Aquarius: se io fossi Papa, scomunicherei Matteo Salvini – Il Fatto Quotidiano

Finita la civiltà occidentale, è iniziata l’inciviltà di Salvini Matteo, segretario della Lega non più secessionista ma a vocazione planetaria, (vice)Presidente del Consiglio dei ministri in atto e cattolico «coerente» (l’ha detto lui medesimo in persona!), in risposta al cardinal Gianfranco Ravasi che twittava il Vangelo di Matteo al capitolo 25,43: «Ero straniero e non mi avete accolto». La motivazione della coerenza cristiana di Matteo Salvini: «Ho il rosario in tasca, io coerente con gl’insegnamenti del Vangelo». È il capovolgimento di ogni ordine e principio. Se avere un oggetto in tasca è segno di coerenza, chi porta le «Madonne ripiene» di Lourdes, le immagini dei Padri Pii e armamentari di questo genere, cosa è? Un padre/madre eterno in terra?

Se io fossi Papa, lo scomunicherei in forza delle sue stesse parole che sono un insulto a tutto l’insegnamento evangelico, tenuto conto che per un ministro della Repubblica Italiana, fresco di giuramento «di servire con disciplina e onore», dovrebbe essere ininfluente l’aspetto, finto o vero che sia, della religione perché bastano e avanzano i principi della Costituzione che anche Salvini difese nel referendum del 2016, le leggi e i trattati internazionali, sottoscritti dall’Italia e la legge della coscienza che su tutto fa prevalere l’umanità e il pericolo imminente di vita….

Sorgente: Aquarius: se io fossi Papa, scomunicherei Matteo Salvini – Il Fatto Quotidiano

P.S. Condivido questo post di Don Paolo Farinella molto più di quanto saprei ammettere. Salvo la dichiarazione di voto espressa nell’articolo, poi, è molto difficile ascoltare la voce del proprio cuore – o della propria coscienza – e dissentire da quanto è scritto. Ho conosciuto il nome di Don Paolo Farinella su queste pagine, alcuni anni fa, grazie ad un’amica, una concittadina, del blog, a cui voglio ancora un mare di bene, anche se abbiamo preso strade diverse. Mi domando, oggi, tutti coloro che, come lei, hanno creduto e sperato in nuove vie per la soluzione dei problemi politici della povera Italia, come fanno e come faranno a sopportare l’ipocrita silenzio che assorda le coscienze di fronte a tutto ciò che sta succedendo. E’ – già, in così poco tempo – successo tutto ciò che poteva succedere per mostrare la realtà a chi ha occhi non solo per guardare, ma anche per vedere.

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Roma, Salvini parte per Brindisi: i passeggeri intonano “Bella ciao” – Repubblica Tv – la Repubblica.it

Sorgente: Roma, Salvini parte per Brindisi: i passeggeri intonano “Bella ciao” – Repubblica Tv – la Repubblica.it

POVERA ITALIA

Leggo le notizie che circolano in questi giorni e non ho la forza di commentare.
Che si può dire mai, di questa circostanza della storia italiana nella quale ci troviamo a vivere giorni di viva preoccupazione e sconcerto?
Situazione estremamente grave, ma non seria, parafrasando Flaiano.
Ma non bastano le parole, per descrivere ciò che sta accadendo.

Parole che sembrerebbero dettate da un momento in cui la gravità come quello che precede una guerra.
Oppure, dopo un attentato alle Istituzioni, o un colpo di Stato, o un’insurrezione armata.
E’ questo che evocano le parole “viva preoccupazione”.
Qualcosa di altamente drammatico, di rottura, di dramma.

Le cronache politiche sono già salite sul carro dei vincitori dell elezioni di più di due mesi fa.
Basta vincerle le elezioni, i giornalisti devono prendere il loro stipendio, non c’è spazio per le critiche, per le coscienze, nessuna attenzione per i rischi che può correre una fragile democrazia malata come quella italiana.
Del resto, se il bullo trumpismo atomico ha potuto trionfare negli USA, cosa mai potrebbe turbare il sonno degli ignavi, in Italia?

La democrazia, in fondo, ha trionfato.
Lì, negli USA.
E pure qui, in Italia.
Hanno, abbiamo, votato.
Liberamente.
Candidati e programmi, idee e prospettive.
Ora, quindi, cosa vogliamo?

Domani avremo un nuovo governo.
Hanno fatto grandi promesse.
Avremo la luna che si specchia nel pozzo.
La botte piena e la moglie ubriaca.
Tutto e il contrario di tutto.
Prendiamoci tutto e subito.
Questo slogan mi sembra di averlo sentito già qualche altra volta, in passato.
Non ha portato niente di buono.

Aspetto, ormai, che vengano promulgati i nomi e gli incarichi.
Un vago senso di nausea mi coglie soprattutto quando sento i TG vomitare le loro perverse attenzioni per questa ridda di folli che s’è impossessata, col beneficio del voto democratico e libero, delle coscienze d’un popolo imbelle e senza coraggio.
Avremo, dunque, giorni duri e un prezzo che sarà molto duro da pagare, senz’altro.
Come sempre, le illusioni dei popoli le pagano sempre i più deboli, che non hanno niente per potersi difendere.
Invece, i ricchi, loro trovano sempre il modo di fare affari sulla miseria.
Prepariamoci, dunque, alla lotta.

Contratto di governo, le 5 stelle del Movimento e la linea dura della Lega: il programma finale del patto Di Maio-Salvini

Un messaggio di dignità al mondo. La scelta di Alexis Tsipras

Io lo ribloggherò, perché una dialettica politica è necessaria, in Italia, in Europa, ma anche nel mondo.
Per questo è necessario sostenere anche posizioni eterodosse, non allineate, eretiche per l’ideologia dominante.
Però con una considerazione chiara.
Questa non è una vittoria.
E’ una sconfitta per tutti.
Per gli europei, che si sono allineati alle tesi integraliste del Fondo Monetario di Washington, che non hanno prodotto altro che macerie sociali dove sono intervenuti con le loro ricette da salasso del malato.
Ma è una sconfitta anche per i greci.
Sarà drammatica la situazione, dopo l’uscita dall’euro.
Non so se è chiaro cosa voglia dire vivere con un’economia di cartone, con una moneta di cartastraccia e con stipendi da terzo mondo (per i più fortunati, gli altri invece non avranno neppure quelli).

Purtroppo il ricatto è vero.
O si è allineati o si è contro.
È la guerra monetaria che ha sostituito quella armata.
Cosa succederà con il referendum?
Vincerà la tesi della “bella sconfitta”?
Eroica, come Epaminonda alle Termopili.
Tuttavia, morto troppo giovane.
Oppure i moderati “borghesi” sconfesseranno la scelta di Tsipras e Varoufakis?
In Grecia si apriranno scenari inquietanti.
Alba dorata, il neofascismo, o i neocapitalisti ortodossi… stanno dietro l’angolo, come falchi, squali, avvoltoi…

Una visione più ampia era necessaria.
Adesso resta la sconfitta.
Che si porta appresso anche le speranze degli altri, spagnoli, italiani, portoghesi…
Saremo ribaltabili, più di prima.
Adesso sappiamo che non si può essere “contro”.
Non c’è una via alternativa.
Il governo greco doveva essere appoggiato e reso consapevole della sua estrema forma di “resistenza”.
Purtroppo, la politica, a sinistra, non ha saputo guardare verso orizzonti più larghi dell’ aut aut.
Euro o vecchie monete?
Allora, noi italiani, almeno, con un sussulto d’orgoglio, scegliamo il “sesterzio”.
Per secoli fu Moneta europea ed assicurò benessere e prosperità.
Almeno, come l’euro, per coloro che sapevano esportarlo sugli scudi!

Essere Sinistra

All’una di questa notte, Alexis Tsipras, ha diramato questo messaggio di cui presentiamo la traduzione in italiano circolante in rete. 

