MYSTERIA (versi irregolari)

Photo by Pierperrone
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E’ un mistero, questa voce che viene e se ne va.
Mi parla, da qualche profonda cavità dell’anima
e, come megafono, mi usa per i racconti suoi.
Poi, all’improvviso, si nasconde, sparisce, vola!

Adesso, non son’altro che immoto silenzio muto.
Mi schiarisco la gola. Inutile, non m’esce suono.
E quando son certo d’essermi fatto freddo sasso…
ecco, allora, senza accorgermi, bocca mia canta!

E’ un mistero, questa meraviglia che mi dà l’arte.
Entrar dentro la melodia, o esserne attraversato,
come l’aria dallo stormir delle campane, o l’anima.
Poi, senz’avviso, il piombare grave del silenzio…

E’ lo stesso, l’entrare dentro un quadro, o uscirne,
tracciar segni, modellare, respirare fresche brezze,
bearsi d’infiniti panorami, e cieli tersi, ampli e vasti..
ecco, allora, senza dirlo, mi vive una vita immensa.

E’ un mistero, questo vago veleggiar nel mare giallo,
nel rosso tinto di turchese, nel lago di scintille…
Il tappeto volante d’uno spettro orientale m’ha rapito
e mi porta, per le infinite plaghe d’un mare di poesia.

Ecco, io vado e son portato; muto, recito il mio canto:
tu, Musa, mi comandi di lassù, ma vedere non potrai
le parole del mistero scritte, fitte, nel fondo cuore mio.
Tu puoi soltanto darmi la tua voce. Io ci metto la mia
forza immane!

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LA NOSTRA GUERRA

photo by Pierperrone
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Dobbiamo colpire al centro il loro cuore!
Farne gorgogliare il sangue rosso. Riempire
i loro grandi occhi vuoti di calde lacrime
salate.

Poeti, a raccolta! Giunto ormai è il tempo
d’unirci in forza. Orsù, pronti, sguainiamo
l’arme nostre e con forza portiamo a fondo
il colpo!

Artisti d’ogni reparto, alla carica! Avanti!
Penne in resta! Sgorbie, pennelli, spartiti
musicali! Mani e teste armiam! All’assalto
del nemico!

Temiamo forse di perire? Abbiam timore vile?
Cos’altro ci trattiene? Diamo via alla crociata
contro l’insensibile infedele: al servizio siam
delle Muse!

Arrenditi, materia, al marziale inceder nostro!
Datti alla forma bella, fatti onore nelle arti.
Combatti, arte, la tua guerra, conquista il mondo
intier!

VOCE DI MUSA

A. RODIN - Il poeta e la Musa

E’ silenzio.

E’ il silenzio che, si potrebbe dire, la Musa lascia quando decide di non prestare la sua voce all’artista.

E’ il silenzio del cuore.

Il silenzio del deserto dell’uomo.

E’ il silenzio della morte che invade lo spazio della vita. Una sovrapposizione di aree che non possono incontrarsi se non in quel silenzio in cui il Nulla fa sentire la sua voce prepotente.

Quel silenzio è duro e pesante come la pietra di una tomba.

Quel silenzio è buio, è la notte eterna che non conosce il sollievo dell’aurora.

Quel silenzio si stampa sul volto di ogni uomo quando i suioi occhi smettono di vedere ed il suo cuore di sentire.

I battiti che ancora scuotono quel corpo, allora, risuonano come malinconici rintocchi di una campana che annuncia la fine del tempo.

E quel suono sfumato che fa sentire la voce della fine non è altro che il richiamo di quel silenzio degli della Musa.

Il canto di una sirena vestita a lutto.

Lo sciabordìo della barca di Caronte.

Il sibilo dell’ultimo respiro che spegne i colori del mondo.

“Non posso restare muta!”.

La Musa urlò disperata.

Quel primo grido lacerò la spessa cappa d’ombra densa.

Si infranse il cristallo che teneva gelato il mondo.

Si spezzarono catene e lastre di marmo.

Si spalancarono le tombe.

Levarono gli occhi al cielo le carcasse consumate che si aggiravano per le strade.

Con gesti incontrollati, le mani si torsero aggrappandosi al nero sudario che aveva avvolto il mondo.

Lampi accecarono le tenebre e terribile rombò la voce della volta celeste.

Gli dei si voltarono, distraendosi dalla loro inutile contemplazione dell’eterno.

La stessa eternità si disfece in mille pezzi, come uno specchio infranto dall’acuta nota lanciata dalla bocca della Musa.

Le pagine del mondo erano bianche, prima di quell’urlo lacerante.

