FOSSE ARDEATINE, di Luchino VISCONTI

Luchino VISCONTI
Luchino VISCONTI

Sembra che la storia non abbia preso lezione dalla memoria.
Ogni volta che scorre il rosso sangue, l’odio il cuore acceca.
Solo questa cecità consente al boia d’eseguire la condanna.
E’ una forma di amnesìa volontaria, che nasconde la crudeltà.
Anche oggi, oggi, giorno di ricordo, da qualche parte, il mondo
piange.

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MEMORIA

via rasella
Roma, 23 marzo 1944: soldati tedeschi e fascisti in via Rasella poco dopo l’attentato partigiano contro i soldati del terzo battaglione “Bozen” della polizia tedesca, arruolato tra i cittadini di etnia tedesca dell’Alto Adige.

MEMORIA IN BIANCO E NERO

… tanto per esercitare la memoria…

… per scoprire che il passato è diventato presente…

… e che il presente passa, poi torna … tanto per farci paura … ma il presente non torna mai uguale a se stesso … non ha memoria … non ricorda qual’è casa sua … si confonde … diventa goffo …  è ridicolo quando ritorna …

MONSTERS

La memoria del 24 marzo ricorda l’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Dal 1944 … al 2012.

La mostruosità della guerra non riesco proprio a spiegarmela, ma, più ancora che le azioni belliche, non riesco a capire come sia possibile che il Male, che nella guerra trova piena giustificazione, possa conquistare così facilmente l’animo degli uomini e trasformare in belve assetate di sangue, in mostri crudeli e senza pietà,  delle creature altrimenti del tutto comuni, del tutto identiche a ciascuno di noi, così perfettamente normali, copie di noi stessi così esatte che potremmo confondere noi stessi con ciascuno di quelli.

Come è possibile che uomini che abitano in case pacifiche, arredate con tende a fiori, poltrone di cuoio comode e confortevoli, che dormono in letti con lenzuola stirate e coperte marroni, che hanno lo zerbino davanti la porta, che possono piangere se il proprio cane, o il proprio gatto fugge o finisce sotto un tram, uomini che sono padri, fratelli, figli, si possono trasformare in soldati senza coscienza, in aguzzini senza dignità, in bestie, iene, vampiri assetati di sangue?

Il secolo che è appena trascorso ci ha dato questa certezza: in ogni uomo si annida una belva. E quella belva feroce è pronta ad azzannare se solo gli si libera la catena.

Paesi che si definivano civili ed evoluti, nazioni e popoli che si erano impegnati per la libertà e la democrazia, moltitudini di uomini che avevano lottato contro lo sfruttamento, che avevano osato ribellarsi nel nome di un futuro migliore per tutti, hanno partorito, nel secolo scorso, le più gravi e penose espressioni del Male che la storia moderna abbia conosciuto.

Il fascism, i fascismi, il nazismo, la bomba atomica, il comunismo, restano ancora privi di spiegazione: il silenzio delle voci di milioni di morti interroga, senza ottenere risposta, i protagonisti di quelle pagine di storia che grondano sangue.

Quei figli del Male strisciano ancora in mezzo a noi, vivono acquattati dentro l’animo di ciascuno di noi, nessuno è al sicuro, nessuno può dirsi immune dal possibile contagio.

Perciò dobbiamo conservare la memoria.

Per questo dobbiamo tenerla bene stretta, la catena della memoria, al chiodo della nostra coscienza.

In questo video ci sono due mostruosità: quella che si vede, che viene mostrata in tutta la sua crudeltà, quella del nazismo che finisce nel sangue. Il sangue degli stessi protagonisti in divisa bruna.

Ma c’è anche un’altra crudeltà, quella dell’ipocrisia che si nasconde nella voce di chi racconta il Male essendo figlio dello stesso Male.

Il fratello che racconta le nefandezze del fratello nascondendo le proprie nefandezze.

E’ la voce di Caino che racconta l’assassinio che Caino ha commesso.

Nessuno può interrogare più Abele.

Resta solo una cronaca, redatta da mani lorde di sangue.

Le mani che hanno costruito i campi di sterminio, i lager, i gulag, le bombe atomiche.

Io voglio lasciare un pensiero, leggero come un fiore, sulla tomba di Abele.

Marcinelle, 8 agosto 1956

Pietro D. Perrone - LA LEYENDA DEL INDIO DORADO

La Leyenda è un viaggio in cinque secoli di storia del lavoro, un viaggio nelle viscere della terra e un viaggio nella memoria, da cui emergono i ricordi di chi ha dedicato tutta la vita al lavoro in miniera.
Il viaggio che si compie attraversa luoghi e tocca i territori della Storia e della Civiltà, ‘Storia che diventa grande quando coniuga il riconoscimento della dignità dell’Uomo con la promozione delle migliori condizioni di vita e di salute per tutti i lavoratori. E la Civiltà, che matura ogniqualvolta il sacrificio dei lavoratori diventa occasione per una nuova conquista della coscienza civile.’


