ΔΙΑΛΟΓΟΣ ΜΕ ΤΟΝ ΘΕΟ

Photo by Pierperrone
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Caro Dio,
adesso basta.
Sono stanco davvero!

E di cosa, se posso chiederti, figlio mio.

Non chiamarmi figlio tuo, perchè io non lo sono.

No.
In effetti hai ragione.
Mi sono… mi hanno abituato così…
Voi avete messo in giro quest’antica usanza, a dire la verità…

No, non io.
Io no.
Io riconosco appena mio padre, che oggi non c’è già più.
E non arrivo a conoscere mio nonno, che se n’è andato prima di incontrarmi…
Ma questo è un altro discorso.

Si.
Comunque, dimmi, mi hai chiamato.
Eccomi.
Hai detto che sei stanco, e allora di cosa sei stanco?

Ecco, mio Dio.
Facciamo presto.
Dico basta.
Basta davvero!

E a cosa dici basta davvero, se posso saperlo?

Dio, falla finita!
Tu dici che sai tutto, no?

No, figlio mio, questo sei tu che lo dici!

Oh, insomma!
Ma è davvero difficile parlare con te!

…(Segue un indefinito silenzio.
Rabbia?
Altro da fare?
In effetti, si sente armeggiare, come se dall’altra parte del… filo fossero in atto ferventi attività, quasi un trambusto…
O forse soltanto un bonario silenzioso rimbrotto…)

E allora, io dico, basta.
Sia basta!

E basta di cosa?

Basta, basta con i tuoi seguaci che hanno sempre ragione.
Basta con gli altari che voluto fare innalzare per sfamare la tua insaziabile brama di carni sacrificali.
E basta anche con la tua Verità assoluta.
Basta, basta con la Verità.
Basta con la Rivelazione.
Basta con la Parola.
Basta con l’Ortodossia.
E basta, basta, basta anche con ogni testo sacro scritto o dettato da te!
Basta, hai capito?
Hai visto quanto male hai saputo creare così?

Beh, perchè lo dici proprio a me?

… (guardo sgomento verso il cielo azzurro e profondo.
Forse non riesce a capire.
O forse io non ho capito bene cosa mi ha detto.
In effetti, quella voce lontana mi è giunta abbastanza confusa))…
Senti, ho capito bene, non dovrei dirlo a Te?
E a chi mai, allora, dovrei dire il mio basta!?

Sono forse stato io, Io, il tuo Dio, a… voler avere sempre ragione?
Sono forse stato Io a scrivere il cielo la mia eterna Parola?
Io, forse ho mai impresso nella pietra dura a imperitura memoria la mia Verità?
Forse fui Io, una volta, Io stesso, a mettere un eterno sigillo alle immutabili leggi del creato?

… (con sgomento crescente il mio sguardo sprofonda ancora più in fondo all’azzurro del cielo)..

Forse hai trovato impressa su qualche montagna, su una dura parete rocciosa, qualcosa che assomiglia alla mia inconfondibile Effigie?
O forse hai visto da qualche parte ritratto il mio Volto?
La mia Immagine stampata su qualche Libro promosso da me? Su qualche… come li chiamate, voi, adesso … volantino di pubblicità?
Non siete stati voi, piuttosto, a darmi le forme d’un crudele Tiranno?
Forse siete stati voi, a volermi vedere come una belva assetata di sangue fumante.
Voi, con le vostre paure infantili, la vostra grassa ignoranza, la vostra arrogante bramosia di conquistare il creato?
Io non ho scritto mai niente!

…(Un tuono sopraggiunge da lontane distanze celesti.
Come l’eco di un pugno da qualche parte, forte, sbattuto.
Un tremendo fremito m’afferra dai piedi.
Si propaga a tutto il mio corpo essere come una corrente fremente.
Agitandomi tutto, un terremoto mi scuote, feroce.
Presto, però, la Voce riprende, più calma, il suo Verbo)…
In effetti, Io non so neanche scrivere, sai, figlio mio?

T’ho già detto di non chiamarmi così.

Non è importante per Me.
Poi, contrariamente a quello che andate dicendo da sempre di Me, Io non ho mai divulgato una Legge.
Non ho seminato Saggezze.
Non ho nemmeno creato Paradisi terrestri o celesti, Inferi, Erebi, o altro che sia, Ade o paludosa Stige nebbiosa.
E soprattutto, mettitelo in testa per bene, non ho mai istituito alcun Tribunale speciale!
Per Me sarebbero preoccupazioni inutili e vane.
E invece siete stati voi a inventare quelle diavolerie infernali.
Voi, voi, e vostre manìe d’inventarvi i culti, le fedi, i riti e gli altari.
Io non ho nessuna religione da proporre… o imporre, come sembrerebbe possibile a molti di voi!

Rimango sorpreso a sentirti dire queste cose, mio Dio.
E…
E tutto il resto?
Il roseto ardente, le tavole della Legge, il Libro, le testimonianze, le meditazioni, le adorazioni…?
E le trasfigurazioni, le crocefissioni, le resurrezioni, le apparizioni… e i miracoli?
Eh, e cosa mi dici dei miracoli?

… (Uno sguardo sgomento scende in forma d’ombra dal cielo.
S’annerisce di colpo l’intero cristallo azzurro del cielo sospeso sull’immensa distesa terrestre.
Si poggia, gravoso, sulla mia debole spalla che, sotto l’immane peso, come legno vecchio s’incurva.
Ma non cedo, anche se esito incerto)…

Eh?
Come dici?
Che parola è mai questa?

Cosa?

Come cosa?
I mi… i micaroli…
Come li hai chiamati?
Cosa mai sono, quei micaroli di cui vai cianciando?

Io?
Io ho chiamato a testimonianza del mio dire sincero, i miracoli.
I miracoli Tuoi!
Il Tuo intervento diretto sulle cose di qui, della terra.
Il Tuo volubile agire sulle leggi inflessibili della natura!
Quelle leggi che Tu stesso avevi creato?
Oppure osi negare anche questo?

Io?

(… Il mio sguardo si fa torvo, severo, come un silenzioso rimprovero).
Tu, si.
Perchè?
Osi negarlo?
I miracoli!
Vuoi forse negare il Tuo intervento sui nostri destini già scritti?

Ecco…
Questa è un’altra parola che Io non conosco, in effetti.

Cosa?
Quale parola?
Vorresti confondermi con queste Tue tattiche ingenue!
Negare addirittura l’evidenza!

No, aspetta.
Sai bene che Io non posso mentire!

Si, è vero… in effetti…

Dimmi, allora, com’è che li hai chiamati?
I de… de.tini?
No, non conosco questa parola.
Non l’ho certo creata da Me, per quanto mi chiamino Dio del creato!

Sei infantile, alle volte, mio Dio.
Non negare l’evidenza, su…!
Destino.
Il destino.
Il fato dell’uomo.
La predestinazione che hai scritto per ognuno sul libro…
La trama, il romanzo, la sceneggiatura, il testo… che hai stabilito per ciascuno di noi…
La vita, l’intero intreccio della vita tracciata a capitoli sul Tuo libro nascosto.
Inesorabile, immodificabile, eterno segreto tremendo!
Non sai quanto dolore, spesso, si nasconde in quelle pagine orribili!
Quante pagine di sangue ci sono in quel Tuo terribile tomo!

Ma Io non ho mai scritto nemmeno una riga!
Ma di quale libro mi vai cianciando!
Ognuno di voi ha la responsabilità di dire e di fare quello che vuole!
Questo Io stabilìi un giorno lontano.
Poi, alla fine, quando finisce il conto giorni, ognuno deve pagare il fio delle sue scelte.

E delle sue colpe!

Si, ma non è con Me che dovete regolare i vostri conti laggiù!
Io non m’interesso di queste piccole inutili cose.
E’ con voi stessi, laggiù, infimi esseri inani, che dovete regolare il fio di colpe e peccati.
Siete voi stessi il metro dell’innocenza e della giustizia.
E non avete mai avuto il coraggio di ammetterlo neanche a voi stessi!

Come?
Che dici?
Perchè menti, Giuda di Dio?
Vuoi nasconderti a me, misero uomo, forse, Dio onnipotente del cielo e della terra?
Forse mi temi?

Ma no, mia inutile creatura minuscola.
E cosa mai avrei Io da temere?
Da te?
Non hai mai saputo offrirMi altro che puzzolenti sacrifici di sangue!
Mica Mi nutro di questi orrendi pasti da fiera!
Nascondermi?!
No.
E poi, lo sai, non è necessario.
Ed inoltre, Io non posso mentire.

