LA CADUTA DELL’ANGELO

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Marc CHAGALL – La caduta dell’angelo

Livido, bianco, spaventato, furente, ferito, sconfitto.
Sullo spuntone di roccia acuminato della sua disfatta, l’Angelo del Male giaceva schiantato.
La roccia aveva tremato, la terra si era ritratta, il mare si era ritirato, l’aria s’era aperta, il cielo squarciato, le stelle rabbuiavano.
Solo le tenebre, dappertutto, nel mondo ancora non creato, sembravano gioire in silenzio.
Chi, cosa, come, in che modo, quali forze avevano scaraventato quella creatura giù dal trono?
Fratello contro fratello.
Creatura contro creatura.
Anche se il cosmo era ancora un ammasso inerte, un magma di caos ribollente, lassù, da qualche parte, nel punto più centrale del Nulla da disfare, nel nucleo del Tutto che avrebbe dato vita, in un futuro senza tempo, al Big Bang della creazione, in un punto senza spazio, in un istante senza misura, era avvenuto uno scontro furibondo fra forze tremende, ma ancora ignote e sconosciute.

Ma l’Angelo del Male era già l’Angelo del Male.
Nel momento in cui la Forza l’aveva detronizzato e menato in quel mare ribollente dell’Esistenza, aveva già preso un nome.
Il Suo nome.
Era stato già battezzato.
Come l’Angelo del Male.
Già.
Ma chi, cosa, quali ignote potenze erano uscite vittoriose da quel conflitto così epico?
Se un Angelo del Male era stato scaraventato nel Mondo, cosa, mai, poteva essere rimasto di Là?
Quale immensa forza?
Se nel Mondo non v’era ancora stata la divisione fra il Bene ed il Male, se la Creazione ancora non era avvenuta, se il Big Bang ancora doveva esplodere le sue reazioni nucleari, cosa poteva aver generato quello scontro?
Uno scontro fra quali Entità?

L’Angelo del Male, fosse stato una creatura mondana, si sarebbe spiacicato, sulla roccia bianca su cui si era schiantato.
Ma non erano carne, ossa, sangue, quelle che erano piombate dabbasso, nel Mondo, e che, su quel Mondo, si erano schiantate.
Erano parvenze, forme, idee.
Le primordiali apparenze della realtà che si sarebbe formata di lì in avanti.
E se era l’Angelo del Male a prendere forma da quelle parvenze, da quale altra dimensione eravamo dominati, da lassù, lontano, da quale oltre venivano le apparenze, che nome, che volontà, esse potevano mai avere?
Quale inspiegata, o inspiegabile, ragione aveva scatenato una guerra così devastante?
Quale destino poteva essere assegnato a questo Mondo dal quale il primo vagito fuggito dalla gola era quel rantolo del Male battuto su uno scoglio nel gorgogliare delle maree annodate e ribollenti, nel turbine fumoso dell’aere?

Il Destino.
Mai quella parola era stata, prima di allora, pronunciata da bocca di dio o di potenza.
Eppure, già dal primo istante del tempo misurabile, quell’angelo, l’Angelo del Male, si era trovato appiccicato addosso una condanna tanto crudele.
Essere condannato dalla Natura stessa ad essere l’Angelo del Male era frutto dell’azione di un tribunale senz’altro ingiusto.
Quale colpa, prima del tempo, nei cieli nascosti, si era dovuta consumare, all’insaputa della conoscenza, per determinare un Destino tanto amaro?
E quale Giudice poteva presiedere quel Tribunale?
Se il Male era stato scagliato quaggiù, di là, cosa era mai restato, solitario dominatore del Nulla?
Un Giudice col suo Boia.
Un Potere con un’Autorità tanto violenta.
O forse un Boia che si era arrogato il diritto di essere anche Giudice.
Un Potere che si era appiccicato addosso, con la più assoluta arroganza, i simboli dell’Autorità?

Molte ere sono passate da quello schianto.
Oggi guardiamo in alto, oltre le nuvole, più in là del cielo azzurro, fin nelle profondità del creato, nelle intimità nebulose ed oscure delle Tenebre.
Cerchiamo, là, il Bene.
Abbiamo deciso, noi, figli dell’Angelo del Male, che di là deve esserci il Bene.
E cosa mai sia, quel Bene che cerchiamo là in fondo, non sappiamo ancora dirlo.
Ci interroghiamo da generazioni e generazioni.
Abbiamo creato altari e templi.
Sacrificato fratelli e vittime.
Acceso fuochi e sparso incenzi.
Credendo di rabbonire quel Giudice.
Sperando, forse inconsapevolmente, che non formuli i suoi verdetti anche contro di noi.
Ci immaginiamo inferni, nell’aldilà.
E speriamo che esistano paradisi che ci possano ripagare della condanna.
Come fossero, quei paradisi, l’espiazione del male che ci è stato inflitto.
Ma chi, mai, abbiamo offeso, noi, per meritarci la condanna?
Quale colpa, mai, deve essere stata compiuta dal nostro padre, l’Angelo del Male, per meritarsi, e farci meritare, ancora per tutte le generazioni che avranno da passare, la crudele condanna del Male?

Quando si rese conto d’essere entrato nel Tempo, l’Angelo alzò gli occhi al cielo.
Di là sotto, il cielo, sembrava una volta azzurra, leggera, lieve, tenera, dolce, carezzevole, splendente di miliardi ci cristalli di luce.
Ma quella vista, per l’Angelo, che conosceva cosa ci celava dall’altro lato, era un inganno evidente.
Una menzogna.
Una finzione malvagia.
Una tentazione, una provocazione, una bestemmia.
Le Tenebre dell’increato erano ributtanti, rivoltanti, nauseabonde.
Oscure e viscide.
L’esatto contrario di quella bellezza allegra che sembrava Ordine e Pace.
La luce, che di qua era vibrazione e armonia, di là, era fuoco, vampa, forza distruttrice che eruttava oscurità densa, polvere e fumo ardente che inghiottiva tutto.
Al di là del buco nero che aveva vomitato l’Angelo c’era la massa del caos.
Violenta.
Cattiva.
Brutale.
Atroce.
Empia.

Come sarà nata, da allora, la vita?
Noi, figli dell’Angelo, chi siamo?
Io, che racconto la sua storia, figlio della progenie condannata, chi mai sono?
Vi è, in qualche recesso delle mie carni, della mia mente, della mia memoria inconscia, un barlume del ricordo di ciò che Egli vide, lassù, prima di essere scacciato, da una pedata infame, in questo mondo mortale?
Mi angosciano, a volte, nella notte, queste domande.
Quando il sonno si dilegua andandosi a nascondere, ma facendosi ancora desiderare, come l’acqua per chi ha sete.
Mi assalgono queste domande.
Ma, più ancora, mi angoscia, a volte, una domanda ancora.
Di là.
Si, di là.
Se di qua, la vita, il tempo, l’esistenza, il dolore e la gioia, la vita e la morte, hanno selezionato la nostra razza, e tutte le altre creature viventi.
Allora, di là.
Quali esistenze, o inesistenze possono essersi generate da quel Giudice arrogante?
O, peggio, da quel Boia usurpatore?

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NOTTE DI LUNA NUOVA

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Da qui, stasera, ti accarezzo, figlio mio.
In questa notte senza luce, io sono tua Madre.
Sono il cielo, nero, infinita carezza distesa che si sporge nell’abbraccio del suo povero figlio.
Io sono la luna, luna nuova, senza luce, speranza invisibile, speranza eternamente presente.
Io, stasera ho sul volto il sorriso dolce di madre che accoglie il figlio ferito.
Il mio sospiro d’amore è medicinale, tenero figlio, e curerà ferite e paura.
Non temere, figlio issato su una croce, non temere il dolore e la morte.
Il mio manto infinito ti stringe, t’accoglie, si protegge e ti scorta.
Il mio amore ti salva, figlio mio tenero, che gli uomini vogliono morto.

Stasera io piango un pianto felice, anche se piango di lacrime amare.
Stasera t’abbraccio, amante che un giorno fosti feroce con me, ora che hai udito una voce lontana.
Sordo, hai udito solo la voce dell’odio.
T’ha accecato il lampo violento sprigionato da una lama lucente.
Non hai esitato nell’affondare il coltello nel ventre che sa donare la vita.
Mi hai spento per sempre, io, che ero una luna lucente.
Gli amanti a me si volgevan tremanti sospirando eterne promesse d’amore.
Le stesse promesse che anche tu mi facesti, mio feroce amante crudele, prima di dimenticarle per un assurdo puntiglio d’amore.
Poi, affondasti il pugnale, dimentico, e l’offristi all’atroce ferita del male.
Ma era già tardi.
Il mio giovane corpo di donna aveva già seminato sanguinando la vita.
E dalla mia prima, più antica, ferita era già sgorgata la vita.
Non esiste ferita più eterna, per un uomo, più infetta, di quella che non si può curare, nel fertile corpo flessuoso di donna.

