IL MATTINO

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Foto by Pierperrone

Se non fosse che… dissolti i fantasmi
che abitano la notturna veglia, ora…
la calma serena del mattino… un manto
di grigie nuvole l’aria ferma increspa…

Se non fosse che… scossi i vaghi sogni
che a grappoli, a tre a cinque, ormai…
al passato il capo volgon… un’attesa
di qualcosa d’ineffabile l’ora inquieta…

Se non fosse che… mossi i nostri corpi
che risorti dal pesante sonno, adesso…
nel giorno avanti spalancato… un’ansia
di inspiegabile irrequietezza li sospinge…

Se non fosse che… soggiunto il giorno
che illude a compier i passi nostri , poi…
un rinvio… una mossa… un lasso… Tempo
nuovo pur s’annuncia e dei giorni il giro…
… Se non fosse che…

AMANTI

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

C’è un’ombra nelle parole tue.
L’ho visto, quel bel discorso.
Stava sdraiato là, sotto al sole
tiepido di marzo. E le parole,
le tue, si proprio tue, sincere
e candide parole: eran distese,
bagnate dal puro mare bianco.
Ma sotto, giù nel fondo, s’intuiva
la presenza d’ombra densa, nodo
stretto, rivolo di dubbi, fiumana
di paure… ristagno d’incertezza.

C’è un’ombra nella mia voce roca.
Lunga e scura, t’avvolge inquieta.
Dalle mie labbra schiuse sgorga
appena, e dal mio sorriso dolce.
Di nascosto (sa che tu non vuoi)
s’avvicina alla tua bocca schiusa.
Si sfioran come baci le due ombre,
s’avvincono in carezze traditrici,
cullate dal cupo mare tempestoso
d’un presagio oscuro: è profezia
di quell’amore che non sappiamo
dire.

MYSTERIA (versi irregolari)

Photo by Pierperrone
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E’ un mistero, questa voce che viene e se ne va.
Mi parla, da qualche profonda cavità dell’anima
e, come megafono, mi usa per i racconti suoi.
Poi, all’improvviso, si nasconde, sparisce, vola!

Adesso, non son’altro che immoto silenzio muto.
Mi schiarisco la gola. Inutile, non m’esce suono.
E quando son certo d’essermi fatto freddo sasso…
ecco, allora, senza accorgermi, bocca mia canta!

E’ un mistero, questa meraviglia che mi dà l’arte.
Entrar dentro la melodia, o esserne attraversato,
come l’aria dallo stormir delle campane, o l’anima.
Poi, senz’avviso, il piombare grave del silenzio…

E’ lo stesso, l’entrare dentro un quadro, o uscirne,
tracciar segni, modellare, respirare fresche brezze,
bearsi d’infiniti panorami, e cieli tersi, ampli e vasti..
ecco, allora, senza dirlo, mi vive una vita immensa.

E’ un mistero, questo vago veleggiar nel mare giallo,
nel rosso tinto di turchese, nel lago di scintille…
Il tappeto volante d’uno spettro orientale m’ha rapito
e mi porta, per le infinite plaghe d’un mare di poesia.

Ecco, io vado e son portato; muto, recito il mio canto:
tu, Musa, mi comandi di lassù, ma vedere non potrai
le parole del mistero scritte, fitte, nel fondo cuore mio.
Tu puoi soltanto darmi la tua voce. Io ci metto la mia
forza immane!

LA NOSTRA GUERRA

photo by Pierperrone
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Dobbiamo colpire al centro il loro cuore!
Farne gorgogliare il sangue rosso. Riempire
i loro grandi occhi vuoti di calde lacrime
salate.

Poeti, a raccolta! Giunto ormai è il tempo
d’unirci in forza. Orsù, pronti, sguainiamo
l’arme nostre e con forza portiamo a fondo
il colpo!

Artisti d’ogni reparto, alla carica! Avanti!
Penne in resta! Sgorbie, pennelli, spartiti
musicali! Mani e teste armiam! All’assalto
del nemico!

Temiamo forse di perire? Abbiam timore vile?
Cos’altro ci trattiene? Diamo via alla crociata
contro l’insensibile infedele: al servizio siam
delle Muse!

Arrenditi, materia, al marziale inceder nostro!
Datti alla forma bella, fatti onore nelle arti.
Combatti, arte, la tua guerra, conquista il mondo
intier!