Prodotto: Volume – Quaderni della Rivista degli Infortuni e delle Malattie Professionali
Edizioni: INAIL – Settembre 2010
Disponibilità:
Sì – Consultabile anche in rete (.pdf 4,29 Mb)

Informazioni e richieste: dccomunicazione@inail.it

9/5/2011 MEMORIA !

Palazzo del Quirinale - 09/05/2011

“Rendere onore alla magistratura premessa di ogni produttivo appello alla necessaria collaborazione per le riforme”

“La prova del lungo attacco terroristico con cui noi abbiamo dovuto fare i conti, specie negli anni della sua massima intensificazione, è stata quanto mai pesante e insidiosa per la coesione sociale e nazionale, e per le istituzioni democratiche nate sull’onda del movimento di Liberazione e ancorate ai principi della Costituzione repubblicana. E dunque il superamento di tale prova resta una pietra miliare nella storia dell’Italia unita : di qui la nostra inestimabile gratitudine a quanti hanno pagato con la loro vita, e il riconoscimento che meritano tutti quanti hanno condotto quella battaglia sapendo di doverla e poterla vincere”. Lo ha affermato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo intervento celebrativo del Giorno della Memoria al Quirinale. (leggi tutto…)

In ricordo di un padre, giudice, vittima del terrorismo:


In ricordo di tutte le vittime del terrorismo:

VITTIME INDIVIDUALI DEL TERRORISMO: GLI ASSASSINATI (1969-2003)

A
ALA CARLO
– Dipendente Industria, Brandizzo (To) 31.01.1980
ALBANESE ALFREDO – Commissario Capo, Venezia 12.05.1980
ALBERGHINA FILIPPO – Agente P.S., 24. 12.1984
ALESSANDRINI EMILIO – Magistrato, Milano 29.01.1979
ANNARUMMA ANTONIO – Guardia P.S., Milano, 19.11.1969
AMATO MARIO – Magistrato, Roma 23.06. 1980
AMATO MAURO – Studente, Roma 8.07.1977
AMATO PINO – Assessore regionale, 19.05.1980
AMMATURO ANTONIO – Vice Questore, Napoli 15.07.1982
ARNESANO MAURIZIO – Agente P.S., Roma 06.02.1980
ATZEI BENITO – Vice Brigadiere CC, 08.10.1982

B
BACHELET VITTORIO – Magistrato, Roma 12.02.1980
BANDIERA ANTONIO – Agente P.S., Salerno 26.08.1982
BATTAGLINI VITTORIO – Maresciallo CC, Genova 21.11.1979
BAZZEGA SERGIO – Maresciallo di P.S., Sesto S. G. (MI) 15.12.1976
BERARDI ROSARIO – Maresciallo P.S., Torino 10.03.1978
BONANTUONO CARLO – Agente P.S., Milano 19.10.1981
BRIANO RENATO – Dipendente Industria, Milano 12.11.1980

C
CALABRESI LUIGI – Commissario Capo, Milano 17.05.1972
CALVOSA FEDELE – Procuratore capo della repubblica, Patrica (Fr) 08.11.1978
CAMPAGNA ANDREA – Agente Digos, Milano 19.04.1979
CANCIELLO MARIO – Autista, Napoli 27.04.1981
CAPOBIANCO CIRO – Guardia P.S., Roma 5.12.1981
CARBONE LUIGI – Brigadiere P.S., Napoli 27.04.1981
CARLUCCIO LUIGI – Brigadiere P.S., Milano anno 1981
CARRETTA GIUSEPPE – Guardia P.S., Roma 08.06.1982
CASALEGNO CARLO – Giornalista, Torino 29.11.1977
CASU ANTONIO – Appuntato CC., Genova 25.01.1980
CERAVOLO GIOVANNI – Appuntato di P.S., Empoli (FI) 24.01.1975
CESTARI ANTONIO – Agente PS., Milano 08.01.1980
CHIONNA ANTONIO – appuntato CC, Martinafranca (Ta) 03.06.1980
CINOTTI RAFFAELE – Agente Custodia, Roma 07.04.1981
CIOTTA GIUSEPPE – Agente P.S., Torino 12.03.1977
CIV1TATE CARMINE – Barista, Torino 18.07.1979
COCO FRANCESCO – Magistrato, Genova 08.06.1976
CODOTTO ENEA – Appuntato CC, 05.02.1981
COGGIOLA PIERO – Funzionario Industria,Torino 28.09.1978
CONTE OTTAVIO – Agente P.S., Torvaianica (Roma) 9.01.1985
CONTI LANDO – Ex Sindaco, Firenze 10.02.1986
CORTELLESSA IPPOLITO – Appuntato CC, Viterbo 11.08.1980
COSSU MARTINO – Finanziere, Malga Sasso (BZ), 9.09.1966
CRESCENZIO ROBERTO – Studente, Torino 01.10.1977
CROCE FULVIO – Avvocato, Torino 28.04.1977
CUSANO FRANCESCO – Vice Questore, Biella 01.09.1976
CUSTRA ANTONIO – Vice Brigadiere di P.S., Milano 12.05.1977
CUTUGNO LORENZO – Agente Custodia, Torino 11.04.1978
CUZZOLI PIETRO – Brigadiere CC, Viterbo 11.08.1980

D (l’elenco continua…)

Io non so se l’elenco è completo, nè se errori o omissioni ne possono inficiare l’obiettività o la triste realtà storica.