… (Resto dubbioso.
Alzo lo sguardo interrogativo verso il cielo di fuoco rovente.
Mi faccio guardingo, però.
Sono indignato, è vero, contro la Sua Verità caduta dal cielo.
Ma sono incerto.
Parecchio.
Mi gratto la testa.
E se, in effetti, avesse ragione?
In fondo, certo, il mio Dio non può mica mentire, questo mi sembra un principio assoluto!
… Comunque, prudentemente, me ne resto in silenzio. E’ meglio.
Il mio sguardo vaga, non più indifferente, ma perso, fintamente distratto) …

E allora?

(La Sua domanda rimbomba, in fondo al mio cuore.
Tuona.
Mi scuote.
E tremo, ancora.
Non mi aspettavo di reagire in questo modo, così…)

Non mi aspettavo, mio Dio, che reagissi così!

E cosa pensavi?
Sono millenni che mi accusate di ogni più atroce misfatto, o miseri umani.
Sono stufo, stufo davvero, Io.
Non tu, debole boccone di carne.

…(Il peso della sua verità mi schiaccia, come mille volte la volta del cielo).
La tua Verità non ammette replica umana.
Pesa sulla mia schiena come l’intero universo.
E’ questo che m’angoscia, mio Dio.
E mi schiaccia, quaggiù!

Non essere sciocco, ingenua creatura di qualche pianeta sperduto.
Io non ho Verità da metter sulle tue misere spalle.
Ognuna di voi, miliardesima parte del mondo creato, ha la sua verità.
Ma io ve l’ho messa nel grembo, non sulle spalle!
A che possiate bene vederla.
E mostrarla.
Orgogliosamente bella, ma umile e casta.
Una possibilità, solo una possibilità.

…(Guardo, interrogando muto il cielo, il movimento delle sfere celesti, il ritmo delle stagioni, le fasi del tempo, le età che fuggon veloci) …

Poter moltiplicare il più meraviglioso dei miracoli, l’unico, il solo che Io abbia creato!
Io, il gran Dio dei Cieli.
L’eccezione alla morte.
Al gran Nulla.
La Creazione.
Il Miracolo.
Ecco la Vita cos’è.
Tu, uomo, cosa sei!

… (Sulla superficie piatta del mondo s’estende ormai solo l’ombra del sole che muore.
Resta sospesa l’oscurità.
Nella notte s’è persa ogni forma.
Restano i dubbi soltanto.
Anche la mia ombra s’è confusa col buio.
Si nasconde, forse.
Chi è?
Da chi si nasconde?
Anche io, ormai, mi sono perduto nel nulla.
L’ombra notturna, lieve e leggera, intanto, per ogni dove s’espande.
Forse sta inseguendo un raggio di luna che corre lontano.
Resta il silenzio, il silenzio che risuona di mille storie lontane.
Vasto, e oscuro, si estende, murmurea marea.
Per ogni dove, sulle plaghe, stanotte, soffia tiepido il vento.
Carezza la notte.
Io tendo l’orecchio.
Per fortuna, il silenzio vigila attento!)…

MUTO MIRACOLO

photo by Pierperrone
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Figlio mio.
Figlio mio, posso chiamarti così?
Per una vita intera ti ho lasciato, per cercarti, e mai trovarti, nelle immense solitudini del mondo.
E stasera, invece, proprio stasera, mi accorgo che ti ho sempre lasciato andare da solo e non ti ho cercato mai davvero.
E ora, proprio stasera, figlio mio, io ti cerco?
Proprio stasera devo cercarti?
O non sei forse tu che sei venuto a cercare me?
In questa sera tremenda.
A pretendere di avermi vicino.
Io, io che sempre ti sono stato lontano.
Tu, stella persa in cielo.
Io, cielo spento.
Tu, luna nuova.
Io, notte buia.

Figlio mio.
E quando ho imparato il nome tuo, figlio mio?
Tu che non fosti sangue mio mai, prima di questa sera, figlio mio, da chi avesti il nome che porti addosso e che ti porta sulla croce?
Tu che predicasti amore, ti chiamasti amore, chiamando il cielo col nome di padre e il mondo col nome tuo.
Ed io che, sordo, non seppi udire mai il tuo richiamo.
Io che, muto, non seppi mai pronunciare il nome tuo.
Io che armai la mano del coltello lucente.
Che nel buio delle carni spinsi quel coltello, nel seno di tua madre.
Io, che cieco di furore andai girovago per il mondo, ti lasciai andare girovago per il mondo.
Ma io, peregrinando nel buio dell’abisso, cercavo solo di nascondere l’abisso di me stesso.
Tu, invece, cuore generoso, a lungo mi cercasti, invano.
E mi ritrovasti solo quando, oramai, eri giunto sull’orlo estremo del tuo abisso.
Ma quale differenza fra i nostri abissi!!!
Quanta!
E ora, mentre s’avvicina l’eco dell’abisso oscuro della notte senza fine, ora, finalmente, posso chiamarti figlio mio?

Questa notte il buio si farà più fitto, oscuro, si colorerò di tenebra.
E non giungerà il mattino, domattina, a rischiarare ancora il mondo.
E nel silenzio annegherà la notte.
Nel silenzio asfissiante che strozza ogni luce.
Ma la tua voce, in questo silenzio infinito del mondo, mi è giunta chiara, figlio mio.
E mi ha chiamato.
Padre!
Con quale forza suprema il tuo silenzio comanda al cuore mio!
Richiama, il tuo dolore, altro dolore.
Il sangue, cerca altro sangue più rosso del tuo.
Vidi le guardie, ebbre, all’osteria.
Ridevano sguaiate e si raccontavano l’un l’altra d’un invincibile silenzio.
Era l’infinita forza tua.
Il re dei re, sei tu.
Nudo, muto, hai sconfitto con la muta nudità del silenzio il potere nudo del giudice inflessibile.
La sue parole sorde, nude d’ogni significato, mute, rimbalzavano contro le pareti della cella, senza sfiorarti, senza ferirti, senza colpirti.
Tu, che lo sberleffo del popolo ignorante aveva chiamato re dei re, tu, ti sei fatto giudice dei giudici.
Tu che hai dato col silenzio forza estrema alla legge del silenzio, alla legge ti sei rivolto, alla forza della legge che ha ordinato al giudice di compiere, domattina, all’alba, il suo destino.
E tu, figlio mio, hai ordinato a me, nel silenzio del mio cuore, stasera, di venire a piangere ai piedi tuoi.

Io, Giuseppe, uomo modesto e mite, gran lavoratore, disonorato, ero stato scacciato dalla mia stessa famiglia.
Io, amato da una donna soltanto, tua madre, al di sopra del suo stesso bene, ho messo in dubbio, da allora, il suo amore fedele.
Io, sono stato accecato dal furore e arso dall’orgoglio ferito.
Io, ho messo quel furore e quell’orgoglio tra le spine della corona che hanno alzato sul tuo capo, o re dei re d’ogni popolo.
Io, ho messo la vita di tua madre sulla punta del mio coltello, sporco di grasso e grasso di fango.
Io, assassino e indegno del destino generoso d’esser padre, stasera ti cerco, figlio mio.
Ti cerco, stasera, figlio di cui ho conosciuto soltanto stasera l’alto nome scritto in cielo.
Io, Giuseppe, padre di Salvatore, orfano di Maria e assassino dell’amore.

Amore.
Amore, senza nome.
Amore, che prendesti le sembianze di angelo biondo in camice bianco.
Amore, che prendesti il colore rosso della rabbia e del sangue.
Amore, che entrasti nelle carni di un povero giglio in forma di seme ed in forma di lama.
Amore.
Amore, dalle carni squarciate.
Amore, dal cuore spezzato.
Amore.

Stasera, luna, non guardarmi.
Luna, stasera, chiudi i tuoi occhi e prega.
Un miracolo accadrà, prima che giunga mattina, se mai, una mattina ancora potrà dar luce al mondo perso nel buio.
Luna, prendi un angolo buio del cielo e nascondi il mio pianto.
Luna, ombra, notte, tenebra, abissi, prendetevi per mano e spalancate le vostre terribili fauci.
Eccomi.
Accoglietemi.
Accogliete un povero uomo, debole, impastato di bene e di male, di carne e di sangue, di vita e di morte.
Nascondete per sempre un povero padre che scopre l’amore del figlio nel momento più estremo.

