Prometheus

Wolfgang GOETHE - MANOSCRITTO DEL PROMETHEUS

(Prometheus)

Quando Prometeo divenne completamente uomo il cielo si era fatto già basso e giallo, pesante come una lastra di bronzo, arroventato dal sole di un’estate che volgeva al termine del suo ciclo.

Era già quasi finito il giorno e sulla cima del monte, si stagliava il dente della rupe ancora arruginita del sangue del Titano.

Le catene che lo avevano tenuto stretto, esponendolo indifeso ai morsi dell’aquila che banchettava coi lembi di un fegato che ostinato ricresceva ogni notte, quelle catene che mani di un dio artigiano avevano saputo creare indistruttibili, adesso, quelle catene dagli argentei riflessi, giacevano riverse, languivano a terra, nella polvere, esanimi, cadaveriche reliquie che mai avrebbero potuto subire il destino della decomposizione.

Prometeo ristette a guardare quello strumento di tortura, fissamente, a lungo, con lo sguardo perduto, abbandonandosi ad attimi di sollievo che si alternavano e si sovrapponenvano a scatti di furore.

Era stanco, ma allo stesso tempo soddisfatto.

Si sentiva esausto, come dopo una battaglia.

Ma, al tempo stesso, sentiva montare dentro di sè una frenesia incontrollata, che aveva il sapore acre della fatica, ma anche il gusto dolce della vittoria.

Mai prima, gli era accaduto qualcosa di simile.

Si, aveva vinto gli scontri più leggendari che la mente di un dio potesse rammentare.

Aveva sconfitto il Fato.

Aveva beffato la Sorte.

Aveva rotto l’incantesimo che lo rendeva schiavo del Destino.

 

Ora non era più un dio.

I resti di quella sua natura onnipotente ed immortale giacevano in pezzi ai suoi piedi.

Erano le insegne della divinità.

Ex voto.

Vasi in cui ardeva ancora l’ultima favilla del grasso sacrificale.

Carne rosa dalle fiamme.

Fumi odorosi.

Paramenti preziosi.

Simboli indecifrabili di culti multiformi.

Statuette minuscole, manufatti dalle forme più  bizzarre,  case,  capanne, anforette, monili, bracciali, ritratti di eroi e di santi.

Simboli di strani riti magici, che solo una superstizione vana poteva trasformare in simboli del sacro.

Ora giacevano tutti lì, ai suoi piedi, formavano un alto cumulo che si innalzava dal pianoro su cui era piantata la roccia squadrata che un giorno era stata l’altare sacrificale della carne del Titano.

Frantumi di oggeti che avevano perduto improvvisamente ogni valore.

Prometeo li guardò, dapprima distratto e poi, scuotendosi da chissà quale profondità della meditazione, cominciò ad osservarli maggiore  attenzione sempre maggiore, come se stesse percependo qualcosa, come se quelli, piano, stessero rivolgendosi a lui, eppure, ancora cauti, timidi, temessero di arrecargli un qualche fastidio, una sofferenza, del dolore.

 

Adesso che non era più un dio i suoi occhi erano preda per la prima volta dell’errore, dell’ignoranza, dell’ignoto stupore attonito che genera l’incapacità di comprendere, di capire, di dare un nome alle cose.

Non capiva cosa fossero quelle schegge, quei frammenti di mondo che giacevano ai suoi piedi.

A cosa servivano quei resti che parevano disordinati rimasugli di banchetti?

E quei lamenti che, da lontano, giunevano alle sue orecchie?

Adesso faticava a captare forme, suoni, qualità, significati.

Una volta per lui, che era stato un dio, era stato tutto più facile.

Aveva la scienza di ogni cosa.

La coscienza di ogni accadimento e del preordine che legava un accadimento all’altro nell’infinita catena delle cause e degli effetti.

Ed era tutto così chiaro, semplice, evidente.