Io ho offerto la mia dolce ferita ad un angelo biondo in camice bianco che ha bussato, forse per caso, alla mia casa,in una dolce notte di luna.
Il mio sangue ha dato, dopo l’amore, l’annuncio d’una nuova luna piena che si sarebbe levata, domani, per illuminare, in un istante, la notte del mondo.
Mentre il suo palpito ansimante lentamente s’acquietava, i suoi grandi occhi d’argento già guardavano lontano.
Ormai, l’angelo biondo si muoveva già verso altri mondi.
Oltre le stelle.
Annunciando già un nuovo destino, in chissà quale nuovo mondo sperduto.

La mia pelle di luna, invece, ancora fremeva.
Ero una giovane candida luna che vibrava alta nel cielo.
Miei figli, adesso,sono gli astri, nella volta, e le stelle, che brillano.
Pulsano palpitanti scosse d’amore.
Battiti.
Ho conosciuto il piacere, io, giovane luna d’argento.
Una notte soltanto.
Quando l’angelo venne ad annunciarmi il destino.
Poi, d’improvviso, la nuvolosa coltre dell’odio mi strappò il manto di luce.
E sulla terra restò soltanto l’oscuro orizzonte notturno.
Solo la notte.
Nel mio cuore, invece, brillava l’amore di madre.
Io, l’odio, non l’ho mai concepito.
Ho solo un figlio, l’amore.

Stasera, figlio mio t’abbraccerò col mio oscuro manto notturno.
Nasconderò il tuo debole corpo alla vista dell’uomo.
Nessun flagello potrà piantarsi nel tuo costato innocente.
Nessuna sentinella veglierà il tuo cadavere svanito nel buio.
Io ti darò la vita eterna che spetta agli astri notturni.
Ti indicheranno col dito, giovane eroe morto di supplizio su un’alta croce di legno.
Ti daranno un nome, Salvatore, tu che ti salvasti levandoti in alto, lassù.
E ti pregheranno di donare la pace ai cuori in tumulto.
Sorriderai, figlio mio, il dolce sorriso innocente dei bimbi.
Il sorriso degli dei e delle stelle notturne.
Donerai un brivido all’ombra notturna.
Un barlume fioco che stempererà l’oscuro abisso che avvolge la vita.

Io, luna nuova invisibile ai ciechi occhi dell’uomo, mamma di tutti i figli del mondo, vi abbraccio tutti, stasera col mio vasto mantello.
Guardate dalla finestra il cielo nero profondo.
Non affondò quella lama nella mia carne di luce.
Il mio stesso sangue che bagnò le mani dell’umo che m’aveva promesso amore solenne, non può essere sangue di morte.
Io dono la vita!
Sono eterna.
Seppure invisibile agli occhi d’ognuno.
Soltanto tu, figlio mio, potesti vedermi e udire il mio respiro.
E anche tu, debole uomo che cedesti all’istinto assurdo degli uomini.
Io agli angeli ho creduto fino in fondo, offrendo tutto il mio amore.
Sapevo che il cielo è più alto.
E ha spazio per tutti.
Anche per voi.

GIOVANI ANGELI AVVISTATI A GENOVA

Giovani angeli avvistati a Genova

Nell’ultimo racconto, suora Maria lascia questa terra perché, compresa la storia che l’angelo ferito le ha raccontato, ha capito anche tutto il resto.
Ciò che aveva sempre cercato non era nel convento che andava cercato.
Era altrove.
Ed è quindi partita.
E l’angelo, generoso e dolce, bellezza incarnata, che spaventa perché la purezza mette paura quando mostra le sue ferite che nessuna cura può ricucire davvero, sorreggendo la dolce Maria, l’ha accompagnata in quel viaggio.
Verso l’innocenza.
Sembra una storia metafisica, imbevuta di realtà ultraterrene, misteri ed atti di fede.
Eppure, quanto mi sono sbagliato nel vederla così!
Mi sarebbe bastato affacciarmi alla finestra dolente dei telegiornali per accorgermi della realtà che si nasconde sotto una storia tanto mascherata da sembrare un pagliaccio.
Mi sarebbe bastato vedere, e dire, che suora Maria altro non è che la nostra realtà quotidiana, quella che oggi, per esempio, prende il nome doloroso di Genova.
E’ ferita, e piagata dai dardi dorati piovuti dal cielo.
E l’angelo, precipitato in terra, sbattuto, crollato, tradito, ucciso nella carne mortale, ma pur sempre invincibile e puro oltre misura, forte, potente e indistruttibile, altro non era che la generosa messe di giovani vite preziose che si è prodigata per sollevare il povero corpo ferito.
Con le loro mani sporche di fango, che è il sangue degli angeli, quegli angeli hanno preso tra le braccia quel fisico piagato.
E con una battito l’ali potente ora la stanno portando nel cielo della storia.
Ecco, è questa la vera storia che si nasconde sotto i panni d’una carnevalata sentimentale.
Almeno, è questa la storia che oggi mi piace raccontare.
Anzi, è la storia, questa, che oggi sento il dovere di raccontare.

LA RIVELAZIONE

photo by Pierperrone
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D’improvviso, nel buio, Maria ebbe un sussulto.
La notte, con forza, continuava a premere, spinta dai suoi fantasmi, forse per sfuggirvi.
Un brivido percorse per tutto il corpo la giovane donna.
Se ne stava rappresa nel suo saio e sembrava stretta da una camicia di forza.
Mille spilli, lame taglienti, spade, frecce acuminate le mordevano la carne, lanciati da guerrieri invisibili, abitatori dell’ombra, creature di un mondo lontano, nascosto, ignoto.
Le sembravano angeli.
Un’intera tribù di esseri alati, belli come divinità, e crudeli.
Spada nella mano, re dell’incognito, le avevano teso un agguato a tradimento, approfittando delle tenebre, nelle quali la povera suora si rifugiava per cercare una risposta alle sue domande.
Per immaginarsi il sapore della sua Verità, che finiva sempre, di giorno, per sfuggirle all’ultimo istante, quando sembrava ormai prossimo a svelare il suo segreto gusto.
Ferite sanguinavano, nella sua anima, non potendo sanguinare un corpo assaltato soltanto dai sogni d’un inconscio candido e infantile.
Ma, si sa, i fantasmi più terribili, i mostri più orrendi, abitano proprio là, nei territori più puri dove i bimbi non sanno nasconderli.
E suora Maria altro non era che una bimba cresciuta d’età.

Il silenzio della notte s’era fatto gelido.
L’oscurità, nella cella, s’era fatta di nero cristallo, lava pietrificata da cui baluginavano riflessi ingannevoli.
Una ragnatela, in quello spazio senza dimensione, stringeva il giovane corpo che non conosceva peccato.
Ogni muscolo di quel corpo s’era indurito.
S’era fatto di legno.
Pietra, pesante e fredda.
Anche il buio pesava, gravava con una penosa pressione che levava il respiro.
Il morso dello spavento l’aveva fatta strillare.
Un urlo appena represso da un groppo di pianto.
Un senso di nausea la stringeva alla gola.
Una mano assassina che voleva soffocarla.
Il tanfo della paura l’aveva afferrata alla gola e ora tentava di strangolarla nel letto.
Il terrore la paralizzò.
Lì, mentre, distesa, sentiva la morte scorrergli vicino.
Cosa era stato?
Chi può dirlo con esattezza?

Sfuggiva a Maria il senso di ciò che stava accadendo.
La sua vita ormai era stata sconvolta, la notte in cui il corpo dell’angelo caduto dal cielo era stato trovato morente nel giardino dietro al chiostro di quel regno di pace.
La vita dell’intera comunità di consorelle era stata assalita dalla tempesta.
E le scosse di quel terremoto non accennavano a placarsi, anche se il tempo, implacabile, passava portandosi appresso le stagioni ed i loro frutti sugli alberi.
Là, nel giardino, le gemme s’erano fatte prima fiore, poi verdi tenere foglie, poi frutti, e infine, lenta pioggia di vele appassite.
Ma su quell’oasi di pace, improvvisamente, s’erano aperte le cateratte dal cielo, in quella lontana notte d’inverno.
O era d’estate?
Neanche aveva più alcuna importanza l’infimo dettaglio del tempo passato, che, nel frattempo s’era consumato, era andato via, era scorso o era trascorso, insomma, s’era perduto, era svanito, come se non fosse mai stato davvero il suo tempo.
Da quelle cateratte sprofondate nell’ignoto era sgorgato un fiume fatto di fitto mistero.
Ed ora quel fiume correva furente nel suo letto, con una corrente tumultuosa che tutto travolgeva al suo passaggio.
E tutto quel mondo veniva, ora trascinato via dal muto silenzio delle domande, dagli interrogativi rivolti al cielo con gli occhi bassi per la paura, dall’incertezza di dubbi che non s’erano mai prima affacciati su quel piccolo universo chiuso dietro le mura della clausura.
Ora, quel mondo, sospinto dalla corrente dei fatti inspiegabili, si stava affacciando sull’orlo di un baratro.
E da quel bordo pericolante non si riusciva a vedere un fondo, un punto d’arrivo: da quella infinita altezza, la caduta precipitava direttamente sulla debole fede delle consorelle, messe così duramente alla prova.
Era l’insostenibile peso dell’incertezza.

