AMANTI

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

C’è un’ombra nelle parole tue.
L’ho visto, quel bel discorso.
Stava sdraiato là, sotto al sole
tiepido di marzo. E le parole,
le tue, si proprio tue, sincere
e candide parole: eran distese,
bagnate dal puro mare bianco.
Ma sotto, giù nel fondo, s’intuiva
la presenza d’ombra densa, nodo
stretto, rivolo di dubbi, fiumana
di paure… ristagno d’incertezza.

C’è un’ombra nella mia voce roca.
Lunga e scura, t’avvolge inquieta.
Dalle mie labbra schiuse sgorga
appena, e dal mio sorriso dolce.
Di nascosto (sa che tu non vuoi)
s’avvicina alla tua bocca schiusa.
Si sfioran come baci le due ombre,
s’avvincono in carezze traditrici,
cullate dal cupo mare tempestoso
d’un presagio oscuro: è profezia
di quell’amore che non sappiamo
dire.

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L’ANCORA

Le parole hanno cominciato a colare fuori dalle pagine del libro, sgocciolando, come da un foglio bagnato, da una bottiglia bucata.

Si spandevano come una chiazza d’olio, densa, sul piano del tavolo che si era allagato e poi, lentamente, scivolavano lungo la gamba sinistra, un pò tozza, fino a formare, per terra, una piccola pozza, nerastra, un pò viscida.

Si trattava di parole un pò unte.

Volevano conquistare la libertà, uno spazio tutto per loro.

Stavano sfuggendo al potere ferreo dell’autore.

La forza che doveva tenerle legate, attaccate, alla pagina candida del libro in brossura, un piccolo classico, quella misteriosa forza che mai, prima, nessuno, niente, era riuscito a vincere, adesso, forse, stava cedendo, svaniva e tutto avveniva così, all’improvviso, sotto i miei occhi.

La piccola pozza, il laghetto ai piedi del tavolino, si allargava piano piano, man mano che ognuna di quelle parole fuggiasche si adagiava accanto alla compagna che l’aveva preceduta.

Una a fianco all’altra.

Ordinate.

Una riga dopo l’altra.

Sembrava quasi che una misteriosa manifestazione di protesta avesse cominciato a marciare lì, davanti a me.

Vuoi vedere, pensavo, che c’è una rivendicazione, una vertenza, fra le parole, l’inchiostro, la colla, la cellulosa, la carta, il libro, l’autore ?

Forse le pagine gli stavano troppo strette, a quelle parole.

Forse, avevano bisogno di uno spazio più ampio, di un orizzonte più vasto.

Può darsi che fossero le parole di un libro di viaggio, che, si sa, sta troppo stretto tra le coste di un libro.

Oppure, le parole che fanno una poesia!

Non basta certo lo spazio di una pagina a contenere tanta vita, tanta energia!

Oppure, addirittura, una preghiera!

E per questa, si sa, non basterebbe neanche l’intera faccia della terra, figuriamoci, poi, il ristretto perimetro di un foglio.

Chissà, mi sono messo a fantasticare, saranno parole fuggite ad una penna, non alla stampa.

Forse stavano mettendo in atto un piano per conquistare la libertà assoluta, definitiva, quella libertà che non si può vivere stando stretti nella piccola canna d’inchiostro della penna di uno scrittore.

Avranno pianificato tutto, pensavo.

Nascoste tra le righe di una frase importante, magari in un discorso politico, o nell’esortazione di un generale alla truppa prima dell’assalto, si saranno accucciate lì, per non farsi vedere, parole confuse tra le altre. Per non farsi notare si saranno vestite degli stessi toni di altre parole più obbedienti, forse più rassegnate.

E qualcuna di loro si sarà pure dovuta sacrificare sotto il torchio della stampa, per lasciare spazio alle altre…

No, io adesso sto solo fantasticando.

Guardando, il piccolo lago si è fatto più grande.

Le parole ordinate si sono confuse in mezzo a quelle disobbedienti, a quelle che non vogliono obbedire a nessun ordine, a nessun comando.

Si è creata una tale confusione che le parole, adesso, sembrano combattersi, spingersi, scalciarsi.

La confusione sfocia nel caos, quando diventa totale, e così, ormai, è avvenuto, se poi caos si può chiamare un lago di parole, grasso come una grande macchia d’olio nero, quasi fosse bruciato.

Un brusio comincia, ora, ad attirare la mia attenzione. 

E’ fastidioso, continuo, petulante.

Come quello di una grande scolaresca impertinente, disobbediente.

D’istinto lo sguardo si volge alla finestra, per capire, per vedere se fuori sta accadendo qualcosa di nuovo.

Ma no.

Il sole batte come al solito, sul muro di fronte, un pò sbilenco, di sbieco, disegna la solita lunga linea diritta, diagonale, separando una zona più gialla, colpita dal fascio diretto di luce, dall’altra, più in basso, più scura, un pò grigia, un pò nera.

