GENESI

Londra-National Gallery_Venere e Marte
Sandro BOTTICELLI – VENERE E MARTE

Da sempre era il Nulla.
Eterno e persistente.
E dal Nulla sorse, sorprendente, l’aurora boreale.
Fu la prima, densa e rosa.
Dolcezza d’un tiepido rossore che, lento, s’avvampò nell’intimità del Cielo vuoto.
Fu un montare, inarrestabile, d’inquieti istinti naturali.
Una rugiada, fresca, un bacio capriccioso.
Il bocciolo rosa, nel vivo oscuro caos, s’offrì al bagno d’oro della luce.
Fremente alla carezza del primo alito di vita, la dolce bionda Aurora volle farsi donna.
Così, la soave gemma rosea irradiò l’estasi lucente: fu l’alba mattutina.
Ma l’Amor non può attendere a quell’ora.
Giunse di lungi un cavaliero sconosciuto.
Si compose nel primo cielo, lentamente.
Come distratto, adolescente, ignorante dell’arte degli amanti.
Col primo raggio s’illuminò il seno rosa.
E poi, con un altro, le incerte forme tonde.
Si sfioraron pelle a pelle, l’Alba dolce del Mattino e il nascente Sole dell’amore.
Una leggera nebbia s’avanzò indecisa, guardandosi attorno titubante.
Nulla davver si scorse della copula celeste.
Ciò che si racconta oggi son solo favole mitologiche.
Io so la storia vera e m’appresto a raccontare.

Il primo istante nacque da un gemito profondo.
Un lamento intenso d’irriducibile piacere.
Una pulsazione genetica, una luce fioca, uno sdilinguir d’aurora rosa.
Il sorger d’un bagliore, fino a divenir un’accecante vampa.
Un sole, un dei mille e mille.
Quel ch’ho visto io.
Così s’accese, nell’avviso mio, l’universo intero, fra un palpito e un sorriso.
Non proprio all’improvviso,
Così mi par di potervi dire.
Il cielo, potente e maschio, si sprofondò, in quell’attimo che dura ancor ora intensamente, per sparger dappertutto i suoi raggi di fecondo seme.
E s’affannaron vogliose, la terra, e l’acqua, e l’umida materia, amanti d’insaziata siccità.
Bramavan d’accoglier la pioggia d’oro che sgorgava dalle viscere di quel sole spumeggiante.
S’apriron a quell’amante le valli più feconde del più dolce ventre femminile.
Volle, così, il primo ventre fertile, farsi ingravidare da quel sì prezioso seme!
Poi, con le cure del più tenero amor materno, quel seme fu nutrito, e fu germoglio ricco, arca dell’intero cosmo animato.
Materia della stessa materia di cui furon tutte le cose prima che il mondo fosse fatto.
Così, si uniron gli Elementi nell’amore eterno che dura ancora oggi.
Ne sorsero fiumi e mari e tutti gli oceani sconfinati.
E le plaghe dure, e nere, dove s’ode ancora il profondo rotolar d’un’eco.
Zoccoli ungulati e guizzanti pesci.
E miriadi operose di formicolanti creature.

Il primo istante è stato un lungo gemito persistente.
Profonda e intensa vibrazione che si propaga ancor per l’universo intero.
L’odon gli scienziati, che con i loro stupidi apparati intellettuali, appellan col nome vano di radiazione cosmica.
Si, ed è come chiamare lux, il culminante istante che di baluginante vita al suol c’accese.
Mio padre, gentile e dolce maschio, a momenti burbero e severo, si diè del tutto, quella volta.
E lei, la mia cara madre, l’accolse col suo corporale amor, per me divino sentimento.
Così, s’accese l’universo tutto, di piacere infinito e immenso.
E arde, oggi, ancora, pur se la pioggia batte gelida, e schiaffeggia, il vento, l’aria e, flebili, si fan le cose.
Ancor s’irradia per ogni dove quell’energia infinita, onda di piacere intenso che l’originario amplesso propaga da allor nel mondo.
Senza quella, oggi, non ci sarebbe più vita alcuna.
O rotear di stelle.
O rivoluzione d’astri…
e orbite, perfette e pure..
O galassie infinite e belle…
…caste e vergini vertigini…

Il primo istante fu una scossa di piacere voluttuoso.
Tremiti convulsi di corpi stetti forte nell’estasi amorosa.
Sfinimenti languorosi di visceri animali.
Dev’esserci, ancor lassù, nel cielo più profondo, un antico talamo nuziale.
Ove ancor si stringono sudati, gli amanti primigeni, prigionieri degli sguardi innamorati.
Scuri vortici infiniti d’interminabili armonie celestiali.
E’ il moto cosmico dei corpi, giuramento d’un amore sconfinato, che garantisce, invero, il perenne permaner del movimento.
Un istante, insomma di supremo orgasmo permanente.
Cos’è, allora, la tristezza che la morte nel cuore a momenti si raggela?
Chi l’amore, in terra ha conosciuto, sa che all’ardore segue un malinconico rinculo.
Un pausa del respiro.
Un singhiozzo che si stringe nella strozza.

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ALLEGORIA (Una storia, p. 8. Epilogo)

Jan BRUEGHEL II & Frans FRANKEN – I QUATTRO ELEMENTI

Era un mattino d’autunno, quando Salvatore fu seppellito.
Come era stato un mattino d’autunno quello in cui un seme d’angelo fu piantato nel corpo di Maria.
La terra fertile, inesauribile fabbrica di vita, d’autnno si spoglia lentamente, rabbrividendo, dinanzi al soffio che scompiglia le chiome frondose che arrossano.
La terra è l’elemento che genera la vita, accoglie il seme, lo nutre e lo protegge.
Il grembo di Maria è come la terra, gravido di vita.
D’autunno, piano, si gonfia.
Poi arriva l’inverno.
L’aria si raggela, guardandosi fissa e impacciata le mani rosse.
Le dita spoglie, come rami senza foglie, s’irrigidiscono nello spasimo di un’attesa sospesa.
Il silenzio di una notte lunga un’intera stagione che cammina col passo felpato del cacciatore ricopre il mondo.
Maria dorme un’intera stagione, scossa solo dalla nausea della prima gravidanza.
Il gelo del marciapiede la rattrappisce, rendendola minuscola, come un fiocco di neve, che non può perdere il suo candore finchè il vento prepotente dell’inverno lo sospinge lontano.
Nel mondo.
E il mondo intero, nel gelido inverno, viene travolto dal tempestoso assalto degli elementi che ruggiscono, belve affamate in cerca solo d’un pasto che si nasconde, e sfugge.
Povere bestie in cerca d’un pasto.
Sotto la coltre soffice del muto silenzio d’inverno, cova nella terra il germoglio che spunta dal seme.
La prima ecografia nel grigio reparto d’ospedale mostra a Maria l’embrione che spunta dal seme piantato nel suo seno.
Il suo uovo, il suo seme, il suo amore.
Si fanno diramazioni della vita.
Progetti virtuali di esistenze che vengono al mondo per compiere imprevisti cammini.
E’ come il ramo di un fiume, che si diparte dalla sorgente vitale posta al centro più profondo del monte d’Afrodite.
Il corso di quel ramo di vita attraversa le stagioni più volte.
Ma incomincia il suo percorso d’autunno.
Cheto, d’inverno, se n’è stato in ascolto del mormorio della vita che chiama, sepolta, sotto al manto di gelo che ricopre la terra grassa d’autunno.
Grassa, in autunno, la terra, in inverno si fa aria leggera, vento impetuoso, tempesta che scuote la mortale immobilità della morte.
Così, dove giunge l’estremità più distante di quel soffio impetuoso ch’è chiamato tempesta, quando l’inverno si confonde col tepore profumato dell’incipienza primaverile, lì, ricomincia il ciclo della vita che risorge dopo la morte.
E’ un punto esatto che indica un istante preciso del tempo.
Lì, in quel frangente i cui la terra si spacca e ne spunta un tenero bocciolo di gemma, allora, là, quello è il punto in cui Salvatore è stato sepolto.
Ma come tutti i frutti nati dai semi della terra, Salvatore non può avere conoscenza d’un eterno destino di morte.
Piano, al ritmo snervante che la natura sa dare alle cose, nei mesi dell’odoroso soffio di Zefiro, si forma una nuova creatura, che succhia la vita dal generoso grembo materno.
Il ventre di Maria è un generoso.
Il seme piantato un giorno lontano, dopo mesi che son lunghi come eterno che non conosce la fine, pian piano si sta facendo di nuovo verde virgulto.
L’infermiere indica che qualcosa sta nascendo, là nel giardino, fuori dalla finestra che s’apre nella sala pullulante d’aggeggi del mesto ospedale.
Esalano leggeri i vapori d’etere che dolcemente annebbiano la vista della bimba che, donna, s’è fatta ormai vecchia e consunta.
Ma è un sussulto.
E’ la vita, ancora una volta, che chiama.
La terra ormai s’è aperta.
Come un corpo di donna da cui nascono i frutti che vengono al mondo sporchi di sangue ed acqua santa di vita.
La pioggia, in primavera, ha nutrito la fertile gravidanza che ingrossava la terra dove il seme di Salvatore fu piantato da un angelo biondo.
Che importa se quel seme è stato piantato due volte?
Una volta, un mattino, fu piantato al suono del dolce flauto dell’amore degli angeli.
Ed un’altra, invece, più tardi, fu piantato come la punta d’una croce lorda di sangue.
Da quel seme, ora che la primavera s’è tinta d’estate, nasce di nuovo un saporito frutto carnoso.
Salvatore, lo vedo, candido giglio di giugno, ora ha cominciato il suo nuovo cammino.
Ha due ali d’angelo appiccicate in mezzo alle spalle.
Suona un dolce flauto che attira ninfe, sirene e ogni farfalla che si gira a guardarlo.
Emana un dolce profumo d’ambrosia.
E’ un fiore d’estate.
Destinato a vivere pochi giorni soltanto.
Quel fiore sparge generoso il fulgore del colore del fuoco.
Poi il fuoco del sole di luglio gli seccherà la terra d’intorno.
D’un tratto, il morbido prato che accarezza i suoi piedi si farà sterile deserto assetato.
Ma giungerà, di lungi, il ronzante esercito d’api operose.
E insemineranno la natura dei semi del nuovo angelo che adesso vola alto nel cielo.
E io guardo, sperso, in quel cielo.
A momenti mi par di vedere un’ombra lontana.
E’ Salvatore.
Quell’innocente angelo che prende in giro la morte.

DIES IRAE (Una storia, p. 7. Fine)

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BRONZINO – TRIONFO DI VENERE (particolare)

Naturalmente, la storia dovrebbe avere una fine.
Trattandosi di una specie di evangelo, le sorti dei personaggi dovrebbero essere predefinite.
Salvatore, 13 anni dopo il suo ventesimo compleanno trova la sua croce che lo aspetta.
L’ha cercata a lungo, per ogni dove.
Sempre inconsapevolmente.
Chissà quale crudele scrivano ha messo la parola fine sotto alla sua storia in una modalità tanto dolorosa.
Salvatore ha predicato e fatto i miracoli.
Ha predicato agli uomini con il suo esempio, piuttosto che con le sue parole.
Lui, Salvatore, di parole non ne ha mai avute molte, in bocca.
Poca scuola, si, l’ho detto, poca voglia di chiacchierare, lui era un timido introverso, pochi amici e soprattutto poco fiato in gola.
Meglio uno sguardo al cielo che una preghiera.
Meglio uno sputo in terra che un’imprecazione.
Risulterà difficile inquadrare questo personaggio tra i Cristi la cui iconografia vulgata è fatta di parabole, beatitudini, predicazioni alle folle.
Roba da politicanti.
In televisione ne passano ogni giorno.
Speech-writer affermatissimi ed iperspecializzati guidano la carriere di presidenti predicatori e capi di Stato pieni di medaglie e microfoni.
Intanto, tra i beati siedono solo coloro che riescono a fare lauti business con le ultime versioni di armamenti.
Sono pastori di greggi osannanti che sotto al balcone di turno dal quale un Pilato qualunque chiede “Chi volete che io liberi, Barabba o Salvatore?” loro, tutte le volte, rispondono, per chissà per quale orrenda ragione: “Liberaci Barabba e uccidi Salvatore!”
Ci sono intere catene di colli, che percorrono l’intero perimetro della terra, piene di croci insanguinate.
Su una di quelle sale oggi Salvatore.
Anche se lui ancora non lo sa.