Ma per suora Maria era un’altra cosa.
L’incubo aveva gli occhi ciechi dell’angelo steso, sempre silenzioso, là, nel lettino, in penombra, sereno, eppure inespressivo.
Quasi una sfinge.
La Verità tanto cercata e alfine trovata da suora Maria, era sempre sfuggente, sempre mutevole, inafferrabile, cangiante.
Come una bugia incompleta, una verità a metà.
Solo le cose parlavano la muta lingua della realtà.
Il corpo nudo della creatura alata.
La sua bellezza inarrivabile.
Il suo silenzio distaccato.
Le ferite curate con amorevoli attenzioni non parlavano più con la voce rotta della sofferenza di chi prova il dolore della carne.
La freccia, sul piccolo mobile scuro, nella penombra, nell’angolo della piccola cella, brillava.
Risplendeva l’asta, ricavata da un ramo d’oro staccato da un albero celeste cresciuto nel giardino d’un paradiso lontano, eppure troppo a portata di mano, adesso.
Come ardeva di luce perenne la punta acuminata, frammento di stella siderale, luce di astro notturno che nessuna nube riusciva ad offuscare.
Questo diceva la lingua delle cose.
La tunica celeste della creatura angelica, accuratamente disinfettata e riposta su una seggiola magra, un pò zoppa, di fianco alla porta della cella.
Il colore candido della pelle.
L’odore d’ambrosia, o d’incenso, o di un gelsomino del giardino dell’Eden che emanava dalle membra dell’angelo.
E il riflesso d’ombra di una piuma delle ali.
Raccolta accanto al corpo, la notte della tragedia buia.
Sporca di umore.
Appoggiata sopra un candido lino.
Reliquia vivente d’un aldilà presente in mezzo a quel mondo.
Presente al nostro mondo vivente.

Il silenzio è duro da sopportare.
E’ un peso insostenibile per un essere umano.
Più pesante della pietra in cui sono ricavate le crude parole.
Maria pensò che fosse più giusto sottrarsi a quel terribile peso.
Con gesto impuro, l’unico che avesse compiuto con coscienza di donna, allungò la mano e raccolse la freccia dal candido panno.
Era fredda per la lunga attesa, il metallo scintillante nel buio.
E calda, come fosse stata penna fusa nel fuoco più caldo.
E siccome era affilata l’acuminata punta che brillava della luce della creazione divina, non fece male quando penetro nel petto della giovane, proprio sotto il seno sinistro.
E quando spuntò l’occhio curioso della ferita sulla spalla sinistra della giovane donna, nessuna goccia di sangue ne sprizzò, quasi fosse già un corpo celeste, quello della santa.

In quell’istante nella stanza si fece una luce, tenue, un chiarore soffuso.
Nel lettino, l’angelo aveva cominciato ad emanare un bagliore pallido, come se la Bellezza si fosse illuminata della sua luce interna.
E, con voce fatta di melodia di mille strumenti musicali, raccontò la strada che aveva percorso, nel suo viaggio da mondi infinitamente lontani, fino a quello squarcio di luce che si apriva nel cielo notturno sul mondo, quella notte così lontana e allo stesso tempo talmente vicina da fare ancora paura.
Raccontò del come e del dove, del quando e del perchè.
Raccontò e mentre raccontava la sua lingua era una lingua che non s’era mai udita sulla terra.
E poichè nessuno aveva mai udito una voce che parlava una lingua come quella, non vi era nessuno in grado di capire la rivelazione dell’angelo.
Ma non c’era nessuno, in quella stanza, là, piccola, stretta nella morsa del buio appena ravvivato dal tenue bagliore della Bellezza.
Soltanto la dolce suora Maria.
Voltata verso l’angelo, aveva cominciato anch’essa ad emanare un bagliore di santità pura e celeste.
Leggera, incominciava a sollevarsi dal mondo.
Un paio d’ali la tenevano sospesa e la sorreggevano nell’aria leggera.
Ma non si riusciva distinguere se quelle ali erano davvero le sue ali.
Oppure era l’angelo che l’aveva abbracciata ed ora la sosteneva portandosela in cielo.
Piano piano, mentre miravo con gli occhi stretti per lo sforzo, il bagliore s’affievolì.
Infine, si spense.
E la notte riprese il suo corso.

LA VEGLIA NELLA NOTTE

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Steso sul lettino addossato alla parete nuda, il nudo corpo sembrava ancora più nudo.
Giaceva sopra la pesante coperta di lana marrone su cui era stato appoggiato un lenzuolo inamidato, che orgogliosamente mostrava un delicato rammendo in un angolo, una ferita rimarginata grazie alle amorevoli cure di mani operose.
Ma era una nudità innocente, come quella di un angelo può essere in una cella di monastica clausura.
Un’innocenza ferita, che mostrava lacerazioni e piaghe e i segni di un colpo tremendo.
Suor Maria vegliava, nella fioca luce d’una lampadina di fianco al lettuccio.
Riflessi rossastri emanavano da quella debole incandescenza, quasi una torcia, che un laccio legato al muro teneva in vita stentatamente.
Il mondo esterno, da quella presa elettrica, faceva entrare nel convento, anzi, in quella celletta stretta e poco illuminata, il suo filamento sensibile, quasi un’antenna con la quale sembrava spiare per sapere ciò che nessuno ancora poteva sapere.
Il riflesso di quella candela elettrica arrossava ancora di più gli occhi stanchi di veglia e di pianto.
L’anima, in tempesta, era sbattuta da mille paure.

Il corpo giaceva.
Immobile, allungato, flessuoso.
L’abbandono dell’incoscienza lo rendeva inerme e indifeso.
Le forme morbide dell’angelo, tolta la tonaca macchiata di scuro umore rappreso, attraevano lo sguardo di suora Maria irresistibilmente.
Ma non si trattava, come si potrebbe pensare, di una tentazione della carne, o di una debolezza dello spirito, della fragilità colpevole del desiderio.
No, non era di questo genere il peccato che albergava nel cuore della giovane religiosa.
Quell’anima innocente era turbata da sogni infantili, dalla vaga chiamata d’un tempo passato, remoto
Una vita forse mai vissuta davvero.
Il peccato di suora Maria era un richiamo indistinto, un’eco lontana, che a tratti distoglieva dal presente la preghiera del cuore e metteva in tumulto la povera suora.
Era un prepotente abbandono a cui non riusciva a sottrarsi.
Il rimpianto.
Nostalgia di qualcosa mai veramente posseduto.
Eppure, gli anni che avevano preceduto l’altra “chiamata”, quella delle fede, quella dello sposalizio celeste, erano statti soltanto una breve parentesi. Quella che un indomabile demone interiore s’ostinava a chiamare, ancora, pur sempre, vita.
E neppure era stata una parentesi facile.
Una vita felice.
Quel tempo andato era stato, per il candido giglio, un immenso giardino, senza altri alberi e fiori.
Quelli, gli alberi e i fiori, appunto, crescevano a grappoli, a mazzi, a chiazze che coloravano i boschi ed i prati dei mille colori.
Mandorli e peschi, papaveri, tulipani e girasoli…
Su quei petali profumati, su quei frutti maturi, si posavano api ronzanti e delicati raggi di sole.
Quel giglio, invece, era germogliato al centro d’una aiuola senza alcun altro compagno di giochi.
Era sbocciato come per sbaglio.
E non si creda che questo avesse macchiato il candore di quel purissimo dono del cielo.
Anzi, il contrario, l’aveva reso ancora più pio.
Soltanto, l’aveva privato della vera vita vissuta.
Degli anni verdi più belli.
Così, dal cuore di quel solitario candido giglio ora nascevano, a tratti, paurosi fantasmi.
Momenti in cui la fede s’allontanava dal cuore.
E il corpo aleggiava, sospeso fuori dal tempo.

