IL NOME DI PINOCCHIO

 

photo by Pierperrone
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Le cose, evidentemente, non accadono per caso.
Avvengono perché c’è un perché.
Le cose sono legate tra loro da catene di circostanze, ragioni, motivi.
Li chiamiamo cause, per brevità.
Oppure destino, per superstizione.
E sono loro a determinare, evidentemente, l’inizio o la fine di ogni cosa.
La nascita o la morte.
Le cose, tutte le cose, in fondo, hanno una nascita ed una morte.
Ciò che accade comincia, in un dato momento, e poi, in un altro momento, finisce.
In fondo nulla dura in eterno.
Tutto avviene in questo mondo e tutto, prima di finire, lentamente si consuma.
Ma una sola cosa è vera, ciò che accade non è mai frutto di una indeterminata volubilità d’un dio o degli uomini.
E anche ciò che chiamiamo natura, che poi altro non è che l’universo stesso nella sua interezza, segue regole ferree, concatenazioni di cause e circostanze, processi e cicli a cui diamo il nome di evoluzione.
Ma se c’è una ragione anche a ciò che ora sto dicendo, ecco, questo è presto detto.

Io, quella sera, presi il nome che mi aveva chiamato.
Un nome, dall’oscurità del tempo, mi aveva cercato.
Tanto insistentemente che dovetti obbedirgli.
Tra i viali dove del cimitero antico della città, dove il tempo è più relativo che altrove, dovetti accondiscendere alla volontà perentoria che mi aveva chiamato.
Dovetti piegarmi al suo volere.
Obbedire ciecamente.
Non ebbi modo di fissarmi in mente neanche le date di nascita e di morte di quella cosa che s’era impossessata della mia volontà.
Avrei almeno potuto darmi un contegno, una dignità, scegliendomi un nome racchiuso fra due date, avrei potuto rubare un’identità del tutto compiuta.
Non mi sarei trasformato in un schiavo del destino.
Avrei preso in prestito, diciamo così, il tempo fisso di un’esistenza, mi sarei iscritto in un segmento del filo senza fine della vita e, per il breve tempo che mi sarebbe stato concesso, mi sarei raggomitolato sul mondo girando su me stesso, come, noiosamente, da sempre, si ravvolge il filo senza fine della vita sulla spoletta che gira raggrovigliando quel filo in una matassa inestricabile.
Poi, un giorno, forse una sera, una Parca pietosa, ma anche crudele, non avrebbe reciso il filo con un taglio.
Mi sarebbe restata l’attesa, fino a quel punto, chiamiamola pure la curiosità, di sperimentare sulla mia pelle se quel taglio sarebbe stato un taglio di netto, uno strappo deciso, oppure una lenta agonia, la consunzione della materia.
L’attesa, un conto alla rovescia per me, esistenza rubata racchiusa fra due date già scritte su una lapide del cimitero, si sarebbe risolta in una tensione terribile, certo, un’ansia che col tempo sarebbe divenuta insostenibile…
Ma poi, prima o poi, uno strappo, una scossa, ed ecco, sarebbe arrivato il momento fatidico della fine del mio tempo…

