LA CADUTA DELL’ANGELO

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Marc CHAGALL – La caduta dell’angelo

Livido, bianco, spaventato, furente, ferito, sconfitto.
Sullo spuntone di roccia acuminato della sua disfatta, l’Angelo del Male giaceva schiantato.
La roccia aveva tremato, la terra si era ritratta, il mare si era ritirato, l’aria s’era aperta, il cielo squarciato, le stelle rabbuiavano.
Solo le tenebre, dappertutto, nel mondo ancora non creato, sembravano gioire in silenzio.
Chi, cosa, come, in che modo, quali forze avevano scaraventato quella creatura giù dal trono?
Fratello contro fratello.
Creatura contro creatura.
Anche se il cosmo era ancora un ammasso inerte, un magma di caos ribollente, lassù, da qualche parte, nel punto più centrale del Nulla da disfare, nel nucleo del Tutto che avrebbe dato vita, in un futuro senza tempo, al Big Bang della creazione, in un punto senza spazio, in un istante senza misura, era avvenuto uno scontro furibondo fra forze tremende, ma ancora ignote e sconosciute.

Ma l’Angelo del Male era già l’Angelo del Male.
Nel momento in cui la Forza l’aveva detronizzato e menato in quel mare ribollente dell’Esistenza, aveva già preso un nome.
Il Suo nome.
Era stato già battezzato.
Come l’Angelo del Male.
Già.
Ma chi, cosa, quali ignote potenze erano uscite vittoriose da quel conflitto così epico?
Se un Angelo del Male era stato scaraventato nel Mondo, cosa, mai, poteva essere rimasto di Là?
Quale immensa forza?
Se nel Mondo non v’era ancora stata la divisione fra il Bene ed il Male, se la Creazione ancora non era avvenuta, se il Big Bang ancora doveva esplodere le sue reazioni nucleari, cosa poteva aver generato quello scontro?
Uno scontro fra quali Entità?

L’Angelo del Male, fosse stato una creatura mondana, si sarebbe spiacicato, sulla roccia bianca su cui si era schiantato.
Ma non erano carne, ossa, sangue, quelle che erano piombate dabbasso, nel Mondo, e che, su quel Mondo, si erano schiantate.
Erano parvenze, forme, idee.
Le primordiali apparenze della realtà che si sarebbe formata di lì in avanti.
E se era l’Angelo del Male a prendere forma da quelle parvenze, da quale altra dimensione eravamo dominati, da lassù, lontano, da quale oltre venivano le apparenze, che nome, che volontà, esse potevano mai avere?
Quale inspiegata, o inspiegabile, ragione aveva scatenato una guerra così devastante?
Quale destino poteva essere assegnato a questo Mondo dal quale il primo vagito fuggito dalla gola era quel rantolo del Male battuto su uno scoglio nel gorgogliare delle maree annodate e ribollenti, nel turbine fumoso dell’aere?

Il Destino.
Mai quella parola era stata, prima di allora, pronunciata da bocca di dio o di potenza.
Eppure, già dal primo istante del tempo misurabile, quell’angelo, l’Angelo del Male, si era trovato appiccicato addosso una condanna tanto crudele.
Essere condannato dalla Natura stessa ad essere l’Angelo del Male era frutto dell’azione di un tribunale senz’altro ingiusto.
Quale colpa, prima del tempo, nei cieli nascosti, si era dovuta consumare, all’insaputa della conoscenza, per determinare un Destino tanto amaro?
E quale Giudice poteva presiedere quel Tribunale?
Se il Male era stato scagliato quaggiù, di là, cosa era mai restato, solitario dominatore del Nulla?
Un Giudice col suo Boia.
Un Potere con un’Autorità tanto violenta.
O forse un Boia che si era arrogato il diritto di essere anche Giudice.
Un Potere che si era appiccicato addosso, con la più assoluta arroganza, i simboli dell’Autorità?

