ROCK’N ROLL (AUTODAFE’)

The song remains the same, poster
The song remains the same, poster

L’ho intitolato così, questo post, col nome della prima canzone di questo concerto… molto energetico.
Bello, bello il modo di presentare in film l’evento musicale, e, che altro si può dire dei mitici Led Zeppelin?
Loro, a dire il vero, erano ai margini estremi, un pò più fuori, dei miei gusti musicali, allora, nel 1973. Si, insomma, in quegli anni là.
Troppa chitarra elettrica, troppa voce urlata, troppa elettricità metallica…
Io non andavo oltre i Deep Purle, la chitarra di Ritchie Blackmore, gli acuti urlati di Ian Gillian.
Quello era il confine. Si, insomma il mio limite musicale. Da quella pèarte, almeno, dove urlavano gli spiriti elettrici.
Un pò più in qua, verso la melodia o le riflessioni sperse psichedeliche, ma quasi sulla linea di quel confine del mio gusto musicale di allora, c’erano, subito, là, i corroboranti The Who.
Ma quasi solo con “Quadrophenia”.
Che ascolto spesso anche oggi.
Cos’era quel disco, quel doppio lp?
(Si, avevo quell’ellepì e lo mettevo sul piatto, poggiando la puntina delicatamente, dopo aver accuratamente spolverata la nera superficie lucida un poco rugosa: non rigata. Rigata voleva dire ferita. Incurabile).
Un urlo al cielo dopo un viaggio nell’anima.
Non capivamo una parola, di quelle canzoni, allora, e neppure oggi, che ho appiccicato un pochino d’inglese nella memoria. Ma oggi, fortunatamente, basta cliccare su google e, miracolosamente, trovi il testo tradotto da qualche uomo di buona volontà, tanto generoso da metterlo anche a disposizione di tutti gli interessati.
Ma la musica, le vibrazioni, la voce, portavano diritto al cuore contenuti universalmente comprensibili.
Era, è, la dimostrazione che il significato delle parole è solo uno dei modi per trasmettere un messaggio a un’intera generazione.
Oltre le parole, conta bel altro.
E quanto altro c’era in quell’opera degli Who.
L’avrò consumato, quel disco, nelle sere un pò cupe della primavera adolescenziale.
Accostandomi un pò più alla melodia cosa mi viene in mente? Cosa trovo?
Oh, beh, canzoni e nomi di personaggi che sono diventati ricordo, andando oltre la memoria, scatenando quelle tempeste chimiche che, in un attimo, ci trasportano indietro nel tempo con tutti i sensi, se non con il corpo interamente.
Ma, devo dire, io ero più propenso alla melodia, al sinfonico dispiegamento di mezzi musicali, meditati, più che rovesciati violentemente sui palchi.
Pink Floyd, Premiata Forneria Marconi, David Bowie, e quanti altri…
Là dove la poesia, la musica, il glampur, la moda, il gusto si facevano arte complessa e varia, irrispettosa ma contenuta, là trovo, ora, l’impronta del mio stesso carattere, un pò timido e schivo, un pò fragile, un pò sognatore, libero, imprendibile, alla ricerca di qualcosa di inafferrabile.
Ma nell’aria c’era davvero quel qualcosa di inafferrabile, e quella musica ci avvicinava davvero alla possibilità di afferrare quel qualcosa che si muoveva ibntorno a noi, che ci circondava, ci prendeva e ci portava lontano.
Io abitavo in una piccola città, e non esistevano i mezzi di comunicazione di oggi.
Non era, la nostra, una generazione “social”.
Eppure, quel qualcosa arrivò fin laggiù.
Ci prese, me ed i miei amici, e ci trasportò al largo nel vasto mare del mondo che si allargava verso spazi, continenti, universi mai visti prima e che, pure, sapevamo, ci appartenevano, ci chiamavano, ci aspettavano.
Come sia stato mai possibile che nomi di personaggi sconosciuti, mai visti, mai sentiti, mai ascoltati, potessero ingorgarsi nelle nostre infinite discussioni serali, questo non riesco ancora a capirlo, neanche adesso.
Ho chiare le scritte che avevo sul diario scolastico, con quelle grafie graffitare che si usano ancora oggi, solo che oggi si sono espanse in forme d’arte dalle dimensioni di intere facciate di palazzi immensi.
Ho bene impressi nella memoria ancora oggi i nomi di star della musica che si muovevano ballando, cantando, urlando, chiamandoci ad una specie di conquista del presente e del mondo abbastanza egoista ma irrefrenabile.
Ed estesa ad un’intera generazione.
Ho impressi in mente nomi a cui oggi posso dare un contenuto, grazie alla memoria estesa di youtube e dei suoi gemelli, di internet, immenso oceano di notizie, informazioni, ricordi, memorie, fantasie, sogni, illusioni, delusioni, visioni, miraggi e fantasmi…
Come siano giunti fin laggiù, nella piccola città della mia provincia, non riesco proprio ed immaginarlo. Avranno ruzzolato da paesi lontani, continenti al di là degli oceani, da isole al di là di mari e canali, avranno navigato su navi, barche, chiatte, o rotolato lungo rotaie infinite, sgommato e ansimato su curve e salite strette e ripide, e si saranno lasciate andare da dirupi e discese, rotolando come come pietre che Dylan o Jaegger sapevano maneggiare con la maestria strafottente e spensierata di novelli eroici David armati di fionde a 33 giri, meticolose, micidiali, pericolose e precisissime.
Veri geni, quei ragazzi.
Dotati di un’energia straordinaria, anch’essa inimmaginabile.
Un propellente che sapeva incendiare folle immense, che bruciano ancora oggi, come pire che non si riescono a consumare.
Siamo ancora qui a bruciare, come legna che arde, anche se il nostro fuoco non è più quello vivido e potente di un tempo.
Ma stiamo ancora qui a bruciare.
Forse non capiamo bene il senso, o il perchè, di quelle fiamme, fiammelle, scintille che si sprigionano da qualche parte di noi quando entriamo in contatto con quel carburante…
Ma non si può sfuggire a quel che vediamo o sentiamo.
Possiamo solo ringraziare qualche entità superiore che ancora non ci siamo del tutto esauriti, consumati, carbonizzati, spenti…

