POSEIDONIA – photopost

Photo by Pierperrone - per il photopost cliccare sull'immagine oppure qui
Photo by Pierperrone – per il photopost cliccare sull’immagine oppure qui

Passeggiare nei luoghi della storia ha sempre un fascino speciale.
Ma quale sia, veramente, questo fascino, in cosa consista precisamente, a cosa debba la sua presenza palpabile, ecco, questo, me lo domando, ma non so darmi una risposta pienamente soddisfacente.
Sfugge sempre qualche cosa.
E’ come chiedersi in cosa stia l’amore, quando guardi – e ti domandi – il bel volto amato e sul suo valore immenso, a cui non si sa mai dare una misura esatta.
E cosa sia la Bellezza, anche questo sfugge, non appena si presenti il punto.
Interrogativo, è ovvio.
Interrogativi che affliggono i poeti, che vorrebbero sapere tutto senza avere la boria dei filosofi.
Perchè, ai poeti, alfine basta l’impressione della dolce voce della Musa.
Consolante presenza numinosa.
Abitatrice degli antichi cardi e decumani.

Cantava Neruda per spiegare lo sfuggente senso dell’amore…

… Saprai che non t’amo e che t’amo..
… perché la vita è in due maniere,
la parola è un’ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.
Io t’amo per cominciare ad amarti,
per ricominciare l’infinito,
per non cessare d’amarti mai:
per questo non t’amo ancora.
T’amo e non t’amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sventurato.
Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo t’amo quando non t’amo
e per questo t’amo quando t’amo…

E anche la Bellezza sfugge, con i suoi contorni frastagliati, allo sguardo attento dei poeti.
Bellezza del conoscere o del toccare, del desiderare o dell’ammirare… Shelley, Baudelaire, Gibran, Neruda, e chissà quanti altri son restati estasiati dinanzi al mistero inspiegabile di qualcosa che attrae e che non si può spiegare…
E quanti altri ancora avranno interrogato le Musa che, paziente, ha sempre offerto un riparo dalla tempestosa ansia di dare una risposta all’impossibile.

Passeggiando fra i sentieri, in mezzo alle colonne antiche, agli echi lontani che, da millenni, tendendo l’orecchio attentamente, non si sono del tutto spenti, là, in mezzo alla polvere del tempo, fra i fili d’erba vibranti d’armonie profonde e i rami d’alberi sintonizzati su frequenze d’onde lunghe, anche i petali dei fiori diventano immagini di storia eterna.

Una rosa, fiorì in quel punto del sentiero,
uno o due millenni fa, accanto al tempio della dea,
dove, oggi, uno o due turisti trafelati
battono il sandalo distratti. Lì vi fu un’aiola,
un tempo, innaffiata con amorevole attenzione,
furtivamente, occhi si posavano sui raggi della luna
che parlava la lingua delle Muse, nota alla Sibilla,
incomprensibile per i vani umani passeggeri…

CUMA - ANTRO DELLA SIBILLA (photo by Pierperrone)
CUMA – ANTRO DELLA SIBILLA (photo by Pierperrone)
Annunci

DESTINO

Alphonse MUCHA - DESTINO (click on)

Quando la notte si alzò il candore morbido della luce l’avvolse.

La notte, impastata di ombra densa e di fluido liquido, fornì volentieri la materia per le sue forme rotonde.

E dalla luna alta, occhio del dio che, in segreto, spiava stupìto dallo strappo lacerato dell’alta volta oscura del cielo, colò un raggio di forza creatrice.

Il fango ne fu scosso.

Il caos corse a nascondersi, spaventato, atterrito.

Gonfiando le pigre vele che abbracciavano le tenebre asciutte, l’alito del vento ondeggiava lungo la riva del fiume, pellegrino di lontane distanze, cantore di storie antiche, anima del mondo.

Tutto, intorno era stato immobile, fino ad allora, in attesa, aspettando, senza sapere, che giungesse, alfine, quell’istante fatale, da tempo immemore.

Nel grembo umido della terra, i germogli, ancora racchiusi nelle infinite virtualità del seme, fremettero.

