I NOMADI SONO ARRIVATI

Ecco, sta accadendo, forse, proprio oggi, sotto i nostri occhi…
Abbiamo paura.
Vogliamo difenderci.
Chi ci salverà?

UN VECCHIO FOGLIO

Si direbbe che ci sia stata molta negligenza nelle misure prese per la difesa della nostra patria. Noi finora non ce ne siamo preoccupati granché e abbiamo badato al nostro lavoro; ma gli avvenimenti degli ultimi tempi sono tali da impensierirci.
Io ho una bottega di calzolaio sulla piazza davanti al palazzo imperiale. Appena apro il mio negozio o sul far del giorno, vedo che tutti gli sbocchi delle vie che conducono alla piazza sono già occupati da gente in armi. Non si tratta però dei nostri soldati, ma evidentemente di nomadi scesi dal Nord. Non riesco a capacitarmi come siano potuti avanzare fino alla capitale, che è tanto lontana dalla frontiera. Sta di fatto che sono qui e che ogni mattina il loro numero aumenta.
Conformemente ai loro gusti si accampano a cielo aperto, poiché aborrono le case. Passano il tempo ad affilare le spade, ad aguzzare le frecce’ a fare esercizi a cavallo. Questa piazza tranquilla, sempre tenuta pulita fino allo scrupolo, l’hanno ridotta una vera stalla. Noi tentiamo sì qualche volta di uscire dalle nostre botteghe per sgombrare almeno il sudiciume più indecente, ma i nostri tentativi via via si diradano, giacché si dimostrano inutili e per di più ci espongono al rischio di finire sotto le zampe dei cavalli imbizzarriti o di essere feriti dalle frustate.
Parlare con i nomadi è impossibile. Essi non conoscono la nostra lingua, e si può a mala pena dire che ne abbiano una propria. Tra loro s’intendono alla maniera delle cornacchie. Di continuo si ode questo gracidare di cornacchie. Al nostro modo di vita, alle nostre istituzioni guardano con altrettanta ottusità quanta indifferenza; conseguentemente si mostrano restii anche ad ogni forma di linguaggio per gesti: puoi slogarti le mascelle e scardinarti le mani dai polsi, macché, non ti capiscono e non ti capiranno mai. Sovente fanno smorfie, roteando il bianco degli occhi e cacciando bava dalla bocca, ma non è che con questo vogliano dire qualcosa e nemmeno spaventare; lo fanno perché è la loro natura. Quello che gli serve, se lo prendono. Non si può dire che ricorrano alla violenza: basta che mettano la mano su una cosa, e ciascuno si fa da parte e gliel’abbandona.
Anche delle mie provviste hanno fatto man bassa. Io però non posso lamentarmi, se guardo per esempio quello che succede al beccaio dirimpetto; non fa in tempo a portare la merce in negozio, che i nomadi gliel’hanno già arraffata e s’inghiottono ogni cosa. Anche i loro cavalli sono carnivori; spesso si vede un cavaliere sdraiarsi a fianco del cavallo e divorare con lui, ciascuno a un’estremità, lo stesso pezzo di carne. Il beccaio è impaurito e non osa interrompere i rifornimenti. Noi comprendiamo la situazione e facciamo collette in suo aiuto. Se i nomadi non potessero avere la carne, chissà che cosa gli salterebbe in testa di combinare; e chissà d’altra parte che cosa gli salterà in testa anche se avranno carne ogni giorno.
Qualche tempo fa il beccaio pensò che poteva almeno risparmiarsi la fatica del macellare, e una mattina portò un bue vivo. Non l’avesse mai fatto. Dovetti starmene chiuso un’ora buona in fondo al mio laboratorio, steso carponi sul pavimento, con tutti i miei vestiti, coperte e cuscini ammucchiati addosso, per non sentire i muggiti del bue, assalito da ogni parte dai nomadi che gli strappavano coi denti brandelli di carne calda. Già da un pezzo era tornato il silenzio quando mi arrischiai ad uscire: giacevano stanchi intorno ai resti del bue come bevitori intorno ad un otre.
Proprio quella volta mi sembrò di scorgere ad una finestra del palazzo l’imperatore in persona; di solito egli non viene mai negli appartamenti esterni, abita sempre in fondo al più interno dei giardini; ma quel giorno, almeno così mi parve, stava a una finestra e a capo chino guardava il movimento che riempiva la piazza davanti al suo castello.
«Che succederà?» ci domandiamo tutti; «quanto a lungo dovremo sopportare questo aggravio, questo tormento? E’ stato il palazzo imperiale ad attirare i nomadi, ma adesso non sa come fare a ricacciarli. Il portone rimane chiuso e la guardia, che prima montava e smontava con gran pompa, se ne sta dietro le finestre protette da inferriate. A noi artigiani e bottegai è affidata la salvezza della patria; ma noi non siamo pari a un simile compito, nè mai abbiamo preteso di esserlo. C’è un malinteso, e per causa sua finiremo in rovina.»