A quei tempi i Led Zeppelin erano carburante troppo potente per il mio motore sensibile.
Oggi, forse, che s’è fatto più lento e pesante, e ansima, quel motore, sotto il peso dolce del tempo che passa e deposita la sua polvere su di noi, oggi, forse, occorre più energia per dare movimento a quegli ingranaggi un pò anchilosati.
E allora, trovo meravigliosa questa musica, fra rock e blues, metal e sogno.
Forse non ho più le illusioni di un tempo, certo.
Ma non le rimpiango, quelle.
E poi, o sempre temuto e lottato le illusioni.
Troppo doloroso l’atterraggio per un tacchino come me.
Non che questa musica mi faccia ritornare indietro, o mi ringiovanisca.
Ma forse, oggi, adesso, la capisco meglio.
Forse, col tempo, si impara a guardare di più, ad allargare lo sguardo oltre i limiti di veduta di quando si è troppo giovani.
Forse si capisce meglio il significato, il senso delle cose, anche della musica, anche delle ansie, delle angosce, delle paure, delle tensioni di un’intera generazione che rendevano roca la voce e la chitarra di quei grandi piccoli David.
O, più facile, loro erano più avanti, la loro musica era un contemporaneo che ancora doveva venire, allora, anche se, forse, oggi, quel contemporaneo è comunque già passato.
Non è nostalgico, il sentimento di questo post, o di questa chitarra elettrica che ondeggia, stereofonicamente, fra i canali di destra e di sinistra, disorientandoci meno di quanto allora avrebbe fatto ad una generazione di fans scatenati.
E anche se io non ero fra quelli, forse oggi capisco meglio quello che tutto ciò voleva dire.
Lamenti di cavi elettrici che anticipavano, forse inconsapevolmente, o cavi elettrici in disuso che vediamo penzolare nei corpi industriali che marciscono agli angoli di certe strade delle nostre città, dove una volta arrivavano a stento le periferie e dove, invece, oggi, sorgono quartieri residenziali che si prostituiscono sfacciatamente mostrando un bistro decadente e affaticato dall’età.
Lamenti come sirene, che allora segnavano i tempi e le voci dei pachidermi industriali voraci e insaziabili e che oggi, invece, affiorano come fossili dalle incrostazioni del tempo che hanno incatramato quartieri e città che sembrano d’epoca giurassica.
Aiuta a capire, la rabbia di questo accanimento virtuosistico dell’assolo di chitarra.
Aiuta a spiegarci come sia cambiato il mondo e perchè, anche se non sapremmo spiegarcelo bene a parole.
La mancanza di questa forza, l’eco di questa energia che si ripercuote sempre più distante nel tempo, ci spiega come e cosa abbia agito per trasformare il tempo di allora in questo tempo di oggi.
Noi siamo gli stessi, sempre gli stessi, anche se siamo irrimediabilmente cambiati per sempre.
E loro, i Led Zeppelin stanno, stasera, a dirci come, perchè, come tutto ciò sia potuto accadere.
Loro erano il combustibile.
Noi la fiamma.
Il mondo era la legna che arde e si trasforma, ma non si spegne, perchè sempre altro combustibile si aggiunge al rogo che arde dentro di noi.