La vibrazione della vita cominciò a propagarsi nell’etere e, poi, piano, a contagiare le forme ancora nascoste dentro la materia informe.

Tutto era ancora senza un nome, senza voce, senza senso, senza significato.

L’occhio divino che sbirciava dallo squarcio nel nero sipario irradiava per l’attorno indefinito l’energia della luce, viva come l’argento, ardente come la fiamma, insaziabile.

Sulla riva, fra le felci verdi e le cristalline iridescenze dei riflessi, si compose, lenta, calma, ondulata, una morbida forma.

Dapprima, solo una lieve coppa, poi, un monte, e ancora, appresso, un tentacolo.

Poi, vennero piccole escrescenze che si mossero come dita.

Poco a poco, si plasmarono le forme del cuore, quindi, il palpito prese colore, e, dunque, il ritmo acquisì resistenza.

Le labbra, soavemente, si schiusero per lasciar uscire il fiore di porpora del sorriso, che s’accompagnava al sospiro, affamato di vita.

Ma quella, pigra, ancora esitava, guardandosi intorno, si stirava le membra candide, mentre rimirava un pò interessata, il miracolo che si stava compiendo.

La luce, dallo squarcio in alto, lassù, si concentrò, per farsi più attenta.

Prese le forme di una mandorla, di un abbraccio, e poi … la lunga, infinita,  squassante scossa impartita a quel corpo composto di materia ancora inerte.

Così si armò la forza poderosa dell’amplesso divino !

E ne scaturì la goccia di essenza vitale che pervase a fondo il fango, che con lentezza esasperante si era modellato nei primordi dell’essere.

Il flusso che scaturì da quella scintilla di infinito piacere si propaga ancora oggi per l’intero universo, prendendo il nome di vibrazione cosmica, ma gli scienziati, che nulla di sanno della sapienza più profonda delle cose del mondo, ne attribuiscono la causa alle più disparate circostanze, frutto della loro mente erudita, ma poco saggia.

Bisognava esserci, in quell’attimo che non conosceva ancora la dimensione del tempo, le sue limitazioni feroci, la sua tirannide, la sua prepotenza, la sua schiavitù !

… Quando il corpo cominciò a levarsi, molle, grondante ancora le acque del fiume … coperto solo, nel suo candore di morbida luce lattiginosa, delle felci strappate alle rive dal flussuoso incedere ancestrale delle acque che sgorgano dal centro del cosmo …

Bisognava esserci !

… Quando il fango cominciò a farsi carne, quando il liquido, incolore cristallino, iniziò a tingersi della rossa forza dell’amore, quando il ritmo del cuore, ormai fattosi resistente e inalberatosi come uno scettro nelle mani della vita, battè con un boato assordante che squassò il silenzio che da sempre aleggiava sul mondo…

Ecco, proprio allora … quando … nel preciso istante esatto in cui, gli occhi di perla si aprirono ad abbracciare, con il primo sguardo bramoso, tutto l’infinito circostante … ecco, allora, è proprio allora che l’energia che chiamiamo Bellezza divenne Vita e pervase quel corpo di fango e si fece, in quel corpo, tutt’uno con la Natura.

Si erse, allora, la Perfezione.

Nulla nascondeva il seno acerbo, le spalle candide, la vita armoniosa, il fertile grembo ballerino, le dolci braccia, forti, le gambe agili, ben tornite.

Forme indifferenziate, che ancora non si erano divise nel maschile e femminile, abitavano nella stessa Bellezza.

Il volto era un ovale delicato, pallido, nel quale il cristallino degli occhi brillava come le stelle nascoste nel cielo dietro il drappo di tenebre e dava luce al tumido rossore ancora muto delle labbra.

Era Inanna, Selene, Venere, Afrodite, Hermes, Mercurio, Marte, Apollo.

Era tanti in uno.

Era tanti nomi.

Era la Bellezza, che si alzava a guardare il mondo.

Eppure, tutto restava muto, intorno a lei.

Tutto era ancora morto.

A nulla era servito quel primo miracolo che aveva donato al mondo tanta ricchezza.