Anche Maria dovrebbe avere già bell’e fatto, già scritto, il suo copione.
Maria oggi è una dolce signora.
Ha quell’età in cui la femminilità diventa complice del mistero del tempo.
La luce che illumina il suo volto non ha più la proterva impudenza di una fiamma che rischiara le tenebre per imporre la sua presenza guizzante ed acerba.
Oggi il bagliore che irradia d’intorno è la sfumata complicità della notte.
Seduce l’oscurità sfiorandola solo col lieve tocco d’un candido fiocco di neve.
Trasforma le carezze del rosso ruggente piacere nel viviscente piacere d’una opalina carezza.
Quel volto di donna s’è fatto uno specchio, oggi.
In quello specchio si riflette il mondo intero.
E non v’è più paura che quello possa scappare!
Non v’è più il timore che il tempo fugga, o le sfugga di mano, ne perda il controllo…
Ormai v’è solo quella consapevolezza di donna che sa.
Sa che il mondo l’è debitore.
Sa che quello non pagherà mai il suo debito, impenitente spergiuro.
Sa che la vita deve giungere, un giorno a riposare ai suoi piedi, dopo le mille fatiche e le notti, bruciate come vecchi copertoni consunti.
Sa che si adagerà docile, come un fedele cagnolino da salotto.
La guarderà fissamente negli occhi.
E, infine, le rinnoverà il suo spergiuro d’infedeltà eterna.
Proprio in quel momento, in lontananza, s’odranno battere gli zoccoli pesanti dei giorni che fuggono spauriti.
Ma Maria, quei giorni li va vissuti davvero.
Bruciati con l’intensa energia della vita sconquassata dalla fatica di mescere boccali di vuoto piacere agli uomini assetati d’amplesso.
Maria non teme l’irruenza di quel nero ratataplàn che precipita giù dal vuoto cielo buio di notte assordante.
Lei ha sempre saputo tener testa al buio dei giorni.
Che può mai temere di più?

Anche Giuseppe ha una parte scritta a posta per lui, da qualche parte.
Ma Giuseppe non è mai stato un attore protagonista.
Ha provato, una volta, quando s’è presa Maria, solitaria bambina prena che neanche conosceva, ancora, bene la vita e se l’è portata in casa, per dare un nome alla creatura che si cullava nel grembo di lei.
Voleva solo prendersi, solitario, una calda notte d’amore.
Era una notte quasi d’inverno.
Una notte immacolata.
Gelida neve ghiacciata sul cuore.
Ma a quella notte, i giorni che fecero seguito, ormai trentatrè anni fa, furono giorni di fredda indifferenza.
Una notte d’amore, si sa, non si può pagare con tutta una vita.
Specialmente se il fiore che si vuol catturare è una primula che vuole restar libera per tutta la vita.
Così, Giuseppe, dato il suo nome a Salvatore dinanzi all’amico-collega impiegato dell’anagrafe comunale, dopo poco se n’è andato senza neanche pagare l’affitto.
E’ stato facile.
Maria ha dovuto aprire la porta all’esattore che veniva a bussare.
E poi al messo notificatore.
Infine al giudice e a tutta la corte d’avvocati che chiedevano d’esser pagati sempre dell’unica stessa moneta sonante ch’ella vendeva di notte.
La sua banca centrale sfornava monete nuove di conio ogni volta che la vita richiedeva il suo prezzo salato.
E cos’altro volete che faccia una banca centrale?
Giuseppe adesso è pensionato e ogni tanto cerca ancora Maria.
Ricorda quell’unica volta che se l’è stretta al suo petto ansimante.
Ricorda gli occhi profondi di lei.
Ricorda il suo dolce sapore di miele.
Ricorda il sale del suo pianto in silenzio.
Ricorda il marmocchio che urlava disperato la sua voglia disperata di vivere al mondo.
Ricorda, Giuseppe.
Ma non ricorda più tanto bene.

L’angelo biondo il suo ruolo l’ha avuto, una mattina, e poi è sparito.
L’annunciazione del concepimento è stata il suo momento di gloria, là sul palco del gran teatro del mondo.
A lui è toccata la parte più facile.
Un evanescente Rodolfo Valentino.
Un rubacuori disceso dal cielo.
Un sogno rimasto velato.
Un dio-demonio, in questa storia abitata da anche da dei-donne e scalpitanti demoni imbizzarriti.
Ma lui è stato un capriccio.
Il desiderio che un corpo di bimba ha voluto assaggiare.
Il tedoforo della vita che porta la sua eterna fiaccola in giro per il mondo infinito.
senza di lui non ci sarebbero chiese in cui celebrare i misteri della purezza, dell’innocenza e della casta devozione ai valori della famiglia.
E’ dal peccato che nasce il senso della colpa da acquietare col sacrificio delle creature innocenti.
In un mondo senza colpe, non si aprirebbero i templi e non s’innalzerebbero altari così alti per raggiungere il cielo.
Al massimo, si mangerebbe in abbondanza di quel frutto proibito.
E, con la saggezza che quella sapienza saprebbe infonder nel cuore satollo, si amerebbe il prossimo nostro d’un casto amore eterno, vero, sincero.
Ma, anche qui, si sa, la trama è già stata scritta da qualche parte in quel gran libro chiamato destino.

Chi manca all’elenco?
La dea-madre è tornata lassù, a rimirarsene i frutti della giustizia ch’è stata profusa a piene mani dal dio-maschio che siede nell’alto dei cieli.
Adesso, vede, quaggiù, stanno montando la forca per l’esecuzione finale del buon Salvatore.
Ha la forma di croce.
Due tubi innocenti scrostati, inchiodati di traverso con la macchina elettrosaldante.
E’ alta, quella croce, che sembra voler allontanare dalla terra la meschina notizia.
Chi ha processato il povero cristo?
Un sinedrio di predicatori senza pietà.
Sepolcri imbiancati che l’hanno accusato d’un delitto senza infamia nè lode.
Una rapina finita male, una notte.
Forse lo spaccio d’una partita di droga.
Quando l’han preso, i caramba, l’anno riempito di botte.
In cella i compagni l’hanno sfiatato coi calci, senza pietà.
Neppure un filo di voce.
Un filo di sangue.
Un’emorragia interna gli ha strozzato il respiro, ma quelli, in infermeria l’hanno acciuffato per tempo.
Voleva evadere senza scontare la pena.
Sfuggire al meritato castigo.
Evitare la punizione che spetta ai colpevoli senza attenuanti.
Così, il tribunale s’è tosto riunito per decidere il rito abbreviato.
Un giudice in toga.
Un codice in mano.
La bibbia nell’altra.
Un giuramento.
Poi, giù, la condanna.
A morte, ovviamente.
Il delitto non conta per niente.

Si può peccare contro la vita.
E si può peccare contro la morte.
Si può peccare ed essere empi.
Si può peccare per accrescere il proprio potere.
E si può peccare per ingordigia, cupidigia e lubrica voluttà.
Si può peccare per molte ragioni.
I ricchi peccano perchè il mercato è simmetrico e l’arricchimento non comporta peccato.
I potenti peccano perchè i poveri non sanno niente dei loro diritti e non hanno avvocati che gli consigliano la porzione migliore del cielo da edificare con opere buone che lavano l’anima e la coscienza.
Gli stranieri peccano perchè non conoscono le leggi della nostra città.
E noi facciamo giustizia, impiccando quei forestieri fuori le mura della nostra città.
Non è peccato conquistare nuovi continenti alla gloria di dio.
Non è peccato depredare i templi degli infedeli pieni di idoli senza pietà.
E non è peccato bruciare quegli idoli, i sacerdoti e le milizie che li difendono senza viltà.
Non è peccato, non è peccato, non è peccato!
Non è peccato niente di ciò che facciamo.
Abbiamo iddio che ci protegge e ci sostiene nel fianco.
La nostra croce è più alta di quella infedele che gli altri hanno piantato lassù.
L’importante è avere un peccatore da mettere al rogo, impalarlo e infine inchiodarlo, bello comodo, là, sulla croce, in alto, lassù.
E Salvatore è un peccatore.
Di cosa s’è macchiato ancora non è stato scritto sulla fedina penale.
Era soltanto un povero cristo che cercava giustizia.
Voleva mettere a posto le cose del mondo.
E così, le cose del mondo han messo a posto lui, invece, per sempre.
Ha avuto finalmente giustizia.
Lui che tanto cercava, finalmente oggi l’ha avuta.
Ora è lavato il peccato dal mondo.
Ecco, qual’è il mesto finale ch’è stato scritto nel grande libro dei giusti rinchiuso lassù.
Ma io vorrei usare la mia penna per scriverne uno migliore.
Uno che dia ragione a Salvatore e porti consolazione al dolore d’una madre a morte ferita.

Salvatore oggi ha capito.
Ha guardato fisso nel cielo ed ha visto piangere l’angelo biondo.
E’ caduta una pioggia pesante, oggi, sul mondo.
Lacrime grosse così.
Il dolore d’un padre, seppure svagato, fa nascere fiori dalla terra che abbraccia il cuore d’un figlio distratto.
E Salvatore s’è ritrovato in un grande prato fiorito, baciato da migliaia di morbidi petali pietosi.
Ma la morte d’un giglio non dura in eterno.
Il bulbo sotterra fiorisce ogni estate.
Adesso, ch’è inverno, riposa.
D’inverno riposa, innocente, tutta la terra.
Poi, pian piano, sboccerà dalla terra un fiore immacolato più forte e più bello.
Il giallo pistillo ricorderà il colore del biondo ciuffo che inseminò la fertile terra prima di fuggirsene in cielo.
E il candore dei petali sarà la purezza del corpo di Maria venduto a poco per strada.
Lo stelo, forte e protervo, urlerà contro il cielo la sua smania di verità.
Il pianto del padre lo bagnerà, ogni tanto, per irrigare la zolla dove, la prossima estate, spunterà ancora quel puro, candido, fiore.
Purtroppo, il cuore d’un padre non si consola quando un nuovo giglio spunta dalla zolla bagnata.
Per Maria invece è diverso.
Non perchè il cuore di madre non conosca il rogo del pianto.
Ma Maria è una madre speciale ed ha piantato il suo cuore, là, sotto la zolla.
S’è scavata una piccola fossa e l’ha riposto, così, senza dolersene.
E quel cuore dona il calore alla zolla e la nutre il seme del giglio.
La gemma, affamata, succhia ancora a quel seno, anche se ha la forma cipollosa d’un bulbo.
E il cuore di mamma innocente dà un sapore speciale a quel latte che linfa si fa.

Ormai sulla panchina non resta altro che un soffio di vento.
Mi porta la voce dei fiori che spuntano, là, nel prato lontano.
I platani alti s’inchinano ad ascoltare quel canto.
Piangono, a volte, li vedo, un poco affannati.
Anche la notte, non ha più la stessa indifferenza di sempre.
Sembra più vuota, sconsolata, malinconica e triste.
Ma forse è un’impressione soltanto.
E’ il tempo.
Un fantasma che passa a levarsi il cappello e salutare con rispetto le tenebrose figure che abitano il buio.
Con incedere morbido un cuor di bambina ha preso le forme di verde ninfa amorosa.
Un pò più distante lampeggia l’azzurro d’una sirena impazzita.
Un’ambulanza sta portando via il corpo d’una vecchia barbona che diceva a tutti d’essere un dio.
Forse è solo ubriaca, o forse domani la seppelliranno.
Nessuno lo sa.
Il cielo, lassù, lontano, guarda bieco in silenzio.
Gli angeli hanno la faccia sporca dei clandestini che non hanno una casa, stasera.
Biondo, qualcuno, atletico, alto.
Un gran desiderio d’amore da chiedere alla ninfa che fa girar la borsetta sul viale.
Un copertone brucia la sua acida fiamma giallastra.
L’acre fumo di gomma si fonde nei polmoni con quello aspirato dei mozziconi bruciati.
Un sigaro e quattro denti fuggon via da un sorriso sbilenco.
Uno stridore di gomme.
“Quant’è, signorina, la tariffa stasera?”
“Per il servizio completo son cinquanta euro, solo per te, mio angelo biondo.
Per tutta la notte sono soltanto duecento.
Per tutta la vita ti pago io, se vuoi.
Portami in cielo, mio dolce angelo biondo!”

