ECHI DELLA MEMORIA

Photo by Pierperrone
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Dalla finestra, cara signora mia, non si vede più passare la gente perbene di una volta!
Eh, ha ragione, signora cara, non è più la stessa gente che passa sotto i balconi.
Me lo diceva sempre anche la signora del palazzo di fronte, la riccia nera, se la ricorda?
Si, si. Ma che fine ha fatto quella povera donna?
Uh, sapesse, signora mia, che brutto guaio ha passato, quella povera donna.
A parte il marito, che s’è infilato nel letto per non alzarsi più, neanche dinanzi al prete per l’estrema unzione.
Quel pover’uomo, così giovane! E che malattia aveva?
Eh, beh sa, nessuno lo sa dire con certezza, solo, la signora ha parlato di un brutto male. Ma quello, il marito, stava messo proprio male, da tanti anni, aveva fatto la guerra, ed era tornato che non era più lo stesso di quando era partito.
Beh, ma dopo la morte del marito, la povera signora, neanche aveva dismesso il lutto e già aveva un moscone che gli ronzava intorno. Un bel tipo, giovanile. Ma senza una lira, senza un soldo. Voleva solo sfruttare la situazione.
Che brutta storia! Ma che mi sta raccontando?
Eh, sapesse, i guai, nella vita, non finiscono mai. Nessuno si può fare maestro. Nessuno nasce imparato. E bisogna pregare Dio per avere la fortuna dalla propria parte. Insomma, la signora, con quel moscone intorno, aveva cominciato a litigare con la figlia, quella magra magra, con il colorito pallido emaciato, che sembrava una malatina appena uscita dall’ospedale. Ma un caratterino, pure, quella! Però sveglia, eh, signora, una ragazza veramente sveglia!
E allora? E cosa è successo?
Beh, quella, la ragazza, aveva anche lei un fidanzatino che gli faceva il filo, uno serio, un lavoratore, non uno sfaticato. Ma lo sa, oggigiorno di lavoro ce n’è poco, e quello doveva sudare sette camicie per portare a casa qualche lira alla fine del mese. Comunque, lui non c’entra, in questa storia.
E allora?
Ecco qua. Quella, la signora, quella rosa con il moscone appresso, s’era fatta abbindolare dal suo spasimante. Si credeva d’essere diventata una fatalona, con gli occhialoni scuri, l’abito nero del lutto, l’aria contrita… Ma sotto sotto… il moscone, con il suo pungiglione, gli faceva passare tutti i pruriti!!!
Eh, signora mia, ma che dite? Anche quella? Con il lutto ancora addosso? E poi, a quell’età! Che si va a prendere di fuoco per il bel giovanotto? E quello, il giovinn signore, che faceva, si prendeva la rosa già appassita? Non ne poteva trovare di più fresche nel giardino?
Avete ragione, signora mia, avete proprio ragione!!! E poi, pensate, che quei due, i piccioncini, la rosa col moscone, ogni giorno, quando scendevano a fare la passeggiata sul corso, si davano delle arie da grandi signori. Degli ereditieri! Entravano nei migliori negozi, si provavano un abito, un bracciale, un orologio… E uscivano sempre con dei pacchetti appesi alle mani. Che ve lo dico a fare? Quelli avevano cominciato a mangiarsi l’eredità quando il corpo del marito era ancora caldo… Lei, allora, così convinta di esser diventata una grandama, per la strada, cominciava anche a darsi le arie con gli altri giovanotti.
Ma cosa mi dite? Quella madonnina!?
Si. Tanto che il suo giovanile cicisbeo, lo spasimante, insomma il moscone, cominciava a mettersi paura di veder volar via la sua ape regina, di trovarsi di fronte ad altri calabroni, magari più prestanti di lui… voi mi capite, signora mia, si?
E come no? Quella la madama, adesso che aveva provato il gusto del miele, si pensava di poter fare l’ape regina nell’alveare della città!
Si. E’ così. Solo che, come si dice?, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. O meglio, signora, quello il diavolo prima li fa, e dopo li accoppia. Insomma, adesso finisco di raccontarvi il fatto.
E dite, dite, signora mia!
Si, ecco qua. Insomma, il signorino, quello, il moscone, cominciandosi a sentire geloso, sentendosi deriso, decise di tentare il tutto per tutto. Insomma, disse alla signora, così, a brutto muso, che si dovevano sposare, subito, appena finiti quaranta giorni del lutto. E che se qualche legge non lo permetteva, allora dovevano andare ad abitare insieme, more uxorio – oh, quello disse proprio così, chissà dove l’aveva imparata una cosa così, forse al catechismo, quando studiava per la prima comunione!!! Tutta la città avrebbe dovuto sapere che loro due erano una coppia felice e che, o prima o poi, avrebbero regolarizzato la propria situazione.
E allora? Che successe?
Uh, sapesse, signora mia. Innanzitutto, le scenate della figlia! E che, Mamma, diceva quella, mi porti un uomo in casa, qua, a me, che sono signorina e cerco ancora marito? E poi, tu, mammina, ma non ti rendi conto che quello sciagurato vuole solo i tuoi soldi? Anzi, no, non i tuoi, ma quelli di papà, che ancora non è neanche morto del tutto, e i soldi restano ancora i suoi finquando non muore veramente…
Povera figlia, quanto dolore!, signora mia. Dio, devi aiutarla, qualla povera ragazza.
No, ma aspettate, cara signora. Quella, la ragazza, l’aveva messa su contro la madre il giovinotto che gli faceva il filarino. Anche quello voleva assicurarsi la sua quota di eredità sicura.
Mamma mia, che gente, signora.
Eh, si, da queste finestre non si vede più passare la gente di una volta!
E poi? Com’è andata a finire, questa storia? Perchè non si vede più la più bella rosa della città?
Eh, sapesse! Una sera, mentre stavano litigando le due donne, mamma e figlia, arrivarono, da una parte, il moscone che voleva andare a mettere il pungiglione nel nettare saporito, e dall’altro il figurino di lavoratore sfortunato. Non vi sto a raccontare! Fu una vera tragedia. Una scalmana nel palazzo che tutto andò sottosopra. E alla fine dovettero arrivare i carabinieri. Era tutto sporco di sangue. Quattro morti. Quattro cadaveri. E neanche un povero Cristo a recitare un’ave Maria !
Madonna mia! Che tragedia! Ed io non mi sono accorta di niente! Dev’essere stato l’estate scorsa, quando sono andata a passare le vacanze al mare.
No, no, è stato l’inverno scorso. Prima di Natale.
Eh, allora, quando sono andata a trovare mia sorella che stava male! Che brutta storia!
Eh, io ve l’ho detto, da questa finestra non si vede più passare la gente bella di una volta!
Adesso vi devo salutare. Mi devo preparare, devo uscire, mi aspettano per la partitina di carte a casa della signora…
Ah, si, vi saluto anche io, allora. Devo scappare. Ho fatto tardi anche io. Devo andare, adesso, devo andare…