L’occhio del dio, in forma di argentea luna, s’interrogò perplesso.

A nulla era servito, quel primo miracolo.

E nulla accendeva ancora quel mondo, sul quale l’occhio divino brillava, ormai stancamente

Deluso, desolato, smorto, il dio, infine annoiato, si ritrasse dallo strappo sul tetro fondale.

E la tenebra ricadde sul mondo.

E rabbrividì, raggelata, la neonata creatura.

Dovettero passare ancora quelli che nopi chiamiamo millenni.

Le ere, allora, non avevano ancora un tempo per essere misurate.

Milioni di anni, o attimi, chissà, per quella solitudine infinita era lo stesso, perchè il tempo, per chi è solo, non ha altra durata che l’infinito essere nulla.

La Bellezza cominciò a maturare.

I morsi dell’amore le lancinavano ormai il ventre, nato per amare.

Gli occhi si facevano pesanti, e poi, poco a poco, divennero secchi, come i petali di un fiore quando appassisce.

Le stelle, anche, si spegnevano, una ad una, dietro l’oscura volta atra.

Aveva perso ogni speranza anche l’occhio del dio e la sua inattività pesava come un macigno sul mondo immobile, che non sapeva che farsene della  più pura Bellezza morente.

In un angolo, lontano, distante, nell’ombra, all’oscuro di sè e del tutto, un pescatore senza nome era intento a raccogliere dalle acque il suo quotidiano argenteo raccolto.

La nassa sul fondale pescava il magro cibo del giorno.

Il suo sguardo s’interrogava, perso nel buio, ma le domande gli sfuggivano, senza parole, non si fermavano, non davano forma a un pensiero.

Vibrava, a tratti, la superficie del fiume.

Una mano della perfetta creatura si tese a implorare carità.

Un candido dito toccò il lurido piede sulla barca, mentre il pescatore era perso, a pescare.

Il desiderio, a quel tocco, prepotente, penetrò in quel corpo di carne dura, che, fino ad allora, era stato solo strumento per l’instancabile fatica dell’esistenza senza coscienza.

Il desiderio !

Il pescatore alzò gli occhi dalla piatta superficie tinta di nero.

Allungò le mani e afferrò l’oscuro drappo sulla sua testa.

Voleva scoprire la luna, e le stelle, e gli astri, tutti, lontani.

Con un gesto solo si fece curioso.

Poi, s’interrogò.

Volle sapere.

Quando si voltò a guardare, scorse il candido dito che raccontava la perfezione della Bellezza.

Attirò a sè le morbide forme che, di scatto, s’infiammarono, frementi.

Si amarono.

La loro discendenza, da noi, prende il nome di Vita.

Lui, per il resto dei giorni, continuò a pescare, felice.

OCCHI

Sandro BOTTICELLI - NASCITA DI VENERE (particolare)

Affondò dritto lo sguardo nei suoi occhi.

Erano liquidi, come l’acqua verde e azzurra del mare tropicale e, così, caldi, irrequieti e cristallini.

Ebbero un sussulto quando il suo sguardo, come una lama, si conficcò in quel lago trasparente.

Si mossero, si animarono, trascinando il suo sguardo nel moto ondoso di una marea tranquilla ma inarrestabile.

E allora, riscuotendosi d’improvviso, per un istante, dalla visione in cui era sprofondato, disse:

“Ora hai la vita!

La senti ardere, lì, in quelle due stelle che ti ho donato per ammirare il mondo?

In quei due specchi si riflette la mia vita, dura come il cristallo, regolare e matematica, spigolosa, come il quarzo, eppure, agitata come le onde degli oceani, mossa dalla forza irrefrenabile delle libere acque del pianeta, eterea come la purezza del cielo. A quello ho rubato il colore per accendere i tuoi zaffiri !

Un raggio, ora, ci unisce.

Un magico incentesimo ci lega.

Così dovrà essere in eterno. Finquando i miei occhi annegheranno nei tuoi, tu godrai del dono della vita.

E così sarà. Per sempre. Finchè i tuoi occhi accenderanno di luce gli occhi i miei, io godrò del dono della vista, per inondare di vita gli occhi tuoi.

