SERA DI PIOGGIA ASTRATTA

2015-02-24 18.24.23
Photo by Pierperrone

Tic.
Verde.
Con gesto secco schiaccio l’acceleratore.
E la velocità ruba tutto lo spazio alla vita.
Tac.
Giallo.
Gioca col tempo, l’interruttore, prova i riflessi.
Tic.
Una goccia, sul parabrezza.
Un’altra, una folla, uno scroscio.
Tac.
Verde.
Vado, saluto.
Tic.
Giallo.
La luce, come un interruttore: apre e chiude il flusso della vita.
Tac.
Verde.
Dallo specchietto, spio il corso del tempo.
Fugace, alla rovescia, vedo il mio film alla moviola.
Tic.
Giallo.
Occhi di gatto mi schivano, agili,
Tac.
Rosso
Fredda, la strada, lucidamente mi fissa.
Tic.
Verde.
L’istinto m’investe.
Il mondo tutt’intorno impazzisce.
Tac.
Giallo.
Viscido, sull’asfalto rallenta il fiume di occhi.
Tic.
Rosso.
E resto, nel buio, a fissare la luce.
Ferma, lassù…
Immobile…
Terrorizzata, resta a fissarmi…
Tic.
Verde…
S’ode lo sparo…
Un tuono lontano…

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PROFUMO DEL TEMPO PASSATO

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Alle volte basta una canzone nelle cuffie, sulla strada, mentre torni a casa, la sera, e sei distratto, disattento, un poco svanito.
E’ un attimo, un attimo solo.
Da quelle cuffie ti prende qualcosa, ti entra dentro, s’appropria del tuo essere, si confonde con quello che gli occhi distrattamente sfiorano e, che, pure, continua ad avere il nome di vita, coscienza, realtà.
La tua, le tue.
Sono la tua vita, la tua coscienza, la tua realtà, sono loro, sono loro le tue condizioni di oggi.
Eppure, invece, da quelle cuffie il passato ti assale.
Tende il suo agguato nascondendosi sotto forme discrete, nascostamente, a tradimento.
Ti stringe alla gola come un pendaglio da forca, quasi volesse rapinarti di qualcosa che ti appartiene.
E poi, dopo averti tenuto in ostaggio per un tempo che sai contare, una canzone, due, tre, ecco, ti lascia andare, con un altro tradimento che non ti aspettavi…

E così, con qualche rimpianto, ti ritrovi solo per qualche via che al tramonto s’infila in un batuffolo di luce rosata.
E dalla gola, dove quel passato ti aveva stretto forte le mani, sale un groppo difficile da ingoiare.
Sarà l’effetto di quel tentativo di strangolamento fallito.
Ma poi, lentamente, mentre la musica sfuma, anche un altro sintomo si fa sentire inavvertitamente, e pensi che sarà una forma di allergia al tempo, una malattia endocrina, o da stress, una forma disadattamento, disturbi della polarità.
Il tempo che passa lascia queste tare.
Si tratta di una specie di liquida secrezione degli occhi, che comincia ad affacciarsi inaspettatamente mentre stai distratto e guardi, a volte, verso un orizzonte lontano che si tinge d’arancio o di rosa salmone.
Saranno quelle tonalità ad essere urticanti per l’anima…
Così cerchi di chiudere le imposte, per riparare un poco le tue finestre sempre spalancate, tanto quel mondo che stai vedendo così acutamente da pungere, nessun altro lo può vedere…

Poi, la musica, pian piano si spegne.
Oppure è la strada, che si spegne, dopo che ha finito di inerpicarsi nel giardino delle fate e si è allungata sul viale ferrato che porta verso la vita di tutti i giorni…
Chissà…
Ma ti resta nel naso quel particolare profumo.
Inconfondibile.
Lo riconosceresti fra mille.

UNA SERA FELICE

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Ho guardato attraverso i vetri, e ho visto.
… Il sogno.
Era dentro una stanza.
Illuminata da una luce gialla.
Una stanza.
In realtà era un grande stanzone.
Diviso i due da un accenno di parete divisoria, come un dente sul soffitto.
Un tramezzo tagliato, appeso ancora là, al solaio.
Attaccato, forse, al ricordo di qualcosa che ora non c’è più.
Ad un sogno.
Quel sogno.
Il sogno che stava proprio dietro a quei vetri.

