MAGDALENA

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Photo by Pierperrone

Alzando la bocca ancora sporca di sesso, il cuore già fuggiva via libero, lontano.
Forse non era mai stato prigioniero di qualcosa, o di qualcuno, quel cuore.
E con il cuore, padrone solo di se stesso, anche il pensiero, come capelli al vento, sciolti, leggeri, docili, eppure indomabili.
Alzando la bocca, anche gli occhi si sollevarono, guardando verso la finestra di fronte.
E furono subito trafitti dal primo raggio della stella del mattino.
Come un pugnale, come una colpo di frusta.
Come il senso di colpa.
Il peccato.

Il corpo disteso sul letto era volgare e pesante.
Puzzava di fumo, di alcol, e di vizio.
Era un corpo morto ma pieno di quella parvenza di vita che viene dal denaro.
Denaro sporco.
Ma senza puzza.
Nudo, ancora palpitava degli ultimi languori del piacere a pagamento.
Riverso, sfibrato, sembrava ancora più malato dell’anima che lo abitava, quel corpo.
Uno sbuffo di polvere bianca sul comodino.
Un rotolino per terra.
Una busta sul tavolino, là, davanti alla finestra.

Gli abiti erano di marca.
Un abito di gran taglio stava sciattamente svenuto su una sedia.
La linea delle natiche di Magdalena, forte e dolce allo stesso tempo, sembrava disegnare il sorgere di un sole malinconico, davanti allo specchio.
Mentre si guardava allo specchio, si ripuliva la bocca.
Ormai aveva fatto l’abitudine a quel disgusto che gli faceva provare nausea della vita.
Bastava un tovagliolo di carta, un pò d’acqua di lavanda, un gesto per ravvivare la curva stanca degli occhi.
Ed era un nuovo giorno.
Ma quel raggio di luce ancora bruciava, dentro.
Era sceso giù, molto giù.
Era entrato dentro, dove non è consentito a niente e a nessuno.
E ora, Magdalena sanguinava.

Il corpo sul letto si addormentò, dopo essersi fumato un sigaro.
L’orologio sul comodino era fermo.
Non segnava neanche più un’ora.
Era un tempo che non era mai esistito, per Magdalena.
Il tempo in cui il suo corpo si vendeva non lo registrava nell’agenda della sua vita.
Era un tempo alienato, ceduto, dato in pasto ai cani.
Quegli stessi cani, con desideri di bestie, che pretendevano, per pochi sporchi soldi, di fare i propri porci comodi.
E il corpo di Magdalena si concedeva, si vendeva, si apriva come un fiore e si chiudeva come una mano.
Una mano, un fiore, una bocca, un corpo.
IL Piacere offerto un tanto a ore.
Il dolore pagato un tanto al giorno.

Davanti allo specchio Magdalena piangeva, nel silenzio della stanza.
Piano, una lacrima, forse due, scorrevano, lucide, dai pozzi profondi e neri che si erano chiusi per dimenticare anche il tempo che era segnato sull’agenda della vita.
Tempo di lacrime, tempo da dimenticare.
Ma che vita è, quella di un corpo che non ha tempo da ricordare?
Soltanto tempo venduto e tempo dimenticato.
Ore, giorni, anni venduti e dimenticati.
O da dimenticare.
Che vita è la vita di Magdalena?
Ma non sapevano di avere questo suono, le parole che salivano dal pianto di quei due occhi stretti.
Solo, s’erano vergognate di quel sapore volgare di sesso che proprio non voleva andar via dalla bocca rossa d’amarena.

Quando uscì per la strada, s’era alzato, ormai, il sole, sulla strada.
Anche se era un sole malato.
Ma era un sole adatto ad una vita da sanatorio.
Lontano, un campanile svettava tra le nuvole.
Grigio.
Pochi ragazzi, per la strada, andavano a scuola.
Uno biondo, con la barba, le mani affondate nelle tasche, distrattamente guardava dalla parte di Magdalena.
Scendeva sullo stesso marciapiede.
Guardava il fantasma di un uomo camminare senza darvi importanza.
Era appariscente, quel corpo di scarafaggio travestito da farfalla.
Magdalena aveva linee calde che invitavano gli sguardi a fare viaggi in territori proibiti.
Ma il ragazzo non se ne accorse.

Un attimo prima di incrociarsi, Magdalena, di scatto, si accorse di qualcosa.
Ma non era un qualcosa di preciso.
Era solo come un ricordo lontano.
Un sogno, forse.
O un desiderio remoto, nascosto, inconscio.
Un qualcosa di inesprimibile che tuttavia era emerso per un attimo.
Facendo scattare un’idea, un pensiero, una parola.
Ma l’idea, il pensiero, la parola, se ne restarono ben bene nascosti in silenzio.
Com’era d’abitudine, per Magdalena, restarsene ben bene nel buio, specialmente quando passava la Madama.
Poi, una sirena si avvicinò, ma lentamente, senza la fetta d’un pronto intervento.
Dapprima lamentosa, poi si fece sferzante.
Infine, prepotente, s’accostò al marciapiede.
“Frocio, dove stai andando!”

Magadalena avrebbe voluto che il sole all’improvviso calasse e la notte scendesse pietosa.
Nel buio è tutto più facile.
Fuggire, nascondersi, scappare.
Oppure, quando non vi è neppure una via di scampo, un nascondiglio, una strada per dileguarsi e sfuggire al destino, la notte sa essere anche pietosa.
Mantello nero che sa nascondere ogni umiliazione.
Quanto tempo viene ribato di notte ai corpi innocenti e distratti che si vendono, come il corpo di sirena di Magdalena venuto, nuotando, dall’oceano lontano.
Buoenos Aires.
O forse Rio de Janeiro.
Il mondo è immenso.
E piccolissimo.
Per i corpi che, come Magdalena, non hanno alotro destino che vendersi di nascosto di notte.

Il giorno, grigiastro, umido, aveva il sapore sporco del sesso.
E la voce volgare d’un poliziotto affamato di prima mattina.
Chissà, forse aveva litigato con la sua bella di turno.
Oppure era stato solo l’istinto d’un maschio senza controllo.
O la frustrazione d’una divisa portata solo per caso, per il misero stipendio d’un morto di fame.
Un pugno colpì Magdalena al centro del petto.
Un altro sul labbro d’amarena matura.
Si piegò, mentre cadeva.
Una mano l’afferrò per i lunghi neri capelli.
Trascinava quel corpo come la corrente impetuosa di un fiume.
Nell’angolo della traversa che si apriva di fianco alla strada.
Piangeva in silenzio, Magdalena, attendendo la cieca violenza che già conosceva.
Senza lacrime.
Attendeva.
Il cuore, piangeva.
Non gli occhi.

Ma il caso, alle volte, riserva strane sorprese.
Un colpo nell’aria, violento, secco, uno schiocco.
Uno solo.
E d’improvviso Magdalena sentì che la forza che comandava nel mondo, la cieca violenza che chiedeva il suo pasto diurno, era svanita.
S’era dissolta.
Come la nebbia sul fiume vicino, quando d’inverno, all’improvviso, certi giorni, viene scacciata di colpo da un colpo di vento.
Basta uno schiocco.
Ma la strada non è il fiume poco distante.
E uno sparo non è un colpo di vento.
Il corpo del poliziotto stava riverso sul marciapiede quasi dormisse.
Con la faccia all’ingiù.
Un rivoletto rosso, poco visibile, scorreva, breve, un pò luccicante.
Magdalena si mise a tremare.

Quando la mano gli carezzò la guancia, Magdalena sussultò.
Temeva un altro colpo violento.
Solo a quello era abituato il suo dolce visino di fata.
Una fata abituata a cattivi incantesimi, è vero.
Malìe da appariscente odalisca per adescare qualche passante.
Mai una carezza, quella era vietata da chissà quale strana legge morale.
La mano scorse calda sulla pelle del viso liscia come la seta.
Una carezza come un fiume, che scatenava prorompenti correnti nel suo cuore confuso.
La mano d’un dolce ragazzo che passava per caso.
Biondo, distratto.

“Io sono Salvatore”.
Disse con voce dall’accento meridionale.
Salvatore, come Gesù.
“Ho schiacciato la testa al serpente che ti voleva avvelenare.
E tu, come ti chiami?”
“Io sono Magdalena.
Porto il peso del dolore del mondo”.
La Magdalena, lo scandalo, l’adulterio, il peccato.
“Finirai in cella, lo sai, Salvatore?
Finirai sulla croce elettrica che un tribunale t’infliggerà con le regole sante della giustizia”.
Magdalena piangeva, nel profondo del cuore…

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ALLEGORIA (Una storia, p. 8. Epilogo)