CONCERTO STONATO

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Eccola là, la vedi,
la noticina piccina
che, nera, s’inclina
sul pentagramma e libera,
ora, cantando, s’invola?
Eccola, fiera pel mondo
se ‘n va!

Ecco, guarda, uno ad uno
gli scalini saltella leggera;
ma, oddìo!, c’accade? su un acuto
stridulo inciampa, la noticina stonata,
e precipita, grave, dalle ripide altezze
della nota scala musicale tonale!
No, va!

A bocca aperta è restata,
sorpresa, l’estrosa pianista:
suonando, il minuscolo insetto
sfuggito dai tasti ora è planato
laggiù, sulla testa violetta
d’una isterica astante interdetta.
Poi va!

Il mesto direttore provetto
sta ancora il tempo scandendo
con la bacchetta sospesa a mezz’aria;
poi, brusco, si ferma in silenzio
e, mostruoso, mostra all’orchestra
che tace, la nota che vola tenace
e se ‘n va!

Il pubblico allora rumoreggia nervoso
e batte le mani, pauroso: è incredulo, invero,
del nano titano fuggito al destino.
Folle, infine, s’alza nella sala affollata
la danza d’una risata liberatoria: “Signori,
l’autore ha, or ora, eseguito la FUGA!”
… Ma va!

PRESENZE ANTERIORI

photo by Pierperrone
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Nelle profondità del tempo
maturano cristalli di luce,
su alti rami, raggi lontani.

Distillano sguardi a gocce,
occhi ebbri; suggono la vita
da mani a coppa, oggi. Bevono.

Bocche assetate, arse, alte
levano lodi eterne alla vita.
Vuoto, il calice di cristallo
domani chiamerà: “Coppiere!”.

LA SOGLIA

Photo by Pierperrone
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Varcare la soglia. Un passo.
Solo l’ultimo passo.
Cos’altro mi resta da fare?
Tuttavia, esitante, tremo.
Dinanzi all’uscio, attendo.
Attendiamo, tutti, inutili,
vani, il tempo che scorre
e va, passa oltre e, poi,
a piacimento, ci ripassa
sotto il naso.
Infine entra. E non esce più!
Deciso ha affondato la mano.
La maniglia, docile, ha ceduto.
Oh, avessi potuto sbirciare dentro!
Un attimo, lesto, almeno!
Presto, invece, l’uscio
sul mio naso s’è richiuso.
La soglia. Varcare la soglia.
Cos’altro mi resta da fare?
Una luce vivida nella cella
s’indovina.Bagliori sfuggon
dalla soglia come lampi.
Veloci si confondon, guizzando,
all’ombra, in fretta. Poi, sogni,
sfumano e svaniscono. Si disfano
nell’ombre le curve forme
dell’uscio che sbarra il passo.
Nel buio annega lenta, invece,
la piatta attesa senza tempo.
Son ferme le lancette ormai
e sul muro, là in giardino,
non corre più la meridiana.
Un passo. Un passo ancora
e dentro sarei ora. Svelato,
il mistero. Il tempo. Un passo.
Un passo ancora. Ma, esitante,
tremo. L’autunno s’avanza invece.
Rincorse, lazzi, giochi e scherzi,
con l’estate fanno a rimpiattino.
Così la lunga sera rosee guance
vezzosette mostra e imbroncia.
E là dietro l’uscio corre
a rifugiarsi. Poi, d’un lampo,
guizzando, dentro si rinchiude.
E l’uscio, sul muso, lesta,
mi rinchiude sulla faccia.

PHRAESIA [Canto di un fiore. Canto della Bellezza]

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Quando me la ritrovo davanti non so trattenere il brivido che mi suscita.
E’ una questione di sensibilità.
La pelle s’elettrizza, prende odore e vive!
Un palpito batte forte e sussulta, tutto, il cuore .
Si riflette l’eco di quel colpo e corre sui fili delle vene, come una corrente che accende e brucia, arde, fulmina…
Nelle tempie pulsa il lampo, in un attimo, e tutto s’illumina, intensamente.
E l’onda che viene dal profondo, rullando e bussando, colpisce, impetuosa, potente.