Fuori pioveva.
Ci stavamo bagnando come…
Non importa come cosa, ci stavamo bagnando.
Io e lei.
Io e te.
Un tempo passato insieme.
Un tempo che non si può più contare.
Un tempo che è un’altra parte di me.
La mia stessa ombra, forse.
La mia stessa anima.
Forse sei tu, quel tempo, amore mio.
Tu che ne sai?
Se te lo dico, amore mio, si perde il silenzio.
Finisce l’incantesimo.
Il silenzio è la magia che tiene in piedi l’incantesimo.
La magia del tempo.
Quel tempo che dura tanto..

Pioveva.
L’acqua, spinta dalle raffiche del vento, attraversava la notte come una freddo pettine d’acciaio.
Colpiva come una frusta leggera.
Lasciava segni sul soprabito, piccole scie lucide, gocce gialle colate da qualche lampione che scivolavano fino a perdersi dietro l’orlo.
Segni lunghi.
Ferite di sangue color ocra.
Sangue che, scendendo sempre più giù, si faceva scuro.
Dello stesso colore della notte.
Di quella notte.
Della notte della tarda primavera che sembrava che fosse tornato l’inverno.
Alle volte succede, il tempo si volta indietro, a guardare, a cercare forse qualcosa, ad attendere qualcuno che s’è attardato…
Che ne sappiamo, noi?
Alle volte succede.
E’ maggio.
E le rose sono schiuse, come donne in amore.
E il vento, che porta i profumi dei fiori lontani, d’improvviso si gira.
Si ferma, per un attimo, l’aria.
S’immobilizza.
E poi comincia a svolgersi alla rovescia.
L’odore dell’umido.
La terra bagnata.
Il freddo che punge…
Arriva qualcuno in ritardo.
S’era attardato.
E il tempo s’è voltato a guardare.
Un latrato.
Un’eco lontana della stagione già trascorsa.
… Forse, si tratta solo di rimettere i ricordi al posto giusto.
Così, le tessere del mosaico tornano in ordine.

Ma non era così.
O meglio.
Sotto la pioggia, di sera, stavamo davanti alla vetrina e cercavamo solo un posto dove mangiare.
Stanchi, come ci piace essere stanchi.
Quando le cose sono al loro posto.
E la stanchezza non è ansia delle cose sparse alla rinfusa da un colpo di vento improvviso.
Pioveva a raffiche strette.
Denti di balena, leggeri e fitti fitti.
Un vapore umido avvolgeva i lampioni aggrappati ai muri screpolati.
Gli spigoli dei vecchi mattoni di creta rossa erano consumati dal fiato profondo di mille stagioni.
Un cane randagio ci è passato vicino, ha annusato le tue scarpe bagnate e ti ha guardato in modo strano.
Ti voleva chiedere qualcosa, ne sono sicuro.
Ma poi ha desistito.
Avrà pensato che non ne valeva la pena, con due tipi come noi.
Cosa mai potevamo raccontargli di nuovo, noi, stranieri in questo incantato paese, a quel cane randagio, saggio, maestro della dotta sapienza dei cani randagi?
Con un gesto distratto ha voltato la testa ed è andato.
Rapido.
Aveva certo qualcosa d’importante da fare, qualche commissione, un’ordinativo da consegnare, una missione da compiere.
E’ svanito nel nulla com’era arrivato.
Dal nulla.
Noi abbiamo sorriso.
Senza capire.
Senza avere neanche un motivo.
Così.
sarà stato quel cane randagio.
Sarà stato l’imbarazzo d’esser restati così.
Lì.
Davanti alla grande vetrina.
A cercare qualcosa da mangiare.