Non erano stati sciolti i colori dalla faretra del poeta, nè le cose tratte dal nulla dell’essere ad opera dei segni del saggio mago.

Gli esseri non avevano ancora conosciuto il palpito ribollente della vita e giacevano inanimati ed incoscienti nella massa inerte dell’increato.

L’urlo della Musa lacerò le carni dell’inesistente, facendolo sanguinare di vita.

La placenta inerte dell’universo si aprì.

Il grembo della Musa cominciò a gonfiarsi.

E presto il dolore della vita cominciò a strapparle le viscere.

Si ingionocchiò, senza poter essere più muta e senza conoscere la ragione di tutta quella tumultuosa sofferenza.

Si agitò, sulla piatta terra, la miriade di minuscole creature di ogni dimensione forma.

L’inaudito era accaduto!

Lo sconvolgimento dell’ordine del niente.

La rivoluzione.

La ribellione dell’anima.

La rivolta.

La sedizione.

Il silenzio eterno era stato profanato.

Si riunirono i sacerdoti nel tempio della Musica.

Le pagine del mondo conobbero l’amore dei colori.

La mano dell’artista sfiorò la ruvida tela e ne grondarono cascate di vita.

Il gemito della creazione si propagò attraverso la materia e da quell’atto d’amore scaturì la vita.

MUSA NOTTURNA

Constantin BRANCUSI - MUSA DORMIENTE

Pietre, case, strade, vento, gelo.

Questo c’era nella mia vita ieri sera.

Pietre, belle, levigate e calde.

Le pietre della storia, baciate dagli anni, dai secoli.

Le pietre accarezzate dal genio, dall’arte, dalla forza degli uomini che le hanno tirate su e le hanno fatte diventare case, chiese, palazzi, castelli, città.

Pietre che trasudano ancora oggi la bellezza come il mare trasuda la candida schiuma sulla cresta delle onde.

Pietre.

Carezze e ferite.

Le carezze del tempo, che consumano anche la più dura delle pietre preziose. 

E le ferite, che il tempo incide nel molle intimo della pietra, come un innesto di vita, per infondere al freddo materiale inerte il calore che le rende preziose.

Le case.

Il guscio duro di ogni uomo. Il rifugio. La corazza.

E le strade, che portanogli uomini alla meta, al rifugio.

Strade, che danno ordine e sensoall’uomo una dimensione, una gravità, una base, un ordine, un andamento, uno spartito, una musica.

Il vento che soffiava tagliava la faccia, ieri sera.

Erano schiaffi inferti con mano gelida, premeditati, lame sferzanti, frustate.

Il gelo ed il fuoco.

La stesse piaghe che consumano le carni.

Il gelo che brucia le mani, irrigidisce le giunture.

Il gelo che addormenta nel sonno perenne.

Il fuoco che consuma, arde, eleva al cielo più profondo.

C’era questo, ieri sera, nei miei occhi, nel mio cuore.

Fotografie di radi passanti.

Ombre schiacciate sul lastricato consunto della città vecchia.

E c’erano le colline, che si intravedevano appena, nella fioca penombra del giorno che si fa notte. Coperte di alberi e case. Puntini di luce, qualche faro che correva affaccendato e le file dei fanali che mostravano la strada che puntava decisa verso il cielo.

Stelle non ce n’erano, in cielo. Il territorio era stato conquistato dall’immenso esercito delle nuvole che dilagava come una marea selvaggia.

Nuvole spinte dal vento.

vento di libertà.

Oppure vento come un padrone inesorabile che spingeva rabbiosamente il suo gregge grigiofumo dei cumulinembi nei pascoli senza erba della volta notturna.

Qualche zaffiro.

Qualche brillante.

Qualche diamante.

Neanche Selene si è vista.

O Iside, come amava farsi chiamare nella terra dell’oceano rosso di sabbia.

O Inanna, quando si pavoneggiava, nuda e acerba, davanti alle porte dei leoni alati di Babilonia.

Ieri sera non c’era.

Chissà.

Amoreggiava in qualche letto. Dispensava la sua gioia. Il suo amore diretto al cuore. Stlettate senza pietà.

Tutti conosciamo i suoi occhi.

Il suo sguardo.

Il desiderio che arde nel cuore di ognuno, il più forte, il più irresistibile.

E’ comandato dal suo fascino.

Il suo portamento.

La sua persona.

I suoi attributi divini.

D’argento.

Tutto questo ieri sera non c’era.

Ma non era vuoto quel cielo.

Era pieno di fantasmi, forme leggere, spiriti, geni.

Era affollato.

Percorso da mille energie.