La vibrazione dura quel tanto che basta a tendere tutto il corpo.
Come il soffio di vento che, nel sole limpido di marzo e tiepido, scuote il fiore, in piedi, un poco emozionato sul suo sottile stelo.
Me la ritrovo davanti agli occhi e non so trattenere il brivido che mi provoca.
Ogni volta e ogni volta.
E ogni volta, sì, è lo stesso.
Sbatto le palpebre e mi stupisco, sempre.
Sempre come la prima volta.
E più la vedo e più mi stupisco e trasecolo e inghiotto saliva che in gola si strozza.
E’ sempre, l’emozione, sempre la prima.
La stessa.
Sempre.

Io sono il figlio di un dio, se la natura, ogni volta, mi grazia di questo dono.
O sono io la casa del dio.
O, forse, il mio cuore è la casa, per lui.
Qualcosa di sovrannaturale avviene, ogni volta, in una briciola di di tempo così fragrante, e intensa.
L’umano che son io si schiude.
La infinita intensità della vita si squilibra, espansa a fiotti nel mio cuore, e mi sconvolge.
Turbina in un vortice e si turba, ma non esita.
E infine, con un boato, esplode, l’emozione.

Qualcosa accade alla mia materia.
In un breve istante, il grilletto scatta e parte il colpo.
Il corpo resta ferito e sangue fiotta dalle labbra appena aperte.
Caldo, pulsa e sgorga e lo sento, denso, scendermi il rosso miele sulle dita.
E, goccia, a goccia, piovere e nutrire terra, a sazietà.
La memoria prende forma e si fa materia il tempo mentre il cuore musica una carica impazzita.
Torma di cavalli imbizzarriti scalpita e di lontano sopraggiunge il rombo.
E apro le mie porte, m’arrendo.
Felicemente offro il petto e cedo il mio stendardo.
E’ il piacere acuto della sconfitta repentina.
Il piacere che la chimica non sa spiegare ancora.

Non occorron più parole per dir di questi studi.
Ogni corpo sente l’intenso brivido salire.
Il corpo è muto, si sa, quando vuol godere dei suoi reconditi segreti.
La pelle contagia la pelle che la sfiora e v’è, da questa, un sùbito contagio.
Nè è più possibile, oramai, arginar la dilagante epidemia.
Nè, prescriver alcuna quarantena.
E’ la malattia, nel corpo, che rapida s’avanza.
Un’invasione, un’infezione, un flusso d’influenza.
Ardenti febbri che rovinosamente dappertutto avvampano le membra.

ORA DELLA MEMORIA

Ecco, lo sai, ora, non voglio parlare.
Qui regna solo il silenzio. Sdràiati.
Puoi metterti al mio fianco, c’è posto.

Lo sai, figlio, fratello, amico, caro.
Eravamo una carne sola, seme del seme.
E poi una lama ci ha straziato: carni!

Siamo in molti, lo sai, ora, quaggiù.
Parlare e non parlare: lingue diverse.
Figli, amanti, madri, angeli. Morti.

Siamo milioni, ora, lo sai, nel freddo.
Coperti presto, un giorno, nella terra.
Come semi. E ora diamo fiori di pianto.

Non voglio parlare, ora, Morte, lo sai.
Mi piace ascoltare a lungo il silenzio.
In eterno. Parla la tua voce, sorella.

Guardiamo fisso nel cielo, ora, lo sai.
A lungo e nessun sole può ora accecarci.
Abbiamo vinto ormai le parole e la luce.

Balliamo, ora, la fissa danza che sai.
Il ritmo lento del tempo, ora battiamo.
Melodioso silenzio. Ora della memoria.

CANZONE DEL PULCINELLA

Foto by Pierperrone
Foto by Pierperrone

Primo giorno dell’anno nuovo.
Siamo qui.
In terra, che più in terra non si può.
Fatti di ciò che siamo.
Poca consistenza, molti timori, qualche speranza.
E sogni.
Illusioni, considerazioni, aspirazioni, delusioni, disperazioni.
Siamo di carne.
E di qualcos’altro che chiamiamo spirito.

Primo giorno dell’anno nuovo.
Alla prima pagina di un nuovo libro.
Molte parole immaginate.
Domande vecchie e nuove.
Risposte, poche.
Siamo carne e sangue e materia?
Siamo fragili, deboli, soli, impauriti, fuggitivi?
Siamo, siamo, ancora, tutto questo?
Siamo anche qualcosa in più, anche se non osiamo.
Così, suggerisce, una risposta malcelata.

