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ROMAPPASSEGGIO

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ROMA OGGI

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

VITTORIO GASSMAN E ROMA
(La repubblica.it)
“Come è brutta, Roma. Brutta di questa sua accecante bellezza, su cui risaltano i segni dello sfacelo come una voglia di barbabietola su un volto purissimo”. Era la primavera del 1995 e Vittorio Gassman scriveva al suo amico Giorgio Soavi una lettera d’amore e di odio per la città eterna (qui letta da Emanuele Salce) che lo aveva accolto ragazzino e gli aveva dato la fama. Vent’anni prima del tweet del figlio Alessandro che oggi invita i romani a prendere la ramazza e a ripulire la città al grido di #Romasonoio. Lo scritto è stato riscoperto durante una delle passate edizioni del Festival delle Lettere che quest’anno si svolge a Milano al Teatro Litta (8-11 ottobre), tema la “Lettera di pancia”. “Nessuno vede più nessuno – si sfoga Gassman – gli intellettuali si fanno le pippe, i cafoni si ammazzano di fatica per illudersi di divertirsi nel tanfo dei night, nei cinema dal sonoro schifoso, nel pugnalarsi allo stadio. La televisione ha rimpiazzato la realtà (…) Credo che per uno come me, che ha sia pur modestamente lavorato sui materiali dell’arte, la bellezza non sia un optional ma un’esigenza, un irrinunciabile elemento dell’alimentazione. E tanti, per fortuna, la pensano ancora così, la partita non è ancora chiusa”.

Guarda il video e ascolta le parole di Vittorio Gassman:
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MAFIA CAPITALE

Photo by PIerperrone (Ex carcere minorile del complesso di San Miche a Ripa - riflesso)
Photo by PIerperrone (Ex carcere minorile del complesso di San Miche a Ripa – riflesso)

Che cosa dire?
Resto ammutolito.
I notiziari vomitano notizie nei nostri salotti, nelle nostre case, sulle nostre tavole.
Ora, adesso, mentre stiamo riuniti per la cena.
La famiglia si riunisce, quasi per carezzarsi, consolarsi, ritrovarsi dopo l’assalto del giorno.
La sera si avvicina e ci accoglie, cullandoci, come per farsi perdonare dei lampi fulminanti che ci hanno abbagliato per tante ore.
Un bacio sugli occhi.
Un altro sul cuore.

Siamo in tanti, nella stessa situazione.
Ognuno dietro il fragile muro della solitudine urbana.
Ognuno dietro al sottile muro che ci separa dalla solitaria cena dei nostri vicini.
Solitari, ci affidiamo al televisore, al notiziario, al telegiornale.
Il mezzobusto subito ci arringa con i titoli.
Le solite morti.
Le solite tragedie.
Le solite meschinità.
Il mondo, attraverso i notiziari, è fatto di poca cosa.
La vita è in balia della fragile casualità.
La tragedia incombe.
Solo l’imprevedibile fato, una cieca fortuna, potranno salvarci.

Ma il giorno ancora non si rassegna a passare.
Lascia le sue ferite sul nostro corpo martoriato e stanco.
Come fanti che hanno marciato per ore nel fango, abbiamo posato le nostre divise da impiegati, maestri, pensionati, cittadini, negli armadi ed abbiamo indossato i nostri veri costumi nazionali, ognuno quello della sua repubblica indipendente.
Tute che non hanno niente di sportivo.
Jeans che hanno perduto ogni colore del mare genovese.
Pigiami che non andranno mai ad un party per ammazzare la serata.
Il trombettiere interno ci sta cominciando a suonare la nenia del silenzio.
La nostra bandiera sta per essere ammainata per la notte.
La morte provvisoria del sonno non ha ancora preso possesso temporaneo del nostro essere.

Siamo fragili, ora.
Indifesi.
Espugnabili.
Le nostre mura mostrano con evidenza le falle che durante il giorno riusciamo in qualche modo, in ogni modo, a nascondere.
Le nostre difese sono cadute.
Potremmo arrenderci al nemico.
Ma possiamo ancora attendere.
Poi, dopo, più tardi, forse domani.
Ci penseremo.