Energie che prendevano vita dalle facciate di pietra nuda, dai mostri bronzei che vigilavano a guardia delle vecchie mura cittadine.

Vampe, fiamme, saette, lampi, fulmini, baleni, bagliori, riflessi, faville.

Tutto era vita.

Vite.

Vite che si tenevano per mano e abbracciavano la notte ed il mondo.

E che mutavano a rovescio la direzione del tempo.

Vite che tornavano dal cielo alla terra.

Dalla terra alla carne.

Dalla carne al caldo ventre materno.

E da quello al seme del padre.

E all’amore che li avvinse.

Allo spirito che compie il miracolo.

Allo sputo del dio che, la prima volta, per fare la carne, fu impastato alla polvere della terra.

Alla carne del dio e al suo seme.

Alla fecondità che coprì di peccato tutto il creato.

Al peccato che si fece piacere.

Al piacre che si fece vita.

Questo c’era. ieri sera.

Trasudava dalle pietre.

Era olio, miele, vino dolce e forte.

Grano e pane.

Sale e mani sudate.

Fronti segnate dalle rughe.

Paure e dolore.

Amore.

Nostalgia.

E poi, crudeltà, anche, e assassinio e turpe, invereconda, empia violenza.

Era il Fato.

Era la strada percorsa dagli uomini.

Quella strada già percorsa dai secoli, quella strada che si è fatta storia.

Quella strada che diventa una prigione, una cella, una condanna.

Era il Destino che scava le viscere della terra, smuove le montagne.

La Sorte, che stabilisce quale torre deve restare in piedi a dare prova di sè, testimone della propria vana fortezza e quale altra, invece, condanna al disfacimento, alla consunzione, alla corruzione.

Questo c’era.

E mi parlava.

Il suo silenzio era un discorso profondo.

E io con quel silenzio avevo intavolato un dialogo profondo.

Un’assonanza intima.

Due intimità che si fondono.

Due respiri che diventano lo stesso vento.

La sferza di quelle raffiche che si portava lontano quel muto, fitto, intreccio di silenzio e pace, quiete e calma.

Di questo è fatta la notte.

Di questo.

Di questo è fatta anche la storia.

E anche noi, di questo silenzio siamo fatti.

Non possiamo sbagliarci.

No.

Non le nostre carni, non le nostre voci.

Quelle passano, si consumano, si perdono.

Finchè si annientano.

E non resta più nulla di quella vanità.

Invece in quella comunione di silenzi si condensa l’universo.

In quel bagliore che balugina attraverso gli occhi socchiusi, intaccati dalle lame dei Boréa crudele, in quella notturna luminosità che potrebbe essere sogno, o immaginazione, o desiderio, in quelle distanze,  dilatate o annullate dalla luce impastata del buio, in quell’infinito combaciare di contrasti, ecco, in tutto quello Noi siamo.

Esistiamo per quello.

Solo per quello.

Provo a domandarmi quale è il mio compito, la mia missione, la mia ragione.

Perchè vivi, Uomo?

L’eco dell’interrogativo rimbomba, risuona, rimbalza nelle caverne che si aprono profonde nel nostro cuore.

Perchè?

Nessuno risponde.

E il suono si perde.

Cosa morta, che si consuma e perisce.

E resta il silenzio.

Quella liturgia, quell’accordo di tutti i suoni che vibrano insieme, all’unisono, e producono quella sinfonia fantastica che nessun orecchio ha la forza di udire.

Ma si sente.

Si sente con quell’altro organo che portiamo dentro di noi.

Col cuore.

E dobbiamo studiare bene, approfondire accuratamente, l’anatomia nascosta di quella massa inesplorata di vita che pulsa dentro di noi.

Nessuno, non un medico, non uno scienziato ha saputo mai trovare la formula della magica sostanza di quella materia che batte dentro di noi.

Materia sensibile.

Che ode e percepisce.

E comprende.

E afferra.

E brama.

E ordina.

E comanda.

Buio che si fa colore.

Silenzio che si fa melodia.

Pietra che si fa tempo.

Uomo che si fa dio.

E nel silenzio mi sono perso.

Di fronte a me avevo le gialle pietre, gli angoli stretti delle strade remote, le vecchie case fatte di mattoni consumati.

Avevo ali e sandali veloci.

Il furore di Pegaso nei piedi.

Sandali e piaghe.

Avevo percorso tutte le strade del mondo.

Tutte le distanze del tempo.

Ero tutti gli uomini e l’intero corso della storia.

Ero il creato.

E ttu questo era dentro di me.

E potevo vederlo e sentirlo. Potevo toccarlo, tenerlo stretto fra le mie mani.

