ROCK’N ROLL (AUTODAFE’)

The song remains the same, poster
The song remains the same, poster

L’ho intitolato così, questo post, col nome della prima canzone di questo concerto… molto energetico.
Bello, bello il modo di presentare in film l’evento musicale, e, che altro si può dire dei mitici Led Zeppelin?
Loro, a dire il vero, erano ai margini estremi, un pò più fuori, dei miei gusti musicali, allora, nel 1973. Si, insomma, in quegli anni là.
Troppa chitarra elettrica, troppa voce urlata, troppa elettricità metallica…
Io non andavo oltre i Deep Purle, la chitarra di Ritchie Blackmore, gli acuti urlati di Ian Gillian.
Quello era il confine. Si, insomma il mio limite musicale. Da quella pèarte, almeno, dove urlavano gli spiriti elettrici.
Un pò più in qua, verso la melodia o le riflessioni sperse psichedeliche, ma quasi sulla linea di quel confine del mio gusto musicale di allora, c’erano, subito, là, i corroboranti The Who.
Ma quasi solo con “Quadrophenia”.
Che ascolto spesso anche oggi.
Cos’era quel disco, quel doppio lp?
(Si, avevo quell’ellepì e lo mettevo sul piatto, poggiando la puntina delicatamente, dopo aver accuratamente spolverata la nera superficie lucida un poco rugosa: non rigata. Rigata voleva dire ferita. Incurabile).
Un urlo al cielo dopo un viaggio nell’anima.
Non capivamo una parola, di quelle canzoni, allora, e neppure oggi, che ho appiccicato un pochino d’inglese nella memoria. Ma oggi, fortunatamente, basta cliccare su google e, miracolosamente, trovi il testo tradotto da qualche uomo di buona volontà, tanto generoso da metterlo anche a disposizione di tutti gli interessati.
Ma la musica, le vibrazioni, la voce, portavano diritto al cuore contenuti universalmente comprensibili.
Era, è, la dimostrazione che il significato delle parole è solo uno dei modi per trasmettere un messaggio a un’intera generazione.
Oltre le parole, conta bel altro.
E quanto altro c’era in quell’opera degli Who.
L’avrò consumato, quel disco, nelle sere un pò cupe della primavera adolescenziale.
Accostandomi un pò più alla melodia cosa mi viene in mente? Cosa trovo?
Oh, beh, canzoni e nomi di personaggi che sono diventati ricordo, andando oltre la memoria, scatenando quelle tempeste chimiche che, in un attimo, ci trasportano indietro nel tempo con tutti i sensi, se non con il corpo interamente.
Ma, devo dire, io ero più propenso alla melodia, al sinfonico dispiegamento di mezzi musicali, meditati, più che rovesciati violentemente sui palchi.
Pink Floyd, Premiata Forneria Marconi, David Bowie, e quanti altri…
Là dove la poesia, la musica, il glampur, la moda, il gusto si facevano arte complessa e varia, irrispettosa ma contenuta, là trovo, ora, l’impronta del mio stesso carattere, un pò timido e schivo, un pò fragile, un pò sognatore, libero, imprendibile, alla ricerca di qualcosa di inafferrabile.
Ma nell’aria c’era davvero quel qualcosa di inafferrabile, e quella musica ci avvicinava davvero alla possibilità di afferrare quel qualcosa che si muoveva ibntorno a noi, che ci circondava, ci prendeva e ci portava lontano.
Io abitavo in una piccola città, e non esistevano i mezzi di comunicazione di oggi.
Non era, la nostra, una generazione “social”.
Eppure, quel qualcosa arrivò fin laggiù.
Ci prese, me ed i miei amici, e ci trasportò al largo nel vasto mare del mondo che si allargava verso spazi, continenti, universi mai visti prima e che, pure, sapevamo, ci appartenevano, ci chiamavano, ci aspettavano.
Come sia stato mai possibile che nomi di personaggi sconosciuti, mai visti, mai sentiti, mai ascoltati, potessero ingorgarsi nelle nostre infinite discussioni serali, questo non riesco ancora a capirlo, neanche adesso.
Ho chiare le scritte che avevo sul diario scolastico, con quelle grafie graffitare che si usano ancora oggi, solo che oggi si sono espanse in forme d’arte dalle dimensioni di intere facciate di palazzi immensi.
Ho bene impressi nella memoria ancora oggi i nomi di star della musica che si muovevano ballando, cantando, urlando, chiamandoci ad una specie di conquista del presente e del mondo abbastanza egoista ma irrefrenabile.
Ed estesa ad un’intera generazione.
Ho impressi in mente nomi a cui oggi posso dare un contenuto, grazie alla memoria estesa di youtube e dei suoi gemelli, di internet, immenso oceano di notizie, informazioni, ricordi, memorie, fantasie, sogni, illusioni, delusioni, visioni, miraggi e fantasmi…
Come siano giunti fin laggiù, nella piccola città della mia provincia, non riesco proprio ed immaginarlo. Avranno ruzzolato da paesi lontani, continenti al di là degli oceani, da isole al di là di mari e canali, avranno navigato su navi, barche, chiatte, o rotolato lungo rotaie infinite, sgommato e ansimato su curve e salite strette e ripide, e si saranno lasciate andare da dirupi e discese, rotolando come come pietre che Dylan o Jaegger sapevano maneggiare con la maestria strafottente e spensierata di novelli eroici David armati di fionde a 33 giri, meticolose, micidiali, pericolose e precisissime.
Veri geni, quei ragazzi.
Dotati di un’energia straordinaria, anch’essa inimmaginabile.
Un propellente che sapeva incendiare folle immense, che bruciano ancora oggi, come pire che non si riescono a consumare.
Siamo ancora qui a bruciare, come legna che arde, anche se il nostro fuoco non è più quello vivido e potente di un tempo.
Ma stiamo ancora qui a bruciare.
Forse non capiamo bene il senso, o il perchè, di quelle fiamme, fiammelle, scintille che si sprigionano da qualche parte di noi quando entriamo in contatto con quel carburante…
Ma non si può sfuggire a quel che vediamo o sentiamo.
Possiamo solo ringraziare qualche entità superiore che ancora non ci siamo del tutto esauriti, consumati, carbonizzati, spenti…