So solo che un elenco così lungo merita una maggiore considerazione da parte dei cittadini italiani, una maggiore attenzione, una maggiore coscienza, una maggiore cura della “casa comune”.

Oggi, questa considerazione, quest’attenzione, questa coscienza, questa cura, non sono adeguate a difendere la memoria di tante vittime, vittime delle folli ideologie e dei meschini interessi di Stato e Politica.

Quelle vittime erano giudici, giornalisti, poliziotti e carabinieri, studenti, operai e cittadini come tutti, come me, come ognuno di noi.

Tra loro c’erano anche politici, sindacalisti, militanti e simpatizzanti di diverse fedi e orientamenti, noti e meno noti.

Oggi è la giornata della loro Memoria, della nostra Memoria, della Memoria per noi e della Memoria per i nostri figli. Noi che siamo padri e madri e che ricordiamo e che vogliamo che i nostri figli ricordino.

Oggi, interessi altrettanto meschini stanno mettendo in pericolo la democrazia, in Italia, con la menzogna, non più con il sangue.

Vogliono confonderci, vogliono rendere uguali il Bene ed il Male, che uguali non sono.

Nel nome di una presunta libertà e di una presunta eversione vogliono perseguire lo stesso scopo di coloro che si armarono di Scorpio, P38 ed esplosivo al plastico.

Folli !

Non sanno.

Non sanno che noi ricordiamo.

E che, ricordando, resisteremo per sempre.

E che, nella Memoria, resisteranno, per noi, i nostri figli, domani.

CATACOMBE

Adesso ci stiamo preparando. Dobbiamo andare.

Abbiamo deciso di andarcene in una nuova dimora, al riparo, al sicuro.

E’ un pò oscura, umida. Ma tiepida e protettiva.

La stiamo scavando con le mani, con qualche brandello della nostra memoria, con qualche scheggia di vetro colorato, con frammenti del nostro specchio andato in frantumi sotto il bombardamento dell’altra notte, domenica scorsa.

Adesso dobbiamo andarcene da queste mura alte, bianche, orgogliose ma deboli, presuntuose e fragili.

Sono sotto il tiro dei bombardieri e non possono nascondersi, coi loro bei tetti rossi, i gerani sui balconi, il bucato schiaffeggiato dal vento e ferito dalle schegge impazzite e dai colpi dei cecchini.

Si, dobbiamo andarcene. Dobbiamo nasconderci.

Andiamo ad abitare nelle catacombe, adesso.

Una città. Un’intera città dobbiamo scavare.

Abbiamo appena cominciato.

Siamo in pochi forse. Non siamo rimasti in molti.

Parliamo poco, ormai, assorti nei nostri pensieri.

Passiamo il tempo a ripensare al mondo che non vuole passare, impigliato nella nostra memoria, aggrappato ai nostri ricordi, prigioniero delle nostre speranze. Inutili. E vane. Spezzate. Infrante.

Ci guardiamo, ogni tanto. Ci vediamo di lontano e la sola presenza ci provoca sollievo e dolore.


Sentiamo a distanza il calore dei nostri vicini, li sentiamo come una volta li sentivamo ascoltare la televisione, o litigare, di tanto in tanto. Sentiamo che non siamo soli. Ma non possiamo più stare vicini. Fare gruppo è diventato pericoloso. Il nemico è con noi. E’ dentro di noi, oramai. E’ come noi. ha le nostre facce, usa le nostre parole, ha i nostri stessi sentimenti, vede con i nostri stessi occhi, usa le nostre parole, respira la nostra stessa aria, mangia alla nostra tavola, il nostro cibo, il nostro vino, divide con noi i nostri stessi sogni, ce li ruba, ci sottrae ossigeno e vita.

Il nemico è come un parassita che si annida nel nostro intimo, nel nostro stesso essere, nella nostra identità, nel nostro nome, nel nostro io.

L’io collettivo, l’essere l’uno per tutti è morto e lo hanno sepolto.

Adesso vogliono uccidere le nostre piccole inutili esistenze.

Non so perchè accade tutto questo, cosa li spinge e cosa intendono fare dei nostri Nomi.

Hanno paura, questo lo sento bene, sono terrorizzati perchè vogliamo essere liberi, non vogliamo cedere, non possiamo obbedire, non vogliamo morire e non vogliamo abitare la terra dei morti.

Sento i colpi delle granate che cadono vicini, ormai. Ci hanno quasi presi, questa volta.