Tu sei la luce che colora i fiori dai mille petali, per me, e gli uccelli dalle mille piume ed i tramonti dalle mille tinte.

Ed io sarò, per te, il sole, che a tutte le cose dona il colore ed il calore e la vita !

E tu ti alzerai al mattino, per me. E correrai impazzita, felice, per il mondo, e donerai, a tutti, la tua luminosa bellezza.

E avrà termine il giorno solo quando si stancherà la tua corsa, o quando tu lo vorrai, o quando vorrai concedere il riposo della notte all’astro dorato che da te prende luce e calore per ardere eterno.

E in te s’intingerà di colore il disco d’argento quando, sul nero della notte, abbracciata all’oscuro infinito del mare, vorrai stendere i tremolanti riflessi dei mille miraggi che si confondono negli stanchi occhi degli assonnati lupi di mare.

Ai miei occhi, persi nei tuoi, giungerà il ritmo dei colori che battono il tempo del tuo cuore, quel cuore che batte perchè io ho dato a te la mia vita !

Ai miei occhi, i tuoi ho legato, con un nodo che nessuno potrà mai più sciogliere.

E non potrà più, il battito distratto di un ciglio svogliato, portare il riposo di un attimo ai nostri sguardi, avvinti in catene che non si possono spezzare: quell’istante di buio staccherebbe me da te, e te, da me, e la luce, in noi, si spegnerebbe e, con essa, il mondo anche si spegnerebbe e l’universo, intero, s’immergerebbe nell’abisso di tenebre, dove annegherebbe, senza pietà, e dal quale non potrebbe più risalire, a vedere la vita.”

“Non sei tu a donare a me la luce e la vita”

Risposero quegli occhi, in un lampo, dolci d’amore ardente e d’amante.

“Il dono che tu a me fai è il più grande, lo so.

Il tuo amore ha la forza di un titano, di un eroe, di un dio.

E’ il desiderio d’avermi che spinge te a donarmi la vita.

Tu hai segnato le mie forme sulla tela del mondo, le hai riempite di carni ardenti e d’amore e, dolci, le hai profumate con i colori più belli.

Tu hai dato splendore alle mie chiome, e leggerezza, intrecciandole di dardi di sole e saette di luna, perchè nelle tue mani fremeva la voglia di prendere per mano i siderei zefiri che che baciano liberi l’aria cristallina e accarezzare il cielo che splende di luce argentata e volare, così, con essi, verso gli astri infiniti.

Tu hai messo sulle mie labbra il colore del fuoco ed il sapore d’ambrosia, per riscaldare i tuoi baci ed addolcire il gelo dei tuoi giorni mortali d’ombra e fatica.

Tu mi hai dato la vita perchè insieme, così, noi siamo la perfezione, l’eterno, il miracolo che si ripete e dà senso ai giorni, affollati di fantasmi, ed ai sogni, che animano la penombra della notte.

Il tuo dono è un dono d’amore.

Amore per me e amore per te.

L’amore, per l’amore.

Per essere vivi entrambi.

Io senza il tuo dono sarei come l’ombra quando la fiamma ancora non s’è accesa, sarei come la foglia quando il seme dorme ancora sepolto sotto la tiepida coltre della terra d’inverno.

Io, tutto, a te, devo, mio amore, che tutto mi doni.

Ma non sei tu che, a me, doni la vita.

Son io che a te dono la vita.

L’acqua che dolce si culla nel fondo dei miei occhi di tenero sogno marino viene dalla sacra fonte della Vita che è nel più profondo di me.

Le tenere forme che i tuoi occhi accarezzano sono le forme che la Bellezza ha impresso ai tuoi gesti quando mi hai composta sulla tela del mondo.

Quello che, di me, tu, con più forza, più intimamente desideri, senza neanche sapere che il desiderio nasce nel più profondo di te, è la mia anima, che in me vive e dona calore e luce ai miei occhi e che tu non sai di aver acceso quando i tuoi occhi sono annegati nei miei.

E io dono a te la vita !

Io sono Venere.

