CARICA ELETTRICA A S. CROCE DEL SANNIO – videopost

A Capodanno sono stato a casa di amici carissimi, in un piccolo paese delle colline beneventane, sul limitare della provincia, dove si sconfina, quasi, nel molisano.
Abbiamo fatto una discreta passeggiata, prima di pranzo, il giorno 1 gennaio.
Respirando aria fredda e umida, ma salutare, sferzante, tonificante.
E qualche scatto fotografico, con piccoli ritocchi e qualche trucco più grossolano, hanno dato vita a questo breve video, montato con musica adatta (L’Orchestra di piazza Vittorio, non me ne voglia, non ho rubato nulla! Un loro pezzo, tratto da Mozart).

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UNA SERA DI MEZZA ESTATE

Una sera di mezza estate merita pure un festeggiamento, una dedica, un pensiero.

Così, in realtà senza una ragione precisa, solo per darle una piccola gioia, come a volte si regala un fiore o un gelato alla propria amata, al proprio bimbo, all’amico del cuore.

E’ questa musica, il pensiero gentile, il presente per questa serata.

Me la sono ascoltata, me la sono goduta, ne faccio adesso un dono a chi passa di qua.

Ma una canzone non basta, fosse pure una sinfonia così preziosa, importante, impertinente, quasi scurrile.

Ci vuole anche qualcos’altro dametterci accanto.

Ecco, si, proprio un bel canto, adeguato a questo clima frizzante, fresco, più un azzurro autunno vendemmiale che una madida estate da rinfrescare alla marina.

Un bel canto pazzo, più adatto a questo cielo nel quale imperversano veloci e spericolate nuvole bianche come soffici batuffoli animati che si rincorrono come topolini dispettosi e giocherelloni.

Ecco, si ci vuole proprio qualcosa così.

Un inno alla gioia allegra, un pò sguaiata,  dei raggi di sole del pomeriggio che, un pò isterici un poco esausti, giocano a rimpiattino con i tetti che digrignano i denti sotto lo sguardo attento della luna nascosta dietro l’orizzonte.

E’ proprio contenta, questa serata così solitaria e silenziosa, di ricevere il mio regalo, contenta come la timida candida tela dimenticata da un pittore in un angolo buio dello studio sarà felice di amoreggiare col suo giovane pennello baffuto come la recluta di un caporale alla sua prima libera uscita.

Sorride, fiotta, batte il piede, si agita tutta, freme, vibra, sussulta.

Era così malinconica, un attimo fa.

E’ stata davvero una sorpresa, questa, per lei, povera sera senza stelle con il mantello grigio e nero delle nubi sulle spalle.

Pensieri larghi come folate di vento le passano per la mente, la riportano ai ritmi lontani che uomini ancora puri ed innocenti battevano con  i piedi nudi sulla nuda terra.

Ritmi di tamburi primitivi, di mani che battono, di cuori che danzano, di fiumi che scorrono, di alberi che saltano fino al cielo, di fiori che aprono e chiudono le loro creste colorate a quel ritmo che affonda nella stassa natura del ritmo dei giorni, delle stagioni, dei pianeti, delle stelle…

Echi, rimbombi, percussioni, colpi e battute in mezzo ai quali s’insinuano con incosciente coraggio pause silenziose, a volte lunghe come il respiro dell’universo, a volte brevi come infinitesimi di vuoto.

E’ l’urlo della materia percossa…

Ecco, mi riportano a casa, questi suoni.

Mi riportano alle mie radici, ai miei lontani e mai ben conosciuti lidi d’oriente.

Un oriente dietro l’angolo.

Un oriente che si chiama meridione.

Meridione che significa vita, terra, calore, fuoco, tamburi, nacchere, tarante velenose, magìe, streghe, fatture e sortilegi.

Come quelli di questa serata d’estate che assomiglia ad un ottobre acerbo profumato di vino.

Radici, tralci, rami, tutto s’intreccia in questa serata fra amici in cui si danza, si balla, si resta in silenzio ad ascoltare i ritmi della musica che abbiamo dentro e che fa vibrare le nostre corde più acute di violini tzigani.

Batto i piedi, a questo ritmo irrefrenabile.

E’ questa la magìa che un regalo può compiere.