DE RERUM NATURA – fotopost & video

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Photo by Pierperrone – per le foto del post, cliccare sull’immagine, oppure qui…

Come al solito, il video va gustato in HD, su youtube, e a pieno schermo!
Buona visione.

PRIMO MAGGIO

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Tanto per fare concorrenza al concertone romano, ecco una mia scelta personale.

Musica e poesia.

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Vanno mischiate, agitate, non shakerate, come invece diceva James Bond.

Deve venire la schiuma, come di rabbia, come quando non vengono fuori le parole che vorremmo a tutti i costi pronunciare, come se da quelle parole dovesse dipendere la nostra salvezza e invece, quelle, puttane, non ne vogliono sapere, non vogliono venire fuori a salvarci, se ne stanno nascoste, chissà dove, da qualche parte, e noi lì, giù, a prendere botte, le botte della vita, che non sono solo i dolori per quelli che ci lasciano, o per qualche guaio che ci angustia, qualche ferita che sangiuna poche gocce di sangue slavato.

Ci sono ferite che fiottano, ci svuotano, ci uccidono. E sono ferite che colpiscono tutti, non uno per uno m a tutti tutti insieme, come fossimo un solo unico corpo colpito da un solo unico  colpo.

Una lama, una palla di cannone, una bomba.

E tutti siamo colpiti, nessuno si può salvare, nessuno si può nascondere, nessuno può dirsi al sicuro.

E, lo so, ci sono parole che potrebbero darci la salvezza, potrebbero chiudere le labbra di quelle ferite così avvezze a pronunciare quella parola così terribile.

MORTE.

Ma ci sono volte che quelle parole non sanno uscire, non ne vogliono proprio sapere.

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Ecco, parole assassine, parole travestite da silenzio.

Ecco, silenzi, silenzi vuoti e spaventosi, silenzi d’assenza, di vuoto, di dolorosa impssibilità di dire.

Ecco, il tempo che è passato è stato il tempo dei silenzi assassini.

Il tempo che ci ha lasciato morti, corpi inermi immobili e freddi, parole fredde come denti spezzati, come respiri strozzati.

Il tempo che ci ha tolto anche le parole per dire: IO CREDO!

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Eppure, tu ci sei, cara bandiera, cara compagna, cara sorella, cara figlia.

Tu mi parli dell’uomo, del fratello, del figlio, del compagno che è da me tanto differente eppure è a me tanto uguale da condividere il mio stesso sangue.

Ecco, voi, a me cari, che mi apparteneste una volta, ecco, a voi grido:

IO CREDO

 IO CREDO

ancora!

Io credo ancora che il silenzio è animato e abitato e ha vita e gorgoglia, in quel silenzio la sorgente sacra del mio essere Uomo.

E che uomo mai io sarei se non credessi, se non avessi dentro il fuoco che arde, eterno, quel fuoco che da sempre è restato acceso davanti agli altari, affinchè ogni dio di ogni religione di ogni uomo potesse riscaldarsi alla fiamma di quel fuoco!

Che uomo mai io sarei se non ardesse, dentro di me,una scintilla di quel fuoco?

E che uomo mai io sarei se non provassi il desiderio di riscaldare la punta gelata delle dita che piano muoiono un poco ogni giorno al calore di quella scintilla che arde dentro ogni uomo che incontro per strada?

In ogni uomo arde quella scintilla ed io  me la sento ardere ancora.

E come sento il silenzio che strangola e annega e strozza il respiro della parola che si fa sentimento e suono e significato, così sento quel fuoco che salva.

Per questo io credo ancora alla bandiera rossa.

Perchè il rosso della bandiera non è il rosso del sangue, anche se è bagnata da quel sangue versato.

Perchè il rosso della bandiera non è il rosso della rabbia che annienta la ragione e uccide come il toro che carica inferocito.

Perchè il rosso della bandiera è il rosso del fuoco, il rosso della fiamma eterna, il rosso del calore che riscalda il gelo che regna nelle buie caverne degli uomini senza credo.

