CARDELLO

Marc CHAGALL - SERA ALLA FINESTRA

A

Cippettava un cardello

sopra un ramo giallo, stasera;

solitario, s’alzava il suo canto,

alto, sulla sorda città che or s’acqueta.

a

Fringuellava il suo requiem

serale al sole morente del giorno

che or s’è arreso alla luce stellina,

alla luna, che, trepida, or sopraggiunge.

aa

Pigolava la voce leggera

il cantico antico del cielo…

la preghiera alla sera che scende…

l’abbraccio dell’ombra… la quiete or mi sorprende …

a

SIRENA

marc chagall - Les sirènes d’Ulysse

Le onde della sabbia si confondono con quelle del mare, si fondono, si penetrano, fino a formare un unico, informe, sconfinato deserto.

La liquidità della sabbia che scorre, goccia a goccia, che evapora in un’enorme cappa nebbiosa che si alza sospinta dall’inarrestabile ghibli, contrasta con le severe correnti di piombo che giacciono nelle profondità più intime dell’oceano d’acqua.

La forza delle maree modella, con la forza delle sue perpetue carezze,  la cedevole consistenza delle dune.

Il mondo degli uomini, povere creature, è in balìa, da sempre, delle forze volubili dell’universo.

Basta un brivido della Grande Madre Natura.

Basta un sussulto.

Una lieve increspatura del sopracciglio.

E il desiderio, turpe che sia, di morte, o d’eroica vita, si compie.


La lunga teoria di barche si dipana come un filo d’Arianna fra le terre sabbiose del Cuore del Mondo.

Quel mondo diede la vita alla regina di Saba e, più volte, fece rinascere la leziosa Fenice.

E un poco più in là, la vecchia signora, decrepita Europa, saggia e svanita,  smemorata, ci narra ancora le storie di tragedie irresolubili e filosofi incantati.

E’ una lunga fila, che assomiglia ad un’alta colonna d’insetti.

Sfidano, i naviri,  i dardi del sole.

L’arancio ed il rosa, il giallo, il rosso, il viola picchiano violenti, e ardono il cuoio e il fasciame.

Sotto la pioggia di raggi dai mille colori, son migliaia le zattere che attraversano, nel tempo infinito,  incerte, il traffico di onde e famelici squali.

Hanno occhi abbaccinati quei miseri schiavi senza patria.

Nei loro miraggi si formano figure da incubo, gorghi, vertigini, che si mischiano al respiro affannato del vento furioso e alla candida schiuma che gorgoglia fin oltre gli scalmi dei remi.

Fuscelli seccati dall’arsura della salsedine e del sole.

Corpi contorti che diventano vecchia legna da ardere.

Barche, gocce di vita come lacrime salate.

Scorrono, ignare, sulle levigate gote di pesca del mare, che la prima aurorale luce del giorno tinge di rosa e di giallo.

Barche.

Vite vomitate, per puro miracolo, dalle oscure profondità della notte e del Nulla.

Notte che è avvisaglia di morte, d’abisso, di mondo senza speranza.

Notte.

Nulla senza materia che si disfa in un nulla più duro, di legno, di carne, di sabbia e di acqua salmastra, all’apparire del sole, ogni mattina.

Onde che nascono nel nulla del profondo spazio del mare.

Onde, morbide come vibrazioni del cosmo, che si ci fanno intravedere le lontane forme dell’universo inesplorato del deserto di sabbia.

Spazi infiniti, si congiungono.

L’amplesso infinito di eterni amanti infuocati, fusi in un unico, immenso, universo spazioso.

Grumi di vita, illusi, sperduti nella solitudine di silenziosi spazi che ignorano lo schiaffo del limite, la vegognosa resa del confine.

Uomini.

Un’unica, nuova, specie diversa, figlia di madre, figlia di terra, figlia di sabbia e figlia di polvere.

Uomini, figli di padre, figli di mare, figli d’oceano.

Uomini, eterno soffio di vita schiaffeggiato dall’indomito vento, spirito aperto, libero orizzonte.

Uomini come titani.

Titani in catene ed in lacrime.

Schiavi di dei impietosi.