La causa delle cose possiamo anche chiamarla volontà.
In fondo, nella vita di un uomo, è la volontà a decidere le cose che accadono.
O almeno così si vorrebbe che fosse.
Si dovrebbe vivere così.
E la mia volontà?
Quale fu la mia volontà?
Quale fu la mia scelta?
Mi rubarono il nome, e con esso la vita, senza che un briciolo di volontà contribuisse a determinare gli eventi.
E fin qui, lo posso anche capire.
Ma poi?
Ecco, ecco qual è la verità: un morto condannato a vagare tra i vivi per l’intera eternità senza fine non può più avere una volontà.
E comunque, certo, se mai ne ebbi una, di volontà, prima di esser privato della vita, quella volontà, la MIA volontà, cessò, sicuro, d’esser viva con me, proprio nel momento in cui, a me, la vita fu rubata con quel sordido gesto del furto, nel lato ombroso di un oscuro vico che si perdeva nel buio della sera, penetrando come un budello cieco nelle viscere dell’eternità senza senso.
Io persi tutto me stesso, in quell’oscurità senza senso.
E così, senza poter opporre resistenza, né potendo opporre la mia volontà, un’altra sera mi trovai ad esser fatto ladro a mia volta.
Rubai il mio nuovo nome, ch’era scolpito sul marmo d’una lapide grigia, e me lo caricai sulle spalle.
Ora, era un redivivo Sisifo.
E potevo spingerlo, quel nome, e con esso il mio destino, su e giù per gli alti ed i bassi della vita.
Della mia nuova vita.
D’una vita inutilmente vuota.
Orribilmente rubata.
Vissuta non so quando da qualcun altro che aveva portato su di sé, prima di me, quel nome che ora avevo rubato.
Una vita che era trascorsa in qualche modo che a me, ora, sarebbe restato oscuro per sempre.
E che alfine era cessata.
In un momento che restava ignoto per sempre.
E tutto questo per qualche oscura ragione che a me sfugge del tutto.

Mi sono caricato d’un fardello non mio, così, senza darvi importanza.
Non pensai a nulla, non m’immaginai il significato d’un simile gesto.
Prendersi un nome che chiama.
Anzi, che comanda, intima, ordina, dispone ed ottiene.
Avrei dovuto averne paura d’un nome così.
E invece?
Avrei dovuto oppormi, fermarmi a riflettere, ponderare rischi e pericoli.
Ma come si fa?
Una situazione come la mia non si è mai posta a nessun altro, prima, nel mondo.
Certo, ognuno, quando nasce, non porta ancora un nome scritto addosso come un marchio di fuoco.
A questo pensai, in quel momento, forse, mentre rubavo quel nome.
Mentre girovagavo perso negli incubi scuri dei viali sempre bui del cimitero, quel pensiero m’era parso di gran consolazione.
Se nessuno porta addosso un nome scritto col fuoco, allora anche io, come gli altri, potevo ancora sperare.
Anche io ero ancora come quegli altri.
Uno, come chiunque.
Come ognuno degli altri.
Non pensai, invece, che alla gran differenza mi rendeva diverso da tutti.

Tutti hanno un padre.
Una pietosa burocrazia, almeno.
E’ così che si provvede a colmare quel vuoto assoluto sul corpo d’ogni nuovo essere e far sì ch’esso possa prendere il nome di uomo.
Un nome serve a dare il nome di uomo ad ogni nuovo essere umano, per prendere in consegna quell’essere dalle mani d’una morte precoce, inspiegabile, fuori dal tempo dell’uomo.
Per me, invece, quel destino sarebbe forse dovuto toccare due volte?
Un padre, una pietosa burocrazia, sarebbero dovuti nuovamente intervenire per sanare l’insano gesto d’un furto?
E, se al primo, aggiungessimo anche il mio, di furto?
Non si tratterebbe forse di due atti inconsulti?
Così, credo, almeno, si spiega quella volontà.
Fu il tentativo di rimettere ordine nell’ordine inviolabile della realtà che pure era stato violato una sera, con le conseguenze che ora abbiamo messo davanti agli occhi del mondo.
Io obbedii a quell’ordine, presi quel nome che m’aveva chiamato a sì gran voce che non avevo potuto far finta di non ascoltarlo, dalla soglia della morte che l’aveva rifiutato.
E fu la morte stessa ad impartirmi il comando.
La morte, che m’aveva lasciato come un relitto alla deriva nella corrente agitata del mar della vita.
Sputato come uno spurgo di tisi.
Grumo rappreso e consumato dai vermi.
Ombra inconsistente d’un aldilà a cui non ho diritto di accedere.
Neanche comprando il biglietto al botteghino.
Io non posso pagare.