Jan BRUEGHEL II & Frans FRANKEN – I QUATTRO ELEMENTI

Era un mattino d’autunno, quando Salvatore fu seppellito.
Come era stato un mattino d’autunno quello in cui un seme d’angelo fu piantato nel corpo di Maria.
La terra fertile, inesauribile fabbrica di vita, d’autnno si spoglia lentamente, rabbrividendo, dinanzi al soffio che scompiglia le chiome frondose che arrossano.
La terra è l’elemento che genera la vita, accoglie il seme, lo nutre e lo protegge.
Il grembo di Maria è come la terra, gravido di vita.
D’autunno, piano, si gonfia.
Poi arriva l’inverno.
L’aria si raggela, guardandosi fissa e impacciata le mani rosse.
Le dita spoglie, come rami senza foglie, s’irrigidiscono nello spasimo di un’attesa sospesa.
Il silenzio di una notte lunga un’intera stagione che cammina col passo felpato del cacciatore ricopre il mondo.
Maria dorme un’intera stagione, scossa solo dalla nausea della prima gravidanza.
Il gelo del marciapiede la rattrappisce, rendendola minuscola, come un fiocco di neve, che non può perdere il suo candore finchè il vento prepotente dell’inverno lo sospinge lontano.
Nel mondo.
E il mondo intero, nel gelido inverno, viene travolto dal tempestoso assalto degli elementi che ruggiscono, belve affamate in cerca solo d’un pasto che si nasconde, e sfugge.
Povere bestie in cerca d’un pasto.
Sotto la coltre soffice del muto silenzio d’inverno, cova nella terra il germoglio che spunta dal seme.
La prima ecografia nel grigio reparto d’ospedale mostra a Maria l’embrione che spunta dal seme piantato nel suo seno.
Il suo uovo, il suo seme, il suo amore.
Si fanno diramazioni della vita.
Progetti virtuali di esistenze che vengono al mondo per compiere imprevisti cammini.
E’ come il ramo di un fiume, che si diparte dalla sorgente vitale posta al centro più profondo del monte d’Afrodite.
Il corso di quel ramo di vita attraversa le stagioni più volte.
Ma incomincia il suo percorso d’autunno.
Cheto, d’inverno, se n’è stato in ascolto del mormorio della vita che chiama, sepolta, sotto al manto di gelo che ricopre la terra grassa d’autunno.
Grassa, in autunno, la terra, in inverno si fa aria leggera, vento impetuoso, tempesta che scuote la mortale immobilità della morte.
Così, dove giunge l’estremità più distante di quel soffio impetuoso ch’è chiamato tempesta, quando l’inverno si confonde col tepore profumato dell’incipienza primaverile, lì, ricomincia il ciclo della vita che risorge dopo la morte.
E’ un punto esatto che indica un istante preciso del tempo.
Lì, in quel frangente i cui la terra si spacca e ne spunta un tenero bocciolo di gemma, allora, là, quello è il punto in cui Salvatore è stato sepolto.
Ma come tutti i frutti nati dai semi della terra, Salvatore non può avere conoscenza d’un eterno destino di morte.
Piano, al ritmo snervante che la natura sa dare alle cose, nei mesi dell’odoroso soffio di Zefiro, si forma una nuova creatura, che succhia la vita dal generoso grembo materno.
Il ventre di Maria è un generoso.
Il seme piantato un giorno lontano, dopo mesi che son lunghi come eterno che non conosce la fine, pian piano si sta facendo di nuovo verde virgulto.
L’infermiere indica che qualcosa sta nascendo, là nel giardino, fuori dalla finestra che s’apre nella sala pullulante d’aggeggi del mesto ospedale.
Esalano leggeri i vapori d’etere che dolcemente annebbiano la vista della bimba che, donna, s’è fatta ormai vecchia e consunta.
Ma è un sussulto.
E’ la vita, ancora una volta, che chiama.
La terra ormai s’è aperta.
Come un corpo di donna da cui nascono i frutti che vengono al mondo sporchi di sangue ed acqua santa di vita.
La pioggia, in primavera, ha nutrito la fertile gravidanza che ingrossava la terra dove il seme di Salvatore fu piantato da un angelo biondo.
Che importa se quel seme è stato piantato due volte?
Una volta, un mattino, fu piantato al suono del dolce flauto dell’amore degli angeli.
Ed un’altra, invece, più tardi, fu piantato come la punta d’una croce lorda di sangue.
Da quel seme, ora che la primavera s’è tinta d’estate, nasce di nuovo un saporito frutto carnoso.
Salvatore, lo vedo, candido giglio di giugno, ora ha cominciato il suo nuovo cammino.
Ha due ali d’angelo appiccicate in mezzo alle spalle.
Suona un dolce flauto che attira ninfe, sirene e ogni farfalla che si gira a guardarlo.
Emana un dolce profumo d’ambrosia.
E’ un fiore d’estate.
Destinato a vivere pochi giorni soltanto.
Quel fiore sparge generoso il fulgore del colore del fuoco.
Poi il fuoco del sole di luglio gli seccherà la terra d’intorno.
D’un tratto, il morbido prato che accarezza i suoi piedi si farà sterile deserto assetato.
Ma giungerà, di lungi, il ronzante esercito d’api operose.
E insemineranno la natura dei semi del nuovo angelo che adesso vola alto nel cielo.
E io guardo, sperso, in quel cielo.
A momenti mi par di vedere un’ombra lontana.
E’ Salvatore.
Quell’innocente angelo che prende in giro la morte.

DIES IRAE (Una storia, p. 7. Fine)

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BRONZINO – TRIONFO DI VENERE (particolare)

Naturalmente, la storia dovrebbe avere una fine.
Trattandosi di una specie di evangelo, le sorti dei personaggi dovrebbero essere predefinite.
Salvatore, 13 anni dopo il suo ventesimo compleanno trova la sua croce che lo aspetta.
L’ha cercata a lungo, per ogni dove.
Sempre inconsapevolmente.
Chissà quale crudele scrivano ha messo la parola fine sotto alla sua storia in una modalità tanto dolorosa.
Salvatore ha predicato e fatto i miracoli.
Ha predicato agli uomini con il suo esempio, piuttosto che con le sue parole.
Lui, Salvatore, di parole non ne ha mai avute molte, in bocca.
Poca scuola, si, l’ho detto, poca voglia di chiacchierare, lui era un timido introverso, pochi amici e soprattutto poco fiato in gola.
Meglio uno sguardo al cielo che una preghiera.
Meglio uno sputo in terra che un’imprecazione.
Risulterà difficile inquadrare questo personaggio tra i Cristi la cui iconografia vulgata è fatta di parabole, beatitudini, predicazioni alle folle.
Roba da politicanti.
In televisione ne passano ogni giorno.
Speech-writer affermatissimi ed iperspecializzati guidano la carriere di presidenti predicatori e capi di Stato pieni di medaglie e microfoni.
Intanto, tra i beati siedono solo coloro che riescono a fare lauti business con le ultime versioni di armamenti.
Sono pastori di greggi osannanti che sotto al balcone di turno dal quale un Pilato qualunque chiede “Chi volete che io liberi, Barabba o Salvatore?” loro, tutte le volte, rispondono, per chissà per quale orrenda ragione: “Liberaci Barabba e uccidi Salvatore!”
Ci sono intere catene di colli, che percorrono l’intero perimetro della terra, piene di croci insanguinate.
Su una di quelle sale oggi Salvatore.
Anche se lui ancora non lo sa.

Anche Maria dovrebbe avere già bell’e fatto, già scritto, il suo copione.
Maria oggi è una dolce signora.
Ha quell’età in cui la femminilità diventa complice del mistero del tempo.
La luce che illumina il suo volto non ha più la proterva impudenza di una fiamma che rischiara le tenebre per imporre la sua presenza guizzante ed acerba.
Oggi il bagliore che irradia d’intorno è la sfumata complicità della notte.
Seduce l’oscurità sfiorandola solo col lieve tocco d’un candido fiocco di neve.
Trasforma le carezze del rosso ruggente piacere nel viviscente piacere d’una opalina carezza.
Quel volto di donna s’è fatto uno specchio, oggi.
In quello specchio si riflette il mondo intero.
E non v’è più paura che quello possa scappare!
Non v’è più il timore che il tempo fugga, o le sfugga di mano, ne perda il controllo…
Ormai v’è solo quella consapevolezza di donna che sa.
Sa che il mondo l’è debitore.
Sa che quello non pagherà mai il suo debito, impenitente spergiuro.
Sa che la vita deve giungere, un giorno a riposare ai suoi piedi, dopo le mille fatiche e le notti, bruciate come vecchi copertoni consunti.
Sa che si adagerà docile, come un fedele cagnolino da salotto.
La guarderà fissamente negli occhi.
E, infine, le rinnoverà il suo spergiuro d’infedeltà eterna.
Proprio in quel momento, in lontananza, s’odranno battere gli zoccoli pesanti dei giorni che fuggono spauriti.
Ma Maria, quei giorni li va vissuti davvero.
Bruciati con l’intensa energia della vita sconquassata dalla fatica di mescere boccali di vuoto piacere agli uomini assetati d’amplesso.
Maria non teme l’irruenza di quel nero ratataplàn che precipita giù dal vuoto cielo buio di notte assordante.
Lei ha sempre saputo tener testa al buio dei giorni.
Che può mai temere di più?

Anche Giuseppe ha una parte scritta a posta per lui, da qualche parte.
Ma Giuseppe non è mai stato un attore protagonista.
Ha provato, una volta, quando s’è presa Maria, solitaria bambina prena che neanche conosceva, ancora, bene la vita e se l’è portata in casa, per dare un nome alla creatura che si cullava nel grembo di lei.
Voleva solo prendersi, solitario, una calda notte d’amore.
Era una notte quasi d’inverno.
Una notte immacolata.
Gelida neve ghiacciata sul cuore.
Ma a quella notte, i giorni che fecero seguito, ormai trentatrè anni fa, furono giorni di fredda indifferenza.
Una notte d’amore, si sa, non si può pagare con tutta una vita.
Specialmente se il fiore che si vuol catturare è una primula che vuole restar libera per tutta la vita.
Così, Giuseppe, dato il suo nome a Salvatore dinanzi all’amico-collega impiegato dell’anagrafe comunale, dopo poco se n’è andato senza neanche pagare l’affitto.
E’ stato facile.
Maria ha dovuto aprire la porta all’esattore che veniva a bussare.
E poi al messo notificatore.
Infine al giudice e a tutta la corte d’avvocati che chiedevano d’esser pagati sempre dell’unica stessa moneta sonante ch’ella vendeva di notte.
La sua banca centrale sfornava monete nuove di conio ogni volta che la vita richiedeva il suo prezzo salato.
E cos’altro volete che faccia una banca centrale?
Giuseppe adesso è pensionato e ogni tanto cerca ancora Maria.
Ricorda quell’unica volta che se l’è stretta al suo petto ansimante.
Ricorda gli occhi profondi di lei.
Ricorda il suo dolce sapore di miele.
Ricorda il sale del suo pianto in silenzio.
Ricorda il marmocchio che urlava disperato la sua voglia disperata di vivere al mondo.
Ricorda, Giuseppe.
Ma non ricorda più tanto bene.