A quei tempi i Led Zeppelin erano carburante troppo potente per il mio motore sensibile.
Oggi, forse, che s’è fatto più lento e pesante, e ansima, quel motore, sotto il peso dolce del tempo che passa e deposita la sua polvere su di noi, oggi, forse, occorre più energia per dare movimento a quegli ingranaggi un pò anchilosati.
E allora, trovo meravigliosa questa musica, fra rock e blues, metal e sogno.
Forse non ho più le illusioni di un tempo, certo.
Ma non le rimpiango, quelle.
E poi, o sempre temuto e lottato le illusioni.
Troppo doloroso l’atterraggio per un tacchino come me.
Non che questa musica mi faccia ritornare indietro, o mi ringiovanisca.
Ma forse, oggi, adesso, la capisco meglio.
Forse, col tempo, si impara a guardare di più, ad allargare lo sguardo oltre i limiti di veduta di quando si è troppo giovani.
Forse si capisce meglio il significato, il senso delle cose, anche della musica, anche delle ansie, delle angosce, delle paure, delle tensioni di un’intera generazione che rendevano roca la voce e la chitarra di quei grandi piccoli David.
O, più facile, loro erano più avanti, la loro musica era un contemporaneo che ancora doveva venire, allora, anche se, forse, oggi, quel contemporaneo è comunque già passato.
Non è nostalgico, il sentimento di questo post, o di questa chitarra elettrica che ondeggia, stereofonicamente, fra i canali di destra e di sinistra, disorientandoci meno di quanto allora avrebbe fatto ad una generazione di fans scatenati.
E anche se io non ero fra quelli, forse oggi capisco meglio quello che tutto ciò voleva dire.
Lamenti di cavi elettrici che anticipavano, forse inconsapevolmente, o cavi elettrici in disuso che vediamo penzolare nei corpi industriali che marciscono agli angoli di certe strade delle nostre città, dove una volta arrivavano a stento le periferie e dove, invece, oggi, sorgono quartieri residenziali che si prostituiscono sfacciatamente mostrando un bistro decadente e affaticato dall’età.
Lamenti come sirene, che allora segnavano i tempi e le voci dei pachidermi industriali voraci e insaziabili e che oggi, invece, affiorano come fossili dalle incrostazioni del tempo che hanno incatramato quartieri e città che sembrano d’epoca giurassica.
Aiuta a capire, la rabbia di questo accanimento virtuosistico dell’assolo di chitarra.
Aiuta a spiegarci come sia cambiato il mondo e perchè, anche se non sapremmo spiegarcelo bene a parole.
La mancanza di questa forza, l’eco di questa energia che si ripercuote sempre più distante nel tempo, ci spiega come e cosa abbia agito per trasformare il tempo di allora in questo tempo di oggi.
Noi siamo gli stessi, sempre gli stessi, anche se siamo irrimediabilmente cambiati per sempre.
E loro, i Led Zeppelin stanno, stasera, a dirci come, perchè, come tutto ciò sia potuto accadere.
Loro erano il combustibile.
Noi la fiamma.
Il mondo era la legna che arde e si trasforma, ma non si spegne, perchè sempre altro combustibile si aggiunge al rogo che arde dentro di noi.