Le pareti della casa rosa in cui abbiamo abitato negli ultimi giorni sono volate via in mille schegge e le finestre sono esplose facendo volrare le scaglie di vetro a chilometri di distanza, come piccole letali lame impazzite.

Avevamo lasciato quella casa rosa solo poche ore prima.

Nelle catacombe siamo sporchi di fango marrone, molle, maleodorante.

Siamo quasi asfissiati nei cunicoli che stiamo scavando a ritmo forsennato per sfuggire alle grinfie del nemico.

Hanno organizzato battute di caccia per prendere i più deboli di noi. Le chiamano adunate elettive. Ma sono dei raduni, veri rodeo. Caccia all’uomo.

Molti di noi restano immobili, non oppongono neanche resistenza, quando li vedono avvicinarsi sui loro carri rombanti.

Un gesto secco.

E si accasciano.

Per sempre.

Immobili.

I più fortunati, forse.

Noi fuggiamo. Disperati. Straziati.

Il sangue sgorga dalle ferite, ma senza dolore, quasi come se desse sollievo allo sbattere impetuoso nelle tempie.

Quasi ci prendono.

Ma stringiamo forte i denti e quasi si spezzano i muscoli delle braccia e delle gambe mentre spingiamo forte sulla terra, dentro le viscere madide di quelle gallerie senz’aria, senza luce, senza altro suono che il nostro respiro esasperato ed il rullo impazzito dei nostri cuori, lanciati sulla pista della paura come aerei al decollo.

Ma non solo la paura ci tiene in vita.

Dobbiamo scavare, dobbiamo costruire la nostra nuova città, dobbiamo fare figli, dobbiamo custodire la nostra identità, dobbiamo creare un tempio dove alloggiare la nostra memoria.

Dobbiamo.

Disperatamente, dobbiamo compiere il nostro dovere.

E’ questo che ci tiene in vita.

Le gallerie delle nostre catacombe si incroceranno nel buio della terra senza luce.

E in quell’attimo, in quell’incrocio istantaneo, sfioreremo con le nostre mani le mani dei nostri vicini. E senza vederci non sapremo mai se saranno i nostri nemici ad averci trovato o i nostri stessi simili che hanno trovato un fratello.

Sarà un attimo che durerà a lungo come dura  a lungo l’Eterno.

Sarà l’attimo che realizzerà la nostra Speranza e la nostra stessa Vita, o che compirà il nostro destino e la nostra Fine.

E sarà così intenso quell’attimo sospeso fra il Sempre ed il Mai più, che non potrà avere mai più fine.

E quello sarà il nostro Regno, la nostra Terra, la nostra Resurrezione, la nostra Vita Eterna.

Un attimo.

E in quell’attimo avremo davanti ai nostri occhi ben chiaro, immersi in quella città senza Luce, il perchè del nostro disperato bisogno di scavare, di andare a vivere nelle catacombe del mondo, nei cunicoli dove per vivere si deve imparare a vivere senza respirare.

In quell’attimo senza fine sapremo che avremo vinto la nostra pur inutile battaglia, chè il nemico ci incontrerà e ci prenderà e ci perderà nel suo turbine d’Oblìo.

Ecco, adesso l’ho detto.

Sarà, quell’attimo, l’attimo in cui sul mondo si stenderà l’era della Memoria.

In quell’attimo, per quel solo attimo che non avrà più termine, saranno sconfitte le Tenebre, disarcionato il Caos, decapitata la terribile bestia dell’Abisso.

E sarà, quell’attimo che non conoscerà confini, la nostra Vittoria.

E solo un attimo dopo che le nostre mani avranno finito di sfiorarsi, nel buio senza luce delle gallerie delle nostre catacombe, l’Oblìo si riprenderà la nostra esistenza ormai vittoriosa.

Ecco, devo scavare, devo scavare ancora più forte.

Sento il rombo straziato dei falchi a motore che si precipitano in picchiata dal cielo per cavarci gli occhi coi rostri metallici delle mitragliatrici roventi, sento il sibilo ululante delle bombe che precipitano sulle case di fronte facendole esplodere in nuvole di polvere sottile, sento i colpi del cannone che bombarda il ponte di marmo bianco disteso sul fiume, vedo il sangue del fiume che schizza sulla pietra candida come un lenzuolo, sento i colpi dei cecchini che schioccano e ricamano con sottili rosse figure sulla fronte dei nostri fratelli più stretti.

Ecco, non ho ancora finito di scavare.

Ho appena cominciato.

… pensieri in direzione contraria

Avevo pensato a tante cose, per questa giornata della Memoria.

Una poesia di Celan, “Neri fiocchi”.


