noi, sperduti in quel lago oscuro, liscio come la nera lastra di un lucido specchio, nelle nostre coscienze di consunta materia, anche in noi, allora, aveva cominciato, piano, ad insinuarsi un’ansia a mala pena repressa.
Come un interrogativo.
Si faceva a tratti pressante.
Che significato avevano di quegli squilli striduli e acuti?

Erano trombe, non v’è dubbio.
Erano degli squilli di tromba.
Avevano rotto l’immoto silenzio del nulla.
Con scandalo d’ogni possibile legge ormai morta e sepolta.
Cosa stava accadendo?
L’impossibile aveva rotto l’argine e ormai si riversava sul nostro regno del nulla.
Travolgendoci.

Cosa?
Chi poteva, mai, aver provocato i demoniaco squasso che aveva spezzato l’equilibrio eterno della pace perpetua?
Quale sfrontata presenza nel regno dell’assenza assoluta?
Quale volontà?
Da dove veniva?
Da quale distanza?
Da quale irrealtà?

Abbiamo cominciato, dapprima, a gettare occhiate di sghembo d’intorno.
I nostri sguardi, senza aver bisogno di occhi per guardare, si sono distesi nella direzione del tempo passato e poi hanno corso sulle rotte che avevano percorso, un tempo, i venti che venivano dalle lontananze infinite del correr dei tempi.
Poi hanno veleggiato sulle infinite maree celesti che sospingevano, al tempo dei tempi, le vele luminose degli astri, uccelli leggeri dei cieli infiniti.
Infine hanno percorso le pazienti orbite, ormai raggelate, dei corpi stellari.

Abbiamo cominciato a cercare.
Inconsciamente, senza sapere.
Senza volere.
Senza neanche essere ancora, più, dei corpi di umani alla ricerca.
Ma alla ricerca di cosa, poi?
Alla ricerca d’un fiato di tromba.

Come tempesta erano giunti.
E, come uragano, altri ancora giungevano.
Squilli.
Torme di squilli.
Stormi, nembi innumerabili di striduli acuti.
Un’infinito martellare di suoni che saccheggiava la placa tranquilla dei morti.
Una tortura.

Nulla, all’inizio, dava segno di ciò che stava accadendo.
Nessun significato possibile.
Neanche un appiglio per spiegarci il fenomeno che stava accadendo.
Nessuna ragione, reale o apparente, poteva spiegare tanto scandaloso sconquasso.
E l’ansia si rapprendeva dentro le nostre menti spalancate sul vuoto.
Un baratro immenso.
E lame di ghiaccio ci perforavano il cuore.

Il demonio.
Questa è, sicuramente, la sua terrificante voce infernale.
Questo, abbiamo, ad un momento, pensato.
Il suo richiamo.
La chiamata.
L’invito.
La levata.
L’alba dei morti.

Ma successivamente, piano, poco alla volta, assai lentamente, così come ci eravamo, un tempo ormai lontano, consumati in misera polvere, granello a granello, i nostri corpi – disfatti, dispersi e confusi nella polverosa distesa del nulla infinito in cui s’erano sparse le polveri delle cose mangiate dal tempo finquando non era cessato anche lo scorrer piano del fiume del tempo – hanno ricominciato miracolosamente a comporsi.
La pace eterna, pian piano, ormai stava lentamente svanendo nel un nuovo, incontenibile, brivido di un moto di vita.
Il tremito dell’esistenza cominciava già a rianimarsi.
I nostri cuori, da polvere a pietra.
E poi, oramai, son già diventati ammassi avvizziti.
E poi, infine, a secolo a secolo, ecco, siamo di nuovo pulsanti grumi di muscolo e sangue.

E così, un battito ritmico ha incominciato ad impadronirsi del tempo.
Si è intrecciato agli squilli rochi di tromba componendo la strana regolare sinfonia monotona della vita indifferente che scorre.
Una nuova guerra sembra aver preso a combattersi nel nero cosmo infinito.
Confusa, la vita è ritornata a combatter contro il tempo tiranno.
E così anche i cieli, i mari, i corsi dei fiumi, le rotazioni degli astri, gli anni, le stagioni, i mesi, i giorni, i minuti, gli istanti.
Cigolando, il tempo ha ricominciato a prender parte alla mortale tenzone.
Il metallico ticchettìo degli ingranaggi dell’orologio ha iniziato, di nuovo,a farsi spazio nel sordo silenzio del nulla.
Millennio dopo millennio, come gocce di calcare infinito, le colonne della vita avevano cominciato a innalzarsi, a contorcersi, a intrecciarsi e fondersi.
Inestricabile intreccio.

Noi siamo restati a lungo a guardare.
Dal buio alla luce.
Abbagliati.
Muti.
Senza parlare.
Inebetiti e sorpresi.
Impauriti.
Raggelati.