Quando ho guardato dai vetri ho visto.
Il sogno.
Una grande stanza piena di luce gialla.
Immersi in quel mare denso, sospesi fuori dal tempo, da secoli, stavano due tavoli quadrati.
O erano tre, o quattro.
Ed altri, forse, stavano ancora nascosti, vuoti, dietro a qualche angolo nascosto alla vista.
Le sedie raccolte, attorno a quei tavoli che galleggiavano nella marea morbida, erano vecchie sedie da bar.
Plastica verde.
Gambe sottili d’acciaio.
Sette, otto, fantasmi seduti a quei tavoli.
Si stagliavano chiari, dietro a quel vetro.
Dentro, morbido, il vapore dell’aria viziata s’era adagiato al vetro freddo e diritto.
S’era messo a guardare fuori dalla vetrina.
Forse eravamo stati scoperti.
Ma nessuno s’era girato a guardare.
La partita, a quei tavoli, continuava in silenzio.
I rumori della vita, una vita da bar ferma da secoli, non giungevano fuori dove noi restavamo fermi a guardare.
Forse i fantasmi non fanno rumore.
Muovono solo le bocche.
Fanno finta di ordinare una bottiglia all’oste che li guarda giocare in silenzio.
Tutto accade in silenzio, nella grande stanza dalle pareti ingiallite dal tempo.
Anche quando entriamo, il silenzio si affetta con la lama dei nostri coltelli.
Chiediamo se possiamo mangiare.
E un soffio, un sorriso.
Ci risponde di si.
L’oste, premuroso, ci prepara un tavolo tutto per noi.
Non è tanto romantico, amore mio, un tavolo tutto per noi, in un posto così lontano dall’ingiuria del tempo?

I fantasmi parlano una lingua che assomigli molto al francese.
Hanno i volti rugosi dei vecchi.
Quei volti dolci, che la fatica ha schiaffeggiato senza fare troppo del male.
O, se l’ha fatto, non ha lasciato segni troppo profondi sui volti.
Raccontano di più le mani callose.
E certe imperfezioni delle articolazioni.
Che sembrano contorcersi come nodi di vecchi alberi piantati secoli fa nella tenera terra marrone.
Gambe che sembrano tronchi incerti piantati male sul pavimento di pietra.
Braccia spuntate come rami nodosi dal fusto nascosto sotto camicie dai colletti sempre abbottonati, camicie e colletti che non hanno mai conosciuto l’onda volubile della moda passeggera e distratta.
Parlano un’incomprensibile lingua imparata milioni d’anni fa, stando in silenzio a spiare i discorsi di antichi animali oggi scomparsi.
Una lingua dolce, e morbida, elegante.
Come il francese dei vecchi romanzi di dame e cavalieri che certamente quei vecchi fantasmi hanno conosciuto portando i cavalli a bere nel fiume.
O all’acqua di qualche fontana.
Tengono stretti nelle mani strani fogli quadrati.
Segni del mondo della magia.
Che raccontano il destino del mondo.
L’eterno destino degli uomini.
Una mano si vince.
Un’altra si perde.
Finchè non finisce la partita.
Ed è sempre troppo presto, per ognuno, che, sempre, si vorrebbe chiedere, testardamente, una mano ancora, una rivincita, un altro giro di carte.
Ma la partita è finita.
E rassegnati dobbiamo riporre il nostro mazzo.
Ormai.

Siamo rimasti a lungo a guardare.
Il piatto, freddo, s’era vuotato da tempo, ormai.
Anche la bottiglia.
Vuota, ormai.
Il bicchiere, un calice piccolo da dessert, fuori luogo per un bel bicchiere d’un rosso corposo, con l’ultimo sorso, girava distratto fra le dita.
Due piatti, invero, due bicchieri, due bottiglie.
Forse eravamo un pò brilli.
Due, come le due chiacchiere scambiate con quei vecchi fantasmi senza età.
Due parole per carpire il segreto di quel gioco fatto con quei segni sbiaditi dal tempo.
Due parole di risposta, veloci.
Due segni.
Più, ancora.
Due cenni lanciati di sfuggita, come i segni che si danno i vecchi seduti a giocare alle carte nei vecchi bar di provincia, immersi nella gialla luce fioca di vecchie lampadine elettriche ormai fulminate.
Io non ho capito quella fugace lingua che ha un vago accento francese ormai consumato dall’uso.
Io non ho capito, ma siamo stati felici lo stesso, no, amore mio?
Non costa molto una serata di felicità.
La sua moneta è fuori corso, da tempo.
Non si trova nei caveau delle banche, la moneta per comparsi una serata così.
E così, quando è arrivato il momento del conto, non volevamo andarcene più.
Eravamo diventati anche noi dei fantasmi fuori dal tempo.
Parte di quel locale, immerso in un mare livido di luce giallastra di vecchie lampadine elettriche.
Stavamo bene, dietro a quel vetro col vapore liquido che scolava sulla vetrina, mente due nuovi avventori, curiosi, guardavano dentro mentre fuori piovevano, forte, grosse gocce fredde di pioggia.
Ci guardavano e in silenzio indicavano verso di noi.
Forse il silenzio voleva dirci qualcosa.
Ma, non importa, amore mio.
Il significato si perde, nelle sere felici.
La felicità si ferma per un attimo solo, e poi, se ne va, scondinzolando come un cane randagio che s’aggira distratto per le strade, di notte, sotto la pioggia gelata.
Poi, scompare.
Svoltato l’angolo consumato dal tempo.