Io, la Bellezza.

Io, che sono tua creatura, tua forma, tua idea, tuo sogno, tua immagine, tuo fantasma, tua maschera, tua illusione, tua perdizione !

Io, sono io, che ti dono, Sandro, la vita ! “

BELLEZZA

Roma: Cupola della Basilica di San Pietro e della Chiesa di Santa Maria in Sassia

Nel mare di latte perlato, oggi,

è immersa la città incantata.

Seni turgidi dai capezzoli acerbi,

maestosamente gonfi all’orizzonte,

sovrastano i tetti inondati di luce.

L’aria gialla, densa d’ambrato miele,

addolcisce il bacio che le mie labbra,

bramose, suggono voraci alla vita.

Scesi dall’arco magico dei sette colori

si stanno nell’incanto gli dei superbi,

sporgendosi, cheti, dai timpani dei templi.

Ombre lievi m’offron le diafane forme

di carne opalina, rubate al pario marmo,

amanti, ancelle dell’Eterna, dea Bellezza.

Tutto freme, immobile, e vibra d’eterno

nella fissa ora che batte il tempo del cuore

che, ancora, incantato, si giace …

… dimentico.

A GIFT FOR MY 50th BIRTHDAY

Percy Bysshe Shelley – INNO ALLA BELLEZZA INTELLETTUALE

I La terribile ombra d’un invisibile Potere fluttua
in mezzo a noi, benché non vista – e visita
questo svariato mondo con incostante ala,
come le brezze dell’estate che strisciano di fiore in fiore.
Come raggi di luna che dietro una montagna fitta di pini scrosciano,   5
visita con sguardo incostante
il cuore e il volto di ogni uomo;
come colori e armonie la sera,
come nuvole disperse nel chiarore delle stelle,
come il ricordo d’una musica fuggita,                                         10
come qualcosa che per sua grazia possa
essere cara, e tuttavia più cara per il suo mistero. 

II Spirito di BELLEZZA, che consacri
coi tuoi colori ogni pensiero e ogni forma
umana su cui splendi – dove te ne sei andato?                                 15
perché trascorri e lasci il nostro stato,
questa oscura e vasta valle di lacrime, deserta e desolata?
Chiedi perché per sempre il sole
non tessa arcobaleni sul torrente,
perché quello che appare, scolori e si dissolva, –                         20
perché paura e sogno e morte e nascita
sulla giornata della terra gettino
un’ombra tale, – e all’uomo venga dato
tanto d’amore e d’odio, e di sconforto e di speranza? 

 III 

 Da mondi più sublimi nessuna voce ha mai                                         25
dato ai poeti o ai saggi la risposta –
perciò i nomi di Dio, dei demoni e del Cielo,
non sono che tracce del loro vano sforzo, incanti fragili,
che recitati non aiutano a staccare
da tutto quello che sentiamo e vediamo                                       30
il dubbio, il caso e la mutevolezza.
Soltanto la tua luce – come una nebbia sopra i monti,
o musica che il vento della notte
manda attraverso uno strumento immoto,
o il chiaro della luna sulle acque,                                                 35
dà grazia e verità al sogno inquieto della vita. 

 IV 

Speranza, Amore, e Orgoglio, passano come nuvole e ritornano,
per qualche incerto attimo concessi.
L’uomo sarebbe immortale, e onnipotente,
se tu, ignota e terribile, fissassi                                                            40
col tuo glorioso seguito dimora nel suo cuore.
Tu messaggero degli affetti
che crescono e declinano negli occhi degli amanti –
tu – che alimenti il pensiero umano,
come l’oscurità una fiamma morente!                                           45
non ti partire come la tua ombra venne,
non ti partire – o la tomba sarà
come la vita e la paura, un’oscura realtà. 