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ALLA BANDIERA ROSSA

 Pier Paolo Pasolini

 

Per chi conosce solo il tuo colore,

bandiera rossa,

tu devi realmente esistere, perché lui

esista:

chi era coperto di croste è coperto di

piaghe,

il bracciante diventa mendicante,

il napoletano calabrese, il calabrese

africano,

l’analfabeta una bufala o un cane.

Chi conosceva appena il tuo colore,

bandiera rossa,

sta per non conoscerti più, neanche coi

sensi:

tu che già vanti tante glorie borghesi e

operaie,

ridiventa straccio, e il più povero ti

sventoli.

W I BORGHESI

E adesso che siamo diventati tutti borghesi…

Si, perchè, tanto si vede, siamo diventati tutti borghesi.

Gli operai non ci sono più, sono diventati tutti stranieri, immigrati, clandestini…

I pochi italiani che ancora si ostinano a voler fare gli operai…

Ecco, finalmente, ormai, gli ultimi operai italiani li stanno dismettendo tutti: qualli che ancora ci restano, saranno dati via con questa crisi qua, a prezzi stracciati, in saldo, col 70 per cento di sconto!

Insomma, e adesso che siam diventati tutti borghesi…

Ci piace la musica.

Solo le canzonette, proprio come a Sanremo.

Possiamo metterci comodi, sul divano, dopo cena, in pantofole.

Io in soggiorno ho il divano rosso amaranto, di pelle, molto comodo.

E a casa porto le pantofole nere, molto comode anche quelle, a dire il vero.

Calde, tutte rivestite di panno.

Nero.

Le porto per l’inverno

Ma ormai si sono consumate.

L’anno prossimo ne comprerò un altro paio…

Adesso che siamo tutti borghesi, possiamo fare il tifo per tutti gli Schettino italiani…

Possiamo stare a guardare quando lo rilasciano …

… mentre ancora non hanno finito di trovare il corpicino della povera bimba dispersa, morta annegata … e neanche gli altri, gli altri dispersi …

… e sappiamo applaudire quando prendono un clandestino e lo buttano in cella solo perchè è sporco, puzza e prega un altro dio.

Adesso che siamo tutti borghesi, possiamo commuoverci ai funerali di Stato del cantautore di successo che ha lasciato il suo povero compagno distrutto dal dolore a piangere sull’altare.

A fianco c’è il cardinale porporato che fa la sua severa predica moralista e che condanna i suicidi, gli omosessuali, quelli che chiedono l’aborto al servizio sanitario nazionale e anche gli altri che vogliono far l’amore col preservativo.

Ora che siamo tutti borghesi possiamo avere le nostre belle amnesìe salutari.

Possiamo dimenticarci di pagare le tasse, quando toccherebbe proprio a noi, e possiamo dimenticare che il lavoro per il trota più intelligente – a cui abbiamo comprato il diploma al diplomificio più caro – non si chiede al compagno di merende che ha avuto tanto successo… poi, non ricordo … ecco, possiamo anche dimenticare che i fiori all’amante non si mandano a  casa, se quella è sposata…

Adesso che siamo tutti borghesi, però, non dobbiamo preoccuparci più.

Adesso che gli operai sono spariti possiamo dirlo, quelli non erano mica dei tipi tanto normali.

Qualche malattia ce l’avevano sempre addosso, erano strani, e poi erano anche pericolosi.

E, infine, diciamolo, erano anche comunisti, con tutte quelle pretese rivoluzionarie !

Ecco, invece….

…. invece, adesso, finalmente, siamo diventati tutti borghesi …

… e adesso anche il prete in processione sarà più contento…

BERTA, HELMER E GLI ALTRI

Berta filava,

filava la lana,

la lana e l’amianto

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Berta doveva essere di Casale Monferrato.

Sicuramente lavorava alla Eternit di Casale.

E sicuramente, se fosse stata viva ancora oggi, sarebbe stata molto attenta ad ascoltare le notizie della radio e della televisione.

Tutto il paese, Casale, l’Italia, oggi è stato attento alle notizie.