CARDELLO

Marc CHAGALL - SERA ALLA FINESTRA

A

Cippettava un cardello

sopra un ramo giallo, stasera;

solitario, s’alzava il suo canto,

alto, sulla sorda città che or s’acqueta.

a

Fringuellava il suo requiem

serale al sole morente del giorno

che or s’è arreso alla luce stellina,

alla luna, che, trepida, or sopraggiunge.

aa

Pigolava la voce leggera

il cantico antico del cielo…

la preghiera alla sera che scende…

l’abbraccio dell’ombra… la quiete or mi sorprende …

a

LA FABBRICA – LUNARE ATMOSFERA

TRALCI DI VITA

E’ di cristallo quest’atmosfera lunare in cui siamo immersi, vivi che non sanno bene cosa voglia dire essere vivi.

Respirare, respiriamo.

Inaliamo quell’aria liquida e brillante che è fatta dello splendore dell’argento, della forza metallica del mercurio, della durezza adamantina del primo mattino.

Eppure non sappiamo dove va a finire, quando la inaliamo, tutta quella grazia miracolosa che la Natura ci dispensa milioni e milioni di volte, quanti sono gli atti del nostro respirare durante la vita che ci spetta. E ciò avviene per miliardi e miliardi di volte, tanti quanti sono gli esseri umani che compiono agni momento quell’atto straordinario di respirare a pieni polmoni quella miscela miracolosa e impalpabile che chiamiamo aria.

Non abbiamo idea della forza chimica e nucleare che arde dentro di noi e che mettiamo in moto, come mantici motori universali, per trasformare in vita, in puro rigoglio vitale, la rarefatta massa ineffabile che spingiamo nella fornace oscura e inesplorata dei nostri polmoni. Ed è là che si genera l’energia, là, in ognuno degli innumerabili cicli respiratori di cui si compone il nostro, più ampio, ciclo dell’esistenza, è là che avviene la straordinaria reazione che scatena le nostre forze, là, è là che che non sappiamo cos’è che ci rende corpi caldi, carne viva, magma incandescente.

E là, in quell’antro vulcanico, in quell’officina di Efesto, dove si incanalano le più potenti energie della nostra centrale umana, là, avviene la reazione che trasforma in feconda scintilla di vita la massa di informe cristallo liquido che abbiamo appena inghiottito, o inalato, o, come dir si voglia, respirato, ma sempre inconsapevolmente, inconsciamente, ineluttabilmente, invariabilmente… improbabilmente… e tutto ciò lo chiamiamo vita, dandogli un senso che non riusciremmo a comprendere se solo volessimo provare a cogliere il più piccolo grumo di senso, di significato concreto, materiale, pratico.

Non basta la spiegazione scientifica, fisica, chimica, di ciò che avviene in quei recessi che chiamiamo il nostro corpo, i nostri apparati vitali, i nostri organi.

Non basterebbero, non bastano a sè stesse, e neppure a noi, tutte le nozioni che spiegano quelle reazioni.

Non sono sufficienti, non bastano, non servono a spiegare il perchè di ciò che avviene, non sono in grado di dare ragione del verificarsi di un numero di atti necessitati che sfuggono ad ogni numerazione, atti obbligatori, atti necessari, atti che danno vita alla vita, atti che trasformano l’inesistenza in esistenza, la marcescibile materia, in vita viva, la putrescenza in potenza, in vita in atto, la bellezza in esistenza, la morta, morta, materia in Natura Naturans.

E’ questo il miracolo che avviene in noi, è questo il miracolo che noi siamo. E’ questo il miracolo che è il mondo che i nostri sensi costruiscono e sanno costruire dando il senso alle cose inanimate che stanno dentro di noi e fuori di noi e che chiamiamo, le prime, corpo, e universo, le seconde.