E’ per noi la voce più alta e nobile sinora ascoltata in risposta alle folli richieste del Fondo Monetario Internazionale e le Isttuzioni europee. E vogliamo che tutti i nostri lettori ne comprendano il senso. Il senso della libertà e della democrazia. Che rinasce dalla Grecia.

La Redazione

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«Amici greci,
da sei mesi il governo greco combatte una battaglia in condizioni di soffocamento economico senza precedenti, per implementare il mandato che ci avete dato il 25 gennaio.
Il mandato che stavamo negoziando coi nostri partner chiedeva di mettere fine all’austerità e permettere alla prosperità ed alla giustizia sociale di tornare nel nostro paese.
Era un mandato per un accordo sostenibile che rispettasse la democrazia e le regoli comuni europee, per condurre all’uscita finale dalla crisi.

Durante questo periodo di…

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Il sorrisino €sarcastico dei misuratori di zucchine.

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Lo ribloggo perchè il tema è molto serio ed attuale.
Dal blog di Paolo Popof, che ringrazio, prendo questo articolo, che è interessante davvero.
Vorrei che i commenti, se ce ne saranno, andassero a fondo su questo argomento, perchè il nostro presente è strettamente dipendente dai rapporti con la UE e con i rappresentanti dei popoli, dei governi e della burocrazia d’Europa.
Grazie

Aggiungo, come stimolo di riflessione e per esprimere il mio pensiero sul tema, il commento che ho postato sul blog di Paolo:

Caro Paolone,
il tema dell’Europa capita proprio puntuale. Adesso si andrà a votare – a maggio prossimo – e sarà, diciamo così un bagno di sangue.
L’Europa, per me, è indispensabile: questo lo premetto subito, perchè se l’Italia è uscita dallo stato medievale (ma ci è uscita veramente?) in cui versava negli anni ’70 del secolo scorso e se non ha fatto la fine dell’Argentina nel 1992 e nel 2008/2009, dobbiamo dire grazie ai lacci europei.
Inoltre, ai nostri legami con l’Europa tanto stretti da strangolarci o quasi, dobbiamo (anche) altri due risultati straordinari:
1. Il nostro potere d’acquisto è come quello di un francese, di un tedesco, di un inglese, un americano o un giapponese (+/-). Ci costa in termini di “manovre”, “vincoli” e “perdita di sovranità”, ma se ancora possiamo andare in giro per il mondo come cittadini del 1^ mondo (sempre +/-), lo dobbiamo ancora all’UE.
2. Se l’Italia non è naufragata sotto lo tsunami berlusconiano, ancora lo dobbiamo all’UE, che ha rappresentato il parametro di raffronto, se non il “primo motore mobile (ma non era immobile, per Aristotele il primo motore della creazione?)” che ha spinto per tenere a galla la democrazia italiana (non sappiamo ancora se ci sia riuscita davvero. E, comunque, non lo ha fatto per generosità. Ma solo per convenienza: il mercato italiano è importante, non lo si può mandare a … farsi friggere. Una volta, avrebbero mandato un esercito di lanzichenecchi a conquistare le nostre contrade, dovendosi sobbarcare, però, anche l’onere di sfamare i morti di fame. Oggi, è più facile e meno oneroso, basta tener vivi i mercati/democrazia).
Premesso questo, vado al punto.
I sorrisetti (di oggi e di ieri), la teoria dei “compiti a casa”, eccetera.
Mettiamo a parte l’arroganza sussiegosa dei politici (Sarkomerkel) e dei tecnici (Barrompuy) ed i sentimenti che ci provoca: quei sentimenti sono lo specchio dei sentimenti che l’Italia – giustamente , secondo me, ancora oggi – suscita in Europa: ma ci pensate, ancora siamo il paese il cui parlamento ha votato per “la nipote di Mubarak” e che parla impunemente di “4 golpe italiani”, “un complotto europeo” e di “colpo di stato dei giudici comunisti”. E non è il nostro popolo quello che sta per votare come primo partito alle prossime elezioni europee quello messo su da un imbonitore di piazza, ex comico, arricchito con i proventi di televisioni e pubblicità, reso celebre dalle amicizie con Pippo Baudo e i direttori generali RAI, e che oggi si spazza per un cristo sceso in terra assieme ad un sodale di cui nessuno, fino a pochi mesi fa, conosceva neanche il nome?
Voi, ad un popolo così, non ridereste in faccia?
Ma condivido che si tratta di arroganza, quando si mostrano quei sorrisetti stronzi.
Sarkomerkel non sono molto migliori e neanche Barrompuy: scandali e incompetenza affliggono pesantemente anche loro, senza parlare dei deficit eccessivi che fingono di non vedere ed i tassi di crescita economica da prefisso telefonico.
Ma quello che vorrei dire è che dell’Europa abbiamo bisogno.
E che la linea cosiddetta “del rigore” non è altro che una delle linee politco/economiche possibili, quella di destra.
E se la si chiamasse col suo nome, politica di destra, si potrebbe provare a costruire una linea politico/economica diversa (stavo per dire “alternativa”, ma mi mette quasi paura quel termine, siamo troppo mologati per usare un termine così normale, ma importante).
Senza pensare ad alternative rivoluzionarie (ma in Sud America, ci stanno costruendo il boom dei Paesi emergenti di quell’area. Inoltre, cosa sono le politiche della Cina? Non sono alternative rivoluzionarie (o controrivoluzionarie, se vi va) che negano i principi “nostri”, tranne quello di arricchirsi? Quindi si deve tenerne conto, viste le dimensioni e la necessità di combatterle (o controbatterle) …
Ma senza pensare ad alternative rivoluzionarie, si può parlare di alternative.
Quelle di Giappone e Stati Uniti, per esempio.
Espansive e forse (quasi) iperkeynesiane.
La cosiddetta “patrimoniale” (che per esempio ha inasprito Cameron, noto comunista inglese infiltrato tra i conservatori) è la forma privilegiata di tassazione preferita dai capitalisti americani ed europei e ce la consigliano vivamente…
Voglio ancora dire che un’Europa senza democrazia non può andare avanti: a maggio sbatterà il grugno contro gli “euroscettici” perchè il voto di maggio non serve a niente o quasi: è solo il megafono di che vuole farsi notare perchè è escluso dalla tavola imbandita dei potenti veri. Che sono quelli che decidono.
I potenti veri, oggi, sono quelli che decidono cosa devono fare gli altri popoli.
Irlandesi, greci, portoghesi, spagnoli, italiani… ci sono altri che sono disposti ad obbedire senza dire la loro?
La situazione di oggi è questa: a casa mia, stiamo pieni di debiti.
Io guadagno più di tutti.
Mia moglie, sopravvive facendo debiti, finchè può.
Mio figlio ha smesso anche di fare debiti, vive facendo la raccolta nei cassoni dell’immondizia (comunque non riesce a morire di fame, non è riconosciuta l’eutanasia).
Allora, io ho deciso che taglieremo i consumi di mia moglie, la meterò a fare la raccolta dei cassoni dell’immondizia e mio figlio lo castigherò mettendo una tassa sulla raccolta nei cassoni dell’immondizia.
Io posso stare tranquillo.
Presto, redenti, mia moglie e mio figlio, spossati e felici, torneranno a chiedermi in prestito la macchina e forse gli pagherò una serata al cinema.
Tanto, sono l’unico ad avere macchina e biglietti.
Se questa famiglia rispecchia le politiche europee del rigore, mi viene il dubbio che si possa/debba prestissimamente cambiarle!
Infine Renzi (solo un flash): non vorrei mai che fosse la famosa rana dalla bocca larga
(per una versione simpatica della storiella cliccare qui:
http://web.tiscali.it/bettinelli/la%20rana%20dalla%20bocca%20larga.htm).

