INFINITO

Max ERNST - IL BACIO

 

Alzata s’è la nuda vela 

e il vento,  amante suo,

leggero, se l’è presa

sollevandole la gonna.

Abbracciati stretti, ebbri,

intrecciano nel cielo

d’infinite danze i passi,

d’airon il lieve volo

degli spasimi frementi.

Gelose ali bianche

di attoniti gabbiani

li spian nei baci e poi,

dimentiche del tempo,

gli amanti portan via.

Sussurra dolce Zèfiro

tra le tenere carezze

a Venere promesse

di cieli e stelle e baci

e tanti baci ancora.

Ora i teneri sospiri

sospingon via la prora

congiunta al mare aperto,

perduta nell’azzur .

VIENTO

Viento, viento ca curre luntano,

puortame cu ‘te, là’ncoppa, ar”o sole

se cocca, stanco, ‘a sera,’ropp’a fatica

e lucià, n’cielo, pè tutto ‘o juorno.

Viento, viento ca curre pe’ mmare

strigneme stritto, jamme, i’ vogli’ truare

e’ sirene, femmene e pisce, chisto mistere,

ca tenene int”e ll’uocchie o’ nnire d”a ciorta.

Viento, viento ca spire tutt”e ccanzone,

ca cunusce ‘e storie r”o munne e c’aggire,

rimme ‘a ‘ro stà ‘a città ‘ndo’ l’uommene,

‘nzieme, so’ gialle e so’ nnire, song”e tutt’e culure ?

Rimme, viento ca viene d”e terre luntane,

è ‘o vero ca ce sta ‘na città ‘ndò no pueta

fa chiagnere ‘o rrè ? Chill’a venciuto na’ ‘uerra,

ma je so’ muorte dui figlie. E’ chesta ‘a felicità?

E rimme pure, tu, ca saje cuntare ‘stì storie,

è overo c”a là, na princepessa arriala l’ammore ?

Sharazade, abballa, rona ccarezze, manna ‘r’i vvase

ca resuscitano chi era muorto guaglione, surdato !

Cuntame, viento, tu saje si sò vvere stì ffatte,

si ce stà ‘ncielo nù ddio ca vò bene ‘e creature

e lle manne ‘a magnà tutte ‘e matine cerase,

briosce e gli’addone, ‘a sera, nu fiascol”e vine.

Dimme, viente, ca cunusce ‘a ro vene l’addore

‘e l’ammore, o profum’ du’mmiele; i’ sò cuntente,

stasera. Ma dimme ‘o mumento, Titina ar’ò stà ?

Vurria murire cù essa, stasera, ciacianno nd’o lietto …


Tu canusce sti ccose, tu parle a lengua d”o viento,

tutt’e segreti me di’a svelare. Tu canusce ‘e silenzie

i ‘e parole do mare. A vita mia mi devi spiegare !

 E tutt’a ‘ndrizzata ‘ncielo mi devi portare …

… I’ sò geluse!

… I’ vojie sapè !

LE COSE D’ESTATE

Vincent VAN GOGH - CAMPO DI GIRASOLI

Il sole, giallo color girasole, inonda i campi, laggiù,

dove le verdi bocche degli alberi bramose si volgono,

assetate, alla chiara sorgente azzurra dell’immenso lago

                                                                             del cielo profondo.

Nuda, tutta una folla formicola cieca sui preziosi granelli

che il vento ha limato alla dura materia dei monti di roccia

per far d’oro la collana che adorna il petto della liquida dea

                                                                                 delle acque marine.

Intanto, occhi acuti come esperte mani callose intaglian oggetti,

nello scintillante cristallo di luce che brilla alto sopra lo zenith.

E l’incantato pensiero strappa le cose all’informe morte infinita 

                                                                                      senza nome del Tutto.

BERLIN

NIEMANDSLAND - On the wall in BERLIN

 

Ferite che faticano a rimarginarsi.

Ferite che lasciano cicatrici profonde.

Ferite che sanguinano ancora.

Ferite che stanno lì a farsi vedere.