L’angelo biondo il suo ruolo l’ha avuto, una mattina, e poi è sparito.
L’annunciazione del concepimento è stata il suo momento di gloria, là sul palco del gran teatro del mondo.
A lui è toccata la parte più facile.
Un evanescente Rodolfo Valentino.
Un rubacuori disceso dal cielo.
Un sogno rimasto velato.
Un dio-demonio, in questa storia abitata da anche da dei-donne e scalpitanti demoni imbizzarriti.
Ma lui è stato un capriccio.
Il desiderio che un corpo di bimba ha voluto assaggiare.
Il tedoforo della vita che porta la sua eterna fiaccola in giro per il mondo infinito.
senza di lui non ci sarebbero chiese in cui celebrare i misteri della purezza, dell’innocenza e della casta devozione ai valori della famiglia.
E’ dal peccato che nasce il senso della colpa da acquietare col sacrificio delle creature innocenti.
In un mondo senza colpe, non si aprirebbero i templi e non s’innalzerebbero altari così alti per raggiungere il cielo.
Al massimo, si mangerebbe in abbondanza di quel frutto proibito.
E, con la saggezza che quella sapienza saprebbe infonder nel cuore satollo, si amerebbe il prossimo nostro d’un casto amore eterno, vero, sincero.
Ma, anche qui, si sa, la trama è già stata scritta da qualche parte in quel gran libro chiamato destino.

Chi manca all’elenco?
La dea-madre è tornata lassù, a rimirarsene i frutti della giustizia ch’è stata profusa a piene mani dal dio-maschio che siede nell’alto dei cieli.
Adesso, vede, quaggiù, stanno montando la forca per l’esecuzione finale del buon Salvatore.
Ha la forma di croce.
Due tubi innocenti scrostati, inchiodati di traverso con la macchina elettrosaldante.
E’ alta, quella croce, che sembra voler allontanare dalla terra la meschina notizia.
Chi ha processato il povero cristo?
Un sinedrio di predicatori senza pietà.
Sepolcri imbiancati che l’hanno accusato d’un delitto senza infamia nè lode.
Una rapina finita male, una notte.
Forse lo spaccio d’una partita di droga.
Quando l’han preso, i caramba, l’anno riempito di botte.
In cella i compagni l’hanno sfiatato coi calci, senza pietà.
Neppure un filo di voce.
Un filo di sangue.
Un’emorragia interna gli ha strozzato il respiro, ma quelli, in infermeria l’hanno acciuffato per tempo.
Voleva evadere senza scontare la pena.
Sfuggire al meritato castigo.
Evitare la punizione che spetta ai colpevoli senza attenuanti.
Così, il tribunale s’è tosto riunito per decidere il rito abbreviato.
Un giudice in toga.
Un codice in mano.
La bibbia nell’altra.
Un giuramento.
Poi, giù, la condanna.
A morte, ovviamente.
Il delitto non conta per niente.

Si può peccare contro la vita.
E si può peccare contro la morte.
Si può peccare ed essere empi.
Si può peccare per accrescere il proprio potere.
E si può peccare per ingordigia, cupidigia e lubrica voluttà.
Si può peccare per molte ragioni.
I ricchi peccano perchè il mercato è simmetrico e l’arricchimento non comporta peccato.
I potenti peccano perchè i poveri non sanno niente dei loro diritti e non hanno avvocati che gli consigliano la porzione migliore del cielo da edificare con opere buone che lavano l’anima e la coscienza.
Gli stranieri peccano perchè non conoscono le leggi della nostra città.
E noi facciamo giustizia, impiccando quei forestieri fuori le mura della nostra città.
Non è peccato conquistare nuovi continenti alla gloria di dio.
Non è peccato depredare i templi degli infedeli pieni di idoli senza pietà.
E non è peccato bruciare quegli idoli, i sacerdoti e le milizie che li difendono senza viltà.
Non è peccato, non è peccato, non è peccato!
Non è peccato niente di ciò che facciamo.
Abbiamo iddio che ci protegge e ci sostiene nel fianco.
La nostra croce è più alta di quella infedele che gli altri hanno piantato lassù.
L’importante è avere un peccatore da mettere al rogo, impalarlo e infine inchiodarlo, bello comodo, là, sulla croce, in alto, lassù.
E Salvatore è un peccatore.
Di cosa s’è macchiato ancora non è stato scritto sulla fedina penale.
Era soltanto un povero cristo che cercava giustizia.
Voleva mettere a posto le cose del mondo.
E così, le cose del mondo han messo a posto lui, invece, per sempre.
Ha avuto finalmente giustizia.
Lui che tanto cercava, finalmente oggi l’ha avuta.
Ora è lavato il peccato dal mondo.
Ecco, qual’è il mesto finale ch’è stato scritto nel grande libro dei giusti rinchiuso lassù.
Ma io vorrei usare la mia penna per scriverne uno migliore.
Uno che dia ragione a Salvatore e porti consolazione al dolore d’una madre a morte ferita.

Salvatore oggi ha capito.
Ha guardato fisso nel cielo ed ha visto piangere l’angelo biondo.
E’ caduta una pioggia pesante, oggi, sul mondo.
Lacrime grosse così.
Il dolore d’un padre, seppure svagato, fa nascere fiori dalla terra che abbraccia il cuore d’un figlio distratto.
E Salvatore s’è ritrovato in un grande prato fiorito, baciato da migliaia di morbidi petali pietosi.
Ma la morte d’un giglio non dura in eterno.
Il bulbo sotterra fiorisce ogni estate.
Adesso, ch’è inverno, riposa.
D’inverno riposa, innocente, tutta la terra.
Poi, pian piano, sboccerà dalla terra un fiore immacolato più forte e più bello.
Il giallo pistillo ricorderà il colore del biondo ciuffo che inseminò la fertile terra prima di fuggirsene in cielo.
E il candore dei petali sarà la purezza del corpo di Maria venduto a poco per strada.
Lo stelo, forte e protervo, urlerà contro il cielo la sua smania di verità.
Il pianto del padre lo bagnerà, ogni tanto, per irrigare la zolla dove, la prossima estate, spunterà ancora quel puro, candido, fiore.
Purtroppo, il cuore d’un padre non si consola quando un nuovo giglio spunta dalla zolla bagnata.
Per Maria invece è diverso.
Non perchè il cuore di madre non conosca il rogo del pianto.
Ma Maria è una madre speciale ed ha piantato il suo cuore, là, sotto la zolla.
S’è scavata una piccola fossa e l’ha riposto, così, senza dolersene.
E quel cuore dona il calore alla zolla e la nutre il seme del giglio.
La gemma, affamata, succhia ancora a quel seno, anche se ha la forma cipollosa d’un bulbo.
E il cuore di mamma innocente dà un sapore speciale a quel latte che linfa si fa.

Ormai sulla panchina non resta altro che un soffio di vento.
Mi porta la voce dei fiori che spuntano, là, nel prato lontano.
I platani alti s’inchinano ad ascoltare quel canto.
Piangono, a volte, li vedo, un poco affannati.
Anche la notte, non ha più la stessa indifferenza di sempre.
Sembra più vuota, sconsolata, malinconica e triste.
Ma forse è un’impressione soltanto.
E’ il tempo.
Un fantasma che passa a levarsi il cappello e salutare con rispetto le tenebrose figure che abitano il buio.
Con incedere morbido un cuor di bambina ha preso le forme di verde ninfa amorosa.
Un pò più distante lampeggia l’azzurro d’una sirena impazzita.
Un’ambulanza sta portando via il corpo d’una vecchia barbona che diceva a tutti d’essere un dio.
Forse è solo ubriaca, o forse domani la seppelliranno.
Nessuno lo sa.
Il cielo, lassù, lontano, guarda bieco in silenzio.
Gli angeli hanno la faccia sporca dei clandestini che non hanno una casa, stasera.
Biondo, qualcuno, atletico, alto.
Un gran desiderio d’amore da chiedere alla ninfa che fa girar la borsetta sul viale.
Un copertone brucia la sua acida fiamma giallastra.
L’acre fumo di gomma si fonde nei polmoni con quello aspirato dei mozziconi bruciati.
Un sigaro e quattro denti fuggon via da un sorriso sbilenco.
Uno stridore di gomme.
“Quant’è, signorina, la tariffa stasera?”
“Per il servizio completo son cinquanta euro, solo per te, mio angelo biondo.
Per tutta la notte sono soltanto duecento.
Per tutta la vita ti pago io, se vuoi.
Portami in cielo, mio dolce angelo biondo!”

LA COLPA E IL PECCATO (Una storia, p. 6)

Mosè BIANCHI, PAOLO E FRANCESCA 1877c.
(Acquarello e oro su carta, Galleria Civica d’Arte Moderna, Milano)

Quando è giunto il momento che una nuova vita debba venire al mondo è tutto un concentrarsi di energie nel creato.
Nel cosmo infinito e nel mondo degli uomini.
Sono queste, queste energie che si concentrano nell’attimo fatale.
Sono loro a stabilire e determinare il momento in cui una nuova esistenza può venire al mondo.
Sono due.
E’ semplice, facile, basta rifletterci un pò su.
Per comodità possiamo dargli un nome.
Energia cosmica, l’una.
Ed energia vitale, l’altra.
Sono loro che hanno nelle mani il potere e la forza di decidere dell’inizio di una nuova vita.

