FOSSE ARDEATINE, di Luchino VISCONTI

Luchino VISCONTI
Luchino VISCONTI

Sembra che la storia non abbia preso lezione dalla memoria.
Ogni volta che scorre il rosso sangue, l’odio il cuore acceca.
Solo questa cecità consente al boia d’eseguire la condanna.
E’ una forma di amnesìa volontaria, che nasconde la crudeltà.
Anche oggi, oggi, giorno di ricordo, da qualche parte, il mondo
piange.

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MEMORIA

via rasella
Roma, 23 marzo 1944: soldati tedeschi e fascisti in via Rasella poco dopo l’attentato partigiano contro i soldati del terzo battaglione “Bozen” della polizia tedesca, arruolato tra i cittadini di etnia tedesca dell’Alto Adige.

MONSTERS

La memoria del 24 marzo ricorda l’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Dal 1944 … al 2012.

La mostruosità della guerra non riesco proprio a spiegarmela, ma, più ancora che le azioni belliche, non riesco a capire come sia possibile che il Male, che nella guerra trova piena giustificazione, possa conquistare così facilmente l’animo degli uomini e trasformare in belve assetate di sangue, in mostri crudeli e senza pietà,  delle creature altrimenti del tutto comuni, del tutto identiche a ciascuno di noi, così perfettamente normali, copie di noi stessi così esatte che potremmo confondere noi stessi con ciascuno di quelli.

Come è possibile che uomini che abitano in case pacifiche, arredate con tende a fiori, poltrone di cuoio comode e confortevoli, che dormono in letti con lenzuola stirate e coperte marroni, che hanno lo zerbino davanti la porta, che possono piangere se il proprio cane, o il proprio gatto fugge o finisce sotto un tram, uomini che sono padri, fratelli, figli, si possono trasformare in soldati senza coscienza, in aguzzini senza dignità, in bestie, iene, vampiri assetati di sangue?

Il secolo che è appena trascorso ci ha dato questa certezza: in ogni uomo si annida una belva. E quella belva feroce è pronta ad azzannare se solo gli si libera la catena.

Paesi che si definivano civili ed evoluti, nazioni e popoli che si erano impegnati per la libertà e la democrazia, moltitudini di uomini che avevano lottato contro lo sfruttamento, che avevano osato ribellarsi nel nome di un futuro migliore per tutti, hanno partorito, nel secolo scorso, le più gravi e penose espressioni del Male che la storia moderna abbia conosciuto.

Il fascism, i fascismi, il nazismo, la bomba atomica, il comunismo, restano ancora privi di spiegazione: il silenzio delle voci di milioni di morti interroga, senza ottenere risposta, i protagonisti di quelle pagine di storia che grondano sangue.

Quei figli del Male strisciano ancora in mezzo a noi, vivono acquattati dentro l’animo di ciascuno di noi, nessuno è al sicuro, nessuno può dirsi immune dal possibile contagio.

Perciò dobbiamo conservare la memoria.

Per questo dobbiamo tenerla bene stretta, la catena della memoria, al chiodo della nostra coscienza.

In questo video ci sono due mostruosità: quella che si vede, che viene mostrata in tutta la sua crudeltà, quella del nazismo che finisce nel sangue. Il sangue degli stessi protagonisti in divisa bruna.

Ma c’è anche un’altra crudeltà, quella dell’ipocrisia che si nasconde nella voce di chi racconta il Male essendo figlio dello stesso Male.

Il fratello che racconta le nefandezze del fratello nascondendo le proprie nefandezze.

E’ la voce di Caino che racconta l’assassinio che Caino ha commesso.

Nessuno può interrogare più Abele.

Resta solo una cronaca, redatta da mani lorde di sangue.

Le mani che hanno costruito i campi di sterminio, i lager, i gulag, le bombe atomiche.

Io voglio lasciare un pensiero, leggero come un fiore, sulla tomba di Abele.

Le Fosse Ardeatine, porta dei campi Elisi.

Lo sparo rimbombò come un tuono.

L’odore della polvere bruciata si mischiò con quello della polvere e del sangue.