Il corpo d’un angelo è bello, candido e puro.
Proprio come quello d’un giglio.
Non esiste altra bellezza più dolce.
E neppure candore così privo di ombre.
Luce allo stato puro che s’è incarnata in forme languide e morbide.
I segni dell’assoluto incorruttibile.
Il divino impresso nella materia più delicata e perfetta.
Che vane discussioni hanno rovellato le più eccelse ed acute menti di fede!
Un angelo non appartiene al genere umano!
Esso è del genere degli angeli e ha la materia degli angeli.
Ha la bellezza più piena che è la bellezza degli angeli e nessun essere umano potrà mai sottrarre ad un angelo quel primato di bellezza assoluta.
Per quanto riguarda i segni esteriori della bellezza degli angeli la curiosità è forte.
La stessa curiosità che bruciava anche negli occhi e nel cuore di suora Maria mentre vegliava sul povero corpo esangue.
Ma un Angelo è come una stella.
E come le stelle è tra le creature del cielo.
E come le creature di luce del cielo è purezza assoluta.
Il corpo è solo una necessità esteriore, sostanza da cui promana luce perfetta.
Ma mai il corpo d’un angelo si era esposto così dinanzi ad un essere umano.

Il corpo dell’angelo era il corpo nudo d’un angelo precipitato dal cielo.
Le suore avevano raccolto il povero fardello schiacciato sotto il peso del dolore, nel giardino, quella notte, per dargli le cure di cui ha bisogno la sofferenza d’un corpo.
Lo spavento e l’orrore avevano odore di morte, là, sotto la gelida lastra d’acciaio della luna che gravava dal nero cielo notturno.
Lo presero in braccio, come si prende un bambino malato.
I cuori, nei petti delle sorelle, s’erano fermati di colpo.
Non un respiro, dalle bocche serrate.
Sbarrati, gli occhi rifiutavano di guardare i segni del dolore che si mostravano senza pudore sotto le lame d’argento che calavano dal cielo.
Portarono il povero corpo nella cella che fu ritenuta, in quel frangente tanto drammatico, la più idonea alla bisogna.
Lo spogliarono, per guardare in faccia la morte.
Non v’era un angelo, dinanzi ai loro occhi, ma un Cristo precipitato dall’alto della Croce più alta.
Un morto.
Senza colore, senza calore, senza respiro.
Le preghiere si fecero spazio poco a poco nella loro mente atterrita.
Preghiere per un morto.

Appoggiarono la pesante massa di quella bellezza riversa sul misero lettuccio d’una cella del convento.
E mai, prima, era capitato che una cella di un convento di suore ospitasse una creatura così.
I pochi conforti che s’apprestarono dare alla salma erano poveri e senza pretese.
Un pò d’acqua per lavare le ferite.
Mani caritatevoli per comporre le forme che avevano perso ogni forma.
E lacrime.
Tante lacrime, come per lavare col pianto il peccato che doveva aver condannato quell’angelo alla pena più grave.
La pena di morte.
Le ore scorrevano lente e veloci allo stesso tempo.
Come un lampo s’accalcavano le incombenze per dare sollievo al corpo ed all’anima del povero corpo dell’angelo.
E come sequenza d’infiniti attimi sospesi, s’allungavano le ore d’attesa.
Ore di veglia e di preghiera che diventavano interminabili e disperate.
Abitate da mille fantasmi.
Mille e mille pensieri.
Paure ed orrori.
Ed infine, in un terribile meraviglioso attimo inatteso, s’accorsero che il corpo del morto non era morto del tutto.

Un lieve respiro, un leggero soffio, fluiva dalla bocca riarsa.
Era un lento rivo di vita che s’allungava nella cella dalla fioca polla non del tutto prosciugata dall’arsa siccità della morte.
Il pallido sudario che avvolge il volto degli uomini morti non può completamente abbracciare il volto d’un angelo e rapirgli per sempre la vita.
Non è ampio abbastanza.
Si potrebbe dire anche così.
Gli angeli sono creature immortali.
Non sono soggette al destino crudele degli uomini.
Forse il destino d’un angelo può anche diventare crudele, nella mente pur d’una suora chiusa in un piccolo convento d’un paese sperduto nel buio della storia.
Ma non può finire così.
La morte non appartiene alle creature alate del cielo.
Alla sorpresa delle suore fece subito seguito lo sgomento.
Come poteva, l’innocenza del convento, nascondere al mondo un evento di tanta importanza?
E poi, in quei cuori puri, si sparse il più dolce dei sentimenti.
La pietà più profonda e rispettosa.
La materna cura per le creature indifese.
Le sorelle si fecero tutte madri di quella creatura celeste.

Perciò la veglia su quel corpo ferito fu affidata alla più innocente creatura a cui la terra abbia mai dato i natali.
E dopo la nascita del Cristo, nato, ucciso e risorto, nessun altro giglio era mai nato più puro.
Suora Maria indagava quel corpo riverso.
Guardava, perchè non poteva impedire al suo sguardo d’interrogare il più profondo mistero della natura.
E gioiva, nel muto cuore di suora, per quello spettacolo di solare splendore.
Ma pure piangeva l’oltraggio inferto a quell’astro caduto.
L’asta del dardo era penetrata diritta nel pieno del pallido petto.
S’indovinava ch’era penetrata a fondo, nel cuore, senza incontrare la resistenza grezza dei nervi dell’umana natura.
Spuntata dall’altro lato, sotto la spalla sinistra, la freccia esponeva la sua punta d’adamantino splendore.
Nella penombra ch’era stata fatta per accudire il corpo ferito, quella stella assassina brillava senza vergogna.
Estrarla senza straziare il povero angelo era un compito immane, quasi senza speranza.
Ma era stato il doloroso compito di suora Venanzia, aiutata, nell’ingrata fatica, da altre quattro sorelle impegnate a tener fermo quel corpo immerso nel suo esangue languore.
Mentre si mordevano nervosamente le labbra, strizzavano gli occhi, strabuzzavano lo sguardo, sospiravano e tiravano ora di qua e ora di là, finalmente il crudo ferro dorato lasciò libere le povere carni straziate.
Una ferita irregolare restò, come un occhiello senza orlo, uno strappo nella seta pura della liscia pelle del petto.
E dietro la schiena, sotto la spalla, un piccolo foro irregolare, nero, che di lontano poteva anche esser scambiato per un grande neo, una vecchia cicatrice, una piccola bocca chiusa di forma quasi rotonda.

SYRIA

RAINEWS.IT – 23/9/2011. Damasco. Il corpo di Zainab al-Hosni, una ragazza siriana di 18 anni è stato trovato decapitato, mutilato delle braccia, e senza pelle dai suoi parenti a Homs, una delle citta’ nel centro della Siria prese di mira dall’esercito di Damasco durante le proteste contro il regime di Bashar al-Assad.

Syria è andata.

Si è chiusa le porte alle spalle ed ha socchiuso i suoi occhi d’oro.

La polvere della strada le ha impolverato i sandali mentre un lembo della lunga tunica nera si opponeva a quella repentina partenza aggrappandosi ad un cespuglio cresciuto chissà come sull’arida strada.

Chissà perchè non voleva partire, andarsene, lasciarsi dietro tutto quel dolore.

L’oro degli occhi di Syria era opaco, non luccicava, era spento.

Sprofondati in chissà quale mondo, ora, quegli occhi spauriti, all’alba di quell’oscuro giorno senza sole, l’avevano marchiata per sempre.

 La casa era come tante, in quella povera città senza nome, ai bordi, sospesa fra l’ultimo lembo verde dei campi e i primi aridi segni del deserto.

Una casa abitata da formiche, febbrili, obbedienti, operose, infaticabili, disperate.

Il pozzo, in un angolo, in fondo al cortile, era quasi secco, da mesi, e sputava solo qualche secchio d’acqua malarica che a stento riusciva a tenere in vita le bestie magre nella stalla.

Qualche pecora, un paio di capre, una mucca, due cani.

Due magri muli testardi, unici mezzi da soma e da trasporto.

La fatica di vivere era stampata sui corpi smunti di quelle povere bestie.

Gli uomini erano nei campi, lontano, legna messa a cuocere nel forno della calura che incendiava il giorno.

Erano partiti che ancora la notta non si era alzata le sottane.

Stanchi, come morti che s’avanzavano in cerca di un ultimo riparo, accudivano alle fatiche dei campi più per dovere, per abitudine, che per l’effettiva necessità dei raccolti.

