IL MATTINO

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Foto by Pierperrone

Se non fosse che… dissolti i fantasmi
che abitano la notturna veglia, ora…
la calma serena del mattino… un manto
di grigie nuvole l’aria ferma increspa…

Se non fosse che… scossi i vaghi sogni
che a grappoli, a tre a cinque, ormai…
al passato il capo volgon… un’attesa
di qualcosa d’ineffabile l’ora inquieta…

Se non fosse che… mossi i nostri corpi
che risorti dal pesante sonno, adesso…
nel giorno avanti spalancato… un’ansia
di inspiegabile irrequietezza li sospinge…

Se non fosse che… soggiunto il giorno
che illude a compier i passi nostri , poi…
un rinvio… una mossa… un lasso… Tempo
nuovo pur s’annuncia e dei giorni il giro…
… Se non fosse che…

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L’ATTESA

 

13 FEBBRAIO 2011 - PIAZZA DEL POPOLO

13 FEBBRAIO 2011.

Piazza piena piena.

Chi dirà il contrario dirà una bugia.

Aria … sospesa.

Mancava qualcosa.

Loro, noi, tutti in perfetta sintonia, tutti con lo stesso desiderio , tutti con la stessa determinazione, tutti offesi allo stesso modo, tutti, tutti pronti a …

Ma …

Già.

Ma … qualcosa mancava.

Qualcosa manca ancora.

 

Si sentono le sirene che miagolano.

Stanno dietro le porte , davanti alle finestre, riempiono le piazze, sciamano per i viali.

Si odono le sirene che ululano.

Strazianti.

Lacerano l’aria.

Sono grida che fendono l’aria come lame.

Sirene, urla, grida, bandiere, fumo …

 

La televisione sfarfalla ancora.

Nessuna immagine viene più vomitata.

E’ strano, perchè ormai avviene solo nei film, quelli vecchi.

Non esiste più una televisione che si dimette, che si spegne.

Ma non esiste neanche l’apparecchio si mette a parlare, a vociare.

Tutto un mondo è finito.

 

I fogli del discorso del ministro dell’Ordine sono sparsi per terra.

Milioni e milioni.

L’ultimo gesto eloquente del Ministro, quel lancio violento del pacchettino di fogli di mezza misura addosso alla telecamera, alla fine del discorso, al momento della parola fatidica : “coprifuoco. Ordine”, quell’ultimo gesto aveva compiuto un miracolo.

Anzi, due.

Insieme.

Davanti ad ogni apparecchio, non importa se vecchio o nuovo, in bianco e nero, veri reperti di modernariato, o ultrapiatti a led e chissà quali altre diavolerie, davanti ad ogni telvisore s’era sparso il disrodine di quel mucchio di foglietti.

E poi, improvviso, il silenzio, lo sfarfallio, allucinatorio, ipnotico.

Due miracoli.

In contemporanea.

In diretta, se si può dire così, televisiva, a reti unificate.

 

Il discorso era stato breve.

Poche frasi.

Dichiarate con un volto austero, scavato, esausto.

In sintesi.

Il governo è caduto.

Ripristineremo l’Ordine.

Dichiaro il corpifuoco.

Ecco.

Questi i fatti.

O le parole.

O meglio.

I fatti che coincidono con le parole.

 

Tutto questo è solo l’inizio.

Un inizio che però non si trova.

Si è perso il copione.

Nessuno più sa come andare avanti.

La Storia adesso viaggia senza filo conduttore, senza una velina a fare da canovaccio.

Una velina.

Minogonna puberale, lessico da scuola media, un sorriso di plastica indossato come una maschera da Carnevale.

No.

Nessuna velina, nè di silicone, nè di carta sottile.

La Storia ormai è orfana.

Sola.

Costretta ad andarsene in giro a cercare un pò di elemosina.

 

Tutto questo è un inizio, una continuazione ed una fine.

In quella sfarfallante dimensione del tempo anche il ministro dell’Ordine si è perso.

Lo cercano gli uomini della scorta.

