UNA STORIA VERA

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Stasera voglio raccontare una storia.

Una storia nuova, anche se nuova non è.

Io l’ho vista stampata negli occhi di un uomo che non voleva fuggire, ma che veniva scacciato da tutti.

Si può essere uomini invisibili, gli intoccabili, come la casta più infima dei poveri dell’India. E quando ti tocca un destino così non puoi prendertela con altri che con quel dio che ti voluto mettere al mondo per forza, contro ogni tua volontà e contro ogni buonsenso.

E si può essere anche peggio.

Si può essere uomini cani.

I cani, si sa,  quando sono randagi, quando non hanno un collare, una medaglietta, un quinzaglio ed un padrone, si possono prendere a calci, o a sassate, o scacciare a colpi di bastone.

Ma contro gli uomini cane neanche servono i sassi, i colpi di bastone, i calci.

Basta la vita, che disegna la storia degli uomini cane senza pietà.

Basta guardali negli occhi, quegli uomini che sono scacciati da tutti.

Loro sono fedeli e mansueti, docili e servizievoli.

Vorrebbero essere utili, gentili, pòliti con tutti.

Ma la loro immonda puzza da cani li tradisce in ogni caso.

Hanno storie che parlano di terre lontane, hanno madri e sorelle col nome di stelle, fratelli, padri ed eroi che abitano in esotici paradisi tropicali.

Ma gli uomini cane vengono evitati da tutti.

Stasera voglio raccontare di come uno di loro mi abbia pericolosamente avvicinato, scartando di lato, guardandomi di sghembo con i suoi occhi buoni e mansueti.

La pelle delle sue mani era calda come la mia.

Ma puzzava di cane.

Ho provato a guardare di sotto il lembo del collo della camicia, per vedere se il suo pelo era irsuto come quello di un pastore tedesco.

Ma ho visto un petto glabro e levigato.

Portava attaccati due seni duri come prugne, appuntiti come piccioli di pere, profumati come pesche mature.

Ma non c’erano i segni dei peli.

Allora ho guardato le sue mani, cercando di risalire con gli occhi le sue braccia secche e nere come rami arsi dalle fiamme.

Il pelo era stato raso dal calore e della carne bruciata non restava più polpa muscolare.

Eppure il suo puzzo di cane si diffondeva d’intorno.

Ho spiato le sue gambe, lunghe come le colonne che la storia ha spezzato più volte.

Ho cercato il suo pelo, come si cerca il pelo di una cagna in calore.

Ma ho trovato solo il suo puzzo di bestia impaurita.

Ci sono uomini scacciati da tutti.

Ci sono uomini che non vorrebbero fuggire eppure vengono scacciati da tutti.

Nei loro occhi è scritta una storia monotona, vecchia come il mondo. Basta fermarsi a leggerla per capire subito che il mondo non ha una storia buona per tutti.

In quegli occhi si sprofonda, si precipita, si piomba, si frana.

In fondo a quegli occhi ci si sfracella.

Gli occhi degli uomini cane sono pozzi senza fondo, abissi neri e cupi che non conoscono neanche il riverbero del bagliore di stelle lontane.

Ho cercato di allungare una mano per sentire come è fatto il corpo di un uomo scacciato da tutti, ma quello, all’improvviso, si è voltato e mi ha morso. Inferocito, o forse reso folle dalla paura.

E’ stato l’unico contatto.

Un attimo solo.

E in quell’istante mi ha rivolto uno sguardo impietoso.

Ha provato sicuramente compassione per me.

Io sono grasso, profumato, benvestito, porto belle cravatte e sono sempre ordinato e pettinato.

Non conosco il suono del vento.

Non conosco la voce del silenzio.

Non conosco le storie dei morti.

Sono sordo alla voce di dio.

Sono cieco e ignoro il colore dei fiori che crescono nei prati infuocati sulla superficie del sole.

Quegli occhi sono uno specchio che esercita un magico potere sugli uomini perbene che portano giacche blu e pantaloni grigi oppure occhiali da sole e sopracciglia curate.

Ho guardato in quel nero lago e sono morto annegato.

E poi sono rinato.

Ma adesso sono rinato tutto diverso.

Ho quasi paura di guardarmi le mani e scoprire che il pelo è cresciuto all’improvviso di nuovo.