Ferite che c’insegnano qualcosa.

Ferite che fanno male.

Ferite che piangono.

Ferite che bruciano ancora.

Ferite profonde.

Ferite che sono di tutti.

Ferite che il mondo non riesce a dimenticare.

Ferite che l’uomo non può dimenticare.

Ferite come strappi.

Ferite come vecchie puttane ferite.

Ferite sotto i riflettori.

Ferite che nessuno vuol vedere.

Ferite infette.

Ferite contagiose.

Ferite di cui si prende cura un’amorevole crinolina bionda.

Ferite lacerate.

Ferite come labbra mute.

Ferite mute come labbra che non sanno schiudersi in un sorriso.

Ferite dure come pugni.

Ferite ignorate da indaffarati businessman.

Ferite che sanguinano nel cuore.

Ferite degli occhi.

Ferite del mondo.

Ferite che giovani mani sapranno consolare.

Ferite multicolor.

Ferite che ritornano.

Ferite come piaghe.

Ferite che ci fanno piangere.

Ferite che hanno milioni di nomi.

Ferite che camminano insieme a noi.

Ferite che ci portiamo dentro.

Ferite che ci perseguitano.

Ferite che vorremmo dimenticare.

Ferite che non avremmo mai voluto infliggere.

Ferite che non avremmo mai dovuto infliggere.

Ferite che ci hanno ferito.

Ferite che abbiamo subìto.

Ferite alle quali ci siamo ribellati.

Ferite alle quali non sappiamo ribellarci.

Ferite vuote come parole vuote.

Ferite pesanti come parole di pietra.

Ferite vicine  e ferite lontane.

Ferite che si toccano.

Ferite slabbrate, lubriche, volgari.

Ferite che si bucano all’angolo della stada.

Ferite che si seccano sotto al sole e ferite  lavate dalla pioggia.

Ferite che bruciano come il gelo.

Ferite candide come la neve appena posata.

Ferite da guardare, da bere, da assaggiare.

 Ferite che ci parlano.

Ferite che c’insegnano.

 Ferite che c’ingannano.

 Ferite che si vergognano.

Ferite vaste come piatte piazze oceaniche, lunghe come immensi viali senza alberi, alte come lisci muri irraggiungibili.

Ferite come bombe e fuoco e macerie.

Ferite come sogni infranti.

Ferite come speranze che si realizzeranno solo domani, troppo tardi.

Ferite come speranze che domani si realizzeranno.

Ferite come domani che non vogliono arrivare.

Ferite come domani e dopodomani e tutto il tempo necessario.

Ferite sulle nostre mani.

Ferite, su quelle mani.

Ferite, su queste mani con cui costruiamo il nostro tempo.

Ferite, ferite come oggi,  ferite come domani, ferite come dopodomani, ferite come tutto il tempo necessario…

 

Ecco, questa settimana passata a Berlino sta qui.

Rileggerò il testo e forse, chissà, saprò anche essere più preciso.

Ma un viaggio a Berlino – anzi, in Berlin, perchè Berlin è, per molte ragioni, una delle vere capitali del mondo, anche se lei non lo sa ed il mondo forse neanche – un viaggio in Berlin è un confronto che va al di là dell’esperienza turistica, al di là dei posti, al di là delle cose e al di là delle persone.

Un viaggio in Berlin è un confronto con qualcosa di profondo, qualcosa di così profondo che diventa difficile da descrivere con parole esatte.

Forse un viaggio in Berlin è il confronto con l’inconscio della nostra società e del nostro tempo, con la più vera ed inconfessata verità del nostro passato e del nostro futuro.

Certo, il cuore del mondo non batte solo in Berlin. Il cuore del mondo batte anche altrove; forse sarebbe più esatto dire che il cuore del mondo batte  principalmente altrove, oggi (ed il pensiero corre laddove corrono più forsennatamente gli indici economici).

E poi, inoltre, certo, le radici dell’uomo affondano nella Terramadre che ci partorì, da questa parte del mondo, ma affondano allo stesso modo nella Terramadre che ci partorì, dall’altra parte del mondo, ovunque siano “questa parte” e quell’ “altra parte” di cui si parla.