E si, perchè oggi, per il paese, era un giorno speciale, il giorno della sentenza, il giorno della giustizia.

E giustizia, pure, è stata.

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Ma che cos’è la giustizia degli uomini?

A cosa serve?

Serve per caso e far tornare in vita i padri, le madri, i figli, i fratelli, gli amici, i vicini che ormai sono stati portati via dal male?

Il male dell’amianto è un male che colpisce in profondità, che però non lo dà a vedere, quasi fosse timido.

Ma a colpire non ha nessuna ritrosìa, anzi.

E’ un male inesorabile, non perdona, è mortale.

Lo chiamano mesotelioma.

Sono diverse migliaia i compaesani di Berta che, con lei, ormai condividono il piccolo spazio di una tomba in un cimitero che, come tutti i cimiteri che non sono monumentali, non è meta di pellegrinaggi o di orde turistiche.

Del cimitero di Casale ho trovato in rete solo questa immagine, particolarmente toccante, bella, a suo modo preziosa.

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Casale Monferrato, Panoramica Antico Cimitero Ebraico (click on to enlarge)

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Ma questa è un’immagine che non riguarda direttamente Berta. E neanche i suoi compagni di fabbrica, nè gli altri compaesani che hanno dovuto smettere di lottare, per sempre.

Loro non sono sepolti in quest’ala antica del cimitero.

Lì, in quel terreno reso nobile dal tempo e dalla storia, loro, forse, si sentirebbero fuori posto, fuori luogo.

Eppure è necessaria una parola, un’immagine. Ci vorrebbero dei nomi. Per ricordare Berta e tutti i suoi compagni di lavoro, per non lasciarli soli, per poterli ascoltare ancora una volta mentre parlano, cantano, raccontano la loro vita, o la loro morte.

Portavano tutti i nomi del mondo, quei lavoratori, quei cittadini, uccisi dalla fibra sottile che consuma i polmoni, li fa sanguinare, li mangia poco a poco, a tradimento, di nascosto.

Ci ha impiegato più di tre ore, stamattina, il giudice per leggere tutti i nomi dei 2.800 morti per l’amianto. 

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà, il forte di braccia, il buffone, l’ubriacone, l’attaccabrighe?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno morì di febbre,
uno bruciato in miniera,
uno ucciso in una rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie e figli –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

[Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, traduzione di Alberto Rossatti, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1997 –da http://it.wikiquote.org/wiki/Edgar_Lee_Masters]

Chissà quanto ci ha impiegato Edgar Lee Master a scrivere questi versi e chissà quanto avranno impiegato, questi versi, a raggiungere le profondità poetiche dell’anima di De Andrè e a farci, lì, dentro, il nido, la tana, il rifugio.

Fabrizio li ha chiamati per nome e ce li ha fatti sentire fratelli, fratelli morti per il lavoro, perchè li sentiva anche lui fratelli, e così ha contribuito a rendere eterni quei versi, quei nomi, quei destini.

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Noi gli vogliamo bene.

A Fabrizio, che è morto, anche lui, ed a quei nostri fratelli.

Loro erano come noi.

Avevano nel cuore gli stessi desideri e le stesse speranze che abbiamo noi, nel cuore.

Non pensavano certo che andare a lavorare significasse avvelenarsi, ammalarsi, dover morire.

Loro guardavano avanti, pensavano ad altro, pensavano alla sfilata del Santo, desideravano fare l’amore, avevano voglia di avere figli.

Proprio come me e come te e come tutti noi.

E proprio come Berta. E come Helmer, come Herman, come Bert, come Tom e come Charly. E come tutti gli altri di Casale. E tutti gli altri che condividono lo stesso triste destino, in Italia e nel mondo.

Oggi Berta sarà più serena, sapendo che la giustizia ha fatto un passo avanti.

Così, con lei, anche Helmer, ed Herman, e Bert, e Tom e Charly, e tutti gli altri fratelli.

Non basta questa giustizia a restituirli alla vita, ai loro cari, al mondo.