(Questa è una storia vera, quasi vera. Una storia nuova, anche se nuova non è.)

MEMORY OF A FREE FESTIVAL

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MEMORY OF A FREE
FESTIVAL

(Bowie)
The Children of the summer’s end
Gathered in the dampened grass
We played Our songs and felt the London sky

Resting on our hands
It was God’s land
It was ragged and naive
It was Heaven

Touch, We touched the very soul
Of holding each and every life
We claimed the very source of joy ran through

It didn’t, but it seemed that way
I kissed a lot of people that day

Oh, to capture just one drop of all the ecstasy that swept that afternoon
To paint that love
upon a white balloon
And fly it from
the topest top of all the tops
That man has pushed beyond his brain
Satori must be something
just the same

We scanned the skies with rainbow eyes and saw machines of every shape and size
We talked with tall Venusians passing through
And Peter tried to climb aboard but the Captain shook his head
And away they soared
Climbing through
the ivory vibrant cloud
Someone passed some bliss among the crowd
And We walked back to the road,
unchained

“The Sun Machine is Coming Down, and We’re Gonna Have a Party
The Sun Machine is Coming Down, and We’re Gonna Have a Party
The Sun Machine is Coming Down, and We’re Gonna Have a Party
The Sun Machine is Coming Down, and We’re Gonna Have a Party
The Sun Machine is Coming Down, and We’re Gonna Have a Party.”

RICORDO DI UN FESTIVAL LIBERO
(Bowie)
I Bambini di fine estate
Si raccolsero sull’erba umida
Suonammo le nostre canzoni e sentimmo il cielo di Londra

Riposare sulle nostre mani
Era il paese di Dio
Era agitato e innocente
Era il Paradiso.

Toccare, toccammo la vera anima
Nell’avere in pugno le vite di tutti
Rivendicammo che la vera fonte della gioia venisse fuori
Non venne, ma sembrò così
Baciai un sacco di gente quel giorno

Oh, catturare una sola goccia dell’estasi che spazzò via quel pomeriggio
Per dipingere quell’amore
su un pallone bianco
E farlo volare dalla cima
più alta di tutte le cime
Oltre le quali l’uomo ha spinto il suo cervello
Satori 4 dev’essere proprio
qualcosa del genere

Esplorammo i cieli con occhi di arcobaleno e vedemmo macchine di ogni forma e dimensione
Parlammo con alti Venusiani che passavano
E Peter cercò di salire a bordo ma il Capitano scosse la testa
E se ne volarono via
Librandosi attraverso
la vibrante nuvola di avorio
Qualcuno trasmise un po’ di felicità tra la folla
E Noi tornammo verso la strada,
senza catene

“La Macchina del Sole Viene Giù, e Noi Faremo una Festa
La Macchina del Sole viene Giù, e Noi Faremo una Festa
La Macchina del Sole viene Giù, e Noi Faremo una Festa
La Macchina del Sole viene Giù, e Noi Faremo una Festa
La Macchina del Sole viene Giù, e Noi Faremo una Festa”


Note
: 4 Illuminazione trascendentale improvvisa che colpisce il discepolo del Buddismo Zen, con o senza l’aiuto del maestro.

VIANDANTE

IL VIANDANTE

Andando, ho percorso molta strada.

E’ bello.

E’ molto bello questo.

E’ bello andare lungo strade sempre diverse, insolite, imprevedibili.

Eppure andare, andare sempre su rotte sicure.

E vedere, vedere comunque tante cose, tante cose nuove, tante cose diverse.

Vivere tanta vita. Che è sempre eguale, ma non è mai uguale a se stessa.



Il cuore batte ad un ritmo regolare. Un ritmo profondo.

E’ il ritmo  della consapevolezza serena, della vita, dell’esperienza, della maturità, della vita vissuta, del viaggio, del lungo viaggio …

Il cuore batte e dà il ritmo al tempo. E il tempo che scorre ha il suo ritmo. E secondo quel ritmo, quello scorrere del tempo  cadenzato, marcato, batte il cuore, il cuore mio.

Andando, mai, lungo il viaggio, il mio cuore si è fermato.