Il nome.
Certamente.
Voglio dichiarare il mio nome.
Il nome che adesso, ormai, è il mio nome.
Ed io me lo porto appresso dovunque, quel nome.
Marchiato.
Come un’infame bestia da soma che gira ignaro la macina indifferente del tempo.
Io adesso il mio nome, mi porto in giro nel mondo.
Io stesso mi chiamo…
Ma cos’importa?
Che significato mai può avere un suono od un altro?
A chi mai potrà interessare, in questo immenso insensato limbo in cui vivo, il nome ch’era inciso su una vecchia lapide che andava in malora?
Vivo, certo.
Io da allora, corto, sto ancora vivendo qualcosa che gli altri chiamano vita.
Si, vivo ancora.
O, almeno, vive il mio corpo.
Come un fantasma.
In mezzo ad una folla d’altri fantasmi.
Senza più cuore.

Io non conosco la mia data di nascita.
Cioè, io non so quando nacqui, in quale circostanza, una volta, venni al mondo e perchè.
E, pur avendo rubato una vita già vissuta da un altro, una vita già usata, diciamo così, io ignoro il giorno in cui la mia condanna a morte finalmente cesserà formalmente.
Il mio nome è un futile soffio sulle labbra.
Un bacio all’aria.
Soltanto un fiato perduto.
Un soffio, un’esalazione.
Un’extrema ratio che a nessun altro, mai più, potrà portar giovamento.
Tanto meno a me, che su questa terra son condannato a vagare come forma senza sostanza.
Un nome.
Un suono come un altro.
Il distintivo di uno che non ha più una data di nascita incisa sulla lapide d’un cimitero.
Anche se il mio nome appartenne ad uno che ora è già morto. Sepolto e consumato.
Eppure morirò, sebbene non sappia quando ebbe inizio la mia condanna a morte né quando riceverò la grazia di morire davvero.
Mi trovo incastrato fra una vita della quale non posso render conto ad anima viva, perché, si sa, quella vita io l’ho rubata a qualcun altro, ed una morte che probabilmente avrà dimenticato di venire a chiedermi il conto.

Potrei darmi, per gli altri, come nome, Nessuno.
Lo stesso nobile nome famoso dell’omerico eroe che sconfisse, nella grotta, il gigante affamato di morte.
Ma quel nome, Nessuno, è un nome che nessuno mai potrà riconoscere, neanche se fosse inciso su una scalcinata lapide nel viale del tramonto infinito.
Quindi devo darmi un altro nome.
Indefettibile, necessario, il primo che resta in testa a tutti.
Ecco.
Il mio nome, allora, è …
Uno.
Uno, come uno qualunque.
Un nome che ne vale un altro.
Un nome che è un destino.
Il mio destino.
Quello che ora si porta addosso colui che mi rubò, una sera, il nome a cui stava attaccato, come un’etichetta, il mio destino di uomo qualunque.
E quello d’un altro.
Quello di colui m’ordinò, una sera, di rubargli il nome ch’era pure un destino.
Il destino che è stato scritto, da qualche parte, sul qualche grande libro nella biblioteca infinita di qualche paradiso perduto.
Ho inciso l’iniziale del mio nome ai piedi dell’albero che m’è testimone, per poterlo ricordare per sempre.
Un segno.
L’iniziale del nome d’un pupazzo di legno che, per esser vero, volle, a tutti i costi, un giorno, farsi umano per sempre.