Ma non è scopo della giustizia questo.

Questo sarebbe solo il nostro assurdo desiderio di impossibile, il comprensibile ed irrealizzabile sogno dei fragili individui che vivono con il timore della morte e che si chiamano uomini.

La giustizia, invece, più concreta, ha solo la forza di gridare “Attenti!”.

Saranno le coscienze ad ascoltare il suo grido.

Le coscienze di tutti gli uomini.

E saranno quelle a decidere cosa fare per sfuggire al rischio che si ripetano ancora una volta storie come quelle di Berta, e di Helmer, e di Herman, e di Bert, e di Tom e di Charly.

E di Pablo e di tutti gli altri.

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IL MIO CREDO

 

Sogno che si parli delle cose di tutti non secondo il luogo comune o il pregiudizio di ognuno, ma come cosa concreta, che si possa guardare e toccare e descrivere e della quale si vogliano dire convenienze e problematicità secondo ciò che tutti possono constatare.

Sogno che si possa andare a passeggio per la città, soli o in gran corteo, per tutto il giorno, in giorno dei giorni , senza il rischio di trovare sul cammino quelli che oppongono alle morbide linee del pensiero i duri spigoli dei sampietrini o delle leggi liberticide.

Sogno che, incamminandosi con una valigia fra le mani, non si incontrino sulla strada degli uomini altri ostacoli che quelli che la natura frappone alle povere membra dell’uomo e, quindi, solo monti e foreste, fiumi e rive dei laghi, guadabili o circumnavigabili, e poi, alla fine, le infinite coste del mare, assetate, ardenti labbra di sabbia dorata con denti aguzzi di scoglio.

Sogno che tutte le frontiere, che dividono gli uomini dagli uomini, cicatrici artificiali di ferite inferte alla terra, all’improvviso si trasformino in ponti per riunire i fratelli rimasti ai fratelli che sono andati, per costruire insieme il corso del destino dalla stessa parte del mondo.

Sogno che tutte le bandiere, tutte le uniformi, tutte le divise, tutti i sacri paramenti del sacro si consumino in polvere e lascino gli uomini nudi, liberi da ogni illusione, fieri di sè, innamorati della propria bellezza e di quella della terra.

Sogno che uomini così riescano a portare a termine la costruizione della Torre di Babele e che, di lassù, una volta raggiunto l’azzurro immenso del cielo, si scambiano tutte le parole di tutte le lingue del mondo, per mandare il solo, unico, possibile messaggio di pace agli dei in perenne guerra fra loro.

Sogno che Adamo si unisca ad Eva, ed Eva ad Adamo, ed insieme, gioendo dell’abbondanza dei frutti non più proibiti dell’albero della vita ne mangino ancora, uniti in eterno al serpente che, generoso, glieli aveva indicati e perdonando a quel dio, egoista, che li avrebbe voluti tutti per sè.

Sogno che non si costituisca la giuria che accerti i fatti e le circostanze che spinsero Caino ad uccidere Abele perchè, ad un più attento esame di quei fatti e quelle circostanze, si sia in effetti accertato che Caino non mai uccise il suo Abele, fratello, e che quello, l’Abele, fratello, sia ancora ben vivo e goda di buona salute.

Sogno che l’angelo con la spada riponga per sempre il suo ferro e, pentito, si dedichi a predicare agli dei la parabola dell’amore per gli uomini.

Sogno che l’angelo del fuoco faccia agli uomini dono della sua lancia di fiamme perchè si ponga così fine all’ingiusta condanna inferta dal dio, all’inizio, all’uomo e alla donna.

Sogno che il demonio s’inchini dinanzi al genere umano e torni ad essere un angelo al servizio della terra.

Sogno le immense praterie infuocate dell’Inferno bonificate dal lavoro dell’uomo e che offrano ricchi raccolti e mari ondeggianti di messi e il sapido frutto del riparo alle anime più sofferenti.

Sogno che siano aperte a tutti le porte del Paradiso.