Stasera, o cielo senza stelle, non basta il manto della morte a nascondere un povero cuore straziato.
Stasera deve accadere un miracolo.
Nel silenzio del mondo si spande la mia muta voce potente.
Risuona più alto, nel muto silenzio, il comando muto della sua volontà.
Deve giungere fin dove non può più giungere alcuna parola a portare conforto.
Un figlio si deve salvare.
Solo la salvezza di un figlio potrà portare la salvezza di un padre.
Un padre deve salvare un figlio messo in croce dal muto orgoglio ferito d’un giudice sordo.
Al giudice quel padre dovrà dire ciò che non ha saputo dire a quel figlio.
Dovrà raccontare, quella muta voce di padre, il silenzio nel quale aveva smarrito la voce del figlio.
Al giudice quel padre dirà che, sordo, non aveva saputo ascoltare la voce dell’amore che, forte, chiamava.
L’orgoglio ferito gli aveva tappato le orecchie.
L’orgoglio ferito lo aveva assordato.
L’orgoglio ferito gli aveva fatto perdere un figlio.

E un muto cuore di giudice dovrà assistere al pianto muto d’un padre.
Un giudice che sa d’esser giunto al limite estremo del suo inganno fatale, si piegherà ad asciugare le lacrime d’un padre ferito, per provarne sollievo.
Si disseterà di quel pianto.
Vedrà nel riflesso d’una lacrima muta il muto fantasma d’un orgoglio ferito.
E, nell’estremo momento fatale del suo destino di giudice sordo, scambierà l’orgoglio ferito d’un padre per il suo orgoglio pentito.
La luna e le stelle non sveleranno l’inganno pietoso.
Il miracolo si compirà, questa volta.
Il muto silenzio della notte nasconderà i due muti uomini stanchi.
La volontà del silenzio germoglierà dall’amore di un figlio.
E prenderà le forme di giudice giusto.
Per condannare due vecchi ad espiare con l’eterno silenzio la colpa dei loro orgogliosi silenzi.
Si perderanno nel buio i loro ricordi, sbiadirà ogni memoria, svanirà ogni fantasma di morte.
E dovranno piangere insieme, stasera.
Dovremo piangere insieme, io, tuo giudice indegno, e tu, indegno padre d’un figlio.

LA VOCE

photo by Pierperrone
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Io l’ho interrogato a lungo.
Uno stuolo di guardie e sacerdoti mi è stato testimone.
L’ho interrogato, ho scavato dentro di lui, mi sono spinto fin dove nessuno poteva immaginare si possa spingere l’interrogatorio di un prigioniero, l’ho sospinto ai limiti estremi di ogni resistenza e l’ho spinto nelle regioni più estreme della colpa, lì l’ho accerchiato in un assedio asfissiante e non riuscendo ancora ad espugnare la sua fortezza non mi sono arreso, non mi sono tirato indietro, non ho desistito, non ho ceduto, non ho fallito!
Ho provato con tutte le altre armi con cui si conduce la lotta contro la colpa che si nasconde dentro un prigioniero.
Ho usato l’astuzia di mille inganni, e con l’inganno non ho aperto le sue porte!
Allora l’ho accarezzato con la blandizia, con la furbizia più più scivolosa, e sono scivolato sulla strada che pensavo mi conducesse a lui.
Ho usato la carezza della voce per far più male con la violenza della mano.
L’ho spinto nel baratro del dolore, ma invece, l’ho innalzato sulla colonna dell’onore.
Ma, infine, l’ho inchiodato.
Domani mattina, all’alba, lo inchioderanno in cima alla sua croce.

Gli ho chiesto, burocraticamente, “Dimmi il tuo nome e dimmi da dove arrivi”.
Gli ho chiesto pure, quasi curioso, “Dimmi il tuo nome e dimmi che lavoro fai”.
Scocciato, gli ho chiesto più duramente “Dimmi il tuo nome e dimmi dove stai andando”.
E ancora, per dar forza al potere imperiale che rappresento in questa terra, gli ho chiesto “Dimmi il tuo nome e dimmi cosa chiedi tu agli uomini”.
Disperatamente, gli ho anche chiesto “Dimmi il tuo nome e dimmi cosa prometti loro”.
Ho chiesto.
Ho chiesto, ho chiesto e ho chiesto!
Ho chiesto e ho atteso.
E con pazienza, ancora, ho atteso.
Forte delle mie certezze, ho atteso.
Ho immaginato le sue risposte.
Le ho previste.
Le ho maledette dentro la mia testa.
Ho aspettato, poi, ho chiesto ancora.
E invano ho atteso, nel silenzio.

Ho pensato “Certamente è muto”.
Ho sperato “E’ tutto un inganno, una chiacchiera della gente del volgo”.
Sollevato, ho pensato “Posso lasciarlo andare, non è nessuno, è solo mentecatto”.
Nel silenzio, ho pensato “Il volgo è un popolo senz’anima. L’hanno venduto senza avere neanche una ragione”.
Con disprezzo, ho pensato “Traditori, l’han venduto per pochi miseri denari.
Eppure ci hanno pure guadagnato loro. Tanto poco vale questa merce nello scambio”.
Ed io, invece, ci ho guadagnato qualcosa forse nello scambio?
Impassibile, son rimasto a guardare, con gli occhi sbarrati nel silenzio, il corpo suo che si contorceva sotto la sferza sibilante.
Ho atteso le sue urla disperate, la tempesta del suo pianto, la sua richiesta vile di pietà.
Ho atteso calmo, come un piatto campo arso dall’estate, ho atteso sotto al cielo muto del silenzio.
Non è giunta una sola goccia di lamento, un’implorazione, una preghiera.
Io, il suo dio su questa terra, in quella nera dura cella, ho atteso invano, nel silenzio nero, duro, cupo, tetro.
Intanto, coi ferri acuminati, ho lavorato le sue carni, rendendo più profonde le ferite dell’attesa.
Ma, alla fine, la mia attesa è durata più a lungo della mia pazienza.

Alla fine, liberando l’anima mia, ho urlato il mio ordine “Sia messo sulla croce!”
Gli ho urlato in faccia la mia rabbia.
La mia impotente disperazione.
Ho urlato, invano.
Per spezzare il silenzio, freddo, e pesante, duro, mortale che s’era fatto dentro la mia anima imprigionata nella cella al posto suo.
Ho urlato, per dare voce alla sua voce.
Ho urlato per riempire le mie orecchie del suono di una vita.
Ma la mia voce non bastava.
Non riusciva ad entrare nella sua bocca, a scendere nella sua gola, a vibrare sulle sue corde vocali, a farsi aria nei suoi pomoni, volontà nella sua mente.
La mia lingua si contorceva, ma inciampava, scivolava di continuo, finchè si è persa, secca, nella mia gola arsa.

Ho scolpito nell’aria pietrificata della cella i segni del mio volere assoluto.
I miei ordini perentori hanno condannato un uomo senza voce.
Un muto, un morto, un dio.
La sentenza di morte scritta sull’ispida pergamena dal cancelliere è la rappresentazioni eterna del mio impotente potere.
Sono stato incapace di trasmettere alle sue labbra il mio volere.
Anche se gli ho urlato in faccia la mia voce.
Gli ho sputato addosso il mio disprezzo, la mia sconfitta.
Gli ho scagliato addosso il nome suo, come fosse un duro sasso l’unico.
L’ho battezzato per la seconda volta.
Gli ho dato l’unico nome che si meritava.
“Traditore!”
Rabbioso, lo staffile del mio aguzzino s’è accanito sul fantasma del suo corpo martoriato.
Rabbiosa, ha ringhiato invano la fiamma nel camino.
Attendeva di mordere, ingoiare la sua razione giornaliera d’impotente disperazione.
Ma anzichè la sua carne, la fiamma ha morso la mia anima.
L’aria di pietra della notte s’è fatta, nella cella, coperchio d’un sepolcro.
Il mio.
Con le mani volte al cielo, ho cercato di sorreggere la volta incombente dell’inferno che avevo spalancato.
Nella notte, l’anima s’angoscia nel silenzio, che diventa mostro, eco dell’abisso, ombra della morte.

E l’ho lasciato annegare in quel lago scuro di silenzio.
L’ho condannato a morte per un reato non confesso.
Traditore, e vile, usurpatore del regno.
Re del suo popolo senza voce.
Ed ora, nel silenzio della notte, annego nel mio lago nero.
La sera tramonta nella notte.
Avrei voluto vedere il terrore nei suoi occhi.
Almeno la paura.
Il pianto dei condannati a morte.
Le richieste vane di pietà.
Così che io, re dei re, potessi dare segno del mio potere.
Vita o morte.
Il destino d’un uomo nelle mie mani.
Adesso, invece, il filo della mia vita è nelle sue mani.
Domani, all’alba, salirà sulla croce.
Ed io porrò fine ai miei giorni.
Sconfitto dal silenzio.
La voce che mi ha assordato.