Energia cosmica.
Non ha niente di esoterico, misterico, gnoseologico…
E neanche ha a che fare con l’astrologia, la cosmologia, l’escatologia…
Non c’è nulla, nella vita di un nuovo essere chiamato al mondo, ad avere a che fare con energie poste al di fuori della dimensione umana, percepibile e materiale dell’esistenza.
Nondimeno, esiste un’energia che s’irradia dal cosmo, per così dire, e che influenza la venuta al mondo di una nuova creatura.
E’ l’energia della lunga, ininterrotta, indissolubile, inestricabile, catena di eventi, volontà, condizioni, progetti, sogni di ogni donna e di ogni uomo che si sono uniti per dare alla vita una nuova forma di esistenza.
E’, l’energia cosmica, l’energia che viene dal big bang della vita, ciò che modifica il mondo, che resta nel cosmo, è l’eco dei mille e mille progetti che sono stati messi infila, ab aeterno, per ogni nuovo vivente che deve giungere sulla terra.
Questa energia che proviene dal tempo e dallo spazio senza dimensione e senza misura, per ogni dove, si potrebbe dire, si concentra sui due corpi che si stringono e si uniscono per darsi alla vita.

L’energia vitale è l’altra.
E’ l’energia che sostiene la venuta al mondo di un nuovo essere.
E’ la specifica forza che promana da ognuno di quei due corpi per unire le carni in una sola.
E’ la sintesi delle energie dei due corpi amanti che si danno per farsi UNO.
Ma non ha niente a che vedere con le leggi della chimica, o della biologia, no, questa energia.
Proprio no.
Ciò che unisce due corpi che sanno di volersi fare uno soltanto per potersi, poi, diciamo così, dividere in tre, è un’energia così potente che se ne resta sbalorditi se ci si sofferma a pensare.
Nella carica sessuale che mette in moto il meccanismo riproduttivo è concentrata, in quel momento, la determinazione volitiva della creazione.
E’ quella, l’energia che mette in moto il meccanismo biologico della vita.
E’ fatta di desideri, di sogni, di speranze, di utopie…
Di amore, in una parola sola.
Amore della vita per la vita.
Amore immensamente generoso e altruista.
Non amore di un essere per un altro essere.
Amore, quest’altro, invece, egoistico e narcisista.
E’ quell’energia vitale che spinge a mettere in atto il progetto di una nuova esistenza, esistenza che deve andare a prendersi il suo posto preciso nel mondo, il posto esatto che gli è stato assegnato dalle energie concentrate, progetto, disegno, destino al quale non è concesso di disobbedire
Non si ha altra possibilità che venire al mondo.
In quel luogo.
Ed in quel momento.
Da quei generatori d’energia.
Connessi da sempre per sempre.

E’ questa energia infinita che mette al mondo i nuovi venuti.
La mattina in cui Maria ed Angelo s’incontrarono sembrava s’incontrassero per caso.
E invece era dovuto intervenire la mano, anzi la lente convessa, del Demiurgo per concentrare l’energia cosmica e quella vitale proprio per loro due.
Che neanche quasi si conoscevano.
Tutto ciò non ha niente a che vedere con l’astrologia o la magia o la religione.
No.
Cose per ciarlatani.
Io parlo di cose più alte.
Parlo di ciò che accadde quando, nove mesi prima di vent’anni fa, il cosmo, una mattina di sole, vibrò di desiderio, poi, d’improvviso, si scosse ed avviò il processo molecolare che alla fine, nove mesi più tardi, portò Maria nel lettino di una sala parto d’ospedale.
Si deve sentire tutta l’emozione di quell’amplesso che ha dato avvio al destino del figlio dell’uomo.
Dovevano sentirla tutta, la bimba dolce con le ali farfalla e l’angelo leggero con i capelli di vento.
Il vento e le ali scossero l’aria.
E quella vibrazione mise in subbuglio l’intero creato.

Ma resta da dare un senso ai termini “venire al mondo”.
Non ci occuperemmo di questa storia se essa fosse una storia qualunque, banale, insignificante.
Non tutte le creature possono dire di “essere state chiamate per venire al mondo”.
Ecco, questa espressione è già più precisa.
Perchè Salvatore, quella mattina, fu chiamato.
L’angelo era stato mandato.
Maria era stata prescelta.
C’era tutto il flusso di quelle energie concentrate dietro quella chiamata.
E Salvatore aveva obbedito.
Anche senza sapere che obbedendo si sarebbe caricato il suo destino sulle spalle e avrebbe dovuto sudare una vita intera prima di potersene liberare.
Una vita, quaggiù, può essere anche dura e pesante.
Qualcuna, anzi molte, lo sono anche più di quella di Salvatore.
Ma Salvatore aveva avuto in prestito un destino davvero speciale.
Unico.

La vecchia strega, nella notte che aveva preceduto l’incontro predestinato dagli eventi, aveva cercato di arginare gli effetti che stavano per prodursi, di fermare il destino del mondo, coinvolto, anch’esso, in questa storia particolare.
Dio-femmina, aveva invocato giustizia.
Giustizia contro la colpa.
Già, la colpa.
Ma quale colpa?
E quale giustizia?
Un dio-femmina non è uguale ad un dio-maschio.
Quest’ultimo è il dio che noi tutti conosciamo.
Duro. Inflessibile. Severo. Deciso. Determinato. Incrollabile.
Un dio che non cede di un passo neanche se deve mettere sulla croce il suo figlio di carne.
Un dio che distrugge le città e affossa le nazioni di popoli infedeli.
Un dio che ha la forza delle saette nelle sue mani.
Un dio che cavalca i cavalli di fuoco che portano in giro per la sfera celeste gli astri solari e che affonda con essi nel più torbido buio delle tenebre oscure.
Un dio che di distrugge ogni notte e che rinasce ogni giorno.
Un dio che conosce il male e non per questo adopera i suoi poteri per scansarlo dalle strade dei suoi figli.

Invece, un dio-femmina è un dio-madre.
Conosce lo strazio delle carni per mettere al mondo un figlio.
Conosce i palpiti del cuore.
Battiti ansiosi che vegliano sul destino di quel figlio messo al mondo con lo strazio delle proprie carni.
Palpiti, e battiti, incessanti, inarrestabili, irrefrenabili.
Conosce, il dio-femmina il piacere del corpo e il dolore dell’anima.
E conosce il dolore del corpo ed il piacere degli uomini.
Un dio-femmina si veste da strega, in una notte ventosa, e va in cerca del suo figlio smarrito prim’ancora di venire alla luce.
Avvisa del pericolo e cerca di proteggere la sua creatura.
La sua creatura, lei, madre e dio, femmina e dio, dio femmina e madre, l’ha nutrita.
L’ha nutrita proprio col suo corpo.
E sa che vederselo morire vorrebbe dire morire a sua volta.
E allora, essa, pazza di dolore, madre e dio, scende sulla terra per cercare di fermare il corso degli eventi fatali.
I casi, che ebbero inizio all’inizio dei tempi.
E cerca di compiere il miracolo.
Cerca di spezzare l’ineluttabile catena che essa stessa ha creato, da dio, prima di tutti i tempi.
E, con un miracolo, cerca di controvertire le inflessibili leggi della natura, ch’essa stessa ha pur creato e posto a salvaguardia del mondo.
E, cerca con quel sacrilego miracolo, di salvare, al mondo, il suo più amato bene.

Ma un dio nulla può contro le energie che si concentrano quando una nuova creatura viene chiamata ad apparire sulla scena del mondo.
Neppure se è un dio-femmina.
E sa, nella sua impietosa onniscienza, che la nuova creatura è una dolce creatura e quella creatura perirà, un giorno, sotto il fardello, ineludibile, del suo destino.
E’ da qui che nasce la colpa.
Il peccato è la disobbedienza al comando di dio.
E il peccato è frutto della colpa.
E la colpa è questa disobbedienza.
La disobbedienza del destino al desiderio del dio, del dio buono, del dio d’amore, del dio madre, del dio femmina.
Quel dio ha mangiato, senza che nessuno lo avvisasse del pericolo, il frutto della conoscenza.
E sa, da allora, cioè da sempre, essa, allora, sa che il suo figlio, che ogni figlio, ogni figlio ch’è figlio d’un suo figlio, dovrà perire, e cedere, sotto il peso del suo destino terreno.
Quel dio desidera, madre tenera e buona, che il suo figlio, il figlio più caro voluto, desidera come solo un dio sa desiderare, che quel figlio si salvi.
E il desiderio d’un dio è, pure, un ordine perentorio di dio.
E disobbedire ad un ordine è una colpa.
E la disobbedienza all’ordine d’un dio è, pure, peccato.

Ecco cosa accadde, quella sera, sulla panchina.
Ordinare giustizia era il pianto inconsolabile d’una madre che cercava di fermare la mano del destino che divora senza pietà i suoi figli.
Giustizia negata.
Impossibile.
Inaccettabile condizione di morte del cuore d’un dio madre afflitto nel buio d’una notte ventosa.
Stormivan le fronde degli alberi, quella sera.
Ed i cavalli indemoniati, ch’ogni notte conducevano il giro della vecchia impazzita di dolore, ben sapevano che quel dolore era un dolore a cui non poteva esser offerta consolazione.
Le foglie cadute dai rami erano avvisaglia di morte.
Ogni fiore muore.
Ogni foglia.
Ogni figlio, creatura di dio.

Salvatore è uscito, stamattina, senza sapere tutto ciò ch’era accaduto in quella sera fatale.
Il suo passo non conosce inciampo, se non l’esitazione dei mille pensieri che attraversan la mente del figlio d’un angelo biondo.
L’energia rubra della vita gli scorre nel sangue.
Non conosce veleno, quel sangue.
Anche se è infetto del morbo di morte.
Come ogni figlio, ha sulle spalle il proprio destino.
Mille possibilità che il mondo concentrerà sui suoi giorni davanti.
Energie potenti.
E’ il miracolo della vita.
Vedremo gli eventi che s’allineeranno lungo i giorni di Salvatore.
Un idealista, solitario, coerente con le sue idee e disposto a combatter per quelle.
Vuol cancellare l’ingiustizia dal mondo.
Mondare la colpa e il peccato.
Immagina, lui, che immane progetto s’è imposto?