SALVATORE (Una storia p. 5)

Marc CHAGALL – GIACOBBE LOTTA CON L’ANGELO (1963)

Salvatore lo conoscete.
E’ un ragazzo come tanti.
Proprio oggi fa vent’anni.
E’ il suo giorno.
La vita festeggia il suo anniversario.
La sua venuta al mondo, la sua incarnazione, l’inizio di una nuova era.
Chissà se lui ci pensa a cosa vogliano dire parole così importanti… “venire al mondo”!
Per lui oggi è solo festa.
Ma uno che si porta addosso un destino come una croce, ci dovrebbe pensare…
“Venire al mondo” sono parole che non hanno un significato come un altro.

Maria, oggi, è un pò più matura.
Non dico oggi, in questo giorno ch’è speciale per Savatore.
Ma oggi, oggi come adesso.
Un “ormai”, visto il tempo che è passato.
E si vede.
La bimba leggera, venuta al mondo come una farfalla dolce e spensierata, che sapeva sfiorare in volo la cattiveria della vita, oggi s’è fatta donna vera.
Amante esperta e consumata.
Conosce il mondo e dal mondo è infetta.
Secerne peccato e conosce il peso della colpa.

Salvatore adesso frequenta l’università.
Ha la testa piena d’ideali.
Guarda il cielo e sente il suo richiamo.
Pensa a un mondo d’uomini tutti uguali.
Cammina per le strade con la testa un pò distratta, sempre immerso nei pensieri solitari.
Conosce molta gente, ma di amici veri, quelli ne ha pochi per davvero.
Porta nel cuore le ferite profonde della vita.
Quelle che rendono diversi tutti gli altri.
Oggi è uscito pensando a chissàcchè.
Voleva rendere il mondo un pò migliore.

Il rossetto sulle labbra di Maria è un pò più denso, oggi.
E’ del color rubro del sangue caldo.
Adesso ha preso anche il sapore denso dell’amore.
Quello venduto a poco ai bordi delle strade.
Il marciapiedi ha bruciato la sua vita.
E il rossetto divampa come i fuochi nella notte.
Uomini ingordi han divorato, poco a poco, la sua anima gentile.
E su quel manichino senz’abiti in vetrina, il sorriso s’è spento piano piano.
Inghiottito da mille pene sotterranee.
Dove s’è perduta l’acerba innocenza spensierata.

Salvatore s’è messo in tasca il suo giornale quotidiano.
Lotta continua, il Manifesto, poco importa, la protesta proletaria.
Lui vuol redimere l’intera umanità.
La colpa è quella d’esser vivi, diversi, col peccato che pesa sull’anima immacolata.
Esser diversi, giovani, angeli innocenti è una condanna da espiare ogni giorno.
Aver degli occhi che guardano lontano è guardar negli occhi fissa l’ingiustizia.
E’ una malattia che ha contagiato il mondo dappertutto.
Volerla curare fa del medico il colpevole.

Quella verde gemma di bimba sbarazzina è maturata al sole troppo in fretta.
Sotto le mutandine candide di filo la pelle s’è fatta carne e ha preso il vivido riflesso rosso dell’amore.
Il succoso frutto delle forme femminili sente i morsi, adesso, dell’intimo vorace di nera seta col filo tagliente che scorre fra le natiche rotonde.
Maria s’è fatta donna, ora.
E vende il sesso per trenta miseri denari.
E se non fuma più, come allora, quand’era bimbetta di quartiere, adesso conta ancora i giorni vuoti dentro a un bar, quand’arriva miserabile la sera.
Solitaria.
Chissà se crede d’essere infelice?

Giuseppe, l’impiegatuccio dal cuore buono che aveva dato il suo nome al figlio del peccato, presto, s’è stancato.
Se n’è andato.
E’ durata poco la loro storia.
Lui, grigio travet in tutto.
Soprattutto nella vita.
Non aveva aveva retto il peso del fantasma dell’angelo maledetto.
Quel fantasma gli abitava diritto dentro il petto.
I suoi pesanti passi stanchi, nelle notti senza fine, gli martellavano la testa.
Ma quel demone dai riccioli dorati aveva ancora la sua stanza nella testa di Maria.
Un fantasma con due case.
Una sola fatale creatura che si porta addosso due miserabili.
Il cherubino con la spada infuocata dell’amore fuggitivo
E il cupo dèmone crudele.

Salvatore era rimasto a vivere con lei.
Madre snaturata per il mestiere, ma con cuore grande assai veramente.
Degli anni della scuola non si dice un bel granchè nel solito libro di storia della strada.
Qualche anno ripetuto da svogliato e qualche amico perso un pò di qua e un pò di là.
Forse ha sempre amato anche la musica.
E forse gli è sempre piaciuto starsene in disparte a guardare fisso il cielo.
Lassù, dove il buio si tinge d’infinito.
Là,dove invisibile s’espande l’eterna melodia degli angeli infelici.
Lì, lo sapeva, abitava l’angelo suo padre.
Quello coi riccioli dorati.
Quello ch’in una mattina di tiepido sole malato, annunciò a Maria la venuta al mondo del figlio del peccato.
La carne della carne, il figliuol dell’uomo, messo nel ventre d’una bimba immacolata.

MARIA (Una storia p. 4)

Edvard MUNCH - LA PUBERTA'
Edvard MUNCH – LA PUBERTA’

Il demonio può avere molti volti e sa nascondersi sotto tante vesti diverse.
E’ una maschera, forse, un trasformista, un attore di varietà.
Ma se lo chiamiamo demonio, una ragione ci sarà.
Nel caso di Maria e del suo mondo di periferia il senso che il demonio porta dentro la nostra storia è, senz’altro, l’inferno.
Le due cose, il demonio e l’inferno, non possono essere separati.
L’uno dà significato all’altro.
L’uno, senza l’altro, non potrebbero esistere.
E, quindi, per Maria, demonio e inferno stanno dentro la stessa scena, sullo stesso palco, nella stessa vita.

Certo, pensare alla giovane ninfetta in abitini, camiciole, minigonne che si alzano sopra gambe secche, stecchi di legno verde, può far pensare a cose d’altro genere.
Desiderio, voluttà, peccato.
Cose da vecchi uomini d’altri tempi.
Niente a che vedere con le muscolari nudità dei giovanotti d’oggidì.
Ma, pensandoci bene, desiderio, voluttà, peccato… non sono l’atto d’accusa che l’Alto Tribunale, un giorno lontano, utilizzerà come prove contro di noi, nel giorno, o nella notte eterna, del Giudizio Universale?
In quel momento suoneranno a perdifiato le trombe di tutti gli angeli del cielo.
E saranno chiamati a raccolta tutti i morti sepolti in tutti i camposanti della terra.
I defunti da tutti i tempi dei tempi
In quel momento, il Giudice, col suo dito infallibile teso e proteso, ci chiederà con voce tonante:
“Tu, ti dichiari colpevole o innocente?”
E noi, timorosi, terrorizzati, frastornati dal lungo sonno interrotto, incerti, stanchi, ansiosi, gli risponderemo arrendendoci:
“Ci appelliamo alla clemenza della corte, Vostro Onore!”
E lui, ancora col dito inquisitore rivolto contro di noi, ci leggerà la sentenza inappellabile:
“Noi, Tribunale Estremo, Giudice inflessibile e giusto al massimo grado, Noi t’infliggiamo giustizia.
Noi emendiamo la tua colpa e mondiamo il tuo peccato.
Tu, tu, lurido verme che strisci nelle tenebre dove si nascondono le impure creature, tu hai volto contro il cielo l’immondo desiderio, tu hai peccato sentendo prurito dove non giunge la luce del cielo, tu hai peccato contro il volere di Dio, contro la Giustizia, contro la Legge.
Tu, il tuo corpo e la tua anima saranno in eterno preda del demonio che abita l’abisso dell’Inferno!”.
E quel Giudice infallibile, si leverà, mostrandosi in tutta la sua Altezza.
Con la spada di fuoco infilata di traverso nella cintura, il libro del Destino aperto in una mano larga, il libro della Legge stretto nell’altra, il cuore duro come una pietra, lo sguardo acuminato come l’anatema definitivo lanciato contro di noi, alla fine dell’Udienza, quel Giudice d’Ultima istanza ci affiderà alle grinfie del demonio che ci custodirà all’Inferno per l’eterna espiazione della colpa.
Nel nostro certificato d’esistenza, la fedina penale reciterà un assoluto:
“Fine pena mai!”.

Non giunge l’eco di questi eventi, là, sulla terra.
Sono, questi, eventi che devono ancora accadere, eventi che forse nessuno mai riuscirà neanche a vedere.
Non sappiamo se gli occhi dei morti sapranno aprirsi alla Luce che brillerà in altro, lassù, con fiamme tanto roventi.
E non sappiamo, a dire il vero, neppure se quegli occhi sapranno vedere il rosso bagliore delle fiamme dell’inferno che ardono dall’inizio dei tempi per temprare l’acciaio durissimo nel quale è intinta la punta della penna con la quale il Giudice sta ancora cesellando i versi della nostra definitiva condanna.
Li leggerà domani.
Un domani di là, ancora, da venire, ma certo, e per questa certezza, certamente, già così vicini da metterci i brividi.
Non giunge l’eco sulla terra.
Ma, quaggiù, sulla terra, sono già stati assegnati i ruoli per quella rappresentazione che domani si reciterà sul tribunale più alto del mondo.
Si stanno già facendo le prove.
E non occorre neanche compare il biglietto, o prenotarsi, per assistere a quella recita che domani accadrà.
Siamo invitati.
Invitati d’onore.
E non potremo esimerci dal rappresentare il ruolo centrale del protagonista principale.
Ma, questo, domani, accadrà.

Oggi, invece, ci sono le prove.
E Maria, col suo angelo biondo, sta sudando.
E’ la stanca attrice dilettante chiamata a recitare una parte.
Suda e strilla.
Stringe forte le mani.
Due piccoli pugni.
Secche pigne su cui, pallide, spiccano le nocche strette che maledicono chi ha creato la vita che nasce nel dolore.
Il respiro spezzato.
L’affannarsi di qualche aiutante pietoso.
Panni sporchi di sangue.
Un mucchio di peli neri arruffati, ciuffo d’erba selvatica cresciuta sul monte della felicità.
Un fiume rosso che scorre fino al mare infinito della vita.
Una rete nella quale resta impigliata una strana cieca creatura delle acque.
Un belato, un muggito, un bramito.
Agnelli, vitelli, cerbiatti.
Innocenti creature.
Gole pronte ad offrirsi alla lama del pio sacerdote sull’altare del sacrificio più estremo.
Venire al mondo, in questo mondo di Marie ed angeli biondi, è il sacrificio.
E le bestie innocenti ridendo offrono il collo.
Noi, bestie innocenti, ridiamo, quando la lama, dentro, ci affonda nel cuore.