Dovrei cambiare il titolo del post.
E’ più appropriato “Autodafè”.
Lo aggiungo, allora, come sottotitolo fra le parentesi.
Come il tempo che scorre, fra le due parentesi.

(Stairway to Heaven:
STAIRWAY TO HEAVEN
TRADUZIONE DI PIE
C’è una donna che è sicura
Sia tutto oro quel che brilla
E si compra una scala per il Cielo.
Sa che quando vi giungerà
Se tutti i negozi sono chiusi
Con una parola può ottenere ciò che vuole.
E si compra una scala per il Cielo.

C’è un segno sul muro
Ma lei vuole essere sicura
Perché come sai, a volte le parole hanno due significati.

Su di un albero accanto al fiume
C’è un canarino che canta,
A volte tutti i nostri pensieri sono fraintesi.

E ciò mi meraviglia.

C’è una sensazione che provo
Quando guardo verso occidente
E la mia anima piange per la partenza.
Nei miei pensieri ho visto
Anelli di fumo fra gli alberi
E le voci di coloro che stavano a guardare.

E ciò mi meraviglia.

E si mormora che presto
Se noi tutti intoniamo la melodia
Il pifferaio ci condurrà alla ragione.
E arriverà un nuovo giorno
Per coloro che aspettano da tempo,
E le foreste echeggeranno di risate.

Se ci sono dei rumori nella tua siepe
Non allarmarti,
Sono solo i preparativi per la festa di Maggio.
Si, ci sono due vie che puoi percorrere,
Ma alla lunga
C’è sempre tempo per cambiare strada.

E ciò mi meraviglia.

Nella tua testa senti un brusio che non se ne andrà,
Nel caso tu non lo sappia
Il pifferaio sta chiamando per unirti a lui.
Donna, senti il vento soffiare
E lo sai che
La tua scala è costruita sul sussurro del vento?

E mentre scendevamo lungo la strada
Con le nostre ombre più alte delle nostre anime
Lì camminava una donna che noi tutti conosciamo
Che brilla di luce e vuol dimostrare
Come tutto in ultimo si tramuta in oro
E se ascolti molto bene
La melodia giungerà a te alla fine.
Quando uno è tutti e tutti sono uno
Essere pietra e non rotolare.

E si compra una scala per il Cielo.)

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DE RERUM NATURA – fotopost & video

Photo by Pierperrone - per le foto del post, cliccare sull'immagine, oppure qui...
Photo by Pierperrone – per le foto del post, cliccare sull’immagine, oppure qui…

Come al solito, il video va gustato in HD, su youtube, e a pieno schermo!
Buona visione.

DREAM


Questo post è dedicato a Paola, Teoderica, a te, amica mia.

Ho letto il commento al Trip. Il commento di una giornata piovosa, che qui a Roma è solo nuvolosa e grigia.

