AMANTI

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

C’è un’ombra nelle parole tue.
L’ho visto, quel bel discorso.
Stava sdraiato là, sotto al sole
tiepido di marzo. E le parole,
le tue, si proprio tue, sincere
e candide parole: eran distese,
bagnate dal puro mare bianco.
Ma sotto, giù nel fondo, s’intuiva
la presenza d’ombra densa, nodo
stretto, rivolo di dubbi, fiumana
di paure… ristagno d’incertezza.

C’è un’ombra nella mia voce roca.
Lunga e scura, t’avvolge inquieta.
Dalle mie labbra schiuse sgorga
appena, e dal mio sorriso dolce.
Di nascosto (sa che tu non vuoi)
s’avvicina alla tua bocca schiusa.
Si sfioran come baci le due ombre,
s’avvincono in carezze traditrici,
cullate dal cupo mare tempestoso
d’un presagio oscuro: è profezia
di quell’amore che non sappiamo
dire.

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OMBRE

SantaCruz (Argentina) - Cueva de las Manos

“Che bello ritrovarti!”

“E’ stata una scelta obbligata.

Non c’era altro da fare”.

Si abbracciarono calorosamente, come due vecchi amici che si ritrovano dopo tanti anni.

Il silenzio si ricompose come un manto soffice, caldo, accogliente.

Rimasero a lungo a guardarsi, immersi in pensieri lontani e profondi, come galassie sperdute negli infiniti spazi muti dell’universo, dove la realtà si dilata in molecole, e le molecole in atomi, fino a farsi rarefatta materia sperduta che vaga alla ricerca di un luogo, di una gravità, di una massa.

Erano stati uniti, un tempo, in modo indissolubile, come due fratelli siamesi.

Uno bianco ed una nera.

Avevano conosciuto un tempo nel quale era stato così naturale essere uniti che non prestavano più attenzione l’uno all’altra.

Dimentichi della loro condizione di reciproca dipendenza se ne andavano in giro per i paesi del mondo chiedendo l’elemosina e quando lui stendeva un braccio per chiedere un tozzo di pane, una moneta, un aiuto, anche l’altra allungava la sua, con una naturalezza istintiva perfettamente addomesticata.

Il giorno piaceva a tutti e due, perchè rinforzava il loro legame, lo irrobustiva, lo rendeva così stretto da farli sentire uniti come una cosa sola.

Ma quando arrivava il crepuscolo scendeva fra di loro un gelo triste, che cresceva d’intensità man mano che la luce del sole s’infiochiva. Fino a quando, alla fine, la luce si spegneva tra gli artigli rapaci della notte. E nel mare del buio, nel quale annegavano le loro presenze, il gelo, quel gelo crescente, si rapprendeva, fermando i loro cuori in una glaciale immobilità di morte.

Per questa ragione,  solitamente,  prevenivano il momento, che diventava terribile, della dolorosa assenza che si stabiliva tra loro quando calava il velo delle tenebre. A quell’assenza si univa la lacerante incertezza di ritrovarsi, al nuovo  mattino, ancora una volta insieme, uniti dai primi lumi del nuovo sole nascente.

Così, avevano preso l’abitudine di stendersi a terra appena la linea dell’orizzonte incominciava ad accogliere in grembo l’astro solare, increspandosi di rossori sfumati.

Allora, si allungavano l’uno sull’altra fino a coprirsi del tutto, fino a diventare un’unica sola forma, un corpo solo, l’uno nell’altra.

E così, come un corpo accoglie nel suo intimo la propria anima, così, quei gemelli tanto uniti riuscivano ad unirsi ancora di più,  fondendo in un unica materia le loro sostanze così diverse.

a

Il loro girovagare aveva uno scopo, se così si può dire: cercavano di conquistare gli spazi infiniti che si aprivano dinanzi ai loro piedi.

Andavano liberi, amandosi e fidandosi l’uno dell’altra, confidando nella pienezza della libertà che li spingeva sempre più lontano, alla scoperta del limite più remoto delle cose.

Uniti facevano il giro del mondo, come due stelle gemelle, come un pianeta con il suo satellite, come un atomo con il suo nucleo.

Scoprivano e più scoprivano più si domandavano cosa c’era da scoprire.

Non giungevano mai ad una destinazione, ad una meta, ma, solo, percorrevano punti intermedi, tappe, segmenti di infiniti percorsi: spazi sconfinati senza frontiere, liberi come i pensieri.

Una mattina, però, quando il fioco barlume della prima luce del giorno, sospirando, alitò sul mondo il risveglio della vita, accadde qualcosa … che non avevano creduto potesse mai accadere.

Avevano temuto qualcosa di simile, è vero, ne avevano avuto il terrore da sempre, ma in fondo non avevano mai creduto possibile una cosa così.

Quella mattina, era davvero accaduto l’irreparabile !

Lo scudo delle nuvole era compatto come una lastra di marmo.

Il tavolo mortuario su cui avevano giaciuto per tutta la notte, ora, era un osso grigio, opaco, intorpidito da qualcosa che offuscava l’aria, rendendola pesante e vischiosa come nerofumo.