Dovrei cambiare il titolo del post.
E’ più appropriato “Autodafè”.
Lo aggiungo, allora, come sottotitolo fra le parentesi.
Come il tempo che scorre, fra le due parentesi.

(Stairway to Heaven:
STAIRWAY TO HEAVEN
TRADUZIONE DI PIE
C’è una donna che è sicura
Sia tutto oro quel che brilla
E si compra una scala per il Cielo.
Sa che quando vi giungerà
Se tutti i negozi sono chiusi
Con una parola può ottenere ciò che vuole.
E si compra una scala per il Cielo.

C’è un segno sul muro
Ma lei vuole essere sicura
Perché come sai, a volte le parole hanno due significati.

Su di un albero accanto al fiume
C’è un canarino che canta,
A volte tutti i nostri pensieri sono fraintesi.

E ciò mi meraviglia.

C’è una sensazione che provo
Quando guardo verso occidente
E la mia anima piange per la partenza.
Nei miei pensieri ho visto
Anelli di fumo fra gli alberi
E le voci di coloro che stavano a guardare.

E ciò mi meraviglia.

E si mormora che presto
Se noi tutti intoniamo la melodia
Il pifferaio ci condurrà alla ragione.
E arriverà un nuovo giorno
Per coloro che aspettano da tempo,
E le foreste echeggeranno di risate.

Se ci sono dei rumori nella tua siepe
Non allarmarti,
Sono solo i preparativi per la festa di Maggio.
Si, ci sono due vie che puoi percorrere,
Ma alla lunga
C’è sempre tempo per cambiare strada.

E ciò mi meraviglia.

Nella tua testa senti un brusio che non se ne andrà,
Nel caso tu non lo sappia
Il pifferaio sta chiamando per unirti a lui.
Donna, senti il vento soffiare
E lo sai che
La tua scala è costruita sul sussurro del vento?

E mentre scendevamo lungo la strada
Con le nostre ombre più alte delle nostre anime
Lì camminava una donna che noi tutti conosciamo
Che brilla di luce e vuol dimostrare
Come tutto in ultimo si tramuta in oro
E se ascolti molto bene
La melodia giungerà a te alla fine.
Quando uno è tutti e tutti sono uno
Essere pietra e non rotolare.

E si compra una scala per il Cielo.)

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PINOCCHIO E IL SUO TEMPO

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Adesso sono molto vecchio.
Sotto l’albero sto, burattino di legno con i rami riversi a terra.
Salice su cui è inciso un nome di una lettera sola.
Un segno di tanto tempo fa che il tempo sta portandosi via poco a poco.
Il mio tempo è quasi finito.
Almeno, quasi.
Il mio tempo mi fu rubato ed io poi rubai il tempo ad un altro tempo che rubò ciò che non poteva più esser mio.
Il mio nome è il mio tempo e quando mi rubarono il nome, e col nome, la vita stessa, mi rubarono il tempo.
A un uomo non è concesso di viver senza tempo.
E un uomo senza nome e senza tempo, se non è più un uomo, cosa mai è ancora?
Carne, sangue, cuore, anima!
Rispondete.
Cosa mai ancora credete di essere, voi?

Non è una semplice questione di nome o di tempo, come potrebbe sembrare a prima vista.
Riflettete bene, prima di rispondere.
Non si tratta di dire, mi hanno rubato il nome e, così, un grumo di carne tiepida comincia lentamente a raffreddarsi, senza più un fuoco che intimamente la riscaldi.
Sarebbe sciocca e banale, una storia così.
Riflettete, voi, prima di tentare una risposta.
Io, con l’esempio mio, potrei darvi una lezione.
Io, che non fui più io, quando mi rubarono il nome.