Primo giorno dell’anno nuovo.
Davanti allo specchio silenzioso.
Una lametta nuova scivola piano.
Vapori e odori si mescolano, il mattino, a festa.
Una nuova maschera, nel vetro, si compone.
Una nuova voce.
Un canto, un sorriso, la vita.
Siamo e non siamo ancora forse noi stessi?
Domanda, quella, signora sinistra, senza vergogna.
Il silenzio, garbatamente, risponde ossequiando.
Ma io non intendo.

Primo giorno dell’anno nuovo.
Piccole cure, scaramanzie, superstizioni.
Riti propiziatori, preparazioni, accondiscendenze.
Credenze vane.
Speranze.
Nuove, la biancheria, la lametta, la maschera.
Nuova la voce.
Nuova la canzone che canta, sfrontatamente, lo specchio in cui mi perdo.
Una pagina bianca, tabula rasa, nuova promessa di vita.
Pur’essa, l’anima, ritrovata, si rinnova.
Candida e immacolata, oggi, si veste a nuovo.
La memoria di ieri, soltanto, intrusa, s’intromette.
E importuna.
E, mentre trasalisco, io indietro, di scatto, volgo il guardo.

Primo giorno dell’anno nuovo.
Nuovo il sole, alto là nel cielo.
E nuovo nel cielo, brilla là, l’azzurro.
Assassino, che ha ucciso, senza cuore, la notte opaca!
Sterminati i giorni passati.
Oscuro oceano inquieto.
Minaccioso e ribollente.
Il tempo, indietro a me, s’ingorgoglia.
E in gola la voce annega, mentre canto.
Si strozza la canzone.
In mille rantoli si spegne.
E il silenzio alfin m’inghiotte.

Primo giorno dell’anno nuovo.
Primo punto cardinale d’una complessa rosa dei venti.
Di possibilità e occasioni.
Che coglieremo.
E che pure ci lasceremo sfuggire.
A tentoni, ci moviamo, in questo nostro mare ancora inesplorato.
Ciechi marinai.
Inesperti nella rotta.
Con il nuovo sestante in mano.
Sulla candida superficie gorgogliante s’apre, distratta, una nuova bianca scia.
Una ferita.
Un taglio che sanguina vita immacolata.

AD ASTRA

Odilon Redon (1840-1916) – Il carro di Apollo

Su, sali lassù. Più in alto. Su, ancora più su!
Non vedi che corre più forte, adesso, quel sole?
E le stelle, nel cielo, non si son fatte più belle?
Dai, ascolta. Non senti come bussa forte nel petto
il desiderio? La voglia, ora, impetuosa t’afferra,
si fa prepotente. E allunga la mano, allora,
per afferrarla. Tu, ora, non puoi trattenerti!
Urla, urla pure a quel cielo. Che t’obbedisca!
Che strisci ai tuoi piedi. T’invochi, s’umili!
E’ tuo questo tempo, non vedi? T’aspetta, se vai.
Salta. Su salta più in alto che puoi. Non esitare.
Non tornerà, domani, il momento in cui la tua vita
avrà tanta forza spietata. E tu? Invece, che fai?
Stai nel tuo letto, intristito, piangi e mugugni?
Rimpiangi il futuro che se n’è andato senza di te!
Povero giovane figlio, ti rassegni senza lottare?
Urla, graffia, mostra le unghie, rompi, conquista!
Spezza le catene a cui io t’ho legato senza pietà!
Su, forza, che aspetti? Sbatti più forte le ali!
Lanciati, osa! E’ tuo lo spazio, vola, tendi le mani!
Prova a prenderti il tempo: è tuo, oggi, il domani.
Non farlo finire. Dura un attimo solo, l’incanto
di questa sovrumana forza che ti rende sovrano.
Ma tu non lo sai. Tu, te ne stai muto, esitando,
là, s’una soffice nube. Fissi lo sguardo per terra.
Tremi. Non vedi i cavalli del carro di fuoco?
Chiedono, implorano un ordine. A te solamente,
Fetonte, obbedirebbero. Alla dura forza del braccio.
Io, invece, vecchio astro stanco solare affannato,
mi estinguo. Ombreggia ormai, ad Oriente, laggiù.
Scende la sera e il ciel si dimette pian piano.
E’ tempo, ora, d’osare, mio eroe: mio nuovo astro
nascente!