ODE AL SILENZIO


Voltò la testa, solo un poco, da un lato, e il collo candido ebbe un brivido lieve.

Un giunco, sulla riva destra del fiume, dietro la casa, fremette.

Forse un alito di vento aveva accarezzato, in quell’istante, la terra.

Un angelo era sceso dal cielo.

Le sue ali, fragili e delicate come quelle di una farfalla, rilucevano ancora, riflettendo, come specchi d’argento, le vampe improvvise di luce che restavano impigliate nelle tenebrose profondità del cosmo.

I cristalli di ghiaccio che pendevano dai montanti dalla finestra rimandarono un lontano tremolìo di luce, come una scossa, un lampo, una scintilla.

Il primo raggio di luce, forse, stava  attraversando l’atmosfera ancora addormentata nella notte eterna.

Aveva sentito con l’anima quel lieve attimo prima del tempo.

Aveva guardato un pò più in là, volgendo gli occhi, insieme al capo, di quel tanto che era bastato a immaginare il sorriso di quella creatura venuta chissà da dove.

Avrebbe dovuto provare stupore, forse paura, perchè qualcuno stava profanando la solitudine della notte.

Ma, in quell’attimo stesso, in quell’istante in cui tutto doveva ancora accadere, aveva anche compreso.

L’angelo non portava il male.

Il suo candore era stampato nel cuore, brillava negli occhi.

Prima ancora di farsi lineamento del volto, era purezza d’intenti.

Nella notte, che si scomponeva poco a poco, regnava ancora sovrano il silenzio.

Il buio, intanto, piano, si congedava.

E la luce, compunta, lentamente, si faceva avanti.

Gli occhi potevano scrutare la dimensione dove le cose non si sono ancora incarnate nella materia.

Ma, ora, i sogni hanno già preso il roseo turgore dei boccioli da cui, ardente come una fiamma, fra un pò sboccerà la fioritura del giorno.

“Non è il mondo delle fiabe.

Questo pensiero si era formato nella sua mente, nell’attimo stesso in cui i  piedi dell’angelo calcarono la terra.

Gli angeli possono vivere davvero.

Quando qualcuno li guarda, quando sono osservati come si osserva qualcuno ch’è caro, prendono i colori della pelle degli uomini.

Pallidi, o scuri, rosati o olivastri.

Non si distingue, un angelo, da un essere umano.

Riposte le fragili ali che scompaiono sotto le scapole, si fanno in tutto e per tutto uomini.

Persino il sangue nelle vene si può udire cantare nella corsa frenetica dentro i canali scavati dentro quei corpi perfetti.

Ma nessun uomo potrà mai essere davvero come un angelo.

Non si tratta di purezza o candore.

C’è qualcosa che ancora non conosco che distingue quelle creature da noi”.

La chioma bionda ondeggiò, setosa, mandando riflessi dorati.

La luna ed il sole si guardarono di lontano, dandosi un saluto distratto.

Il fiume, poco lontano, mandò la sua mano delicata ad accarezzare, lieve, il canneto che era sorto, selvaggio, sulle lisce rive sabbiose.

Si udì, d’improvviso, il primo cinguettìo di una creatura del cielo: sopra un ramo, era stata punta dal primo raggio del sole.

“La vita comincia così”.

Pensò l’angelo, posando il suo primo sguardo sulla terra degli uomini.

Dietro la finestra, protetto da una pudica tenda bianca, uno sguardo curioso si alzò di traverso verso il cielo.

Una nube, leggera come un velo, si stese a proteggere gli occhi delle stelle.

Quei mondi restarono ancora orfani.

Non bastavano quelle avvisaglie di vita e di luce a dare vita all’organizzazione del mondo.

Ogni cosa era ignara delle altre.

La solitudine, nel mondo, era ancora padrona assoluta.

Il fremito del collo fece vibrare l’aria d’intorno.

L’onda dei capelli spezzò l’immobilità dello spazio profondo.

Il passo immateriale dell’angelo frantumò la pietra facendone sabbia finissima.

Il fiume si accostò, preoccupato per quel tentativo del caos di riprendersi il dominio del mondo.

Il canneto lo prese per le spalle sussurrandogli frasi amichevoli per dargli coraggio.

Anche il cammino della luce rallentò, chiedendo il permesso di posare il suo caldo mantello sulla pelle scorticata del tempo.

Dopo il primo cinguettìo, un secondo, si levò, stridulo, acuto.

Sembrò un urlo, in quella valle, sulla quale il sole stava ancora combattendo il suo duello quotidiano.

Non era sicuro di primeggiare.

Nessuno gli aveva assicurato mai la vittoria e sapeva che doveva cavarsela da solo, ogni volta, nella sua disperata lotta solitaria.

L’angelo restava meravigliato a guardare.

Il collo rilassò la sua tensione improvvisa, lasciando che il cielo vivesse libero il suo indefinito destino.

Lo sguardo, con mesta dolcezza, consapevole del tutto, volse la sua speranza al tenero grembo terreno. 

AFRICA

GUERRIERO MASAI
da: http://scientiantiquitatis.blogspot.it/2012/01/africa-popoli-masai-kenya-tanzania.html

M’interrogo a fondo:

cosa è, dunque, la vita ?

Che cos’è l’esistenza?

Queste fiamme quaggiù,

la pioggia del pianto,

la noia, triste foschia?

Il sole alto e severo,

o quel gelo invernale

che preme sul cuore?

Il vento all’orecchio

mi porta i suoi guizzi,

geme la terra, fremendo.

Di lontano, risponde,

eco d’eterno, il silenzio,

fresca, quieta, certezza.

Un Masai, sotto le stelle,

muto, ascolta il racconto

della  nuda volta del cielo.

PIETRA

Caspar David FRIEDRICH - MOON

Entra.

Entra dentro di me !

Sembrava parlarmi la dura pietra.

Mi chiamava.

Ammiccava, pur nella sua fredda immobilità.

Era lì da quanto?

Mi sono chiesto io.

Era lì ed è ancora lì.Cosa ne so io di lei? Chi l’ha portata lì, chi l’ha appoggiata proprio in quel posto esatto? Perchè mai lo ha fatto? Ed ora, perchè quella sta cercando proprio me ? E cosa vuol dire… entra dentro di me?

Ero sgomento.

Distrattamente accarezzavo con lo sguardo la città che si perdeva davanti a me, la linea dell’orizzonte, il cielo, lo spazio infinito nel quale l’azzurro penetrava senza lasciare più, nel fondo, alcuna traccia.

Mi sembrava di capire, in certi momenti.

A tratti sentivo che il richiamo aveva davvero un senso, il senso vero della vita, dell’apparteneza delle cose alla vera Madre, alla Natura, al Tutto inestricabile ed eterno.

Entra dentro di me.

Guardai allora alla dura pietra.

Con la mano mi piegai ad accarezzarla.

Era diventata morbida, tenera, potevo attraversarla, entrarci dentro con il dito, sentirne la soffice consistenza dell’interno, il tiepido tepore, l’umidità intima.

Durò un attimo.

Ritornai a non capire.

Entra dentro di me.

Che senso ha? Che vuol dire?

Tu sei pietra, dura, impenetrabile, fatta della stessa materia dello sguardo della Sfinge che respinge da sempre ogni interrogativo dell’uomo sulle cose e sulla natura.

Tu, sentinella senza mai sonno nè stanchezza, sei messa a guardia della porta dell’Incommensurabile, del Mistero e dell’Ignoto.

Potrei accarezzarti per millenni e tu, per l’infinita, innumerabile, estensione del tempo, altro non resteresti che impassibile, dura, pietra, pensierosa e silente.

Potrei interrogarti, sì, potrei chiederti conto dei misteri del tempo che fu, di ciò che è stato, di quello che più non è.

E tu, cosa potresti mai rispondere?

Anche se il Tutto dovesse decidere di venirmi incontro, di affollarsi, affannato ed ansioso, alla tua porta, alla tua rugosa e consumata epidermide, tu, dura pietra dell’ignoranza, altro non potresti fare che imprigionare quel gorgogliante flusso di Verità nella tua irregolare ed inaccessibile cella.

In silenzio.

Ecco.

Con quella parola, senza suoni, tu mi hai risposto.