Nulla poteva scuote la piatta indifferenza del conoscereTutto.

Era praticamente insignificante, il Tutto.

Come ciò che non ha nessun valore, nessun senso, nessuna importanza.

Così trascorreva l’eternità concessa alla natura del dio.

Da sempre.

E destinata a confluire in un sempre, sempre più infinito, sempre più al di fuori di ogni limite.

Era stata questa la vita di Prometeo, la vita del titano, la vita di un dio, fino a quel momento.

 

Gli dei giocavano spesso tra di loro.

Senza alcun divertimento, solo per provare, invano, ad ingannare il tempo.

Ma come in un libro letto infinite volte, ogni azione era già prevista, dai suoi più indiretti presupposti fino alle sue estreme conseguenze.

E perciò nessun sommovimento increspava l’olimpica imperturbabilità di quelle povere entità che abitavano il mondo ultreterreno.

Giocò con Prometeo anche Zeus quando, fingendo rabbia mista a paura, ordinò ed Efesto di incatenare il titano alla rupe d’Atlante ed all’Aquila di divorare ogni giorno, per l’eternità dei giorni, il fegato del dio incatenato a quella rupe.

E sapevano, Zeus e Prometeo che quel fegato sarebbe ricresciuto ogni giorno, per l’eternità dei giorni, sanando, ogni giorno, per l’eternità dei giorni, le ferite che quel becco adunco provocava alla carne immortale del dio incatenato.

Erano ferite che non sapevano provocare alcun reale dolore.

Erano ferite dalle quali sgorgava sangue, sangue di dio, sangue nel quale non era sciolto alcun principio di vita e di morte, sangue che se non avesse avuto il colore del sangue degli dei, avrebbe potuto benissimo essere scambiato per la corrente di un rivo pigro e putrescente.

Nessuna scintilla alimentava il cuore dei partecipanti a quel gioco.

Erano come attori su un palcoscenico.

Tutti perfettamente e totalmente compenetrati nelle parti che un regista ormai dimenticato aveva assegnato, un’infinità di tempo prima, a ciascuno di loro.

 

Non era certo una questione di noia, che neanche quello strano sentimento lento e grigio era permesso.

Da lassù, da quelle empiree altitudini, gli dei sembravano non accorgersi neanche delle creature umane, oggetti cui loro stessi avevano dato la vita, una volta, tanto tempo fa e che, da allora, sulla piatta superficie della terra, strisciavano e si affannavano ogni giorno, per i giorni limitati che gli erano stati concessi, giorni perciò tanto più preziosi quanto più esiguo risultava il loro numero, giorni che scorrevano ora ridendo, ora piangendo, giorni che, in un istante, potevano avere improvvisamente termine, facendo cadere quelle povere creature in preda alla morte.

Talvolta arrivava il grido di un noenato, che squarciava le nubi e penetrava le altezze, forse portato da un soffio di vento, o dal battito d’ali di un angelo, o da qualche altra creatura alata.

Era il segnale di qualcosa che cominciava, un segnale inequivocabile.

Quel vagito, quel pianto inspiegabile, penetrava nelle orecchie degli dei come una lama e sprofondava nelle loro menti infinite come un chiodo nella carne.

Misteriosamente inspiegabile.

Privo di una causa prima che non fosse il sospiro d’amore di una coppia d’animali in calore dalle forme di uomo e di donna.

Partorito dalle urla e dagli ansimi di una bestia in forma di madre.

Inaccettabile per questo suo essere senza una causa prima.

 

I lunghi eoni che Prometeo aveva trascorso nell’abbraccio alla rupe erano trascorsi tra dubbi e domande.

Era impensabile che la mente di un dio non potesse avere risposte ad una domanda.

Ma quel grido, che di tanto giungeva come una campana a festa e che, coi suoi sussultanti rintocchi,  interrompeva  l’imperturbabile fissità dell’attenzione del titano,  era qualcosa che sfuggiva ad ogni risposta.