Lo cerca il il Piemme, il Giudice delle Indagini Preliminari, il Boia.

Il dicastero intero è in subbuglio.

Tutti gli uffici brulicano di personale indaffarato che si sta dando da fare senza sosta.

E senza alcun risultato.

 

Ecco.

Il caposcorta dice che quando i televisori si sono inceppati, lui ha visto il ministro scappare.

Di corsa, come un lampo, una folgore.

Il cameraman invece non è d’accordo.

Lui l’ha visto, il ministro, che teneva le mani sotto le gonne di una velina, cercando disperatamente di recuperare il messaggio che aveva lanciato.

Ma tutti lo prendevano in giro.

Il cameraman.

Prendevano in giro il cameraman, non il ministro.

Il Boia bestemmiava e malediceva.

Il Giudice imprecava.

La cerimonia delle esecuzioni non poteva cominciare.

Erano stati fermati apposta dei giovani facinorosi.

Per renderli più aderenti al clichè gli avevano fatto indossare delle parrucche con i capelli lunghi e degli orecchini e dei piercing.

Ed erano stati contattati anche degli anrchici, dei più riottosi.

Che, però non volevano saperne di stare fermi lì ad aspettare.

Temevano che le loro bombe anarcoinsurrezionaliste potessero scadere, e diventare inutili o addirittura inoffensive.

Anche il presentatore del Tiggì si era spazientito.

Come dare la notizia?

Un rapimento?

“Il ministro dell’Ordine è stato oggi rapito”.

O un attentato?

E quante vittime, di grazia, si divevano piangere ?

 

Nella villa del capo del governo si stava celebrando la cerimonia della consacrazione degli ultimi vescovi della religione di stato.

Il papa era seduto sulla sua sedia gestatoria e gli pendeva il mantello imperlato dietro alle spalle curve di povero vecchio annoiato.

La lunga fila dei chierici in tunica virginale bianca era schierata in parata.

I rossi cappelloni arricchivano la scena.

Gli invitati del premier erano affamati.

Qualcuno si toccava sotto i pantaloni.

Era davvero sconcertante, quello che stava accadendo.

“E allora, presidente, cosa è accaduto?”

Chiese un generale, con un sorrisetto incomprensibile sotto i baffetti.

Fu arrestato immediatamente.

Si tenne anche un’imprevista riunione dei colonnelli del partito del premier.

Il Partito delle Lumache.

Vendute.

Al mercato.

Le lumache.

Come tutti i membri del partito.

Le escort che avevano intrattenuto gli ospiti di stato erano ormai tutte ritornate al baraccone del circo da cui erano state prelevate.

Le più fortunate, le privilegiate, le prescelte, erano state pagate con buste di banconote di grande taglio, e poi erano state alloggiate nelle stalle della villa, situate fuori dal cancello, ma a poca distanza dalla villla stessa.

Erano belle.

Le stalle.

Le escort.

Anche.

Tutte bambole di plastica.

Come delle Barbie.

Tutte rosa e nere.

O rosa e bionde.

Non portavano indumenti.

Come delle Barbie, erano bamboline di silicone.

Nelle mani degli ospiti della villa erano come marionette morte.

Non provavano sentimenti o passioni.

Erano solo oggettini d’arredamento senza valore.

Ma erano belle.

Le statuette di porcellana della collezione di Capodimente che il premier custodiva nelle bacheche del grande salone dalla festa.

Ma quelle non si potevano toccare.

Avevano tutte delle strane mutandine rosa sulla bocca.

 

Ecco.

E’ questa la situazione, oggi.

Stiamo cercando ancora.

In piazza eravamo davvero tanti.

Qualcuno dice anche più di un milione.

Il ministro non si trova.

L’Ordine è sparito.

Il premier è occupato nella sua villa a cercare di sciogliere gli ultimi nodi di quel misterioso attentato al suo governo.

Il Boia smadonna ed affila la sua lunga scimitarra.