Molte ere sono passate da quello schianto.
Oggi guardiamo in alto, oltre le nuvole, più in là del cielo azzurro, fin nelle profondità del creato, nelle intimità nebulose ed oscure delle Tenebre.
Cerchiamo, là, il Bene.
Abbiamo deciso, noi, figli dell’Angelo del Male, che di là deve esserci il Bene.
E cosa mai sia, quel Bene che cerchiamo là in fondo, non sappiamo ancora dirlo.
Ci interroghiamo da generazioni e generazioni.
Abbiamo creato altari e templi.
Sacrificato fratelli e vittime.
Acceso fuochi e sparso incenzi.
Credendo di rabbonire quel Giudice.
Sperando, forse inconsapevolmente, che non formuli i suoi verdetti anche contro di noi.
Ci immaginiamo inferni, nell’aldilà.
E speriamo che esistano paradisi che ci possano ripagare della condanna.
Come fossero, quei paradisi, l’espiazione del male che ci è stato inflitto.
Ma chi, mai, abbiamo offeso, noi, per meritarci la condanna?
Quale colpa, mai, deve essere stata compiuta dal nostro padre, l’Angelo del Male, per meritarsi, e farci meritare, ancora per tutte le generazioni che avranno da passare, la crudele condanna del Male?

Quando si rese conto d’essere entrato nel Tempo, l’Angelo alzò gli occhi al cielo.
Di là sotto, il cielo, sembrava una volta azzurra, leggera, lieve, tenera, dolce, carezzevole, splendente di miliardi ci cristalli di luce.
Ma quella vista, per l’Angelo, che conosceva cosa ci celava dall’altro lato, era un inganno evidente.
Una menzogna.
Una finzione malvagia.
Una tentazione, una provocazione, una bestemmia.
Le Tenebre dell’increato erano ributtanti, rivoltanti, nauseabonde.
Oscure e viscide.
L’esatto contrario di quella bellezza allegra che sembrava Ordine e Pace.
La luce, che di qua era vibrazione e armonia, di là, era fuoco, vampa, forza distruttrice che eruttava oscurità densa, polvere e fumo ardente che inghiottiva tutto.
Al di là del buco nero che aveva vomitato l’Angelo c’era la massa del caos.
Violenta.
Cattiva.
Brutale.
Atroce.
Empia.

Come sarà nata, da allora, la vita?
Noi, figli dell’Angelo, chi siamo?
Io, che racconto la sua storia, figlio della progenie condannata, chi mai sono?
Vi è, in qualche recesso delle mie carni, della mia mente, della mia memoria inconscia, un barlume del ricordo di ciò che Egli vide, lassù, prima di essere scacciato, da una pedata infame, in questo mondo mortale?
Mi angosciano, a volte, nella notte, queste domande.
Quando il sonno si dilegua andandosi a nascondere, ma facendosi ancora desiderare, come l’acqua per chi ha sete.
Mi assalgono queste domande.
Ma, più ancora, mi angoscia, a volte, una domanda ancora.
Di là.
Si, di là.
Se di qua, la vita, il tempo, l’esistenza, il dolore e la gioia, la vita e la morte, hanno selezionato la nostra razza, e tutte le altre creature viventi.
Allora, di là.
Quali esistenze, o inesistenze possono essersi generate da quel Giudice arrogante?
O, peggio, da quel Boia usurpatore?

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PRESO !

Arnold Böcklin (1827-1901) - L'ISOLA DEI MORTI

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Quando lo hanno preso non credevano davvero ai propri occhi.

L’avevano inseguito dappertutto, in ogni luogo.

Lo avevano cercato, spiato, immaginato, lo avevano intravisto e sfiorato.

Lo avevano creduto nascosto in ogni anfratto della terra e ancora più sotto, nell’oltretomba, nel regno delle ombre, ovunque fosse stato possibile accogliere un suo nascondiglio, un suo rifugio, una tana.

Lo avevano puntato.

A lungo.

Con ogni mezzo.

Lecitamente.

E illecitamente.

Avevano pregato, pagato, venduto l’anima, pur di acciuffarlo.

Avevano catturato, torturato, ucciso, per trovare un indizio.

O almeno per trovare una traccia fresca, un segno della sua presenza, un segnale della sua attività.

Niente.

Mai.

Nessun risultato.