Neri fiocchi Neve è caduta, senza luce. È già
una luna o due che l’autunno, sotto tonaca di frate,
ha portato un messaggio anche a me,
una foglia dai pendii di Ucraina:

“Pensa che è inverno anche qui, ora per la millesima volta
sulla terra dove scorre il fiume più vasto:
Sangue celeste di Giacobbe, benedetto da asce …
Ghiaccio di un rosso non terrestre – guada il loro atamano
con tutte le salmerie nei soli che s’oscurano … Figlio, uno scialle,
che mi ci avvolga, quando scintilla d’elmi,
quando la rosea lastra si spacca, quando polvere di neve
si fanno le ossa di tuo padre, sotto gli zoccoli
scricchiola il canto del cedro …
Uno scialle, solo un piccolo scialletto, ch’io conservi
adesso, che tu impari a piangere, accanto a me
la ristrettezza del mondo, che non è mai verde,
figlio mio, per tuo figlio”.

L’autunno, madre, mi è sanguinato via di qui,
la neve mi ha bruciato:
ho cercato il mio cuore, perché piangesse,
ho trovato il soffio dell’estate.
Era come te.
Mi sono venute le lacrime. Ho tessuto lo scialletto.

Ma mi sarebbe sembrato di ripetere, inefficacemente, quello che già la voce di Maddalena Crippa ha trovato nelle viscere della “Fuga di  morte”.

Il video è ancora sul blog.


E non può la forma scritta dei versi restituire alla poesia la forza che la voce di Maddalena ha saputo dare  al sentimento con un strappo così doloroso.

Anche Garcia Lorca aveva gridato contro le apparecchiature rituali ammantate di anelli d’argento e spine dolorose. Anche quel video, per me, è pura forza sgirgata dall’arte dei poeti.


Avevo pensato che una pagina di Milena Jesenska potesse onorare questa giornata, dalla pagina di questo stesso blog. Milena è morta nel lager di Ravensbrük il 17 marzo 1944.

La pagina era già stata pubblicata un pò di tempo fa. Davvero commovente.

Un lucido ingenuo stupore.

Racconta la facilità con cui il male può e sa entrare nel circolo sanguigno di una città.

A Praga, il 15 marzo 1939.

… Quando il telefono ha squillato, martedì, alle quattro del mattino, quando amici e conoscenti hanno telefonato e la radio ceca ha cominciato le trasmissioni, la città sotto le nostre finestre aveva il solito aspetto di tutte le notti. I lampioni in fila formavano lo stesso disegno, i crocevia la stessa croce. Solo che, a poco a poco, già dalle tre, hanno cominciato ad accendersi le luci: dai vicini, di fronte, di sotto, di sopra, infine in tutta la strada. Noi stavamo alla finestra dicendoci: anche loro l’hanno già saputo. Abbiamo svegliato altri per telefono: lo sapete già? Si, lo sapevano. Un’alba sbiadita sopra i tetti, una pallida luna dietro le nubi, volti di chi non ha dormito, una tazza di caffè caldo e gli annunci dati dalla radio a intervalli regolari. E’ così che giungono i grandi eventi: piano, in punta di piedi, senza preavviso.

I giornali tedeschi hanno pubblicato un reportage sui soldati tedeschi in marcia verso Praga: la città silenziosa avvolta in un’alba che sa già di primavera, la colonna di camion tedeschi carichi di uomini a cui batte il cuore: che cosa accadrà nella città? Come si comporteranno gli uomini in queste strade sconosciute? Giunti in periferia, fermano il primo passante che incontrano. E’ un operaio che si reca al lavoro. Capiscono a prima vista che egli sa tutto. L’uomo è calmo, in silenzio e senza scomporsi indica loro la via…. (vai alla pagina)”.

Bisogna leggerla tuta quella pagina. Non basta ricordarla. Ma basta il magico click del mouse per riportare il nostro tempo in quella dimensione.

La Memoria che si celebra oggi è proprio quella che entrava a Praga sotto forma di eventi storici il 15 marzo 1939.

Per questo bisogna leggerla quella pagina. E sono contento di averla pubblicata.

Ma la Memoria non è facile da frequentare.

Io la amo, questo lei lo sa. E gioco con lei a mosca cieca, a volte. E allora mi tocca cercarla, andarla a trovare dove si nasconde. Lo so che mi sorride dietro il velo che usa per mascherare la sua apparente assenza.

Vado a cercarla, a volte, nei miei ricordi d’infanzia, di gioventù. In giardini che mi sembrano sempre pieni di verde, di fiori colorati, di tenui profumi suadenti, di baci tremanti, di paure e desideri dolci come miele.

Vado a cercarla. E credo di trovarla, a volte, nascoste sotto il trucco pesante di qualche musicista dei palcoscenici che si montavano nelle città in cui sorgevano quei giardini sempreverdi. Credo di intravederla anche se assume le fattezze di qualche rckstar ormai stanca di portare la maschera di idolo dei giovani.

E sono certo che anche lei mi ama. Le piace giocare con me. Riportarmi indietro negli anni, a quegli anni felici che si assaporano insieme alle note musicali di allora, ai colori delle bandiere sotto le quali sfilava la nostra coscienza innocente, agli ardori dei nostri ideali incontaminati.