SALVATORE (Una storia p. 5)

Marc CHAGALL – GIACOBBE LOTTA CON L’ANGELO (1963)

Salvatore lo conoscete.
E’ un ragazzo come tanti.
Proprio oggi fa vent’anni.
E’ il suo giorno.
La vita festeggia il suo anniversario.
La sua venuta al mondo, la sua incarnazione, l’inizio di una nuova era.
Chissà se lui ci pensa a cosa vogliano dire parole così importanti… “venire al mondo”!
Per lui oggi è solo festa.
Ma uno che si porta addosso un destino come una croce, ci dovrebbe pensare…
“Venire al mondo” sono parole che non hanno un significato come un altro.

Maria, oggi, è un pò più matura.
Non dico oggi, in questo giorno ch’è speciale per Savatore.
Ma oggi, oggi come adesso.
Un “ormai”, visto il tempo che è passato.
E si vede.
La bimba leggera, venuta al mondo come una farfalla dolce e spensierata, che sapeva sfiorare in volo la cattiveria della vita, oggi s’è fatta donna vera.
Amante esperta e consumata.
Conosce il mondo e dal mondo è infetta.
Secerne peccato e conosce il peso della colpa.

Salvatore adesso frequenta l’università.
Ha la testa piena d’ideali.
Guarda il cielo e sente il suo richiamo.
Pensa a un mondo d’uomini tutti uguali.
Cammina per le strade con la testa un pò distratta, sempre immerso nei pensieri solitari.
Conosce molta gente, ma di amici veri, quelli ne ha pochi per davvero.
Porta nel cuore le ferite profonde della vita.
Quelle che rendono diversi tutti gli altri.
Oggi è uscito pensando a chissàcchè.
Voleva rendere il mondo un pò migliore.

Il rossetto sulle labbra di Maria è un pò più denso, oggi.
E’ del color rubro del sangue caldo.
Adesso ha preso anche il sapore denso dell’amore.
Quello venduto a poco ai bordi delle strade.
Il marciapiedi ha bruciato la sua vita.
E il rossetto divampa come i fuochi nella notte.
Uomini ingordi han divorato, poco a poco, la sua anima gentile.
E su quel manichino senz’abiti in vetrina, il sorriso s’è spento piano piano.
Inghiottito da mille pene sotterranee.
Dove s’è perduta l’acerba innocenza spensierata.

Salvatore s’è messo in tasca il suo giornale quotidiano.
Lotta continua, il Manifesto, poco importa, la protesta proletaria.
Lui vuol redimere l’intera umanità.
La colpa è quella d’esser vivi, diversi, col peccato che pesa sull’anima immacolata.
Esser diversi, giovani, angeli innocenti è una condanna da espiare ogni giorno.
Aver degli occhi che guardano lontano è guardar negli occhi fissa l’ingiustizia.
E’ una malattia che ha contagiato il mondo dappertutto.
Volerla curare fa del medico il colpevole.

Quella verde gemma di bimba sbarazzina è maturata al sole troppo in fretta.
Sotto le mutandine candide di filo la pelle s’è fatta carne e ha preso il vivido riflesso rosso dell’amore.
Il succoso frutto delle forme femminili sente i morsi, adesso, dell’intimo vorace di nera seta col filo tagliente che scorre fra le natiche rotonde.
Maria s’è fatta donna, ora.
E vende il sesso per trenta miseri denari.
E se non fuma più, come allora, quand’era bimbetta di quartiere, adesso conta ancora i giorni vuoti dentro a un bar, quand’arriva miserabile la sera.
Solitaria.
Chissà se crede d’essere infelice?

Giuseppe, l’impiegatuccio dal cuore buono che aveva dato il suo nome al figlio del peccato, presto, s’è stancato.
Se n’è andato.
E’ durata poco la loro storia.
Lui, grigio travet in tutto.
Soprattutto nella vita.
Non aveva aveva retto il peso del fantasma dell’angelo maledetto.
Quel fantasma gli abitava diritto dentro il petto.
I suoi pesanti passi stanchi, nelle notti senza fine, gli martellavano la testa.
Ma quel demone dai riccioli dorati aveva ancora la sua stanza nella testa di Maria.
Un fantasma con due case.
Una sola fatale creatura che si porta addosso due miserabili.
Il cherubino con la spada infuocata dell’amore fuggitivo
E il cupo dèmone crudele.

Salvatore era rimasto a vivere con lei.
Madre snaturata per il mestiere, ma con cuore grande assai veramente.
Degli anni della scuola non si dice un bel granchè nel solito libro di storia della strada.
Qualche anno ripetuto da svogliato e qualche amico perso un pò di qua e un pò di là.
Forse ha sempre amato anche la musica.
E forse gli è sempre piaciuto starsene in disparte a guardare fisso il cielo.
Lassù, dove il buio si tinge d’infinito.
Là,dove invisibile s’espande l’eterna melodia degli angeli infelici.
Lì, lo sapeva, abitava l’angelo suo padre.
Quello coi riccioli dorati.
Quello ch’in una mattina di tiepido sole malato, annunciò a Maria la venuta al mondo del figlio del peccato.
La carne della carne, il figliuol dell’uomo, messo nel ventre d’una bimba immacolata.

MARIA (Una storia p. 4)

Edvard MUNCH - LA PUBERTA'
Edvard MUNCH – LA PUBERTA’

Il demonio può avere molti volti e sa nascondersi sotto tante vesti diverse.
E’ una maschera, forse, un trasformista, un attore di varietà.
Ma se lo chiamiamo demonio, una ragione ci sarà.
Nel caso di Maria e del suo mondo di periferia il senso che il demonio porta dentro la nostra storia è, senz’altro, l’inferno.
Le due cose, il demonio e l’inferno, non possono essere separati.
L’uno dà significato all’altro.
L’uno, senza l’altro, non potrebbero esistere.
E, quindi, per Maria, demonio e inferno stanno dentro la stessa scena, sullo stesso palco, nella stessa vita.

Certo, pensare alla giovane ninfetta in abitini, camiciole, minigonne che si alzano sopra gambe secche, stecchi di legno verde, può far pensare a cose d’altro genere.
Desiderio, voluttà, peccato.
Cose da vecchi uomini d’altri tempi.
Niente a che vedere con le muscolari nudità dei giovanotti d’oggidì.
Ma, pensandoci bene, desiderio, voluttà, peccato… non sono l’atto d’accusa che l’Alto Tribunale, un giorno lontano, utilizzerà come prove contro di noi, nel giorno, o nella notte eterna, del Giudizio Universale?
In quel momento suoneranno a perdifiato le trombe di tutti gli angeli del cielo.
E saranno chiamati a raccolta tutti i morti sepolti in tutti i camposanti della terra.
I defunti da tutti i tempi dei tempi
In quel momento, il Giudice, col suo dito infallibile teso e proteso, ci chiederà con voce tonante:
“Tu, ti dichiari colpevole o innocente?”
E noi, timorosi, terrorizzati, frastornati dal lungo sonno interrotto, incerti, stanchi, ansiosi, gli risponderemo arrendendoci:
“Ci appelliamo alla clemenza della corte, Vostro Onore!”
E lui, ancora col dito inquisitore rivolto contro di noi, ci leggerà la sentenza inappellabile:
“Noi, Tribunale Estremo, Giudice inflessibile e giusto al massimo grado, Noi t’infliggiamo giustizia.
Noi emendiamo la tua colpa e mondiamo il tuo peccato.
Tu, tu, lurido verme che strisci nelle tenebre dove si nascondono le impure creature, tu hai volto contro il cielo l’immondo desiderio, tu hai peccato sentendo prurito dove non giunge la luce del cielo, tu hai peccato contro il volere di Dio, contro la Giustizia, contro la Legge.
Tu, il tuo corpo e la tua anima saranno in eterno preda del demonio che abita l’abisso dell’Inferno!”.
E quel Giudice infallibile, si leverà, mostrandosi in tutta la sua Altezza.
Con la spada di fuoco infilata di traverso nella cintura, il libro del Destino aperto in una mano larga, il libro della Legge stretto nell’altra, il cuore duro come una pietra, lo sguardo acuminato come l’anatema definitivo lanciato contro di noi, alla fine dell’Udienza, quel Giudice d’Ultima istanza ci affiderà alle grinfie del demonio che ci custodirà all’Inferno per l’eterna espiazione della colpa.
Nel nostro certificato d’esistenza, la fedina penale reciterà un assoluto:
“Fine pena mai!”.

Non giunge l’eco di questi eventi, là, sulla terra.
Sono, questi, eventi che devono ancora accadere, eventi che forse nessuno mai riuscirà neanche a vedere.
Non sappiamo se gli occhi dei morti sapranno aprirsi alla Luce che brillerà in altro, lassù, con fiamme tanto roventi.
E non sappiamo, a dire il vero, neppure se quegli occhi sapranno vedere il rosso bagliore delle fiamme dell’inferno che ardono dall’inizio dei tempi per temprare l’acciaio durissimo nel quale è intinta la punta della penna con la quale il Giudice sta ancora cesellando i versi della nostra definitiva condanna.
Li leggerà domani.
Un domani di là, ancora, da venire, ma certo, e per questa certezza, certamente, già così vicini da metterci i brividi.
Non giunge l’eco sulla terra.
Ma, quaggiù, sulla terra, sono già stati assegnati i ruoli per quella rappresentazione che domani si reciterà sul tribunale più alto del mondo.
Si stanno già facendo le prove.
E non occorre neanche compare il biglietto, o prenotarsi, per assistere a quella recita che domani accadrà.
Siamo invitati.
Invitati d’onore.
E non potremo esimerci dal rappresentare il ruolo centrale del protagonista principale.
Ma, questo, domani, accadrà.