Rivolta di schiavi che, orgogliosi ribelli, hanno spezzato ogni catena.

Alti pennoni infissi su quei gusci di legno.

E lacere bandiere, in cima a quei pennoni, in balìa della forza traditrice dei venti.

Si alzano inni, dai quei ponti, odi alla libertà illusoria.

Drappi, strappi sulla lucida seta, hanno perduto i colori.

Vessilli immemori, pallide insegne di regni, eserciti, schiere che non si ricordano più.

Spazi inesplorati, immensi come le infinità in cui si perdono le tracce del tempo e della memoria, che inghiottono i ricordi di oni uomo di quella razza speciale.

Ferite, lacerazioni, squarci attraversano le membra, le schiene, gli addomi, espongono alla luce abbaccinante del sole alto allo zenith,  le sconce  fibre più profonde, i fasci muscolari, i pallidi tendini che annodanoano le scosse degli impulsi nervosi alle sbarre di scheletri esangui.

Segni di un dolore senza fine.

Lacere bandiere di carni dilacerate.

Occhi, bui come spente stelle senza luce.

Pianto di bambine che non faranno più in tempo a conoscere l’innocenza.

Fiori nati già appassiti.

Miserabili esistenze che nessuno vuole adottare.

Vendetta inesorabile del dio che ha deciso di redimere gli sconfitti.

Poveri cristi scesi dalle croci per urlare la loro rivendicazione di dignità e futuro.

Esili fantasmi che mostrano, impietosi, le lacerazioni dei chiodi.

Scudisci, fruste, catene che s’inchinano implorando perdono.

Sangue che sgorga dalla terra e trasmuta in sorgente di vita.

Le onde del mare.

Le onde del tempo.

Le onde del deserto.

Sinuose morbide movenze come passi di danza irrefrenabili e lenti.

Piedi che percuotono il suolo.

Danze ancestrali al ritmo di percussioni immerse nelle irraggiungibili profondità dello spirito.

Mi cullo, in questo universo.

Mi prende la corrente del tempo.

Viaggio, dove nessun uomo è mai arrivato, nella caverna più fonda del cuore.

Le onde mi spingono, dolci.

Voluttuose, le spinte diventano orgasmo di vita e di sogno.

Il mare, il deserto, l’infinito spazio del cielo non bastano a contenere il mio essere raccolto nel cuore.

La lunga teoria di barche si ferma sulla frastagliata costa che s’immerge nell’infinito sconfinato nel quale mi bagno.

Sbarcano.

Schiavi, umili, miserabili, sporchi, fantasmi.

Il mare li abbraccia.

La sabbia li bacia.

Il cielo si offre, morbida coltre.

L’infinita carezza del vento mi sfiora le gemme, i teneri,verdi, capezzoli.

Bimba, innocente, candida neve, cristallo di fonte sorgiva.

Specchio d’amore.

Finestra in cui si riflette la mia trasparente vita di sogno.

Il mondo s’inchina e mi canta una dolce nenia amore.

Le mie labbra, teneri bocci di rosa, si schiudono, alla tersa tiepida luce di milioni di stelle.

Sono superba, orgogliosa, primavera del mondo.

Sono il Sogno d’amore.

Sono l’eterno, inafferrabile, desiderio d’amore.

Son io, son la Sirena.

Il mio fischio, incatena all’eterno miraggio.

CANTO NOTTURNO

Marc CHAGALL

Il cielo è giallo, avvampa di fuoco,

si tinge di riflessi vivi d’arancio

è aria di duro cristallo, terso diamante …

… E Tutto scintilla di vibranti promesse d’eterno.


La terra è carbone, eruzione e  vapori,

rossa lingua di lava che  in pietra indurisce

e che spoglia i poveri rami in scheletri irti …

… E intanto sul cuore discende lenta la sera.


Fantasmi leggeri mi vagano dentro.

Son spiriti e venti come vortici e sogni …

Son storie struggenti sospinte da un soffio infinito …

… E  il sole ora corteggia il lungo corteo  di stelle.