Però, è sicuro, lì, in Berlin, le radici dell’uomo riaffiorano, lì si possono osservare bene. Lì è, in qualche modo,  la nostra Terramadre.

E’ questo che sono andato a vedere, lì, in Berlin, in questa settimana di splendida vacanza.

SONO

NEL ROSSO IL SOFFITTO DI UN SOGNO - Rosanna NICOLETTI

Sono diventato aria, libera e leggera.

Profumo di gelsomini e fiori di papavero.

Sono giallo come il grano e azzurro e d’oro,

come il cielo che mi abbraccia e il tramonto

che la sera veste di seta delicata. Sono rondine

allegra e spensierata  e con l’ala, agile, sospingo

il tempo un pò più in là, dove l’arancio arrossa

e, tingendosi d’argentei riflessi, il nero della notte

non incute più paura. Sono acqua e pioggia viva,

son la fredda terra bruna e il fuoco che la brucia.

Sogno sono, materia vaga delle ombre, vento lieve

o monsone disperato. Il mio soffio di luce accende

il buio, e carezza i muti occhi stanchi di esuli e  poeti.

 

 

PIETRA

Caspar David FRIEDRICH - MOON

Entra.

Entra dentro di me !

Sembrava parlarmi la dura pietra.

Mi chiamava.

Ammiccava, pur nella sua fredda immobilità.

Era lì da quanto?

Mi sono chiesto io.

Era lì ed è ancora lì.Cosa ne so io di lei? Chi l’ha portata lì, chi l’ha appoggiata proprio in quel posto esatto? Perchè mai lo ha fatto? Ed ora, perchè quella sta cercando proprio me ? E cosa vuol dire… entra dentro di me?

Ero sgomento.

Distrattamente accarezzavo con lo sguardo la città che si perdeva davanti a me, la linea dell’orizzonte, il cielo, lo spazio infinito nel quale l’azzurro penetrava senza lasciare più, nel fondo, alcuna traccia.

Mi sembrava di capire, in certi momenti.

A tratti sentivo che il richiamo aveva davvero un senso, il senso vero della vita, dell’apparteneza delle cose alla vera Madre, alla Natura, al Tutto inestricabile ed eterno.

Entra dentro di me.

Guardai allora alla dura pietra.

Con la mano mi piegai ad accarezzarla.

Era diventata morbida, tenera, potevo attraversarla, entrarci dentro con il dito, sentirne la soffice consistenza dell’interno, il tiepido tepore, l’umidità intima.

Durò un attimo.

Ritornai a non capire.

Entra dentro di me.

Che senso ha? Che vuol dire?

Tu sei pietra, dura, impenetrabile, fatta della stessa materia dello sguardo della Sfinge che respinge da sempre ogni interrogativo dell’uomo sulle cose e sulla natura.

Tu, sentinella senza mai sonno nè stanchezza, sei messa a guardia della porta dell’Incommensurabile, del Mistero e dell’Ignoto.

Potrei accarezzarti per millenni e tu, per l’infinita, innumerabile, estensione del tempo, altro non resteresti che impassibile, dura, pietra, pensierosa e silente.

Potrei interrogarti, sì, potrei chiederti conto dei misteri del tempo che fu, di ciò che è stato, di quello che più non è.

E tu, cosa potresti mai rispondere?

Anche se il Tutto dovesse decidere di venirmi incontro, di affollarsi, affannato ed ansioso, alla tua porta, alla tua rugosa e consumata epidermide, tu, dura pietra dell’ignoranza, altro non potresti fare che imprigionare quel gorgogliante flusso di Verità nella tua irregolare ed inaccessibile cella.

In silenzio.

Ecco.

Con quella parola, senza suoni, tu mi hai risposto.

E’ esploso il silenzio e tutto a me d’intorno è parso di veder infuriare la sanguinosa lotta degli istanti, cannibali assassini, che, per garantirsi anche solo una pervenza di esistenza, devono sterminarsi l’uno con l’altro per tutti i secoli dei secoli!