E’ esploso il silenzio e tutto a me d’intorno è parso di veder infuriare la sanguinosa lotta degli istanti, cannibali assassini, che, per garantirsi anche solo una pervenza di esistenza, devono sterminarsi l’uno con l’altro per tutti i secoli dei secoli!

Ho visto tremare le viscere della terra, che ha partorito e poi divorato le carni succose degli uomini.

Ho visto fremere la piatta superficie di rocce che fece da talamo agli ardenti amplessi degli dei.

Ho visto gorgogliare di piacere le acque innocenti che accarezzarono i corpi dolci di vergini creature ancora senza peccato.

Il silenzio mi ha parlato, anch’egli, in quella universale lingua che arriva dal fondo del cuore.

Ha portato la tua voce dove mai avrei pensato potesse arrivare.

Tu mi hai detto: entra dentro di me.

Ed io, senza capire, ti ho accolto, dura pietra esposta alle frustate del sole ed alle carezze della luna.

Tu, accompagnata dal tuo muto scudiero, testimone della creazione e complice dell’esistenza imperitura, mi hai attraversato.

Tu, entrando dentro di me, ti sei fatta attraversare.

Come l’aria che respiro.

Come l’aria, che penetra nelle mie narici, che entra nella mia bocca… e che, di lì, si congiunge al più profondo del mio essere.

Il mio essere, il più profondo mistero che possa esistere!

Il mistero di quell’essere infinito ed eterno che io sono.

L’essere che si nutre dell’aria che entra dentro di me, contagiandosi così del principio senza fine della vita.

L’essere, che forma il respiro infinito dell’universo.

Entra dentro di me.

Così, alla fine ti ho risposto.

Ed ho chiamato all’appello tutte le cose.

E quelle, amorevoli, in silenzio, si sono affrettate a rispondermi.

L’ATTESA

 

13 FEBBRAIO 2011 - PIAZZA DEL POPOLO

13 FEBBRAIO 2011.

Piazza piena piena.

Chi dirà il contrario dirà una bugia.

Aria … sospesa.

Mancava qualcosa.

Loro, noi, tutti in perfetta sintonia, tutti con lo stesso desiderio , tutti con la stessa determinazione, tutti offesi allo stesso modo, tutti, tutti pronti a …

Ma …

Già.

Ma … qualcosa mancava.

Qualcosa manca ancora.

 

Si sentono le sirene che miagolano.

Stanno dietro le porte , davanti alle finestre, riempiono le piazze, sciamano per i viali.

Si odono le sirene che ululano.

Strazianti.

Lacerano l’aria.

Sono grida che fendono l’aria come lame.

Sirene, urla, grida, bandiere, fumo …

 

La televisione sfarfalla ancora.

Nessuna immagine viene più vomitata.

E’ strano, perchè ormai avviene solo nei film, quelli vecchi.

Non esiste più una televisione che si dimette, che si spegne.

Ma non esiste neanche l’apparecchio si mette a parlare, a vociare.

Tutto un mondo è finito.

 

I fogli del discorso del ministro dell’Ordine sono sparsi per terra.

Milioni e milioni.

L’ultimo gesto eloquente del Ministro, quel lancio violento del pacchettino di fogli di mezza misura addosso alla telecamera, alla fine del discorso, al momento della parola fatidica : “coprifuoco. Ordine”, quell’ultimo gesto aveva compiuto un miracolo.

Anzi, due.

Insieme.

Davanti ad ogni apparecchio, non importa se vecchio o nuovo, in bianco e nero, veri reperti di modernariato, o ultrapiatti a led e chissà quali altre diavolerie, davanti ad ogni telvisore s’era sparso il disrodine di quel mucchio di foglietti.

E poi, improvviso, il silenzio, lo sfarfallio, allucinatorio, ipnotico.

Due miracoli.

In contemporanea.

In diretta, se si può dire così, televisiva, a reti unificate.

 

Il discorso era stato breve.

Poche frasi.

Dichiarate con un volto austero, scavato, esausto.

In sintesi.

Il governo è caduto.

Ripristineremo l’Ordine.

Dichiaro il corpifuoco.

Ecco.

Questi i fatti.

O le parole.

O meglio.

I fatti che coincidono con le parole.

 

Tutto questo è solo l’inizio.

Un inizio che però non si trova.

Si è perso il copione.

Nessuno più sa come andare avanti.

La Storia adesso viaggia senza filo conduttore, senza una velina a fare da canovaccio.

Una velina.

Minogonna puberale, lessico da scuola media, un sorriso di plastica indossato come una maschera da Carnevale.

No.

Nessuna velina, nè di silicone, nè di carta sottile.

La Storia ormai è orfana.

Sola.

Costretta ad andarsene in giro a cercare un pò di elemosina.

 

Tutto questo è un inizio, una continuazione ed una fine.

In quella sfarfallante dimensione del tempo anche il ministro dell’Ordine si è perso.

Lo cercano gli uomini della scorta.

Lo cerca il il Piemme, il Giudice delle Indagini Preliminari, il Boia.

Il dicastero intero è in subbuglio.

Tutti gli uffici brulicano di personale indaffarato che si sta dando da fare senza sosta.

E senza alcun risultato.

 

Ecco.

Il caposcorta dice che quando i televisori si sono inceppati, lui ha visto il ministro scappare.

Di corsa, come un lampo, una folgore.

Il cameraman invece non è d’accordo.

Lui l’ha visto, il ministro, che teneva le mani sotto le gonne di una velina, cercando disperatamente di recuperare il messaggio che aveva lanciato.

Ma tutti lo prendevano in giro.

Il cameraman.

Prendevano in giro il cameraman, non il ministro.

Il Boia bestemmiava e malediceva.

Il Giudice imprecava.

La cerimonia delle esecuzioni non poteva cominciare.

Erano stati fermati apposta dei giovani facinorosi.

Per renderli più aderenti al clichè gli avevano fatto indossare delle parrucche con i capelli lunghi e degli orecchini e dei piercing.

Ed erano stati contattati anche degli anrchici, dei più riottosi.

Che, però non volevano saperne di stare fermi lì ad aspettare.

Temevano che le loro bombe anarcoinsurrezionaliste potessero scadere, e diventare inutili o addirittura inoffensive.

Anche il presentatore del Tiggì si era spazientito.

Come dare la notizia?

Un rapimento?

“Il ministro dell’Ordine è stato oggi rapito”.

O un attentato?

E quante vittime, di grazia, si divevano piangere ?

 

Nella villa del capo del governo si stava celebrando la cerimonia della consacrazione degli ultimi vescovi della religione di stato.

Il papa era seduto sulla sua sedia gestatoria e gli pendeva il mantello imperlato dietro alle spalle curve di povero vecchio annoiato.

La lunga fila dei chierici in tunica virginale bianca era schierata in parata.

I rossi cappelloni arricchivano la scena.

Gli invitati del premier erano affamati.

Qualcuno si toccava sotto i pantaloni.

Era davvero sconcertante, quello che stava accadendo.

“E allora, presidente, cosa è accaduto?”

Chiese un generale, con un sorrisetto incomprensibile sotto i baffetti.

Fu arrestato immediatamente.

Si tenne anche un’imprevista riunione dei colonnelli del partito del premier.

Il Partito delle Lumache.

Vendute.

Al mercato.

Le lumache.

Come tutti i membri del partito.

Le escort che avevano intrattenuto gli ospiti di stato erano ormai tutte ritornate al baraccone del circo da cui erano state prelevate.

Le più fortunate, le privilegiate, le prescelte, erano state pagate con buste di banconote di grande taglio, e poi erano state alloggiate nelle stalle della villa, situate fuori dal cancello, ma a poca distanza dalla villla stessa.

Erano belle.

Le stalle.

Le escort.

Anche.

Tutte bambole di plastica.

Come delle Barbie.

Tutte rosa e nere.

O rosa e bionde.

Non portavano indumenti.

Come delle Barbie, erano bamboline di silicone.

Nelle mani degli ospiti della villa erano come marionette morte.

Non provavano sentimenti o passioni.

Erano solo oggettini d’arredamento senza valore.

Ma erano belle.

Le statuette di porcellana della collezione di Capodimente che il premier custodiva nelle bacheche del grande salone dalla festa.

Ma quelle non si potevano toccare.

Avevano tutte delle strane mutandine rosa sulla bocca.

 

Ecco.

E’ questa la situazione, oggi.

Stiamo cercando ancora.

In piazza eravamo davvero tanti.

Qualcuno dice anche più di un milione.