L’assalto proditorio ci coglie quasi impreparati.
No, non l’assalto arrembante delle notizie, dei fatti, degli accadimenti, degli eventi.
No, il giorno ci ha tenuti svegli, attenti, vigili.
I mille terminali a cui sono connesse le nostre menti ci hanno continuamente tenuti aggiornati sull’evolversi del mondo, dell tempo, della storia.
Il presente continuo in cui siamo immersi, il nostro acquario spazio-temporale, è un continuum su cui scorrono i sottotitoli di ciò che non vorremmo mai venire a sapere.
Come i minuti, che scorrono senza il nostro consenso, le notizie ci bombardano, durante il giorno.
Quindi, l’assalto a tradimento non sta nei fatti che lo speaker ci STA raccontando, ora, proprio che siamo, seminudi, senza difese.

Cos’è?
Cos’è che ci fa così male?
Cos’è che ci colpisce, e ci tormenta, ci ferisce e ci fa sanguinare?
Cosa c’è di nuovo in quello che il notiziario ci sta vomitando nei piatti?
E’, amico mio, la verità.
Soli, nudi, accoccolati intorno agli avanzi del nostro pasto, tornati ad essere membri del branco a cui apparteniamo veramente, in questo momento, è la verità che ci piomba addosso come un ordigno sganciato da un aereo muto che volteggia invisibile sopra di noi.
O forse sta dentro di noi.
Comunque, è il cuore, il primo ad essere colpito.
Ora, adesso, è lui, il cuore, ad accusare il colpo.

Mafia capitale.
Le parole dello speaker sono le stesse.
Anche se hanno suono diverso, le parole dello speaker del notiziario che ha le insegne rosse sono le stesse di quello del notiziario che porta la bandiera azzurra.
Tutte bandiere a mezz’asta.
Tutte bandiere false.
Tutte a mezz’asta solo per finta, per gioco, per spettacolo, per truffa.
Come le bandiere di quelli che la polizia si è portati via.
Ma lo sanno, quelli che sono stati portati via, che insieme a loro, i carabinieri si sono portati appresso anche un pezzo del nostro cuore?

La verità pesa, adesso, sullo stomaco, più della cena che abbiamo svogliatamente ingoiato.
Con i grassi ed i dolci vogliamo compensare la fatica di essere stati alienati per tutto il giorno, come topi fra le grinfie di un gatto feroce che vuole giocare con noi per almeno quarant’anni, fino ai nuovi limiti del pensionamento stabiliti dalla legge della contributiva ministra Fornero.
La verità pesa più dello stipendio che a qualcuno hanno pagato soltanto qualche giorno fa.
La pensione è evaporata, per qualcun altro, direttamente allo sportello dell’ufficio postale, ma, per quanto strano ciò possa sembrare, questa verità, stasera ci fa male ancora di più.
A tutti, comunque, si è posato sul cuore il ricordo nostalgico d’un lontano tempo passato… un tempo che non siamo sicuri sia esistito davvero… e non sappiamo neanche se veramente quel passato sia mai stato un vero presente oppure se si tratta solo del desiderio di spingere indietro questo presente che la voce dello speaker non riesce a fare finalmente passare.
Mi resta sullo stomaco, questo presente.
La verità è pesante da digerire.

SPRING

Photo by Pierperrone Photopost cliccare sulla foto, oppure qui
Photo by Pierperrone  –  Photopost: cliccare sulla foto, oppure qui

Passeggiare in questi dolci giorni primaverili arricchisce l’anima, oltre che corroborare un pò il fisico provato dalle troppe ore di poltrona in ufficio.
E dato che ormai siamo dotati di fotocamere telefoniche sempre più perfezionate, possiamo catturare schegge di primavera e portarcele a casa come pepite, o gemme, rapite al ventre della montagna o, meglio, all’azzurra volta del cristallo celeste.
Schegge di gemme colorate, pepite preziose più di gioielli d’oreficeria.
La natura compie il suo miracolo, in questi giorni, mostrando ad ognuno che ogni cosa si trasforma, muta, scorre e niente resta imperituro o eterno, immobile e fisso.
Gli occhi, nel mirino della fotocamera, godono dello spettacolo di un mondo che abita nel fondo della retina, anzi più giù, o più in fondo, là, in quell’ombra che chiamiamo anima, pronta a brillare del riflesso della luce e della vita.
E, come una fonte miracolosa, sa restituire allo sguardo molto più di ciò che la semplice luce ha potuto illuminare.
Un fiore, per esempio, diventa colore, intenso come sangue, o come umore o essenza pregiata, e diventa, andando più a fondo, anche profumo, come se quell’essenza si facesse sensuale creatura, fiore che si fa carne, morbida, tiepida, nuda, generosa, desiderosa di dare e ricevere piacere come la Ninfa di Primavera.
Non si può sfuggire al richiamo di un fiore in primavera.
Amante al cui fascino non si può che cedere.
Così, una foto, la primavera stessa, diventano un pò una festa della natura, una festa di Afrodite… e si può anche comprendere, anzi, sperimentare ogni volta, e vivere su se stessi, e con se stessi, sulla propria pelle, sul proprio corpo, nel proprio essere più intimo e profondo, quanta è la forza, il richiamo, dei sensi…
E la natura compie, si, ad ogni primavera, il suo miracolo eccelso, che possiamo fare entrare in una foto, se vogliamo, o nel cuore, se si preferisce.
Ed io lo preferisco.
E sento, e comprendo, che il miracolo di ogni vita, per quanto precario sia, è spiegabile solo se partecipa del miracolo della primavera, che altro, poi, non è, se non uno dei mille nomi della dea Afrodite, o Lilith, o Venus, o Isis…