Mai si è fermato ad ammirare il panorama del luogo comune, il pregiudizio. Mai lo ha fatto, se non entro il limite in cui ognuno è vittima del pregiudizio e del luogo comune.  E proprio perchè si sa, è noto, ogni pensiero è immerso nei luoghi comuni delle culture, delle fedi, delle lingue e delle cività di cui ogni pensiero è figlio, proprio perchè questo si sa, allora io ho sempre cercato di andare, di andare sempre, cercando di guardarmi intorno, di non accontentarmi di quello che si vedeva davanti, cercando di prendere direzioni traverse, cercando di non seguire un itinerario diritto, definito, scontato.

Comunque, non si deve credere che io sia uno scopritore di nuove terre, un cacciaotore di tesori, un cercatore d’oro, un predatore, o un avventuriero, un esploratore di territori sconosciuti, un lupo di mare solitario.

Piuttosto, più veritieramente, mi si può definire un girovago, un pellegrino, un giramondo.

Un uomo curioso.

Un uomo con la lanterna. Uno che forse potrebbe essere un moderno Diogene.

Ma niente di speciale, niente di estremo, niente di assoluto.

Non ho mai pensato di dover indossare gli scomodi abiti dell’anomalia sociale per fare il mio viaggio nella vita.

Ho solo preso un paio di occhiali con delle lenti multicolor. Un grande arcolbaleno. Un iride dalle mille vibrazioni.

Andando, ho visto, di passo in passo, cose meravigliose.

Ho visto i colori, ed i colori trasmutarsi.

Ho visto le forme, e poi le forme, non contente,  cambiare ed assumere sembianze ogni volta diverse.

Ed ho visto la materia, la materia trasformarsi ed assumere ad ogni istante nuovi stati, sempre mutevoli, incerti, instabili, eterogenei …

L’inatteso, ho visto. L’inatteso, che un attimo prima m’infastidiva e poi, solo un attimo dopo, l’inatteso che non era più l’inatteso.

Il nuovo, ho visto.

Il nuovo, ho visto, il nuovo convivere con il nuovo  nuovo.

Un nuovo stato che era il modo, il solo modo per esorcizzare la paura, per disinnescare il terrore del mondo.

Ecco, andare, andare nei giorni, andare nel tempo che va, tutto questo mi ha cambiato.

Ogni giorno.

Mi ha cambiato al di là di ogni aspettativa, di ogni previsone, mi ha cambiato eppure mi ha lasciato sempre uguale a me stesso.

E cambiando, vedendo i tempi cambiare intorno a me, diventare plurali, multipli, differenti, mi si sono aperte le porte del dubbio, degli interrogativi, delle domande.

Mi sono chiesto, per essere breve: erano loro, i giorni, a cambiare, ad ogni nuova alba, oppure ero io, ogni nuovo mattino, a risvegliarmi dai sogni cambiato, rigenerato, sempre diverso, ogni volta nuovo ?

E chi lo sa, chi potrà mai saperlo !

Ma il dono che ho ricevuto, quando mia madre mi ha messo al mondo – un dono che ho imparato a capire col tempo – quello mi è stato molto utile.

Il dono della curiosità, della voglia, del bisogno di andare. Di andare sempre, di non sapere stare mai fermo.

Si, lo so, capisco, c’è chi preferisce stare fermo in un posto, stare sempre in un posto, sempre nello stesso posto, non muoversi mai da lì, sentirsi al sicuro, protetto, rassicurato dal solito, dall’immutabile che resta sempre lo stesso d’intorno. E non penso male se penso che anche che questo … andare … senza muoversi non significa impedire alla mente di andare, di esplorare, di conoscere nuovi mondi, mondi sconosciuti. I mondi dei poeti. I mondi di tutti gli artisti !


Io ?

Io sono andato.

Per piccole tappe, a volte.

Piccoli percorsi, molto spesso.

Sono andato, tenendomi aggrappato a qualche rassicurante punto di riferimento, a qualche solido appiglio.

Qualche volta, invece, sono scappato lontano, a grandi balzi, facendo salti … di chilometri, di mesi, di anni.

Saltando intere fasi della mia vita.

Certe altre volte ancora sono scappato di corsa. Sono fuggito, andato, sparito, spaventato dalla corsa del tempo, dal rapido succedersi delle stagioni dell’anno, dal più rapido ancora avvicendarsi delle stagioni della vita … sono fuggito chiudendo gli occhi, premendo forte con le mani sulla bocca, per trattenere il fiato spezzato dala paura …

Altre volte, invece, ho organizzato bene il percorso.