Ho visto tremare le viscere della terra, che ha partorito e poi divorato le carni succose degli uomini.

Ho visto fremere la piatta superficie di rocce che fece da talamo agli ardenti amplessi degli dei.

Ho visto gorgogliare di piacere le acque innocenti che accarezzarono i corpi dolci di vergini creature ancora senza peccato.

Il silenzio mi ha parlato, anch’egli, in quella universale lingua che arriva dal fondo del cuore.

Ha portato la tua voce dove mai avrei pensato potesse arrivare.

Tu mi hai detto: entra dentro di me.

Ed io, senza capire, ti ho accolto, dura pietra esposta alle frustate del sole ed alle carezze della luna.

Tu, accompagnata dal tuo muto scudiero, testimone della creazione e complice dell’esistenza imperitura, mi hai attraversato.

Tu, entrando dentro di me, ti sei fatta attraversare.

Come l’aria che respiro.

Come l’aria, che penetra nelle mie narici, che entra nella mia bocca… e che, di lì, si congiunge al più profondo del mio essere.

Il mio essere, il più profondo mistero che possa esistere!

Il mistero di quell’essere infinito ed eterno che io sono.

L’essere che si nutre dell’aria che entra dentro di me, contagiandosi così del principio senza fine della vita.

L’essere, che forma il respiro infinito dell’universo.

Entra dentro di me.

Così, alla fine ti ho risposto.

Ed ho chiamato all’appello tutte le cose.

E quelle, amorevoli, in silenzio, si sono affrettate a rispondermi.

E’ FESTA, QUAGGIU’!

S’ode un eco lontano, profondo.

Le viscere della montagna risuonano.

Le caverne rimbombano.

La volta del cielo ne riflette la forza impetuosa.

E’ un eco di gioia.

E’ il suono squillante della speranza.

E’ arrivata.

Finalmente è quaggiù.

Ecco, la vedi, saltella, si dondola, gioca.

Spensierata si trastulla con la vita.

Gli occhi, nel viso dei bambini, giocano, ridono felici.

Occhioni grandi, neri, senza fondo.

Occhi stampati su faccine d’ogni colore.

Bimbi neri con gli occhi grandi.

Bimbi gialli con gli occhi a mandorla.

Bimbi bianchi con gli occhi azzurri.

Bimbi.

Fratelli.

Negli occhi, tutti, hanno la stessa innocenza.

Bimbi che hanno nel cuore  la stessa speranza.

Fratelli che hanno la stessa sete di vita.

Bimbi, fratelli, che crescendo si faranno uomini.

Bimbi, tutti, fratelli, tutti, si faranno uomini.

Uomini, tutti, fratelli, che si  faranno uguali.

Bimbi, fratelli, uomini, che hanno lo stesso diritto al Destino.

Queste le parole dell’eco.

Queste si sentono rimbalzare sulle coste dei monti.

Queste, nel fondo delle valli.

Queste.

Queste, sulla superficie irrequieta degli oceani infiniti.

Queste, queste, queste e sempre queste le parole che si levano, alte, su verso il cielo, oltre la corona del sole, a riempire di pazza gioia felice gli sconfinati spazi fra gli astri.

Si, s’ode un eco lontano, profondo.

Se ne riempie il mio cuore.

Se ne ubriaca.

Balla, spensierato, intrecciando danze col cuore tuo, compagna mia, che all’impazzata batte all’unisono col mio.

E tu, figlio.

E voi, amici.

E tutti, voi, uomini.

Insieme balliamo.

Un immenso quadro di danza.

Irrefrenabile, batte questo forsennato ritmo gioioso.

E voi pure, candidi angeli e schiere di dei.

E, orsù, anche voi, poveri immondi diavoli.

E’ anche per voi, questo giorno di festa, questa danza, questa felice armonia.

Se il mondo è fatto di uguali, è fatto anche per voi.

Su, tutti, unitevi al ballo!

E festa, stasera.

E’ festa.

Quaggiù.