La testa reclinò di fianco e l’alito divino fuggì da quella bocca inutilmente spalancata.

Nessun grido. Nessun gemito. Nessun suono. Nessun fiato. Nessun sussurro.

Il comandante del plotone ordinò di ritornare al reparto.

Nessun segno di pietà, nessuno sguardo di sgomento, nessun segno di umanità, niente, niente di niente.

Restò solo il corpo immobile, lì a terra, come una statua di marmo gelido.

Nessuna lacrima. Nessun dolore.

Nessuna comprensione.

Nessun senso.

Nessuno riconobbe lo strascichìo del passo della Morte che salutando cortesemente afferrò l’inutile fardello steso, quel cencio scolorito, quella foglia secca, vizza.

Nessuno udì il lento masticare dei vermi.

Nessuno sentì più nulla dopo il colpo secco dello sparo, l’ordine del capitano, il passo del plotone che si spegneva lontano.

Lo scatto del chiavistello a catenaccio che chiudeva in sicurezza il portone della baracca che fungeva da caserma  risuonò per ultimo.

Fu suggellato così il battente di legno, l’ultimo baluardo, la barriera estrema, la soglia che separava, o legava per sempre,  l’Inferno della morte consegnata dal plotone al domicilio della vittima ed il regno del Nulla delle coscienze inebetite dalla violenza della guerra.

Il plotone eseguì la sua consegna in quella mattina senza luce del 24 marzo 1944.

Fra le vittime, trecentotrentacinque fra civili e militari, ricordo qui, uno solo per tutti, Pilo Albertelli.

Simbolo di coraggio civile.

Uno solo per tutti.

Nessuna dignità d’uomo seppe riscattare quella vita, nè le altre di quella triste giornata di guerra, nè quelle altre ancora che erano già cadute, nè le altre che sarebbero state falciate di lì alla fine della mostruosa guerra.

Nessuna pietà umana seppe proteggere il bene della vita di coloro che erano caduti in tutte le guerre del mondo.

Nessuna compassione potrà redimere il buio vuoto delle coscienze che conducono gli uomini in guerra, i soldati ad obbedire, gli uomini a massacrarsi.


Sono andato a visitare il luogo dell’eccidio, il luogo delle cave di pozzolana delle Fosse Ardeatine.

Un tempio di morte.

Sorge su quella stessa terra nera, su lo stesso manto di erba verde, sopra le stesse gallerie di pietra delle catacombe paleocristiane.

Area consacrata alla Tenebrosa senza pietà, dunque.

Presaga del dolore degli uomini, l’Inconsolabile eternità del Nulla ha posto lì, in quei campi coperti di tenera verzura, la rappresentanza diplomatica del proprio Regno.

Non può sfuggire il contrasto fra il rigoglio orgoglioso della Natura in fiore nei primi giorni di primavera che sbocciavano e la sterile brulla polvere di pozzolana che ricoprì, calcinandoli,  i corpi sepolti in quelle gallerie dell’Oltretomba, in quell’accesso dell’Ade, in quella porta dell’Inferno senza fiamme e senza alcuna redenzione.

Corpi che da secoli, per secoli, implorano il perdono di chi li uccise.

Perdono per essere stati vittime.

Perdono per essere stati causa di tanto dolore.

Perdono per essere stati uomini.

Perdono per avere avuto una Fede.

Perdono per aver creduto.


Il plotone, varcò la soglia che separava il Nulla in cui avevano lasciato a marcire l’immobile ombra del giovane uomo e si rifugiò tra le braccia dell’Oblio.

Il comandante si liberò della pistola con cui aveva esploso l’ultimo colpo e sospirò desiderando che un colpo di grazie lo salvasse dalla condanna della Memoria.

Il corpo esanime, inosservato, si ritirò con discrezione scomparendo alla vista di tanta inutile crudeltà.

Restò l’Anima.

L’Anima dell’Uomo.

Sfregiata.

Sanguinante.

Ad innaffiare di linfa vitale la sua zolla di vita eterna.

Le Fosse Ardeatine.

La porta dei campi Elisi.