Era il linguaggio primitivo di qualcosa che stava appena cominciando il suo viaggio nel mondo.

Era qualcosa che non aveva un eterno stabile e duraturo alle sue spalle.

Ed era qualcosa che aveva inizio, e poi un divenire e poi una fine.

E questo percorso misteriosamente sfuggiva alla comprensione del dio.

Nascere, divenire, finire.

E poi, di nuovo, nascere, divenire, e poi, infine, finire di nuovo.

E così, avanti, di uomo in uomo, di vita in vita.

Un poco alla volta, Prometeo si accorse che anche la palla di fuoco che si alza regolarmente nel cielo ed inonda di luce radiosa la terra corre la sua traiettoria che ha un inizio, un divenire ed … infine una fine.

E così anche il piatto d’argento che si specchia nel buio del cielo, quando questo resta senza palla di fuoco, ha un inizio, scorre nel suo divenire e perisce, alla fine,  nella sua fine.

E con questi, anche gli astri e le stelle, a gruppi, componendo figure nel cosmo, e galassie, costellazioni e universi, anche ognuno degli incommensurabili elementi di quest’inifinità innumerabile aveva un inizio e poi un divenire e, alla conclusione del tutto, capì, sarebbe per ognuno, poi, giunta una fine.

La fine del tutto.

 

Prometeo s’interrogò.

Osservò le misere creature.

Ognuna, dopo quel primo vagito iniziale, iniziava un’esistenza fatta di cose, di fatti, di sentimenti, di valori.

Un’esistenza che aveva un inizio, poi un divenire, diverso per ognuna, e poi, infine, una fine, una fine per sempre.

E dopo la meraviglia provò la sorpresa, e poi la pena, e poi, ancora, dopo la pena, un’invidia curiosa e, solo poi, dopo una battaglia furiosa, sopraggiunse il sollievo.

E dopo la meraviglia, e la sorpresa, e la pena e l’invidia, e dopo l’aspra battaglia che fu da preludio al sollievo, alla fine, arrivò il desiderio.

Nessun dio conosceva il segreto del mistero dell’eterno ritorno di tutte le cose.

Ognuno degli abitanti dell’Olimpo viveva nella continua fissità dell’infinito presente, diritto come retta, sempre uguale a sè stesso e senza perturbanti variazioni.

A ciascun dio era concessa solo l’alienazione dell’essere per l’eterno, l’essere padroni di un destino già scritto fin dall’eternità che si concludeva in sè stessa.

E questa realtà gli era diventata insopportabile.

Nelle esistenze di quelle misere creature mortali quanto dolore aveva potuto osservare, da quella cima che ora si riempiva del dolore di un dio.

In quelle misere esistenze, quanta gioia si era mischiato a quel dolore, e quanta sorpresa e quanto desiderio e quanta pena e quanto orgoglio, e quanta dignità e quanto sacrificio ! Ma forse nessun sollievo.

Ma niente di tutto ciò era mai appartenuto prima ad un dio.

 

Ho sentito la storia di Prometeo raccontata dagli antichi.

Era la storia di un dio generoso che aveva regalato all’uomo doni preziosi, il fuoco, la conoscenza, il progresso.

Ma gli antichi ci hanno nascosto una parte dela verità.

Non ci hanno voluto rivelare interamente la ragione di tanta generosità da parte del dio titano.

Ci sono voluti i racconti dei poeti di tutte le generazioni, che si sono tramandati fino ad oggi la storia di Prometeo, e ce l’hanno raccontata sempre con altrettanta passione, aggiungendo, ogni volta, un dettaglio mancante.

Fino a metterci al corrente dell’intera verità.

Era miserevole la codizione degli dei.

Così era apparsa a quel dio.

E aveva invidiato la condizione degli uomini.

Dolorosa e breve, sì.