Ma non le sa queste cose, la giovane vita che viene al mondo, mentre grida, Maria, e implora al suo cielo la preghiera d’un futuro fortunato per quella giovane vita.
Il fato, il destino, la fortuna, stanno scritte su una pagina di quel libro che l’angelo stringe nella mano impietosa.
La punta durissima della penna che il dio intinge nel sangue degli uomini infetto di dolore e di morte non incontra resistenza mentre scrive quelle parole, sul foglio, senza provare, per quella nuova vita che vagisce, implume e inesperta, alcuna pietà.
La vita è un fiume nel quale si bagna Maria.
E l’angelo biondo, spensierato e incosciente, nuota felice in quelle acque immote e profonde, mosse da una corrente che non ha direzione e non conosce la meta finale se non la dura sponda che la doma e la piega.
E ora, in quel flusso è entrata anche un’altra giovane vita.
A cui un nome è stato dato senza volere.
Senza sapere, l’han chiamato Salvatore.
Come se da lui dipendesse il destino del mondo.
Senza sapere.

Il destino dell’uomo è scritto in quel libro.
La legge è scritta nell’altro.
La colpa è la ragione che tiene acceso il fuoco che arde sulla spada dell’angelo sterminatore.
Il peccato è all’origine della vita ed il fine ultimo della creazione.
Il peccato d’esser venuti al mondo per un semplice atto d’amore.
Il desiderio, che preme, prude, incanta, scoppia.
E sboccia, il fiore, dal seme.
Mentre il fertile grembo materno si fa gravido di frutti.
E l’albero della vita nutre la terra, il cielo e tutto il creato.
Anche la mano del Giudice estremo si protende per prendere un frutto, di tanto in tanto, e nutrire il suo appetito insaziabile.
E prende i frutti più belli.
Recide i fiori dai colori più brillanti ed il profumo più intenso.
E nel cielo si perdono le grida di dolore di quei frutti.
E anche quei fiori piangono forte quando la mano li strappa alla terra da cui erano nati e nutriti.
Ogni giorno si compie la tragedia della vita che si muta, ancora, ogni giorno, in miracolo, ogni volta che, dalla morte, nasce un nuovo fiore in quel campo bagnato.
Anche Maria ha dato Salvatore all’angelo biondo.
E poi l’angelo è volato in Paradiso a portare la sua felice notizia.
E non è più disceso ad abbracciare la piccola, dolce, Maria, e dargli il conforto d’un onorato marito.
S’è scordato, il padre amorevole di Salvatore di dare l’ultimo bacio alla sua creatura.
Il Giudice, quando l’ha chiamato andava di fretta.
E lui è corso.
Inconsapevole, incontro al destino.

Non racconto cosa accadde, un giorno.
Forse una rissa.
Forse una folle corsa in auto incontro a quel fato crudele.
Dico solo che Maria non è donna – si è donna, ormai, e anche madre d’una smorfiosetta creatura – ma non è donna che si perde d’animo in questo nero mare terreno.
S’è data presto da fare.
Non gli è mancato il coraggio.
L’esperienza l’aveva acquisita sul ciglio d’una strada di periferia.
Il corpo s’era fatto anche più tondo.
E agli uomini piace, vigliacchi, stringer fra le braccia una bimba che donna s’è fatta, e madre, che conosce l’amore e odia la vita.
Chissà.
E’ la fretta di dare ragione al Giudice estremo.
Il desiderio è impuro, la pruderia è peccato, ogni colpa dev’esser punita.
Il Tribunale esiste solo per questo.
Ma Maria non è donna che si pone queste questioni.
Lei ama.
Le sue mani son dolci.
Come la bocca.
I seni sono sodi pomi che odoran di fiori.
Il ventre è la più dolce delle caverne.
Le porte che la suggellano s’aprono all’ordine del demonio che parla dell’inferno che brucia là fuori.

Il demonio si chiama Giuseppe.
E’ un impiegato di quart’ordine all’ufficio delle tasse della città.
Non ha mai conosciuto una donna, prima di pagarsi l’amor di Maria.
Solo solitari piaceri in un cinema buio o desideri sparsi in un vaso del cesso di casa.
Qualche appostamento dietro una siepe.
Tante volte ha pensato di pagarsi una puttana tutta per lui
Poi l’ha scelta.
Guardandosi intorno, prudente.
Una giovane bimba.
Chiamata da tutti Maria.
E ha avuto piacere di sapere che Salvatore era la sua dolce creatura.
Poteva pagarsi una puttana.
E comparsi anche una madre, un figlio, ed il titolo onorato di padre.
Ora stanno in una casa poco lontano dal centro della città.
Lui va ogni mattina al lavoro con la metropolitana e due autobus, sul raccordo anulare.
In un palazzone altro trenta piani, occupa un ufficietto di tre metri per due.
Più largo di quello che avrà, domani, quando si dovrà presentare al suo Giudice-boia.
Un inferno, la vita in città.
Un inferno, la vita.
Maria, lei anche lo sa.
Ma è più tranquilla, adesso, che Salvatore ha anche la tessera della sanità.

L’ALLEGRA COMPAGNIA

Photo by Pierperrone

Fabrizio, io e te dobbiam parlare.

E anche tu, Giorgio, perchè non ti fai più sentire?

E… e tu, Josè? Perchè non mi scrivi più?

Stai sempre lì, con Franz e Cesare e Fernando…

Mi pare di esser solo, certe volte…

La tua voce, Jim, e il tuo colore, Pablo…

Oddìo, come posso viver ormai così?

Vorrei parlarvi, avervi al fianco, uscir con voi…

Scherzare un poco e cazzaggiare, si cazzeggiare insieme un poco.

Come non abbiamo fatto mai.

Non ci siam potuti incontrare ancora tutti insieme.

E anche con tutti gli altri amici che qui non sto a ricordare…

Certo, vivete tutti in casa mia…

Con Renè e Pablo e Cònstantin e Federico…

Si, vivete tutti nella mia grande casa.

Allegra, spesso, aperta, libera, spaziosa…

A volte è troppo piccola, si, troppo piccola anche per me soltanto…

Ma con voi, certo, io sto bene. Il tempo mai non muore…

Non ci siam potuti mai incontrare tutti insieme…

Un gran ricevimento, una festa, un happening…

Una rimpatriata, un bicchier di vino rosso, il sugo grasso e il fritto unto…

Oh, si, come dici, Syd? Una bella sigaretta?

E perchè no? Accavallando le gambe sul tavolino buono, là, in salotto.

Oh, come dev’esser  bello avervi tutti quanti insieme, un giorno…

Quando mi chiamerete io forse esiterò e non correrò subito, lì, da voi.

Perderò tempo, ancora, qui, a salutare gli altri amici, i cari, i passanti ignari…

Si volteranno un poco, curiosando, poi gireranno, certo, dall’altro lato il capo…

Ed io un poco tremerò, come scosso da un freddo vento…

Un soffio gelido mi darà la spinta e cadrò… planando lentamente…

E poi piano a voi mi volgerò e salutando a questa parte m’incamminerò con passo incerto.

Come dici, Pier Paolo, amico caro? Mi chiedi perchè l’esitazione?

Mah, non so, tu mi potresti ben rassicurare. E’ che non sono certo assai di niente.

Dibito. Domando. Chiedo. Indago…

Provo a riguardar di là, dal buco che s’è aperto adesso in cielo.

Ma cosa c’è lassù? C’è davvero un gran teatro dove state tutti insieme?

Io vi mescerò il bicchiere, mentre voi discutendo animatamente, deciderete sul mio da farsi?

E se non fosse poi così?

E i cattivi? Tutti quei demòni che ci han rubato il sangue, la pelle e poi la vita, dove son finiti, mai, quei miseri derelitti?

L’han messi laggiù, in fondo, a patire fra le fiamme, le meritate pene dell’Inferno?

E se io non meritassi la vostra agognata compagnia?

Che ne sapete mai, voi, dei miei mille delitti consumati nella vita misera quaggiù?

Delitti di pensiero, d’ignavia, di pigrizia.

Come potreste perdonarmi, mai, voi, ch’avete illustrato, invece, il tempo nostro?

Non c’è memoria in cui non si specchi l’opra vostra.

Perchè mai dovreste far bisboccia con uno come me?

Sol perchè in vita io v’amai?

Generosi, sareste, allora. E in grossa compagnia.

In tanti, infatti, io v’amai. E spesso vi cercai per comprender il senso d’esser vivo.

E voi, allor, mi rispondeste. E’ questo che un pò mi dà fiducia.

Se mi rispondeste ieri, perchè non dovreste farlo poi?

Or però salutar vi devo. Ritorno ai casi insulsi dalla vita d’ogni dì.

Un pò di noia, il calar del sabato, la tazza del the bollente che lentamente s’è vuotata…

In cielo, indifferente, lascia la sua scia… un volo immaginario… un sogno… una goccia impertinente

Sono nuvole, bianche e nere. Come noi, passeggian, di passaggio.

Un saluto ancora, cari amici. Vi prego s’aspettarmi.

Sarà bello se vorrete, un dì, accogliermi tra voi.

A me non costa nulla immaginar la vostra compagnia…

L’ALTALENA

 

Eh, be, poi ci torno sopra…

Adesso basta che sentiamo la musica scorrere, come una carezza del vento…

Delicata e fresca, dolce e …

Un pò di sogno e una spinta all’indietro e …

Ooopss !!!

Eccoci, rieccoci, siamo di nuovo  nel 1975, al liceo, ai primi dolci amori, alle prime paure, alle interrogazioni, alle passioni civili, alle bandiere, agli slogan, alle assemblee, alla dolce città di provincia, a quella placenta amorevole, a quel desiderio di crescere, a quella forza inarrestabile che ci spingeva solo in avanti…

Mah, però, è bello anche oggi, aver imparato ad andare sull’altalena, su e giù… avanti e indietro… 

Nel 2012 e poi, ooppsss… nel 1975…

E poi, opplà, di nuovo nel 2012 e…

E’ ancora la giostra, quella che mi spaventava così tanto, il calcioinculo, l’altalena sulla trottola, bastava stendere la mano in avanti per cercare di acchiappare quuel ciuffo di peli che maliziosamente stava a simboleggiare tutta la carica ormonale/psichica che ci faceva crescere …  e crescere … e crescere …

Si sognava, su quella giostra … che a me metteva tanta paura, quel vorticare vertiginoso fra la terra e il cielo … fra l’avanti e l’indietro … fra l’oggi ed il chissà ..

E sotto, la musica va, come una delicata scia d’energia rinnovabile … niente a che vedere con le fiamme ed i fumi del petrolio … combustioni, scoppi, lampi, strepiti, boati, vampe…

No, è un’altra musica, quella dei campi petroliferi, dura, ferina, disperata…

Una musica che si spegne, che si scarica, che si esaurisce … non come questa energia fatta di melodie tenere, anche quando cantano la morte e loa disperazione, la solitudine e la voglia di andare…

E’ una luce tenue, evanescente, la fiammella di una lucciola …

Quanti ricordi portano qeste canzone … quanti pensieri … quante strade … bivi, traverse, incroci, direzioni, mai del tutto giuste o sbagliate, occasioni, possibilità, tentativi, prove e decisioni…

Marce forzate e soste estenuanti …

Passi in avanti e … indietro … 

E … ooopppssss!!!!!!!!

Siamo tra il 2012 ed il 1975 … 

Mi è sfuggita di mano la cloche …

Deve ancora arrivare quella meta così infallibile, lontana, infinita…

Il 2000, il futuro, il mondo che verrà, il destino …

Eh… impressioni su n’altalena…

Giorni che si fanno piccini piccini e altri che crescono…

Nanetti … e giganti …

L’oggi … il domani … 

Il sempre …il mai …

Le possibilità … come diceva Guccini …

ACID FORMS

(video by pierperrone)

a

Sono aria, respiro leggero, alito di vento.

Vado libero, mi libro alto e conguetto,

scomposte piume, accarezzo il cielo.

Vinco il peso dei giorni, il tempo vinco.

Tutto divento… e niente sono. E sempre e mai.

Materia … e cosa … e desiderio … e sogno lieve.

Domande sospese nel vuoto si sporgono,

sul nulla inconsistente … e  vanno, liete.