Il folle terrore ci ha attanagliato.
Ci ha incatenato alla nuda, bianca, pietra di marmo che è andata lentamente, di nuovo, prendendo forma sopra di noi.
Così abbiamo visto, ciascuno di noi, il nome proprio di ognuno, inciso a scuri caratteri scavati nel marmo.
E poi, vermi, insetti, viscide creature si sono confusi nella bava che s’è andata formando nelle nostre mute bocche, congelate in un uno spaventoso urlo di liberatorio terrore.
Abbiamo guardato e siamo restati impietriti.
Sotto gli stessi attoniti sguardi d’orrore dei nostri occhi tornati ad essere acquose sfere di luce, le mani, a migliaia, dalla moltitudine di noi ch’eravamo nuovamente risorti alla vita, avevano cominciato nuovamente a graffiare la terra, come quei vermi che ci avevano vomitato solo pochi attimi prima…

Siamo vivi di nuovo.
Ora.
Luce e speranza sono confusi con il terrore e l’orrore.
Non abbiamo memoria, nè tempo per guardare dietro di noi.
Da dove giunse quel vento che scosse il nulla perpetuo?
Chi volle dar fiato a quegli squilli di tromba?
E dove andremo, ormai, noi creature risorte nel giorno che sta certamente per morire sopra di noi?
Troveremo mai più un rifugio?
Dove mai ci spingerà questa corrente cui diamo il nome spaventoso di vita?

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PRESENZE ANTERIORI

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Nelle profondità del tempo
maturano cristalli di luce,
su alti rami, raggi lontani.

Distillano sguardi a gocce,
occhi ebbri; suggono la vita
da mani a coppa, oggi. Bevono.

Bocche assetate, arse, alte
levano lodi eterne alla vita.
Vuoto, il calice di cristallo
domani chiamerà: “Coppiere!”.

IL DETECTIVE

Kitagawa Utamaro - "Okita"
Kitagawa Utamaro – “Okita”

Kitagawa Utamaro – “Okita”

Lo specchio mi guarda,

intenso.

Lo sguardo indagatore 

mi mette a nudo.

M’osserva.

E’ chiaramente interessato.

Affonda i suoi occhi

a spillo,

lucidamente.

Penetra e a fondo,

l’acuminata punta

punge:

unico indizio 

d’un mondo profondo.

Chiedo diretto :

“chi cerchi ?”

Ma quello, sordido,

sorridendo, tace.

Mute,

le sue mani indicano,

affilate. Feriscono,

lame, le dita.

La fredda tela di cristallo

s’anima.

E il dirimpettaio mio

è muto.

Le labbra, poi, schiude

appena

sembra dire una parola.

Lo specchio, anch’esso muto,

tace.

Testardo,

immobile resto. E fisso

il vetro.

E mi volgo a guardare

alle spalle.

Repentino uno  scatto …

E d’improvviso, con un colpo

acceco quegli occhi,

gli tolgo la luce.

nell’orrida  prigione,

il buio

resta impigliato.

Misterioso, il detective

mi fissa.

CHIAVISTELLO DEL TEMPO

La fotografia che rese reale il surreale: "Dalí Atomicus" di Philippe Halsman, 1948.

Quale altro bene prezioso, figlio mio, posso darti,

se non le chiavi che aprono il mistero del mondo?

La lingua che parlarono, primi, i selvatici uomini;

i disegni che i sicuri architetti, all’alba dei tempi,

tracciaron superbi nella notte inviolata; la scia

dell’orbita ellittica della languida luna d’argento.

Cosa posso donarti, figlio diletto, perchè mi perdoni

l’egoismo assoluto che, in una fresca notte stellata,

volle che amassi tua madre più intensamente che mai

e volle lasciarmi il nodoso bastone del tuo legno prezioso?

Quale dono più caro dello scrigno in cui, segreto, è riposto

il mistero dell’oscuro rito officiato dagli antichi maestri,

e che diede l’inizio al movimento degli universi perfetti?

Posso farti conoscere le rotte degli astri, se vuoi, le vie

invisibili delle navi stellari perdute nello spazio infinito

tracciate nella carne del tempo, il sogno, la meraviglia!

Posso svelarti segreti e misteri, figlio della mia carne più esposta.

Posso spiegarti … mostrarti … indicarti …

la direzione … la mappa … la de-stinazione …

Questi doni posso lasciarti , stasera, mentre m’innalzo

sulla cresta dell’onda che corre, e s’infrange, nella tempesta,

stasera. Io che ingoio i malinconici sospiri nascosti, io, squassato

dal peso degli anni e dalle ferite che straziano il mio cuore impazzito.