libera...mente

CatturaA me le scelte di Renzi non piacciono molto, anzi per niente, ma vedere la foto di quei due con il sorrisetto ammiccante (cliccando sulla foto ci si collega al filmato) perché si sentono forti di un’Europa che sa scegliere la dimensione delle zucchine o il diametro delle pizze, un’€pa che sa e tace sugli intrallazzi dell’expo prossimo venturo, un’€pa che si trincera dietro i numerini imposti dalla BCE e poi sfodera quel sorrisetto ironico che ricorda quello di Sarkozy e Merkel, il sorrisino  di quei due che devono dire grazie all’Italia che partorisce Draghi e non solo bungabungaman, mi ha dato proprio fastidio. Insieme a mister B ormai è sparito anche l’altro gigante del sorriso ironico Sarkozy, ma oggi quel sorrisino fra Barroso e Van Rompuy è davvero fastidioso. Certo l’eredità del ventennio nanista è dura, ma una volta tanto si sente qualcuno che mette sul piatto della bilancia non…

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LETTERA APERTA AGLI ITALIANI

Berlusconi al seggio, contestato da attiviste Femen

Cari Italiani,
sento, stasera, il dovere di rivolgermi a tutti voi.
So che è un intento impossibile, so che non saranno altri che i pochi visitatori di questa pagina a leggere ciò che sento il bisogno di dire.
Ma anche se pochi, spero, almeno, che i lettori condivideranno i miei sentimenti.
Si, perchè è dei miei sentimenti che voglio parlare.
E, poichè sento il bisogno di parlare alla Nazione, è dei sentimenti civili che voglio parlare.
Io sono un lavoratore, come mia moglie.
Più precisamente sono dipendente pubblico, come anche lei, mia moglie.
E anche mio padre lo era, anzi, lui, di più, era carabiniere.
Mi ha insegnato l’educazione ed il rispetto.
E soprattutto mi ha insegnato che negli uomini esiste un luogo che si chiama coscienza.
E anche se quella coscienza è pesante, alle volte, da indossare, come una divisa, diciamo, è lei a darci dignità di cittadini.

Molti di voi avranno famiglie simili alla mia, che vivono dei frutti del proprio lavoro, della fatica di organizzarsi la vita col sacrificio del proprio tempo e delle proprie energie.
E sentire, vedere, che oggi, questo povero Paese s’è ridotto in macerie fa male, fa molto male, brucia.
Non avrei mai creduto possibile potessero accadere fatti come quelli a cui si assiste ogni giorno.
Mi riferisco allo spettacolo indecente di sè che offre questo Paese.
Assoluta mancanza di senso civile, egoismo, irriguardoso dispregio delle leggi e delle regole di convivenza civile.
Tutti i giorni siamo spettatori attoniti di questa situazione.
E se ne parlo, qui, in terza persona, da spettatore, è perchè non mi sento partecipe.
E so, anche che molti altri, come quelli che mi stanno leggendo, e tanti altri ancora che non leggeranno mai questa inutile pagina solitaria, condividono il senso di frustrato isolamento, di spaesamento, di emarginazione che sento io nel cuore.
Perchè questo popolo di cui facciamo parte s’è acconciato a questa maniera meschina?
Non si accorge d’essersi fatto ridicolo?
Non si vede allo specchio neppure per un attimo?

Lo specchio.
Crudele strumento, incolpevole, peraltro.
Ci restituisce, innocente, l’immagine che vi abbiamo proiettato con la nostra presenza.
Se v’è qualcosa di colpevole, nello specchio, è, semmai, quella, l’immagine nostra.
Ebbene, lo specchio d’Italia, oggi, è la classe politica.
Volgare, ignorante, degradata, senza scrupoli, spesso disonesta, disinteressata del destino del popolo che è chiamata a rappresentare ed interessata soltanto ai propri affari e arricchimenti.
E’ la classe politica che ha votato, in questi anni, per la legge “porcellum” e per “la nipote di Mubarak”, che riduce in gazzarra lo scontro politico inscenando piazzate che neanche l’arditismo fascista aveva osato portare nelle aule parlamentari.
E’ la classe politica che acquista le case a sua insaputa, che esprime solidarietà ai potenti incarcerati e che invece dimentica di partecipare ai pur finti funerali di Stato dei poveri Cristi annegai nel canale di Sardegna.
E’ la classe politica che con incuria sta disfacendo persino il territorio su cui abbiamo costruito le nostre case.
E’ la classe politica che sa solo indignarsi per mestiere, per un attimo solo, per voltarsi, poi, distrattamente dall’altra parte mostrandoci impunemente le terga!
Ma quella classe politica, concittadini italiani è solo lo specchio.
Uno specchio innocente.

In quello specchio, dall’altra parte, riflesso aberrante, ci siamo noi, i concittadini italiani.
Guardiamoci.
Eccoci.
Noi siamo così.
Io non ci credo alle facili favole.
Non credo ai complotti delle lobby glbali, perchè ho studiato e so cosa vuol dire verità.
Non credo ai salvatori della patria, perchè la patria è anche mia e se dovo salvarla anche io devo essere il salvatore.
Non credo che che ci abbiano espropriato i diritti perchè nessuno può impedirmi di pretendere quello che è mio.
Non credo di essere cieco perchè vedo molto bene ogni mattina il sole che alza sulla città e illumina i furbi, i ladri ed i contrabbandieri.
Tra quelli, tra i furbi, tra i ladri e tra i contrabbandieri, la luce del sole mi mostra la presenza di molti di noi.
E quando li interrogo chiedendogli conto di quello che fanno essi mi rispondono in coro che non c’è altra scelta, che c’è un complotto, che io non capisco.
Vedo che si sono prestati già in molti nel ruolo di salvatori della patria.
Ma vedo che lo fanno solo per tenermi lontano, imbavagliato e bendato sotto un cappuccio.
Mentre loro, con le mani libere, possono prendersi quello che vogliono.
Hanno la complicità generale.
Il silenzio.
La rassegnazione del popolo italiano.

Sento il dovere di scrivervi, concittadini italiani, perchè non posso fare a meno d’essere uno di voi.
Spesso lo vorrei.
Soprattutto quando la speranza mi lacera e la disperazione mi acceca.
Ma molti di voi, in realtà,hanno già smesso di essere parte di noi.
Quelli che hanno scelto di essere tra i furbi, i ladri, i contrabbandieri.
Quelli non sono nostri concittadini italiani.
Io non posso fare a meno d’essere uno di voi solo perchè ho un figlio ventenne.
E anche molti di voi hanno figli ventenni, o decenni, o trentenni.
Alcuni hanno nipoti.
Altri hanno fratelli e sorelle.
Non possiamo abbandonarli tra le grinfie del branco di lupi di coloro che ci hanno già lasciato da soli.
I furbi, i ladri, i contrabbandieri farebbero scempio di loro.
Mio figlio come farà, domani, a farsi una vita?
Tuo figlio, tuo nipote, tua sorella, come faranno?
Andremo a chiedere pietosamente un aiuto al potente di turno?
Avremo di sicuro promesse in bianco.
E aiuto come assegni scoperti.
Daremo ai nostri figli un futuro “cabriolet” ?

Non ho una ricetta precisa.
Fondiamo il Partito dei Concittadini Italiani.
Decidiamo che hanno diritto di voto soltanto i concittadini italiani!
Stabiliamo che soltanto i concittadini italiani hanno diritto a vivere in questa nazione.
Cacciamo quei furbi, quei ladri, quei contrabbandieri che si nascondono vigliaccamente fingendo parte di noi.
Facciamo.
Facciamo qualcosa!
Presidiamo le nostre coscienze.
Chiediamo sostegno alle nostre virtù!
Prendiamo in mano il nostro destino.
Io sono giovane, ancora, troppo, per morire, oggi, senza un futuro domani.
E mio figlio, tuo figlio, i nostri nipoti, vogliamo lasciarli senza un giorno di vita?
Morti, già oggi, senza un futuro?
E’ possibile che questa sia la strada che abbiamo deciso di prendere?
Noi, proprio noi che una volta alzavamo i pugni chiusi e cantavamo sotto le bandiere dell’ideale?
Cosa ci è successo per meritare un destino così vile?