Allegri, ridono i passanti interrogativi,

torvi, nei loro pastrani di nebbia grigia.

Schizzi e macchie e chiazze fioriscono

in cima a steli smunti d’antenne mute.

Acidi, esalano i colori un rugginoso rantolo

che consuma la magia della brillante stella.

S’odono scoppi, lontano. Spaventato, Cristo,

si rifugia in cima all’alta torre della croce.

Pietà implora Maria all’oro che irraggia,

come un sole alto, il suo tramonto triste.

Sangue e motori scorrono lungo la strada.

Lunga, la serpe d’asfalto s’intorce, nuda.

Schiacciata dal peso gommoso del tempo,

la strada si spalma piatta, lenta, striscia.

Cosce bianche e possenti fianchi, mercenario, 

il ponte, alto, amor si concede, lascivo, al fiume.

Inconsistente, nell’ incoscienza, sonnolenta e vaga,

si perde, ticchettando, il giorno, meccanico e vano.

Abbaglianti, i raggi al neon del sole sghembo

dan forma a terrei corpi, gonfi e fiacchi.

Stride la sega nella fabbrica, alta voce elettrica.

e sulla città urla l’incubo che fu del sogno, spento.

Su, in ciel, si perde un volo d’aquile e di falchi,

cieco, e, sotto, in terra, i ratti sciamano sul fiume.

Amarcisce l’erba, il bianco ed il nero dei fumi acri,

sul fianco della strada. E fiorisce la latta sopra i tetti,

e l’amianto delle lamiere, e la calce, e la polvere

soffice dei muri vaiolosi. Bandelle e travi e bulloni

ruggiscono in disparte, furiosamente, latrano.

Distratto, un alieno affonda il suo solare disco

nel lago d’ombra morta che inghiotte l’eliporto.

E tutto annega, il prato viola, la carcassa cruda

e il rombo dei motori …  nell’eco dell’ultimo ruggito.

IL DESIDERIO

Sandro BOTTICELLI - VENERE VEGLIA MARTE DORMIENTE

Sprofonda nella notte, a una cert’ora, la vita.

E, con lei, tutto affonda in un denso mare nero, senza fondo.

Il sonno, allora, diventa padrone del mondo.

Il suo primo sguardo si volge al cielo, per accertarsi che sia giunta, tempestiva e puntuale, la compagnia delle stelle a dargli manforte.

E quale sgomento lo prende, quelle volte che si ritrova solo, disperato come certi barboni, padroni del mondo di notte, ma senza nessuno a fargli compagnia.

Certe volte le stelle sono in ritardo.

Oppure accade, certe volte, che, per dispetto, o per qualche altro disguido tecnico degli apparati cosmici universali, quelle, le stelle, dispettose, o imprecise e difettose, non si presentano puntuali all’appuntamento della notte, e no, non si  fanno vedere, certe volte, e , certo, ci piacerebbero, apparecchiate di tutto punto, con i bei gioielli bene in vista appuntatia spillo sul  tondo petto, luccicanti, di notte, e assai preziosi.

Alle volte è la nera armata delle nubi, schierata in formazione  quadrata, che plana all’improvviso, con le sue coorti oscure di cirri e nembi, e piomba sulla terra buia, dichiarando guerra, in quelle ore notturne, al sopraggiunto padrone del mondo.

E sono assalti all’orizzonte atro, tonanti scariche di tamburi in marcia, e guizzi e fiamme e baleni lampeggianti.

Ma lui, il padrone delle tenebre, da sempre avvezzo a lotte così dure, sa difendersi strenuemente.

Col fischio, chiama i suoi palafrenieri fidi e gli ordina, arrogante, di sparger la magica polvere dei sogni sugli occhi stanchi della vita, perchè, stregati e fiacchi prigionieri, s’offrano alla milizia tetra della notte.

Quella polvere ha lo stesso potere d’incantesimo che hanno le parole dei poeti, con le loro punture d’inchiostro, che squadernano davanti agli occhi degli uomini il fantastico campionario d’immagini che non si distinguono dal vero delle cose, reali fantasmi colti dagli attoniti sguardi ormai stanchi.

Il nuovo padrone invoca l’assalto del feroce vento potente, che con un solo boccone ingoia la densa ariosa massa grigia delle nuvole, tinta dell’inchiostro della piovra.

Il sonno conosce mille trucchi, è il veterano della crudele guerra che si combatte, ogni giorno, fra gli arcieri del sole, che scagliano tempeste di dardi verso le mura di basalto da cui cola, grassa, colata di pece bollente che imprigiona il bagliore del giorno, e le armate del regno delle tenebre, che corrono  a nascondersi dietro la linea sottile dell’orizzonte.

A volte, quando qualcuno di quei dardi colpisce il suo cieco bersaglio, l’aria si tinge di sangue, arrossando col suo riflesso di rubino, il cristallo trasparente del cielo.

Il sonno, il padrone del mondo, che conquista gli spazi infiniti della notte sprofondata nel nulla, sa nascondere al corpo i segni delle ferite quotidiane, e inganna il suo esercito incolpevole di innocenti angeli alati e fanciulli leggiadri.

Lui ca come confondere i socchiusi occhi degli uomini con precise pennellate di colore, e trasformare le vaghe ombre delle visioni notturne in dolci forme d’acerbe ninfe dei boschi, che offrono ai distratti sognatori solitari dolci calici colmi di vino mielato e rosse ciliegie golose.

Nelle profondità sconfinate di quel mare che monta di notte e digrada sul mondo, ogni volta accade che la vita venga sospinta lontano dalla marea volubile dei sogni.

Nell’abisso della notte, un guscio di noce si prende cura, per lunghe ore, delle spoglie dei corpi spossate dalla lotta, che alla fine del lungo torneo, giacciono riverse, abbandonate alla dolce riposante carezza della morte temporanea della coscienza.

Mai, la morte può essere considerata una dolce compagna, se non per gli uomini disperati, che agognano di lasciare per sempre il mare di fiamme della vita nel quale ardono senza requie per volere di un demonio senza pietà, che li sospinge nel fondo di quel mare di lava a viva forza, senza sosta.

Questa è la morte che desiderano i corpi, rosi dalla vampa del dolore, consumati dalla brace della disperazione, divorati dal fuoco di esistere.

La coscienza, invece, è di tutt’altra tempra.

Essa non teme affatto la morte, nè mai la invoca.

Anzi, la sfida continuamente, la provoca senza pudore  o paura, lasciandosi abbracciare, abbandonandosi, riversa, tra le membra del suo amante, il padrone, il dio del sonno.

E così, la coscienza, nuda, dimentica di sè, amante perduta, totalmente si dona al suo schivo compagno, ogni volta, quando arriva la notte.

Allora si abbandona finalmente al piacere, impudico, di lasciarsi dominare dal suo animalesco istinto, che tutto vuole sapere e conoscere e far suo e sperimentare, in questa materia torrida d’amore.

E anzi, quasi altro ella non desidera, durante il lungo giorno dominato dal sole.

E allora, si vede, a tratti, distratta, che si allontana furtiva, si apparta in un minuscolo angolo nascosto del giardino, a sognare, con lo sguardo perduto, sospirando esitante, il talamo d’amore sul quale, più tradi, con la complicità delle tenebre, si abbandonerà lasciva, per consumare il suo estenuante amplesso d’amore.

Nella notte sprofonda la vita, quando si ritira il guardiano che trattiene i sogni dietro le sbarre del giorno, col suo scudo dorato di luce che brilla e acceca gli sguardi troppo curiosi.

Tutto questo accade, ogni giorno, nella vasta profondità in cui s’addensa la viva massa guizzante dei sogni.

E il desiderio più vero, d’ogni tipo di uomo come pure d’ogni figura di donna, è quella dolce temporanea morte, il piacere più alto, l’abbandonarsi all’amore del padrone del regno dei sogni.

DESTINO

Alphonse MUCHA - DESTINO (click on)

Quando la notte si alzò il candore morbido della luce l’avvolse.

La notte, impastata di ombra densa e di fluido liquido, fornì volentieri la materia per le sue forme rotonde.

E dalla luna alta, occhio del dio che, in segreto, spiava stupìto dallo strappo lacerato dell’alta volta oscura del cielo, colò un raggio di forza creatrice.

Il fango ne fu scosso.

Il caos corse a nascondersi, spaventato, atterrito.

Gonfiando le pigre vele che abbracciavano le tenebre asciutte, l’alito del vento ondeggiava lungo la riva del fiume, pellegrino di lontane distanze, cantore di storie antiche, anima del mondo.

Tutto, intorno era stato immobile, fino ad allora, in attesa, aspettando, senza sapere, che giungesse, alfine, quell’istante fatale, da tempo immemore.

Nel grembo umido della terra, i germogli, ancora racchiusi nelle infinite virtualità del seme, fremettero.

La vibrazione della vita cominciò a propagarsi nell’etere e, poi, piano, a contagiare le forme ancora nascoste dentro la materia informe.

Tutto era ancora senza un nome, senza voce, senza senso, senza significato.

L’occhio divino che sbirciava dallo squarcio nel nero sipario irradiava per l’attorno indefinito l’energia della luce, viva come l’argento, ardente come la fiamma, insaziabile.

Sulla riva, fra le felci verdi e le cristalline iridescenze dei riflessi, si compose, lenta, calma, ondulata, una morbida forma.

Dapprima, solo una lieve coppa, poi, un monte, e ancora, appresso, un tentacolo.

Poi, vennero piccole escrescenze che si mossero come dita.

Poco a poco, si plasmarono le forme del cuore, quindi, il palpito prese colore, e, dunque, il ritmo acquisì resistenza.

Le labbra, soavemente, si schiusero per lasciar uscire il fiore di porpora del sorriso, che s’accompagnava al sospiro, affamato di vita.

Ma quella, pigra, ancora esitava, guardandosi intorno, si stirava le membra candide, mentre rimirava un pò interessata, il miracolo che si stava compiendo.

La luce, dallo squarcio in alto, lassù, si concentrò, per farsi più attenta.

Prese le forme di una mandorla, di un abbraccio, e poi … la lunga, infinita,  squassante scossa impartita a quel corpo composto di materia ancora inerte.

Così si armò la forza poderosa dell’amplesso divino !

E ne scaturì la goccia di essenza vitale che pervase a fondo il fango, che con lentezza esasperante si era modellato nei primordi dell’essere.

Il flusso che scaturì da quella scintilla di infinito piacere si propaga ancora oggi per l’intero universo, prendendo il nome di vibrazione cosmica, ma gli scienziati, che nulla di sanno della sapienza più profonda delle cose del mondo, ne attribuiscono la causa alle più disparate circostanze, frutto della loro mente erudita, ma poco saggia.

Bisognava esserci, in quell’attimo che non conosceva ancora la dimensione del tempo, le sue limitazioni feroci, la sua tirannide, la sua prepotenza, la sua schiavitù !

… Quando il corpo cominciò a levarsi, molle, grondante ancora le acque del fiume … coperto solo, nel suo candore di morbida luce lattiginosa, delle felci strappate alle rive dal flussuoso incedere ancestrale delle acque che sgorgano dal centro del cosmo …

Bisognava esserci !

… Quando il fango cominciò a farsi carne, quando il liquido, incolore cristallino, iniziò a tingersi della rossa forza dell’amore, quando il ritmo del cuore, ormai fattosi resistente e inalberatosi come uno scettro nelle mani della vita, battè con un boato assordante che squassò il silenzio che da sempre aleggiava sul mondo…

Ecco, proprio allora … quando … nel preciso istante esatto in cui, gli occhi di perla si aprirono ad abbracciare, con il primo sguardo bramoso, tutto l’infinito circostante … ecco, allora, è proprio allora che l’energia che chiamiamo Bellezza divenne Vita e pervase quel corpo di fango e si fece, in quel corpo, tutt’uno con la Natura.

Si erse, allora, la Perfezione.