Le fa piacere, lo so, le piace giocare con me, coccolarmi, vezzeggiarmi, con le immagini che appartengono al mio passato che non riesce a passare. I volti cari dei compagni, delle amiche, dei compagni di quartiere di scuola e di interminabili discussioni sul futuro.

Discutevamo di tutto, volevamo conquistare il futuro, il mondo, l’universo intero. Che, a quel tempo, era una meta che entrava nel mirino dei cacciatori della NASA, puntato sui mari candidi o ombreggiati di Selene.

Purtroppo la Memoria non può fare i conti con i sentimenti che provocano le sue giocose carezze. Qualcuno di quegli illusi idealisti è stato rubato dal tempo, dalla malattia, dalla disgrazia, dalla sfortuna… E’ così che ci si accorge che, piano piano, la vecchiaia comincia ad accomodarsi vicino a noi. Anche se siamo ancora giovani, forti, vitali, lei, la stagione dell’autunno, proietta i suoi riflessi di bruna ombra fredda sui nostri passi. E non ce ne accorgiamo, all’inizio. Ma quelle ombre restano dentro di noi. Non possiamo cancellarle. Si uniscono alle tracce dolorose del passaggio delle generazioni che ci furono vicine, care, teneramente abbracciate. E che sparirono all’improvviso, quasi volessero correre a nascondersi. O affrettarsi a prepararci ancora una volta il letto, la sera, o farci ripetere la lezione di scuola, o rimproverarci perchè dovevamo crescere d essere pronti, preparati alla vita…

Ma ho pensato che di tutto questo ho tempo per parlare, se non l’ho già fatto ancora.

Stasera ho voglia di non essere scontato, di dire qualcosa che sia in qualche modo fuori dal solito coro anche se devo, sento il dovere, voglio parlare di quello di cui si parla oggi: della memoria della Shoa.

Lo farò a modo mio, giustificando, guadagnando, il titolo – non originale – del post : pensieri in direzione contraria.

Non userò parole mie, stavolta. Ho provato farlo in questo scorcio di tempo. Accarezzando, semmai ne sono stato capace, il dolce volto di Memoria. Mnemosyne, come la chiamo io in confidenza, quando stiamo soli, appartati, mano nella mano.

Stasera userò le parole di Elias Canetti. Anche se avevo pensato ad altre testimonianze, altre voci del martirio, altre poetiche, altri universi, credo che il pensieri a suo modo contrario di Canetti possa essere un modo degno di dare il mio segno a questa giornata.

da: LA PROVINCIA DELL’UOMO di Elias CANETTI

La storia dei romani è la più importante fra le ragioni del perpetuarsi delle guerre. Le loro guerre sono semplicemente divenute il precedente esemplare di quanto è seguìto. Per le civiltà sono l’esempio degli imperi, per i barbari l’esempio del bottino. Poiché però in ciascuno di noi vi sono entrambe, civiltà e barbarie, la terra forse andrà in rovina grazie all’eredità dei romani.

Che disgrazia che la città di Roma abbia continuato a vivere mentre il suo impero si è infranto! Che il papa l’abbia fatta progredire! Che boriosi imperatori abbiano potuto impadronirsi delle sue rovine e con esser del nome di Roma! Roma ha vinto il cristianesimo, in quanto esso è diventato la cristianità. Ogni distacco da Roma non fu che una nuova grande guerra. Ogni conversione a Roma, agli estremi confini del mondo, un proseguimento dei saccheggi classici. L’America scoperta per ravvivare la schiavitù! La Spagna, provincia romana, come nuovo signore del mondo. Poi, il rinnovarsi delle razzie germaniche nel ventesimo secoli. Null’altro che un gigantesco accrescersi delle proporzioni, la terra intera invece che il Mediterraneo, e un numero cento volte più grande di uomini colpiti dalla distruzione. Così, ci sono voluti venti secoli cristiani per fornire all’antica idea romana una veste che ne coprisse la vergogna e una coscienza per i momenti di debolezza. Ora sta lì perfetta ed equipaggiata con tutte le forze dell’anima. Chi la distruggerà? E’ indistruttibile? L’umanità è davvero riuscita a conquistarsi, con mille fatiche, proprio il suo naufragio?

In Germania è accaduto tutto, si sono manifestate tutte le possibilità storiche ancora esistenti nell’uomo. Tutto il passato è apparso sulla scena in una medesima ora. La successione è divenuta compresenza. Nulla è stato lasciato fuori; nulla è stato dimenticato. Spettava alla nostra generazione sperimentare che tutte le migliori fatiche dell’umanità sono vane. Il peggio, dicono gli avvenimenti tedeschi, è la vita stessa. Che non dimentica nulla, che ripete tutto; e non si sa neppure quando. Ha i suoi capricci, e in ciò consistono i suoi più grandi terrori. Ma non è possibile influenzarne la sostanza, l’essenza accumulata dei millenni; a chi la schiaccia troppo schizza in faccia il pus.