 Fanciullo ancora, andavo in cerca di spettri e attraversavo
fugace stanze vigili, rovine e anfratti,                                                50
e boschi al chiarore delle stelle, con timorosi passi perseguendo
speranze d’alto conversar coi morti.
E invocavo i nomi velenosi che nutrono la nostra giovinezza;
non fui ascoltato – non li vidi – quando,
mentre ero assorto sul destino                                                     55
del vivere, nel dolce tempo in cui i venti corteggiano
tutte le cose vive che si destano per recare
nuove gemme e fiori, – all’improvviso,
la tua ombra cadde sopra di me;
io detti un grido, e giunsi le mani in rapimento!                                    60 

VI 

 Allora feci il voto di consacrare le mie forze
a te e a ciò che t’appartiene – non l’ho mantenuto?
Con cuore palpitante e occhi in lacrime, adesso
dai loro taciti sepolcri invoco
i fantasmi di mille ore, che in pergolati chiari di visioni,                          65
d’ardente studio o dilettoso amore,
hanno vegliato con me l’invida notte –
e sanno che mai gioia illuminò questa mia fronte
non giunta alla speranza che tu avresti liberato il mondo
dalla sua oscura schiavitù                                                             70
che tu – terribile SPLENDORE,
avresti dato ciò che la parola non può esprimere. 

 VII 

 Il giorno diventa più solenne e più sereno,
trascorso il meriggio – c’è un’armonia
in autunno, e una luce nel suo cielo,                   75
che nell’estate non si sente e non si vede,
come se non potesse esserci, come se non ci fosse stata!
Così il tuo potere, che come la verità
della natura sulla mia inerte giovinezza
discese, alla mia vita d’ora innanzi doni                   80
la sua calma – a uno che ti adora,
e venera le forme in cui sei infuso,
e che i tuoi incanti, SPIRITO bello, spinsero
a temere se stesso, e amare tutti gli uomini. 

  

 

Kahlil Gibran – “Sulla bellezza”

 

E un poeta disse:
Parlaci della Bellezza. 

E lui rispose:
Dove cercherete e come scoprirete la bellezza,
se essa stessa non vi è di sentiero e di guida?
E come potrete parlarne,
se non è la tessitrice del vostro discorso?
L’afflitto e l’offeso dicono:
“La bellezza è nobile e indulgente.
Cammina tra noi come una giovane madre confusa dalla sua stesa gloria”.
E l’appassionato dice:
“No, la bellezza è temibile e possente.
Come la tempesta, scuote la terra sotto di noi e il cielo che ci sovrasta”. 

Lo stanco e l’annoiato dicono:
“La bellezza è un lieve bisbiglio.
Parla del nostro spirito.
La sua voce cede ai nostri silenzi
come una debole luce che trema spaurita dall’ombra”.
Ma l’inquieto dice:
“Abbiamo udito il suo grido tra le montagne,
E con questo grido ci sono giunti strepito di zoccoli,
battiti d’ali e ruggiti di leoni”. 

Di notte le guardie della città dicono:
“La bellezza sorgerà con l’alba da oriente”.
E al meriggio colui che lavora e il viandante dicono:
“L’abbiamo vista affacciarsi sulla terra dalle finestre del tramonto”.
D’inverno, chi è isolato dalla neve dice:
“Verrà con la primavera balzando di colle in colle”.
E nella calura estiva il mietitore dice:
“L’abbiamo vista danzare con le foglie dell’autunno
e con la folata di neve nei capelli”. 

Tutte queste cose avete detto della bellezza,
Tuttavia non avete parlato di lei,
ma di bisogni insoddisfatti.
E la bellezza non è un bisogno,
ma un’estasi.
Non è una bocca assetata,
né una mano vuota protesa,
Ma piuttosto un cuore bruciante e un’anima incantata.
Non è un’immagine che vorreste vedere
né un canto che vorreste udire,
Ma piuttosto un’immagine che vedete con gli occhi chiusi,
e un canto che udite con le orecchie serrate.
Non è la linfa nel solco della corteccia,
né l’ala congiunta all’artiglio,
Ma piuttosto un giardino perennemente in fiore
e uno stormo d’angeli eternamente in volo. 

Popolo di Orfalese,
la bellezza è la vita,
quando la vita disvela il suo volto sacro.
Ma voi siete la vita e siete il velo.
La bellezza è l’eternità che si contempla in uno specchio.
Ma voi siete l’eternità e siete lo specchio. 