Nulla nascondeva il seno acerbo, le spalle candide, la vita armoniosa, il fertile grembo ballerino, le dolci braccia, forti, le gambe agili, ben tornite.

Forme indifferenziate, che ancora non si erano divise nel maschile e femminile, abitavano nella stessa Bellezza.

Il volto era un ovale delicato, pallido, nel quale il cristallino degli occhi brillava come le stelle nascoste nel cielo dietro il drappo di tenebre e dava luce al tumido rossore ancora muto delle labbra.

Era Inanna, Selene, Venere, Afrodite, Hermes, Mercurio, Marte, Apollo.

Era tanti in uno.

Era tanti nomi.

Era la Bellezza, che si alzava a guardare il mondo.

Eppure, tutto restava muto, intorno a lei.

Tutto era ancora morto.

A nulla era servito quel primo miracolo che aveva donato al mondo tanta ricchezza.

L’occhio del dio, in forma di argentea luna, s’interrogò perplesso.

A nulla era servito, quel primo miracolo.

E nulla accendeva ancora quel mondo, sul quale l’occhio divino brillava, ormai stancamente

Deluso, desolato, smorto, il dio, infine annoiato, si ritrasse dallo strappo sul tetro fondale.

E la tenebra ricadde sul mondo.

E rabbrividì, raggelata, la neonata creatura.

Dovettero passare ancora quelli che nopi chiamiamo millenni.

Le ere, allora, non avevano ancora un tempo per essere misurate.

Milioni di anni, o attimi, chissà, per quella solitudine infinita era lo stesso, perchè il tempo, per chi è solo, non ha altra durata che l’infinito essere nulla.

La Bellezza cominciò a maturare.

I morsi dell’amore le lancinavano ormai il ventre, nato per amare.

Gli occhi si facevano pesanti, e poi, poco a poco, divennero secchi, come i petali di un fiore quando appassisce.

Le stelle, anche, si spegnevano, una ad una, dietro l’oscura volta atra.

Aveva perso ogni speranza anche l’occhio del dio e la sua inattività pesava come un macigno sul mondo immobile, che non sapeva che farsene della  più pura Bellezza morente.

In un angolo, lontano, distante, nell’ombra, all’oscuro di sè e del tutto, un pescatore senza nome era intento a raccogliere dalle acque il suo quotidiano argenteo raccolto.

La nassa sul fondale pescava il magro cibo del giorno.

Il suo sguardo s’interrogava, perso nel buio, ma le domande gli sfuggivano, senza parole, non si fermavano, non davano forma a un pensiero.

Vibrava, a tratti, la superficie del fiume.

Una mano della perfetta creatura si tese a implorare carità.

Un candido dito toccò il lurido piede sulla barca, mentre il pescatore era perso, a pescare.

Il desiderio, a quel tocco, prepotente, penetrò in quel corpo di carne dura, che, fino ad allora, era stato solo strumento per l’instancabile fatica dell’esistenza senza coscienza.

Il desiderio !

Il pescatore alzò gli occhi dalla piatta superficie tinta di nero.

Allungò le mani e afferrò l’oscuro drappo sulla sua testa.

Voleva scoprire la luna, e le stelle, e gli astri, tutti, lontani.

Con un gesto solo si fece curioso.

Poi, s’interrogò.

Volle sapere.

Quando si voltò a guardare, scorse il candido dito che raccontava la perfezione della Bellezza.

Attirò a sè le morbide forme che, di scatto, s’infiammarono, frementi.

Si amarono.

La loro discendenza, da noi, prende il nome di Vita.

Lui, per il resto dei giorni, continuò a pescare, felice.

L’ANNUNCIO

Federico ZANDOMENECHI - A LETTO

 

Cosa cerchi, angelo?

I capelli ebbero un sussulto, biondi, lunghi, avvolti in boccoli che sembravano fiori.

Il sorriso ingenuo, innocente, come il raggio di sole del primo mattino.

Gli occhi intensi come il cielo di primavera.

Il naso sbarazzino, l’aria un pò arruffata, il vento gli soffiava in faccia facendogli accigliare gli zigomi.

Il corpo era alto, forte, slanciato.

Sotto il vestito, che era il vestito candido di un angelo, si indovinavano le forme flessuose del corpo, morbide, leggere, tenere.

S’intravedeva il seno ancora acerbo, ma già pronunciato, come un frutto ancora verde ma già profumato.

 

Cosa cerchi, Angelo?

Al secondo richiamo della dolce voce di donna in fiore, l’Angelo si riebbe dalla prima sorpresa e si girò verso il pergolato, gettando lo sguardo acceso ed acuto verso quella ragazza appena nascosta nella penombra di un mattino di primavera.

Tutto, in questo periodo è in fiore.

La natura rinasce, dopo la stagione della morte invernale, del riposo che pare lungo come un’eternità dalla quale si ritorna per un vuovo ciclo di vita.

Una resurrezione che Madre Natura dona alle sue creature ogni volta che si compie un giro completo del sole.

Una resurrezione che Madre Natura dona alle sue creature perchè è più generosa del dio dei cieli, che invece non ammette ritorno per le sue creature dal viaggio nel gelo dell’inverno. Non c’è primavera, per chi ha assaggiato i rigori di quella stagione senza ritorno, non c’è resurrezione, non c’è altro che il nulla, eterno,per sempre.

 

Bellezza contro bellezza.

Così si potrebbe intitolare la scena.

La bellezza dell’angelo era perfetta, più delicata della più pura bellezza di un fiore sbocciato dal ventre di Madre Natura.

La bellezza di Maria era più pura della pura bellezza di un angelo sceso dal cielo.

La bellezza dell’angelo era come un pensiero senz’ombra, un desiderio senza peccato, un corpo senz’anima.

La bellezza di Maria era acerba e invitava all’acre peccato.

La purezza dell’angelo sfidava la purezza del cielo e invocava una preghiera che le rendesse giustizia.

La purezza di Maria sfidava la purezza di un fiore e invocava una carezza che la recidesse dal gambo.

 

Gli occhi dell’angelo penetrarono nel cuore della vergine Maria.

Il calore del suo sguardo riscaldò quel ventre di fanciulla.

E spuntò un germoglio nuovo di vita.

Gli occhi di Maria sfiorarono il cuore puro dell’angelo.

Il fuoco del desiderio più casto restituì all’angelo l’amore.

E l’angelo pianse, svelando a Maria il suo segreto terribile.

Il fiore nato dal tuo gemoglio, dolce Maria, sarà reciso dalla falce crudele dell’uomo.

E sarà il volere del Padre a muovere la mano deicida dell’uomo.

E sui rami incrociati di un albero morto, arso dal sole, mangiato dalla polvere, giacerà tuo figlio, dolce Maria, madre sfortunata, vittima della volontà crudele di un dio che non conosce pietà nemmeno per un figlio.

 

La verità è dolore, si sa, quando ad annunciarla è la figura di un angelo senza il cuore di un uomo.

Non sa piangere una creatura del cielo.

Non ha pietà, nè misura la pena e il dolore che sperge come una pioggia devastatrice sulle vite dei figli di Madre Natura.

Eppure piangeva, l’agelo inviato dal cielo a dare il terribile annuncio alla spensierata fanciulla che ancora giocava innocente col suo corpo di bimba, in primavera, sotto la pergola secca nel giardino dell’eden.

Intuiva il dolore in quegli occhi di madre che ignoravano cosa vuol dire un dolore di madre.

Erano occhi di madre che non sapevano ancora di essere occhi di madre.

Erano occhi che mai, ancora, erano stati occhi negli occhi di un uomo, gioia nella gioia, piacere nel piacere, corpo nel corpo.

 

Piangeva, l’angelo, mandato dal dio piantare il germoglio del suo fiore a primavera.

Piangeva, l’angelo, guardando il fiore che prendeva colore e profumo e facendosi donna regalava il suo grembo ad un nuovo germoglio.

Piangeva vedendo quel fiore che, al prossimo inverno, si sarebbe fatto secca foglia senza più voglia di vita, senza colore e senza profumo.

E’ amaro il destino di un angelo puro, fiore dei fiori, con il libro e la spada.

Sul libro del destino c’è la storia dei fiori, dall’inizio alla fine.

Sul filo della spada c’è il sangue verde dei fiori, fino all’ultima goccia di linfa.

Solo Maria sorrideva, sorpresa, a vedere quell’angelo patire e dolersi.

Il suo fiore era appena spuntato e lei voleva vivere tutta la vita che spetta alla vita di un fiore.

 

Non importa che si tratti di una vita di breve gittata o di un fiore che finisce reciso su un ciglio di strada.

Non importa neanche che un fiore accompagni il funerale di un fiore.

Resta nell’aria il profumo dei fiori e nel cuore lo splendore di tutti i colori.

Resta una vita da vivere, fiori, una vita da fiori, che è più preziosa della vita senza fine di un angelo che annuncia la vita e la morte.

Resta la vita, profumo e colore di un fiore, che un fiore pretende di vivere giorno per giorno, dal’inizio alla fine.

Resta il fiore, dolce fanciulla senza peccato, profumo e colori di donna, destino di donna.

Resta la vita, profumo e colori dei fiori, che ogni fiore pretende di vivere giorno per giorno, dall’inzio alla fine.

 

Cosa cerchi ancora, angelo?

Non hai ancora capito?

Io conoscevo già il tuo annuncio.

Era scritto nel mio ventre di donna, anche se ero ancora fanciulla quando un mago m’insegnò, maestro di vita e di morte, alla lettura del mio libro di donna.

E conoscevo il tuo dolce volto di angelo, fiore del cielo senza peccato.

E conoscevo i rami ed i rovi e le spine e la spada e la croce.

E’ la storia di una madre su questa terra dove i fiori nascono, puri, per potere morire e marcire e tornare, marcìti, alla terra natìa.

Dì al tuo dio terribile, che non gli basterà mandare a morire il suo povero figlio su questa terra di morte.

Non gli basterà piangere per tutto l’eterno la morte di un figlio.

Non potrà mai farsi fiore e come fiore morire.

E il suo destino resterà per l’eterno quello di un dio che piange la morte del figlio che ha mandato morire.

Destino crudele di un dio.

Restare in eterno quel dio che non può potrà mai mettere fine al suo crudele dolore.

A noi, invece, poveri fiori, l’annuncio di morte ci porta l’annuncio della fine di un crudele dolore.

E in più, nei giorni in cui fummo candidi gigli, puri figli di Madre Natura, ci furon dati il profumo, i colori, l’ebrezza da cui ci venne il piacere di non esser altro che fiori, fatti di profumo e colore, fatti per conoscere il piacere, sapere il dolore e conoscere il fin della morte.

K.

Max ERNST - LES PLEIADES

La porta si richiuse alle spalle di K. con un lamento prolungato, doloroso.

Era una porta sgangherata, che si chiudeva su una vita sgangherata.

Due locali sporchi, umidi, scrostati.

Cartone, gesso ammuffito e vernice marcia.

Macchie che sembrano offese, le offese di una vita impietosa.

Macchie che sembrano ferite, le ferite della vita su quelle pareti offese, che non proteggevano contro il freddo, contro gli sguardi degli intrusi, contro la vita.

Macchie, fango, marciume, muffa, sulle pareti che appena appena davano la dignità di una casa ad una vita piena di dolore, ad una precaria povertà, ad un’esistenza non vissuta, rinchiusa, ostaggio, prigioniera fra quelle mura annerite di gesso umido, pareti che delimitavano lo spazio di due celle, di due loculi, forse.

I servizi.

I servizi stavano direttamente in giardino, dietro un paravento di lamiera morsa dalla ruggine e dalla fame del tempo.

Un buco fetido nel terreno, testimone dei lubrichi scambi di un corpo imperfetto.

Imperfetto perchè sposo della povertà.

Peccaminoso.

Peccaminoso perchè imperfetto e infetto.

Insomma il povero corpo di chi ha avuto il destino di povero verme della terra.

La cucina non c’era, in quella povera dimora della miseria.

Un verme forse non ha bisogno di tanto.