f. Kafka

 

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PROFETI

a

Pensavo di conoscere Kafka abbastanza a fondo, ma ignoravo questo racconto.

Ho provato a cercare bene la fonte, per essere sicuro di non essere tratto in inganno da un falso.

No, tutto vero, tutto reale.

Franz, nel 1917, pubblicò davvero questo suo racconto, “Un vecchio foglio”.

Stasera stavo cercando qualcosa … di goloso per … ammazzare il tempo e … me ne andavo gironzolando su youtube curioso, con quella specie di appetito che non si vuole saziare mai, come quella specie di bulimia che, certe volte, ci rapisce e ci imprigiona in cucina, davanti al frigorifero, le mani irrequiete, gli occhi riversi sulla tavoletta di cioccolata, i complessi di colpa allegramente in festa…

Ma certe volte anche la fortuna gioca il suo ruolo.

Ora, per carità, parlo della piccola fortuna che deriva dall’essere inciampato in un piccolo video, ben fatto e generoso, che ha proprio quel sapore dei cucchiaini di Nutella assaporati con quella specie di voluttà ansiosa di quelle volte…

Fortune di poco conto, si direbbe, si potrebbe dire.

Si, fortune di una serata fresca, forse il regalo di questa mezza luna che mi osserva come un occhio che ammicca…

Complicemente, riascoltiamo il racconto insieme.

La voce narrante si fa più vicina, al secondo ascolto, più sicura, più amica.

Porge all’orecchio, tramite le cuffiette servizievoli, con gli abiti un pò rammendati ma fedeli, le parole ed i suoni quasi amorevolmente.

Mi piace questa sensazione di essere coccolato.

Il racconto delle favole e delle storie era il dolce regalo della voce di mia madre quando ero bambino.

E mi è rimasto, questo piacere di ascoltare i racconti dalla voce che si fa dono.

Così, per mezzo della voce, le parole si fanno dono.

E mi piace il dono delle parole.

Franz ha composto questo racconto duro, molto duro, negli anni della guerra.

Lui non era partito per il fronte, lavorava a Praga, chissà, forse era già preda della terribile tubercolosi che lentamente lo consumò fino alla fine.

Le sue parole, però, se ci si fa caso, sono sempre delicate, è l’animo che s’indurisce, è qualcosa che ha a che fare con l’ansia, con l’angoscia, con l’incubo.

E’ il nero della notte dove non arriva più nessun barlume di luce.

E’ il nero del terrore dove non arriva più nessun barlume di coscienza.

Ma le parole di Franz sono anche cesellate in forma perfetta sulla nostra relatà più esteriore, più quotidiana, più vicina a noi, più… contemporanea.

Sembra la voce di un vate, di un oracolo, di un profeta.

Ci sta raccontando il giorno che è appena trascorso.

Ci tiene stretti al nostro telegiornale, al nostro terrore televisivo, al nostro incubo fatto dell’inspiegabile tracollo di ogni certezza.

Lo spread, i tassi, la fame nel mondo, l’inquinamento, la decrescita…

Sono loro, le genti in armi, i nomadi, le genti scese da un nord lontano come un sud affamato e malato.

Sono loro, forse, gli stessi barbari, quelli che anche Kavafis ha cantato nei suoi versi di greco che forse ha vaticinato, conle sue parole, l’arrivo dei teutonici invasori della troika europea con le loro leggi e le loro verità.

a

… viaggio

De Chirico – Interno metafisico. 1925

LA CITTA’

Hai detto: “Per altre terre andrò, per altro mare.
Altra città, più amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore come un morto sta sepolto,
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo attorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina”.

Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
La città ti verrà dietro. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
farai capo a questa città. Altrove, non sperare,
non c’è nave non c’è strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
tu l’hai sciupata su tutta la terra.

