A CHI MI GENERO’

Sandro BOTTICELLI – LA PRIMAVERA

Padre nostro che sei nei cieli…

e tu, madre nostra …  a voi

che siete tutto, per noi, sulla terra,

innalzo questa preghiera.

Padre che mi hai generato 

della stessa sostanza del padre,

sia santificato il tuo nome …

Ave a te, o madre, Maria,

madonna, piena di grazie.

Tu, prena, la vita mi desti 

quel giorno, candido fiore,

offrendo il tuo grembo

generoso, cibo d’amore.

Duri in terra il tuo regno…

mia vita, e duri in eterno !

Sia fatta così la tua volontà…

Tu che mi ami senza misura,

come in cielo così in terra…

E da questo paradiso, o terra,

s’alzi la mia preghiera d’amore.

Che giunga al profondo dei cieli!

a

Padre nostro che sei nei cieli,

dacci oggi il nostro pane quotidiano…

fu generoso, o madre, il tuo seno di latte,

rimettete a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori…

io, che saldare mai potrò

il debito dell’amore che tu mi donasti,

io, che debitore  in eterno sarò,

mai chiederò ad un uomo

d’esser mio debitore. E niente

ci possa indurre mai in tentazione…

Padre nostro che sei nei cieli,

per liberarci per sempre dal male

occorre che il mio desiderio,

domani, ricambi il desiderio

che tu hai un giorno esaudito

provando, una notte, desiderio di me.

Padre nostro che sei nei cieli,

amo anch’io la donna che di notte

m’ama come te che m’amasti

dell’amore più puro. Or nessun mal

nel mio cor potrà più s’insinuare…

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IL DESIDERIO

Sandro BOTTICELLI - VENERE VEGLIA MARTE DORMIENTE

Sprofonda nella notte, a una cert’ora, la vita.

E, con lei, tutto affonda in un denso mare nero, senza fondo.

Il sonno, allora, diventa padrone del mondo.

Il suo primo sguardo si volge al cielo, per accertarsi che sia giunta, tempestiva e puntuale, la compagnia delle stelle a dargli manforte.

E quale sgomento lo prende, quelle volte che si ritrova solo, disperato come certi barboni, padroni del mondo di notte, ma senza nessuno a fargli compagnia.

Certe volte le stelle sono in ritardo.

Oppure accade, certe volte, che, per dispetto, o per qualche altro disguido tecnico degli apparati cosmici universali, quelle, le stelle, dispettose, o imprecise e difettose, non si presentano puntuali all’appuntamento della notte, e no, non si  fanno vedere, certe volte, e , certo, ci piacerebbero, apparecchiate di tutto punto, con i bei gioielli bene in vista appuntatia spillo sul  tondo petto, luccicanti, di notte, e assai preziosi.

Alle volte è la nera armata delle nubi, schierata in formazione  quadrata, che plana all’improvviso, con le sue coorti oscure di cirri e nembi, e piomba sulla terra buia, dichiarando guerra, in quelle ore notturne, al sopraggiunto padrone del mondo.

E sono assalti all’orizzonte atro, tonanti scariche di tamburi in marcia, e guizzi e fiamme e baleni lampeggianti.

Ma lui, il padrone delle tenebre, da sempre avvezzo a lotte così dure, sa difendersi strenuemente.

Col fischio, chiama i suoi palafrenieri fidi e gli ordina, arrogante, di sparger la magica polvere dei sogni sugli occhi stanchi della vita, perchè, stregati e fiacchi prigionieri, s’offrano alla milizia tetra della notte.

Quella polvere ha lo stesso potere d’incantesimo che hanno le parole dei poeti, con le loro punture d’inchiostro, che squadernano davanti agli occhi degli uomini il fantastico campionario d’immagini che non si distinguono dal vero delle cose, reali fantasmi colti dagli attoniti sguardi ormai stanchi.

Il nuovo padrone invoca l’assalto del feroce vento potente, che con un solo boccone ingoia la densa ariosa massa grigia delle nuvole, tinta dell’inchiostro della piovra.

Il sonno conosce mille trucchi, è il veterano della crudele guerra che si combatte, ogni giorno, fra gli arcieri del sole, che scagliano tempeste di dardi verso le mura di basalto da cui cola, grassa, colata di pece bollente che imprigiona il bagliore del giorno, e le armate del regno delle tenebre, che corrono  a nascondersi dietro la linea sottile dell’orizzonte.