Il ministro non si trova.

L’Ordine è sparito.

Il premier è occupato nella sua villa a cercare di sciogliere gli ultimi nodi di quel misterioso attentato al suo governo.

Il Boia smadonna ed affila la sua lunga scimitarra.

Il giuidice cerca nella borsa un volume di leggi adatto a regolare quella situazione senza precedenti.

La televisione resta invariabilmente muta.

Sfarfalla.

Paziente.

Ipnotica.

 

Il silenzio è sovrastato dal lieve ronzìo di tutti gli apparecchi sintonizzato sul nulla.

Tutta la città è sovrastata da quel leggero ronzìo.

Anche la piazza.

Ma in piazza il ronzìo è soverchiato dal mormorìo delle migliaia di astanti.

Impazienti.

Eccitati.

Dal palco si levano discorsi che restano in aria.

Volano in alto, anzichè atterrare sulla folla.

Solo qualche parola, di tanto in tanto cade sul naso di qualcuno di quei volti che, a milioni, stanno sospesi a guardare cercando afferrare il senso di quella strana manifestazione.

Qualcuno si fa anche male, perchè qualche parola, si sa, è pesante, è come pietra.

Qualcuno schiva con prontezza.

 

Qualcuno ha deciso di fare la sua manifestazione in un teatro.

Mostrando mutande rosa.

E veline.

E si sbraccia discorrendo ed ansimando.

Grasso e sudato sembra un maiale seduto sul palco.

Ma il pubblico applaude.

Festoso.

Mangiano salsicce.

Ma nessuno beve birra.

Solo vino adulterato.

E si danno grandi pacche sulle spalle.

Con lascusa dell’affetto e della solidarietà si puliscono le mani, più che la coscienza.

Quella è sporca.

Ma nessuno la mostra.

Come il colletto della camicia.

Ben rinfoderato sotto il bavero del cappotto su cui è stata applicata una cravatta a forma di mutanda rosa.

 

Il Ministro non si trova.

I suoi occhi spiritati e la sua voce roca e volgare si sono perduti.

Il miracolo.

I miracoli.

Solo quelli restano.

Vuoti.

Inutili.

Blasfemi.

Anche le televisoni smettono di sfarfallare.

Ed ora scende il buio.

Ed il silenzio è terribile.

Sulla notte della repubblica.

Solo la piazza resta illuminata.

Sono i lampi che sprizzano da quel doppio milione di occhi piantati nelle facce delle persone assiepate in quella piazza, una folla immensa che riempie lo spazio aperto fino a farlo straboccare.

Milioni che sembrano miliardi.

Occhi che sembrano fari.

 

Fari che interrogano il buio, la notte, il vuoto dei palazzi del potere come Inquisitori impietosi.

Ma loro non si vedono.

Il premier.

Il Ministro dell’Ordine.

I vescovi.

Il papa.

Il Boia.

Spariti.

La forca è senza spettacolo.

Il palco è silenzioso.

Sembra una forca.

Quegli occhi sono come i traccianti di mille mitragliatrici.

Forse loro li temono.

Ma non lo dice nessuno.

Il silenzio ha preso possesso della repubblica.

Pietoso.

Innocente.

Rispettoso.

L’ORDINE

  

Parigi. Maggio, 1968.

 Com’è triste l’ordine che regna questa mattina e il silenzio del viale vuoto e desolato.

Dov’è finita tutta quella gran folla vociante e sorridente che animava la strada un minuto fa ?

L’urto con ognuno di quei corpi già accaldati dal sole di primavera era come una sferzata di energica allegria.

Certo, scartavo da una parte, ogni tanto. Ma era soprattutto per poter guardare meglio negli occhi quelli che stavano dietro.

Ci scambiavamo anche tanti saluti e qualche sguardo cordiale.

Ci facevamo compagnia, anche se poi non ci conoscevamo davvero.

Si, sapevamo di appartenere tutti alla stessa famiglia. 

Un solo clan di amici. 

La stessa pasta di uomini.

Una razza.

La razza dei rossi.

Rossi e negri.

Si, eravamo tutti negri.

E anche tutti comunisti.

Tutti rossi, negri comunisti ed ebrei.

E tutti zingari, anche.

Tutti poveri.

Si, sì, tutti barboni.

Clochard.

Clochard, abbiamo cominciato, ad un certo punto, a chiamare la nostra condizione di senza tetto. Così, per darci un tono, un pò di classe.

Eravamo tutti rossi negri comunisti ebrei zingari poveri barboni.

Clochard.

E anche gay !

Si, anche gay.

Tutti così, eravamo tutti così. Tutti così. Tutti uguali.

Tutti rossi negri comunisti ebrei zingari poveri barboni, o clochard, e anche gay !

 

Ognuno di noi parlava una lingua diversa.

Tutti insieme, però, parlavamo la stessa lingua, la lingua del cuore.

Ognuno di noi aveva la pelle di un colore diverso.

Ma tutti avevamo addosso i colori dell’arcobaleno.

Camminavamo mano nella mano, anche quando tra di noi correvano distanze di chilometri.

Eravamo uniti da un flusso, una tensione, una corrente che ci attraeva e ci teneva legati, stretti stretti.

Così, i nostri passi cadevano ritmicamente, cadenzati come una marcia trionfale. Calcavano il suolo e percuotevano la terra con orgoglio, fierezza, ardimentosa baldanza, si potrebbe dire, se non si cadesse nel rischio di un pizzico di retorica nostalgia. O di nostalgica retorica. Come si vuole.

Si, portavamo la stessa cadenza ed la stessa divisa e la stessa medesima espressione felice di estasiata vittoria sul volto.

Eravamo come danzatori di un unico corpo di ballo e partecipavamo alla più bella coreagrafia mai allestita a memoria d’uomo !

Guardavamo dritti davanti a noi, eppure conservavamo la consapevolezza di avere gli occhi piantati dritti nello sguardo di tutti.

Puntavamo tutti in un’unica direzione, ma ognuno percorreva la sua strada, nella direzione che lo rendeva più felice nel profondo del cuore.

E i cuori, i nostri cuori, oh, come battevano !

Battevano all’impazzata, battevano lo stesso ritmo che animava la nostra danza e la nostra marcia.

Ogni cuore risuonava come fosse il pacoscenico di un’orchestra intera.

E tutti insieme, con i nostri cuori ed i nostri palpiti, partecipavamo allo stesso unico grande concerto, allestito per il pubblico del mondo intero.

E quel pubblico immenso stava lì, davanti a noi, ansioso di partecipare alla nostra felicità e di sbandierare i nostri stessi vessilli.

E noi, noi stessi eravamo spettatori, spersi nella moltitudine di quell’immenso pubblico in estasi.

Eravamo spettatori di un unico immenso spettacolo nel quale svolgevamo tutte le parti ed avevamo assegnati tutti i ruoli.

Agitavamo bandiere, stendardi, gonfaloni, drappi, insegne, pavesi e orifiamma.

Innalzavamo tutti gli emblemi delle nostre mille fedi.

Emblemi tutti eguali perchè eravamo tutti paladini delle stesse fedi.

Fedi diverse, ma uguali.

Uguali, perchè uguali eravamo noi, diversi, ma pur sempre tutti uguali.

Innalzavamo l’emblema che portava dipinti tutti i colori del mondo, tutti i colori, come l’arcobaleno dei nostri corpi, uguali ma dai caratteri somatici ogni volta differenti, come i riflessi di un caleidoscopio multicolore.

Avevamo tutti la pelle nera e gialla e rossa e gli occhi a mandorla e i capelli biondi e ricci e crespi.

Avevamo sulla fronte petali di fiori e sulle vesti disegni colorati con le forme di tutte le le forme della natura.

Avevamo in petto gli stessi desideri e gli stessi ideali. Anche quando nutrivamo pensieri diversi.

Ci amavamo e marciavamo insieme.

 

Com’è triste l’ordine di questa mattina e il silenzio del viale, vuoto e desolato.

C’è come una nebbia che ci ha avvolti tutti, ci ha rapiti, tutti, lasciandoci soli con noi stessi, col nostro fantasma.

Da soli, rapiti e abbandonati su un’isola deserta.

Com’è triste e com’è vuota la piazza che avevamo riempito !

E com’è silenzioso cil ielo che ci restituiva l’eco dei nostri canti, delle nostre grida gioiose, dei nostri slogan vittoriosi.

Volevamo il mondo !

Volevamo prenderci tutto subito. Subito tutto ciò che i nostri sinceri desideri volevano !