E, poi, a voi giovani, sento il dovere di scrivere.
A voi che non avete più voce, nè forza.
State seduti e aspettate che accada qualcosa.
Aspettate Godot.
Che arrivi domani.
Ma sul palco ricade pesante il sipario, ogni sera.
E non si sentono applausi a incoraggiare la vostra compagnia di attori.
E non vi sentite offesi, traditi, frustrati?
Non sentite la rabbia che monta dentro di voi?
Non provate l’istinto di prendere in mano il vostro destino?
Anche se è vostro padre a stringervi al collo la catena pesante, non avete il coraggio di ribellarvi e morderci al collo?
Quale incantesimo è calato sopra di voi?
Quale sortilegio malefico vi ha resi ciechi, muti, sordi e così rammolliti?
Cosa aspettate?
Che il pifferaio magico vi venga a chiamare?
O che un incantatore di serpenti vi liberi finalmente dal sacco?
E voi, poi, dopo, cosa mai sarete?
Potrete dire d’essere stati migliori di noi?

ELEZIONI

VERSO IL CAOS (da: http://www.presseurop.eu/it/content/article/1940081-verso-il-caos)

A

Qualche considerazione “in vitro”.

Mentre scorrrono i risultati sugli schermi televisivi, le voci delle elezioni che stanno mettendo in movimento i popoli di mezza Europa ci stanno dicendo qualcosa.

Non le sentite anche voi?

Voti e percentuali sembrano nascondere una verità semplice, eppure complessa e difficile da immaginarsi: i cittadini chiamati alle urne in mezza Europa non si riconoscono nelle scelte delle classi politiche dei diversi Paesi.

Scelte difficili, certo, anche dolorose, e rischiose.

Per i politici europei – dovrei dire per quelli del mondo intero, ma adesso mi limito all’ambito della tornata elettorale d’Europa – i mesi scorsi, gli ultimi 24 mesi sono stati difficilissimi: sono crollati tutti i punti di riferimento sulla cui base avevano fndato politiche e consensi. La crisi di cui si parla in questi mesi non è una crisi economica, o almeno non lo è soltanto, e forse non lo è neanche principalmente.

La crisi di questi 4 anni è una crisi di sistema, una crisi epocale, è… la caduta degli dei.

Niente sta più al suo posto, ormai, nel mondo, o, almeno, niente sta più al posto che ci si immaginava fosse il posto che era stato assegnato alle cose: i posti assegnati alle cose dalla storia passata, adesso, vengono rimescolati … come in un cocktail agitato… non shakerato, al contario dei gusti alla James Bond.

Ed i politici europei ?

Loro, come capitani di una nave in balia di una tempesta imprevista, hanno provato, poveretti, a tenere la barra del timone, non hanno fatto – in genere, dico, in genere – come il comandante della nave Concordia, non sono scesi al primo inclinarsi della nave (in Italia non è stato così, oggi abbiamo alla guida un comandante Monti che assomiglia al famoso Di Falco, costretto a gridare ogni giorno “Salga a bordo, cazzo!” al politico di turno che cerca di sfuggire alle sue responsabilità per mettersi al riparo al più presto. Ma al riapro da cosa?)

I politici europei, comandanti di una nave in mezzo alla tempesta hanno urlato i loro ordini: “Alle sartie !”. “Serrate le vele !” “Tenete la barra !” “Non lasciate la nave in balia della tempesta !”

Ma io credo, in verità, che questa tempesta non sia come le altre.

Questa tempesta non è una burrasca.

Nel mare sconfinato le navi con la strumentazione incompleta e malfunzionante hanno più rischi di essere inghiottite dai flutti.

La nave d’Europa corre questi rischi.

Anche la Merkel, onore al merito della Comandante, anche lei corre il rischio, presto, di finire a bagno tra le onde.

E non perchè lei non sappia il fatto suo, non conosca il suo mestiere.

Lei è al comando della corazzata più potente dell’intera flotta d’Europa ed il suo fido equipaggio è il più addestrato fra tutti.

Ma il problema è che il mondo ha camabiato le sue coordinate.

Il nord non sta più al suo posto e non si conosce più dove ormai siano finiti gli altri punti cardinali.

In questo oceano scombussolato, in questo universo in subbuglio i peggiori  comandanti sono quelli che erano abituati a fidarsi di una strumentazione perfettamente efficiente e sofisticata.

Oggi bisogna sapersi orientare guardando le stelle, se pure, questo, può servire ancora a qualcosa.

In Italia la situazione è ancora più seria.

Il popolo italiano non solo si è fatto condurre, negli ultimi due decenni, da una squadra di comando formata da presuntuosi dilettanti privi di ogni scrupolo e moralità – faccio eccezione soltanto per la prima esperienza governativa durata quasi tre anni dell’Ulivo prodiano, peraltro, comunque, assassinata dagli appetiti degli appetiti degli apparati del partito ex-comnista fattisi lobby d’affari, e giace ormai sepolta nl cimitero della storia – non solo, dicevo il suo comandante è scappato in Russia, novello Schettino, per non stare a guardare la sua nave che affonda, ma adesso il popolo italiano deve anche cercare di inventarsi un nuovo equipaggio che provi, almeno che provi, a condurre la nave nella tempesta.

Io non penso che la storia abbia un inizio ed una fine e non credo neanche che abbia una sola direzione, un verso preciso, un “obiettivo” da raggiungere, una metafisica da realizzare.

La storia dei popoli è fatta di equilibri fragili, delicati, mutevoli, instabili.

Purtuttavia, sempre di equilibri si tratta.

E quindi, un nuovo equilibrio sarà raggiunto, prima o poi, in questo mare in burrasca.

Ma nessuno può garantire che questo equilibrio ci piaccia o che sia duraturo e conveniente per tutti.

Eppure tutti dobbiamo lottare e impegarci, in Europa, perchè il miglio equilibrio possibile venga raggiunto.

Io non faccio politica e questo blog non si occuupa di politica attiva, quindi non scrivo ricette, non indico cure.

Io ho un figlio appena maggiorenne, che oggi sta cercando di trovare la sua strada nella vita, una strada che gli permetta di affermarsi e di potersi costruire un futro degno delle migliori speranze.

Come me, milioni di italiani e milioni di europei hanno figli che si trovano nella stessa condizione, sullo stesso punto di fragile precarietà, come se si trovassero sospesi su una passerella sospesa sull’oceano in tempesta: da quella passerella passa il loro destino.

Io sono convinto che i milioni di uomini, italiani ed europei, ed gli altri milioni e milioni di uomini che stanno affrontando la stessa tempesta d’Europa dalle altre coste lontane di questo oceano burrascoso in cui il mondo si è lentamente trasformato negli ultimi decenni, ecco, io sono convinto che, insieme, ttti insieme, tutti gli uomini provino lo stesso desiderio che i propri figli trovino non solo la salvezza contro la temperie della tempesta, ma che possano godere, come meriterebbero, di un lungo periodo di prosperità e benessere, di pace e concordia.

Per questo motivo, perchè non penso di essere solo in mezzo alla tempesta, io ho fiducia che presto, tutti insieme, un approdo sapremo trovarlo: che sia un porto sicuro o meno non posso saperlo, ma che ci proveremo a salvarci, questo è certo.

Questo è la storia, questo tentativo di salvezza.

E questo è la storia di questi tempi, questo mare in tempesta.

Chi crede che ancora tutto possa tornare com’era anche solo pochi mesi fa s’illude, e certo saranno in moltissimi che, per paura, per spirito di abitudine, per l’interesse di non veder perduto tutto quello che avevano messo da parte, o per altre ragioni, saranno in moltissimi a farsi questa vana illusione.

Ma io lo so, niente tornerà più come prima.

Ed i risultati di queste elezioni sono il primo segnale di quello visibile nel cielo della politica di quello che sta accadendo.