Ma K. sì, K. ne aveva bisogno!

Un fuoco a gas, sopra un tavolo, era la prova che quel povero corpo offeso dalla vita, oltre ad essere impuro, era anche moritificato dalla fame.

Un cartone era addossato ad una delle pareti ed una coperta, che copriva, più che riscaldare, un duro giaciglio, indegno anche della vita di privazioni di un santo, figurarsi della stanchezza sfinita del relitto di un essere umano.

Sul bel volto d’angelo scesero due grosse lacrime.

Gli occhi, fatti dell’azzurro del cielo limpido, si coprirono di nuvole scure.

Piovve, da quegli occhi fatati.

Due rigagnoli scesero a lavare il bel volto.

Era un angelo, K.

Un angelo, come si dice di quelle creature che la bellezza ha scelto come dimora terrena, come testimonianza del proprio potere, della propria fragilità, come prova delle’goista indifferenza al destino, della cocciuta resistenza alla miseria, della testarda sfida alla morte.

Un piccolo sentiero accompagnava i passi di K. lontano da quel luogo tanto triste, malinconico, indecente, una sentìna indegna di un essere umano.

Nel cuore di quell’angelo baciato dalla cattiva sorte s’era illuminato un barlume di speranza, quando aveva pensato di poter sfuggire al destino che gli era toccato di espiare in terra il peccato della bellezza.

E il destino si era vendicato, di tanto splendore, con l’offesa mortale di una vita di stenti, da accatoni, clochard, derelitti senza nome o memoria.

Nessuna speranza di un paradiso, nè qui, nè altrove, nè in terra nè in cielo.

E d’altronde, con i suoi occhi impastati della preziosa materia del cielo, dell’azzurro dei lapislazzuli, K. poteva ben vedere che nessun paradiso c’era, lassopra, ad attendere un angelo morso dal demonio che mette l’essere umano più in basso di un cane randagio.

Ad un cane che vive per strada nessuno nega un osso, neanche la natura, altrimenti tirchia e irata.

Ad un angelo non si aprono che le strade del peccato.

Il suo corpo vale l’oro che ogni genere di desiderio turpe e immondo mette sul piatto della bilancia del commercio delle indecenze.

La pelle di K., fatta della materia degli angeli, è candida, è l’impasto puro e perfetto della farina e del latte.

La luce della luna la prevade, l’illumina di giorno e di notte, e la rende luminosa, come solo può essere la pelle di un angelo.

E dio lo sa che desideri ardono il cuore e bruciano gli occhi e infiammano le carni di tutti quegli ossessi indemoniati che apostrofano  un povero angelo senza nessuna fortuna, affibbiandogli tutti i nomi più depravati del lussurioso peccato carnale.

Avrebbe potuto conquistarsi regni, imperi, l’intero universo, se solo avesse conosciuto il prezzo del peccato.

Ma nelle carni dell’angelo solo il peccato della povertà aveva potuto trovare alloggio.

Nessun altro segno di impurità vi aveva mai abitato.

Se solo avesse ceduto alle lusinghe di quanti gli offrivano denaro in cambio dell’ora d’amore che può concedere il corpo di un angelo, avrebbe potuto vivere tra pareti d’oro, in palazzi da re, in città di sogno.

E invece non aveva mai saputo dire di si.

Le lacrime gli scorrevano lente, sporcandosi, allo spettacolo di tanto squallore, di tanta miseria.

Nell’ultimo sguardo gettato all’umile rifugio che K. aveva chiamato casa, s’era impressa l’ingannevole immagine di un paradiso nostalgico, che invece, in relatà, aveva le forme d’un inferno.

Aveva sperato di andarsene, di partire, di riuscire a conquistare lo spazio degno di un angelo puro, lontano, in un mondo migliore, più … degno di un angelo.

Un paradiso al di là del mare.

Oltre le vette dei monti.

Più in alto del cielo.

Aveva creduto di potersi costruire la vita che tanti esseri umani avevano ricevuto in regalo, senza fatica, per miracolo, o per dono, senza dover fare niente per doversela meritare.

Era stato tanto ingenuo da credere di poter chiudere in una valigia di cartone la sua speranza.

Povero angelo.

K.

Neanche un nome aveva avuto in eredità.

Solo un suono che moriva nella gola quando veniva pronunciato.

Così la sua vita, povero cristo.

Crepata in gola a sua madre, come il suo nome.

Che poteva essere Kristian, o Kristin, o Kristel, o anche solo Kristh…

E forse poteva essere il segno di un destino più fortunato.

Un sogno.

Abitare in un tabernacolo, adorato da tutti, invidiato.

Povero K., povero angelo, povero cristo.

L’eco del sordo rumore della porta di legno sbattuta contro le marce pareti non si era ancora spenta che un ululato tagliò l’aria immobile e nera della notte.

Un lampo.

Un urlo.

Il mondo si era deciso.

Il silenzio era scappato.

La vita aveva cominciato a prendersi la vendetta per  quell’innocente tentativo di fuga, per quella vana speranza di salvezza.

L’angelo rinchiuse le ali e alzò gli occhi verso il nero di quella notte tremenda.

Un fremito scosse il flessuoso corpo troppo perfetto per K.

Un brivido percorse le membra portando il gelo dal cuore alla punta delle dita.

Un lupo gli balzò addosso in un istante.

Aveva l’uniforme d’un lupo, la rabbia di ogni belva, la fame d’ogni randagio, il desiderio represso di ogni disperato.

Azzannò K. proprio dove il desiderio dovrebbe farsi tenero piacere.

L’angelo non riuscì neanche a difendersi.

Il dolore lo stordiva, senza finire.

La vergogna lo mortificava, l’offesa lo rendeva un povero brandello di carne gelata.

K. stette come un agnello tra le grinfie del suo macellaio.

Docile, inerte, immobile.

I sussulti del lupo davano strappi alle sue carni.

La sua intimità era lacerata dalle zanne affilate che affondavano nel suo corpo senza pietà.

Il peccato, inoculato con tanta violenza, lo contagiava, come il virus rabbioso che i morsi selvaggi del lupo iniettavano nel suo corpo innocente, che fino a quel momento era stato puro come quello di una gazzella.

Aveva smesso di piangere, perchè il dolore del corpo violato dai morsi della bestia affamata non doleva come il dolore che aveva provato un attimo prima.

Aveva pianto quando s’era deciso a lasciare il mondo nel quale era sceso quando aveva lasciato l’Eden nel quel era stato concepito, il ventre di una madre sconosciut che l’aveva curato per nove mesi di fila e che nove mesi dopo l’aveva abbandonato nelle braccia del mondo dei poveri, un mondo che aveva fatto, per K. da madre e da padre.

Adesso il lupo le faceva da sposo.

E il mondo assisteva a quelle nozze di sangue, davanti la porta appena socchiusa di quella povera casa di gesso marcito.

Una pozza, oggi, si offre davanti alla casa.

Si vende come uno spettacolo di pura forza vitale.

Una pozza rossa, come il sangue di K.

Quel sangue che sfuggì dal ventre squarciato dai morsi del lupo.

Se ne va in giro per il mondo, quel fiume di sangue, alla ricerca di un posto tranquillo.

La pozza è come un fiore.

Sbocciato sul luogo in cui la vita di K. è stata recisa, in quel giorno tremendo, dalle zanne furiose del lupo selvaggio.

Un fiore di purezza è sbocciato, in quel luogo d’immonda miseria.

Un fiore nato dalle ali recise di un povero angelo, che, per salire al cielo, ha dovuto cedere il suo corpo per un’ora mercenaria d’amore assassino.

CECITA’

Migranti
Migranti ad Ellis Island

Coragio

Jesus Maria, Argentina
23 aprile 1878

Charisimi fratelli
io son venuto con queste due rige a farvi sapere il stato di mia perfetta salute che dopo la mia partenza o avuto sempre una fiori di salute e così spero il simile di voi e di tutta la familglia vi fasio sapere che io mi trovo contento di essere venuto inamerica per che qua si e sicuri di non morire di fame che qua valle più 2 giorni di lavoro che in italia 2 mesi dunque io sarei bramoso di sentire una upiopne di voi tutti di familglia che qua noi altri siamo sichuri di far soldi e non stia aver dispiacere di lasciare la polenta che qua si magna buona carne e buon pane e buoni uceli. I Signori di talia diceva che in america si trova delle bestie feroce, in italia sono le bestie che sono i signori. Io son stato ala chacia domenica ulliva e si trovava dei grandi animali al pascolo un animale lo si trova con 25 franchi e 30 al piu dunque vi prego farmi una pronta risposta se siate contenti di venire dunque io non o altro che dire solo che di salute tuti di familglia e salutatemi mia sorella e mio chugnato e salutatemi mia zia e mio zio e salutatemi Giuseppe Chaineri e tutta la famiglia. Adio A Dio per altro, chari fratelli non state a scaldarsi di venire aspetate che io vede la ricolta.
Adio a Dio, datevi coragio
Petrei Vittorio
Giovanni De Mauro
settimana [at] internazionale.it

Caro fradello …

così cominciavano le lettere che zio Peppino, il fradello di mio padre, spediva a casa.

Io ero bambino, piccolo, e non sapevo leggere ancora.

E non sapevo ancora che quella parola conteneva un errore…

E che, insieme, oltre a quell’errore, si potava appresso tante altre cose.

Valori preziosi più più dell’oro e delle gemme. Cose che non potevo ancora capire.

Erano scritte, le lettere di zio Peppino, su foglietti piccoli, rettangolari, un pò ingialliti.

Erano scritti con una calligrafia incerta, ma piuttosto ordinata e piccola, quasi minuta.

Io me li ricordo così.

La loro storia è lunga, molto più di quanto io non sia in grado di raccontare.

Li ho scoperti tardi, quando ho messo in ordine le cose che appartenevano a lui, mio padre, quelle cose che aveva lasciato chiuse in una cassa militare, alta più o meno un metro, un parallelepipedo di legno, color verde cachi, di smalto lucido, appoggiata fuori al balcone.

Lì dentro c’era l’eredità personale di mio padre, c’erano i resti del suo mondo interiore, quello che un figlio non può comprendere troppo presto. E’ di un tesoro che richiede troppa perizia per essere scoperto senza dover versare qualche lacrima e, comunque, come ogni tesoro che giace sepolto sotto una coltre che lo nasconde alla vista, è necessario avere anche un pò di fortuna per vederlo tornare alla luce.

Comunque …

Caro fradello …

Era un intero mondo che parlava, scriveva, salutava …

Mi torna in mente anche un altro ricordo di quelle lettere, un’altra eco di quel mondo.

Mi ricordo che stavano conservate – o nascoste, chissà – dentro un cappello militare, custodito dentro il suo armadio, l’armadio di mio padre. A fianco c’era la bandoliera della divisa di grande uniforme che conteneva le gelide catenelle di metallo brunito. E dietro, ben occultata – ma non abbastanza, per me – c’era anche la sua pistola d’ordinanza. E poi, altre sue cose, un pò alla rinfusa.

In quel cappello, tra qualche residuo di vita militare e qualche altro di vita personale, ecco, c’erano sempre alcuni di quei foglietti, con quelle poche righe tracciate in fretta.

Era zio Peppino che scriveva, il fratello più piccolo, l’ultimo che aveva lasciato la sua terra, il destino di contadino bruciato dal sole, la misera condizione di agricoltore cui spetta solo un presente di fatica e sudore, e nessun futuro.

Tutti erano già partiti, andati via, lui era rimasto l’ultimo.

Erano andati a cercare quel che era sulla bocca di tutti, in paese. Quello che, per chi era partito, per gli altri che erano già andati, si stava già preparando.

Per loro si stava aprendo, addirittura, meravigliosa, una strada nuova, la speranza abbagliante di un futuro, un grande destino.

La FABBRICA.

Era zio Peppino che scriveva.

Dava sue notizie, i segni di una nuova esistenza.