  

   

Charles Baudelaire – Inno alla Bellezza 

Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall’abisso, Beltà?
Il tuo sguardo, infernale e divino,
versa, mischiandoli, beneficio e delitto:
per questo ti si può comparare al vino. 

Riunisci nel tuo occhio il tramonto e l’aurora,
diffondi profumi come una sera di tempesta;
i tuoi baci sono un filtro, la tua bocca un’anfora,
che rendono audace il fanciullo, l’eroe vile. 

Sorgi dal nero abisso o discendi dagli astri?
Il Destino incantato segue le tue gonne come un cane:
tu semini a casaccio la gioia e i disastri,
hai imperio su tutto, non rispondi di nulla. 

Cammini sopra i morti, Beltà, e ridi di essi,
fra i tuoi gioielli l’Orrore non è il meno affascinante
e il Delitto, che sta fra i tuoi gingilli più cari,
sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente. 

 La farfalla abbagliata vola verso di te, o candela,
e crepita, fiammeggia e dice: “Benediciamo questa fiaccola!”.
L’innamorato palpitante chinato sulla bella
sembra un morente che accarezzi la propria tomba. 

 Venga tu dal cielo o dall’Inferno, che importa,
o Beltà, mostro enorme, pauroso, ingenuo;
se il tuo occhio, e sorriso, se il tuo piede, aprono per me
la porta d’un Infinito adorato che non ho conosciuto? 

 Da Satana o da Dio, che importa?
Angelo o Sirena, che importa se tu
– fata dagli occhi vellutati, profumo, luce, mia unica regina –
fai l’universo meno orribile e questi istanti meno gravi? 

  

William  Shakespeare – “Sonetto 54”Quanto ancor più bella sembra la bellezza,
per quel ricco ornamento che virtù le dona!
Bella ci appar la rosa, ma più bella la pensiamo
per la soave essenza che vive dentro a lei.
Anche le selvatiche hanno tinte molto intense
simili al colore delle rose profumate,
hanno le stesse spine e giocano con lo stesso brio
quando la brezza d’estate ne schiude gli ascosi boccioli:
ma poiché il loro pregio è solo l’apparenza,
abbandonate vivono, sfioriscono neglette e
solitarie muoiono. Non così per le fragranti rose:
la loro dolce morte divien soavissimo profumo:
e così è; per te, fiore stupendo e ambito,
come appassirai, i miei versi stilleran la tua virtù 

  

Pablo Neruda – BELLA 

Bella,
come nella pietra fresca
della sorgente, l’acqua
apre un ampio arco di spuma,
cosí è il sorriso sul tuo volto,
bella. 

Bella,
di fini mani e di piccoli piedi
come un cavallino d’argento,
che corre, fiore del mondo,
così ti vedo,
bella. 

 Bella,
con un nido di rame intrecciato
sulla testa, un nido color
di miele e di ombra
dove il mio cuore riposa e brucia,
bella. 

 Bella,
gli occhi non li contiene il tuo volto,
non li contiene la terra.
Ci sono paesi, fiumi
nei tuoi occhi,
c’è la mia patria nei tuoi occhi,
io vi cammino,
essi danno luce al mondo
dove io cammino,
bella. 

Bella,
i tuoi seni sono come due pani
fatti di terra, grano e luna d’oro,
bella. 

Bella,
la tua vita
l’ha scolpita il mio braccio come un fiume che sia passato mille anni per il tuo dolce corpo,
bella. 

 Bella,
non esiste nulla come i tuoi fianchi;
forse la terra possiede
in qualche luogo nascosto
la forma ed il profumo del tuo corpo,
forse, in qualche luogo,
bella. 

 Bella, mia bella,
la tua voce, la tua pelle, le tue unghie,
bella, mia bella,
la tua essenza, la tua luce, la tua ombra,
bella,
tutto questo è mio, bella,
tutto questo è mio, mia,
quando cammini o riposi,
quando canti o dormi,
quando soffri o sogni,
sempre,
quando sei vicina o lontana,
sempre,
sei mia, mia bella,
sempre.