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INCUBI REALI

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Salire gli ultimi scalini della scala nella metro è lo sforzo per entrare nel mondo.
Ogni mattina, questo sforzo.
Lo stesso sforzo per quegli ultimi tre o quattro gradini che portano nella bocca della realtà.
Tutto ciò che vi è dietro è ancora sogno, intorpidimento, tepore, calore protettivo, tana, ventre, utero materno, amore… tutto ciò che la vita è dal lato individuale, privato, riservato, nascosto…
Può anche essere inquietante, questo mondo esclusivo, inaccessibile, segreto, ma resta reale quanto basta per essere il rifugio da cui si parte ed in cui ci si addormenta ogni volta.
Ma…
Salite quegli ultimi gradini, gli ultimi tre o quattro, gli ultimi due, l’ultimo…
Salite sulla piattaforma, sul binario.
Salite!
Mischiatevi con gli altri, con gli sconosciuti, con la massa, la folla, la gente, la calca, la confusione.
E’ come se vi rubassero il portafogli: cosa che, peraltro, spesso capita, nella ressa.
Ma insieme al portafogli, ed ai soldi, e agli appunti, utili o inutili, vi rubano anche qualcos’altro.
L’identità.
Il nome.
L’esistenza.
Nel numero indistinto degli sconosciuti si diventa sconosciuti a nostra volta.
Sconosciuti gli uni agli altri.
E anche a noi stessi, in fin dei conti.

Varcare la soglia del vagone, alle volte, spesse volte, vuol dire contraddire alle leggi della fisica, vincere l’incompenetrabilità dei corpi, dimostrare che la materia e l’antimateria possono entrare in contatto e litigare senza però annichilirsi reciprocamente.
Uno, tutti, sopravvivono.
Ogni mattina.
Inesorabilmente.
Domattina ritroverai sul binario la stessa massa informe, accalorata, rumorosa anche se sta in mortuario sonnolento silenzio….
E soprattutto ingombrante!
Varcare la soglia del vagone è come entrare in un tempio del demonio.
Non so se ci avete mai pensato.
Un vagone della metro viaggia nelle viscere della terra.
Sospinto da un’energia invisibile.
Riscaldato da un calore mefitico.
Tenuto in vita da fili e cavi artificiali.
E si sprofonda tra i vorticanti tentacoli di demoni dalle mille braccia.
Si annega in un vortice che stritola, spezza, spazza, strangola, strazia…
Inghiotte…
Ma poi sputa.
Ad ogni fermata.

E dai finestrini è possibile, quando ci si ferma in ogni stazione, vedere ancora, a tratti, i mille volti che l’inferno, là fuori, può assumere sulle banchine.
Forme demoniache o bestiali.
E stamattina m’è toccata una scena bestiale!
Una ragazza che raccoglieva l’immondizia.
Uscita da un incubo impensabile.
Una storia dell’orrido.
Una scena vera, reale, certa, effettiva, concreta… eppure terribile e tremenda.
La dignità mortificata.
La donna fatta schiava.
Chino a raccogliere gli escrementi del consumo.
Bottigliette di plastica vuote.
Brick di succo all’albicocca.
Carte di giornali.
Mozziconi.
Cellophane degli incartamenti.
Fazzoletti.
Si direbbe un bel modo di fare pulizia.
Si.
Certo.
Immondizia raccolta a mano.
Infilandosi sotto ai sedili.
Strisciando come una scimmia.
Solo, un paio di guanti di plastica gialla.