Giusto per terminare, che poi, io sono convinto che il mondo giri verso laddove le forze fresche della vita convogliano l’energia vitale del pianeta: in altre parole, per conoscere il senso di marcia che dà la direzione in questo presente così convulso, forse, basta guardare dove nascono più bambini.

Sconvolgente, questa prospettiva, no ?

POST SCRIPTUM

Non ho certezze particolari in questo mare tempestoso e, quindi, neanche le conclusioni devono essere prese per vere, solo per possibili. Infatti, non posso evitare di evidenziare che per la prima volta nella storia dell’umanità, l’uuomo ha messo le mani sulla stringa della vita e della morte.

Tra le sue dita, sotto le sue mani inesperte, incerte, animali, spesso bestiali, stanno i bottoni della catastrofe nucleare e le provette dell’elisir di lunga vita.

Oggi i laboratori degli scienziati e le stanze dei generali sono le nuo9ve fucine di Efesto.

Finchè il dio zoppo, artefice di tutte le meraviglie tecnologiche, resterà sottomesso al capo politico della comunità degli dei, sarà Zeus a decidere della vita e della morte degli uomini.

Ma, forse, l’epoca che stiamo vivendo, è una nuova versione della lotta fra gli Olimpi ed i Titani.

Nessuno ha ancora scritto la storia dei vincitori che domineranno in questa nuova epoca che si sta aprendo sulla Terra.

Ma loro, i Maya, l’avevano previsto: il 2012 sarà l’anno della fine del mondo.

Almeno, di quello che, in maniera rassicurante credevamo di conoscere così bene.

LETTERA AGLI ITALIANI

Giorgio NAPOLITANO

Sembra strano, ma in questo anno, l’anno delle celebrazioni del 150^ anniversario dell’unità d’Italia, la storia ha fatto sentire agli italiani la sua mano.

Uno schiaffo ed una carezza.

E così, in modo imprevisto, all’improvviso, agli italiani è toccato il compito di cercare di girare le pagine della storia.

Ho parlato di imprevisto e di eventi improvvisi nel senso che nulla sembrava poter modificare il corso politico, economico, sociale e civile su cui si era avviato il passo di questa povera nazione.

Crisi politica, disfacimento economico, degrado etico e morale della società sembravano solo scalfire la coscienza degli italiani e non parevano in grado di smuovere il macigno che gravava su di essa.

Ma il mondo intorno a noi corre, si dimena, scalcia, come un cavallo imbizzarrito e quei popoli, maldestri cavallerizzi, che non sanno stare in sella vengono disarcionati da quello stallone indomabile e presto sono costretti ad assaggiare l’onta della polvere.

Così è stato per la povera Italia.

L’evidente mancanza di pratica nella cavalleria da parte delle forze politiche vittoriose nelle ultime elezioni politiche è stata fatale al loro destino.

E così, adesso, doloranti ed impolverati, sono stati accantonati.

Ma, certo, ancora si sente il loro livore rabbioso battere e, se ben si guarda, si può anche cogliere qualche segnale delle loro nuove strategie per ritornare a cavalcare quella bestia che li ha da poco messi al tappeto.

Io, però, non penso a loro.

Io vorrei rivolgermi a tutti gli italiani.

Ho faticato, e, chissà se a torto o a ragione, ho sofferto a sentirmi italiano, in questi anni.

Non solo gli ultimi anni.

E neanche solo quelli della cosiddetta seconda repubblica.

Io dico che ho faticato e sofferto ad essere italiano da quando la coscienza civile mi ha fatto percepire la necessità che la normalità politica di un popolo è quella che non conosce ideologie, chiese, verità preconfezionate.

Ciò mi è accaduto da quando ho maturato la coscienza di cittadino.

Ho desiderato il governo dell’alternanza, che vuol dire la libertà dalla dittatura di buoni e cattivi pregiudizialmente definiti e vuol dire anche amministrazione della giustizia, nel senso del riconoscimento del merito e del premio per i migliori.

E, con quella coscienza, ho vissuto grandi speranze e cocenti sconfitte.

Ho vissuto, sono cresciuto nella stagione che ha avuto, e mi ha dato in dono, una grande libertà, la più ampia libertà, quella di mettere in discussione e criticare ogni lato ed ogni aspetto della civile convivenza.

In quegli anni, i sessanta/settanta del secolo scorso (ormai si dice così), avevamo la forza e l’energia, la volontà e la passione per conquistare il mondo.

Sarà per questo che, allora, la conquista degli spazi siderali sembrava il trampolino la liberazione da ogni catena. Non era la prova, il test più micidiale, della potenza guerrafondaia.

Non mancavano le guerre, ma lottavamo contro.

Non mancavano le utopie, ma lottavamo per realizzarle.

In quegli anni abbiamo anche commesso errori gravi e clamorosi. E forse non li abbiamo mai riconosciuti abbastanza.

La violenza che negava la democrazia.

Provocazione o cedimento alla provocazione e folle delirio di onnipotenza o ubriacatura ideologica…

Morti, feriti, sconvolgimenti e dolori abbiamo disseminato intorno a noi.

Ma anche quelli, forse, erano errori che venivano compiuti, che compivamo, in un’ottica di … partecipazione collettiva.

Non uccidavamo per una rapina che arricchiva il rapinatore. Veniva fatto, senza scusanti, ma per un’utopia che voleva conquistare il mondo.

Eravamo stupidi lo stesso, ma forse più sinceri.

Poi gli anni sono passati e sono passati i decenni.

Il secolo ventesimo è finito.

Il fatidico 2000 si è portato via ogni nostra innocenza.

Siamo rimasti nudi di fronte a noi stessi.

E abbiamo creduto che tutto potesse avere un prezzo.

Anche noi stessi.

Anche la nostra coscienza.

Ed abbiamo creduto di poterci comprare il nostro presente.

E poi, ancora, ingordi, insaziabili, abbiamo voluto comprarci anche il futuro nostro e dei nostri figli.

E in questo mercato globale abbiamo trasformato noi stessi in merce e moneta.

Nulla ha resistito a questa demoniaca conquista del mondo.

Imperi, Stati, Chiese, partiti, società, individui.

Tutto si è trasformato in moneta del diavolo, in polvere, in rovina.

E qui da noi, in Italia, siamo pian piano stati catturati dal vuoto, dal silenzio, dall’insignificanza di ogni valore umano e collettivo.

Tutto pensavamo di poter mercanteggiare.

Tutto potevamo conquistare senza alcun ritegno o scrupolo etico, o morale.

Di questo si è fatto una bandiera.

E di questa bandiera si sono fatti portabandiera i politici.

E sotto questa bandiera si è schiera per lunghi anni il popolo che si è fatto bue pensando di farsi macellaio.

Poi, d’improvviso, è crollato tutto.

Gli scricchiolii e le crepe che già si udivano e si vedevano dappertutto sono stati ignorati, come i segni della natura che è tornata, in Italia, a mordere, come una fiera affamata, riempiendo di ferite dolorose il territorio ed il popolo d’Italia.

In questa tempesta tormentosa, nella quale si sono perduti tutti i segni d’orientamento, solo una stella ha brillato alta, mostrandosi la più luminosa degli astri della galassia.

Il Presidente Napolitano.

Una contraddizione in tutto.

Un vecchio signore.

Un uomo di orgini meridionali.

Un comunista, diventato ex.

Un politico.

Un titolare dell’organo più notarile della Costituzione italiana, eletto da un Parlamento al limite dell’impossibilità di funzionare.

Ma ha saputo vedere e dire e fare cose da uomo normale.

Ha capito che doveva parlare agli uomini normali da uomo normale, dicendo le cose normali che normalmente si dicono guardando preoccupati il pericolo che si avvicina.

Perchè, sì, cari italiani, che il pericolo si stesse avvicinando, era davvero ben visibile ed i segni erano evidenti veramente per chiunque li volesse vedere.

Quale pericolo si stava avvicinando? E’ questa la domanda?