A volte, quando qualcuno di quei dardi colpisce il suo cieco bersaglio, l’aria si tinge di sangue, arrossando col suo riflesso di rubino, il cristallo trasparente del cielo.

Il sonno, il padrone del mondo, che conquista gli spazi infiniti della notte sprofondata nel nulla, sa nascondere al corpo i segni delle ferite quotidiane, e inganna il suo esercito incolpevole di innocenti angeli alati e fanciulli leggiadri.

Lui ca come confondere i socchiusi occhi degli uomini con precise pennellate di colore, e trasformare le vaghe ombre delle visioni notturne in dolci forme d’acerbe ninfe dei boschi, che offrono ai distratti sognatori solitari dolci calici colmi di vino mielato e rosse ciliegie golose.

Nelle profondità sconfinate di quel mare che monta di notte e digrada sul mondo, ogni volta accade che la vita venga sospinta lontano dalla marea volubile dei sogni.

Nell’abisso della notte, un guscio di noce si prende cura, per lunghe ore, delle spoglie dei corpi spossate dalla lotta, che alla fine del lungo torneo, giacciono riverse, abbandonate alla dolce riposante carezza della morte temporanea della coscienza.

Mai, la morte può essere considerata una dolce compagna, se non per gli uomini disperati, che agognano di lasciare per sempre il mare di fiamme della vita nel quale ardono senza requie per volere di un demonio senza pietà, che li sospinge nel fondo di quel mare di lava a viva forza, senza sosta.

Questa è la morte che desiderano i corpi, rosi dalla vampa del dolore, consumati dalla brace della disperazione, divorati dal fuoco di esistere.

La coscienza, invece, è di tutt’altra tempra.

Essa non teme affatto la morte, nè mai la invoca.

Anzi, la sfida continuamente, la provoca senza pudore  o paura, lasciandosi abbracciare, abbandonandosi, riversa, tra le membra del suo amante, il padrone, il dio del sonno.

E così, la coscienza, nuda, dimentica di sè, amante perduta, totalmente si dona al suo schivo compagno, ogni volta, quando arriva la notte.

Allora si abbandona finalmente al piacere, impudico, di lasciarsi dominare dal suo animalesco istinto, che tutto vuole sapere e conoscere e far suo e sperimentare, in questa materia torrida d’amore.

E anzi, quasi altro ella non desidera, durante il lungo giorno dominato dal sole.

E allora, si vede, a tratti, distratta, che si allontana furtiva, si apparta in un minuscolo angolo nascosto del giardino, a sognare, con lo sguardo perduto, sospirando esitante, il talamo d’amore sul quale, più tradi, con la complicità delle tenebre, si abbandonerà lasciva, per consumare il suo estenuante amplesso d’amore.

Nella notte sprofonda la vita, quando si ritira il guardiano che trattiene i sogni dietro le sbarre del giorno, col suo scudo dorato di luce che brilla e acceca gli sguardi troppo curiosi.

Tutto questo accade, ogni giorno, nella vasta profondità in cui s’addensa la viva massa guizzante dei sogni.

E il desiderio più vero, d’ogni tipo di uomo come pure d’ogni figura di donna, è quella dolce temporanea morte, il piacere più alto, l’abbandonarsi all’amore del padrone del regno dei sogni.

OCCHI

Sandro BOTTICELLI - NASCITA DI VENERE (particolare)

Affondò dritto lo sguardo nei suoi occhi.

Erano liquidi, come l’acqua verde e azzurra del mare tropicale e, così, caldi, irrequieti e cristallini.

Ebbero un sussulto quando il suo sguardo, come una lama, si conficcò in quel lago trasparente.

Si mossero, si animarono, trascinando il suo sguardo nel moto ondoso di una marea tranquilla ma inarrestabile.

E allora, riscuotendosi d’improvviso, per un istante, dalla visione in cui era sprofondato, disse:

“Ora hai la vita!

La senti ardere, lì, in quelle due stelle che ti ho donato per ammirare il mondo?

In quei due specchi si riflette la mia vita, dura come il cristallo, regolare e matematica, spigolosa, come il quarzo, eppure, agitata come le onde degli oceani, mossa dalla forza irrefrenabile delle libere acque del pianeta, eterea come la purezza del cielo. A quello ho rubato il colore per accendere i tuoi zaffiri !