Vagai senza requie, nè meta dove mettere i piedi al sicuro.
Maschera senza identità, vagai nella terra dell’oblìo, come una stella spenta nel buio della notte.
Mi dichiararono morto, le voci ufficiali di quei fantocci col un nome appiccicato su divise da carcerato.
Ma i morti veri mi cercarono, per darmi requie, e rifugio, e speranza, ancora, loro che di speranze non possono ormai averne più.
E così trovai ricovero tra i nomi appesi sulle spalle dei morti incarcerati dentro celle di zinco sigillate.
Ma non durò a lungo, quel vagare come mostro in mezzo ai mostri.
Andavo nudo e fui scoperto.
Cercavo di coprirmi con la veste rubata ad una identità sepolta senza sapere che offrivo l’ultima mia calda vena al vampiro affamato d’un briciolo di speranza.
Cercava, il mostro maledetto, un corpo a cui attaccare l’etichetta morta del suo nome.
Trovandomi, lo prese, e subito fui suo, senza tempo di chiedermi perchè.

Tempo, il tempo, maledetto, fu la spina che mi punse.
Il tempo che non fu più, da allora, il tempo mio.
Vivendo i giorni del nome di qualcun altro, mi chiesi cos’era mai vivere una vita già passata.
Esser rapito da un morto incartapecorito o consumato per l’eternità pone tanti dubbi a chi vive in quella forma di prigione.
Per esempio, io pensavo pensando a qualcosa ch’era stata già pensata da qualcuno ch’era morto avendo già pensato ciò ch’io adesso pensavo di pensare.
Si, lo so, è complicato, è un errore madornale.
Io, vivendo il tempo mio nel tempo d’un altro vissuto il tempo suo interamente, per esempio, vivevo nel passato o vivevo nel presente?
Il tempo mio presente era già passato certamente, dato che, un tempo, ero morto ed ora vivevo, addirittura, il tempo già passato d’un morto seppellito e consumato.
Ed se vivevo il tempo d’un morto già morto da tempo immemorato, la mia vita era vita solo apparentemente oppure era morte veramente?
E viver da morto, che esperienza era mai quella d’un fantasma che girava per la terra ormai liberamente?

E non è questo il pensiero più complicato, cose mie rimaste senza nome.
Prima di risponder all’inquietudine d’un vecchio che s’abbandona a domande senza senso, riflettete ancora un poco, ve ne prego, cose care, per il bene che vi devo sino in fondo.
Se sono morto mentr’ero vivo e poi, da morto, un morto mi rese vivo nuovamente, quante volte venni al mondo, come uomo oppur fantasma, comunque vi piaccia di chiamarmi?
Nacqui una volta solamente, come tutti nacquero alla vita, oppure anche due, che per i morti il tempo scorre e corre avanti e indietro sempre più liberamente?
Nacqui dunque due volte sole, una da morto che si faceva vivo e l’altra da vivo che si faceva dunque morto?
E se nacqui per morir, poi, da vivo e me ne andavo in giro nel mondo liberamente, quando la morte mi prese ponendomi sulle spalle il nome consumato d’un morto consumato, vuol dir che potei morire una seconda volta certamente?
Quale madre mi concepì, mettendomi al mondo due volte almeno, e non certo da vivo, ma da morto certamente?

Può sembrar cosa da pazzi, questa storia così strana.
Ma voi, mie cose amate, dovete darmi una risposta, ora che il mio tempo volge alla termine.
E più certamente ancor del tempo che penosamente vissi, devo suggerirvi un’altra cosa, affinchè possiate darmi una risposta meditata, or che in punta di morte estrema son giunto, finalmente.
V’ho detto, ladrescamente morte mi rubò il nome, e con lei la vita, in una strada buia, una sera senza luna.
E da morto disperatamente vissi lunghi giorni, e notti senza luna, cercando in mezzo ai morti un nome per viver, da morto almeno, l’ultimo spezzone di vita concesso ad un pezzente morto che s’aggirava tra i morti ancora da vivente.
E un morto mi rubò l’apparente vita che vivevo aggirandomi nel buio con la lanterna che fiocamente, ormai, illuminava la mia pazzia oscura.
La morte, fu così, che mi prese il nome e un nome, poi, mi diede successivamente, quando a lei piacque di volermi lanciar nel mondo nuovamente?
Allora posso dir che h’è la morte madre di tutto e che la vita è solo un’apparenza folle, esistenza evanescente?
Posso dir ch’è per la morte che si vive veramente?
Ed or che attendo, cosa attendo veramente?