PINOCCHIO DIVENTA LADRO

photo by Pierperrone
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Sono vivo, sono vivo e lo so, lo sento, lo provo sulla mia pelle.
Sento, sulla mia pelle il dolore di esser come morto.
Morto per tutti.
Ma vivo quanto basta per sentire il dolore di non essere morto abbastanza.
Ho deciso, per ora, di chiamarmi Pinocchio.
Un nome mi serve, visto che il mio mi è stato rubato.
Ma non serve un nome così per dire al mondo intero che io non sono morto davvero.
A casa mi piangono.
Son passato sotto il balcone centinaia di volte, da quando mi hanno cacciato di cella.
Ho incrociato anche mia moglie.
Decine di volte.
Ho anche provato a chiamarla.
Ho urlato il suo nome.
L’ho implorata, inginocchiandomi dinanzi ai suoi piedi.
Ma esser come morto vuol dire esser diventato invisibile.
Proprio come un fantasma.
Ed ho incontrato anche mio figlio.
Il mio dolce angelo d’oro.
Uno solo ne ho.
Uno solo, che è la carne della mia carne.
Neanche lui mi ha visto o sentito.
I suoi occhi m’hanno attraversato come un soffio di vento.
Mi hanno scompigliato i capelli.
Ma, in lui, neanche un segno d’avermi incrociato.
Come un morto.
Ecco, allora, perchè continuo a credermi morto.
O, forse, son loro a credermi morto.
Io posso solo stare a guardare il mondo girare indifferente in tondo, girando come gira da sempre.
Come se io non fossi mai esistito.

Un giorno ho provato a scrivere una richiesta all’anagrafe.
Il foglio e la penna li ho raccolti tra i rifiuti che i vivi lasciano ai bordi delle strade, davanti a una scuola qualunque.
La busta ingiallita l’ho rubata in una vecchia cartoleria, a pochi passi dall’indirizzo dove abitavo da vivo.
Il francobollo, quando ho capito il sordido trucco, l’ho sottratto, in un ufficio postale, ad un povero vecchio distratto.
Ma è meglio che taccia su tutti gli altri più subdoli particolari.
Potrebbero rendermi, domani, un cattivo servigio.
Ad ogni buon conto, ho spedito la lettera al responsabile dell’ufficio anagrafe, al palazzo comunale della città.
Per chiedere un certificato che dimostrasse che non ero ancor morto.
Cercavo, dinanzi al mio nome, la data di nascita.
Non certo quella, l’altra, la data della partenza finale.
Ed ho atteso con ansia l’agognata risposta.
L’ho aspettata per un tempo infinto.
Sapete com’è, la burocrazia non concede sconti a nessuno.
E, infatti, infine è arrivata.
Stavo nascosto nell’androne, nel portone della vecchia abitazione.
Sono stato, paziente, ad aspettare per mesi.
Sapevo come sottrarre con destrezza una busta dalla cassetta postale.
E così, finalmente, un giorno d’inferno, quella busta arrivò.

Ho imparato a non fidarmi della voce della burocrazia.
Un errore, un ricorso, una denuncia, un vivo può farsi valere.
Ma io, un morto, a quale avvocato avrei mai potuto rivolgermi?
Eppur m’immaginavo dinanzi ad un giudice per farmi dare ragione: a quale livello può mai giunger la follia d’un povero morto che non vuol rassegnarsi!
Così, poco alla volta, ho dovuto accettare quel che la vita mi stava mettendo davanti.
Ero morto.
Morto per tutti.
Anche all’anagrafe era stata registrata la mia dipartita.
Iscritta proprio nel giorno in cui m’avevan derubato del nome.
Mancava, si, certo, l’ora.
E la causa di morte.
Ma di quella mancanza si scusò l’ufficiale che chiamai da un telefono pubblico fingendo di essere ancora fra i vivi.
Reclamavo la mancata compilazione di tutti i campi del certificato.
Ma quello, prestandomi appena attenzione, m’apostrofò brutalmente, urlandomi in faccia che una mancanza del genere era sempre possibile in tutti i casi, e che comunque avrei potuto reclamare giustizia nei luoghi opportuni.
C’è sempre un tribunale competente per ogni rivendicazione o commercio.