INTERROGAZIONE ALLA CROCE

TINTORETTO – LA CROCEFISSIONE Particolare: uomo che aiuta a tirare in alto la croce

Cosa vedi lassù?
Vedo più in alto,
vedo il colore
del cielo.

Cosa vedi lassù,
ancora, dì,
cosa vedi?
Vedo più in alto.
Vedo il sole
brillare.

Cosa vedi, poi, su,
cosa vedi, poi,
dimmi !

Vedo.
Vedo più in alto.
Delle stelle, vedo,
il numero immenso.

E poi, ancora, dai,
cosa vedi ?
Vedo,
ancora più in alto,
l’infinito universo,

E vedi più in alto ?
Vedo.
Vedo ancora più in alto
Vedo Dio.
E la sua ombra,
poi, vedo.

E vedi,
vedi ancora più in alto?
Certo, Madre,
vedo i tuoi occhi.
Sgorga da quelli
il mantello
della luce di Dio.

E poi, su, dimmi,
poi, cosa vedi ?
Vedi ancora più in alto?

Lassù, vedo,
Maria, lassù,
vedo, più in alto,
il tuo tenero seno
che nutrì la mia carne.
E, più in basso,
laggiù,
deposta ai tuoi piedi,
arrossata,
una corona di chiodi.

E, poi …
infine …
vedo, lassù …
più in alto dell’alto …
l’Infinito, io, credo …
Quello, io vedo …
S’inarca,
si stringe, quaggiù,
s’abbracci
alla fertile terra …

Quaggiù,
mistero, per me,
Maria,
mistero, quaggiù,
avvolge l’amore …
Ma, Madre,
raccontami tu …
come venni alla vita …
quaggiù …
dove
ora …
trovo la Morte…

IL DETECTIVE

Kitagawa Utamaro - "Okita"
Kitagawa Utamaro – “Okita”

Kitagawa Utamaro – “Okita”

Lo specchio mi guarda,

intenso.

Lo sguardo indagatore 

mi mette a nudo.

M’osserva.

E’ chiaramente interessato.

Affonda i suoi occhi

a spillo,

lucidamente.

Penetra e a fondo,

l’acuminata punta

punge:

unico indizio 

d’un mondo profondo.

Chiedo diretto :

“chi cerchi ?”

Ma quello, sordido,

sorridendo, tace.

Mute,

le sue mani indicano,

affilate. Feriscono,

lame, le dita.

La fredda tela di cristallo

s’anima.

E il dirimpettaio mio

è muto.

Le labbra, poi, schiude

appena

sembra dire una parola.

Lo specchio, anch’esso muto,

tace.

Testardo,

immobile resto. E fisso

il vetro.

E mi volgo a guardare

alle spalle.

Repentino uno  scatto …

E d’improvviso, con un colpo

acceco quegli occhi,

gli tolgo la luce.

nell’orrida  prigione,

il buio

resta impigliato.

Misterioso, il detective

mi fissa.

LENTO RISVEGLIO

CANALETTO - SAGRA DI S.PIETRO DI CASTELLO

Lenti, risuonano i passi sulla dura, nobile, pietra.

Annuncian, quei passi, il rintocco solenne del tempo.

Passi che fuggono e rimbalzano timidi, poi sfumano

in grigie ombre velate, notturne, scolorate sui muri.

Sulla distesa di liquida notte, di denso olio pesante,

la luna si specchia, vezzosa e vischiosa ti prende

per mano, mentre molle la chiglia s’avanza nel buio.

Il silenzio si spande, d’incanto, e aleggia sull’acqua

come un soffio leggero, un volo di tortora goffa,

e si posa sull’antica città. Con carezza amorevole

la gondola ondeggia, dorata, e bacia la salsa laguna,

distesa, distratta. Nuda, Afrodisia, si riveste del velo

che, nero, ammanta di casta beltà la città nella notte.

Il candore dei morbidi marmi, tenere carni d’artista,

si assopisce, sognando, e tutto riposa, anche le luci

e le stelle ed i canti … mentre l’ombra scende materna

a velare degli angeli i sogni, stanchi del vivido giorno.