Nessun rumore proviene di là.

L’orecchio, allora, si tende, ad ascoltare, curioso.

Vuole capire, anche lui, la provenienza di quel vociare confuso, indistinto, rumoroso. Anche un pò molesto, maleducato, sconveniente in quella stanza, altrimenti così ordinata.

Tutti i libri sono in ordine sugli scaffali.

Il letto ben rifatto, dalla mattina.

L’armadio ben chiuso.

Le mensole al muro sono perfettamente spolverate, belle lucide, linde.

L’odore di pulito regna nei cassetti della biancheria.

Il piano del tavolino, vuoto.

A parte il libro aperto.

Dal quale scorrono via le parole, sgocciolando lente, una per una, dense, oleose.

Ecco, solo quella vaga traccia di disobbedienza è fuori posto.

Una traccia che è diventata vasta quanto un mare, un mare che si fa ululante, indemoniato, come uno stadio in delirio, una folla infuriata.

L’orecchio, teso, ora percepisce la sottile vibrazione della paura.

E in un attimo, tutto, sono contagiato da una sensazione di terrore che, come un incendio furioso, s’impossessa di me, dando alle fiamme ogni mia capacità di resistere, di lottare, di salvarmi.

Il panico, ora, mi prende e si sostituisce al terrore.

Voglio fuggire.

Vorrei saltato dalla finestra.

Lo farei.

Lo avrei fatto, se non mi fossi ricordato, in un ultimo sussulto dell’istinto di sopravvivenza, che quella finestra si apre sull’orlo dell’abisso, sulla vertigine che sprofonda, dall’ultimo piano di quel fabbricato di periferia dove abito, fin giù sulla piatta strada grigia deserta, ora, di notte e che invece, di giorno è formicolante di auto e pedoni.

Freneticamente mi volto e rivolto sulla sedia, come negli incubi, di notte, nel letto, mi rivoltavo quando ero bambino ed avevo paura ed avrei voluto fuggire dalle grinfie del sonno, quel mostro che nel buio mi faceva restare senz’aria, mi soffocava, mi premeva le mani sulla gola fino a spezzarmi il respiro, stragolandomi, quasi.

L’oceano di parole ora si sta sollevando.

Si alza, come una marea cieca, nera di notte, oscura di tenebra.

Mi prende e mi trascina via.

Mi sbatte contro gli scogli della vita, che poi, in realtà, sono solo le poche, povere, suppellettili che arredano la mia stanza.

Sto annegando.

Ormai sono rimasto senza un filo d’aria.

E, chissà, di lì a poco, anche la stanza esploderà, nell’impossibilità di reggere a quella pressione che si fa di attimo in attimo più violenta.

Ormai delle parole ho solo un vago ricordo, un’impressione, si e no.

Non ricordo neanche com’erano fatte le righe che s’incatenavano l’una con l’altra, formando le pagine di un quaderno, di un libro.

Le parole, ormai, mi sembrano cose inutili, un lusso che non non mi posso neanche più permettere.

Solo la salvezza.

Solo quella è diventata il centro dei miei pensieri.

E così smetto di pensare.

Chiudo gli occhi, forse è la paura.

Immobile, per un’impercettibile attimo.

E in quell’istante un fiotto d’aria mi allarga i polmoni, mi permette d’ingoiare una boccata d’ossigeno, presa chissà da dove, in quella marea grassa che gonfia il mare nero delle parole fuggiasche.

Poi, forse, svengo.

Non ricordo più niente …

Solo dopo, quando sono rinvenuto, saranno stati giorni o minuti, dopo, non saprei dirlo, solo dopo, quando sono rinvenuto, ho sentito una vaga senzasione di unto sulla punta delle dita.

Mi sono guardato le mani.

Erano sporche.

Di grasso.

Come un meccanico.

Sul tavolo, al mio fianco, ancora un libro, una pagina aperta.

Mi sono alzato per andare a urinare.

Quando sono tornato ho buttato uno sguardo al libro.

Aperto.

Sul tavolo.

Alla pagina.

Bianca.

Vuota.

Inutile.

Come una cella senza prigionieri.

Come una gabbia senza preda.

E, per caso, l’occhio mi è andato ai piedi del tavolo.

Ed ho visto una macchia.

Nera.

Grande.

Che copriva il pavimento di legno.

Grassa.

Unta.

Come le punte delle dita.

E un’immagine mi è corsa davanti agli occhi.

La cabina di una nave.

Di notte.

Nella burrasca, nella tempesta.

E il mare, l’oceano, di notte, nero, denso come l’inchiostro, che sta inghiottendo quel piccolo, inerme, guscio di noce.

E il capitano.

L’ultimo superstite.

Quasi annegato.

Svenuto.

Incosciente.

Poi … più nulla.

E, in quel vuoto dei miei pensieri, si è svuotata la cabina.

E, nella semplicità del vuoto, ha trovato la salvezza, il capitano.