Mi dovevo rassegnare così?
Intanto, pensai, avevo bisogno d’un nome.
In quella situazione tremenda cominciavo ad avere anche io dei dubbi.
Forse aveva ragione il crudo carceriere nella sordida cella.
E il giudice?
Non mi aveva cacciato di là soltanto perchè per il mondo io ero già morto e sepolto?
E all’anagrafe?
Come avevan potuto registrare la mia partenza in quella data tremenda, quando il rapinatore m’ingiunse di dargli tutto, la borsa ed anche la vita?
Certo, mia moglie, mio figlio, potevano aver, in ogni caso, denunciato la mia scomparsa al commissariato.
E quei poveri agenti solerti, dopo poche sbrigative indagini registrate su quattro scartoffie dovevano aver raggiunto la conclusione più ovvia.
Per tutti ero morto.
Ero morto per loro.
Ma io non ero morto davvero.

Non so perchè, ma il nome più giusto mi parve quello d’un burattino di legno.
Pinocchio.
La creatura che esisteva davvero soltanto nel mondo delle favole tristi.
La marionetta, il burattino, il pupazzo snodato… che sapeva d’esser vivo anche se era per tutti solo un morto ciocco di legno.
Si, avevo letto quand’ero bambino che quel povero morto tra i vivi aveva avuto una vita d’inferno.
Ma aveva sempre avuto la grande speranza di potersi trasformare in un vero bambino.
E comunque c’era, nella sua storia, una fata che l’amava come una mamma.
E allora decisi di essere anche io, per un poco, Pinocchio.
Così presi ad andarmene in giro e portandomi appeso dentro quel nome da fiaba.
Non bastava, certo.
Ma dinanzi ad uno specchio, ad un riflesso lucente, ad una pozzanghera d’acqua illuminata dal sole, avrei potuto dirmi “ecco quel matto che si chiama Pinocchio”.
Io un nome, ormai, non l’ho più.
Ormai neppure mi ricordo come mi chiamò mio padre, con orgoglio, dinanzi all’ufficiale comunale, una mattina di chissà quanti anni fa.
E con qual nome, la voce della mia povera mamma, mi chiamava quando giungeva, l’ora, alla sera, di fare ritorno per la povera cena?
No ho più il conforto della memoria.
E allora, decisi di chiamarmi Pinocchio.

Ma una mattina un pensiero tremendo m’attraversò la mente come un baleno.
Forse un nome potevo ancora andarmelo a prendere.
Un nome, ho capito, è una creatura, un’esistenza, una vita.
E sapessi quante vite sospese, interrotte, incompiute ci sono ancora su questa terra piena di morti improvvise!
Un incidente mortale.
Un accidente del caso.
Un omicidio.
Una disgrazia qualunque.
Non m’occorreva altro, ormai avevo capito.
Mi precipitai di corsa nel più vecchio cimitero della città.
Per rubare, confesso, un nome dimenticato da tutti, un nome qualunque, uno come tanti, un nome comune.
No, certo, non potevo aspirare ad un nome famoso.
Un personaggio di tanta notorietà sarebbe stato davvero poco adeguato.
Quanti avrebbero potuto smascherare subitamente il grossolano furto d’immagine?
No, un nome famoso non si prestava certo al mio caso: dovevo metter da parte ogni pur comprensibile vanitosa pretesa.
No.
Ecco, meglio un nome qualunque.
Uno come tanti.
Uno che puoi dire: “No, guardi, s’è sbagliato. Uno con un nome come il mio non è raro a incontrarsi. Ma non son io, certo, la persona che lei stava cercando”.
Ecco.
Allora, si.
Al cimitero dovevo rubare un nome molto comune.
Il più comune di tutti…

PINOCCHIO ALLA CATENA

photo by Pierperrone
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Anche se me ne vado in giro facendo finta di niente, mi porto appresso il mio destino, me lo porto addosso, me lo sento stringere, mi lega stretto, dappertutto, ovunque io vada, ovunque cerchi rifugio, ovunque scappi…
E’ una camicia di forza.
Non riesco a liberarmi.