E’ un miracolo che non ha nulla di divino.

E’ un miracolo che ha molto più di un miracolo divino, chè, se ciò fosse, un miracolo divino, altro non implicherebbe che un dio che se ne sta lì a tenere in moto il moto perpetuo, per tutti i tempi dei tempi, a tenere in equilibrio l’equilibrio delle forze che dentro di noi, dentro ognuno di noi, si scatenano potenti, prepotenti, sovrane, tiranne e che, come tutti i voleri dei tiranni, sono soggette al mutevole cangiante umore della volontà dei tiranni.

Ed è così che, allora si muore, perchè una tirannica volontà che è in noi, o fuori di noi, volubilmente, ha mutato il suo volere ed ha fermato quell’inesauribile fabbrica di energie e forze superatomiche, rigirando in freddo il caldo desiderio di vita, in gelo l’ardore che arde in noi, in buio la luce del liquido cristallo lunare che ingoiamo goccia a goccia, in caos disordinato l’amore ardente che tiene in ordine il nostro esser vivi, in irrefrenabile desiderio di morte, l’inconsapevole forza della vita.

E subentra, allora, la decomposizione, che altro non è se non l’innestarsi della retromarcia in quel complesso articolarsi di movimenti, reazioni a catena, spinte e controspinte, legami e dissolvenze che, muovendoci, si muovono al nostro interno.

E’ di cristallo quest’atmosfera lunare in cui siamo immersi, vivi che non sanno bene cosa voglia dire essere vivi.

Respirare, respiriamo, come automi che non hanno coscienza dei propri movimenti, eterodiretti, soldatini obbedianti ad un destino che porta i gradi di generale.

Respirare respiriamo, come baciare, baciamo.

Le lingue che sentono il sapore della vita quando la incontrano sul loro percorso sono come le antenne che indicano la via dell’esistenza a certe bestie senza occhi.

Respirare, respiriamo e amiamo.

E così, come vivi che non sanno bene cosa voglia dire essere vivi, amiamo e non sappiamo perchè quella forza che chiamiamo attrazione, quell’energia che chiamiamo amore ci tiene in vita, ci fornisce il carburante per mettere in moto e tenere acceso il motore ipernucleare che spinge la pompa del nostro cuore.

Amare, amiamo.

Ma amiamo le cose, come poveri ottusi che siamo ed ignorando ciò che siamo, senza conoscere le forze immani che ci tengono insieme, senza sapere che le reazioni che avvengono dentro di noi trasformano l’inerte materiale chimico di cui siamo composti in vitale materia che sanguina e soffre oppure gioisce ed ama.

Certo, per amare, amiamo.

Ma amiamo inconsapevolmente, senza sapere.

Oh, se fossimo coscienti di quel che siamo, di quali potenze siamo capaci, di quali miracolose azioni siamo autori responsabili!

Quale immensa superiore forza assumerebbe il nostro atto d’amare!

Sarebbe il moltiplicarsi all’ennesima potenza delle nostre infinite forze.

Sarebbe l’amore della vita per la vita.

Sarebbe il miracolo del miracolo.

Sarebbe la nascita di un nuovo superiore essere che oltrepassa l’inane dimensione dell’essere che è senza sapere di essere.

Sarebbe la venuta al mondo di quell’essere che, al contrario di quel che non sappiamo di essere, saprebbe ben essere l’Assoluto, ciò che fa essere l’essere per sè stesso e, per il proprio tramite, fa essere il tutto, ciò che è, ciò che è dentro di sè, ciò che è fuori di sè e anche tutto ciò che potrebbe essere se solo quell’essere lo volesse.

Non è un fatto di scienza.

E’ un fatto di coscienza, di autocoscienza, di conoscenza e di dominio, attraverso la conoscenza, sui vettori delle proprie forze, sui vortici delle proprie dinamiche più profonde, sui legami delle particelle più elementari.

Sono quelli che tengono unite le cellule del nostro corpo, che producono il calore del nostro sangue, che mantengono liquido il plasma dei nostri fluidi.

Ah, se solo volessimo avere conoscenza di questa così piccola cosa che siamo, si, di questa infinitesima parte dell’universo in cui siamo parte, di questa molecola elementare d’atmosfera lunare cristallina in cui siamo immersi, noi, che, invece, siam solo vivi che non sanno bene cosa voglia dire esser vivi.