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STORIA DI UN PESCE

Picture by Pierperrone
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Qualche volta…
Qualche volta si può esser presi in rete senza accorgersi del pescatore.
… Ma che sciocchezza!
Se il pesce si accorgesse della rete, del pescatore e delle sue attenzioni ingannevoli… mica sarebbe così stupido da cadere in un tranello tanto noto ed abusato!
Ma mica abboccherebbe!
Non è mica stupido, il pesce.
Però, così, tanto per dire, sembra però che la storia della pesca sia solo la storia di una distrazione perenne!
Sarà davvero così?
Beh, io penso davvero di no.
Il problema deve essere un altro.
L’inconsapevolezza.
Così spinta, diffusa, protratta nel tempo… da sconfinare nella pura stupidità.

Inconsapevole, il pesce vaga nello stagno, oppure scende distrattamente la corrente piatta del fiume, si culla dolcemente nel canneto, si fa accarezzare dal fango e dai lunghi steli di felce che hanno le radici piantate nel greto, fra i sassi.
Spensierato, è sempre affamato, un pò svagato e … inconsapevole.
Il fiume, lo stagno, il lago, il mare, l’oceano sconfinato…
L’acqua, l’ambiente naturale del pesce.
Inconsapevole.
Vastità oscure da esplorare, spazi liquidi da attraversare, densità da fendere con la pinne affilate…
Una forma di immedesimazione assoluta, totale. Una creatura vivente tutt’uno con l’ambiente in cui vive.
Questa è la realtà del pesce.
Ma anche la realtà in cui vive immerso ogni altra creatura, ognuno di noi.
Si tratta sempre, comunque, in ogni caso di altezze, profondità, pressioni, correnti, tensioni, torsioni, abissi, cappe, grotte, bassure, lagune, sabbie, alghe, rocce …
Mille e mille variazioni di colore e temperatura.
Sfumature della vita a cui nessun pesce presta alcuna attenzione.