Erano sicuri che lui esistesse.

Non tanto perchè ci fossero di lui immagini certe, prove concrete della sua reale esistenza.

E, poi, anche nel caso si fosse potuta accertare la sua reale esistenza, materialmente attangibile con i normali mezzi di percezione dell’uomo, ancora nessuna prova era stata mai acquisita del fatto che fosse davvero lui, in realtà, l’autore, il colpevole delle azioni che gli venivano attribuite.

Azioni di sangue, stragi, attentati, morti innocenti.

A decine.

A centinaia.

A migliaia.

Per tutto il pianeta.

Era davvero strano, a pensarci bene.

Ma la situazione era proprio questa.

Le forze di tutto il pianeta stavano dando la caccia a quell’essere di cui si presumevano l’esistenza e l’azione, ma nessuno avrebbe potuto, in fede, mai dichiarare con certezza: “Eccolo!”, “E’ lui”. O: “E’ stato proprio lui a fare questo, o quest’altro. L’ho visto con i miei occhi. Posso giurarlo !”

Si era proprio così.

Anzi, dirò di più, addirittura molti, moltissimi, e non parlo dei suoi … accoliti, dei suoi seguaci, dei suoi discepoli, che pure avrebbero potuto negarne l’esistenza per convenienza, per proteggerlo, no, invece, moltissimi altri, altri, insospettabilmente degni di fede e di venerazione, quelli che noi chiameremmo i saggi, i custodi della verità, i sacerdoti del tempio, ecco, moltissimi altri, molti di costoro, avevano espresso dubbi profondi sulla sua esistenza reale e, benchè non si potessero negare le conseguenze delle sue azioni, che, in vero, erano sotto gli occhi di tutti, scuole e assemblee, fedi e filosofie si erano affannate ad affermare che, no, no, non si doveva cadere nell’errore, nella bestemmia di affermare il suo Essere Vero.

Addirittura si erano scomodate parole come apostasia, eresia ed eterodossia nei riguardi di quelli che, con eccessiva evidenza, avevano osato dichiarare pubblicamente di credere nella sua reale incarnazione, nella sua impersonificazione materiale.

Ma, ora, lo avevano preso.

Ce l’avevano davanti.

Finalmente.

E chi avrebbe mai più potuto mettere in dubbio la sua reale esistenza?

Certo, non credevano ai propri occhi.

Era più vero del vero.

Era uno sconvolgimento, per quelle menti tutto sommato primitive, di cani segugi, che avevano battuto, fiutando, palmo a palmo, ogni odore di vita, ogni traccia di esistenza, sull’intero territorio del mondo, nelle regioni più remote della terra, per scovarlo, e si erano anche spinti più in là, quando era stato necessario, non si erano fermati davanti a niente.

Davanti ai loro occhi, adesso, era distesa la fine di un sogno, di una missione, di uno scopo totalizzante a cui erano state votate esistenze altrimenti vuote, banali, vite sprecate.

Barbe lunghe, occhi sgranati, esistenze precarie, questo erano stati, quei cacciatori, prima di arruolarsi nell’esercito che aveva dato la caccia a quel mostro che ormai era solo un cadavere inoffensivo.

Quei cani, che fino al momento dell’arruolamento avremmo definito senz’altro dei bastardi, avevano ricevuto dai generali di quell’esercito, un pedigree nuovo di zecca, una divisa, un grado in cui riconoscersi, uno scopo, un obiettivo … una ragione di vita.

Adesso che avevano ricevuto le credenziali per svolgere le missione della loro vita, adesso avevano qualcosa a cui dedicare ogni energia in ogni attimo di veglia.

Ed anche in ogni istante del sonno … o nella sospensione del sogno.

Vivevano sulla corda, sulla tensione, sulla lama affilata di un rasoio.

Ogni loro scintilla di vita era dedicata a quella ossessione.

Anche nelle poche ore di teso sonno, nervoso, leggero, disturbato dai sogni malati dei cacciatori delusi, anche in quell’agitato deliquio notturno, dal quale avrebbero, invece, desiderato distillare un pò di ristoro, anche nelle poche ore in cui cercavano il riposo dei giusti, anche in quei momenti erano dilaniati dalla tensione spasmodica dello scopo da raggiungere.