Posso farti questo regalo che ti aprirà le porte del tempio

dove solo gl’iniziati avranno l’accesso ! Ma bada, figliolo mio adorato,

nessuno vorrà riconoscere l’immenso valore del dono che avrai!

E soffrirai. Per un regalo così maledirai le tue carni che furono mie !

Il veleno inietto dentro di te, senz’antidoto e senza rimedio !

Vedrai i colori dell’iride e il nome darai alle stelle e ai pianeti,

ti obbediranno mansueti i docili elementi che i chimici rubarono a dio.

Siederai su un trono più alto di qulsiasi re, nella Reggia sull’Olimpo Celeste…

Ma m’odierai, domani, ritrovandoti solo ! Coraggio dovrà avere il tuo cuore,

una gran dote d’amore, passione,  voluttà che nessun altro saprà riconoscere.

Non capirà la tua amante che chiederà il tuo ultimo gemito, il tuo scettro, tua vita.

Non capirà tua madre, che tradirai, mentre t’involi nel tuo cielo infinito !

Dovrai voltare le spalle al tuo povero padre, che senza capire, domani, piangerà.

Ma il tuo mondo è il futuro, il domani, la vita, che coglierai nel suo senso profondo

inserendo la chiave, che oggi t’affido, figlio mio che parti, nel chiavistello del tempo.

 

… TIMES

B. MEI, L’Amore curato dal Tempo con l’acqua del fiume Lete
cm 160×180 (Monte dei Paschi di Siena)

L’OROLOGIO A SABBIA

Giusto che si misuri con la dura

Ombra che una colonna nell’estate

Getta o con l’acqua di quel fiume dove

Vide Eraclito la nostra pazzia

Il tempo, giacchè al tempo e al destino

Somigliano ambedue: l’imponderabile

Ombra del giorno e il corso irrevocabile

Dell’acqua che prosegue il suo cammino.

E’ giusto, però il tempo nei deserti

Altra essenza trovò, dolce e pesante,

che sembra essere stata immaginata

per la misura del tempo dei morti.

Così sorge il simbolico strumento

Che adorna d’incisioni i dizionari,

l’arnese che gli sbiaditi antiquari

relegheranno al mondo cinerino

dell’alfiere spaiato, della spada

inerme, del confuso telescopio,

del sandalo rosicchiato dall’oppio,

della polvere, del caso, del niente.

Chi non indugia davanti al severo

E tetro oggetto che fa compagnia

Alla falce nella destra del dio

E la cui forma ripetè Durero?

Rovescio il cono dal vertice aperto

Lascia cadere la minuta arena,

oro che in fuga graduale riempie

il vetro concavo del suo universo.

Piace osservare quella misteriosa

Arena che scorrendo viene meno

E, quand’è per cadere, ratta turbina

Con una fretta totalmente umana.

L’arena d’ogni ciclo è la medesima

E infinita la storia dell’arena;

così, sotto la tua gioia o la pena,

l’eternità si apre invulnerabile.

La sua caduta non si arresta mai.

Io, non il vetro, mi dissanguo. Il rito

Di decantare l’arena è infinito

E con l’arena ci lascia la vita.

Nei minuti dell’arena mi sembra

Risuoni il tempo cosmico: la storia

Che chiude nei suoi specchi la memoria

O che il magico Lete già ha dissolta.

La colonna di fumo o ardente fuoco,

Roma, Cartagine e la loro guerra,

Simone Mago, i sette piè di terra

Che il re sassone offre al norvegese,

tutto trascina e perde l’instancabile

filo sottile di arena molteplice.

Non mi salverò io, fortuita cosa

Di tempo, ch’è materia fuggitiva.

Borges: Tutte le opere. L’artefice.

Tempo, tempo, tempo.

Desiderio.

Volonta’.

Infinito.

Tempo.

Sabbia.

Acqua.

Deserto.

Cielo.

Stelle

E sole.

E pioggia

sull’arida

terra

incolta.


Tempo.

Eterno.

Spirale

contorta

Tempo.

Tempo.

Tempo.

Finissima

polvere.

Fuggi

sulla

pelle

sensibile

delle

mie

dita.


Fuggi.

Tempo.

Coli.

Tempo.

Sapore

delle

stagioni.

Tempo.

Dolce.

Amaro.

Tempo.

Miele.

Nero

fiele.


Tempo.

Tempo.

Tempo.

Memoria.

Memoria

e

Tempo.

E

Memoria.

Amanti.

Sposi.

Fragili

schegge.

Riflesso

di

immagini

scomposte.

Tempo.

Memoria.

Diadema

di

orbite

infinite.

Tempo.

Memoria.

Candida

Pietra.

Consumata.

Carezza.

Orma

del

tempo.