Un raggio, ora, ci unisce.

Un magico incentesimo ci lega.

Così dovrà essere in eterno. Finquando i miei occhi annegheranno nei tuoi, tu godrai del dono della vita.

E così sarà. Per sempre. Finchè i tuoi occhi accenderanno di luce gli occhi i miei, io godrò del dono della vista, per inondare di vita gli occhi tuoi.

Tu sei la luce che colora i fiori dai mille petali, per me, e gli uccelli dalle mille piume ed i tramonti dalle mille tinte.

Ed io sarò, per te, il sole, che a tutte le cose dona il colore ed il calore e la vita !

E tu ti alzerai al mattino, per me. E correrai impazzita, felice, per il mondo, e donerai, a tutti, la tua luminosa bellezza.

E avrà termine il giorno solo quando si stancherà la tua corsa, o quando tu lo vorrai, o quando vorrai concedere il riposo della notte all’astro dorato che da te prende luce e calore per ardere eterno.

E in te s’intingerà di colore il disco d’argento quando, sul nero della notte, abbracciata all’oscuro infinito del mare, vorrai stendere i tremolanti riflessi dei mille miraggi che si confondono negli stanchi occhi degli assonnati lupi di mare.

Ai miei occhi, persi nei tuoi, giungerà il ritmo dei colori che battono il tempo del tuo cuore, quel cuore che batte perchè io ho dato a te la mia vita !

Ai miei occhi, i tuoi ho legato, con un nodo che nessuno potrà mai più sciogliere.

E non potrà più, il battito distratto di un ciglio svogliato, portare il riposo di un attimo ai nostri sguardi, avvinti in catene che non si possono spezzare: quell’istante di buio staccherebbe me da te, e te, da me, e la luce, in noi, si spegnerebbe e, con essa, il mondo anche si spegnerebbe e l’universo, intero, s’immergerebbe nell’abisso di tenebre, dove annegherebbe, senza pietà, e dal quale non potrebbe più risalire, a vedere la vita.”

“Non sei tu a donare a me la luce e la vita”

Risposero quegli occhi, in un lampo, dolci d’amore ardente e d’amante.

“Il dono che tu a me fai è il più grande, lo so.

Il tuo amore ha la forza di un titano, di un eroe, di un dio.

E’ il desiderio d’avermi che spinge te a donarmi la vita.

Tu hai segnato le mie forme sulla tela del mondo, le hai riempite di carni ardenti e d’amore e, dolci, le hai profumate con i colori più belli.

Tu hai dato splendore alle mie chiome, e leggerezza, intrecciandole di dardi di sole e saette di luna, perchè nelle tue mani fremeva la voglia di prendere per mano i siderei zefiri che che baciano liberi l’aria cristallina e accarezzare il cielo che splende di luce argentata e volare, così, con essi, verso gli astri infiniti.

Tu hai messo sulle mie labbra il colore del fuoco ed il sapore d’ambrosia, per riscaldare i tuoi baci ed addolcire il gelo dei tuoi giorni mortali d’ombra e fatica.

Tu mi hai dato la vita perchè insieme, così, noi siamo la perfezione, l’eterno, il miracolo che si ripete e dà senso ai giorni, affollati di fantasmi, ed ai sogni, che animano la penombra della notte.

Il tuo dono è un dono d’amore.

Amore per me e amore per te.

L’amore, per l’amore.

Per essere vivi entrambi.

Io senza il tuo dono sarei come l’ombra quando la fiamma ancora non s’è accesa, sarei come la foglia quando il seme dorme ancora sepolto sotto la tiepida coltre della terra d’inverno.

Io, tutto, a te, devo, mio amore, che tutto mi doni.

Ma non sei tu che, a me, doni la vita.

Son io che a te dono la vita.

L’acqua che dolce si culla nel fondo dei miei occhi di tenero sogno marino viene dalla sacra fonte della Vita che è nel più profondo di me.

Le tenere forme che i tuoi occhi accarezzano sono le forme che la Bellezza ha impresso ai tuoi gesti quando mi hai composta sulla tela del mondo.

Quello che, di me, tu, con più forza, più intimamente desideri, senza neanche sapere che il desiderio nasce nel più profondo di te, è la mia anima, che in me vive e dona calore e luce ai miei occhi e che tu non sai di aver acceso quando i tuoi occhi sono annegati nei miei.