La nera veste di Notte carezza  la pelle di seta …

… Acerbi vibrano i turgidi seni sbocciati nel cielo …

E teneri baci porge alle labbra una rugiada di luce …

… E adesso abbracciati ascoltiamo lo scroscio del tempo.


La passione solare incendia d’ardore rovente

lo spasmo focoso della vergine Aurora …

… E l’eros ardente del grembo di Notte

all’orgasmo del Giorno regala eterna armonia.
.

NATIVITà

Marc CHAGALL – Sopra Vitebsk

Quando nacque faceva davvero freddo.

Era all’inizio dell’inverno, appena era finito il periodo delle piogge d’autunno. Le foglie erano ingiallite, dapprima, poi, maturate sul marrone, diventate pesanti come le palpebre di notte divenute preda del sonno, si erano posate a terra, chiudendo le finestre che si aprono fra i rami degli elberi e la strada sottostante.  Da quelle finestre, come da occhi addormentati, alla fine si schiudeva solo l’orizzonte dei sogni.

Lui non poteva sapere di questo, del mondo, del caldo o del freddo, quando venne al mondo.

Era nato.

Questo per il suo mondo era già molto.

Vennero a trovarlo, quando nacque.

In verità si mossero in tanti, come seguissero un segno del cielo.

Erano pastori, contadini, artigiani, panettieri e fornai, lavandaie.

Si vestivano a festa.

O, almeno, si buttavano addosso il vestito migliore, quello per la domenica, per la piazza nel giorno di festa.

Quello avevano, oltre al vestito da lavoro.

E neanche tutti.

Per molti il vestito era sempre lo stesso, quello che si portava addosso ogni giorno e che si portava appresso tutti gli odori ed i colori del mondo, almeno a sprazzi, a macchie, a brandelli.

Andavano a trovare sua madre, Maria.

Del padre pochi si interessavano.

Giuseppe, un artigiano falegname, lavorava i legni delle botti. Quando aveva fortuna e le annate del vino andavano bene. Altre volte, come era in quel periodo, le stagioni delle piogge e del caldo bruciavano le viti, o le annacquavano. E il vino non veniva buono. Così, in quei periodi, Giuseppe si metteva a montare le assi levigate facendo piccoli mobili rustici, cassepanche, armadi. Ma nessuno, o quasi, si rvolgeva mai a lui per acquistare qualcosa, e così, in quei periodi di magra, faceva la vita grama. Era la povertà.

Nessuno s’interessava a lui anche perchè non era il vero padre del bambino.


Marc CHAGALL – Le nu au-dessus del la vie

Maria era una ragazzina davvro dolce e molto bella.

Aveva uno sguardo trasognato, malinconico, proiettato verso chissà quale fantasia di bambina.

I suoi occhi erano due mandorle marroni, pieni della luce dei sogni più innocenti.

Chissà quali miracoli compiva la sua purezza nel mondo dei sogni in cui vagava lo spirito di Maria.

L’espressione era assorta, piena, colma di un amore diretto a chissà quale fortunata destinazione.

Il giorno che nel paese si seppe che Maria aspettava un bambino doveva scoppiare lo scandalo.

Ma nessuno ebbe il coraggio, davvero, o la forza, di pensare che qualcuno potesse aver abusato di quel corpo ancora acerbo. Erano, è vero, faccende di una povera famiglia di morti di fame, sconosciuti, in paese, venuti da chissà quale lontana contrada. Nessun amico, nessun parente, nessuno davvero interessato a loro.

Nessuno sapeva neanche come vivessero, come sbarcassero il lunario. Morti, sembravano morti che andavano in giro per il paese.

E così, nessuno confessò quel peccato. Neanche si parlò di peccato.

Il prato che fioriva in seno a quell’angelo benedetto, restò un prato che non aveva mai conosciuto il peccato.

Il seme che diede sboccio a quel fiore innocente restò un seme senza nome, messo a dimora nel calore del ventre di quella madre bambina da un’operoso insetto incolpevole.

Nè, lei, aveva dato mai segno a qualche intenzione meno che onesta.

Nessuno si domandò cosa poteva essere accaduto in quella capanna ai margini del paese abitata solo da pia gente devota, contadini, lavoratori, uomini dediti solo alla fatica.