Ma alleviata dal prezioso balsamo dell’eterno ciclo delle cose, che la Natura, madre anche degli dei, ha voluto donare soltanto ai mortali.

E aveva deciso, così, il divino Prometeo, di farsi interamente  uomo, per godere di quell’impareggiabile dono.

Ed i suoi doni, pur tanto preziosi, il fuoco, la conoscenza, il progresso, non sono riusciti, fin’oggi, a colmare l’incolmabile abisso che resta  sospeso fra il sollievo che l’uomo ha donato al dio e la sofferenza a cui quello ha condannato l’uomo.

Annunci

A GIFT FOR MY 50th BIRTHDAY

Percy Bysshe Shelley – INNO ALLA BELLEZZA INTELLETTUALE

I La terribile ombra d’un invisibile Potere fluttua
in mezzo a noi, benché non vista – e visita
questo svariato mondo con incostante ala,
come le brezze dell’estate che strisciano di fiore in fiore.
Come raggi di luna che dietro una montagna fitta di pini scrosciano,   5
visita con sguardo incostante
il cuore e il volto di ogni uomo;
come colori e armonie la sera,
come nuvole disperse nel chiarore delle stelle,
come il ricordo d’una musica fuggita,                                         10
come qualcosa che per sua grazia possa
essere cara, e tuttavia più cara per il suo mistero. 

II Spirito di BELLEZZA, che consacri
coi tuoi colori ogni pensiero e ogni forma
umana su cui splendi – dove te ne sei andato?                                 15
perché trascorri e lasci il nostro stato,
questa oscura e vasta valle di lacrime, deserta e desolata?
Chiedi perché per sempre il sole
non tessa arcobaleni sul torrente,
perché quello che appare, scolori e si dissolva, –                         20
perché paura e sogno e morte e nascita
sulla giornata della terra gettino
un’ombra tale, – e all’uomo venga dato
tanto d’amore e d’odio, e di sconforto e di speranza? 

 III 

 Da mondi più sublimi nessuna voce ha mai                                         25
dato ai poeti o ai saggi la risposta –
perciò i nomi di Dio, dei demoni e del Cielo,
non sono che tracce del loro vano sforzo, incanti fragili,
che recitati non aiutano a staccare
da tutto quello che sentiamo e vediamo                                       30
il dubbio, il caso e la mutevolezza.
Soltanto la tua luce – come una nebbia sopra i monti,
o musica che il vento della notte
manda attraverso uno strumento immoto,
o il chiaro della luna sulle acque,                                                 35
dà grazia e verità al sogno inquieto della vita. 

 IV 

Speranza, Amore, e Orgoglio, passano come nuvole e ritornano,
per qualche incerto attimo concessi.
L’uomo sarebbe immortale, e onnipotente,
se tu, ignota e terribile, fissassi                                                            40
col tuo glorioso seguito dimora nel suo cuore.
Tu messaggero degli affetti
che crescono e declinano negli occhi degli amanti –
tu – che alimenti il pensiero umano,
come l’oscurità una fiamma morente!                                           45
non ti partire come la tua ombra venne,
non ti partire – o la tomba sarà
come la vita e la paura, un’oscura realtà. 

 Fanciullo ancora, andavo in cerca di spettri e attraversavo
fugace stanze vigili, rovine e anfratti,                                                50
e boschi al chiarore delle stelle, con timorosi passi perseguendo
speranze d’alto conversar coi morti.
E invocavo i nomi velenosi che nutrono la nostra giovinezza;
non fui ascoltato – non li vidi – quando,
mentre ero assorto sul destino                                                     55
del vivere, nel dolce tempo in cui i venti corteggiano
tutte le cose vive che si destano per recare
nuove gemme e fiori, – all’improvviso,
la tua ombra cadde sopra di me;
io detti un grido, e giunsi le mani in rapimento!                                    60 

VI 

 Allora feci il voto di consacrare le mie forze
a te e a ciò che t’appartiene – non l’ho mantenuto?
Con cuore palpitante e occhi in lacrime, adesso
dai loro taciti sepolcri invoco
i fantasmi di mille ore, che in pergolati chiari di visioni,                          65
d’ardente studio o dilettoso amore,
hanno vegliato con me l’invida notte –
e sanno che mai gioia illuminò questa mia fronte
non giunta alla speranza che tu avresti liberato il mondo
dalla sua oscura schiavitù                                                             70
che tu – terribile SPLENDORE,
avresti dato ciò che la parola non può esprimere. 