E io dono a te la vita !

Io sono Venere.

Io, la Bellezza.

Io, che sono tua creatura, tua forma, tua idea, tuo sogno, tua immagine, tuo fantasma, tua maschera, tua illusione, tua perdizione !

Io, sono io, che ti dono, Sandro, la vita ! “

VENUS

Alessandro Botticelli, Venere, 1482 circa Galleria Sabauda

Sono due giorni che ti vedo.

Due giorni che t’incontro.

Vedo brillare i tuoi occhi, nell’ombra, della verde luce della bellezza.

I tuoi capelli si ergono orgogliosi, turgidi come virgulti animati dalla forza dell’universo, radianti la tua aura iridescente di dea.

La tua pelle è candida, mai sfiorata da mano di uomo o dal respiro del vento, innocente, puro riflesso d’argento fremente di vita.

Alta, sei alta e svetta la tua bellezza in tra gli altri visi che pure possono dirsi ritratto di beltà, ma impallidisce ogni grazia al tuo confronto, creatura di un altro mondo che hai dipinto negli occhi miei i colori di ciò ch’è più prezioso.

Il tuo seno è forte come le colline che allattano gli olivi secolari e, così, nutriente alimento della vita che detta il desiderio d’appagamento alla bocca mia.

Dritta, ti ergi, dea, in tra di noi mortali creature e solo io posso vederti e bere della tua gorgogliante risata cristallina.

Un attimo soltanto il tuo sguardo mi ha trafitto, dardeggiando di tra la tua chioma corvina ed ha espugnato la mia caverna dove ancora rimbomba l’eco mai spentadell’amore urlato a squarciagola da quel dio che mi ha donato la vita.

Tuo pari, io sono, con questo immenso turbine che mi agita e sconvolge la natura mia fin nel profondo delle fondamenta del creato al quale apparteniamo per dono di chi volle così.

Mi accosto con lo sguardo dritto a te davanti, in tra la folla che preme a noi d’attorno e come le onde impetuose del mare tempestoso sembra volerci sommergere ed annientarci.

Ma, pur in quel turbine che ambisce travolgerci, il tuo delicato aroma di fiore in pieno sboccio resta sospeso nell’aere ed io ad esso mi aggrappo e, leggero e forte, mi trasporta al tuo cospetto e lì, stupìto, mi lascia, caduto ai tuoi piedi, io, impotente a saperti spiegare il dono di splendore che al mondo regali.

Dea dall’ardente sangue di tutti i colori del sangue degli dei dell’Olimpo, alzi il sopracciglio per un attimo solo e saette e fulmini di luce sfuggono ai tuoi occhi e ardono in fiamma d’amore i miei, sui tuoi, dolci, posati per il magico incanto d’un momento voluto dal volubile Eros.

Non c’è suono nelle parole mie ed io, intanto, muto, ai tuoi piedi, carezzo i segni del tuo passo leggero, schiavo del formidabile incantesimo che a te soggetto mi rese, a te, mia padrona, sensuale imago di dea che infonde il gusto d’amore a le creature a te lontanamente rassomiglianti.

Gli occhi tuoi sono curve di mandorla odorosa intinta nel verde cobalto della quiete marina appena baciata dal primo sole che sboccia.

La tua bocca infonde il respiro alle rose che riempiono d’aria il giardino del mondo, mentre le tue labbra regalano alle ciliegie l’intensità della tinta in cui il tramonto sanguigno intinge i suoi tentacoli di fuoco.

Il sapore dei tuoi baci è nettare che bea le fortunate creature dell’Olimpo e il calore delle tue carezze è l’energia che fa muovere, a te eternamente devoti, gli astri al tuo volere.

Il miele del tuo più intimo secreto ha la dolcezza del perdono offerto al condannato alle fiamme eterne dell’amore.

La vita è la linfa che scorre dal tuo grembo sulla terra, infondendo la sua forza invincibile alla Natura da cui prendono origine tutte le cose.

Io, ti ho vista.

Si, per due giorni, io ti ho vista, mia dea, mia dolce creatura.

E ormai al mio mondo appartieni, sei mia, mia dea, sei incatenata al mio cuore, del quale sei prigioniera.

E mai più, tu, mia nobile dea femminina, mai più, tu, ne potrai fuggire !

dedicato ad una dea che non ho conosciuto.