Solo il lieve lamento dei rivi accudisce i fastosi saloni;

han gli occhi socchiusi, le spente candele, e languono

stanche, oramai. Attendono, pie, la buona novella,

la vita, che le arda, nel giorno che lento si sveglia.

2764

Francisco GOYA - IL PARASOLE

 

Roma, bellezza di luce e di pietre,

amo i tuoi seni, colmi di bene

e amo i tuoi fianchi, irti e rotondi,

e le tue gambe di candido marmo.

 

Con gli occhi ti spio, ninfa del fiume,

quando, innocente,  nuda ti bagni

e, sospirando, le morbide forme

porgi alla luna, o ai baci del sole.

 

Sei madonna, madre, matrona

ed il tuo ventre è santuario di vita:

preghiere, canti, disperati lamenti,

santi e poeti al ciel levaron per te.

 

Alla catena hai avvinto, tuo schiavo,

Crono, del Tempo il crudele sovrano

e sul Carro, al suo posto, fiera sedesti

per dare ordini al mondo, senza pietà.

 

I miei occhi, signora, ti sfiorano languidi,

baci voglion da te, bramano amore,

come a una bimba, orfanella, si volgono

a rapire il tuo cuore, il tuo unico Si.

 

Ora mi volto e la catena mi stringi …

… sento il fiume del tempo che scorre …

e mentre tu fingi i tuoi sospiri per me …

il tuo veleno di miele … nelle vene m’inietti.

 

CANZONE DELLA NOTTE CHE SI FA GIORNO

Henri Rousseau LE DOUANIER - La zingara addormantata

La goccia d’acqua del  mare, fresca,  torna alla fonte

e sul sentiero, libera del peso del sale,

allegra saltella cantando argentina.

Infine, sulla cima del monte,

spensierata si tuffa.


La gemma odorosa, candida perla, torna sul ramo

e, lì, la sua pelle, sognando il bacio del sole,

si concede alla carezza del vento.

Poi, alla velata rugiada

le  labbra disseta.


La pallida falce di luna, nascondendosi, torna alla notte

e dietro la siepe di stelle, corteggiata dal buio,

si concede il suo primo rossore.

Dolce, infiammata, al sogno

i fianchi abbandona.


La morbida ombra notturna, sensuale, torna a danzare

e sotto la luna, raccolti i capelli corvini,

si scioglie nel languido lago di luce.

Infine, sazia d’amore,

sospira felice.


CHIAVISTELLO DEL TEMPO

La fotografia che rese reale il surreale: "Dalí Atomicus" di Philippe Halsman, 1948.

Quale altro bene prezioso, figlio mio, posso darti,

se non le chiavi che aprono il mistero del mondo?

La lingua che parlarono, primi, i selvatici uomini;

i disegni che i sicuri architetti, all’alba dei tempi,

tracciaron superbi nella notte inviolata; la scia

dell’orbita ellittica della languida luna d’argento.

Cosa posso donarti, figlio diletto, perchè mi perdoni

l’egoismo assoluto che, in una fresca notte stellata,

volle che amassi tua madre più intensamente che mai

e volle lasciarmi il nodoso bastone del tuo legno prezioso?

Quale dono più caro dello scrigno in cui, segreto, è riposto

il mistero dell’oscuro rito officiato dagli antichi maestri,

e che diede l’inizio al movimento degli universi perfetti?

Posso farti conoscere le rotte degli astri, se vuoi, le vie

invisibili delle navi stellari perdute nello spazio infinito

tracciate nella carne del tempo, il sogno, la meraviglia!

Posso svelarti segreti e misteri, figlio della mia carne più esposta.

Posso spiegarti … mostrarti … indicarti …

la direzione … la mappa … la de-stinazione …

Questi doni posso lasciarti , stasera, mentre m’innalzo

sulla cresta dell’onda che corre, e s’infrange, nella tempesta,

stasera. Io che ingoio i malinconici sospiri nascosti, io, squassato

dal peso degli anni e dalle ferite che straziano il mio cuore impazzito.