Sogno che, fintanto che siano cancellate dal mondo, il che avverrà molto presto, le sofferenze degli uomini trovino sempre una spiegazione o che, almeno, resti salda per tutti la forza della sopportazione e la speranza in un giorno migliore.

Sogno che nessun dio debba sacrificare un proprio figlio per manifestare la propria esistenza agli uomini, povere creature, al confronto così innocenti.

Sogno che gli uomini possano finalmente godere del meritato riposo, dopo l’immensa fatica di creare, col proprio pensiero, le leggi e gli dei per l’intero universo.

Sogno che, allora, gli uomini imparino a volare come gli uccelli e, come quelli, imparino a nutrirsi del necessario, senza più farsi scoppiare il cuore nella vana ricerca di qualcosa di più.

Sogno che uomini così abitino nuove città senza più caserme, gabbie o prigioni.

Sogno case porte e popoli senza idoli o eroi.

Sogno che la pioggia baci la terra e la fecondi.

Sogno che il sole, teneramente, la culli fra le sue braccia possenti.

Sogno che la luna tenga acceso il suo lume per tutta la notte e illumini agli uomini il cammino verso la fede nei sogni.

Sogno che gli uomini, alla fine della notte, finalmente credano che davvero i sogni si avverano.

Sogno, infine, che gli uomini non trovino più inciampi nel lungo cammino sulla terra e che il viaggio di ognuno non abbia mai più fine.

EROI

 

Niente da dire, niente da fare.

Il fronte è fermo.

Si odono esplosioni lontane. Sono colpi di cannone, sorde, dure, cupe.

Il peso dei proiettili di piombo grava sul cielo sospeso sopra di noi, vi si appoggia incombente, lo lacera, lo fa scricchiolare e gemere.

Alla fine è come un corpo ferito e dolente.

Poi, all’improvviso, il frastuono, come di mille cristalli che s’infrangono.

Sogni spezzati.

Il mio compagno è caduto, nella buca, qui.

Giace al mio fianco.

E’ la vita del fronte.

Su questo fronte, in questa trincea scavata, qui, lungo il  percorso dove un giorno correva la lunga strada dei Prati, piena di un’altra forma di vita.

I compagni cadono, uno ad uno, al mio fianco, ma io non sento più la paura.

Sono ormai rassegnato.

La solitudine gela il mio cuore, è come anestetico, non sento più il dolore.

Il sangue non scorre più, rosso, nelle mie vene, ma, gelido, è come l’acqua delle nevi che si sono sciolte lontano, un tempo, a primavera.

Ed io non sono più un ragazzo, l’innocente che era partito per conquistare un pezzo di terra, un’aiuola di futuro, un giardino di fiori, insieme ai compagni caduti al mio fianco.

Ormai sono come le foglie di ottobre, anche se è ancora settembre, sono secco e tremante.

L’ultima mia goccia di linfa resta sospesa, vuole scappare, ha udito il colpo secco del cecchino nascosto sul tetto lassù. 

Invisibile, ai miei occhi, eppure ben chiaro alla mia anima. 

Porrà fine a questa mia pena spaventosa.

Sarà finalmente il sollievo.

La dolce fine.

 

 

Non ricorderò più i dolci occhi verdi di Ninetta.

Non piangerò più col suo profumo nel naso, il suo sapore sulla bocca, la sua dolcezza nel cuore.

I suoi seni caldi non daranno più calore al mio sangue nelle gelide notti di guardia sul limitare del fronte.

Gli occhi piantati nel buio.

Lo sguardo  accecato d’orrore.

Il respiro, mozzo, spezzato dalla paura.

Il fucile che tengo stretto tra le mani l’ho accarezzato come ho accarezzato Ninetta.

Mi sembrerà d’improvviso pesante e nel fango cadrà per marcire.

E presto sarà solo ferro in pasto alla ruggine.

La pioggia cadendo righerà il mio viso, restituendo, per un attimo, agli opachi miei occhi, il liquido spledore che chiamano vita.

Le mie lacrime si saranno asciugate da tempo, a quel tempo.