Il treno poi riparte.
Inesorabile.
Batte irregolare il tempo del macchinista.
Ritmato dai segnali rossi e verdi dei semafori in testa la treno.
Silenzioso, sbuffante, dopo il sibilo delle porte che si richiudono tagliando in due i ritardatari che si infilano di soppiatto fra le porte che si serrano come lame.
Il treno elettrico riparte, ansimante, traballante, scossone dopo scossone, ma veloce, elettrico, pulsante.
Negli occhi resta ancora la scimmia accoccolata sul marciapiede.
Scimmia umana.
E dieci o venti metro più in là, i suoi compagni.
Altri due babbuini col catarifrangente bianco e giallo.
Luccicante.
Brillante.
Stravaccati a terra.
Il fumo nelle mani.
Il vuoto nella testa.
La folla è un animale cieco.
Gli occhi del vagone presto restano ciechi, nelle viscere della città che inghiottono il treno.
Tutta la folla viene ingozzata dal tunnel che porta nel ventre della terra.
Tutti veniamo sballottati dal ruminare della metro, che digerisce e vomita, e poi mastica e inghiotte e rivomita sul prossimo binario, alla prossima stazione.
Il giorno comincia così, oggi.
Con questi incubi reali che restano attaccati al fondo degli occhi più profondo.
E non riesco a cancellarli.
Restano attaccati, come i passeggeri alle traverse del vagone.
Non vogliono scendere neppure al capolinea.
Neppure adesso che ormai s’è fatta sera.

REGINA DELLA NOTTE

Foto e video by Pierperrone (music by W. A. Mozart)
Foto e video by Pierperrone (music by W. A. Mozart)

Con voce acuta, gli occhi della regina,
puntuti pugnali, affondano nella notte.
Bagliori. Si levano nel cielo di ponente,
fiamme, alte. Ingoia, il cielo, il giorno.
Arde, tutta, la città, metafora. Il mondo
brucia, e, l’inferno, ecco, laggiù si apre!

Fornaci spalancate, là dal vasto piano,
vomitano rosso fuoco fin in cielo terso.
Di là, sprofonda l’orizzonte, e ispuman
giallastre lingue roche,turchini riflessi
sul mare di cristallo: l’anima in tumulto,
scossa, annega in la vermiglia vampa.

Oriente. Radi passanti sparsi. Il colle.
Chinati, la via invan salendo, il capo
l’ombra nera gl’incatena, inchiodato,
cupo, ‘n centro della notte. Tenebra,
cade. Oscura. Ciel di lavagna raggela,
remota luce, notte addensa, immota.

D’attorno, incantamenti istringon l’aere.
Marmi antichi, divine forme, e creature,
e voci, e alti canti. Misteri mi sovrastan.
Di lungi, spazi vasti, vòti. Lontane, torri
cupole, d’or, alte e tonde. E divi antichi,
lontane eco, di cui mi rimbomba il cor …

MIRACOLO A ROMA

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Roma è la città dell’inganno.
Nessuna legge della natura può ritenersi al sicuro contro l’intervento del numinoso che si maschera per alterarne il corso, o prima, o poi, è destinato ad accadere.
E meno male.
Perché l’evento ingannatore, ogni evento ingannatore, è destinato ad sollevare il morale di chi è in difficoltà, oppure soffre, o è in stato di bisogno.
L’inganno si offre come intervento risolutore, alleanza, fraternità della debole volontà di vivere con la potente forza dell’oscuro.
L’ombra si fa casa, letto, tempio per accogliere il viandante stanco e pellegrino, casa abitata da mostri, letto infestato da velenose creature, tempio votato ai demoni.
E presto, la preghiera offerta all’inganno, viene ripagata con l’oltraggio, la promessa col tradimento, la fede con il peccato.