Sono pezzi diversi, pensieri sfusi, riflessioni disordinate. Ma sono, credo, in tema con quello che dobbiamo ricordare oggi.


Canzone a Memoria

Raffaello

Tu, Memoria mi conservi.

Tu mi allatti. Tu mi nutri,

ogni giorno, facendomi

crescere come un fiore.


Tu, Memoria mi fai.

Tu mi componi. Tu,

pezzo per pezzo, mi dai

la forma di un uomo.


Tu, Memoria mi sfuggi.

Tu, ogni giorno, evapori,

pallida nube che il sole

dissolve a meriggio.


Il tuo bel volto, Memoria,

animato dall’altero sguardo

in cui si tuffa Crono felice,

io amo sconfinatamente.


Un riga ferisce la tua fronte,

il dolente ricordo dell’inizio,

dell’attesa prima del tempo.

Arida terra senza frutto.


Tutto il mio essere, Memoria

in te si perde, mare infinito,

goccia a goccia. Per ritrovarsi,

inatteso, compagno l’eterno.

 

Ogni istante, ogni respiro,

ogni sorriso, ogni lacrima,

ogni battito di ciglio

custodisci amorevole.


Del tuo amore io vivo, oggi.

Del tuo bacio, dei tuoi seni

mi sazio. E quando di te, vecchio,

domani, avrò desiderio…


Sarà tardi per sfiorare, madre mia,

la tua pelle di pesca in fiore.

Sarò  naufrago, pellegrino,

nella nera palude dell’Ombra.

verso la Memoria

Com’era bello quel tempo di gioventù. Erano tanti, tanti anni. A contarli stasera mi sembrano non anni, ma decenni, secoli, millenni.

Alle volte il tempo corre a tale velocità che non si riesce più di contare i giri di pista che compie impazzito.

Com’era dolce, e tiepido, quel caldo tempo di primavera, in cui scoprivo la vita, i sentimenti, i primi sussulti squassanti d’amore.

Com’era difficile vivere, com’era incerto il mio passo, com’era tremante la mia mano, come fremeva il mio respiro appoggiandosi sulle sue labbra.

Come corri, mostro! Come mi strazi! Come ferisci le mie carni ancora innocenti e l’ingenuo desiderio di costruire la casa del mio futuro!

Perchè dovrei mai accontentarmi del giro di danza, del monte di sabbia della mia clessidra, del circolo aperto della spirale dei miei mesi ?

Com’è ancora lì accanto ai miei piedi il tempo che mi è stato donato per dare un ordine ai miei pensieri, per dare un senso alla mia vita ordinata.

Si, che sapore dolce hanno i suoni che girovagano dentro la mia anima, i suoni che hanno ancora lo stesso sapore della mia incerta giovinezza.

Hanno sempre lo stesso sapore, la stessa tenera struggente sfumatura che ha il tempo che non vuole passare, il sole che si rifiuta di andare a dormire, bambino insolente.

Insolente come quel ricordo che non vuole passare, quel ricordo che risuona vivido come i passi che poggiavo sul selciato di quella strada di provincia e che echeggiavano sotto una lampada dondolante.

Cominciare ad esistere in una piccola città è una condanna dolce che conserva suoni, volti, rumori, immagini, sapori, odori, colori che non si cancelleranno mai.

E’ una condanna che impedisce di crescere. O forse è una condanna che ci lega per sempre a verità che non potranno appassire mai.


Mai, mai, la verità è tramontata sulla prateria che vado esplorando nel mio viaggio senza fine. Quando tramonterà quell’astro, sarà giunta la mia fine.

La mia stella cometa, il mio unico faro, la mia bussola è quella verità scavata nella mia anima ingenua e tenera dai suoni e dalle ombre di quella città.

Quella città era così piccola da trovarsi raccolta tra i seni dolci delle colline sannite. Ed era così immensa da accogliere il mio spirito sconfinato, che andava formandosi, non so più , ormai, quanti decenni fa.

Cosa rimane, ora, di quello spirito senza confini? Di quella anima universale che grazie alle ali della giovinezza poteva aleggiare fino ai più lontani limiti delle galassie dell’universo ?

Gli stessi sogni, rimangono. Lo stesso desiderio di scoprire la verità. La stessa meraviglia per la scoperta del mondo. Lo steso bisogno di vivere in un mondo vero e giusto.

Lo stesso viaggio, sto viaggiando da allora. La stessa nave mi conduce, da allora, di porto in porto. Solo un pò più vecchia, più logora, più lenta, più scolorita.

E mi conduce di porto in porto, di terra in terra, di mare in mare. Verso la stessa meta. Verso la stessa isola. L’isola che quando sarà raggiunta porrà termine alla mia odissea.


E’ un’isola che non c’è sulle mie carte nautiche. Una coordinata ultima, definitiva, al di là delle Colonne d’Ercole poste a protezione del mio Mare della Tranquillità.

E quando attraccherà, la mia nave, sarà l’attracco su una terra con una polvere leggera, illuminata da un sole brillante, rallegrata dal satellite azzurro che ha ospitato la mia orbita leggera.