Il giuidice cerca nella borsa un volume di leggi adatto a regolare quella situazione senza precedenti.

La televisione resta invariabilmente muta.

Sfarfalla.

Paziente.

Ipnotica.

 

Il silenzio è sovrastato dal lieve ronzìo di tutti gli apparecchi sintonizzato sul nulla.

Tutta la città è sovrastata da quel leggero ronzìo.

Anche la piazza.

Ma in piazza il ronzìo è soverchiato dal mormorìo delle migliaia di astanti.

Impazienti.

Eccitati.

Dal palco si levano discorsi che restano in aria.

Volano in alto, anzichè atterrare sulla folla.

Solo qualche parola, di tanto in tanto cade sul naso di qualcuno di quei volti che, a milioni, stanno sospesi a guardare cercando afferrare il senso di quella strana manifestazione.

Qualcuno si fa anche male, perchè qualche parola, si sa, è pesante, è come pietra.

Qualcuno schiva con prontezza.

 

Qualcuno ha deciso di fare la sua manifestazione in un teatro.

Mostrando mutande rosa.

E veline.

E si sbraccia discorrendo ed ansimando.

Grasso e sudato sembra un maiale seduto sul palco.

Ma il pubblico applaude.

Festoso.

Mangiano salsicce.

Ma nessuno beve birra.

Solo vino adulterato.

E si danno grandi pacche sulle spalle.

Con lascusa dell’affetto e della solidarietà si puliscono le mani, più che la coscienza.

Quella è sporca.

Ma nessuno la mostra.

Come il colletto della camicia.

Ben rinfoderato sotto il bavero del cappotto su cui è stata applicata una cravatta a forma di mutanda rosa.

 

Il Ministro non si trova.

I suoi occhi spiritati e la sua voce roca e volgare si sono perduti.

Il miracolo.

I miracoli.

Solo quelli restano.

Vuoti.

Inutili.

Blasfemi.

Anche le televisoni smettono di sfarfallare.

Ed ora scende il buio.

Ed il silenzio è terribile.

Sulla notte della repubblica.

Solo la piazza resta illuminata.

Sono i lampi che sprizzano da quel doppio milione di occhi piantati nelle facce delle persone assiepate in quella piazza, una folla immensa che riempie lo spazio aperto fino a farlo straboccare.

Milioni che sembrano miliardi.

Occhi che sembrano fari.

 

Fari che interrogano il buio, la notte, il vuoto dei palazzi del potere come Inquisitori impietosi.

Ma loro non si vedono.

Il premier.

Il Ministro dell’Ordine.

I vescovi.

Il papa.

Il Boia.

Spariti.

La forca è senza spettacolo.

Il palco è silenzioso.

Sembra una forca.

Quegli occhi sono come i traccianti di mille mitragliatrici.

Forse loro li temono.

Ma non lo dice nessuno.

Il silenzio ha preso possesso della repubblica.

Pietoso.

Innocente.

Rispettoso.

IL PRESENTE. ovvero UNA RISPOSTA A KAVAFIS

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

L’ansia si sentiva come una fitta che trafiggeva il costato di quella folla rivolta con lo sguardo vuoto verso il mare bianco. Il respiro di quella torma di statue di candido marmo gelido era spezzato, un singulto violento. Il ritmo irregolare non rammentava più le armonie dei flauti e delle lire davanti all’ingresso del tempio, dove il sacerdote ancora beveva il sangue fumante del toro appena sgozzato. Nell’aurora di quei gelidi mattini i cori si innalzavano ancora santificare gli dei, che, felici, guardavano verso il basso, con riconoscente benevolenza, verso le loro fedeli creature…

Perché mai tanta inerzia nel Senato?

E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari.

Che leggi devon fare i senatori?

Quando verranno le faranno i barbari.