 VII 

 Il giorno diventa più solenne e più sereno,
trascorso il meriggio – c’è un’armonia
in autunno, e una luce nel suo cielo,                   75
che nell’estate non si sente e non si vede,
come se non potesse esserci, come se non ci fosse stata!
Così il tuo potere, che come la verità
della natura sulla mia inerte giovinezza
discese, alla mia vita d’ora innanzi doni                   80
la sua calma – a uno che ti adora,
e venera le forme in cui sei infuso,
e che i tuoi incanti, SPIRITO bello, spinsero
a temere se stesso, e amare tutti gli uomini. 

  

 

Kahlil Gibran – “Sulla bellezza”

 

E un poeta disse:
Parlaci della Bellezza. 

E lui rispose:
Dove cercherete e come scoprirete la bellezza,
se essa stessa non vi è di sentiero e di guida?
E come potrete parlarne,
se non è la tessitrice del vostro discorso?
L’afflitto e l’offeso dicono:
“La bellezza è nobile e indulgente.
Cammina tra noi come una giovane madre confusa dalla sua stesa gloria”.
E l’appassionato dice:
“No, la bellezza è temibile e possente.
Come la tempesta, scuote la terra sotto di noi e il cielo che ci sovrasta”. 

Lo stanco e l’annoiato dicono:
“La bellezza è un lieve bisbiglio.
Parla del nostro spirito.
La sua voce cede ai nostri silenzi
come una debole luce che trema spaurita dall’ombra”.
Ma l’inquieto dice:
“Abbiamo udito il suo grido tra le montagne,
E con questo grido ci sono giunti strepito di zoccoli,
battiti d’ali e ruggiti di leoni”. 

Di notte le guardie della città dicono:
“La bellezza sorgerà con l’alba da oriente”.
E al meriggio colui che lavora e il viandante dicono:
“L’abbiamo vista affacciarsi sulla terra dalle finestre del tramonto”.
D’inverno, chi è isolato dalla neve dice:
“Verrà con la primavera balzando di colle in colle”.
E nella calura estiva il mietitore dice:
“L’abbiamo vista danzare con le foglie dell’autunno
e con la folata di neve nei capelli”. 

Tutte queste cose avete detto della bellezza,
Tuttavia non avete parlato di lei,
ma di bisogni insoddisfatti.
E la bellezza non è un bisogno,
ma un’estasi.
Non è una bocca assetata,
né una mano vuota protesa,
Ma piuttosto un cuore bruciante e un’anima incantata.
Non è un’immagine che vorreste vedere
né un canto che vorreste udire,
Ma piuttosto un’immagine che vedete con gli occhi chiusi,
e un canto che udite con le orecchie serrate.
Non è la linfa nel solco della corteccia,
né l’ala congiunta all’artiglio,
Ma piuttosto un giardino perennemente in fiore
e uno stormo d’angeli eternamente in volo. 

Popolo di Orfalese,
la bellezza è la vita,
quando la vita disvela il suo volto sacro.
Ma voi siete la vita e siete il velo.
La bellezza è l’eternità che si contempla in uno specchio.
Ma voi siete l’eternità e siete lo specchio. 

  

   

Charles Baudelaire – Inno alla Bellezza 

Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall’abisso, Beltà?
Il tuo sguardo, infernale e divino,
versa, mischiandoli, beneficio e delitto:
per questo ti si può comparare al vino. 