Posso farti questo regalo che ti aprirà le porte del tempio

dove solo gl’iniziati avranno l’accesso ! Ma bada, figliolo mio adorato,

nessuno vorrà riconoscere l’immenso valore del dono che avrai!

E soffrirai. Per un regalo così maledirai le tue carni che furono mie !

Il veleno inietto dentro di te, senz’antidoto e senza rimedio !

Vedrai i colori dell’iride e il nome darai alle stelle e ai pianeti,

ti obbediranno mansueti i docili elementi che i chimici rubarono a dio.

Siederai su un trono più alto di qulsiasi re, nella Reggia sull’Olimpo Celeste…

Ma m’odierai, domani, ritrovandoti solo ! Coraggio dovrà avere il tuo cuore,

una gran dote d’amore, passione,  voluttà che nessun altro saprà riconoscere.

Non capirà la tua amante che chiederà il tuo ultimo gemito, il tuo scettro, tua vita.

Non capirà tua madre, che tradirai, mentre t’involi nel tuo cielo infinito !

Dovrai voltare le spalle al tuo povero padre, che senza capire, domani, piangerà.

Ma il tuo mondo è il futuro, il domani, la vita, che coglierai nel suo senso profondo

inserendo la chiave, che oggi t’affido, figlio mio che parti, nel chiavistello del tempo.

 

BELLEZZA

Roma: Cupola della Basilica di San Pietro e della Chiesa di Santa Maria in Sassia

Nel mare di latte perlato, oggi,

è immersa la città incantata.

Seni turgidi dai capezzoli acerbi,

maestosamente gonfi all’orizzonte,

sovrastano i tetti inondati di luce.

L’aria gialla, densa d’ambrato miele,

addolcisce il bacio che le mie labbra,

bramose, suggono voraci alla vita.

Scesi dall’arco magico dei sette colori

si stanno nell’incanto gli dei superbi,

sporgendosi, cheti, dai timpani dei templi.

Ombre lievi m’offron le diafane forme

di carne opalina, rubate al pario marmo,

amanti, ancelle dell’Eterna, dea Bellezza.

Tutto freme, immobile, e vibra d’eterno

nella fissa ora che batte il tempo del cuore

che, ancora, incantato, si giace …

… dimentico.

PREGHIERA

Johann FUSSLI - TITANIA, BOTTOM E LE FATE

Mia creatura, guardami, son io a pregarti !

Ravviva il mio buio con i tuoi lampi di luce.

Nella notte dei tempi mi sono perduto,

nel vuoto increato, nel caos infinito.

Nel silenzio ho annegato i miei occhi,

e, solo, ho sognato il fugace sospiro

d’un fedele compagno, un fratello.

Son dio potente, ordinatore del Logos

unica, sola, possibilità dell’Essere,

son l’Assoluto ed il Tutto, la Volontà.

Eppur son Niente, creatura, senza di te !

Per chi feci, alfin, la Bellezza, l’Amore,

il cielo e le stelle, la candida luna ?

Fu solo per farne a te dono, mio Uomo !

Mio Ultimo Fine !


Com’eco solitaria dei miei inutili sogni

rintoccavano vani gl’innumerevoli giorni

dell’eternità sconfinata matrigna del Tempo.

Sanguinavo dal cuore, solo, perso nel Nulla,

e contemplavo le ombre di ciò che non era.

Avrei voluto, avrei fatto, creato, animato …

Senza ancor Senso, appassiti, senza Ragione,

fiorivano morti gli innumeri eoni. Ed io morivo

un poco per volta, stavo, sperduto, senza di te.

E poi, gioia ! Tu arrivasti, o figlio diletto !

Padre ti fu il Peccato, indomito cavallo di fuoco,

e, puttana, la Colpa, tua madre, dai colmi seni di latte.

Ma, mio dio, la tua ingenua follia, il riso vezzoso,

l’altezzoso ideale, il vino, il furore amoroso …

Volgiti a me, mia creatura, dammi la Vita …

Voglio ancora, per sempre, giocare con te …