Forse avrò un ricordo sbiadito, quando sarò arrivato a quella destinazione, della mia terra d’origine. Forse la gioia di essere arrivato alla meta mi spezzerà il fiato.

Vedrò le stelle all’orizzonte, il sole, i satelliti e gli asteroidi ruotarmi così vicino che crederò di esser stato in vita un astronauta, un viaggiatore solitario. Un pò malinconico.

Ma sarò arrivato alla mia meta. E stringerò fra le mani il vessillo della mia conquista. E nessuno potrà più togliermi la soddisfazione di aver conosciuto la verità.

Almeno, di averla cercata.

SPACE ODDITY
(Bowie)

Ground Control to Major Tom
Ground Control to Major Tom
Take your protein pills
and put your helmet on

Ground Control to Major Tom
Commencing countdown,
engines on
Check ignition
and may God’s love be with you

(spoken)
Ten, Nine, Eight, Seven, Six, Five, Four, Three, Two, One, Liftoff

This is Ground Control
to Major Tom
You’ve really made the grade
And the papers want to know whose shirts you wear
Now it’s time to leave the capsule
if you dare

This is Major Tom to Ground Control
I’m stepping through the door
And I’m floating
in a most peculiar way
And the stars look very different today

For here
Am I sitting in a tin can
Far above the world
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do

Though I’m past
one hundred thousand miles
I’m feeling very still
And I think my spaceship knows which way to go
Tell my wife I love her very much
she knows

Ground Control to Major Tom
Your circuit’s dead,
there’s something wrong
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you….

Here am I floating
round my tin can
Far above the Moon
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do.

STRANEZZA SPAZIALE 1
(Bowie) Torre di Controllo a Maggiore Tom,
Torre di Controllo a Maggiore Tom,
Prendi le tue pillole di proteine e mettiti il casco.

Torre di Controllo a Maggiore Tom
comincia il conto alla rovescia,
accendi i motori,
controlla l’accensione
e che Dio ti assista.

(parlato)
Dieci, nove, otto, sette, sei, cinque,
quattro, tre, due, uno, Partenza

Questa è la Torre di Controllo
a Maggiore Tom,
Ce l’hai proprio fatta
E i giornali vogliono sapere che marca di camicia porti
E’ arrivato il momento di lasciare la capsula se te la senti.

Qui è Maggiore Tom a Torre di Controllo,
Sto uscendo dalla porta
E sto galleggiando nello spazio
in modo strano
E le stelle sembrano molto diverse oggi.

Perché
Sto seduto in un barattolo di latta,
Lontano sopra il mondo,
Il pianeta Terra è blu
E non c’è niente che io possa fare.

Malgrado sia lontano
più di centomila miglia,
Mi sento molto tranquillo,
E penso che la mia astronave sappia dove andare
Dite a mia moglie che la amo tanto,
lei lo sa

Torre di Controllo a Maggiore Tom
Il tuo circuito si è spento,
c’è qualcosa che non va
Mi senti, Maggiore Tom?
Mi senti, Maggiore Tom?
Mi senti, Maggiore Tom?
Mi senti……

Sono qui che galleggio
attorno al mio barattolo di latta,
Lontano sopra la Luna,
Il pianeta Terra è blu
E non c’è niente che io possa fare

Sangue

Era il 12 dicembre.

Dieci anni quasi compiuti.

Ancora un Angelo. Appena. Un bambino.

Un capriccio di Dio.


Sangue. Sangue!  Sangue schizzò

sul cristallo argentato

della scatola nera.

[Un Angelo. Appena. Un bambino.]

Gelido, il sangue aggrumò.    

    

Era il 15 dicembre. Dieci anni stavo per fare.   

Ero ancora un bambino innocente   

vivevo all’oscuro del mondo.   

    

Vola. Vola!  Cade. Volteggia   

aggrappandosi vuoto nell’aria.   

Senz’ali, il povero Icaro   

 [Un Angelo. Appena. Un bambino].   

 nel cielo ovattato di nebbia.   

 
   

    

Era il 17 dicembre.Dieci anni. Felice. Oramai.   

 Ero appena un bambino. Felice. Tremavo.   

 Di notte aspettavo il silenzio.   

    

Spara. Spara! Soldatino. Spara. A terra . Caduto. Le gambe spezzate.   

Senz’armi. Un candido cuore   

[Un Angelo. Appena. Un bambino.]   

reciso. Nel prato gelato.   

 
   

    

E’ il 17. Quasi. Dicembre.Oggi. Ancora rosso cola lento   

Il sangue.  Il lutto. Bruno. Il dolore.    

Memoria rubata. Immobile il tempo.   

    

Vola. Spara. Sangue. Sangue!   

Silenzio smemorato. Urla!   

Fai il conto dei giorni. Cuore   

[Resti un Angelo. Appena. Un bambino]   

batti! Piangi. Nobile cuore.   

In silenzio.