Volevamo la felicità per goderne tutti insieme, tutti, tutti felici, più degli dei a cui guardavamo senza alcun’invidia.

Ci sentivamo potenti come dei, infatti.

Dei invincibili.

E più forti, eravamo, degli stessi dei, perchè la nostra invincibile forza era nella nostra durezza, nella compattezza ed unità del nostro schieramento.

Eravamo come un’unica forza irrefrenabile.

Potevamo germogliare come il principio della vita stessa.

Avevamo davanti a noi, nelle nostre possibilità, tutta intera la gamma delle scelte immaginabili.

Tutte vincenti. Tutte insindacabili.

Nessun male.

Nessuna colpa.

Nessun peccato.

Nessun dolore.

Nessuna infelicità.


Adesso è triste l’ordine vuoto che regna per le strade.

Si ode lontana, ancora, l’eco delle sirene, degli spari, dei colpi di frusta e di manganello con cui hanno creduto di disperdere la nostra marea.

Eppure non sono stati loro a piegarci. Mai ci sono riusciti !

Nemmeno quando hannos chierato i carri armati e sparato con gli idranti e scaricato i colpi delle pistole elettriche.

Ci avevano, invece, inaspettatamente – inaspettatamente per loro, è ovvio – compattati ancora di più.

Ci avevano fatto diventare solidi e massicci come una montagna di granito.

E le altre montagne, dai più lontani recessi del mondo erano venute ad ammirarci, in quella nostra assoluta resistenza pacifica.

No, nemmeno i colpi più violenti ci avevano piegato. E neanche i cani, nè i raid delle camionette, nè i fumogeni, nè gli idranti.

Ridevamo, quando ci intimavano di sciogliere la nostra massa.

Eravamo incoscienti, ma fieri e felici.

Un unico solo corpo indivisibile !


Adesso è triste, è triste il vuoto nel quale annega questa mattina sul viale.

Noi siamo diventati adulti, borghesi, possidenti, ricchi.

Siamo diventati numero, misura, misera quantità.

Siamo diventati sottrazione, divisione, frazione, infinitesimo, limite.

Oggi tutti siamo diventati qualcosa e ci vogliamo difendere.

Non ci sentiamo più neanche dei clochard.

Certo, abbiamo tutti una casa, almeno una casa, e una famiglia, e figli e conti in banca e carte di credito.

Ma non abbiamo più sogni, non più desideri, non più voglie.

Come hanno fatto a dividerci non lo so.

Forse abbiamo riso così felici che siamo volati via, leggeri, fluttuanti come una bolla d’aria.

Forse abbiamo deciso noi stessi di finire così, di mettere la parola FINE alla fine della nostra storia.

Forse la nostra storia non merita un finale.

O forse un finale per la nostra storia non può essere stato mai scritto da nessun altro.

O, forse, il finale, chissà, dev’essere ancora scritto, il finale della nostra storia, perchè alla STORIA non si può mai mettere la parola fine.

 


A chi vuole ancora scrivere il FUTURO.

GALASSIE LONTANE…


Lascia andare la musica.

Stasera è serata di abbandoni.

Le esigue energie sono sconfitte…

Lento il nodo della cravatta si scioglie e lascia sfuggire il respiro trattenuto come un rantolo.

Corre via veloce il soffio, come un topo impaurito sfugge all’insidia affilata del gatto affamato.

In gola non resta che un nodo stretto e pesante. Duro. Calcare salato che serra il respiro.




Non ho voglia di parlare o di scrivere.

Nessun respiro uscirà dalla mia bocca, nessun brivido percorrerà il mio braccio, nessun sussulto farà saltare il mio cuore.

Spento.

Spente luci, abbandono gli occhi al vuoto nulla.

Niente.

Nessun mostro è pronto a divorare la mesta noia che ha ingoiato il mio essere.

Niente.

Nessuna violenta scossa spezza l’immobile cappa che soffoca il calore umido della giungla tropicale nella quale mi sono nascosto.

Fantasmi, forme evanescenti, globi di luce, dischi solari, ammassi di stelle…

Il sogno è lento e sgocciola piano dalla notte sopra il mio cuscino.

Scorre come la scia di una lacrima sotto le palpebre.

Sfugge dalla prigione degli occhi socchiusi che accarezzano il silenzio riposante dell’oblio.

Mano nella mano al sogno, attenta a non fare alcun rumore, la notte in sottoveste nera, morbida, setosa, elettrica, fa intravedere le nude forme del suo corpo voluttuoso.

Il sudore accaldato del desiderio accarezza quel corpo nero e abbandonato. Lo spoglia lentamente. Lo succhia come una foglia di coca acidula. Come un petalo di papavero amaro. Come una sfoglia di tulipano nero.

Niente.

Nessun sospiro accende quella scena che assomiglia ad un’assemblea di mummie.

Nessun palito muove le ali di quelle farfalle morte nella crisalide del nulla.

Non voglio scrivere.

Non voglio parlare.

Niente.

Paralizzato, resto immobile al centro del letto e sprofondo nell’incubo più nero.

Vernice oscura ricopre le familiari forme della vita intorno al mio essere.

Immobile il movimento.

Informe il caos.

Nulla il niente del tempo che smette di battere alla finestra.

Crollano dal cielo le luci di ghiaccio gelido delle stelle.

Si abbatte come una valanga di pietra dura e la grave massa butterata della luna restata senza luce.

Precipita la volta del cielo e mi avvolge untuosa come un’informe onda di Tenebra.

Mostri! Mostri! Almeno voi fate sentire il vostro stridulo grido!

Animate questo niente paralitico che avvolge il mio silenzioso canto di morte.

Almeno voi, svolgete il vostro compito. Compite il vostro dovere.

Mostri, belve,  vermi, uscite dai vostri nascondigli e popolate questo mondo d’incubo immoto.

Niente.

Cedono i legami chimici della materia.

Si spengono le leggi della fisica.

Si dissolvono gli stati della natura.

Anneriscono le stelle sotto la fredda cenere che si spande per l’intero universo gelido come il volto di un demone morto.

Tutto smette di divenire.

L’essere stesso si ritira disperato dietro i riflessi di ghiaccio del freddo sole addormentato per sempre.


Niente.

Non voglio parlare, non voglio scrivere.

Cade la penna.

Svanisce l’inchiostro.

Nessun graffio segna la pagina.

Niente.

Nulla.

…………….

Poesia muta

Poesia d’America – SALVADOR DALÌ 1943

Silenzio.

Shh!

Il silenzio.

Si stende nel piano, sotto il cielo, trapuntato di stelle.

Nel buio il silenzio di alza maestoso.

Entra dentro di me come la possessione di un demone furioso.

Ma dopo il primo sussulto epilettico, che fa stridere i denti e accapponare la pelle delle mani rattrappite, il corpo si poggia adagio su quel tappeto senza parole, senza suoni, senza soffi, senza sussurri, senza respiri…

E’ un mantello siderale, come la luce orfana delle stelle, come l’ombra della luce lunare, vaga e serrata allo stesso tempo, dietro il passo malcerto del viandante stanco.

Shh!

Lo sento, posso sentirlo, se tendo l’orecchio…

E’ la voce del nulla, del grande Nulla, del Nulla eterno, del Nulla prima della creazione, del Nulla che conquisterà l’Universo alla fine dei tempi.

E’ una voce suadente, dolce, una vibrazione appena accennata, una increspatura degli spazi intersiderali, un’onda impercettibile, una variazione infinitamente quieta e profonda dello stato delle cose che sono nascoste fuori dal raggio del nostro sguardo.

Shh. Il Silenzio cammina, guadagna spazio e tempo, si avvicina per conquistare anche il mio essere.

No, il Silenzio non è la morte. La Morte. Il regno delle Tenebre.

No, il Silenzio non è la Morte. Il Silenzio è vivo. Corre, ormai, a velocità supersonica, e morde la terra e l’etere e inghiotte colori, suoni e profumi.

La Morte è inerte, immobile, gelida.

La Morte è disfacimento, trasformazione della materia, chimica che si decompone, regole immutabili che si infrangono per sempre.

La Morte è cancellazione, fine, assoluta perdizione.

No, il Silenzio è vicino. Lo posso toccare, posso tenergli la mano, sentire il suo passo battere al mio fianco…

Shh.

Shh!!

Eccolo.

E’ entrato dentro di me.

O sono entrato io nel suo Regno.

E’ come essere diventato parte della roccia di una montagna, immobile, compatta, pesante. Pesante. Pesante come l’infinita materia del creato.