I tamburi di guerra, che hanno fatto marciare veloce, una volta, il mio cuore, batteranno i miei timpani con rullo leggero e poi, senza più fare rumore, si fermeranno, immobili, nel silenzio eterno della morte, dolce compagna dei soldati disperati.

 

 

Povere ragazze, hanno perduto i loro amori nelle notti deserte abbandonate dalla speranza.

Povere madri, le hanno lacerato le carni e strappato pezzi di cuore.

Poveri padri, tronchi secchi, senza più rami nè frutti.

Povero cielo, spento.

Povere stelle, fredde.

Poveri cristi, in croce.

Non è servita l’onnipotenza di dio.

Niente da dire, niente da fare.

Il fronte è fermo, immobile, rigido, come lo stelo ancor verde che è stato appena reciso. E quell’ultima goccia di linfa che cola dove la ferita si è aperta, se ne resta lì ancora, imobile, confusa e sorpresa. Non sa più dove andare.

Eroi.

Eroi che il tempo riduce in povera cenere, in terra nera, in leggera polvere dispersa dal vento.

Eroi invitati al banchetto di morte.

Nutrimento solo per chi si nutre di morte.

Eroi, giovani e belli, perchè gli eroi son tutti giovani e belli.

Fino a quando l’ultima smorfia deforma il loro dolce sorriso  di tenero bimbo, morto col giocattolo in mano.

Mostri.

Mostri spietati.

Moastri, spietati e impietosi.

Il loro ultimo viaggio da eroi lascia da sole le spose a piangere il tempo che mai più non può ritornare.

E quel loro eterno silenzio di eroi morti sul fronte rende sorde per sempre le madri e muti i gelidi cuori dei padri.

 

 

Il fronte si è spostato.

Adesso, orribile, attraversa la città con la sua sanguinante ferita.

Niente da dire, niente da fare.

Non si sa neanche la ragione perchè ci spariamo.

Iddio ci ha voltato le spalle e non riconosciamo più il suo volto.

Forse, ora sta piangendo.

Oppure ride e si diverte di cuore.

O forse non è interessato a questa sciocchezze.

Sciocchezze !

Tutti, ormai, han ricevuto il kit con il fucile e la maschera antigas.

Lasceremo indietro i più deboli, che non sanno difendersi.

Le donne, i bambini.

Lasceremo indietro i più vecchi, gli storpi, i malati, gli zingari, gli omosessuali.

Io, che ero uno di loro, ho nascosto la mia ferita, la mia malattia, la mia pelle più scura degli altri e mi sono messo alla testa di un drappello che sembra una processione dietro a una croce.

Le nostre preghiere sono bestemmie alle orecchie del dio dell’amore.

I nostri comandamenti sono ordini al plotone d’esecuzione.

I nostri tabernacoli ed i nostri incensi sono scatole di munizioni e acre fumo di pire.

La nostra legge è la paura.

La nostra morale è la trincea.

 

 

Sono diventato cieco.

Un colpo mi ha preso alla testa.

Non sento più i colpi arrivare.

Non sento più neanche la paura e il freddo che l’accompagna.

Non sento più neanche l’autunno che si fa avanti.

E neanche il nemico che mi punta addosso il fucile.

Non sento neppure l’ordine del mio caporale.

Non mi sento più solo, nè lontano da casa.

Non ricordo più il sapore del miele che Ninetta mi diede.

Forse non ho nenanche mai avuto una casa o una ragazza fra le braccia e forse neppure mi ha mai portato un grembo materno.

Forse il mio destino è sempre stato di essere solo un’amara zolla di terra.

Forse sono sempre stato solo un’amara zolla nera di terra.

Forse per sempre sarò solo l’amara zolla nera di terra che dona i colori a questo stelo che in primavera è fiorito.

a Faber (ci manchi sempre di più)

Gli dedico un pensiero, un ricordo, una piccola nostalgia.

Oggi fanno settant’anni.

Era nato nel 1940. Il 18 febbraio 1940.