Konstantin KAVAFIS


Sono versi dedicati a tutti quelli che cercano di fuggire, di trovare un altrove nel quale rifugiarsi, un’utopia in cui annegare la propria triste ansia di cercarsi. E la paura di trovarsi.

Sono molte le ragioni per cui ci si mette in viaggio. E sono molte le sfumature dei sentimenti che accompagnano il viaggiatore, che lo spingono, che gli fanno superare il sordo dolore dei sandali, che lo sostengono nelle salite impervie verso le vette sui cui sono adagiate le città più fantastiche.

Sono città che assomigliano ad incubi orrendi, a paradisi meravigliosi, ad oscure profondità inesplorate, ad isole sperdute, a labirinti inestricabili, a prigioni invalicabili, a plaghe sconfinate…

Ogni uomo compie il suo viaggio. Cerca la sua città. Come Ulisse, sogna la sua meta, la sua dolce Itaca.

ITACA

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Poseidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto e squisita
è l’emozione che ci tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Poseidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d’estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d’ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Recati in molte città dell’Egitto,
a imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna a quell’approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.

Itaca t’ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.

E se la ritrovi povera, Itaca non t’ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un’Itaca.

Konstantin KAVAFIS


Ulisse. Il suo viaggio interminabile. La sua ansia indomabile. La sua testarda perseveranza.

Caparbietà ?

Illusione ?

Sogno ?

Utopia ?

Chissà. Bisognerebbe esplorare il suo animo profondo, la sua mente acuta, la sua intelligenza pronta. Bisognerebbe leggere nel suo cuore. Interrogarlo. Sedere alla sua mensa, nella sua reggia sull’isola. Vederlo accanto alla bellissima e virginale regina. Aiutarlo ad accudire il fuoco, mentre l’aedo cieco alza il suo mite canto intinto nell’eterno mistero poetico della divina Musa. Bere con lui un calice di ambrosia, sentire insieme il dolce calore del nettare che pervade la gola, lo stomaco, le vene, l’animo. Commuoversi annegando nel blu marino dei suoi occhi, che avevano rubato al Mediterraneo il colore delle profondità immense ed inesplorate. Eccitarsi al rimbombo dei suoi ricordi di eroe vittorioso.  Compiangerlo per il destino che gli dei gli avevano affidato. Destino di cuori spezzati, incantesimi mortali, tempeste indomabili, cavalli marini imbizzarriti, mostri e venti e giganti e guerrieri e dei imbizzarriti…

Bisognerebbe avere il coraggio di ascoltare il suo racconto.

Mute parole.

Silenzio.

Deserto sonoro abitato da avventure eroiche, verità indicibili,  luoghi fantastici …


De Chirico – Ninfe presso una sorgente. 1951

IL SILENZIO DELLE SIRENE

Quando ai suoi ospiti che domandavano,
alla fine del giorno, dei
suoi viaggi e dei pericoli,
tranquillo raccontava, non sapeva
 
 
  
mai come spaventarli e quali forti
parole usare perché come lui
nell’azzurro pacifico arcipelago
vedessero il dorato colore di quell’isole
 

la cui vista fa sì che muti volto
il pericolo, e non è più nel rombo,
non nel tumulto come sempre ra;
ma senza suono assale i marinai

i quali sanno che là su quell’isole
dorate qualche volta s’ode un canti,
ed alla cieca premono sui remi,
comme accerchiati

da quel silenzio che tutto lo spazio
immenso ha in sé e nelle orecchie spira
quasi fosse la faccia opposta del silenzio
il canto cui nessun uomo resiste.

Reiner Maria RILKE

 

Scoprire la verità … ecco il viaggio. Il senso del viaggio.

La verità.

La verità, quale verità ?

La verità delle città.

La verità di Itaca.

La verità di Odisseo.

La verità dei mostri, dei maghi, dei giganti, dei venti disobbedienti, degli dei traditori e delle dee innamorate.

La verità delle Sirene.

E se invece che verità, si trattasse di misteri ?

Di inestricabili indovinelli, di sciarade insolubili, al massimo di profezie oracolari senza possibilità di interpretazione ?

Verità. Strana parola, di fronte al mistero di chi si mette in viaggio.

Quale verità può esistere nel cuore di chi ha lasciato tutto dietro di sè per mettersi in viaggio alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso, di sconosciuto ?

La verità è questa.

La verità del silenzio.