Secche stoppie, arse, sterili steli, mala erba, serpenti, scorpioni, mosche e sudore che s’impastava alla polvere, erano l’unica ricchezza di quella terra.

I piedi morsi dai sassi.

Le mani ròse dalla terra assetata.

Syria passava i suoi giorni da sola.

Parlava alla piccola bambola di stoffa che invecchiava sul magro lettino e, piano, le raccontava i suoi immaginari segreti d’amore.

Parlava ai piatti di terracotta sbeccati e ai vecchi bicchieri opachi come i suoi occhi.

Parlava al vento, al sole, agli steli dei fiori che restavano infissi nella secca striscia di terra che univa la casa all’estremità appiccicosa del deserto di sabbia che si affacciava curiosa sulla vita di quella povera bimba già vecchia.

Quella mattina il vento le aveva portato una storia.

Lamenti, urla, disperati pianti e nenie di morte, le portava quel soffio che arrivava da terre lontane.

Lampi di spade, fiumi di sangue, innocenze violate.

Il re aveva mandato i suoi soldati a riscuotere un pingue bottino di sangue.

Era assetato.

E a quella fonte aveva deciso di spegnere la sua sete insaziabile.

Volubile e imprevedibile, il suo appetito scatenava improvviso i morsi delle lame che recidevano fiori innocenti, lasciandosi dietro solo sanguinanti steli a marcire e disperate madri violate, ad implorare su di sè il colpo finale.

Il vento impietoso, inclemente, quella mattina portava lo scirocco di sangue nelle orecchie di Syria e il peso del dolore gravava tutto intero sul cuore di giovane bimba già vecchia, nata senza diritto alla felicità.

Il vento non conosce misericordia, carità o compassione.

Come le cose del mondo, il sole, la luna, l’aria sottile, indifferenti, assistono ai destini degli uomini, così come quel vento, che a Syria racconta una storia dolente.

Non piange, il vento della terra promessa.

Non si ferma.

Sussurra, senza guardare, come si spengono gli occhi dorati, come si fanno duri di pietra, come si spezza il cuore di una bimba che vive da sola.

La voce del vento parla di madri e di padri e di figli sgozzati.

Il fiume di sangue che scorre arrossa il fondo del pozzo poco lontano.

Il secchio grondante è ancora riposto sul secco muretto di sassi.

Una brocca, sul tavolo, ricolma, s’aggruma pian piano.

Gli occhi d’oro di Syria si guardano intorno spauriti.

Il vento piano l’avvolge, l’abbraccia, la stringe.

Annega, la bimba, tra le spire di quel serpe che le penetra in cuore e le spegne il respiro.

Gli occhi si seccano, come il pozzo d’estate.

Il sangue si ferma, mentre il vento le narra di strazi e di morte.

La sete del re non s’appaga, anzi, vorace, golosa, s’avvampa, incarognita, ad ogni sorso succhiato dal calice colmo di sangue.

Il vento s’accosta ai piccoli seni, a quel ventre nascosto, mentre la sete del re raggiunge lo stremo e si strugge, la belva sul trono, stringendo l’inutile scettro, che, ad un tratto, improvviso, cade a terra spezzato.

Il re si raggela.

Il terrore lo avvinghia, lo scuote, lo svuota, lo sbatte, lo annienta.

Un re è povera cosa, nella terra promessa.

Il vento racconta la storia che ha visto per strada, che ha spiato, entrando dalle finestre, di sbieco, sbilenche, del palazzo reale.

Il vento è un soffio che sibila alle orecchie di bimba che vorrebbe aver mani per fermare tutto il terribile strazio che sale dal pozzo che s’empie di sangue.

La terra tutta s’imbeve di quello stazio tremendo.

Il vento, prepotente, s’impossessa del vestito di Syria e se lo porta lontano, insanguinato trofeo d’amore.

La bimba, da sola, resta a terra, stesa, tremante.

Poi, solo il silenzio, lento, estenuante, s’insinua sulla terra promessa, invade le case e, infine, inesorabile, festeggia la conquista del campo sconfitto.

Syria, innocente, si volta piano, estenuata.

Di piombo s’è fatto lo sguardo che d’oro era al mattino.

Non c’è, adesso, un’ora del giorno che rintocchi per dare misura di tanto dolore.

S’è sospeso anche il tempo, sotto il sudario del silenzio penoso.

La bimba, attorno, ora cerca un segno, un ricordo, un flebile appiglio.

Nello specchio sul muro, il suo volto è d’un mostro dagli occhi sbarrati.

Piene, le orbite, d’un vuoto sgomento.

Piombo.

Oro rappreso, marcito.

A tentoni s’avanza nel buio silenzio.

La casa è un vorticoso aleggiare, fantasmi, rumori, sinistre presenze.

Demonio, l’angelo s’è fatto, in quella danza del vento.

I morti urlano, invocano, implorano la pietà che il re non conosce.

Crudele, il destino del re si compie, morendo di sete insaziabile.

Le insegne spezzate.

Lo scettro caduto.

Il tonfo s’ode per tutta la terra promessa.

Con l’ultimo rantolo il vento s’allontana, furtivo, com’era arrivato.

Syria si alza, prende la porta, e va.

Deve andare.

Seguire il vento che va.

E raccontare la storia, a quelli che incontra, dei morti innocenti, del re, del vento che parla.

Il suo nome di stella, Syria, ha mutato il tempo che scorre piatto sul fiume.

Syria.

Il frutto del vento, ora, innocente, la bimba si porta seminato nel ventre.

La sua storia.

La storia che il sussurro feroce del vento narrava avvincendo la povera bimba innocente.

La storia che narra della strage degli innocenti nell’arida terra promessa.

L’INNOCENZA DELL’ANGELO

 

Bettina Von Arnim

Seduto davanti allo specchio, l’angelo splendeva nella sua bellezza.

Non era un angelo come siamo abituati ad immaginarlo.

Non aveva gli occhi azzurri ed i capelli non erano una folta cascata di riccoli dorati.

Ma aveva tutta la dolcezza che posseggono degli angeli.

Tutto riluceva nella sua natura di creatura al di sopra degli uomini.

Ogni suo tratto, ogni suo pensiero, ogni sua sensazione.

Ogni emozione, ogni desiderio, ogni cosa, tutto, tutto, in quella figura dolce di angelo, manifestava l’amore di Dio, del creatore degli uomini e di tutte le altre sterminate schiere di creature.

E proprio agli uomini, con tanta generosità, aveva inviato quel dono, quel simbolo di purezza, quel Suo messaggero fedele.

Ad un tratto, l’angelo si alzò in piedi, lì, davanti allo specchio e cominciò  a muoversi con la grazia degli angeli.

E parve, così, d’improvviso, che tutto, d’intorno, in quel mondo abitato dell’angelo, cominciasse a prendere vita.

Spiando da una fessura della porta che si apriva alle spalle dell’angelo, potevo vederlo, ammirarne il corpo flessuoso, la tensione superiore che rendeva evidente, nella sua figura esile, il punto di contatto fra la caducità della misera carne dei corpi e l’eterna spiritualità della trascendenza.

Si muoveva gentile, con grazia leggera, con la leggiadria degli angeli.

Con la mano spazzolava i pensieri, uno ad uno, proprio come la spazzola accarezzava la sua chioma di seta bruna.

I tratti del volto, le guance, gli incavi sotto gli zigomi, le labbra rosse capricciose, la pelle candida, i seni tesi e acerbi, il ventre languido e morbido, gli occhi vividi e profondi, neri del nero dell’inchiostro, illuminati dalla divina luce della perfezione, tutto, in quell’esempio di inattingibile virtù, era cesellato nella materia di cui sono fatti solo gli angeli.

Eppure, tutto, in quell’aspetto esteriore pur così superbo e bello, tutto, in quello splendore di grazia e di purezza, tutto, pure, era nulla, nulla appariva, se messo al confronto col candore assoluto dei suoi pensieri amorosi e la sensibilità ardente del suo angelico cuore.

Davanti allo specchio, sul piano del tavolino delicatamente decorato con finimenti di madreperla e lacche preziose, poggiato di fianco, giaceva un foglietto di carta che mostrava appena il graffio ancora sanguinante che il pennino inchiostrato aveva lasciato.

Con quell’arma divina erano state vergate le prime decise parole della missiva rivolta all’amico.

Vienna, 28 maggio 1810.

Quando vidi colui, di cui voglio ora parlare, mi dimenticai di tutto il mondo; e anche adesso, quando il ricordo mi prende, il mondo scompare; sì, scompare…

Era con queste parole che l’angelo cominciava il racconto della visione che gli aveva rapito il cuore ancor puro nella tenera età di un fiore che sboccia.

I suoi occhi non conoscevano il peccato.