Ho letto il commento che parla di un sogno fermo, immobile, che non vuole volare, oggi.

Il sogno.

Il sogno, lo sai Paola, non si può fermare.

Mai.

E’ la sua natura stessa a portarlo in alto nel cielo ed oltre le nuvole, al di sopra del sole e degli astri, oltre la volta, oltre ogni universo.

Celeste.

Azzurro.

O grigio.

O plumbeo.

A volte il sogno è un cristallo brillante.

A volte solo una cappa pesante e oscura…



Il sogno vola alto, alto.

Il sogno è il nostro doppio.

E il noi oltre noi stessi.

Il sogno è il regno dell’arte, la casa degli dei, il paradiso o l’inferno della nostra anima.

Il sogno duplica le nostre energie, raddoppia il nostro mondo, aggiunge alla rigidità dei giorni che scorrono, la leggerezza della musica che si alza leggera verso il nostro cielo.

Come la musica di questo post, amica mia.

Sempre la stessa.

Ma pure sempre il doppio di se stessa.

Sempre uguale e sempre diversa.

Fatta della materia leggera musicale, che si ripete con i suoi intrecci e i suoi arabeschi.

Materia che non riesce, però, a tenere sempre la stessa consistenza e lo stesso peso. La stessa linea e lo stesso passo.

Ondeggia, vaga, procede decisa, ma sempre in unaa direzione diversa. E non perchè non sappia dove vuole andare.

Solo è che il suo spazio è l’intero spazio che c’è nel nostro animo. Uno spazio infinito, che lei vuole riempire perchè la sua natura è proprio come la natura del sogno.



La riconosci, no ?

Quella doppia vita della musica e del sogno è il doppio della vita stessa, dell’essere al mondo che siamo.

La vita, che ha una faccia come quella di una statua classica. Assoluta,  come una composizione musicale eterna. Variopinta,  come la pittura impastata coi colori di tutte le stelle.

La vita, sempre uguale in ogni parte del mondo e sotto la pelle di ogni uomo, qualunque colore abbia la sua tavolozza o il mantello del suo sacerdote.

La vita ha anche l’altra faccia, quella che è giovane e vitale come l’esplosione di una cascata.

Quella che moltiplica le cellule del nostro esistere senza possibilità di controllo da parte della nostra volontà.

Quella che trasforma ogni giovane affamato di vita in un vecchio sazio, pronto a dormire l’ultimo sonno senza sogni.


Vita, sogno, musica, essere, gioia…

Lo so, tra queste parole si infilano mille inserti di malinconie e tristezze, come tra le pieghe della vita si infilano le spine del destino …



Ma l’esplosione della vita fa tremare i vetri delle finestre dietro cui abbiamo nascosto gli occhi.

Non tu, Paola, non io, ma oggi, tutti, abbiamo nascosto lo sguardo dietro un vetro opaco che deforma i nostri sogni in incubi inquietanti, la musica in assordanti motori rumorosi, la vita in una vuota scena di film senza sceneggiatura…

Ecco perchè sento nell’animo che il doppio – che qui rappresento con le doppie esecuzioni delle musiche più eterne – che il nostro doppio è pronto ad aiutarci come un angelo custode, ma più fedele a noi stessi e più infedele.

Ci conosce più a fondo, perchè sa che siamo noi stessi proiettati su un altro schermo.

Ma sa che ha una vita sua, indipendente, un’altra chance dei nostri giorni, comunque vadano…



E’ un viaggio.

Verso un’altra destinazione.

Quella che abbiamo dentro.

Quella dei sogni.

Quella dei colori, che tu, Paola, ami tanto.

Quella dei vestiti colorati di chi ha piegato la potenza dell’energia elettrica al servizio della musica eterna. E per fare questa magia ha indossato i panni originali di rockstar oggi invecchiate.

Panni che però non riuscivano a nascondere il magico potere di quegli stregoni di vent’anni…


Peccato che il tempo non torni più indietro e ci lasci la sue tracce solo in questi contrasti…

Là in mezzo, fra quegli interstizi, si annida la gioia del sogno, Paola cara.