L’Italia andava in guerra.

Ma lui voleva la pace.

E l’avrebbe cantata per tutta la vita.

L’avrebbe cercata. L’avrebbe predicata.

Lui che di prediche non ne voleva e non ne avrebbe mai fatte!

La pace. L’amore. Il rispetto.

La pace fra gli uomini.

L’amore per gli uomini.

Il rispetto.

Per tutti.

Uomini. Donne. Bianchi. Neri. Ladri. Onesti.

Per tutti gli uomini.


Per ricordarlo stasera non basterebbe un’intera enciclopedia musicale, o il discorso di un oratore. E neanche le pagine di un’antologia poetica.

E comunque non voglio lasciarmi andare neppure al sentimento della nostalgia che mi lega agli anni della sua dolce presenza.

Il pensiero che gli voglio dedicare è un ringraziamento per la leggerezza di quello sguardo ironico, gettato in tralice sulle storture del mondo.

Si perchè lui, Faber, sapeva che l’ironia era l’arma vincente…

…. Una risata vi sommergerà…

Beffarda. Sarcastica. Gorgogliante. Un pò storta e sardonica.

Secondo me l’avrebbe sottoscritto in pieno!


… ratti di città…

Io l’avrei detto così:

“Tremate, tremate, carogne !

Sono scappati i topi dalle fogne !”.

Eh, si ! Io l’avrei detta così.

Lui, invece, Elias Canetti, parecchi anni fa, l’aveva detto così:

Il mio desiderio più grande è vedere un topo che mangia vivo un gatto. Prima, però, dovrebbe anche giocarci abbastanza a lungo”.


5 dicembre 2009

Bene, stasera,

erano in piazza,

erano in tanti,

in tanti davvero,

i topi

scappati dalle fogne.

Sono scappati.

Liberi, finalmente,

dal fetore,

insopportabile,

ormai.

Sono scappati.

E sciamano,

ora.

Guizzano liberi,

adesso, le migliaia,

e sgattàiolano.

Di qua e di là.

bandiere

Le codine sono come lancette,

impazzite,

e segnano i l tempo che corre

di un’epoca finisce.

Li sento squittire

allegri, quei topi

scappati dalle fogne.

Cantano,

adesso,

e ballano,

con le loro pellicce

di mille colori,

sotto alte bandiere

rosse.

Hanno annusato,

i loro nasini aguzzi,

il fetore del gatto

con i lunghi baffi rifatti

e le unghie

ancora insanguinate

dopo l’ultimo pasto.

Sorride,

adesso,

il topolino.

Sorride.

Sorride felice.

Mentre gioca col gatto.

Squittisce,

e osserva di sbieco,

divertito,

l’ultimo salto

disperato,

l’acrobazia del gatto.



Arriva sgommando

di corsa

la compagnia

dei gatti miagolanti.

Finiranno anche loro,

presto,

dritti dritti,

fra le grinfie,

dei variopinti

topi ululanti.

E’ allegro,

squittisce chiassoso,

adesso,

il popolo colorato

dei topi

sfuggiti di fogna.

Gioia,

gioia felice

incendia

gli occhietti

spiritati.

Spillini

di nero profondo.

Sciamano …

guizzando.

E dilagano

da destra e da manca.

Sono bimbi impazziti,

giovanotti impegnati

in un gioco innocente.

Giovani al ballo !

L’ extasi, la Marija.

Il rap !

Il popolo

dei ratti ribelli !

E’ fuggito !

E’ fuggito dalle fogne.

Libero, oramai,

sciama

sulle rive del fiume.

Il gioco,

il lungo gioco

che dichiara

la fine del gatto,

lascia, infine,

la belva felina,

riversa esausta,

galleggiante

sull’acqua

che corre

via felice.

Dedicato a chi è fuggito dalle fogne.
Dedicato alla memoria di Elias Canetti, che ci ha insegnato ad avere sogni all’altezza dei nostri ideali.
Dedicato alla memoria di Fabrizio de Andrè, che ci ha insegnato ad avere coraggio