Quando, innocenti, si erano posati sull’amato volto che faceva vibrare di sentimento tutto l’essere di quell’angelo di perfezione, tutto, in quell’attimo, si era dissolto e il tempo, con quello, che si era dilatato fino a svanire e poi, appresso, la memoria e le altre facoltà del corpo e infine anche il pensiero.

Il mondo era improvvisamente evaporato in quella dimensione sovrannaturale dello spirito che solo un angelo si può nutrire.

Lo spazio che conteneva la volta celeste e gli altri astri sopra di quella era diventato così vasto che avrebbe spaventato un’altra creatura non altrettanto straordinaria.

L’orizzonte mio comincia ai miei piedi, s’incurva sul mio capo ed io sto in mezzo ad un mare di luce, che si sprigiona da te; in una calma profonda mi libro con placido volo verso di te, oltre i monti e le valli… Oh lascia ogni cosa, chiudi i tuoi chiari occhi, vivi un istante in me, dimentica quanto si interpone fra me e te, le lunghe miglia ed anche il lungo tempo… Guardami dal punto in cui ti vidi per l’ultima volta… Oh stessi ancora davanti a te!… Oh potessi esprimermi chiaro!… Che profondo brivido mi scuote, quando, contemplato per qualche tempo il mondo con lui, guardo indietro verso la mia solitudine e sento come tutto mi è estraneo! Eppure come è che ancora rinverdisco e rifiorisco in questo deserto?…

Tutte le cose, sulla terra, erano diventate un insignificante inutile nulla.

In quell’attimo si smarrimento interiore, che aveva acceso d’innocente rossore le guance virginali dell’angelo, solo il pensiero dell’amato compagno e delle loro innocenti distrazioni aveva saputo resistere.

Era diventato il centro del mondo.

La materia, gli elementi, la natura, le bellezze del creato, tutto era svanito, in quell’empito d’emozione da cui era stato sommerso, in quell’istante d’infinita apnea.

Era balzato impazzito, il cuore dell’angelo.

E nel ricordo di quell’attimo era restata sospesa ancora la vita.

Di dove mi viene la rugiada, l’alimento, il calore, la benedizione, il bene?… Da questo nostro reciproco amore in cui sento me stessa così graziosa… Se io ti fossi vicino, vorrei restituirti molto, in compenso di tutto…

Ora sul foglietto posso leggere bene le parole rivolte all’amico dall’angelo.

Mentre corre veloce la candida mano, il foglio si riempie di segni sempre più fitti.

Ricorda, la creatura, racconta al suo fido compagno, l’incontro che ha avuto, e così egli descrive …………………………

E’ Beethoven colui, di cui voglio ora parlarti e presso cui mi sono dimenticata del mondo e di te. Io sono assai bimba ancora, ma certo non sbaglio se dico (ciò che forse nessuno ora intende e crede) ch’egli cammina ben innanzi a tutta l’umana civiltà, e chi sa se mai lo potremo raggiungere!… Io ne dubito. Possa sol vivere fino a quando il possente e sublime enigma che è nel suo spirito abbia raggiunto, maturando, la sua più alta perfezione: sì, possa toccare la sua ultima meta. Allora ci lascerà nelle mani la chiave di una scienza celeste, che ci solleverà verso la vera beatitudine.

A te posso ben confessarlo: io credo ad un fascino divino, che costituisce l’elemento della natura spirituale. Questo il fascino che esercita Beethoven nell’arte sua. Tutto quello che si dice per illuminarti, è pura magia; in lui ogni atteggiamento tende a costituire un’esistenza superiore, e in tal modo Beethoven sente d’essere il fondatore di una nuova base sensibile alla vita spirituale. Tu riuscirai certo ad intuire che cosa voglio dire e quale sia la verità. Chi potrebbe sostituire per noi tale spirito?

Da chi potremmo aspettarci un equivalente?…

Egli stesso ha detto: “Quando apro gli occhi, son costretto a sospirare, perché ciò che vedo contrasta con la mia religione, e sono forzato a sprezzare il mondo che non avverte che come la musica sia una rivelazione superiore ad ogni sapienza e filosofia. Essa è il vino che dà l’estro a nuove creazioni, io sono il Bacco che spreme per gli uomini questo mirabile vino e li inebria nello spirito. Che se in seguito tornano in sé, vuol dire che essi hanno fatto di tutto per afferrare quanto li aiuti al regime secco… Io non ho amici, debbo vivere solo con me; ma so con certezza che Dio nella mia arte è più vicino a me che non agli altri uomini; io lo pratico senza paura, ché l’ ho sempre riconosciuto e compreso. Né mi preoccupo della mia musica, ché non può avere una brutta sorte. Chi la comprende, deve necessariamente liberarsi da tutte le miserie, che gli altri trascinano con sé…”.

Tutto ciò Beethoven me lo disse la prima volta che lo vidi; ed io fui pervasa da un senso di rispetto nel vedere con quanta benevola franchezza si esprimesse con me, quantunque io dovessi essere ben insignificante ai suoi occhi… “Parli a Goethe di me, gli dica che vada a sentire le mie sinfonie; allora converrà con me che la musica è l’unica porta immateriata, onde si accede in un mondo superiore della conoscenza, il quale abbraccia l’uomo ma non può essere abbracciato. Occorre il ritmo dello spirito per comprendere la musica nella sua essenza; essa dà l’intuizione e l’ispirazione delle scienze celesti, e quello che lo spirito vi percepisce materialmente, è incarnazione di conoscenza spirituale…

L’arte, così, rappresenta sempre la divinità, e il rapporto umano con l’ arte, è religione. Ciò che raggiungiamo con l’arte proviene da Dio, è ispirazione divina, che prefigge alle facoltà umane la meta che egli raggiunge…”

Io gli promisi di trascriverti tutto, per quanto posso comprendere io. Egli mi condusse alla prova di un gran concerto a piena orchestra.. Mi ero seduta tutta sola in un palco dell’ampia sala, quasi al buio. Attraverso fessure e fori filtravano strisce di luce, ove danzava su e giù una fiumana di scintille multicolori, che dava l’impressione di vie eteree popolate da spiriti beati. Lì, scorsi questo immenso spirito dirigere la sua orchestra. Oh Goethe, nessun imperatore o re ha tanta coscienza del suo potere, e che ogni forza si sprigiona da lui, quanto questo Beethoven, che pur dianzi, in giardino, ricercava la causa, onde a lui veniva ogni cosa. Se io lo capissi come lo sento, saprei tutto.

Egli stava lì così fermo nella sua decisione; i suoi movimenti ed il suo volto esprimevano la perfezione della sua creazione; preveniva ogni sbaglio ed ogni equivoco; non un soffio era arbitrario; tutto era trasferito nella più cosciente attività dalla gigantesca presenza del suo spirito… Piacerebbe preconizzare che un simile spirito ricomparirà in una più matura perfezione come un dominatore del mondo.

Ieri sera ho trascritto tutte queste cose; stamani le lessi a Beethoven, ed egli disse: “Io ho detto questo?… e allora è segno che ero in estasi!”. Egli rilesse ancora una volta attentamente, cancellò qua e là, scrisse tra le righe, perché quel che conta per lui è che tu capisca. Procurami la gioia di una pronta risposta, che provi a Beethoven che tu lo stimi. Abbiamo sempre avuto il proposito di parlare di musica; sì, questa era anche la mia volontà; ma adesso soltanto sento, in virtù di Beethoven che io non sono da tanto.

Bettina.

Bettina fece incontrare per la prima volta Beethoven e Goethe, ma l’incontro non ebbe l’esito che forse Bettina sperava, e fra i due grandi uomini non nacque nessuna vera amicizia.

LETTERA A GOETHE

di Bettina BRENTANO Von ARNIM

VITA

Jean Léon GEROME - BETSABEA

Strade, templi, architravi della storia, vecchie mura,  manifestazioni fisiche di vecchie fiabe in cui vivemmo come protagonisti inconsapevoli, memorie sepolte dentro di noi, ricordi, fantasie.

Mattoni consumati.

Rossi tetti a spiovente, cotti dal sole e sfiorati dall’ala del tempo.

Colonne alte, dritte e candide.

Colonne di bianco splendore, che sostengono la volta del cielo.

Marmo candido, pietra tenera, carne dolce, soda e trepidante, profumata, gambe , cosce, approdo del desiderio, alti fusti rastremati, curve  lievi, sottili venature da accarezzare, stipiti e portali che introducono al grembo dell’amore eterno, promesse evase, potenza dell’immortalità mai raggiunta, estasi che brucia e consuma irrimediabilmente.