Una plumbea coltre ovattata aveva avvolto il mondo intero e non permetteva ai raggi del sole di attraversare l’atmosfera che avvolgeva la terra.

Quando lui si era levato, come ogni mattina, sgranchendosi ancora irrigidito, si era guardato intorno, confuso, ancora assonnato.

Dapprima, aveva posato lo sguardo sul mondo senza prestare attenzione.

Poi, aveva guardato in basso, ai suoi piedi, verso l’inseparabile amica e compagna.

La sorpresa fu grande quando si accorse di essere solo, che lei era fuggita, che non c’era più al solito posto, dov’era legata da sempre.

Lo sgomento lo prese quando la sorpresa si fece paura.

Infine, restò soltanto la solitudine amara.

In quella mattina in cui l’atmosfera s’era fatta di rancido latte, il suo cuore comprese il dolore di essere un essere rimasto solo a vivere, al mondo, il solo superstite di qualche imprevista sciagura che aveva ucciso, quella notte, quella  stretta, inseparabile coppia.

Quale crudele creatura poteva mai avergli rubato la sua fedele eterna compagna ?

S’incamminò, incerto, ancora stordito, in quel mare denso di fuliggine opaca.

a

La solitudine di un uomo può essere infinita.

Disperato, senza meta, vagando, senza più voce, nè volontà, alla ricerca, non più del limite dove il  mondo finisce, ma dell’unica eterna misura con la quale, da sempre, aveva diviso l’immensità degli spazi, passarono i giorni, poi i mesi, quindi, ormai inutili, gli anni.

Il tempo non si consuma, quando il dolore attanaglia il cuore di un uomo stretto nella solitudine cosmica della morsa del gelo.

Non passano le stagioni, che restano ferme in un infinito perenne gelido inverno.

Anche il sole s’arresta, freddo disco di piombo che non illumina più il ciclo dei giorni.

Le stagioni non nutrono più le foglie che rinsecchiscono sugli alberi, mentre i petali carnosi dei fiori s’ischeletriscono miseramente, come la stoppia dei campi.

Gli animali si confondono, non sanno più di dover sopravvivere migrando o andando in letargo e dimenticano di accendere l’afrore caldo dei sensi per donare al mondo un nuovo ciclo di vita.

Le lune si paralizzano, piatte, lassù, nel cielo diventato distante, dove anche le stelle si sono fissate, acuminate e appuntite come punte di dardi lanciati da un arciere di un pianeta lontano.

Così, in questo mondo senza più regole, vagava lo smorto compagno di un’ombra rapita.

Le nuvole in cielo dimenticarono presto di rilasciare  alla terra il loro gravoso liquido carico e quella, sempre più arsa, morì velocemente di sete.

L’erba seccò senza più farsi nutriente concime o pasto per le mansuete bestie da soma.

Una ad una perirono le specie viventi.

La flora e la fauna si confusero, infine, marcite, in un nuovo amalgama da cui germogliò, al di fuori del tempo, la prima stilla della materia infetta del caos.

Purulento, contagioso, a fatica, con esasperante lentezza, quella nuova materia si sottrasse al primordiale disordine che aveva conquistato tutto lo spazio infinito di un tempo.

Un immane sforzo furioso animò il pensiero per mettere ordine al nulla confuso delle cose senz’anima.

Dal nulla si creò la nuova prima scintilla di vita.

In men che non si dica divenne uno sbiadito ricordo la memoria del caos, mutandosi, poi, in incredibile lontana leggenda e infine in un mito privo di vita.

Sparì, poi, del tutto, il ricordo della catena di eventi che avevan ridato vita alla vita.

Così, solitario, vagava l’uomo bianco, senza più nessuna memoria di sè, della sua sfortunata compagna, del loro miserabile destino.

Una stanchezza immane gli tagliava ormai le gambe.

Strisciando si fece di terra.

E poi da terra, consumandosi, polvere.

Finchè una goccia di pioggia, dal cielo di piombo, piombò, frustando cruda la schiena diventata informe pianura.

Si fece di fango e rotolò giù dal fianco del monte.

Finì la sua corsa sfrenata nella bocca affamata di un anfratto, fra due sassi, dov’è situata l’entrata del regno delle ombre.

Sentiva ancora gli spasmi, il singulto di nausea, quando una fresca dolce carezza gli sfiorò il disperato pensiero.

Un linimento.

Un balsamo.

Si riebbe dopo essere restato svenuto per un tempo infinito.

Riaprì gli occhi.

Piano, quelli si abituarono alla penombra delle tenebre oscure.

E in quel denso buio oleoso scorse le familiari morbide forme della compagna che aveva creduto perduta per sempre.

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“Che bello ritrovarti!”

“E’ stata una scelta obbligata.

Non c’era altro da fare”.

 

Si abbracciarono calorosamente, come due vecchi amici che si ritrovano dopo tanti anni.

 

Il silenzio si ricompose come un manto soffice, caldo, accogliente.

 

Rimasero a lungo a guardarsi, immersi in pensieri lontani e profondi, come galassie sperdute negli infiniti spazi muti dell’universo, dove la realtà si dilata in molecole, e le molecole in atomi, fino a farsi rarefatta materia sperduta che vaga alla ricerca di un luogo, di una gravità, di una massa…