Mi sembrava facile, ad un certo punto.
Dopo, però.
Dopo.
Quando la disperazione più nera aveva cominciato a diradarsi.
Il velo a cadere.
E dinanzi agli occhi, ecco, ecco apparire la luce, dapprima una luce oscura, un chiarore, una visione indefinita.
Ma poi, poco a poco ho capito, tutto m’è apparso evidente.
E anche io, sì, anche io stesso, così, adesso, sono immerso in quella luce, e sto lì, nitido a me davanti, chiaro, evidente, nudo, ecco nudo, così direi direi adesso, proprio una creatura venuta appena appena al mondo.

Si, ma non è un’immagine bella, quella che adesso mi si è svelata.
E’ l’immagine del destino.
Sì, proprio così, l’immagine del destino.
Proprio così.
E, per essere più preciso, è l’immagine del mio destino, adesso me la vedo davanti.
Mi vedo chiaramente.
E’ il destino, il mio destino, adesso lo vedo chiaramente.
Ce l’ho proprio qui, davanti agli occhi.
Ed il destino di un uomo, credetemi, il destino dinanzi al suo uomo, è come un gigante che sembra pronto a schiacciare la più minuscola e indifesa delle creature.
Un mostro feroce e sanguinario, affamato di morte, che vuole divorare l’indifesa creatura che gli ha dato i natali.

Ma forse devo essere più preciso.
Per farmi capire devo raccontare tutto fin dall’inizio.
Fin da quella mattina… o forse non era una mattina, bensì una notte, o un sogno, o farei meglio a dire che fosse un incubo, o che il risveglio, quel risveglio, dopo ciò che mi era accaduto, quel risveglio, farei meglio a dire che fu incubo, il mio incubo, l’incubo di ogni uomo?
La sera era stata una sera come le altre.
Una sera come tante altre.
Una sera come le sere di tanti altri, su questa terra, una sera come le sere d’un uomo qualunque, la sera di un uomo tranquillo, con la coscienza a posto, la sera un uomo di fede, timorato di Dio, della famiglia, lavoratore onesto e nient’altro.
Una sera come tutte le sere…

Tornavo a casa, quella sera, maledetta, quella sera, sia maledetta per sempre, quella sera, sia maledetta per tutti i tempi dei tempi!
Perchè ciò che mi accadde, quella sera, ancora mi fa venire i brividi.
Stavo sulla sulla strada, quella sera, come sempre, mentre me ne tornavo a casa.
Era sera, e appunto, la sera, la sera è sera quando il sole cala dietro l’orizzonte.
E sale, la sera, sale e s’impossessa del mondo, quando il sipario del giorno scende e scompare.
E’ come un gioco degli attrezzi su un palcoscenico qualunque.
Il giorno scende, con i suoi fondali colorati, e sale il manto nero della sera.
Sale lentamente, però, tra trasparenze e baluginìi che alle volte sembrano strizzate d’occhio dal cielo.
Si confonde, la mente, dinanzi a quegli interminabili cambi di scena, con le luci che si abbassano e cambiano colore obbedendo a qualche diavoleria tecnica che un volubile scenografo ogni volta reinventa come nuovi.
E noi, poveri uomini, ogni volta, là, ogni sera, a guardare imbambolati verso il cielo che scompare un poco a poco…
E non ci accorgiamo di niente…

Da un angolo, dietro a un muro s’era nascosto, mi comparve dinanzi un tizio, all’improvviso.
Era un tipo sospetto, questo lo vidi subito.
Ma comunque, quando me ne accorsi, anche se ero stato veloce come il lampo a capire il lampo fosco che gli brillava negli occhi a quel tipo losco, comunque, quando mi accorsi delle sue intenzioni, ormai,per me, era già troppo tardi.
Ero ormai già stato condannato.
Ero stato il prescelto, e questo senza neppure avere modo di saperlo.
Senza nemmeno volerlo, ero stato individuato.
Lui aveva avuto il tempo dell’agguato.
Io, invece, distrattamente me ne andavo.
Sicuro nella mia sicumera.