Forme da baciare, tenere carni da mordere, fiori da annusare, nettare da bere, ambrosia del tempo.

Portici, archi e nicchie.

Ruderi distesi sul letto dei giorni.

Nude forme rotonde.

Quiete, calde e materne.

Legame intimo, ancestrale, cordone mai reciso, che unisce la materia che si consuma al tempo che scorre senza fine, alla storia, alla vita.

Purezza mai violata e candore mai perduto.

La vita.

Una catena di madri e padri che si amano.

Padri e madri che compiono il più dolce atto d’amore.

Un atto d’amore che nessun sacerdote ha mai voluto consacrare alla gloria degli dei.

Un amore libero e infinito.

Un atto che rende reale il miracolo.

Il miracolo della vita.

Un figlio.

Una nuova goccia versata nell’immenso fiume che scorre dall’origine dei tempi.

Il fiume che sgorga dalle fonti della vita.

E’ una catena di pietre e di forme, il processo che fa e disfa gli uomini.

Anelli che congiungono il passato con il presente.

Il presente ed il futuro.

Pietre legate, saldate, unite, intrecciate come le lingue degli amanti.

Pietre bagnate e calde.

Grotte, gallerie, sotterranei, catacombe della storia.

Utero che partorisce il miracolo.

Miracoli che diventarono città, popoli, nazioni.

Glorie passate e sconfitte eterne.

La Vita.

Strade, luci notturne, ombre sospese sulla strada.

Luci fioche, coni gialli che galleggiano sulla nebbia, ferme a mezz’aria, incerte sulla porta della semioscurità.

Luci che si dondolano, che si fanno cullare dal vento.

Luci che accarezzano quelle pietre consumate, graffiate, ferite.

Carezze che leniscono il dolore di quelle ferite.

Carezze che diventano lascive quando il buio fa calare il suo complice sipario.

Pietre felici di stare aggrappate le une alle altre, contente di combattere, falangi, coorti, centurie  l’estrema battaglia contro il tempo.

Pietre che festeggiano la propria vittoria mostrando ai radi passanti le ferite della battaglia.

Pietre accarezzate dalla mano gentile di una bimba ancora innocente.

Pietre strette dalle mani di un lavoratore stanco.

Pietre messe insieme da una nuova coppia di innamorati.

Pietre che partoriscono una nuova casa.

Case.

Palazzi.

Città.

Convulse cataste di chiassoso disordine.

Metropoli.

Rumori, fumi, prospettive diagonali che si perdono al di sotto delle smorte luci dei lampioni.

Piani infiniti troncati dalle verticalità a specchio, vanitosamente in mostra.

Algide architetture, nude e volgari, promettenti e ingannatrici, in mostra, in vendita come puttane di gran classe.

Puttane senza amore.

Puttane senza vita.

Puttane senza anima.

Puttane sche si specchiamo nel cristallo oscuro dei grattacieli vuoti di notte.

Solitudini che si solidificano nelle folle che corrono impazzite sui marciapiedi traboccanti di terrore e nelle arterie sotterranee di questi formicai senza speranza.

Vetrine che mostrano i propri ori ed i propri argenti come inverecondi peccati commessi da depravati mai paghi del proprio vizio.

Metri quadri, a milioni e milioni, di vuoto che miracolosamente si trasformano in correnti di denaro.

Denaro che ritorna miracolosamente sterco.

Sterco che conserva il maleodorante olezzo del denaro.

Stalle grandi come banche.

Batterie di polli e vacche e maiali impilate in file di ordine paranoico.

Pile di monete d’oro e d’argento, luccicanti medaglie, monili preziosi, gioielli, pietre preziose.

Pietre.

Pietre che hanno catturato lo splendore della luce.

Pietre preziose.

Pietre baciate dai secoli.

Pietre, mattoni, fregi, decorazioni.

Ornamenti di palazzi ossequienti, di teatri discinti, di templi devoti e bigotti.

Ornamenti di Podestà del Popolo schiacciati dal potere.

Ornamenti di commedianti impacciati fischiati dal pubblico.

Ornamenti di pastori balbuzienti, di pontefici officianti, di dei onnipotenti.

Ornamenti preziosi.

Attributi della Bellezza.

Dea superba e concupiscente.

Afrodite.

Dea, sovrumana e conturbante.

Bianca e leggera, come una nube nell’azzurro del cielo.

Dea dalle carni candide, dalle forme rotonde, dalle fattezze perfette.

Dea imprigionata nella penombra profonda della cella del tempio.

Pietra consacrata dalla sacralità del rito.

Spigoli imperfetti custodi della perfezione divina.

Angoli oltraggiati dai colpi di cannone.

Carni straziate dalle schegge, sanguinanti, carni che desideravano solo una notte d’amore con la dea più sublime.

Desiderio perduto, sparso come seme al vento.

Desiderio e carni consumate.

Carni stanche.

Capelli disfatti.

Sospiri e rantoli.

Segni d’amore.

Simboli sacri.

Notti di preghiere e notti d’amore.

Giorni spesi  nell’adorazione dei più osceni giochi d’amore.

Amanti folli che si sono stretti fino a farsi del male.

Baci caldi, carezze sensuali.

Lusinghe sconce d’ardente desiderio.

Desiderio che diventa vita.

Intonaci consumati, letti sfatti, lenzuola sporche.

Segni dell’amplesso.

Segni dell’amore.

Amanti disfatti.

Esausti.

Occhi socchiusi da cui fuggono lampi di voluttuoso accanimento.

Voluttà che si è fatta carne.

Carne che si è fatta amore.

Amore che diventa vita.

Vita.

Vita che si fa storia.

Pietre.

Pietre che si fanno storia.

Paasseggiate solitarie nelle strade deserte della sera.

Ricordi di giovani innocenti.

Passeggiate sulla riva di un torrente.

Ciottoli candidi come l’innocenza degli innamorati sfortunati che non si sono baciati sotto al sole.

Amanti troppo timidi.

Giovani impacciati.

Agnelli spauriti.

Dolcezza dei primi goffi approcci.

Candore della spregiudicatezza.

Violenza dell’innocenza e del turbine.

Passeggiate, corse, lotte, abbracci, ansimi, respiri, sussurri spezzati, oscenità dei pensieri, ansie, paure.

Libertà.

Passeggiate.

Strade che penetrano nelle viscere del tempo.

Acciottolati scricchiolanti.

Mattoni rossi, squadrati, larghi.

Mura e musei.

Marmi e monili.

Vezzi di femmine vanitose.

Adescamenti del potere della vita.

Trappole.

Inganni.

 

Nilo, Gange, Tevere.

Fiumi.

Dei.

Giganti.

Pietre.

Pietre levigate come un petalo di fiore.

Fiori delicati come la pelle di una bambina.

Pelle che custodice l’innocenza dei corpi.

Corpi che si consumano.

Corpi che si rinfrescano.

Corpi che rinascono.

Corpi puri come fiori.

Gemme dai colori delicati, gocce di purezza.

Gemme partorite dalla dura scorza rugosa dei rami.

Rami protesi nel vento ancora gelido dell’inverno, riscaldati appena dal primo ingannevole tepore della primavera che ancora si nega.

Duro legno che per miracolo si fa fiore delicato.

Carne che diventa vita per il miracolo dell’amore.

Carne che diventa figlio.

Figlio che diventa uomo.

Uomo che ama una donna.

Maschio.

Femmina.

Nudità innocenti che si cercano e si trovano.

Innocenza che si nega e si concede.

Nudità di angeli che popolano i cieli e la terra.

Angeli.

Angeli figli dell’amore.

Angeli con le ali, leggeri, spensierati, teneri, senza pensieri e senza peccati.

Ali leggere.

Ali forti.

Ali che si librano, sicure, potenti, verso il cielo.

Ali che battono l’ordine perfetto del movimento.

Movimento che trasforma il grave peso della materia in volo leggero.

Leggerezza inconsistente dell’aria che per miracolo diventa solido sostegno.

Ali che partoriscono dalle carni candide delle spalle forti degli angeli.

Angeli con le ali, pronti a solcare l’immensità dei cieli.

Ali che rompono la linea diritta della schiena.

Ali che si librano con la leggerezza delle piume.

Piume candide e leggiadre.

Piume di ippogrifi e fenici.

Ali piumate che accarezzano il vento.

Ali che sfidano l’ardore degli astri.

Ali che sconfiggono il destino.

Ali che riscattano la morte.

Ali di angeli con i capelli biondi e le gote paffute.

Figli di matrone e principi, signori e cortigiane.

Sberleffi.

Scherzi di pintori e prove d’arte.

Paesaggi e primi piani.

Sorrisi e colori.

Sfumature e profondità.