Riunisci nel tuo occhio il tramonto e l’aurora,
diffondi profumi come una sera di tempesta;
i tuoi baci sono un filtro, la tua bocca un’anfora,
che rendono audace il fanciullo, l’eroe vile. 

Sorgi dal nero abisso o discendi dagli astri?
Il Destino incantato segue le tue gonne come un cane:
tu semini a casaccio la gioia e i disastri,
hai imperio su tutto, non rispondi di nulla. 

Cammini sopra i morti, Beltà, e ridi di essi,
fra i tuoi gioielli l’Orrore non è il meno affascinante
e il Delitto, che sta fra i tuoi gingilli più cari,
sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente. 

 La farfalla abbagliata vola verso di te, o candela,
e crepita, fiammeggia e dice: “Benediciamo questa fiaccola!”.
L’innamorato palpitante chinato sulla bella
sembra un morente che accarezzi la propria tomba. 

 Venga tu dal cielo o dall’Inferno, che importa,
o Beltà, mostro enorme, pauroso, ingenuo;
se il tuo occhio, e sorriso, se il tuo piede, aprono per me
la porta d’un Infinito adorato che non ho conosciuto? 

 Da Satana o da Dio, che importa?
Angelo o Sirena, che importa se tu
– fata dagli occhi vellutati, profumo, luce, mia unica regina –
fai l’universo meno orribile e questi istanti meno gravi? 

  

William  Shakespeare – “Sonetto 54”Quanto ancor più bella sembra la bellezza,
per quel ricco ornamento che virtù le dona!
Bella ci appar la rosa, ma più bella la pensiamo
per la soave essenza che vive dentro a lei.
Anche le selvatiche hanno tinte molto intense
simili al colore delle rose profumate,
hanno le stesse spine e giocano con lo stesso brio
quando la brezza d’estate ne schiude gli ascosi boccioli:
ma poiché il loro pregio è solo l’apparenza,
abbandonate vivono, sfioriscono neglette e
solitarie muoiono. Non così per le fragranti rose:
la loro dolce morte divien soavissimo profumo:
e così è; per te, fiore stupendo e ambito,
come appassirai, i miei versi stilleran la tua virtù 

  

Pablo Neruda – BELLA 

Bella,
come nella pietra fresca
della sorgente, l’acqua
apre un ampio arco di spuma,
cosí è il sorriso sul tuo volto,
bella. 

Bella,
di fini mani e di piccoli piedi
come un cavallino d’argento,
che corre, fiore del mondo,
così ti vedo,
bella. 

 Bella,
con un nido di rame intrecciato
sulla testa, un nido color
di miele e di ombra
dove il mio cuore riposa e brucia,
bella. 

 Bella,
gli occhi non li contiene il tuo volto,
non li contiene la terra.
Ci sono paesi, fiumi
nei tuoi occhi,
c’è la mia patria nei tuoi occhi,
io vi cammino,
essi danno luce al mondo
dove io cammino,
bella. 

Bella,
i tuoi seni sono come due pani
fatti di terra, grano e luna d’oro,
bella. 

Bella,
la tua vita
l’ha scolpita il mio braccio come un fiume che sia passato mille anni per il tuo dolce corpo,
bella. 

 Bella,
non esiste nulla come i tuoi fianchi;
forse la terra possiede
in qualche luogo nascosto
la forma ed il profumo del tuo corpo,
forse, in qualche luogo,
bella. 

 Bella, mia bella,
la tua voce, la tua pelle, le tue unghie,
bella, mia bella,
la tua essenza, la tua luce, la tua ombra,
bella,
tutto questo è mio, bella,
tutto questo è mio, mia,
quando cammini o riposi,
quando canti o dormi,
quando soffri o sogni,
sempre,
quando sei vicina o lontana,
sempre,
sei mia, mia bella,
sempre.