L’aula del Senato era rimasta vuota, ancora ingombra delle pergamene che gli scribi avevano compulsato nervosamente mentre il dibattito diventava lite, prima e poi, alla fine, nella drammatica fine di quell’ultimo giorno segnato dal destino funesto, traboccava di sangue. Sangue vermiglio era sgorgato dalle vene azzurrine di quei vecchi ormai ciechi. Sangue purpureo aveva insozzato le candide toghe degli dei dalla Patria. I corpi di molti giacevano ancora riversi sui banchi di legno. Una riflesso brillò improvviso sul filo di una daga brunita.  Il sole lampeggiò offeso e sinistro dalla finestra ormai cieca.   Un gran dibattito c’era stato. Una gran paura. Un gran tumulto.

Perché l’imperatore s’è levato

così per tempo e sta, solenne, in trono,

alla porta maggiore, incoronato?

Oggi arrivano i barbari

L’imperatore aspetta di ricevere

il loro capo. E anzi ha già disposto

l’offerta d’una pergamena. E là

gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Lo sguardo era vuoto, come l’occhio, vitreo. E la lingua, secca, come il sangue, che nulla più riusciva a scogliere in quel corpo d’imperatore ormai pietrificato nell’attesa. Era inerte. Spento. Il tempo. Secoli. Millenni. Il tempo dei tempi che fino ad un’ora prima, prima che arrivassero i messaggeri dai confini dimenticati, avevano donato alla stirpe imperiale il domino sul mondo, ora, quel tempo senza fine, pesava come una condanna inespiabile. Il fiume che aveva portato l’imperatore al culmine della luce, al trionfo senza fine sui popoli sterminati del globo terrestre, ormai sommergeva quel povero cuore straziato nell’attesa. Un macigno pesante come il Monte degli Dei grava su quel vuoto corpo  trascinandolo a fondo nel corso della corrente.

Perché i nostri due consoli e i pretori

sono usciti stamani in toga rossa?

Perché i bracciali con tante ametiste,

gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?

Perché brandire le preziose mazze

coi bei caselli tutti d’oro e argento?

Oggi arrivano i barbari,

e questa roba fa impressione ai barbari.

I barbari arrivano. Arrivano. Arrivano i barbari. Urlavano i messaggeri. Strepitava la folla aprendosi al loro colpo di dardo. Urlavano, rombavano come tamburi e scuotevano i presenti. Stordivano il tempo che va, sena sosta, imbelle e placido, interrompendone il corso. Cavavano i denti affilati alla serpe velenosa del passato, perennemente affamata di vita. Svuotavano il cielo a chi voleva alzarsi in volo verso  il futuro, ingenue creature, col vuoto nel cuore. I barbari. I barbari. Arrivano. Arrivano i barbari. I barbari. I barbari. I barbari. Arrivano i barbari. I cittadini. Impazziti. Sorpresi. Storditi. Inebriati. Muti. Paralizzati. Chi erano i barbari. Chi erano i barbari ? Chi erano ? Chi ? Chi erano i barbari ? Chi erano. Chi erano i barbari ? Arrivano. Arrivano. Arrivano. I barbari. Arrivano. Mostri. Urla impaurite. Sangue. Un massacro. Un impeto sacro. Furore. Poi, sdegno. Nessuna pietà. Arrivano. Forse. Angeli. Candidi spiriti.  Santi. Beati.  Impettiti negli ori. Arrivano. Arrivano. Le ali spiegate. Le chiome fluenti. Le barbe annodate. Le armature di bronzo. Riflesso del sogno. Gli ori. Le pietre. I gioielli. I preziosi. I broccati. Gli argenti. Le spezie odorose.

Perché i valenti oratori non vengono

a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:

sdegnano la retorica e le arringhe.