Ormai è tardi e le voci vostre udir non posso più.
Le luci dei miei occhi si son spente, tanto tempo fa.
Un tempo che fu mio, vissi, un tempo, nel tempo della luce.
Ma ormai son cieco, e vecchio, un albero cadente.
Solamente il segno mio resta inciso ancora, qua, sull’albero del tempo.
Un segno che accarezzo lentamente con la mano, andando avanti e indietro, per tutto il poco tempo che mi resta.
Un tempo che durerà ancora eternamente…

ROSA SFIORITA

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone
photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Ho fatto foto alle rose
al roseto profumoso di rose.
Ho fatto foto alle rose
passate, ai petali secchi,
stesi in un letto di terra
pietroso.
Ho fatto le foto alle rose
prima che il serale soffio
ventoso suonasse malinconico
l’ultimo valzer della milonga,
là, dietro l’ultima aiuola
sfiorita.
Ho fatto foto alle rose
al roseto, alle morte rose
che delle rose odorose ancora
il nome si portano appeso,
memoria dolente e sfiorita
bellezza.
Ho fatto foto alle rose
sospese in quell’ultimo soffio.
Rose appassite. Come il vecchio,
là, stanco sulla panchina.
Ramo rugoso di spine. Rosa
sfiorita.

P.S.
Non ho scritto questi versi per cantare, come si dice, la malinconia d’un pomeriggio che malinconico non poteva essere, certo, in un posto incantevole come il roseto di Roma.
Non ho scritto questi versi neanche per il motivo che al roseto di Roma ho visto davvero quel ramo rugoso che stancamente stava seduto sulla panchina dinanzi alle rose e, spento lo sguardo dalla cupa malattia che annienta il mondo circostante, come povera rosa appassita, aspettava muto qualcosa, forse l’ultimo soffio del vento della notte infinita.
Ho scritto, invece, questo piccolo canto perchè me lo ha chiesto la storia del roseto di Roma, antica terra che ha accolto prima il tempio di Flora e poi ha avuto cura dei morti ebrei romani.
Epifania della natura e parusia della morte.
Rose carnose e morte rose appassite.

(storia del roseto di Roma)

Ho scelto con cura, scartate le rose fiorite, nude e carnose, le rose svestite dell’età del rigoglio.
Le ho scelte fra quelle che mostravano impudicamente quella certa età morta dei fiori appassiti.
Meglio, i petali scevri d’ogni pudore di mostrarsi come pasto di vermi e formiche.
E, mirata bene la luce, ho scattato le foto.

Poi, mentre uscivo dal roseto ho incrociato lo sguardo nascosto sotto le palpebre del vecchio ramo rugoso inclinato sulla panca e m’è parso di vedervi brillare un bagliore ancora di vivida luce.
Forse era l’ultimo riflesso del sole prima del buio della sera.
Oppure la rosa non era ancora del tutto appassita?

DIECI MINUTI

Roma. Angolo di Piazza Farnese - photo by Pierperrone
Roma. Angolo di Piazza Farnese – photo by Pierperrone

Dieci minuti.
Non mi posso permettere tanto di più.
Solo dieci minuti.
Al massimo quindici.
Un quarto d’ora.
Me ne sto seduto.
Qui, sotto a questo palazzo.
Palazzo Farnese, a Roma.
C’è una lunga seduta di marmo.
Hanno pensato ai passanti.
Alla sosta, al sollievo.
Sto proprio dietro l’angolo.
Dove la facciata finisce.
A destra.
A destra, dopo la piazza.
Cioè, sul lato sinistro del palazzo.
Uscendo.
Già.
Ma io non sono entrato, prima.
E quindi non sto uscendo, adesso.

Mi sono seduto.
Mi guardo attorno.
Mi guardo passare la vita.
Quella attorno.
Intorno.
Mi passano intorno persone.
invece la auto parcheggiate ingombrano i quattro i bracci.
Anzi, i tre bracci di strada.
E la piazza.
Grande.
Piazza Farnese.
Passa una mamma col passeggino.
Alta.
Bionda.
Capelli tinti castana naturale.
Un’auto m’è passata davanti.
E dopo un taxi…
Nera, la macchina.
Bianco, è ovvio, il taxi.