E difatti ho stretto le mani sul petto, per trattenere il mio cuore, che stava per andar via.

E potevo vedere il mio abbraccio, sentirela sua forza.

Potevo guardare tutta la scena, mentre ero lì, mentre, stretto, tenevo tra le mani il creato intero, tutto, infinito, trabocchevole, ben custodito dentro di me, nel mio profondo, al sicuro.

Ed ero dio e come dio potevo guardare dio che puntava il suo infinito sguardo nel tutto.

E potevo trasformare il nulla che era lì, davanti ai miei occhi, e dargli la vita, farlo arrivare, fargi compiere il suo viaggio infinito.

Ecco.

Ero lì.

Pietre, case, strade, vento, gelo.

Questo c’era nella mia vita ieri sera.

Pietre, belle, levigate e calde.

MUSA

Musa, prendimi Musa. Prendimi per mano. Accompagnami, stasera.

Ho voglia del calore tuo. Ho bisogno di te, profumata, morbida mia Musa.

E’ necessario, per me, stasera, sentire il sapore dolce delle tue labbra umide.

E’ sera, sai, dolce Musa, e di sera il respiro s’affioca, mentre Selene s’avanza. Selene!

E’ la vita mia che scivola via, stasera, se non accarezzo il tuo seno candido.


Musa, ti prego, prendimi, portami nel tuo paradiso, nell’olimpo dell’Arte.

Ti prego, fammi da guida, mostrami il ramo d’alloro, sussurra al mio orecchio.

Cedimi la tua voce, prestami il tuo occhio, intreccia le tue mani alle mie. E conducile.

Piano, accompagnale nel solco del tuo piacere di dea, di madonna gravida d’arte.

Stringile, strette, non farle scappare, le mie labbra intimidite, le mie parole fuggiasche.


Musa, delicato petalo di un giorno fiorito, divina fonte di vita eterna.

Dura un minuto soltanto la tua apparizione che annuncia il Creato.

E poi appassisci, e fuggi, e scompari, dissolta, tenue arcobaleno del cielo.

Leggiadra fanciulla dalle leggere gambe veloci, t’avanzi pei viali, e sparisci,

nel viale della vita. E lasci secca la mia bocca. Senza suono. Lira spezzata.


Io t’invoco, rosa carne di rosa rossa d’amore. Io ti adoro. T’imploro.

Io ti sogno, ti bramo, ti prego. Apparizione fugace, ombra di nebbia.

Idolo d’amore e di guerra. Simulacro d’immensa forza immaginativa.

Musa dalle membra delicate, capelli di seta, occhi d’azzurro del cielo.

Forma di pura materia cesellata. Parto del cielo. Figlia dell’Uomo.


Oh Musa. Ecco. Ti vedo, ti tocco, ti stringo, ti abbraccio.

Oh, gelida pietra, rancido colore disfatto! Mi sfuggi, ti sciogli!

Oh io ti temo, fantasma svanito, demonio alato di morte.

Duri l’attimo di un inganno folle del Tempo! Pallida ombra

dissolta dal sole. Cotonosa nube d’estate evaporata nel cielo.


Il nulla, la sabbia, granello del mare. Incalcolabile goccia d’Infinito.

Ecco, tanto dura il tuo abbraccio, tanto è fedele il tuo amore!?

Ad un altro, già ad un altro, sei corsa a porgere i bòccioli rosa

dei tuoi seni di volubile bimba corruccia. Nei tuoi occhi traversi

già brilla il nuovo lampo d’ardore, ed il suo, maledetto, d’altro poeta!


Poeti, musici, artisti. Gente di strada! Maledetti! Scarti immondi di dei!

Bari, infedeli, banditi, fetide carogne! Via! Via! Lasciate a me la mia Musa!

Via! Scappate! Fuggite! Sparite! Ombre maledette di nani! Buffoni! Perfidi mostri!

Lasciate la mia Musa! Lasciatela a me! Lasciate la mia unica gioia! Il mio essere, mio amore!

Maghi, sciamani, stregoni, ciarlatani alchimisti! Falsi dottori! Maestri di morte! Infetti appestati!


Piccola Musa candida e immobile! Il tuo sangue rappreso oscura il mio sguardo.

Ho sporche le mani, che le tue, calde, strinsero. Oh, attimo d’amore infinito,

appassito in un istante disperato! Come rimbomba questo silenzio di morte!

Com’è immobile il tuo suono. Com’è oscuro il tuo nero. E com’è pallido il tuo aspetto,

Selene!


Diavolo mi hai preso! Hai vinto! Porta via il tuo trofeo. Esponilo. Vittoria hai avuto!

Stasera!