La crisi.

Si, la crisi, ma non tanto quella economica, pure grave, o forse catastrofica.

La crisi del popolo italiano, la disgregazione, il tarlo, il cancro.

Essere un popolo vuol dire, pur nelle differenze che distinguono ciascun cittadino dagli altri rendendolo unico, credere che l’unione fa la forza e che se si è soli si è più deboli.

E a questo gli italiani hanno smesso di credere.

Tanto da renderli più deboli di fronte alla crisi che il mondo intero sta attraversando, di fronte alle trasformazioni radicali, epocali, storiche, che rendono affascinante, ma molto pericolosa, la navigazione nel mare della storia di questi giorni, di questi mesi.

In questo mare, quel faro, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha saputo illuminare una rotta di sicurezza.

Oggi, abbiamo di nuovo un salvagente allacciato alla cintura.

Abbiamo cominciato lasciar cadere la zavorra morale che ci appesantiva, anche se rendeva le apparenze quotidiane della navigazione più rassicuranti.

Io non so se in quel mare, domani, sapremo navigare ponendoci al sicuro dai pericoli.

Non lo so.

So che, sentendomi molto solo, nella sofferenza di sentirmi, o di non sapermi sentire più, cittadino di un popolo che aveva, ormai, sciolto tutti i vincoli di appartenenza, ho dato vita a questa repubblica indipendente, a questa zattera nel mare della storia.

Forse più che una zattera, una bottiglia lasciata andare nella corrente per portare, chissà dove, un messaggio.

Il mio messaggio.

Il messaggio, una richiesta di aiuto, in realtà, di una coscienza che voleva continuare a restare cittadina di qualcosa.

Oggi ho un pò più di speranza.

I fatti di questo ultimo anno, l’anno del 150^ anniversario dell’unità d’Italia, anniversario che, di per sè, non mi diceva molto, oggi, questi fatti. mi autorizzano a nutrirne di nuova, di speranza.

Prudentemente, mi posso guardare intorno.

E comincio a riconoscere di nuovo, attorno a me, i segni di un cambiamento.

Io so che c’è una forza misteriosa nei popoli.

E’ la forza che fa la storia.

Nessuno sa e nessuno può controllare quella forza.

Ma essa appartiene ai popoli.

E così, armati di quella forza, incoscienti ed inconsapevoli, i popoli, alle volte fanno la storia.

E forse, questa volta, questo momento è uno di quei momenti.

Il momento in cui un popolo si è messo nuovamente in marcia per fare la storia.

E quel popolo, può sembrare strano a dirsi, potrebbe essere il popolo italiano.

Questo è il debito che dobbiamo onorare per i nostri figli.

Questo è il compito che siamo chiamati a svolgere, oggi, per loro.

Ci maledirebbero, domani, se vigliaccamente, oggi, tornassimo a sederci, disfatti e disillusi.

E invece, fattivi e col cuore pieno di speranza, proviamo a lasciare un segno sulla pagina bianca, a scrivere una nuova pagina nel grande libro della storia.

Domani, potremo dire, lo abbiamo fatto noi.

Anche noi!

Così, possiamo completare il lavoro iniziato molti anni fa, negli anni sessanta/settanta del secolo scorso (si dice così, oramai), lasciato da noi colpevolmente interrotto.

SAVIANO – Un popolo in marcia

Roberto SAVIANO

“Un popolo si è messo in marcia la politica si lasci contaminare”.

17/06/2011  (da triskel182)

 Saviano commenta il dopo referendum. “I partiti vincono se sanno guardare oltre se stessi, e questo non significa cedere all’antipolitica”.

ROMA – La fine dell’indifferenza. La rivincita sulla paura. A suo modo, una rivoluzione. Roberto Saviano legge così i giorni delle elezioni amministrative e dei referendum, i giorni in cui l’Italia si è scoperta un Paese diverso. Lancia una sfida alla politica: si faccia contaminare dai colori dei movimenti. Alla Rai: se non vuole Vieni via con me la rifarò altrove, magari all’estero. Poi avverte: la macchina del fango è stata scoperta ma non sconfitta.

I giovani sono tornati. Il bene comune è di nuovo al centro della scena dopo anni di silenzio e individualismo?
“Credo che qualcosa stia cambiando in modo radicale e che metta molta paura al governo. Quello che sta avvenendo è una sorta di mutazione dell’indifferenza. Il termine movimento non è corretto, parlerei quasi di una moltitudine, di un popolo in cammino. Perché non c’è per ora un percorso definito, non c’è un solo e unico programma, ma arrivano da più parti. Tutto questo ha un sapore rivoluzionario. Sa di rivoluzione liberale così come la intendeva Gobetti”.

I segnali di questo cambiamento si potevano già intravedere?
“La politica in questi anni è stata lontana dai problemi reali, e questa distanza – paradossalmente – ha significato poter comprare voti. “Manca il lavoro? Votami e l’avrai”. “Le strade non vanno bene, hai bisogno di un asilo? Appoggiami e forse l’avrai”. Finalmente

 

da cittadini stiamo capendo che lo scambio non significa avere qualcosa, ma perdere tutto il resto. Quel politico che magari ti apre la piscina comunale ti sta togliendo tutto il resto. I segnali erano nella protesta degli studenti, in quella delle donne, nella manifestazione per la libertà di stampa, al Palasharp. Lì c’erano cittadini che chiedevano risposte”.

In questo scenario, quale deve essere il ruolo dei partiti?
“I partiti vincono se sanno guardare oltre se stessi. E questo non significa cedere all’antipolitica. Significa cambiare la selezione delle classi dirigenti non cercando solo amministratori ma talenti. La moltitudine di cui parlavo ha portato alla politica colori nuovi: il viola, l’arancione. I cittadini hanno saputo mescolarsi, hanno saputo unirsi come i partiti non sono riusciti a fare. Questi nuovi colori possono trasformare i partiti a una condizione: che gli apparati non ne siano spaventati. Devono essere disposti ad ascoltare prima ancora di indicare una strada. È fondamentale trasmettere idee che vadano oltre i personaggi carismatici, idee che siano valide per se stesse e possano sopravvivere al politico del momento”.

Lo scorso 14 dicembre a Roma gli studenti protestavano in piazza mentre il Parlamento era chiuso a votare una fiducia rattoppata al governo. Oggi, dopo il referendum, quell’immagine è un simbolo: il fortino della maggioranza assediato da un movimento che gli cresce attorno e con cui non sa e non vuole comunicare. Il caso Brunetta è l’ultimo esempio. Come si reagisce a questa chiusura?
“Il governo ha paura, non rispondere è avere paura. E la loro chiusura è l’inizio della fine, la dimostrazione della loro debolezza. Il movimento dei giovani ha saputo rinunciare alla strada della violenza e ha rilanciato nuove forme di comunicazione, di aggregazione. Anche laddove c’erano posizioni diverse ci si è uniti nella necessità di dover cambiare il Paese. Questa è la novità che la politica dei partiti non ha saputo trovare, e che ha risposto – vincendo – alla chiusura del governo”.

Da una parte il ruolo di Internet, che ha veicolato i messaggi della politica portandoli in ogni casa, attraverso giovani che hanno convinto genitori, zii, nonni. Dall’altra la vecchia televisione, che dovrebbe parlare a tutti ma che in questo caso è sembrata non raggiungere nessuno. Il servizio pubblico non esiste più?
“La Rai perde autorevolezza. Quando, nei giorni successivi la vittoria dei sì al referendum, fa più di un servizio attaccando i social network per vendicarsi del ruolo che Facebook ha avuto alle ultime elezioni. Quando nel servizio sul processo che condanna Dell’Utri si riferisce la seconda parte della sentenza, ovvero l’assoluzione per i fatti successivi al ’92, e non la condanna per quelli precedenti, la televisione diventa propaganda. E perde credibilità. Verso tutti, non solo verso chi non è d’accordo con il governo”.