Un piccione grigio e bianco e celeste.
Cammina davanti ai miei piedi.
Gira l’angolo.
Svolta verso la piazza.
Forse ha un appuntamento.
All’ambasciata di Francia?!
Forse sta passeggiando.
Una donna straniera.
Minuta.
E’ un’orientale, forse.
Indossa un abito nero.
Un prete.
Massiccio.
Un altro.
Magro.
Questo porta una borsa uno shopper rosso amaranto.
Sottile.
Quadrato.
Dentro c’è un poster o un vecchio LP.
Passano.
Uomini e donne.
Chissà dove vanno.
Non si sa da dove arrivano.
Vengono vanno e svaniscono.
Come fantasmi.
fantasmi di carne.
Ma non ho tempo.
Voglio appuntarmi questi dieci minuti.

Turisti.
Sparsi.
Sguardo per aria.
Qualcuno ha buttato gli occhi per terra.
Poi due ragazzi stranieri.
Portano occhiali.
Grandi.
Vistosi.
Gialli e rossi e lenti arancioni.
Un’Audi.
Un’A 6.
E’ grande, qui nello stretto delle viuzze antiche.
Svolta l’angolo.
A destra.
Anzi, è a sinistra.
Un taxi.
Un motorino.
Anzi, uno scooter..
Poi, una pausa.
Un momento di tregua.
Mi respiro la pausa.
Pochi passanti.
Una Fiat 500.
Nera.
Passa quasi svogliata.
Ricordi di tempi passati.
E’ una 500 di oggi.
Una ragazza.
Pare uscita di scuola.
Neri lunghi lisci capelli.
Zainetto sulle spalle.

Sul muro…
Una Smart.
Una Panda.
Una Vespa…
Sul muro, all’angolo…
Un’altra auto.
Non l’ho registrata.
devo correre.
prendo appunti veloce.
Sul muro all’angolo verso Piazza Farnese, di fronte, c’è una bicicletta…
…un’altra automobile.
E’ passata.
Una donna.
Una turista.
Una bicicletta.
La donna turista pedala.
Va.
S’allontana…
Altri turisti stanno arrivando…
…Lì, all’angolo di piazza Farnese, c’è una bici.
E davanti alla bici incatenata ad un palo all’angolo di Piazza Farnese passa una donna.
Ha una borsa verde.
Sottilissima.
Una cartella.
Per disegno.
C’è dentro una stampa!
M’immagino.
Rettangolo grande.
Una borsa forse una grande cartella verde a pois.
Verde nera a pois…
S’allontana.
Ora sparisce…

Un giovanotto.
Porta a spasso il suo cane.
Bianco.
Un altro un giovanotto slanciato porta a spasso il suo casco.
Nero.
Passanti macchine confusione.
Bici.
Un’altra bici.
Questa è fucsia (fuksia – fuxia)
L’altra, quella all’angolo di piazza Farnese legata ad un palo è nera.
Con un grande sedile.
Dietro al sellino.
Sedile per bimbo (sedile di dietro del sellino).
Quella fucsia (fuksia – fuxia) che passa troppo veloce per i miei appunti sul foglio ha un portapacchi nero.
Altro non riesco a fermare.
Passanti.
Passano.
Passanti due con cani due.
Cane bianco.
Cane nero.
Poi.
Pace.
Pausa.
Respiro.
Pochi passanti.
Vanno.
Vengono!
Un grosso cane bastardo passa.
Zoppica e va.
non si sa mai dove va un cane bastardo.
Ma indaffarato annoiato perduto va sempre un cane bastardo.
Passa un elegante signore in gessato azzurro.
Ironia della sorte s’incrocia col cane bastardo.
Il gessato azzurro è un gessato azzurro con pochette amaranto al taschino.
Passa una bici.
Svolta nell’angolo.
Si perde anch’essa.
E se ne va.
Il cane si gira.
Osserva svogliato.
Il gessato azzurro s’è fatto piccolo piccolo grigio e s’allontanato.
Infine s’è perso là avanti nella via lontano…
Il bastardo guarda da un’altra parte.
Ha girato l’angolo.
Annoiato come un vecchio signore.
Va via.

