UCCELLI (fiaba nera e videopost).

Io li ho visti.
Sembrano le creature più innocenti.
Leggere, hanno col cielo un dialogo diretto.
Quello che ognuno di noi vorrebbe.
E invece, noi, gravati come siamo dal peso di qualcosa che ci angoscia, ci inventiamo creature che chiamiamo dei, per farci portare fin lassù.
Oppure inventiamo aerei, pesanti ali false per far finta di volare.
Loro no, non ne hanno alcun bisogno.
Parlano col cielo come noi con la nostra terra.
A noi la terra risponde con ciò che può.
Donandoci solo un minuscolo rettangolo fugace d’accoglienza.
A loro il cielo, invece, offre infiniti spazi aperti.
L’abbraccio sterminato del vasto creato intero.
Per questo, vederli così leggeri, ci mette in cuore l’idea dell’innocenza loro.

Ma io li ho visti.
Li guardo sempre attentamente.
Sembrano, è vero, le creature più innocenti.
Chiunque potrebbe cadere nell’inganno.
Specialmente noi, con le nostre facce sporche di nera terra amara.
Noi, con le mani impolverate e i cuori scavati nella roccia.
Ma quelle creature sono veramente quel che crediamo innocentemente?
Purezza e candore degli angeli del cielo?

Non li avete visti anche voi?
Stanno lì, accovacciati sui pali piantati nella terra.
Sui fili che scrivono nell’aria infinite storie d’invisibili parole.
Sui tetti acuti che ci siamo messi sulla testa.
Non li vedete forse anche voi?
Stanno lì, con gli occhietti aguzzi, attenti a spiarci anche quando fingono di dormire.
Non sentite i lodo discorsi fitti, fatti d’incomprensibili parole?
E che ragione avrebbero di non farsi intendere da noi?
Perchè devono usare una lingua misteriosa?

Io li guardo attentamente.
Per ore, ore lunghe di attese interminabili.
Scruto il cielo in cerca dei loro significati.
Tracciano rotte millenarie, nel mare che abbiamo sulla testa.
Con le loro vele stagionali.
Hanno una saggezza segreta acquisita nell’empia comunione col demonio.
Segni occulti scorgono i loro occhi acuti di lassù.
Quando virano larghi per andare da nord a sud e si lascian dietro l’est e l’ovest, come avvezzi esploratori dell’incognito.
Li vedo a sera volteggiare a scuri sciami.
Tenebrosi stormi di neri angeli del cielo.
Eserciti di militi impazziti.
Impegnati in inestricabili manovre militari.
Che non abbiamo imparato mai a temere.
Perchè crediamo ancora alla loro innocente ingenuità.
Quelli, invece, si piazzano sulle cime più elevate.
Sentinelle all’ordine d’un generale che mai scorgiamo, nascosto, là, lontano.
Comandante della più numerosa truppa mai ingaggiata.
Incoscienti vittime, noi, destinate all’inutile sacrificio.

Li ho visti ieri sera, per esempio.
Sui tetti del caseggiato là di fronte.
Ho osservato dalla mia finestra, per ore, attento.
Ho visto che mi guardavano anche loro.
Mi spiavano, per ore, in gran segreto, non dandolo a vedere.
Mille e mille occhi han scrutato fin dentro la mia anima.
I miei segreti più nascosti non sono ormai più un segreto.
Li han rubati, di nascosto, quei famelici sguardi acuti.
Hanno la sapienza che sa legger nel pensiero.
Nessuno può difendersi.

Io li ho visti alzarsi all’improvviso.
E ho tremato.
Ho visto il terror di mille incubi.
Ho visto i volti umani sfigurati.
Il sole sceso a divorarli mentre si spegneva lento il cielo.
Ancora ardono i riflessi di quelle rosse braci.
Soccombiamo, vittime, all’assalto quell’esercito feroce.
Siam maschere di carne nascoste in soffitte polverose.
Divorate da affilati becchi gialli.
Baionette acuminate.
Le urla del mio cuore si son pietrificate nel silenzioso terrore della sera.
Solo i loro garruli grecciare s’udivano dalle cime dei tetti là di fronte.
Li ho visti e ho il ancora il terrore dentro al cuore.

Ho visto la luna scendere impaurita.
E guardare verso quell’orrido spettacolo.
Ho visto il cielo farsi cupo.
Mantello di sangue rattrappito.
E da un buco bruno l’astro è subito fuggito.
Cercando sicuri spazi nell’infinita eternità del nulla.
Quaggiù, la sera, gli uccelli banchettano coi nostri sogni più indifesi.
Si fan pericolo, incubo terrore.
Gli uccelli subiscono metamorfosi sataniche.
Le zampe si fanno artigli.
I becchi vomitano sangue.
Le ali, allargate come fetidi sudari, rubano ai nostri occhi ogni briciolo di luce.
L’aria intera smette di gridare.
Muta, resta sola la sera indifferente.
E io tremo, nel mio piccolo angolo nascosto.
Mentre spio.
Attentamente.
Ciò che gli altri credono sia innocenza.

IL VIANDANTE

Viandante - photo by Pierperrone
Viandante – photo by Pierperrone

Una storia.
Una storia antica, eppure mai tanto viva, attuale, presente.
Mi piace.
Mi piace che venga raccontata ancora oggi, che passi ancora di bocca in bocca.
Oh, certo, io sono solo una di quelle tante bocche che negli anni, nei secoli, nei millenni, addirittura, l’hanno fatta viaggiare nel tempo e sulla terra: uno spazio infinito.
Ha percorso migliaia di giorni, più più numerosi ancora del numero pur ragguardevole dei chilometri, e ha compiuto questo viaggio per questo, per arrivare fino a me, almeno, anche fino a me!
Ed ora io vorrei metterla su un nuovo – ma certamente vecchio – binario e fargli fare un’altra tappa del suo viaggio instancabile.
Verso dove?
Qual è la sua meta?
Dove è diretta?
Forse la sua destinazione è lontana, certo, io non la vedrò mai.
O forse è più vicina di quanto s’immagini, è qui, è poco lontano, là dove è il mondo degli uomini giusti, buoni, uguali, fratelli.
Per questo mi piace questa storia, una specie di favola, una parabole che tuttavia racconta qualcosa che ci riguarda da sempre.
Io l’ho voluta illustrare con alcune foto che scattai alcuni anni fa, nel viaggio che facemmo, io ed i miei, nella terra d’origine di questa storia che oggi racconto: anzi, che una voce professionista racconta per me.
Così, quelle foto s’abbinano a questa storia per dargli volti, colori, espressioni, immagini, frammenti di realtà quotidiana.
E ora, basta con le chiacchiere, ecco la storia.