Il ritardo nei palinsesti, trasmissioni come Vieni via con me e Annozero cancellate dal futuro della televisione pubblica. Come ha vissuto questi giorni?
“Con sofferenza. La Rai lavora contro le sue migliori trasmissioni. Vieni via con me è arrivata a 9 milioni di persone, ha superato il Grande Fratello e la Champions League parlando di temi difficilissimi, ed è stata cancellata. Perché parlava a un pubblico trasversale. Perché anche chi non è d’accordo con Mina Welby ha potuto ascoltarla, e riflettere. La Rai ha paura di Vieni via con me. Del suo successo, delle migliaia di elenchi e mail arrivate alla trasmissione, delle persone che il lunedì si riunivano insieme per seguirci. Ha preferito non parlarne, dimenticarlo. Ma io voglio rifarla, e con me vogliono rifarla Fabio Fazio e gli altri autori. Non so dove andrò, non so chi avrà il coraggio di ospitarla, se non vorrà farlo nessuno ci inventeremo uno spazio, magari all’estero. La verità è che la Rai è disposta a perdere denaro pur di non infastidire il potere politico. Come se un editore, davanti a uno scrittore che vende milioni di copie, preferisse rinunciarvi perché quell’autore parla a troppe persone. Mi sento di dire una cosa, anche come telespettatore: se vogliamo una trasmissione prendiamocela, chiediamola. Difendiamo con la presenza, con le parole, trasmissioni e storie che vogliamo ascoltare, da Annozero a Report, da Che tempo che fa a Parla con me. Noi da qualche parte forse troveremo uno spazio. Chi ora pone ostacoli avrà paura, noi no”.

C’è chi dice che a questo punto, dopo il successo del referendum, visto il declino dei media tradizionali, si può considerare il conflitto di interessi italiano meno preoccupante, meno pericoloso per la democrazia. Basta l’ironia a sconfiggere la macchina del fango come è successo a Milano con Pisapia?
“In questa fase i media classici stanno subendo Internet, anche per la poca qualità della comunicazione. Ma se l’onda dell’indignazione dovesse scemare, quei media torneranno a essere centrali. La macchina del fango è stata scoperta, non sconfitta. L’inchiesta che ha portato all’arresto di Luigi Bisignani è un’inchiesta fortissima. Voglio essere cristallino: il gossip è un sistema di estorsione. Un racket. Con metodi identici a quelli mafiosi. Gossip è una parola allegra che nasconde il tentativo di distruggere l’immagine delle persone, giocando sulla vendetta”.

di ANNALISA CUZZOCREA da La Repubblica del 17/06/2011.

150^ UNITA’ D’ITALIA – LETTERA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Atto di nascita del Regno d'Italia

Gentilissimo e, se mi è permesso, a me caro Presidente della Repubblica Italiana,

domani verrà celebrato il 150^ anninersario dell’Unità d’Italia e Lei è stato uno principali promotori delle celebrazioni che caratterizzeranno questa giornata.

Io la ringrazio, prima di tutto, per questo suo sforzo e per questa sua presenza.

Mi permetto di scriverle questa lettera … virtuale per esprimere a Lei, e ai pochi o molti che la leggeranno dal mio blog, qualche breve considerazione, i sensi dei miei sentimenti civili.

Le mie origini sono meridionali, sono nato nel sud più profondo, nella campagna leccese.

Sono figlio di carabiniere, ovviamente per parte di padre (a quei tempi l’Arma arruolava soltanto militi maschi, selezionati fino alla settima generazione), leccese anche lui, e di una donna, mia madre, che seppe resistere, per solo amore, per puro amore nei riguardi quell’uomo che le aveva stregato il cuore e che l’avrebbe sposata di lì a poco, una donna, dicevo, che volle restare in Italia, da sola, per solo amore, mentre tutta la sua famiglia, padre, madre e sei fra fratelli e sorelle, tutti emigravano negli Stati Uniti.

Era il 1956 o 57, non ricordo bene la data che mi hanno raccontato.

Dunque, una famiglia, la mia, nata e … tenuta in piedi solo per la forza e la sincerità dei sentimenti. Ma una famiglia che ha fatto i suoi acrifici per portare alla laurea due fratelli ed al diploma una sorella.

Oggi io sono padre.

Sono sposato e sono padre di un ragazzo di 17 anni, studente liceale.

Viviamo a Roma, dal 1987, nella città dove lavoriamo e dove costruiamo il futuro per il nostro unico figlio, ma anche, in fondo, per noi stessi ed anche, certo, per il nostro … prossimo, giovani e meno giovani che siano.

Lavoriamo, siamo fortunati, e paghiamo le tasse, senza poterci sottrarre a quel dovere, dato che il nostro è lavoro dipendente.

Abbiamo molta preoccupazione per il domani, per il futuro, per il destino di nostro figlio, e di tutti gli altri figli d’Italia e del mondo che devono ancora trovare una strada.

Io sono convinto di essere un uomo fortunato, molto fortunato. Non ho avuto problemi con il lavoro, pur nella crisi che ci attanaglia, e neanche a casa abbiamo dovuto soffrire per questo.

Ma, signor Presidente, dopo averLe tracciato questa fotografia della mia “vita”, devo dirle la ragione per cui le scrivo.

Gliela dico come mi viene dal cuore, anche se sarà un pò aspra, come le sorbe acerbe o qualche frutto non maturo.

Signor Presidente, domani è l’anniversario, il 150^, dell’unità della Nazione Italiana.

E si sta festeggiando, già da stasera.

E saranno feste anche domani.

E ascolterò le Sue parole, che saranno commoventi, perchè le Sue parole saranno sincere. E tratterrò qualche lacrima, per non mostrare la mia debolezza.

Ma c’è qualcosa che mi offende, in questo periodo, c’è qualcosa che non posso additare a mio figlio come esempio di vita e di dirittura a cui improntare il suo futuro.

C’è qualcosa che mi ha costretto, mio malgrado e scatenando dentro di me un sentimento di sconfitta malinconica, ad invitare mio figlio a studiare per cercare una propria strada fuori da questa Nazione che ci accingiamo a festeggiare domani.

Certo, si tratta delle incertezze che il futuro travagliato di questi tempi ci riserva.

Si tratta di una possibilità che si lega alle difficoltà di trovare lavoro, di mettere su famiglia, alla difficoltà di immaginare e costruire un domani per loro, per i giovani, un domani che sia almeno come il nostro oggi, questo oggi, per me, fortunato. Un domani che non deve essere peggiore di questo oggi, come invece, purtroppo, probabilmente, sarà per loro.

Ma, signor Presidente, non si tratta solo di questo.

C’è dell’altro, è qualcosa di più profondo, di meno diretto.

Vedo di dirlo in modo semplice

Di cosa si tratta è ben chiaro: parlo di chi guida la nazione, soprattutto della politica, di molta molta parte dei rappresentanti della classe politica italiana.

Dovrebbero essere un modello di riferimento, una guida, un esempio, i saggi “architetti” del nostro domani.

Ma non è così, purtroppo, proprio non li possiamo più sentire così.

Essi vivono chiusi nel loro fortino, prigionieri dei loro riti, delle loro cerimonie. Hanno una lingua del tutto diversa dalla nostra. Parlano solo tra di loro.

E, cosa ancora più seria e grave, non dicono più la verità, ma fanno solo dichiarazioni, annunci, discorsi.

Oppure litigano.

Insomma, fanno di tutto pur di non rivolgersi a noi, cittadini comuni.

La distanza fra un uomo normale come me, da una donna  normale come mia moglie, come moltissimi altri uomini normali che girano per le strade e si danno da fare ogni giorno e tantissime altre donne che conducono l’esistenza con orgoglio, coraggio, resistenza, perseveranza, ecco, la distanza fra “Noi” e “loro”, loro, i rappresentanti della classe politica , è  diventata una distanza incolmabile.