IL SILENZIO DELLE SIRENE

Per dimostrare che anche mezzi insufficienti, persino puerili, possono procurare la salvezza:

Per difendersi dalle sirene Ulisse si riempì le orecchie di cera e si fece incatenare all’albero maestro. Qualcosa di simile avrebbero potuto fare beninteso da sempre tutti i viaggiatori, tranne quelli che le sirene adescavano già da lontano, ma in tutto il mondo si sapeva che ciò era assolutamente inutile. Il canto delle sirene penetrava dappertutto, e la passione dei sedotti avrebbe spezzato altro che catene e alberi maestri! Ma non a questo pensò Ulisse, benché forse ne avesse sentito parlare. Aveva piena fiducia in quella manciata di cera e nei nodi delle catene e con gioia innocente per quei suoi mezzucci, navigò incontro alle sirene.

Senonchè le sirene possiedono un’arma ancora più temibile del canto e cioè il loro silenzio. Non è avvenuto, no, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Nessun mortale può resistere al sentimento di averle sconfitte con la propria forza e al travolgente orgoglio che ne deriva.

Difatti all’arrivo di Ulisse le potenti cantatrici non cantarono, sia credendo che tanto avversario si potesse sopraffare solo col silenzio, sia dimenticando affatto di cantare alla vista della beatitudine che ispirava il viso di Ulisse, il quale non pensava ad altro che a cera e catene.

Egli invece, diremo così, non udì il loro silenzio, credette che cantassero e immaginò che lui solo fosse preservato dall’udirle. Di sfuggita le vide girare il collo, respirare profondamente, notò i loro occhi pieni di lacrime, le labbra socchiuse e reputò che tutto ciò facesse parte delle melodie che, non udite, si perdevano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò soltanto il suo sguardo fisso alla lontananza, le sirene scomparvero, per così dire, di fronte alla sua risolutezza, e proprio quando era loro più vicino, egli non sapeva più nulla di loro.

Esse invece, più belle che mai, si stirarono, si girarono, esposero al vento i terrificanti capelli sciolti e allargarono gli artigli sopra le rocce. Non avevano più voglia di sedurre, volevano soltanto ghermire il più a lungo possibile lo splendore riflesso dagli occhi di Ulisse.

Se le sirene fossero esseri coscienti, quella volta sarebbero rimaste annientate. Sopravvissero invece, e avvenne soltanto che Ulisse potesse scampare.

La tradizione però aggiunge qui ancora un’appendice. Ulisse dicono, era così ricco di astuzie, era una tale volpe che nemmeno il Fato poteva penetrare nel suo cuore. Può darsi – benchè ciò non riesca comprensibile alla mente umana – che realmente si sia accorto che le sirene tacevano e in certo qual modo abbia soltanto opposto come uno scudo a loro e agli dei la sopra descritta finzione.

Franz KAFKA

METAPH-STORY

Thanks BANKSY http://www.banksy.co.uk/

dedicata a KAFKA "UNA RELAZIONE PER UN'ACCADEMIA"UNA RELAZIONE PER UN’ACCADEMIA. [Prima versione nel quaderno in ottavo D, aprile 1917; traduzione secondo l’edizione definitiva curata da Kafka in Ein Landarzt, Kurt Wolff Verlag 1919, uscito in realtà il 12 maggio 1920

Eccellenti signori dell’accademia!

Voi mi fate l’onore di chiedermi per la vostra accademia una relazione sulla mia precedente vita di scimmia.

In questo senso purtroppo non posso adempiere all’invito. Quasi cinque anni mi dividono dalla condizione di scimmia, un tempo forse breve se misurato sul calendario, ma infinitamente lungo da attraversare al galoppo come ho fatto io, a tratti accompagnato da uomini eccellenti, da consigli, consensi e musica d’orchestra, eppure fondamentalmente solo, perché tutto l’accompagnamento si manteneva, per rimanere nell’immagine, lontano dalla barriera. Questo risultato sarebbe stato impossibile se mi fossi ostinato a voler rimanere attaccato alla mia origine e ai miei ricordi di gioventù. Una piena rinuncia a ogni ostinazione è stato il primo comandamento che mi sono imposto; io, che ero una scimmia libera, mi sono adattata a questo giogo. A loro volta, però, i ricordi in questo modo mi si rifiutavano sempre di più…

… Nel senso più limitato tuttavia posso rispondere alla vostra domanda, e lo faccio persino con gioia. La prima cosa che ho imparato è stata la stretta di mano; una stretta di mano dimostra franchezza; ora che sono al vertice della mia carriera, possa anche una parola franca raggiungere quella prima stretta di mano. Una tale parola non aggiungerà novità essenziali per l’Accademia, e rimarrà molto al di sotto di ciò che mi si richiedeva, ma deve mostrare quale sia la linea di sviluppo di chi, un tempo scimmia, è riuscito a entrare e a stabilirsi saldamente nella comunità umana. Non potrei tuttavia dire io stesso quel poco che seguirà se non fossi pienamente sicuro di me stesso e se la mia posizione su tutti i palcoscenici di varietà del mondo civilizzato non fosse ormai incrollabile.