Cacciatori.

Armati.

Armati di ogni strumento atto ad individuare o fermare la preda assegnata.

Ora l’avevano raggiunta, la preda.

Ora, finalmente, avrebbero potuto dormire in pace.

Ma ora, ora che finalmente avrebbero potuto dormire in pace, ora che avevano raggiunto lo scopo, ora che la missione si poteva dire davvero raggiunta, ecco, ora, proprio ora, si spalancava loro davanti un abisso.

Cosa mai avrebbero fatto, adesso, dopo che lui, ormai, era stato preso?

Cosa sarebbe ritornata ad essere, la loro vuota esistenza, se non vuota esistenza, ora che non ci sarebbe stato più lui a popolare il loro mondo d’incubi mostruosi?

Lo avevano preso, finalmente.

Lo avevano preso, finalmente, ma ora si accorgevano che avevano un bisogno disperato della sua esistenza, per giustificare la loro, di esistenza.

Lo avevano preso, finalmente.

Lo avevano preso e lo avevano finito.

Non era più possibile, ormai, tornare indietro.

Un passo irreversibile.

Per l’umanità intera.

Quando avevano comunicato al quartier generale l’esito straordinario del loro successo, la conclusione positiva della loro missione, di quella che sarebbe stata la loro ultima missione, l’urlo di gioia del Presidente, dall’altra arte del mondo, si era presto trasformato in una lamento di dolore.

Non avevano ben capito, lì per lì, cosa fosse successo a quel capo banda di cui avevano sempre diffidato, in fondo.

Un bugiardo, mentitore, dedito ai complotti ed ai tradimenti della politica.

Non era uno di loro.

E ora si lamentava.

Ululava come un lupo.

Ma quello, il Presidente, era un uomo intelligente ed aveva capito, in realtà, immediatamente, aveva subito capito, cosa veramente era accaduto.

Il mondo, da quel momento, il mondo intero, ormai, non aveva più un nemico.

Non esisteva più l’unico, vero, assoluto, nemico.

Ora, il mondo, il mondo intero sarebbe stato libero, libero di vivere, libero di continuare a vivere senza l’assillo continuo del nemico, la minaccia di un nemico, di un nemico così crudele e pericoloso, che poteva esercitare la sua malefica azione contro ogni essere umano, contro ogni uomo, contro ognuno di quelli che vivevano in un mondo così esposto.

E un mondo ridotto così aveva immediatamente spaventato il Presidente, mentre ancora non aveva cominciato a gioire davvero per il gusto della Vittoria.

Anche loro, i cacciatori, piano, poi, avevano capito.

Ci avevano impiegato molto di più, a loro occorreva molto più tempo.

Stavano godendosi la meritata licenza premio, quando, finalmente, gli capitò di capire.

Anche loro.

Anche per loro, il mondo, ormai, era diventato solo un vuoto inutile guscio.

L’istinto li faceva ancora vivere sentendosi continuamente sotto minaccia, anche adesso che non ve ne sarebbe più stata ragione.

Le mania, all’improvviso, correvano nervose ai coltelli ancora appesi alle cinture, cercavano di afferarre le altre mille armi che avevano accarezzato, di notte, eccitandosi più a quel freddo contatto che quando avevano potuto accarezzare i seni di qualche sgualdrina minorenne rimediata nei bordelli che prosperavano ai margini delle città.

Ma più niente, ormai, avrebbe più costituito una reale minaccia, per loro.

Per loro o per il mondo.

Era lo stesso.

E loro stessi, come il Presidente, prima di loro, ormai, erano diventati inutili.

Pesi morti per la società.

Per il mondo.

Pesi morti che, per di più erano i testimoni scomodi dell’uccisione del nemico più forte di sempre.

Il suo nome era stato sempre temuto.

Il Male.

Lo avevano chiamato così.

O anche, il Demonio.

O, il Diavolo.

E anche, Belzebù e tanti e tanti altri nomi gli avevano dato.