Caro fradello …

Certo, non so come continuava esattamente. Cosa c’era dentro quelle poche parole ? Che fatti, che eventi, che circostanze ? Cosa si nascondeva sotto quei segni scarabocchiati di fretta che, per me bambino, restavano indecifrabili ?

Anche quando è riemerso, quel tesoro, dal fondo della cassetta militare, io non ancora non lo capivo bene.

Certo, adesso sapevo leggere, ormai. Certo.

Ero un liceale licenziato, ormai – da poco – un universitario.

Ma non basta saper leggere, per capire.

Ora sono sparite, quelle lettere.

Perdute negli archivi del tempo.

Non so più dove sono.

Forse sono state buttate, gettate via, chissà, per fare spazio, quando l’esigenza di fare ordine ha preso il sopravvento su tutto il resto.

Forse si è trattata di una forma inconscia di rimozione.

Adesso però mi piacerebbe ritrovarle, quelle testimonianze di un altro mondo.

Mi piacerebbe potessero ricomparire, per miracolo, per magia.

Un regalo, un dono del destino.

Ma è impossibile, inutile, vano, lo so, questo desiderio. E’ come il desiderio di poter ritornare indietro nel tempo, ad un’età ormai trascorsa, al momento in cui fu commesso, innocentemente, quel peccato d’ignoranza, quel sacrilegio d’empietà, di miscredenza.

Non so cosa c’era scritto realmente in quelle pagine.

Raccontavano, certo, gli accadimenti quotidiani, e la loro specialità, della vita di una  famiglia che diventava diversa, che era emigrata lontano, lassù, al Nord, nella magica Torino.

Raccontavano di un uomo nuovo, un nuovo operaio, un nuovo automa che voleva diventare felice.

Un automa che, però, conservava ancora ancora le mani callose di coltivatore della terra. Le conservava anche in quella città, anche lassù, nell’antica, temporanea, capitale d’Italia, di un’Italia ancora da fare.

Una macchina efficiente ma affamata, forte ma di quella forza speciale che è fatta di carne, di muscoli, di tendini tesi allo spasimo, fino alla stanchezza, fino alla rottura, allo schiocco che segna il punto di frattura.

Un robot d’ultima generazione, un androide.

Con le mani piene di calli.

Calli che nessuna manicure avrebbe mai accarezzato.

Mani che volevano fare, creare il nuovo mondo, manipolare il destino, cesellare la fortuna, dare forma al futuro …

Mani con i segni duri della fatica.

Mani scappate alla fatica della terra.

Mani sfuggite al ricatto della miseria.

Non so con quali parole continuava, zio Peppino, ad innaffiare i sentimenti di fratellanza che continuavano a tenerlo legato al suo stesso sangue.

Sangue diviso equamente, un’eredità spartita fra fratelli.

Tutti emigrati,quei fratelli, ad eccezione di uno, una sorella, per l’esattezza, rimasta al paese, nelle piane salentine, sposa del mondo rurale, una regina andata in sposa ad un principe locale.

Il loro padre, mio nonno, era morto giovane, vittima del destino vile che ruba la vita nel comodo letto di casa ad un povero cristo che era scampato alle tragedie della guerra, della Grande guerra, la prima del XIX secolo, quella che avrebbe dovuto dare il segnale di allerta ad un’umanità distratta, disattenta, troppo impegnata ad accumulare ricchezza e benessere nel bel mezzo della corsa del mondo che aveva cominciato ad elettrificarsi.

La madre, mia nonna, era sopravvissuta a tanto dolore.

Lei me la ricordo, invece lui, mio nonno non l’ho conosciuto mai.

Lei, la rivedo, una vecchina, vestita di nero, sempre uguale, incartapecorita, che parlava un dialetto che poteva benissimo essere lo stesso di una dea greca, duro come doveva essere stata la sua vita, la vita di una povera ragazza, diventata donna, madre di sette fratelli, tutti emigrati, i maschi.

Era restata solo la femmina, a tenerle compagnia, alla fine.

Emigrati, gli emigranti, nelle fabbriche del nord.

E, poi, chissà, delusi, forse, o forse ingannati, oppure contenti, soddisfatti, poi erano tornati tutti a casa, uno ad uno, dopo anni di fatica, di un’altra fatica, di sacrifici, altri sacrifici, sacrifici differenti da quelli che avevano scansato fuggendo al nord …

Anni di sogni, sogni grandi, immensi, così vasti che non c’entravano nella campagna che, pur era sconfinata, si apriva al limitare del paese, anni di sogni e di illusioni …

Loro erano andati via per trovare la loro strada, per cavalcare le promesse di una vita.

E, chissà, forse erano stati disarcionati …

Oppure no … erano stati tutti fieri cavalieri, con il fucile imbracciato, tutti come Buffalo Bill, a caccia di bisonti, nella campagna che si apriva nella prateria della loro immaginazione, al limitare della metropoli del nord … lì dovevano esserci mandrie davvero speciali … al pascolo … tra le catene di montaggio dei reparti della fabbrica …

Loro erano andati al nord.

Nella terra che aveva un nome come quello di un paese straniero.

Erano andati in fabbrica.

Erano andati in cerca del mondo moderno, della loro porzione di modernità.

Ed entrati in quel mondo moderno.

Il mondo della fabbrica.

Lo ripeto, non conosco i fatti, non conosco i dettagli.

Conosco le conseguenze, le conclusioni, se posso dire così.

Uno ad uno sono rientati tutti.

Accompagnati dalle loro mogli che, intanto avevano imparato a vestirsi, a pettinarsi, ad atteggiarsi in fogge e pose improbabili, impossibili, vere donne del sud che erano state contagiate dalla modernità del nord.

Accompagnati dai loro figli, ormai tutti muniti di titolo di studio e qualcuno anche del titolo di professore.

Uno ad uno sono ritornati tutti dove avevano lasciato le loro radici.

E lì, piano piano si sono spenti i loro sogni impossibili, dopo quell’alta vampa di vita.

Caro fradello.

Mi rimbombano nella testa quelle parole.

Me le sento circolare nel sangue.

Quella, ripetuta, reiterata sgrammaticatura, quella “d” fuori posto, è entrata ormai a far parte del mio dna.

Un dna certo molto precario, instabile, mutevole.

Un dna del quale fanno parte anche i cromosomi dell’altro ramo della mia famiglia, quello di mia madre.

Lei ha avuto tutti i suoi parenti scampati al furore della guerra, della seconda guerra mondiale, una guerra feroce, crudele, più terribile delle altre, la guerra che ha battezzato addirittura la potenza dell’atomo messa al servizio dei generali, dei generali a stelle e strisce.

Ma secondo me tutti i generali del mondo sono uguali, hanno tutti la stessa divisa, marciano compatti, tutti insieme, tutti ordinati e disciplinati, sotto la stessa bandiera, una bandiera grande, rigida, una bandiera che porta i colori di tutte le bandiere del mondo.

Se la bandiera dei generali è una bandiera a stelle e strisce è lo stesso che se fosse la bandiera dei generali del sol levante. Tutti generali pronti ad ordinare la guerra e la morte

Anche mia madre ha avuto la fortuna di non avere lutti in famiglia per causa di quella guerra.

Ma i suoi parenti, se sono scampati ai cannoni ed alle bombe della guerra, comunque non si sono potuti sottrarre al sogno di emigrare.

Nel regno della democrazia a stelle e strisce.

Partiti, tutti, su un bastimento diretto a New York.

Tutti meno lei, promessa sposa all’uomo che sarebbe diventato, di lì a qualche anno, mio padre.

Altra emigrazione, altra terra, altra destinazione.

Stessi sogni, stessa illusione, stesse fabbriche.

Perchè anche le fabbriche sono tutte uguali, uguali in ogni parte del mondo.

Ed impiegano uomini tutti uguali, in ogni parte del mondo. Tutti emigrati. Tutti sognatori.

E li piegano al loro ritmo disumano, alla loro ferrea volontà, al loro volere disumano.

Uomini cui viene rapìta la vita, in cambio del riscatto di un salario.

Un salario, che, d’altra parte, riscatta intere generazioni dal destino atavico della miseria.

Un salario che ha il valore di un sogno, del sogno che riscatta dalla disperazione, magari dalla disperazione post bellica, come quella che fece fuggire la famiglia di mia madre.

Loro non sono tornati indietro dall’America.

Si può dire che hanno avuto successo.

Molti, per l’età o per malattia, ormai, sono sepolti nei cimiteri d’oltre-oceano, in qualche città vicino New York.

Ma gli altri, molti di più, oggi sono onorati cittadini, cittadini a stelle strisce, cittadini della nazione a stelle e strisce.

Ma io non li conosco neanche.

Caro fradello.

Cominciavano così quelle lettere che parlavano della vita, della speranza, del sogno.

La vita, la speranza, il sogno, ma talvolta anche il dolore e l’illusione.

Vita, speranza, sogno, dolore, illusione, che sono gli stessi di ogni emigrante, di ogni emigrante di ogni paese, di ogni paese di ogni continente.

Vita, speranza, sogno, dolore, illusione se ne stanno impressi al centro dell’anima, attaccati disperatamente a quei cuori da emigranti, rifugiati in fondo agli sguardi persi e malinconici di chi vede ancora, con gli occhi della memoria, le sconfinate pianure dove furono piantate le loro radici, quelle radici che, poi, un giorno, prima di prendere il vaore per New York, furono recise.

Stanno sempre lì, sempre nello stesso posto e se si prova a guardare con un pò di attenzione, si possono vedere molto bene, facilmente, senza nessuno sforzo.

Anche i migranti di oggi, i rifugiati, gli scampati dalle guerre, dalla miseria, dallo sfruttamento, anche nei loro occhi ci sono la stessa vita, la stessa speranza, lo stesso sogno, lo stesso dolore, la stessa illusione …

Oggi li chiamano clandestini.

Perchè chi li chiama con quel nome non vuole guardare in quegli occhi e non vuole vedere il mondo che c’è dentro.

Chi li chiama così non vuole vedere, non vuole più vedere.

E’ vittima della cecità, della cecità del cuore.

Una cecità che rende disumane le sue vittime, che nasconde l’uomo a chi uomo non sa più di essere.

Ecco, la cecità.

Forse così continuava la lettera di zio Peppino:

“Caro fradello, la cecità …. “

PREGHIERA

Johann FUSSLI - TITANIA, BOTTOM E LE FATE

Mia creatura, guardami, son io a pregarti !

Ravviva il mio buio con i tuoi lampi di luce.

Nella notte dei tempi mi sono perduto,

nel vuoto increato, nel caos infinito.

Nel silenzio ho annegato i miei occhi,

e, solo, ho sognato il fugace sospiro

d’un fedele compagno, un fratello.

Son dio potente, ordinatore del Logos

unica, sola, possibilità dell’Essere,

son l’Assoluto ed il Tutto, la Volontà.

Eppur son Niente, creatura, senza di te !

Per chi feci, alfin, la Bellezza, l’Amore,

il cielo e le stelle, la candida luna ?

Fu solo per farne a te dono, mio Uomo !

Mio Ultimo Fine !


Com’eco solitaria dei miei inutili sogni

rintoccavano vani gl’innumerevoli giorni

dell’eternità sconfinata matrigna del Tempo.

Sanguinavo dal cuore, solo, perso nel Nulla,

e contemplavo le ombre di ciò che non era.

Avrei voluto, avrei fatto, creato, animato …

Senza ancor Senso, appassiti, senza Ragione,

fiorivano morti gli innumeri eoni. Ed io morivo

un poco per volta, stavo, sperduto, senza di te.

E poi, gioia ! Tu arrivasti, o figlio diletto !

Padre ti fu il Peccato, indomito cavallo di fuoco,

e, puttana, la Colpa, tua madre, dai colmi seni di latte.

Ma, mio dio, la tua ingenua follia, il riso vezzoso,

l’altezzoso ideale, il vino, il furore amoroso …

Volgiti a me, mia creatura, dammi la Vita …

Voglio ancora, per sempre, giocare con te …