Luci, penombre, oscurità.

Spirito e anelito di vita.

Arte.

Storia

Vita.

Lazy

Alberto Savinio   “Annunciazione” 1932

Lazy va in giro tutta vestita di lana colorata.

Gira da sola, ha i capelli lunghi e lisci. Neri. Sporchi.

Puzza, beve. E’ sempre ubriaca.

Quando racconta le sue fantasie mette paura.

Gli si arroventano gli occhi, sputa, urla, sembra entrare in trance.

Pare una medium posseduta dagli spiriti maligni.

E si fanno vedere, gli spiriti, attraverso il soffio del naso, che si gonfia e gocciola e si riempie di sangue, addirittura, certe volte, quando il terrore ivade intero il corpo di Lazy.

In quei momenti si contorce, piegata sulle gambe, come in uno spasimo terribile, le si secca la voce in gola, raschia, inceppa.

Si torce le mani.

Si strappa i capelli.

La sua voce pare provenire, in quei momenti, dalle viscere della terra, da un corpo distante miliardi di anni luce.

I suoi occhi, che già sembrano diventare braci ardenti, ad un certo punto si stringono, diventano fessure per trattenere qualcosa che da dentro quell’esile copro di femmina vorrebbe uscire e possedere il mondo.

Il volto di Lazy, nei momenti di dolce calma, è il volto di una sognatrice.

Un pò allungato.

Il volto di una Madonna palestinese.

E si, una Madonna.

Di Nazareth.

Al culmine delle sue crisi, dei suoi scatti nervosi, delle sue epilessie, Lazy si rivolge al cielo.

“Angelo !”, urla.

“Angelo mandato dal demonio !”

“Mi hai rubato il dstino di donna e mi hai buttato nella polvere”.

“Tutta la città parla ormai di me”.

“Mio padre ha alzato la mano contro di me !”

“Mia madre mi ha indicato col dito feroce la porta di casa”.

“Esci ! Puttana ! Non farti più vedere”

Io piangevo disperata.

Non avevo neanche voce per discolparmi.

Io, pura come fonte immacolata.

Io, vergine immacolata.

Io, candida come la farina appena macinata.

Non è servito implorare, nuda, mostrare il mio corpo di bambina innocente.

Non è bastato chiedere a Dio di testimoniare in mio favore.

“Tu, Angelo ! Tu, Angelo del demonio hai portato la disperazione nella mia vita e nella mia famiglia”.

“Tu, Angelo maledetto, hai portato con le tue parole il peccato sopra di me”.

Hai detto “Porterai dentro di te il Figlio di un Re. Il Figlio del Re dei Re”.

“Porterai dentro di te il Figlio dell’Uomo”.

“Partorirai il Figlio del Cielo”.

Io.

“Io che non ho conosciuto mai un uomo”.

“Io che non sono neanche una donna, ancora !”

“E mi hai lasciata così, nella mia solitudine disperata, in attesa della vendetta degli uomini della mia famiglia”.

“Il mio ventre innocente si gonfiava, portando in sè il frutto del tuo peccato, il fiore del mio desiderio. E più si gonfiava e più le mie guance arrossivano. E più diventava impossibile nasconderlo, più mi richiudevo nel buio della mia stanza, in fondo alla capanna di legno e lamiera, accarezzando la soffice lana della capra che mi dava un pò del suo latte e del calore della sua compagnia”.

“Angelo !”

“Quando è giunto il momento di rivelare a mio padre lo stato in cui mi trovavo non ho trovato te al mio fianco, per difendermi dalla violenza della sua mano !”

“La mano del padre che colpisce la sua unica figlia, la sua figlia innocente come il cielo di primo mattino, quella mano sa fare male”.

“Il dolore che quella mano sa infondere nel cuore di questa povera bambina che piange per te, Angelo, è nulla rispetto al dolore della violenza patita dal corpo, dalla forza bruta dei colpi rabbiosi del padre amato che si è visto derubato dell’unico bene che Iddio gli aveva donato. L’onore riconosciutogli dalla sua gente”.

“I suoi colpi ferivano l’anima mia, più che il mio volto”.

“Il sapore dolce del mio sangue non addolciva l’amarezza delle mie lacrime.

“La durezza senza pietà dello sguardo di pietra di mio padre che si accaniva sul mio disonore mi lapidava come veri sassi”.

“Angelo, Angelo del demonio !”

Quando ti ho visto accanto a me ho tremato”.

“Erano palpiti di paura”.

“Tremava il mio cuore, nel vedertia me vicino”.

“Angelo, guardare nei tuoi occhi senza fondo era come guardare negli occhi del Re dei Re, che annunciava la nascita, per mezzo del mio corpo senza valore, del suo Figlio prediletto”.

“Ho preso la tua mano fra le mie”.

“Era fredda”.

“E l’ho riscaldata”.

“E quel calore ha ravvivato il mio corpo di bambina”.

“E quel calore ha infuso la magia del contagio della vita nel mio acerbo ventre immacolato”.

“Angelo, il tuo odore, il tuo sapore, la tua impronta sono rimasti impressi sopra di me per l’eternità che non si consumerà mai!”

“Il frutto del dono che mi hai portato avrà dentro di sè tutto l’amore che io ho dato a Te, in quel momento, nel momento in cui hai confessato a me il tuo amore per questa misera bambina immatura”.

“Angelo, nessun Dio potrà prendersi il frutto del tuo dono. Resterà mio, per sempre”.

“Quando mia madre mi ha spinto per strada, urlando, come una matta che io, Lazy, la sua unica vergine mai sfiorata da mano di uomo, ero una sporca puttana di città, Angelo, quando mia madre mi ha spogliato nel vico davanti alla casa, Angelo, tu non eri lì, a difendermi, a portarmi la tua parola di conforto, a porgermi la mano del Re dei Re per fermare quell’orltragio che mi offendeva e mi trasformava in cosa più povera del fango della strada !”

“Quando mi hanno sputato, quando mi hanno guardato come si guarda una cagna, quando mi hanno usata come si usa una femmina di coniglio, tu non eri lì, al mio fianco, insieme al tuo Re, Angelo del demonio !”

“Il ricordo del tuo calore mi deve bastare per l’eternità che durerà la memoria del mio dolore”.

“Il calore di un istante deve durare per un’eternità di tempo senza fine!”.

“E tanto durerà ! Te lo giuro !”

“Tanto durerà, quanto la vergogna che mi porterò appresso per il mondo. Io madonna, madre, vergine, pura acqua di fonte mai bevuta”.

“La mia carne sarà cibo per i corvi del cielo, il mio sangue bevanda per le iene della terra, il mio dolore nutrimento per gli dei del paradiso”.

“Lo strazio che il tuo dono ha provocato alla mia esistenza per tutto il resto del tempo che ho da vivere non sarà ripagato dalla tua presenza consolatrice!”

“Sei volato via, leggero come una nuvola”.

“Sei svanito come eri apparso”.

“Mi hai lasciata nel sogno, ancora incerta se ciò che era avvenuto nell’attimo eterno della tua presenza fosse frutto di una fantasia impura e malata oppure una dura e concreta verità incancellabile”.

“Inconfessabile”.

“Sei tornato immediatamente ad essere il Nulla da cui eri venuto”.

“Ma quali conseguenze, il tuo Nulla mi ha lasciato scritte sulla candida carne”.

“Angelo sterminatore di tutti gli attimi di felicità che il destino avrebbe voluto e potuto riservarmi, se non avessi incontrato te, Angelo perfido del demonio !”

Il sibilo di Lazy si perdeva così, stasera, all’angolo della strada.

Nel silenzio.

Nuda.

Vestita del gelo di questa notte stellata.

La troveranno così, domattina.

Addormentata sotto l’arco di una chiesa, davanti al portale monumentale sbarrato a difendere il suo triste mistero metafisico.

Una madonna lasciata al gelo.

Una madonna lasciata tra le braccia di un Angelo.

Una madonna col cuore impazzito di paura.

Una modanna morta di vergogna.

Una madonna sola.

Sola per sempre.

Una madonna cui è stato rubato il destino.

Una madonna bambina.

Una bambina per sempre.

Non so se la storia che ho sentito raccontare a Lazy abbia qualche fondamento di verità.

Non ci trovo nulla di incredibile, nulla di strano, in quello che ha urlato.

Il suo racconto voleva ferire, colpire, far male.

Chissà l’Angelo chi era.

Chissà mai che colpa si porterà sulla coscienza, quell’Angelo consacrato al demonio.

Povera bambina innocente, Lazy.

Povera e derelitta.

Povera bambina lasciata fuori, sul portale monumentale della chiesa, sulla piazza più grande della città.