Oggi, invece, ci sono le prove.
E Maria, col suo angelo biondo, sta sudando.
E’ la stanca attrice dilettante chiamata a recitare una parte.
Suda e strilla.
Stringe forte le mani.
Due piccoli pugni.
Secche pigne su cui, pallide, spiccano le nocche strette che maledicono chi ha creato la vita che nasce nel dolore.
Il respiro spezzato.
L’affannarsi di qualche aiutante pietoso.
Panni sporchi di sangue.
Un mucchio di peli neri arruffati, ciuffo d’erba selvatica cresciuta sul monte della felicità.
Un fiume rosso che scorre fino al mare infinito della vita.
Una rete nella quale resta impigliata una strana cieca creatura delle acque.
Un belato, un muggito, un bramito.
Agnelli, vitelli, cerbiatti.
Innocenti creature.
Gole pronte ad offrirsi alla lama del pio sacerdote sull’altare del sacrificio più estremo.
Venire al mondo, in questo mondo di Marie ed angeli biondi, è il sacrificio.
E le bestie innocenti ridendo offrono il collo.
Noi, bestie innocenti, ridiamo, quando la lama, dentro, ci affonda nel cuore.

Ma non le sa queste cose, la giovane vita che viene al mondo, mentre grida, Maria, e implora al suo cielo la preghiera d’un futuro fortunato per quella giovane vita.
Il fato, il destino, la fortuna, stanno scritte su una pagina di quel libro che l’angelo stringe nella mano impietosa.
La punta durissima della penna che il dio intinge nel sangue degli uomini infetto di dolore e di morte non incontra resistenza mentre scrive quelle parole, sul foglio, senza provare, per quella nuova vita che vagisce, implume e inesperta, alcuna pietà.
La vita è un fiume nel quale si bagna Maria.
E l’angelo biondo, spensierato e incosciente, nuota felice in quelle acque immote e profonde, mosse da una corrente che non ha direzione e non conosce la meta finale se non la dura sponda che la doma e la piega.
E ora, in quel flusso è entrata anche un’altra giovane vita.
A cui un nome è stato dato senza volere.
Senza sapere, l’han chiamato Salvatore.
Come se da lui dipendesse il destino del mondo.
Senza sapere.

Il destino dell’uomo è scritto in quel libro.
La legge è scritta nell’altro.
La colpa è la ragione che tiene acceso il fuoco che arde sulla spada dell’angelo sterminatore.
Il peccato è all’origine della vita ed il fine ultimo della creazione.
Il peccato d’esser venuti al mondo per un semplice atto d’amore.
Il desiderio, che preme, prude, incanta, scoppia.
E sboccia, il fiore, dal seme.
Mentre il fertile grembo materno si fa gravido di frutti.
E l’albero della vita nutre la terra, il cielo e tutto il creato.
Anche la mano del Giudice estremo si protende per prendere un frutto, di tanto in tanto, e nutrire il suo appetito insaziabile.
E prende i frutti più belli.
Recide i fiori dai colori più brillanti ed il profumo più intenso.
E nel cielo si perdono le grida di dolore di quei frutti.
E anche quei fiori piangono forte quando la mano li strappa alla terra da cui erano nati e nutriti.
Ogni giorno si compie la tragedia della vita che si muta, ancora, ogni giorno, in miracolo, ogni volta che, dalla morte, nasce un nuovo fiore in quel campo bagnato.
Anche Maria ha dato Salvatore all’angelo biondo.
E poi l’angelo è volato in Paradiso a portare la sua felice notizia.
E non è più disceso ad abbracciare la piccola, dolce, Maria, e dargli il conforto d’un onorato marito.
S’è scordato, il padre amorevole di Salvatore di dare l’ultimo bacio alla sua creatura.
Il Giudice, quando l’ha chiamato andava di fretta.
E lui è corso.
Inconsapevole, incontro al destino.

Non racconto cosa accadde, un giorno.
Forse una rissa.
Forse una folle corsa in auto incontro a quel fato crudele.
Dico solo che Maria non è donna – si è donna, ormai, e anche madre d’una smorfiosetta creatura – ma non è donna che si perde d’animo in questo nero mare terreno.
S’è data presto da fare.
Non gli è mancato il coraggio.
L’esperienza l’aveva acquisita sul ciglio d’una strada di periferia.
Il corpo s’era fatto anche più tondo.
E agli uomini piace, vigliacchi, stringer fra le braccia una bimba che donna s’è fatta, e madre, che conosce l’amore e odia la vita.
Chissà.
E’ la fretta di dare ragione al Giudice estremo.
Il desiderio è impuro, la pruderia è peccato, ogni colpa dev’esser punita.
Il Tribunale esiste solo per questo.
Ma Maria non è donna che si pone queste questioni.
Lei ama.
Le sue mani son dolci.
Come la bocca.
I seni sono sodi pomi che odoran di fiori.
Il ventre è la più dolce delle caverne.
Le porte che la suggellano s’aprono all’ordine del demonio che parla dell’inferno che brucia là fuori.

Il demonio si chiama Giuseppe.
E’ un impiegato di quart’ordine all’ufficio delle tasse della città.
Non ha mai conosciuto una donna, prima di pagarsi l’amor di Maria.
Solo solitari piaceri in un cinema buio o desideri sparsi in un vaso del cesso di casa.
Qualche appostamento dietro una siepe.
Tante volte ha pensato di pagarsi una puttana tutta per lui
Poi l’ha scelta.
Guardandosi intorno, prudente.
Una giovane bimba.
Chiamata da tutti Maria.
E ha avuto piacere di sapere che Salvatore era la sua dolce creatura.
Poteva pagarsi una puttana.
E comparsi anche una madre, un figlio, ed il titolo onorato di padre.
Ora stanno in una casa poco lontano dal centro della città.
Lui va ogni mattina al lavoro con la metropolitana e due autobus, sul raccordo anulare.
In un palazzone altro trenta piani, occupa un ufficietto di tre metri per due.
Più largo di quello che avrà, domani, quando si dovrà presentare al suo Giudice-boia.
Un inferno, la vita in città.
Un inferno, la vita.
Maria, lei anche lo sa.
Ma è più tranquilla, adesso, che Salvatore ha anche la tessera della sanità.

INNOCENZA (Una storia, p. 2)

Egon SCHIELE – NUDO FEMMINILE

Il corso impetuoso del tempo non si ferma.

E’ inarrestabile, come la corsa di un fiume in piena.

E neanche il corso della giustizia.

E’ impietoso e sanguinario.

I poveri resti di Maria stanno ancora lì.

Buttati.

A terra.

Stracci senza storia.

Sotto la panchina.

Nel piccolo prato sotto al muraglione della metropolitana.

I grandi alberi, con le chiome arruffate dalla tempesta notturna, stanno ancora lì, a guardare, attoniti.

Silenziosi e terrorizzati.

Ciechi e muti.

La natura sa essere omertosa, quando gli elementi la minacciano di distruzione e morte!

Se si tende l’orecchio, risuona ancora, sotto la volta del cielo pallido e le nubi piatte e basse, l’urlo rauco della vecchia strega:

“Sono dio!

Io sono la giustizia!”.

Il profumo di gigli e gelsomini, nell’aria, s’è dileguato.

Ha lasciato solo quei poveri stracci smorti, senza vita.

Oh, se potessero parlare, quegli stracci!

Panni lisi che furono poveri abiti.

Indumenti che ebbero pietà del dolore di una vita.

Confessionili che  origliarono i più reconditi e nascosti segreti d’un cuore umano!

Oh, se potessero raccontare!

Una maglietta macchiata.

Un paio di jeans scoloriti.

Delle mutandine innocenti di filo.

Cosa saprebbero raccontare!

Non si crederebbe, ma hanno un’anima anche i vecchi stracci.

Hanno occhi… orecchi e sentono, e vedono…

Ma non parlano.

Non dicono nulla se  non li si vuole ascoltare!

Si, perchè la verità è questa.

Essi a parlare, parlerebbero pure, se qualcuno li interrogasse e volesse ascoltarne la voce.

Conoscono parole che gli uomini ignorano.

Compongono poesie che nessun poeta potrebbe mai creare.

Raccontano storie che nessuno crederebbe possibili…

Gli stracci parlerebbero, se qualcuno volesse ascoltarli.

Perchè sanno parlare, gli stracci morti.

Parlano come parlano le cose che conosciamo assai bene.

Le cose che ci circondano ogni giorno, se non voltiamo gli occhi dalla loro parte, ci narrano di intere vite e sudori e dolori e gioie…

E, allora, tendiamo le orecchie.

Mettiamoci ad ascoltare.

Sintonizziamoci sulla loro frequenza.

I quattro stracci, buttati là, come il corpo d’una bestia in mezzo alla strada, quattro stracci che, per la verità, erano solo tre, stanno ancora lì, come un sacco d’immondizia, sul bordo del nulla.

Neanche la smilza zingara tzigana li ha presi in considerazione.

Lei passa ogni mattina.

Fa la sua rivista, al levar dell’alba, a tutti cassoni dell’immondizia.

Colleziona le prove del delitto compiuto, ogni giorno, dalle pancegrasse che, ogni giorno, ammazzano, senza neanche una ragione, la propria vita vuota e ne gettano i resti nei cassonetti puzzolenti.

I quattro stracci.

Che, poi, in realtà, sono solo tre.

Una maglietta.

Di cotone leggero.

Macchiata del colore della colpa.

Slabbrata.

Divorata dal morso feroce della vita.

Non porta più, addosso, le dolci forme di seni acerbi e trepidi che l’avevano accarezzata con scosse e onde che le leggi dell’elettricità non sanno controllare.

Le leggi che regolano le correnti d’un fiume non sono governabili.

E le regole che presiedono allo sviluppo d’un fiore sono inflessibili, e indomabili, come i palpiti del suo cuore.

Così, non si può tenere a bada il corpo d’una bimba che si fa donna.

Quelle sono leggi che non si possono imprigionare nella cella del peccato.

Peccati che la giustizia vuol mondare.

I pantaloni.

Tela jeans.

Sdruciti e scoloriti.

Giacciono come uno strofinaccio sporco.

Han perso la forma.

Le gambe, allora agili e scattanti, ora sembrano, ormai, solo rami spezzati.

Le tasche profonde, che, solo ieri sera, raccoglievano gli insondabili sogni d’una bimba, ora sono rivoltate, sporte in fuori.