Sono nato nella Costa d’Oro. Di questo sono stato informato da estranei dopo la mia cattura. Una spedizione di caccia della ditta Hagenbeck – con la sua guida fra l’altro ho poi vuotato diverse bottiglie di buon vino rosso – si era appostata nei cespugli sulla riva, quando la sera insieme al branco mi avvicinai di corsa per bere. Spararono; io fui l’unico a essere colpito; mi raggiunsero due colpi.

Uno nella guancia; questo era lieve; mi lasciò però una grossa cicatrice rossa spelacchiata, che mi è valsa il nome di Rotpeter, un nome che odio, del tutto inappropriato, che sembra proprio inventato da una scimmia, come se solo questa macchia rossa sulla guancia mi distinguesse da quella scimmia addomesticata che chiamano Peter, crepata di recente, famosa soltanto qua e là. Ma questo, sia detto di sfuggita.

Il secondo colpo mi raggiunse sotto l’anca. Questo era grave, è colpa sua se ancor oggi zoppico un poco. Ultimamente, nel lavoro di uno dei diecimila fanfaroni che straparlano di me sui giornali, ho letto che la mia natura di scimmia non sarebbe ancora del tutto soppressa, e lo dimostrerebbe il fatto che provo piacere a togliermi i pantaloni davanti ai visitatori per mostrare il foro d’entrata di quel colpo. A questo bel tomo bisognerebbe far saltare ogni singolo ditino della mano con cui scrive. Io, io posso togliermi i pantaloni davanti a chi mi pare; là sotto non troveranno altro che una pelliccia ben curata e una cicatrice dovuta a un – scegliamo qui per uno scopo definito una parola definita, che però non vuol essere equivocata – la cicatrice dovuta a un colpo scellerato. Tutto è alla luce del sole; non c’è niente da nascondere; quando un uomo di alti principi si avvicina alla verità mette da parte i modi raffinati. Se invece fosse quel giornalista a calare i pantaloni davanti ai visitatori, la cosa avrebbe un aspetto diverso e ammetterò che sarebbe ragionevole se non lo facesse. Ma allora che non rompa le scatole a me con le sue delicatezze!

 

Dopo quei colpi mi risvegliai – e qui cominciano pian piano i miei ricordi personali – in una gabbia, sul ponte mediano del vaporetto Hagenbeck. Non era una gabbia a quattro pareti; piuttosto si trattava di solo tre pareti saldamente appoggiate a un baule; il baule formava così la quarta parete. Il tutto era troppo basso per stare in piedi e troppo stretto per stare seduti. Perciò mi accoccolai sulle ginocchia piegate e un po’ tremanti e, poiché probabilmente in un primo tempo non volevo vedere nessuno ma preferire rimanermene al buio, mi voltai verso il baule, mentre dietro di me le sbarre della gabbia mi entravano nella carne. Custodire nei primi tempi in questo modo gli animali selvatici è considerato vantaggioso, e dopo la mia esperienza non posso negare che, in un senso umano, è proprio così.

Ma allora non ci pensavo. Per la prima volta nella mia vita non avevo vie d’uscita; per lo meno non ne avevo davanti a me; davanti a me c’era il baule, un’asse stretta contro l’altra. Fra le assi c’era sì un’apertura che le attraversava, e quando la scoprii la prima volta la salutai con l’urlo felice di chi non comprende, ma questa apertura era di gran lunga insufficiente anche per infilarci la coda, e tutta la forza di una scimmia non era sufficiente ad allargarla.