D’un tratto m’accorsi d’esser stato derubato.
Il ladro, svelto, ormai era già sparito.
S’era rifugiato, lesto come il lampo, su per l’ombra, dove il buio, nella sera, diventa intricato viluppo di scaluzze, su, dentro per il vico, dove la strada si stringe ed entra nel ventre delle case popolari.
Non è un quartiere periferico.
La Piramide è vicina.
La via Ostiense un pò in ombra è sempre trafficata.
Ma là, dietro al cimitero che chiamano acattolico, c’è sempre un pò più buio, una via solitaria, due pareti piatte, lunghe, che si stringono a tenaglia.
Come sia sparito non ho fatto in tempo a rendermene conto.
Pareva esser penetrato in quelle mura.
Forse era uscito da una tomba di quelle sconsacrate.
Forse, con la refurtiva che mi aveva sottratto prontamente, era ritornato a rintanarsi nella sua buca nera, una voragine profonda, terra umida scavata fresca fresca, lavorata appena appena, con la vanga, la mattina prima.
Non lo so, io non l’ho visto.
Quello, lesto, in un attimo è sparito.
Portandosi appresso quello che fino a un istante prima era sempre stato mio.

Non mi sono accorto subito di ciò che m’aveva preso.
In effetti, non m’aveva neanche apostrofato, come ogni buon ladro fa, a bassa voce e sguardo dritto dritto, intimandomi di consegnargli la refurtiva prontamente.
S’era avventato addosso a me solo un attimo, un gesto lesto, evidentemente era stato ammaestrato molto bene.
Sembrava il gesto d’un felino, una gatto rapinatore, in effetti, una belva, quasi, modestamente, me ne intendo, così disse il poliziotto, quando all’angolo, dopo la rotonda, m’accorsi che mi mancava il nome che, quello, il ladro, svelto m’aveva depredato.
Sì!
Come?
Sì, il nome, il nome, così urlavo al vigile in divisa che mi si chinava addosso dalla sua alta uniforme colorata.
Due bande rosse, lunghe come i binari d’un treno in pieno deragliamento, gli allungavano le gambe mentre si lanciava di corsa nella via cercando tagliar la strada al feroce rapinatore.
Lui, il milite, aveva capito prontamente la crudeltà d’un furto come il mio.
Non v’è bene più prezioso da sottrarre ad un uomo in questo mondo.
Il nome, l’esser, l’identità.
Di tal chè, dopo, il poveretto, rimane come un verme, nudo, strisciando sulla pancia per la via che diventa tutt’a un tratto stretta stretta.

Una nudità più vergognosa non esiste, a questo mondo, di quella d’un uomo senza nome.
Me ne accorsi subito, quando il buon carabiniere s’accosto col suo tacquino.
S’era accorto subito che qualcosa non andava.
Il ladro scippatore s’era acquattato da qualche parte sicuramente nascosto nel buio che calava.
Un inseguimento così non si può fare, ansimò il grassetto vigilante.
E allora mi s’accosta e mi chiede che può fare.
Come mi chiamo, mi chiede disinvolto.
Ed io…
Resto muto come un pesce.
Un cerchio mi strinse la testa fortemente, e l’aria si fece subito pesante.
Quello mi crede pazzo, pensai io prendendomi paura.
O voglio offenderlo, magari, perchè non è riuscito ad afferrare il ladro delinquente.
L’occhio mio si fece subito corvino.
La mascella sua si strabuzzò.
Ed io, penosamente, m’offrìi alla catena dell’ira sua e della giustizia intera.