Sembrano due goffe vesciche di grasso.

Marcite nel fango.

La cintura è un cappio stretto.

Avvinto intorno ad una vita ch’è fuggita.

Sogni strangolati.

Speranze appese a un palo.

Il colore, già pallido e consunto, ora è perso.

Fuggito.

Scappato.

E’ corso a nascondersi.

Si vergogna.

Della colpa.

Della colpa d’un corpo di bimba che s’è fatta donna.

La colpa d’un corpo.

La colpa che una giustizia vuol punire.

Le mutandine di filo stanno nascoste in disparte.

Disdegnano di mostrare in pubblico ciò che d’intimo è rimasto impresso in loro.

Indumento silenzioso e timido, le mutandine stanno sotto la seduta della panchina.

Guardano impaurite il punto esatto dove ieri sera s’era seduta la vecchia urlante.

Aveva sparato al cielo, come un colpo di cannone, la sua vana identità.

“Io sono dio!”

Erano impallidite le più intime profondità del cosmo.

Sbiancate, illividite, le sfere celsti.

Mai un urlo così tremendo e duro s’era levato al cielo.

Così lato e terribile.

Dentro, aveva tremato l’intima innocenza del fiore di ciliegio

Il ricordo dolce della puntura d’una ape terribile era tornato alla mente del fiore immacolato.

Dolce come’era dolce il volto d’angelo di cui s’era inebriato.

Terribile come la furiosa voce del dio sceso a imporre la sua giustizia.

Maria, quando la tremenda dea della giustizia aveva alzato al cielo le sue braccia, veniva dal suo primo incontro d’amore sfortunato.

Aveva incontrato un angelo, per strada.

Dinanzi all’orto di casa, appena fuori dal cancello.

Era biondo, bello, con grandi ali piumate e profumate.

L’aveva guardato appena.

E, subito, il sangue, di desiderio s’era inebriato.

La nebbia densa d’un sentimento sconosciuto era calata a confonderle la vista.

Appena appena aveva udito dell’angelo la voce, trasognata.

Un sudore le era scorso dappertutto.

Le mani, nervose, di tremore, irrefrenabile, eran scosse.

Le gote s’erano fatte rosse albicocche dolci.

Il seno, palpitava.

La vita, leggera, alzava al cielo i primi incomprensibili vagiti innamorati.

“Maria, io vengo per portarti un messaggio.

Io porto un messaggio d’amore!”

Questo.

Questo solo le aveva detto, l’angelica voce trasognata.

Una voce può penetrare un cuore come una lama.

E farne sgorgare sangue.

E’ l’effetto che la lancia dell’amore provoca in un corpo.

Così, Maria, ormai, sapeva d’esser diventata donna.

Donna fedele ed innocente.

Fuoco eterno e inestinguibile.

Donna arsa di desiderio.

Desiderio fertile e prolifico.

Nel seno di Maria, ormai, albergava il seme d’una nuova vita.

L’amore fa miracoli che nessuna ragione sa spiegare.

Saltellando, come saltella una bimba nell’età dell’innocenza, leggera e spensierata, Maria se n’andava andava incontro al suo destino.

Lei non lo sapeva ancora.

Ma ieri sera, si, è stato il destino ad assegnare ad ognuno le sue carte.

Maria, per questo destino crudele, si chiamava proprio Maria.

E doveva incontrare proprio il suo angelo, lì, sul cancello davanti casa.

E quello, infatuato e pieno d’ardore amorevole ed eterno, l’aveva resa fertile d’un seme assai fecondo.

Un seme che veniva da lontano.

Il seme che feconda l’intero grembo della terra.

Il seme aveva ingravidato anche  il grembo d’una bimba senza macchia di peccato.

La vecchia s’era fatta dio.

Lei voleva essere, per grazia di dio onnipotente, l’autore del libro inflessibile del destino.

La madre dell’angelo biondo innamorato.

Una donna che la vita aveva reso, ormai, sterile d’ogni sentimento illuminato.

Il corso del tempo non si ferma.

E’ inarrestabile, come la corsa di un fiume che corre in piena.

E neanche il corso della giustizia si può fermare

E’ impietoso e sanguinario.

Nascosto dietro la panchina, un vecchio mendicante, ieri sera, tra la veglia e il sonno ebbro, s’era fatto, involontariamente, testimone della tremenda scena del destino.

I cavalli, anch’essi, quattro candidi demònii scalpitanti, con gli occhi rossi, di  fuoco iniettati e le froge nere fumiganti, s’erano fatti, anch’essi, testimoni della storia.

Il vento, pure, curiosamente, s’era fermato dietro le fronde fruscianti, intento a guardare la scena tremolante.

Le foglie, e i rami, e i pochi frutti penzolanti, curiosi pure loro, s’erano messi di punta ad osservare.

E pure le finestre sui casermoni, dall’altro lato della via sprofondata nella notte avean attivato le loro invisibili antenne di luce palpiatante.

I lampioni, più pudìchi, ad un certo punto, s’erano spenti.

S’eran mimetizzati meglio al buio.

Per stare lì, in buona posizione, a spiare dall’alto la lotta che si compiva sotto i loro sguardi spenti.

Fra la vecchia e la giovane.

La giustizia e la colpa.

Il peccato e l’innocenza.

STORMIRE DI FRONDE (Una storia, p. 1)

Friedrich, Caspar David: Man and Woman Contemplating the Moon
Friedrich, Caspar David: Man and Woman Contemplating the Moon

 

Lo stormire delle fronde, nell’ombra serale, stasera è un ansioso ansimo.
Il tempo si scrolla di dosso colpe e peccati.
La fuliggine novembrina attutisce i tremiti delle tardive foglie ancora aggrappate a un ramo degli alti alberi arrugginiti d’autunno.
Malferme, stanno, frementi, in attesa di chissà chè.
Infine, con un ultimo fremito d’agonia, si lasciano andare.
Stanche, consumate, sfinite.
Così, s’avviano all’ultimo viaggio.
All’ultima meta.
Dove sono attese da un giudice inflessibile e crudele che commina la condanna, ineluttabile, per un’esistenza spesa invano.

La panchina, sotto la fioca luce gialla, sta, solitaria e ferma.
Silenziosamente, medita, distratta, sullo scorrere delle stagioni.
Attende.
Da tempo immemore.
Indifferente e smemorata.
Aspetta ch’Essa giunga.
Sa ch’Essa si presenterà, in qualche momento, d’improvviso.
Forse quando il mondo si sarà voltato, distratto, da un’altra parte.
Giungerà sul gran carro di fuoco.
Tirata da una quadriga fumante di purosangue neri.
Demònii a servizio dell’inferno.
Altera, dura, arcigna, giungerà.
Giudice del bene e del male.
E, con Essa, giungerà anche la fine.
Lo sa bene, lei, vuoto sedile, stanga sbilenca su cui grava, in un parco di periferia, la solitaria essenza della vita.

Il vuoto.
E davvero la tensione del tempo sembra giunta al culmine.
Vibrano, tesi, gli alti fusti.
Sfibrati dallo sforzo di tenersi aggrappati alla nera terra.
Le radici si stringono, disperate, con le ramificate dita, ad ogni aggrappo.
Ogni possibile appiglio.
Non voglion essere risucchiate dal vortice ch’ha scoperchiato la volta celeste.
Son sparite in quel gorgo le stelle tutte.
Inghiottita la luna.
Nell’aria, svagate particelle di vapore si tengon strette.
Si son rinchiuse in una nebbiosa gabbia d’uggia per non esser preda del vorace vuoto.
Il risucchio, in quel vorticar tremendo, confonde e cielo e terra.
Ingozzar si vuol con l’immondo pasto del creato.
Un ponte s’affaccia dal còr di quel precipizio che si inabissa al centro della tremenda notte.
E, da quel ponte, rotola allo spaurito, che sta là, alle spalle della panchina vuota, un rombo di zoccoli che sopraggiunge, alfine, dalla fine d’ogni viaggio.

D’improvviso si placa la tempesta tumultuosa.
Sulla panchina s’è assisa una vecchia signora stanca.
Dura e severa.
Le braccia un pò di lato tese.
Le palme aperte, a mò di piatto volto al cielo perso nell’oscura tenebra.
La bilancia della Giustizia ha finalmente spalancato le sue tremende fauci sul mondo intero!
La candida testa dell’anziana donna è ferma.
La mascella puntuta e diritta.
Sottili labbra esangui e smorte.
Una rete fitta di rughe sottili piaga le guance pallide.
La fronte nascosta sotto un inutile cappello, trafitto dalla punta d’un lungo spillone.
Sulla bocca è appuntata una paurosa smorfia.
Crudele maschera d’atavico rancore.
E’ la fame eterna!
Giustizia divoratrice.
Brama d’innocenti creature venute al mondo.

Ogni tanto i quattro cavalli, nervosi, alzano striduli nitriti al sordo cielo.
Batton gli zoccoli sulla dura pietra che, pur, rimbomba, stordita, d’una stanca eco impaurita.
Pesante fiato vomitavano, nubi d’asfissiante fumo denso.
Musi allungati ruminano la marcia erba del tempo
Scalpitano i demònii, presaghi e furibondi.
Mordon la pastoia per fuggir lontano!
La notte, intanto, intorno è precipitata.
S’è nascosta la terra, dietro un manto d’umida nera oscurità.
Un sudario copre l’intera periferia del mondo.
La megera, nel buio, bilancia, agile, i sui suoi rattrappiti sleali bracci.
Le mani, piatti di bilancia squilibrata, soppesano i peccati dello sperduto angolo di città.
Pendon sempre da una parte.
Ma non so, qual’è la parte giusta.