Passa un furgone.
Shark.
La ditta.
Il fardello che si porta sulla groppa.
Sfilano alcune auto.
Una adesso lascia il parcheggio.
Ora c’è un posto vuoto accanto al grande palazzo.
Un posto riservato agli handicappati.
Quel posto adesso non lo occupa nessuno.
La Madonnina vigila.
Dall’edicola sul muro.
In alto dal cielo.
All’angolo del grande palazzo.
Ha un libretto per le contravvenzioni.
Sta sul lato opposto dell’angolo dove mi sono messo seduto.
Chissà se mi ha visto.
Guarda di sbieco.
Il posto non lo vuole occupare nessuno.
Pare s’annoi.
La Madonnina.
Guardo meglio.
E’ concentrata sui dolorosi casi suoi.
Ha gli occhi fissi sul pargolo.
Lo stringe amorevole al petto.
Un prete di sotto passa col grosso cappello.
Nero.
A falde larghe.
Svolta svelto l’angolo e se ne va.
Senza guardare la Madonnina.
Col passo svelto da prete.
Scarpe nere.
Tonaca lunga.
S’intravede solo l’orlo dei pantaloni.
Neri anche quelli.
E’ andato.
Resta la strada.
Là.
Dietro l’angolo.
Via andato sparito.
Passa un autobus elettrico.
Resta la Madonnina là su in alto attenta al suo Bimbo.

Alcuni turisti affaticati accaldati sudati.
Un vecchio.
Porta a spasso il suo amico fedele.
Un cane.
Vanno come sottobraccio.
Affiatati.
Due turisti.
Uno ha la macchina fotografica a tracolla.
E’ proprio un turista perfetto.
Adesso due taxi.
Una navetta del noleggio con conducente.
Un camioncino.
Una Yaris.
Una Smart.
Una Vespa.
C’è traffico quasi arancione era una vespa arancione.
Adesso passa una bici.
In senso contrario.
Un’altra vespa.
In senso contrario alla bici.
Quindi, secondo la direttrice del traffico.
Nera, l’ultima Vespa.
Due ragazzi.
Portano due bottiglie tra le mani.
Una a ciascuno.
Una è una una birra.
L’altra d’acqua minerale.
5 euro in due.
Più o meno.
Coi prezzi del centro di Roma.
Il tempo scorre.
Corre.
Evapora.
Quasi.

Una pausa.
Respiro.
Pochi passanti.
Due turisti.
Un uomo.
Uscito adesso dal lavoro.
Finita la giornata.
Se non si ferma all’angolo a prendere appunti anche lui.
Qualche auto.
Un altro camioncino.
Alto goffo sgraziato.
Roba da robivecchi.
Uno stracciarolo.
Due preti.
Stranieri.
Passano e ridono piano.
Altre auto.
Turisti.
Parcheggiati molti scooter sulla strada sul fianco di palazzo Farnese.
Dietro l’angolo.
Una moto-ape dell’azienda municipalizzata dell’igiene urbana.
Raccolta dell’immondizia, insomma.
Una pittoresca passante in visto abito pesca.
Una lunga Mercedes SLK trecentocinquanta.
Sarebbe 350 ma trecentocinquanta è più lungo.
Come la lunga mercedes.
Nera.
Appunto.
E lunga.
Dietro passa l’auto di scorta.
Probabilmente è l’auto di scorta.
E’ grigia, comunque.
Poi, tre adolescenti.
Shirt fucsia (fuksia – fuxia) nera grigia.
Questi i colori che ho appuntato.
Stranieri.
I ragazzi.
Un ciclista che ha perso le forze.
O forse direzione o speranza.
Comunque si porta a mano la bici.
Segue una giovane mamma con un infante infilato nel caldo marsupio.
S’incontra col padre.
Forse è il padre del bimbo.
Direi da come saluta.
Si salutano.
Poi ognuno va per una propria diversa.
Forse non era il padre del bimbo.
Già.
Ma allora chi era?
Passa una ragazza vestita da prete.
Ma è solo una mise.
Elegante sbarazzina carina.

… il tempo passa.
Un bassotto marrone.
Cucciolo.
Un’auto.
S’è fatto tardi.
I dieci minuti sono passati.
Quante cose in questi dieci minuti!
E intanto il tempo passa.
La vita scorre.
Quante cose in questi dieci minuti.
La vita non l’ho mica appuntata tutta, in questi dieci minuti.
Ma mi dispiace staccarmi dalla vita.
La vota scorre per queste vie.
Corre, dietro quest’angolo.
Corre va senza saluti.
Ah… poterla fermare…
Anche solo per potersela annotare con cura!