OMBRE

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

In un attimo, distratto, mi volto,
e in cielo, d’un tratto, si compie
il misfatto. Vorace stormo rapace
cala di scatto. Un nero battito s’ali,
s’abbatte. Uno scatto. Un palpito
d’aria vibrante, un vivido guizzo.
Svanisce l’azzurra coltre compatta
e le candide onde di nuvole piatte.
Maledetta, nella sera, smuore la luce.
Stinge. Si spenge. S’accosta veloce,
l’ombra scura, notturna. Incerta,
svagata, l’anima il tratto smarrisce,
la rotta. Silenzioso, il corso del giorno
sfuma in un’angoscia smarrita, scuretta.
Un vortice oscuro, un’incerta smania
d’abisso. O luce rapìta, che cerchi
d’oriente la via, al mattino. Infine,
nel vasto mare profondo sprofondi.
Disfatta nel nulla. Muta. Dissolta.
Misteriosa, morte improvvisa del sole
un fato stupìto ti trae nell’oscuro
regno dei mostri, che, affamato, s’apre,
spalancato sopra di te. E ora t’inghiotte.

FRA DUE GOCCE

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone
Io abito fra due battiti di ciglia,
in mezzo, nella pausa d’un batticuore.
La mia casa è lo spazio infinito.
Si può pensare d’esser stretti, lì,
fra due soffi d’un respiro. E invece
spaziano, i miei istanti eterni, attorno.
Ruota, infin, l’universo intero nella finestra
spalancata, in quella casa, che sorge, eretta,
sulla sconfinata vastità d’un’alba mattutina.
Non conosco spazio più aperto o mare incerto,
per perigliose avventure e segreti misteriosi
che l’attimo in cui scorre una vita intera,
sorpresa ad affogare fra due saline gocce
di schiume cristalline.

L’ALLEGRA COMPAGNIA

Photo by Pierperrone

Fabrizio, io e te dobbiam parlare.

E anche tu, Giorgio, perchè non ti fai più sentire?

E… e tu, Josè? Perchè non mi scrivi più?

Stai sempre lì, con Franz e Cesare e Fernando…

Mi pare di esser solo, certe volte…

La tua voce, Jim, e il tuo colore, Pablo…

Oddìo, come posso viver ormai così?

Vorrei parlarvi, avervi al fianco, uscir con voi…

Scherzare un poco e cazzaggiare, si cazzeggiare insieme un poco.

Come non abbiamo fatto mai.

Non ci siam potuti incontrare ancora tutti insieme.

E anche con tutti gli altri amici che qui non sto a ricordare…

Certo, vivete tutti in casa mia…

Con Renè e Pablo e Cònstantin e Federico…

Si, vivete tutti nella mia grande casa.

Allegra, spesso, aperta, libera, spaziosa…

A volte è troppo piccola, si, troppo piccola anche per me soltanto…

Ma con voi, certo, io sto bene. Il tempo mai non muore…

Non ci siam potuti mai incontrare tutti insieme…

Un gran ricevimento, una festa, un happening…

Una rimpatriata, un bicchier di vino rosso, il sugo grasso e il fritto unto…

Oh, si, come dici, Syd? Una bella sigaretta?

E perchè no? Accavallando le gambe sul tavolino buono, là, in salotto.

Oh, come dev’esser  bello avervi tutti quanti insieme, un giorno…

Quando mi chiamerete io forse esiterò e non correrò subito, lì, da voi.

Perderò tempo, ancora, qui, a salutare gli altri amici, i cari, i passanti ignari…

Si volteranno un poco, curiosando, poi gireranno, certo, dall’altro lato il capo…

Ed io un poco tremerò, come scosso da un freddo vento…

Un soffio gelido mi darà la spinta e cadrò… planando lentamente…

E poi piano a voi mi volgerò e salutando a questa parte m’incamminerò con passo incerto.

Come dici, Pier Paolo, amico caro? Mi chiedi perchè l’esitazione?

Mah, non so, tu mi potresti ben rassicurare. E’ che non sono certo assai di niente.