E’ come essere goccia del mare. Ma di un mare immobile, fatto di acqua ferma, obbediente, tiepida, cristallina. Acqua che si oppone al raggio di luce, che gli impedisce di affondare la sua pugnalata, che non si può scalfire neanche col bagliore dei milioni di gradi  nei quali arde la stella più alta nel cielo.

Silenzio.

Silenzio.

E’ come vivere sotto un sole spento, sotto un cielo nero, sotto un manto di immota quiete.

Qui dentro, mentre esploro questo territorio mai calpestato da altri, sento tutto il peso dell’essere Uomo.

C’è uno specchio, laggiù, in fondo, all’angolo. Riflette senza luce un’immagine oscura, un’ombra, piatta, levigata, sfibrata, strisciante, informe…

E si muove, pare implori attenzione, sembra voglia guadagnare l’angolo più nero e mimetizzarsi nel nulla.

E prova ad urlare, storcendo paurosamente la cavità che voleva essere una bocca.

Ma nessun alito fuoriesce da quel buco sfinito. Nessun movimento modifica la quiete immota che circonda ed avviluppa il mio essere.

E più avanti, anche se non capisco come possa avvenire il mio movimento in quel territorio senza spazio, nè luce, nè alcuna altra dimensione, più avanti percepisco la presenza dell’Essere degli altri uomini, a me uguali, ombre senza forma identiche ad ombre senza forma e consistenza…

E’ una presenza intangibile. Forse un’immaginazione. Un sogno.

Forse solo un incubo nel quale annega il mio passo stanco.

Shh.

Silenzio.

Silenzio, ho detto.

Ho detto basta.

Silenzio, ordina l’Essere assoluto, l’Unica verità di quel mondo senza presenza.

Silenzio.

Si.

Solo muto, immobile, impercettibile, fragoroso silenzio che invade le mie cavità auricolari e penetra nella mia gola sfinita, e si impossessa delle mie membra abbandonate.

E dopo quella resa alla Potenza illimitata del silenzio resto senza forze, affranto, abbarbicato al mio Nulla irripetibile.

E resto lì, immobile, senza respirare, in attesa.

Teso.

Attento.

Concentrato.

Minuti. Ore. Giorni. Anni. Secoli. Ere.

Una, due, tre, volte fa il suo giro l’eternità, dal Nulla al Tutto, e poi così, di nuovo, al Nulla, e poi ancora al Tutto ed al Nulla e al Tutto, come un pendolo instancabile, regolare, preciso come l’oscillazione degli atomi di materia inerte.

In questo tempo senza misura resto così, a bocca spalancata, senza respiro, senza neanche più voce, nè desiderio di emettere suono. Sena respiro. Immobile e vivo. Senza respiro. Attento. Teso. Indurito come una gomena durante una tempesta. Immobile e teso come la canna di un fucile. Senza respiro e vivo. Senza respiro. Senza respiro…

Sono così, prigioniero e libero in quell’attesa che spasmodica e irrefrenabile.

E in quell’essere sospeso fra Essere e Nulla, seduto su quella giostra che fa andare avanti e indietro il ticchettio del mio tempo infinito, mi trovo nel mio territorio, nella mia città, nella mia dimensione, nella mia eterna patria metafisica.

E al mio fianco si stringono i miei compagni, tutti gli esseri che hanno camminato e strisciato e volato e respirato e anche solo sospirato nell’Universo sconfinato.

La Vita si stringe attorno a me, mi attanaglia, mi abbraccia e  mi riscalda.

E il Silenzio si unisce alla Vita stessa.

Nè lotta nè amplesso.

Metamorfosi.

Trasmutazione.

O lotta e amplesso che trasforma e modifica e trasmuta e ingenera e cogenera…

Silenzio. E Vita

E Vita e Silenzio…

E Luce e Tenebra e Nulla e Tutto e Caos e Ordine e… eterno eterno e… infinitesimo scorrere dell’Essere…


Queste cose vedeva Iperione dal suo carro rubato al Padre Onnipotente. E ad Icaro imprudente le raccontava, nel regno dell’Inframondo, cinrcondato dal fiume Oceano fonte di tutta la forza vitale del creato.

Iperione, sconsolato, scuoteva il capo del giovane greco con le ali accartocciate gocciolanti ancora d’acqua e di liquida cera sciolta.

Ed il suo bacio era silenzioso e infondeva la vita, prendendo dai piedi immersi nel vivifico pantano del fiume della creazione.

E il sorriso da dio greco del ragazzo fuggito nel sole si riflesse nel sorriso d’Iperione.

Giovani figli, ladri di vita, avidi d’ebrezza.

Si presero per mano.

E s’incamminarono.

Nel regno oscuro dove regna il Silenzio.

E nessuna voce interruppe il loro muto incamminarsi.

TIMES

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Silenzio. Silenzio. Solo silenzio.  Sul piano immobile della superficie piatta del lago le gocce si appoggiavano senza sollevare uno schizzo, senza un gorgoglìo, senza un ‘onda, senza un suono.

Silenzio, solo silenzio. Le foglie degli alberi, nell’immensa foresta tropicale, scheggiate dalle raffiche di pioggia traversa, restavano immobili sotto i colpi di frusta che cadevano dal cielo come la pena per un peccato irredimibile.

Immobili stavano gli uccelli, come sospesi in volo, fiutando il gesto che avrebbe donato loro il moto perpetuo della vita, il miracolo che avrebbe offerto alle loro ali la resistenza dello specchio dell’invisibile mare d’aria trasparente.

Silenzio. Silenzio e buio. Buio di tenebra. Tenebra che ancora non aveva conosciuto l’amplesso del lampo di luce scoccato da quel gesto irrevocabile. Oscuro abisso del tutto ancora confuso che ignorava il brivido dell’entrare nel mondo.

Attesa. Attesa congelata dal gelo della mancanza del tempo. Orologio a cui ancora non era stata data la prima carica e che ancora non aveva corso l’interminabile spirale delle stagioni che si rincorrono in un perenne senza fine.

Un’attesa percorreva la coscienza delle cose, già pronta, da sempre, ad offrire un nome ad mondo di esistenze senza numero. Un’attesa spasmodica. Un fremito immobile. Una tensione incontenibile, rattenuta solo dal desiderio superbo di nascere al mondo per prima.

Il gesto del dio stava per levarsi e la tenebra per sciogliersi. Gesto alto, ampio, solenne. Volubile. Sostenuto. Gesto di superbia onnipotente. O di onnipotenza superba. Gesto fatale. Gesto ineluttabile. Gesto incommensurabile. Gesto irrefrenabile. Gesto. Un gesto.

Il numero, fremente,  stava per esplodere in ogni direzione, desiderosi di dilaniarsi in una miriade di frammenti privi di dimensione misurabile. Il fluido della vita stava per erompere dalle fenditure di quelle particelle senza spazio.

Il respiro dell’uomo era ancora fermo in attesa di sollevare per la prima volta il torace di quella creatura ancora priva di nome e di calore. Ed il cuore era come un tamburo che ancora non aveva conosciuto il suono del suo primo battito.

Silenzio. Un silenzio che ancora non aveva conosciuto le amorevoli carezze dell’armonia musicale. Silenzio immobile come il corso del fiume che ancora non aveva preso la sua eterna corsa verso un mare nero e duro come il sasso.

L’aria vibrò. Improvviso eruppe un brivido dalle fenditure del buio. Una scossa spezzò l’immobilità del silenzio. La vibrazione del tempo ruppe la superficie di ghiaccio che imprigionava gli elementi ancora avvolti nella membrana originaria che li avvolgeva come un involucro inviolato.

Il gesto schizzò sull’acqua impazzita e sulle foglie che vibrarono elettriche. L’energia si scatenò nel corso delle maree e sotto le placche dei continenti. Il fuoco divampò dalle bocche dei vulcani e le foreste stormirono del primo respiro, mentre le creature si scrollavano di dosso l’insofferenza per un’immobilità durata troppo a lungo.

L’eternità pianse le sue lacrime più amare. Perduti, il mondo e l’universo e l’intero essere immobile. Perduti per sempre. Perduti per l’eterno scorrere del tempo contato dalle orbite dei pianeti intorno alle stelle di tutte le galassie.

Orfana. Vedova. Defunta. Eternità. Perduta per sempre. Violata. Offesa. Sfregiata. Contava ormai gli istanti che sembravano dare energia a tutta quella vita lasciata incustodita per ogni dove. Eternità, madre amorevole, privata dei figli più cari.

Eternità. Tempo senza fine. Utero sterile.