Nomi mostruosi per descrivere la mostruosità che lui si portava appresso e che seminava per il mondo senza provare alcun rimorso, senza sentire nemmeno un pò il peso della colpa e del peccato.

Era il lato buio del Bene.

Era l’Oscurità.

Era la Tenebra.

La Morte.

E ora agli uomini restava solo il Bene, la Vita, l’Eterno.

La Luce.

Ormai, più nessun riposo, nessun riparo da quella infinita cascata di Luce che il Bene, ormai trionfatore del mondo, rovesciava su ogni uomo, come un fardello ogni istante più pesante, più insostenibile.

Erano schiacciati, ormai, da quel destino di vita senza fine, per di più senza colpa e senza peccato.

L’anatema dei sacerdoti di ogni religione si levò alto e immediato.

La condanna per il gesto blasfemo compiuto fu trovata negli scritti di tutti i libri di rivelazione di ogni fede del pianeta.

Nuove prigioni furono costruite.

E nuove forche.

Nuovi banchi, alti, per i giudici di ogni paese.

Nuovi tribunali.

Nuove leggi furono scritte.

Nuove rivelazioni … rivelate.

Anche dio si mosse, per mettere ordine in quel caos.

Dovette progettare una nuova croce, più alta di quella di prima.

Ma non si riusciva a trovare, ormai, un nuovo Giuda che volesse o potesse compiere un nuovo atto di tradimento, perchè, si sa, al di fuori del Male nessun tradimento è possibile.

E neanche il popolo che, la prima volta, aveva chiesto la liberazione di un ladrone, al posto del figlio di dio, ormai, era più in grado di confondere il figlio del bene con quello del male. E così, ad ogni richiesta, ogni richiesta di scegliere fra la liberazione del figlio del male e la crocefissione del figlio del dio, invariabilmente, la gran voce della massa radunata sotto i palazzi dei governatori e dei re, ogni volta, ormai, non riusciva a far altro che a contraddire il programma del dio, ordinando la liberazione del figlio del bene e pretendendo la crocefissione del figlio del male.

Ma neanche questo programma, ormai, più, si riusciva a realizzare, perchè, presto, esaurita la scorta di ladroni e assassini, ben presto non ci fu più nessuno da opporre al figlio del bene, nessuno più che potesse assumersi il ruolo di antagonista in quella recita vuota che si continuava a mimare, ogni giorno, davanti al popolo affamato di giustizia, radunato nelle piazze che si spalancavano innanzi ai palazzi di governatori e di re.

E così, ben presto, quello, il figlio di dio, ben presto rimase solo, ben presto del tutto solo, a sostenere ambedue le parti di quella commedia divenuta, così, inspiegabile ed insulsa.

Fu un’epoca di infinita confusione.

Crociate e guerre sante sembravano essere diventate immense processioni guidate da oracoli che professavano riti e misteri incomprensibili a tutti.

Le chiese, le moschee, le sinagoghe, i templi di ogni fede e religione, ben presto furono chiusi, perchè non c’era più bisogno di innalzare preghiere, visto che il Male, ormai, era stato scacciato dal mondo.

Era stato sconfitto.

Era sconfitto, eppure era ben presente nel cuore di tutti.

Era una presenza nostalgica.

Una presenza incorporea.

Un ectoplasma, si potrebbe dire.

Un fantasma.

In una città molto lontana, un giorno, si alzò un altare.

Qualcuno aveva sentito una voce.

Era la Voce.

Era la sua Voce.

Era stato chiamato.

E Lui aveva, così, ordinato.

L’altare tirato su in tutta fretta era ancora precario che già una folla, vociante, si stava radunando ai suoi piedi.

Pochi matton e una tavola di traverso.

E neanche un’immagine, un volto.

Non un segno.

Nessuno era certo che esistesse davvero.

Ma tutti sentivano.

Tutti sentivano la sua presenza.

Lui era lì.

Era tra loro.

Era dentro di loro.

E urlava, ordinava, chiamava, prendeva.

E loro, finalmente felici, finalmente obbedivano.

Ora, finalmente, lo avevano preso sul serio !