Come poi mi hanno detto, ero insolitamente poco rumoroso, e da questo se ne concluse che o sarei crepato presto oppure, se superavo il primo periodo critico, sarei stato molto adatto a essere addomesticato. Superai questo periodo. Un sordo singhiozzo, un doloroso spulciarsi, lo stanco leccare una noce di cocco, battere con la testa la parete del baule, mostrare la lingua all’avvicinarsi di qualcuno – ecco le prime occupazioni della mia nuova vita. Ma in tutto ciò un solo sentimento: nessuna via d’uscita. Naturalmente ciò che allora sentivo come scimmia posso descriverlo oggi solo con parole umane e perciò manco il bersaglio, ma anche se non posso più raggiungere l’antica verità di scimmia questa è per lo meno sulla linea della mia descrizione, su questo non ho dubbi.

Fino ad allora avevo avuto tante via d’uscita, e ora neppure una. Ero saldamente in trappola. Se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe stata minore. E questo perché? Puoi anche grattarti la pelle fra le dita dei piedi, ma non troverai il perché. Non avevo vie d’uscita, dovevo però procurarmele, altrimenti non avrei potuto vivere. Sempre attaccato a questa parete di baule – sarei senza dubbio crepato. Ma da Hagenbeck le scimmie devono stare contro la parete del baule – e così smisi di essere una scimmia. Una linea di pensiero chiara e bella, che devo avere in qualche modo covato in pancia, dato che le scimmie pensano con la pancia.

Temo di non essere capito quando parlo di via d’uscita. Uso questo termine nel suo senso più completo e abituale. E’ con intenzione che non dico libertà. Non alludo a questo grande sentimento della libertà in tutte le direzioni. Come scimmia forse la conoscevo, e ho incontrato uomini che ambiscono ad essa. Ma per quanto mi riguarda, non desideravo la libertà allora come non la desidero oggi. Fra parentesi: parlando di libertà gli uomini si ingannano un po’ troppo spesso. E come la libertà va annoverata fra i sentimenti più sublimi, così anche il corrispondente inganno è dei più sublimi. Spesso nei varietà, prima del mio numero, ho visto qualche coppia di artisti darsi da fare lassù sotto il tendone sul trapezio. Si lanciavano, si altalenavano, saltavano, si libravano abbracciati, uno teneva l’altro per i capelli con i denti. “Anche questa è libertà umana”, pensavo, “un movimento padrone di sé.” O derisione della sacra natura! Non c’è costruzione che resterebbe in piedi per le risate delle scimmie di fronte a un tale spettacolo.

No, non era la libertà che volevo. Solo una via d’uscita; a destra, a sinistra, era lo stesso; non avevo altre pretese; la via d’uscita poteva anche essere un inganno; la pretesa era piccola, l’inganno non poteva essere più grande. Avanti, avanti! Pur di non restare fermo a braccia sollevate, schiacciato contro la parete di un baule.

Oggi vedo con chiarezza; senza la più grande tranquillità interiore non avrei mai potuto venirne fuori. E in effetti forse devo tutto ciò che sono diventato alla tranquillità che mi invase, là nella nave, dopo i primi giorni. Ma la tranquillità a sua volta la devo all’equipaggio della nave….

... continua

Non posso postare tutto lo stupendo racconto di Franz Kafka, ma sia chiaro, concittadini, siete perentoriamente invitati a terminare la lettura sul sito The Kafka Project.

La conferenza ha troppe attinenze con il nostro mondo, con la nostra sur-realtà per non essere la cifra con cui sono felice di dare il battesimo alla nuova collocazione “TOPOGRAFICA” della “repubblica indipendente”.

Nulla cambia nella natura della nostra repubblica.

Solo, conquistiamo spazi  più ampi, nuovi territori.

Colonizziamo nuove regioni.

Conquistiamo una libertà più ampia, pagine in più per  i nostri progetti, strumenti più efficaci per esprimere le nostre idee.

Per questo ci spostiamo dall’albero che ci ha ospitato fin dall’inizio della nostra evoluzione.

Per questo ci spostiamo a questo nuovo albero, più verde e confortevole.

Da qui potremo scrutare meglio l’orizzonte aperto dei nostri ideali.

Da qui potremo orientarci meglio nel viaggio cominciato poco più di un anno fa.

L’albero di questa nave è più alto e da quissù potremo scrutare meglio la nebbia che ci separa dal mondo delle nostre utopie ideali, quel mondo lontano ma reale, per il quale riteniamo di spendere le nostre energie del sogno e della coscienza.

Quel mondo ideale, libero e nobile, è il nostro mondo.

Quel mondo è la “REPUBBLICA INDIPENDENTE”.

Quel mondo è la nostra patria.

Concittadini !

Un grande benvenuto a tutti nella nostra nuova patria !