Ho organizzato e pianificato tutto.

Tappe.

Rifornimenti.

Rifugi …

Qualche volta, poi, sono stato portato via contro la mia stessa volontà, rapito, strappato alle radici, sparato nella vita.

E così, quelle volte fu la vita stessa che mi prese e mi fece saltare, mi fece fare capriole, giravolte, voli, cadute …


Le carte geografiche dove erano tracciate le mie rotte sono state rubate, qualche volta.

Prepotenza della vita o della natura. Chissa !

Ma che importa ?

Mi sono per caso perduto in un deserto e sono forse rimasto assetato,  senza una goccia d’acqua ? Non c’era forse, comunque, il mondo per ddarmi il sollievo della sua prsenza ?

Qualche altra volta le mie carte sono state truccate. A mia insaputa. A tradimento.

Qualche dio, qualche uomo, qualche genio della casa …

o qualche fantasma in vena di dispetti ..  o qualche anima vagante, inquieta … o forse uno spettro senza pace …

Chi, mai, sarà stato a sottrarmi le mappe ed a farmi andare così, dovendomi fidare di una rotta fasulla, falsa, finta, ingannevole ?

Ma non è così per tutti ?

Non è forse successo a tutti qualcosa di simile ?

E poi, lassù, non ci sono sempre state le stelle a dare la giusta direzione a chi, come me, non sapeva dove andare, a quelli che andavano senza una meta, a quelli che credevano di andare da qualche parte e invece …

Io, ogni tanto, mi sono fermato a guardare.

Si, guardare vuol dire cercare di capire, di raccapezzarsi, di ritrovarsi.

E certo che serve trovare i propri punti di riferimento, dio mio, quanto serve !

Ma, a volte, serve anche cambiarli, i punti di riferimento, per poter sempre andare. Per non restare legato a punti troppo stretti, per avere un perimetro da percorrere sempre più vasto, per non fermarsi mai, per non sentirsi mai sazio della strada percorsa.

Mai stanco, anche quando i piedi dolgono ed una sosta si rende necessaria.

Ma dopo, fatta la sosta, sollevati dalla fatica, ristorato il corpo e lo spirito, che vita rimane se non si va ?

Se non si guarda di lato, di là, di qua, di sopra, di sotto …

e dentro …

e di là …

e dentro quell’immensità sconfinata che sta … chiusa dentro di noi … in attesa che la esploriamo …


Ecco.

Ecco perchè è bello poter dire che si va.

Perchè è la vita che va e noi ce ne andiamo con lei.

E’ lei che ci porta.

E siamo noi a darle la rotta.

Non ho mai avuto paura di aver perso la strada, anche quando la strada non la conoscevo.

Mai la paura mi ha preso la mano, accecato il cuore.

Mai !

Il buio mi ha colto per strada, certo.  La vista si è spenta, molte volte e le energie hanno ceduto.

Il dolore.

La morte.

La fatica del vivere.

La noia.

Tutto, tutto mi è stato compagno di viaggio.

Ma a tutto, a tutto io voglio bene, proprio come si vuol bene ad un compagno di viaggio di cui si deve fidare.

Ma … andare.

Andare !

Oh, sì, fratelli.

Andare è scoprire la vita, cosa c’è ancora più in là.

Ecco.

Ancora.

Andare …

CANNED HEAD – GOING UP THE COUNTRY

Sto andando nella nazione
tesoro non ci vuoi andare?
sto andando nella nazione
tesoro non ci vuoi andare?
sto andando in un posto
dove non sono mai stato prima
sto andando, andando dove
l’acqua ha il sapore del vino
beh, sto andando dove
l’acqua ha il sapore del vino
possiamo fare un tuffo in acqua
essere ubriachi per tutto il tempo
lascerò questa città,
devo trovare una strada
lascerò questa città,
devo trovare una strada
tutta questa agitazione
e questi litigi, uomo
sai che sicuramente
non mi faranno restare
adesso tesoro, metti le
tue valigie nel portabagagli
sai che dobbiamo partire oggi
non so dove stiamo andando esattamente
ma possiamo addirittura lasciare gli USA
perchè un nuovo gioco a cui voglio giocare
è inutile scappare, urlare o piangere
perchè tu avrai una casa
finchè anch’io ne avrò una .