Un profumo leggero s’insinua piano.
Un innocente fiore innocente, piano, stentatamente, penetra, di soppiatto, nella fradicia atmosfera dell’inferno.
Un miscuglio di giglio, rosa, gardenia e gelsomino.
Una minuscola stella dalla lucente chioma s’intravvede.
Piegata, giunge di lontano.
Chissà da dove.
Una dea, forse.
Una giovane ninfa.
Una graziosa beltà lunare.
Una fata dai lunghi setosi capelli neri.
Seni acerbi.
Saltellante passo di bimba allegra.
Di scatto, volge la vecchia il capo.
I cavalli, dolcemente, intanto, si son fatti fatti cheti

Intorno, la notte scura.
Curiose, l’infere creature osservan di spiego il buio.
Spiano dietro le lunghe criniere che sfrangian sui grandi neri occhi tondi.
S’alza, di stanchezza antica, la vecchia donna.
Punta il dito come punta di mortale dardo.
Ha di mira la creatura dolce, ch’incede dondolando il passo, a saltarelli bambineschi.
“Io sono Dio!” urla la voce al ciel fuggita.
Son affilate lame le sottili labbra di giustizia che s’è incarnata in creatur divina .
Tremano, stormendo, gli stecchi rami degli alberi prigioni della nuda terra.
Brividi percorrono le scure superfici della notte.
“E tu, dimonio, osi presentarti a me!”, urla la furia di giustizia al suo imputato.
Il demonio, stasera ha preso le fattezze d’una notturna creature del viale smorto.
Piccole labbra coperte d’un rosso ciliegia da mangiare.
Occhi bistrati d’amaranto, come mature amarene da baciare.
Nude gambe avvolte in fasce conducono alle porte dell’amore.
Rauchi soffi nel mozzicone d’una sigaretta, amara e fredda.
curve accarezzate dai fumi dei copertoni neri.
Mani aspre come il nerofumo dei copertoni ch’ardon nella notte sulla solitaria via.
Carezze tossiche di fumo.
Baci e amori, morti, avvelenati.
Il dimonio profuma di gelsomino.

Dinanzi a dio di giustizia è come lucente stella della notte, guida lunare sui tetri mari umani.
La ninfa, candida e pura d’innocenza non conosce peccato.
Lentamente, s’asside al fianco della vecchia che ora s’è levata, minacciosa, e lenta com’è la vecchiaia.
Piano comincia a togliersi di dosso gli abiti , uno ad uno, con noncurante indifferenza.
Stanca, alle prime luci del mattino.
Non bada alla giustizia urlante che s’abbatte su di lei.
Il suo corpo freme, al buio, vibrante e spaurito, scosso dallo stormir ventoso delle secche foglie sui pesanti rami.
Nudo, è un invito tossico al dolce amor malato del peccato.
E’ la colpa.

Gli zoccoli, di legno, ai piedi, son la sulfurea prova ch’il demonio ha terrena appartenenza.
Una musica s’avanza piano, nella notte.
Intavola una danza lunga e struggente con lo stupìto silenzio solitario.
A passi cadenzati,  ritmo e melodia s’impadroniscono del buio.
Dolcemente s’aman sotto lo sguardo cieco della povera sgomenta vecchia.
Lungo, l’amplesso mette un fremito al piede del dio indemoniato.
Rossi gli occhi si fan di rabbia.
La bilancia della giustizia ondeggia battendo il tempo…
Ora di qua, ora, a tempo indiavolato, si sporge un pò di là.
Il demonio, sapiente d’amore, s’offre allo sguardo degli increduli stalloni che friniscono.
Son legati al palo della condanna d’essere bestie.

La luce fioca del lampione, ad un punto cede il posto al buio della notte…
Nella periferia resta solo lo stormire profondo delle stanche fronde dell’autunno.
La vecchia svanisce nella notte.
E la quiete si beve la vita intera.
Rimane solo la panchina.
Al mattino.
E quattro stracci  colorati di bambina.
Una maglietta macchiata di peccato.
Un jeans scolorito dalla colpa.
Innocenti mutandine, strappato il filo, imputate di giustizia.

CRISTI MORTI

Andrea MANTEGNA - CRISTO MORTO
Andrea MANTEGNA – CRISTO MORTO

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1.
Il corpo del giovane è ben lavato.
I lunghi capelli, un pò unti, come in tutte le chiome fluenti.
Sono un pò avvizziti.
E stanchi.
Disordinatamente, ricadono ancora sulla fronte.
Scendono un pò sulle spalle.
Piccoli mazzetti spessi.
Quasi matite sottili.
Quasi.
Molli.

Il corpo del giovane ha delle bocche che cercano di parlare.
Ma sono annegate, le parole.
Il corpo del giovane è nudo.
E’ osceno nella nudità della morte.
E’ pulito.
Un’anima caritatevole l’ha accuratamente lavato.
Ma le bocche delle ferite sono rimaste spalancate.
Sulle mani, dove sono pienamente visibili, quelle bocche assomigliano a due grandi occhi.
Neri.
Sgranati.
Uno per mano.

Un colpo secco.
Poi, un altro.
Gli hanno cavato le carni.
Hanno scavato le due orbite cieche di quegli occhi ciechi.
Bocche mute.
Anche i piedi hanno due bocche simili a due occhi che non sanno la luce.
Uno per ciascuno.
Sono occhi meravigliati, stupiti di vedere che dentro le carni ormai e rimasto soltanto un buio pauroso.
Vorrebbero parlare, quelle bocche.
E invece restano mute.

Anche sul costato, stanno aprendo un occhio.
Forse serve per guardare meglio.
Fa paura la cecità del modo.
Sfibranti, le scariche di dolore avviluppano i nervi.
Accecano gli occhi sulla fronte.
La testa scende.
Si reclina.
Lo sguardo, ormai, si volge al dolore.
Anche l’occhio che stanno aprendo sul costato è cavo.
Sprofonda nel muto corpo violato.

Un altro colpo secco.
Una punta.
Gelido bronzo.
Color della morte.
Schiocca il legno vecchio.
La lancia.
La punta.
Penetra, profonda.
Guarda le costole d’un corpo inchiodato a una croce.

Il mondo è venuto a guardare.
Sulla punta di una lancia.
Senza bussare.
E’ entrato.
E’ penetrato.
A fondo.
Nell’essenza d’un corpo.
E ha scorto qualcosa.
In quel fondo.
L’esistenza della morte.

Lento, il sangue fugge da quelle bocche.
Muto.
Se ne va.
Forse un pò si vergogna.
Piano, scivola via, silenzioso.
Quasi spaventato, sorpreso.
E’ l’istinto.
La fuga.
Inizialmente.
Cominciato a scappare.
Veloce.
Zampilla.

Poi, rassicurato dal buio silenzio, si ferma.
E’ un attimo.
Esita.
Poi, sgocciola via.
Goccia per goccia.
Si mischia con la polvere.
Si fa calce marcita.
I chiodi hanno scavato quegli occhi cavati.
Quelle mute bocche profonde.

Il ferro, infine, si stanca.
Una ruggine rossa lo mangia.
La materia si consuma.
I chiodi cadono, duri aghi di pino avvizziti dal tempo.
Il legno si torce le mani.
La croce piange amare lacrime.
Il cielo stende la sua notte pietosa.

2.
Le autorità hanno deciso di dare una degna sepoltura al corpo del giovane.
Dopo ampio dibattito, il senato ha firmato la decretale.
Con la mano ferma la giustizia aveva imposto la croce.
Con l’altra, ora, tremante, la pietà cerca l’indirizzo d’un cimitero nascosto.
Il fondo del mare.
Un bosco di pini.
Un cespuglio d’alloro.
Il cancelliere, con mano sapiente, controlla la lista dei bolli.
Il banditore, con voce stentorea, annuncia al mondo i funerali di Stato.

Il corpo di guardia stacca dal legno il povero corpo.
Cinque occhi rossi di sangue indurito s’aprono, morti, sulla croce delle membra storpiate.
Nessuna fa caso agli altri due occhi che restano chiusi, per sempre, sul mondo.
Non vi sono occhi curiosi della vita che fugge.
Non ridono più, quei due occhi velati.
Non possono neanche più piangere.
Secca sorgente di luce.
Nutrimento per l’avida terra.

Il corpo sta steso su una gelida pietra.
A fatica lo portano alla riva del fiume.
Due donne, amorevoli, in muto silenzio, lo carezzano con i panni intinti nella chiara acqua che scorre vicino e poi fugge lontano.
Il corpo del giovane è ben lavato, alla fine.
Mondato dei peccati del mondo.
Purificato, ora, così.
Finalmente, può esser deposto nell’oscura bocca del nero sepolcro.

Si guardano i quattro carnefici con l’armatura di morte stretta ancor nelle mani.
Il luogo del santo sepolcro finora non è noto a nessuno.
Il povero corpo giace ancora pulito sulla riva del fiume.
E’ bello, nel colore di pallido cencio.
Le labbra, esangui, d’un morto.
Gli occhi chiusi d’un giovane che pare che dorma.
Le mani sul petto con gli occhi aperti rivolti al cielo che osserva sereno.
Gli occhi, spenti, aperti dal ferro sui piedi, guardan la dura terra del greto del fiume.
Sul costato la bocca resta muta per sempre.

Le donne pietose piangono il giovane morto.
Ci sono altri mille giovani morti perduti che aspettano un pianto di donna.
Sono caduti per una guerra che si nutre solo di corpi di eroi.
Si sono perduti in un viaggio che non conosce ritorno.
Ora, forse, son tornati bambini in un gran girotondo.
Soltanto in senato non giunge l’allegra voce che canta il ritornello felice.
La madri, intanto, han perduto la voce.
I loro occhi han perduto la luce…

Post Scriptum.
Questo post è dedicato agli ignoti migranti, morti di naufragio, recentemente, nei pressi di Lampedusa, il loro Eden terrestre, la loro Isola che non c’è.
E’ dedicato a loro, che, nonostante i vani, ipocriti, proclami d’ogni pubblica autorità, non hanno trovato nè un nome, nè un un palmo di terra, nè un dio, per dargli l’ultimo saluto.
Forse, i più fortunati sono stati quelli che hanno trovato un posto sul fondo del mare.