Il pesce vaga nel suo ambiente naturale libero e inconsapevole.
Nessun pericolo potrà sottrarlo a quel vagare senza sosta.
Chissà cosa mai lo spinge ad andare così testardamente incontro ad un destino di cui ignora totalmente l’esistenza.
Chissà se si domanda mai se la sua rotta ha forse un fine, una meta.
Chissà se si interroga sulle modalità, spesso crudeli, dolorose, terribilmente ingiuste e malvagie che porranno fine al suo andare libero e ramingo per il mondo delle immensità liquide..
Chissà se è spinto ad andare sempre avanti dallo stimolo intrattenibile della curiosità.
Oppure se lo spinge irrefrenabile la schiavitù della fame.
Insaziabile comunque deve esserlo per forza, la molla che spinge una creatura così sensibile a vagare per tutta l’esistenza senza un dove preciso, senza una destinazione finale.

Centro non conosce limiti, la libertà del pesce che vaga in quegli spazi sconfinati.
Lì sotto, nel mondo delle acque, non vi sono frontiere, non servono passaporti, non sono richieste carte di identità.
Anche se le livree spesso colorate, i mantelli multicolore, gli abiti vistosi i portamenti sbarazzini lasciare immaginare l’instaurazione di famiglie, parentele, razze, specie, diversità.
Usi, costumi, abitudini, modi di vivere variegati.
Anche procurarsi il nutrimento ha le sue caratteristiche specifiche, differenti da pesce a pesce.
E quanto differenti!
La predazione del simile contro il simile viene praticata in questo mondo spensierato che vive nell’universo liquido parallelo al nostro universo.
Vi si ricorre in tutte le forme possibili ed immaginabili.
Con l’inganno, con l’agguato, con la violenza, con l’aggressione…
Trucchi, sotterfugi, strategie, tattiche, nascondimenti, agguati, tranelli, trappole…
Tutto, perchè il più piccolo, alla fine, possa finire nella bocca del più grande.
Saranno consapevoli, i pesciolini, dell’ombra che incombe sinistra ad ogni istante sul loro girovagare spensierato?

Anche i pesci grandi finiscono presto per sfamare un predatore delle acque più grande di loro.
E’ una catena.
Una catena che, per paradosso, si chiude con quegli immensi mostri marini, schiumeggianti e mugghianti, immensi e lucidi come transatlantici di mirabile bellezza, che per nutrirsi devono saziarsi del microplancton che filtra attraverso i pettini fitti fitti dei dentoni permanentemente intrecciati per uno scherzo bizzarro della natura.
Ma, questi pachidermici pesci quasi meccanici, dico io, allora, chi se li mangia?
E qui si torna al pescatore.
E alla rete.
Ed alla pericolosa abitudine di andarsene in giro troppo distrattamente.
Inconsapevolmente.

Ma si può andare incontro al proprio destino di pesce senza avere neppure la consapevolezza di essere pesce, di avere un destino, di andare in giro per incontrare quel momento fatale che incombe su ogni creatura della natura?
Sembrerebbe di si.
Ma secondo me non è del tutto esatto.
Perchè, ecco, mi viene da pensare che non tutti i pesci, o almeno non sempre, i pesci sono così distratti, svagati, con la testa fra le nuvole, se così si può dire (e no, che non si dovrebbe certo poter dire così, se uno è un pesce che vuol farsi rispettare).
Insomma, il ragionamento è questo.
La storia di un pesce sembra così innocente e candida, incolpevole e miseranda.
Ma, a soppesare bene la cosa, la situazione ha un suo rovescio.
Perchè, quell’innocenza, quella spensieratezza, quel candore si, un pò svagato e distratto, ha il suo lato oscuro, il negativo, la sua mostruosa controversione.

Ecco.
Vedo il pesciolino dolce e inconsapevole che vaga per il corso d’acqua.
Come ogni giorno si crogiola nel liquido elemento che lo accarezza.
Con andamento mellifluo asseconda ogni onda della corrente.
Si aggira per i fondali e le rocce prendendo sempre più velocemente le sembianze di un’aquila artigliata.
Le sue energie si inarcano, la pinna freme, la coda si tende.
Infine la sua freccia viene scagliata da una forza inflessibile e impietosa.
La preda cade, in un attimo, nell’agguato che sarà a lei fatale.
A nulla varrà implorar pietà.
La svagatezza, una svagatezza d’etereo anestetico, si profonde nel regno delle acque.
Tutte le creature si voltano, indifferenti, dall’altra parte.
Il pesciolino, sfamato, si lecca i baffi, nettandosi le labbra degli ultimi brandelli di carne insanguinata.

Ma io mi domando: possibile che nessun pesce sospetta che dentro di sè, dietro le sue innocenti sembianze di creatura inconsapevole, si cela il più crudele degli assassini?