Il silenzio era presàgo. Era muta la morte. Parlavano solo i bambini. Lo sguardo vitreo, gli adulti. Rivolto lontano, al mare profondo. E i saggi, ciechi, ammirati, votàti all’abisso. Le finestre delle basiliche adornate di vitree  statue vomitavano luce nera di pece che avvolgeva le strade, sommergeva i palazzi. Annegava il respiro. Un silenzio di morte si sprigionava violento dalle bocche serrate coi denti spezzati. Un frastuono di stridule lingue mute. Latrati feroci. Le grida, straziate, attutite dal silenzio del cuore. Orazioni di morte. Preghiere di ghiaccio. Celebrazioni sospese. Solo il gelido della rigida attesa. Discorsi. Comizi. Arringhe strillate. Un esercito di sordi. Un manipolo  di muti oratori. Parole. Parole. Parole. Soltanto parole. Prima alte. Poi basse. Poi piane. Mai sdrucciole. Parole. Parole. Parole di sillabe spente. Vocali. Accentate. Puntute come aghi avvelenati. Crudeli. Come i chiodi della Croce. False. Come le preghiere agli dei pagani. Inganni. Nei comizi. Inganni di vuote parole. Strette, le bocche dei tribuni censòri.

Perché d’un tratto questo smarrimento

ansioso? (I volti come si son fatti serii)

Perché rapidamente le strade e piazze

si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

 S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.

Taluni sono giunti dai confini,

han detto che di barbari non ce ne sono più.

Silenzio. Improvviso. Silenzio calò. Solo il silenzio restò. Solo il silenzio a regnare su quel mare annientato dalla scura pece del sole. Sparite  le stelle. Sparite.  Se ne andarono, le povere stelle. In silenzio. Piangendo. Nascosero la triste mestizia dietro la scia di mille lacrime cadenti. Cercò inutilmente di nascondersi, divincolandosi insistente fra le mani dei corazzieri,  la povera luna. Diventava una falce abbagliante, in cima al tetro bastone della piangente Tenebrosa.  S’era fatta notte, oramai. I banditori avevano rotto quell’incanto d’inganno. I barbari. Dove sono andati i barbari. Dove? Dove sono andati ? Rapiti, forse, da un dio malevolo. Rapiti. Rubati. Un dio malvagio ha affondato l’impero. Il buio. Il silenzio e L’oblio. La nebbia. Densa la nebbia. Lattiginosa e soffice. Dolce manna avvelenata. I banditori hanno tramato. I barbari. Dove sono. Dove sono andati ? Dove sono i barbari ? Dove arriveranno ? Per Dio, dove sono andati oramai ?

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?

Era una soluzione, quella gente.

Il silenzio, il buio, la quiete. Fanno paura a quest’ora. L’oracolo cieco è restato da solo. Sconfitto. Morto. Dissanguato il suo potere. Perduta la memoria. Svanito il futuro. Sconfitta la speranza. Sui banchi del Senato resta la polvere, la pietra consumata. Colonne smozzicate dai secoli come sfatte cosce di donne da strada. Oltraggio di empie varici impietose. Purulente ferite inferte dagli anni trascorsi insensati. Così resta la capitale dell’impero. Attonita. Distratta. Spenta. Mentre nelle vie del commercio restano in vendita sui banchi vasi di unguenti profumati che promettono gioventù eterna. Ed ori. E broccati. Che attendono invano i banchetti degli aspiranti invitati alle nozze degli dei. Paradiso perduto.

Vanità. Sola. Vanità. Serico fantasma che si aggirava per le rovine. Solitaria. In sottoveste frusciante di morbida nera seta preziosa. E candide curve. E capezzoli. E carezzevoli carni. Promessa di effimere gioie. Vanità. Fantasma disperato del piacere di un istante solitario. Vanità. Vuoto ectoplasma di un popolo scomparso. Evaporato. Cancellato nell’oblio…  vanità. Sola. Piangente. Si aggira. Folle. Impazzita. Lungo le vuote vie di marmo consumato. Ormai nudo il seno scoperto. Offerto alle pietre. Alle labbra colpevoli di puttini infoiati. Alle brame muscolose di algidi atleti di marmo. Spento. Gelido. Il corpo roso dai vermi. Sterile. Sola. Vanità. Impazzita. Folle città.

(Tratto da Poesie, Oscar Mondadori editori, Milano, 1961. A cura di Filippo Maria Pantani. Gli inserti in caratteri a colori sono di Pierperrone)