Dibito. Domando. Chiedo. Indago…

Provo a riguardar di là, dal buco che s’è aperto adesso in cielo.

Ma cosa c’è lassù? C’è davvero un gran teatro dove state tutti insieme?

Io vi mescerò il bicchiere, mentre voi discutendo animatamente, deciderete sul mio da farsi?

E se non fosse poi così?

E i cattivi? Tutti quei demòni che ci han rubato il sangue, la pelle e poi la vita, dove son finiti, mai, quei miseri derelitti?

L’han messi laggiù, in fondo, a patire fra le fiamme, le meritate pene dell’Inferno?

E se io non meritassi la vostra agognata compagnia?

Che ne sapete mai, voi, dei miei mille delitti consumati nella vita misera quaggiù?

Delitti di pensiero, d’ignavia, di pigrizia.

Come potreste perdonarmi, mai, voi, ch’avete illustrato, invece, il tempo nostro?

Non c’è memoria in cui non si specchi l’opra vostra.

Perchè mai dovreste far bisboccia con uno come me?

Sol perchè in vita io v’amai?

Generosi, sareste, allora. E in grossa compagnia.

In tanti, infatti, io v’amai. E spesso vi cercai per comprender il senso d’esser vivo.

E voi, allor, mi rispondeste. E’ questo che un pò mi dà fiducia.

Se mi rispondeste ieri, perchè non dovreste farlo poi?

Or però salutar vi devo. Ritorno ai casi insulsi dalla vita d’ogni dì.

Un pò di noia, il calar del sabato, la tazza del the bollente che lentamente s’è vuotata…

In cielo, indifferente, lascia la sua scia… un volo immaginario… un sogno… una goccia impertinente

Sono nuvole, bianche e nere. Come noi, passeggian, di passaggio.

Un saluto ancora, cari amici. Vi prego s’aspettarmi.

Sarà bello se vorrete, un dì, accogliermi tra voi.

A me non costa nulla immaginar la vostra compagnia…

LUNA

Ti ho spiata.

Nascosto dietro quei rami,

neri stecchi,  nell’ombra notturna.

Nuda, ti bagnavi nel nero

mare del cielo.

Un attimo, un lampo, un sogno…

Il nero mare spumeggia…

Vedo il tuo manto cadere.

Il tuo nudo boccio di fiore

d’argento sfuma il buio marino …

Un dolce miele spargi nel cielo

e s’addolcisce la notte profonda…

Laggiù, nei campi, grassi petali rossi

brucian d’amore nell’attesa del sole…

Nel nero mare del cielo, ti desidero.

I tuoi odorosi seni d’ambrosia  

calman la sete in questa notte nera,

sperduto,

solitario nel nero mare notturno…

Dietro quei rami, nuda, 

nella nera notte sei giunta,

visione, a metà del cammino,

nera pietra che brilli di stella,

e sul palcoscenico, alto,

astro fra gli astri, d’oro e d’argento,

il candore tuo ha cosparso di cipria

l’oscuro ocean del cielo

che sciaborda, inquieto, sul mondo…

Cavalcando quell’onde ridevi felice

fanciulla felice argentina,

compagne, amanti , t’eran le ancelle

e con loro scopristi l’amore,

vibrò a prim’ora la pelle di baci

al lento soffio di venti lontani 

che giungon da dipersi pianeti

distanti, sperduti, come me,

nuotatore nel nero mare del cielo…

SONDERCOMMANDO

La malattia della morte  colpisce la memoria.

Come un ladro, entra piano e ci ruba il mondo.

Come la nebbia, lentamente cancella tutto.

E’ un’amnesia che il medico non può guarire.

La malattia della morte a volte arriva presto.

Come un’onda, rabbiosa, travolge le care cose.

Come la tempesta, in un attimo tutto spazza.

E’ un’assassina, che uccide a tradimento.

La malattia della morte a volte si fa aspettare.

Come un fantasma, ci sfiora la mano appena.

Come un desiderio, empio, invade il cuore invano.

E’ una fonte, secca, che non disseta mai.

La malattia della morte a volte non ha potere.

Come una bimba, assorta, gioca coi ricordi.

Come il vento, lontano porta le nostre storie.

La morte. Una lanterna accesa c’illumina la via.