Roma è città del peccato.
Nessuna legge della natura può ritenersi al sicuro contro l’intervento del numinoso che agisce per alterarne il corso, o prima, o poi, è destinato ad accadere.
E meno male.
Perché l’evento peccaminoso, ogni atto peccaminoso, è destinato a sollevare il morale di chi è in difficoltà, oppure soffre, o è in stato di bisogno.
Il peccato si offre come scorciatoia contro il dolore, soluzione contro il male, alternativa alla fatica ed alla sofferenza.
Ma il peccato è, per legge di natura, fragile, caduco, corruttibile.
E lascia presto spazio, nell’anima appena acquietata da un sorso d’ingannevole frescura, all’inestinguibile sete della brama e del desiderio.
Non vi è fonte, o acqua, o cibo, in grado di saziare l’eterna siccità dell’anima, ma il peccato è la pozione miracolosa che si offre per saziare ogni sete.

Roma è città dei miracoli.
Nessuna legge della natura può ritenersi al sicuro contro l’intervento del numinoso che si muove per alterarne il corso, o prima, o poi, è destinato ad accadere.
E meno male.
Perché l’evento miracoloso, ogni evento miracoloso, è destinato a sollevare il morale di chi è in difficoltà, oppure soffre, o è in stato di bisogno.
Bisogna avere fede, è vero, e meritarseli i miracoli.
Eppure, sapere che non si è soli, che non si vive abbandonati, che vi è qualcosa di più alto a sollevare le sorti dell’uomo oltre la dimensione naturale, consente alla speranza di non morire, offre il sollievo dell’inatteso, spezza le catene dell’ineludibile.
Miracolo.
Ecco, bisogna solo vedere di cosa si tratta.
Chi ha fede sa che ogni miracolo porta con se la meraviglia.

Roma è città della meraviglia.
Nessuna legge della natura può ritenersi al sicuro contro l’intervento del numinoso che si ferma per ammirarne il corso, o prima, o poi, è destinato ad accadere.
E meno male.
Perché l’evento meraviglioso, ogni evento meraviglioso, è destinato a sollevare il morale di chi è in difficoltà, oppure soffre, o è in stato di bisogno.
La meraviglia si offre spontanea agli innocenti, ai puri, ai candidi.
E per questo, la meraviglia, è negli occhi, prima ancora che nei cuori, dei bambini.
Ma il tempo che corre fra uno sguardo ed un palpito del cuore, specialmente in un corpicino di bambino, ha la velocità del lampo.
E, saetta, fende l’anima prima dell’aria, la meraviglia.
Spalanca abissi, apre orizzonti, conquista cieli.
Ogni spazio inesplorato, dentro o fuori dell’uomo viene improvvisamente sovvertito e conquistato.
Basta offrirsi allo sguardo.
Con occhio puro, innocente e candido.
Con occhio giocoso di bambino

Roma è città di giochi, e giocavano, oggi, a Roma, parole, musica ed immagini di luce…
Roma è Roma, inganno, peccato, miracolo, meraviglia e tanto altro ancora.
Oggi, passeggiando, si mostrava, come sempre, offrendosi a tutti.
Troppo facili similitudini la sua bellezza seducente offre ai costumi scostumati di questo tempo e di ogni altro tempo andato.
Ma Roma resta, eterna etèra, geisha, concubina, pubblica moglie.
O santa sopra ogni cosa, eterna e casta.
Dea, demone e mostro.
Come i mille dettagli che offrono le sue strade, ad ogni angolo, ad ogni passo, ad ogni sguardo.
Non si può non esserne ammaliati.
E restare invischiati nei mille richiami di questa sirena senza veli.