In quella casa, però, era stata accesa la miccia della vita che aveva propagato le fiamme a quel corpo di bambina delicata.

E Giuseppe si era offerto per fare da padre alla creatura che stava nascendo.

In quel mondo così difficile, aveva pensato Giuseppe, doveva esserci pure un padre a dare una mano alle povere creature che il destino decideva di mandare a conoscere la vita e il dolore.


Marc CHAGALL – Sara Abimelech

Nessuno s’interessava a Giuseppe.

Passavano a trovare Maria pastori con le pecore, mugnai ancora impastati di farina, contadini impiastricciati del fango delle terre allagate, muratori con i capelli imbiancati, spaccalegna con le spalle quadrate. Passavano di lì perchè speravano di trovare un’ora d’amore tra le sue braccia senza colpa.

Passavano come accompagnati da una stella cometa.

Arrivavano e restavano ad aspettare.

I lunghi vagiti del bimbo tra le braccia di Maria ogni tanto si acquietavano e  in quel silenzio il loro desiderio montava, la loro ansia cresceva.

Erano uomini dalla pelle scura ed i capelli crespi.

Oppure biondi e con le zazzere a spazzola.

E qualche orientale, con la pelle olivastra e gli occhi  traversi.

Erano uomini e parlavano tutte le  lingue del mondo.

Tra quei ragazzi pieni di vita crebbe, con gli anni, quel bimbo.

Era nato agli inizi dell’inverno, in una povera capanna senza ristoro.

Aveva conosciuto tropppo presto la fame, il freddo, la malattia e il dolore.

Ma gli dava calore la fiamma della vita che ardeva dentro di lui.

La stessa fiamma che aveva consciuto Maria.

Tra gli uomini che portavano offerte a Maria quel bimbo cresceva sicuro.

Sereno.

Cantavano a squarciagola, la sera, le canzoni d’amore che cantano tutti i ragazzi del mondo.

Bevevano qualche bicchiere di troppo,  per cantare più forte, e bestemmiavano, come bestemmiano tutti gli uomini del mondo che conoscono la fatica della vita.

Cantavano, bevevano e spezzavano il pane.

Erano in molti, ogni sera.

Erano amici.

Ed il bimbo cresceva tra loro, felice.

Nelle sue mani che diventavano adulte avvenivano magie miracolose.

Sapeva far crescere il numero dei pani e dei pesci.

Sapeva trarre d’impaccio la madre facendo trovare glo otri pieni di vino, invece che acqua, per cantare più forte ed alzare odi alla vita!

Sapeva parlare come parlano gli uomini veri, alla sera, quando guardano il cielo che si fa nero e puntano il dito contro le stelle che si fanno vedere.

Fischiava alle ragazze che si vestivano come le stelle del cielo.

Amava la vita e tutto ciò che la vita si porta con sè.


Marc CHAGALL – Rivoluzione

Era nato all’inizio dell’inverno.

Sarà una stagione particolare, quella, quando il confine fra le stagioni non è ancora del tutto stabilito.

Era freddo.

Ma era un freddo di fuori.

Dentro, il calore del fuoco faceva ardere i cuori.

Si racconta ancora oggi la storia del figlio di Maria.

A me è stata raccontata piena di mille dettagli, una storia incredibile, una triste storia col finale drammatico delle belle storie tragiche.

Ma io non so raccontarla così come mi è stata trasmessa.

Io non voglio che la la storia di un povero cristo finisca ogni volta con una croce e un ingiusto sacrificio.

Non voglio che il figlio dei poveri patisca ogni volta la pena più ingiusta.

Preferisco passarla avanti così. Piena di errosi. Piena di vita.

Con quel povero bimbo, cresciuto, un uomo avanti con gli anni, ancora attaccato alla vita, i lunghi capelli imbiancati, la fronte coperta dalle spine delle rughe piuttosto che da quelle della crudele invidia degli uomini.

Io voglio che finisca così.

Povero tra i poveri.

Vivo tra i vivi.

Vita con la vita.

Marc CHAGALL – La vita