AFRICA

GUERRIERO MASAI
da: http://scientiantiquitatis.blogspot.it/2012/01/africa-popoli-masai-kenya-tanzania.html

M’interrogo a fondo:

cosa è, dunque, la vita ?

Che cos’è l’esistenza?

Queste fiamme quaggiù,

la pioggia del pianto,

la noia, triste foschia?

Il sole alto e severo,

o quel gelo invernale

che preme sul cuore?

Il vento all’orecchio

mi porta i suoi guizzi,

geme la terra, fremendo.

Di lontano, risponde,

eco d’eterno, il silenzio,

fresca, quieta, certezza.

Un Masai, sotto le stelle,

muto, ascolta il racconto

della  nuda volta del cielo.

IL CANCELLO

IL CANCELLO
da: IL MONDO ALLA ROVESCIA
photo by pierperrone

E’ il mistero più grande,
quel cancello socchiuso
alla fine del viale. Lunga
o corta, la via, saliamo.

Ansiosi, scrutano, gli occhi,
cercan ghermire il segreto:
stanca e lontana, balugina,
a tratti, l’illusione d’eterno.

Ma resta il segreto. Distante,
di là dal battente, il custode,
dall’ombra, tende lo sguardo.
Attende. Non apre. Il guardiano.

E restiamo, sull’uscio, indecisi.
Intanto, nell’infinito, d’attorno,
il tempo si ferma. E noi, sospesi,
sostiamo. Per sempre. Là.
Sulla soglia.

RESPIRO ROSSO E NERO

Mark ROTHKO - BIANCO SU ROSSO

A

Aggrappato a quel divano rosso fuoco,

annaspo nel mare giallo della stanza.

Sull’oceano del cielo verde, nella sera,

nuota sperduto un gabbiano solitario.

S’è smarrita la sua ala nella foresta irta 

di rigidi pennoni appesi al cielo nero.

Plana l’ombra opaca sull’orizzonte terso:

s’è compiuto, ormai, del giorno il fato oscuro.

Immobile, sulla tela della sera il tutto giace,

segno del tempo, che si scolora nella notte.

Verso il vuoto precipita l’equilibrio assente,

dove tutto scorre, piano, sotto gli occhi miei,

cullati dolcemente dalla corrente delle cose.

Nè mi sveglio, del resto, dal sonno che mi lega

all’illusione della vita, distratta mentre sogno.

Sul muro sbiadisce l’umore denso dei colori,

e dietro la finestra s’affievolisce l’azzurrino cielo.

S’è ritirata l’esistenza stanca nell’ultimo bagliore 

dell’argentea falce di luna ch’avanza luminosa.

Una neve polverosa scende lieve a riparar le cose,

sulle antiche forme, cade, sui ricordi familiari.

Fiocchi di sapori, profumi, affilate sensazioni,  

dolorosi graffi, s’incidon, nella notte, sulla pelle.

E quando il giorno s’ergerà, mostruoso Leviatano,

fuggiti ormai saranno i mostri e i demoni nottali.

a

SUU KYI WINS ELECTIONS

Myanmar: Aung Suu Kyi wins elections


Un fiore, profumato, germoglia.

L’aria, tutt’attorno, l’abbraccia.

E quello, innamorato, arrossisce.

a

L’ape ronzante, stretto, lo stringe.

Insaziabile, ravviva Eros l’amore.

S’intreccian d’amore petali ed ali.

a

Distratto, si leva un soffio di vento.

Un lampo, lontano, saettando balena.

Ed ecco, furiosa, la tempesta rintona.

a

Sferza la terra uno scroscio furente.

Cupo, bombarda il calabrone pesante.

Spaurita, cerca riparo l’ape leggera.

a

Prigione si fanno i cristalli di pioggia.

Mille anni è rinchiusa nella cella crudele.

Nel buio, miraggio, s’innamora il silenzio.

a

Libertà, bisbiglia il desiderio nell’ombra.

Soave, al sorriso s’arrende, vuota, la cella.

Nel cielo, s’alza il corteo d’api danzanti.

a

Baci, lancia il più bello dei fiori del bosco.

Felici, alzan gli alberi i canti d’amore.

Libera in volo, si culla l’ape nel vento.

aIl mondo, spettatore curioso, lieto sospira.

A