Respirare, respiriamo.

Oh, si, respiriamo.

E poi, quando giunge il momento che una parte del nostro essere, capricciosamente non vuol più fare ciò che semre, da sempre, ha fatto, incosapevolmente e senza alcuna cognizione di causa, senza emozione e senza merito, allora, semmai, abbiamo, per un attimo, un barlume di coscienza di quell’eternità che abbiamo sprecato e allora, in quell’attimo eterno in cui si sospende ogni nostra attività vitale, restiamo a rimirare, piangendo, quell’immensa potenza che siamo stati, da sempre, per sempre, e che, ormai, non vogliamo esser più, che, ormai, stiamo abbandonando, senza neanche un perchè, senza neanche un motivo, senza neppure una ragione, o una giustificazione.

Sarà per stanchezza?

Per gioco?

O per disaffezione alla vita?

Sarà una malattia dell’essere a toglierci di mezzo, oppure una volubile scelta del caso che ci volle così volubili?

Chi mai potra dirlo?

E intanto, sull’orlo di quella scogliera in cima alla quale ci troviamo, in quell’attimo in cui ci sporgiamo, per un’unica, ultima, volta a guardare nel fondo del baratro, dell’abisso, dell’ignoranza, in cui siamo vissuti, ecco, da lì, in quel momento che non può aver fine perchè non ha una misurabile durata, ci coglie il desiderio di cominciare a conoscere il mistero della nostra esistenza, del nostro essere stati vita, corpi, materia animata.

E proveremo, ma solo per quell’estremo attimo infinito, la meraviglia di vedere quel che siamo, o siamo stati, o avremmo potuto essere.

Ecco, quella meraviglia.

E’ quella meraviglia, o l’ombra del suo desiderio più prossimo, è quello che ci tiene in vita, ci fa guardare intorno, respirare, baciare, amare.

E’ quello il miracolo.

E’ quello che fa brillare il cristallo della nostra atmosfera lunare, anche se solo per l’esistenza senza fine di un solo ttimo.

ALLA SERA

(Ugo FOSCOLO)

Forse perché della fatal quïete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

 

CHIANTI

E’ giunta la sera, calata la notte.
I pensieri ormai vagano spersi
nell’ombra viscosa del tempo.

Senza colore. Solo nel grigio,
nel bruno del sangue,

sfioriscon le stelle del cielo di notte.

E’ notte. E’ finita la sera.
Il silenzio alle stelle
innalza una muta canzone.

Solo il rosso brilla
tra i fuochi di festa
nella notte di sangue.

Il fiume denso. Confuso,
il fumo alto. La vita, ormai,
conclude il suo viaggio.

La macchina, la leva, il vapore,
mostri fumanti e affamati
divorano, a quest’ora, il pasto ferale.

L’umile bestia è asservita.,

doma al mostro impietoso.
Singulta la povera ombra.

Nulla sazia la belva che rugge,
e alto l’urlo ferino si leva.
Mentre oscura è sparita, Selene.

Silenzio di morte, irreale.
Silenzio. Singhiozza il turbine
del vasto mantice che soffia.

Silenzio spezzato dai canti.
Inni di folle si levano. Peana.
Urla di morte. Pianti. Lamenti.

Le folle non son che umili masse.
Dolenti offerte al tempio trionfante.
Carni alla belva. Sacrifici di sangue.

Pianti di madri. Urla d’infanti.
Carni straziate a passo trionfale.
Una folla s’avanza all’ultima meta.

Il mostro si erge, si eleva.
Poi rutta le vampe
sul popolo in marcia.

Il puzzo d morte
si eleva. Si erge
il canto di morte.

A passo trionfale
corron le folle
al Gorgo trionfante.

Cosa resta di loro?
Un suono, un sorriso,
un sogno mai domo.

Un riso, una donna,
un bacio. Promesse.
Un seno. Carezze.

Dei figli. Un futuro radioso.
Un mostro. La fame.
La morte. Un sogno negato.

La ruota si gira, si volta.

La notte si oscura.
Si spengono gli astri.

Si posa Selene.
Si oscura ogni varco.
Si spegne ogni sogno.

E’ notte. Col sonno,
il rosso del sangue
è confuso col chianti.