Lei dirà che non sono tutti uguali. Ed ha ragione di sicuro. Inoltre io scrivo, in questo momento a Lei, perchè di Lei ho stima.

Ma non mi riferisco alle “eccezioni”.

Io parlo dei rappresentanti della politica in senso generale, riferendomi alla loro “regola”, alla loro “normalità” acquisita, ostentata, pretesa e difesa come privilegio inalienabile, come prerogativa di casta, se non di “sangue”.

Caro Presidente, sentire le sirene delle scorte e vedere sfrecciare le auto blu che portano qualcuno  di loro da qualche parte, fingendo di dover rispettare appuntamenti urgenti, mi fa sentire offeso: come se, ogni mattina, anche io, e insieme a me milioni di altri italiani, non dovessimo, di corsa, d’urgenza, recarci al lavoro, rispettare orari ed appuntamenti, scadenze ed impellenti necessità, come se non fossimo chiamati aldovere di svolgere le nostre funzioni essenziali di padri o di madri di famiglia, di genitori apprensivi ma fiduciosi.

L’esempio che Le riferisco, le auto blu, è solo un esempio, solo una metafora per dare un’immagine concreta della sensazione mortificante di questa distanza.

Ma ci sono altre cose che mi offendono.

L’alterigia del potere politico, di chi governa, in particolare; la pretesa di voler entrare nella nostra casa, attraverso la presenza pervasiva nelle televisioni, per convincerci ad arte delle loro verità di comodo.

Ma che, per caso, in Italia si sono colpiti con condanne esemplari i colpevoli ed i mandanti delle più efferate stragi, “di Stato” o meno che siano state ?

Per caso la crisi economica che ha colpito il mondo intero ha risparmiato le nostre case ?

Per caso il livello dei servizi pubblici, dalla scuola alla ricerca, dalla cultura all’arte, dalla sanità alla previdenza, dalla manutenzione delle strade all’assitenza dei poveri, dalla solidarietà per i più deboli all’accoglienza per i più sfortunati del mondo, per caso questi servizi pubblici, caro Presidente, sono stati erogati con maggiore abbondanza ed io, povero distratto partigiano comunista, non me ne sono neanche accorto, intento com’ero a mangiarmi i bambini ?

E poi, scusi se lo sfogo diventa quasi offesa, perchè devo dedicare una parte del gettito delle mie tasse – alle quali non posso sottrami ! – per pagare le parcelle, in forma di stipendi parlamentari, degli avvocati  di un Presidente del Consiglio miliardario e che per di più si è rifiutato per anni di riconoscere il doveroso rispetto  al corpo dei magistrati che lavora  al servizio del Popolo italiano, dei cittadini come me, e fa in tutti i modi pur di sottrarsi ai processi  nei quali è implicato, ricorrendo a tutti gli strumenti che il potere gli ha concesso (peraltro fallendo miseramente nel suo intento) ? C’è un complotto ai suoi danni? Citi nomi e cognomi, squinzagli i suoi servizi segreti, le polizie, denunci i presunti colpevoli, sporga regolare denuncia ai magistrati deputati a difendere anche lui ! Le accuse generiche che elargisce in tivvù hanno solo l’amaro sapore di un tentativo di costruire un sistema politico fondato sulla primazia del sovrano populista.  Anche se a lui non piace, resta e restarà soggetto alle stesse leggi ed alle stesse regole che valgono per me !

E, ancora. Perchè devo dedicare una parte del gettito delle mie tasse per pagare gli stipendi di un manipolo di indegni rappresentanti politici di un partito che non si riconosce nell’Italia e negli Italiani che, pure, gli pagano quei profumati stipendi ? Perchè il frutto del mio lavoro deve servire a pagare lo loro auto blu ? Per portarli al bar a gozzovigliare mentre nelle piazze italiane e nelle aule istituzionali, si canta l’Inno di Mameli ? Caro Presidente, io penso che nessuno dovrebbe essere costretto: se non si sentono italiani, possono andarsene. Io non mi sento loro concittadino. Non voglio esserlo. Nè voglio essere sottoposto alle loro volontà, alla loro rappresentanza politica, alla loro azione diretta o indiretta.

Si, Signor Presidente.

Non sono io a volerli costringere, davvero, sinceramente.

Possono accomodarsi fuori, se vogliono.

Ma dovranno trovare le porte chiuse, sbarrate, al loro tentativo di rientrare in aula. Ed una lettera di decadenza dagli incarichi immeritatamente rivestiti nel nome del “POPOLO ITALIANO”, di quel Popolo che domani si vuole festeggiare.

Vede, caro Presidente, ho un grandissimo rispetto per lei e per le cose che ha detto, durante gli anni di questo suo difficilissimo mandato. E penso che Lei sia uno degli “Eroi” che l’Italia dovrà celebrare, al prossimo 150^.

La sua dignità ancora rappresenta, per me, un modello di classe politica. Ed io l’ammiro e la rispetto.

Ma gli altri, moltissimi degli altri, stanno solo approfittando della posizione guadagnata con il consenso populista per lucrare altro consenso, per maturare potere e denaro.

Ma, in fondo, non è con loro che me la prendo, signor Presidente.

Me la prendo con i miei concittadini.

Con quegli italiani che, convinti di essere più furbi degli altri, si credono volpi.

Mentre stanno solo facendo la felicità dei cacciatori assiepati sugli scranni delle aule.

Per questo, signor Presidente, domani non festeggio con gioia, ma mi porto addosso questo senso di pena civile.

Mi creda, glielo dico con sincerità e col cuore: Lei rappresenta ancora una speranza, in questo povero Paese. Lei, insieme ai tanti come me, ancora, amici, conoscenti o sconosciuti, uomini e donne, che hanno il cuore come il nostro, non un cuore puro, non un cuore di “santo”, non una reliquia da esporre in un tabernacolo civile,  ma il cuore di un  vero uomo comune,  il cuore di un “eroe normale”.

Un cuore come quello di mio padre, Signor Presidente, morto nel 1981, e di mia madre, che per amore suo, solo per amore suo,  non volle lasciare il suolo d’Italia.

Loro sono la prova oggettiva, la loro vita è la dimostrazione reale, che si  può vivere per amore, basta sceglierlo. Il loro esempio m’insegna che ci si sacrifica perchè ci si rispetta, ci si aiuta perchè siamo tutti uomini, si soffre insieme perchè insieme siamo più forti.

E dalla loro unione nacqui, nel 1959, io, umile cittadino italiano, cittadino più per forza, ormai, che per virtù.

Da loro, per il mio mezzo e di mia moglie, sangue rosso del nostro umile sangue rosso, discende mio figlio.

Cittadino del mondo.

Cittadino del domani.

Cittadino a cui stanno rubando il FUTURO.

A Lei, signor Presidente, dedico la festa di domani.

NAZIONE

http://www.visibilmente.com/02arti/poesia/pasolini.html
ALLA MIA NAZIONE
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

 

Pier Paolo Pasolini

 

 

Non ho voglia di aggiungere parole ai versi sconsolati e amari di Pier Paolo Pasolini.

Lui, sensibile poeta intellettuale aveva visto la sua nazione e l’aveva descritta così, con questo fiele !

Oggi quella nazione è esattamente come allora, come lui, il poeta, l’aveva vista e descritta.

Nulla è mutato.


Il tempo non conta, allora !

Il tempo, a volte, è solo un’illusoria forma delle nostre oscillazioni interiori, una corrente che trascina i nostri malfermi ricordi.

Altre volte, invece, quasi a nostro dispetto, all’insaputa dei nostri sforzi inutili, dalle nebbie della memoria emergono immagini ferme, nitide e chiare, piantate come isole di roccia nel cuore della storia.

La memoria, il tempo, la storia.

Onde che increspano il mare delle nostre esistenze.

In questo mare, spauriti, a volte, cerchiamo un faro che ci indichi la direzione, una boa a cui aggrapparci.

Pier Paolo Pasolini è là.

A indicarci, paziente, ancora la rotta.