SAN MICHELE A RIPA

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Ci sono luoghi che hanno una storia che parla da sola.
Il complesso monumentale di San Michele a Ripa Grande è uno di quelli.
Sono andato a visitarlo domenica pomeriggio, in occasione di una apertura straordinaria dei monumenti romani e nazionali (viva le iniziative come questa!!!)
Era un bel pomeriggio, clemente, luminoso, fresco, d’autunno gioviale.
E anche fortunato, dato che siamo riusciti ad entrare e ad aggregarci alle visite guidate organizzate meritoriamente per l’occasione dal personale che, sono certo fosse volontario, si è prestato a mostrarci il sito con generosa disponibilità.
A questo proposito voglio ringraziarli davvero, e voglio ringraziare anche il Ministero dei Beni culturali che qualche iniziativa pure la sta prendendo.
La storia del San Michele a Ripa la si può trovare qui:
http://it.wikipedia.org/wiki/Complesso_monumentale_di_San_Michele_a_Ripa_Grande
http://www.iloveroma.it/immagini/sanmichele/sanmichele.pdf
Non voglio fare il riassunto, non avrebbe valore, quindi chi è interessato può leggerla da solo.
Vorrei solo evidenziare la funzione che per alcuni secoli, due o tre, all’incirca, il grande complesso ha svolto a Roma.
Fra la fine del XVII secolo, quando è iniziata la costruzione, e gli inizi del XIX, quando poi è andato, man mano, sempre più in stato di abbandono, è stata una struttura polifunzionale (come dice wikipedia) che ha svolto contemporaneamente diverse funzioni.
Orfanotrofio maschile con compiti rieducativi, scuola di arti e mestieri,lanificio ed arazzeria papale, falegnameria, ecc. per gli orfani maschi; ricovero per orfanelle senza famiglia e sostentamento, al fine di procurargli un marito oppure un posto in convento; ospizio per vecchi e vecchie senza sostegno nè dimora; carcere minorile maschile e femminile.
Ma ha ospitato anche i soldati come caserma, i carcerati come prigione politica, gli invalidi come luogo di ricovero, gli sfollati senza casa dell’ultimo dopoguerra come rifugio precario.
Ed è stato, tra l’altro, sede di taverne, esercizi pubblici e deposito di carrozzelle.
Infine, dopo l’abbandono e il degrado, i crolli e la speculazione, nonchè gli infiniti lavori pluridecennali degli anni ’70/80/90, è stato restaurato e recuperato ed ora ospita, tra l’altro, il Ministero dei Beni culturali, almeno in parte, l’Istituto superiore di conservazione e restauro, sale convegni, ecc.

E’ impressionante anche per la dimensione, oltre 800 metri di lunghezza del fabbricato, per un’altezza di oltre venticinque metri e più di quattrocentomila metri quadri di superficie (cito a memoria, perchè non ho trovato indicazioni su internet).
Ma forse, ciò che più mi ha colpito, è l’odore della vita che si respira ancora oggi fra quelle mura, vita, intendo coi suoi umori più intimi, la povertà e la malattia, la carità e lo sfruttamento, la colpa ed il peccato, la pena e l’espiazione…
Un intreccio di migliaia di esistenze che non hanno lasciato praticamente nomi.
Come per Pinocchio di qualche tempo fa.
Quanti ragazzi, zitelle, vecchi e vecchie, quante vite, quanti dolori, quanta miseria, sono passate attraverso quell’immensa bocca posta sulle rive del Tevere?
Ho portato la macchina fotografica ed ho scattato qualche foto, che poi ho montato con un pò di musica.
Dolce, per addolcire la sensazione di dolore che mi è rimasta dentro dopo la visita.
Preciso che alcune immagini sono state scattate all’esposizione fotografica organizzata come mostra temporanea presso il San Michele (http://video.ilsole24ore.com/TMNews/2014/20141209_video_14001650/00027063-litalia-scomparsa-nelle-foto-di-gargiolli-al-smichele-di-roma.php), immagini bellissime a cui ho rubato un poco di bellezza.
Tutto condito con il necessario bianco e nero che è servito per restituire alle immagini l’atmosfera del tempo che scorre, pure, però, con qualche eccezione del colore che affiora, qua e là, per marcare qualche immagine che è voluta sfuggire alla dimensione più intima della macchina fotografica.

TERRA DI NESSUNO

Torre di Babele (Bruegel)
Torre di Babele (Bruegel)

Io vivo nella terra di nessuno.
Loro si sono divisi la città,
si sono spolpati le ossa, carogne.
Hanno marcato il territorio di piscio
e di sangue. Hanno lasciato i vermi
a consumare i cadaveri nudi. Deserto,
solo deserto è rimasto in città.
Ora, gelo, vento, silenzio e morte.
Ovunque. Restano ombre, rumorose
e impaurite, a vagare nel buio.
Si odono spari, in lontananza,
e voci alterate, bestemmie e urla.
Ma svaniscono, mentre, stancamente,
cerco rifugio nella terra di nessuno.

PRESENZE ANTERIORI

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Nelle profondità del tempo
maturano cristalli di luce,
su alti rami, raggi lontani.

Distillano sguardi a gocce,
occhi ebbri; suggono la vita
da mani a coppa, oggi. Bevono.

Bocche assetate, arse, alte
levano lodi eterne alla vita.
Vuoto, il calice di cristallo
domani chiamerà: “Coppiere!”.