Ed io, in quel vuoto, semplicemente vuoto, come il silenzio, quasi annegato, quasi ancora svenuto, quasi come il capitano, ho trovato la mia salvezza.

E a quella mi sono aggrappato.

Alla mia àncora.

… ANNEGO

Liang ShanBo e Zhu YingTai

Le parole, sappilo, si stanno ammucchiando una sull’altra.

Sono già una piccola montagna.

Una montagna di suoni, di fiati, di respiri buttati là.

Leggere eppure pesanti.

Leggiadre oppure gravi.

Parole.

Parole che montano una sull’altra, si affollano, si affannano, si confondono, si spintonano, si sgambettano, si maledicono, si odiano, si uccidono, si annullano, l’una con l’altra.

Già, parole.

Parole che, se fossero stese su un filo, al sole, in giardino, oppure se se ne stessero sdraiate sulla superficie candida di un bel foglio di carta, pura come un campo di neve, se non cadessero così rumorosamente una addosso all’altra,facendo una confusione assordante, potrebbero comporre, in ordine perfetto, un discorso meraviglioso, potrebbero ambire alla forza indicibile del DIRE.

Già; le parole.

E chi si fida più di quelle.

Parole che se ne vanno in giro dicendo quello che li passa per la testa, senza stare a vedere se si tratta dell’assoluto della verità o dello schiocco, insulso, chiocciare di galline da pollaio.

Ecco. Eggià, le parole.

Cadono giù non appena si apre un poco la bocca.

Sgocciolano via, sversano dalle labbra, leggere e indiscrete.

Ma non dicono nulla.

Solo un piccolo fremito dell’aria, una vibrazione quasi impercettibile, un tremito di foglie.

Così si perde il valore che le parole sanno dare alle cose, che non esisterebbero se non avessero un nome, un suono che le richiama dal mondo del nulla in cui se ne stanno sperdute.

Le cose.

Le COSE !

Materia, pensiero, idea, genio, logos, volontà di dio.

Eh !

Si fa presto a dire: le COSE.

Cosa sono, cosa sono le COSE senza il suono che le risveglia, senza la magia che le fa comparire, senza l’incantesimo che conferisce loro una relatà ?

Le cose. Il mondo. Il creato.

Tutto, è tutto nascosto sotto quel velo d’aria espirata.

Tutto dipende da quel soffio.

Il destino, la gloria, la fama.

Cosa sarebbero, cosa sarebbero il destino, la gloria, la fama,  se nessuna parola spuntasse sulle rosee labbra di un poeta, se nessun discorso d’oratore declamasse parole di fuoco, se nessun oracolo potesse trovare le parole, magagari si, pure in modo confuso, incompleto, incomprensibile, a volte, per raccontare ciò che ha saputo vedere con i suoi occhi indagatori del futuro ?

Già, le parole.

A volte ce ne dimentichiamo.

E loro scappano.

Fuggono da noi. Forse spaventate, forse consce di un proprio destino, forse ansiose di volersi conquistare una libertà tutta per sè.

A volte uccidono.

Assassine.

Sangue e carne dilaniata.

Mostri sanguinari, così sanno trasformarsi, a volte, come in un carnevale mortale.

Un impercettibile “si”.

Un “no” che neanche schiude le labbra…

Un mondo si può spezzare, con un si, o con un no.

Non sono necessarie frasi interminabili, discorsi complessi, argomentazioni sofisticate.

Una sola sillaba potrebbe bastare.

E il mondo, se quel si o quel no lo volessero davvero, il mondo potrebbe invertire la sua rotta, o fermarsi, o prendere un’orbita differente ed andare ad abbracciare il sole o a baciare la luna.

Parole.

Parole che inciampano l’una sull’altra.

Parole che non si riconoscono, non si capiscono, litigano e lottano.

Parole senza fine, parole senza neanche un suono.

Parole che dichiarano l’amore in silenzio, come nel silenzio se ne sta da sempre il cielo.

Parole che furono pronunciate e che furono fatali per l’esistenza di una povera creatura senza nome.

Parole che forse non sono neanche necessarie, parole inutili, parole superflue, quando a parlare, a dire le cose giuste, il vero,  potrebbero bastare i muti gesti delle mani, l’intreccio silenzioso degli sguardi, l’intenso discorso dei baci di due innamorati, di due vecchi ancora bambini, di due bambini innocenti…

Parole e silenzi.

Parole e silenzi che finiscono per avere lo stesso significato.

Silenzi carichi di significato come lunghi comizi.

Silenzi immobili e silenzi autistici.

Silenzi complici e silenzi accusatori.

Parole e silenzi.

Cadono le une sugli altri.

Si ammucchiano in disordine ai miei piedi.

Sgomitano e si respingono.

Si cercano e si amano.

Altri ancora arrivano, si aggiungono, si accalcano.

Si alza una montagna, ai miei piedi.

Sempre più alta.

Una marea.

Mi sommerge.

… Annego.