DE RERUM NATURA – fotopost & video

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Come al solito, il video va gustato in HD, su youtube, e a pieno schermo!
Buona visione.

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LONTANO


JAPAN - 2011/03/11

La belva si aggira per il mondo, insaziabile.

Questa volta è stata avvistata in Giappone.

A cavallo di un’onda, un’onda nera, un’onda di morte.

Ha gli artigli affilati, la belva, i lunghi denti aguzzi, buoni per azzannare le carni dove sono più tenere, ha gli occhi rossi, mostruosi, furenti, sprizzano rabbia e fuoco.

La belva ha sempre fame, ha le fauci sempre spalancate.

Ha fame. Ha quella fame che hanno le belve feroci, una fame insaziabile, una fame senza fondamento.

Una fame senza motivo.

Una fame senza pudore.


La belva mangia ogni cosa, divora tutto ciò che gli si para davanti, consuma il mondo davanti a sè e si abbevera alle pozze di sangue, che hanno il fetore putrido della morte.

Rovescia ogni cosa al suo passaggio insolente.

Devasta con furia disumana.

Distrugge, demolisce con la violenza incontrollabile di un demonio.

La belva non ha un nome, non ha una meta, non ha uno scopo, nè una ragione per tanto odio, per tanto furore.

La belva abita dentro la terra, vive dentro ogni uomo, si nutre della vita, è la guardiana fedele della morte.

La belva.

La belva arriva senza preavviso, con passo leggero, felpato, approfittando del tepore di un giorno di sole o dell’agitazione provocata da un giorno di una tempesta.

La belva ha quattro bocche, ha mille occhi, ha cento artigli.

Quando lancia il suo assalto bestiale, stringe nella gola il grido del dolore strozzato, scaglia lontano le sue urla silenziose che trafiggono il giorno e la notte e dilaniano ogni cosa prima ancora che sopraggiunga il suo efferato morso a troncare vite e mietere messi di morte.

Le fiamme dell’inferno brillano nelle sue pupille, finestre che si aprono sul regno del dolore che abita dentro il suo cuore malvagio.

Oggi la belva ha avuto il suo pasto.

Ha devastato ancora. Senza alcuna pietà.

Ha portato lutti e distruzione.

Ha rubato vite incolpevoli, ha sradicato intere città, ha insanguinato nazioni vaste e potenti come imperi, invincibili fino a ieri.

Ha cancellato desideri, infranto sogni.

Si alza, adesso – lo senti ? – il suo ruggito di vittoria, mentre, lontano, dalle macerie ancora fumanti, scivola lento il grido di dolore dei morti  e si rapprende in silenzio, mentre i volti dei sopravvissuti si tramutano in gelida pietra, in maschere attonite, increduli.

Non ci sono immagini della fiera che consuma il suo suo ultimo pasto, immondo banchetto.

Restano solo i resti che, crudelmente, galleggiano nelle nere  pozze di fango rancido.

Briciole di dolore, lasciate a marcire.

Brandelli che si disfano nell’ultima putritudine, che, pietosamente consuma gli avanzi e nasconde quest’ultimo delitto della natura.


Ma come si fa ad accusare una madre dell’assassinio del suo figlio prediletto?

No, belva, no, non puoi, tu, essere tu, Natura, la madre dei tuoi figli, a saziarti delle loro fragili membra !

Non posso guardare l’empio furore con cui serri nelle tue fauci ardenti le tue innocenti creature.

E con quanta ingordigia ti abbeveri a quel lago di morte !

Come spingi i tuoi venti, come alimenti le fiamme, come scuoti la terra, come agiti i mari !

Belva!

Crudele demonio.

Quale peccato dobbiamo noi ancora scontare perchè tu, libera bestia incontenibile, continui ad aggirarti fra noi ?

Eh, cosa dici ?

Dovrei io ascoltare una tua difesa, una tua parola, un tuo lamento ?

Animali feriti, noi siamo, e d’istinto fuggiamo, ci nascondiamo, ti odiamo, noi piccoli uomini, su questa terra gemente che si consuma e che si disfa, ma che, a dispetto  del dolore e della morte,  mette ancora fiori e radici.

Ecco, li vedi?

Senti gli odori, i profumi, vedi i colori, distingui il bello che si fa vita e mondo e virtu’, tu, belva sanguinaria, hai un cuore per vedere tutto questo ?

Si, io ti ascolto.

Io sento il tuo pianto, lo sento nel mio cuore.

Confondo la tua incontrollabile forza per ferocia, fame insaziabile.

Io, minuscolo granello di polvere trascinato dai venti, nulla posso contro i tuoi uragani scatenati.

Con le mie mani non posso fermare le tue onde furiose.

I miei piedi non riescono ad ammansire le tue scosse possenti.

Muto, resto.

In muto silenzio.

Ammutolito, sto a guardare il tuo essere immenso che incombe e si fa morte, quando vorrebbe, invece,  essere solo lieve, come una calda, dolce carezza.

Dolcezza di gigante che schiaccia il suo povero amante.

Gemi, ti disperi, ti schianta il dolore.

Povera, tenera, belva impotente.

Hai creato, tu, una volta, e per sempre, la vita, ma doni, ora, per sempre, la morte.

Divina creatrice di Bellezza e Virtù, ti sdoppi nel tuo altro, oggi, nell’Orrido e nel Peccato.

Nel mio cuore sei bella, madre, madre per sempre.

Ma ai miei occhi sei un mostro, oggi, un mostro senza pietà.

Una belva.

Come candidi petali di rosee gemme, sbocciate sui rami di mille ciliegi, e portati via dal soffio dei venti a primavera, così, ora si contano, a mille a mille,  i cadeveri dei  poveri figli  tuoi,  strappati alla vita e  portati via, martoriati  dalla furia degli elementi del tuo carattere corrusco.

Essi ti pregano ancora.

Quei tuoi figli, madre, si ancora rivolgono a te.

E t’implorano pietà.

Desiderano, oggi,  il tuo ultimo, trepido, abbraccio.

E nel tuo grembo, ora che loro, i tuoi figli diletti, sono ormai, per sempre tornati, lì, nel tuo grembo, adesso essi, i tuoi figli, torneranno ad essere fiori.

E cacceranno ancora radici e, da quelle, ancora dei figli, faranno, domani.

E non importa se, poi, saranno alberi o bestie mansuete, o uomini, gravidi d’orgoglio.

Di vita hai contagiato le loro spore ed il vento via le porterà.

Là.

Dove saranno ancora la vita e la vita porteranno con sè.

Là.

Molto lontano.