LA CADUTA DELL’ANGELO

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Marc CHAGALL – La caduta dell’angelo

Livido, bianco, spaventato, furente, ferito, sconfitto.
Sullo spuntone di roccia acuminato della sua disfatta, l’Angelo del Male giaceva schiantato.
La roccia aveva tremato, la terra si era ritratta, il mare si era ritirato, l’aria s’era aperta, il cielo squarciato, le stelle rabbuiavano.
Solo le tenebre, dappertutto, nel mondo ancora non creato, sembravano gioire in silenzio.
Chi, cosa, come, in che modo, quali forze avevano scaraventato quella creatura giù dal trono?
Fratello contro fratello.
Creatura contro creatura.
Anche se il cosmo era ancora un ammasso inerte, un magma di caos ribollente, lassù, da qualche parte, nel punto più centrale del Nulla da disfare, nel nucleo del Tutto che avrebbe dato vita, in un futuro senza tempo, al Big Bang della creazione, in un punto senza spazio, in un istante senza misura, era avvenuto uno scontro furibondo fra forze tremende, ma ancora ignote e sconosciute.

Ma l’Angelo del Male era già l’Angelo del Male.
Nel momento in cui la Forza l’aveva detronizzato e menato in quel mare ribollente dell’Esistenza, aveva già preso un nome.
Il Suo nome.
Era stato già battezzato.
Come l’Angelo del Male.
Già.
Ma chi, cosa, quali ignote potenze erano uscite vittoriose da quel conflitto così epico?
Se un Angelo del Male era stato scaraventato nel Mondo, cosa, mai, poteva essere rimasto di Là?
Quale immensa forza?
Se nel Mondo non v’era ancora stata la divisione fra il Bene ed il Male, se la Creazione ancora non era avvenuta, se il Big Bang ancora doveva esplodere le sue reazioni nucleari, cosa poteva aver generato quello scontro?
Uno scontro fra quali Entità?

L’Angelo del Male, fosse stato una creatura mondana, si sarebbe spiacicato, sulla roccia bianca su cui si era schiantato.
Ma non erano carne, ossa, sangue, quelle che erano piombate dabbasso, nel Mondo, e che, su quel Mondo, si erano schiantate.
Erano parvenze, forme, idee.
Le primordiali apparenze della realtà che si sarebbe formata di lì in avanti.
E se era l’Angelo del Male a prendere forma da quelle parvenze, da quale altra dimensione eravamo dominati, da lassù, lontano, da quale oltre venivano le apparenze, che nome, che volontà, esse potevano mai avere?
Quale inspiegata, o inspiegabile, ragione aveva scatenato una guerra così devastante?
Quale destino poteva essere assegnato a questo Mondo dal quale il primo vagito fuggito dalla gola era quel rantolo del Male battuto su uno scoglio nel gorgogliare delle maree annodate e ribollenti, nel turbine fumoso dell’aere?

Il Destino.
Mai quella parola era stata, prima di allora, pronunciata da bocca di dio o di potenza.
Eppure, già dal primo istante del tempo misurabile, quell’angelo, l’Angelo del Male, si era trovato appiccicato addosso una condanna tanto crudele.
Essere condannato dalla Natura stessa ad essere l’Angelo del Male era frutto dell’azione di un tribunale senz’altro ingiusto.
Quale colpa, prima del tempo, nei cieli nascosti, si era dovuta consumare, all’insaputa della conoscenza, per determinare un Destino tanto amaro?
E quale Giudice poteva presiedere quel Tribunale?
Se il Male era stato scagliato quaggiù, di là, cosa era mai restato, solitario dominatore del Nulla?
Un Giudice col suo Boia.
Un Potere con un’Autorità tanto violenta.
O forse un Boia che si era arrogato il diritto di essere anche Giudice.
Un Potere che si era appiccicato addosso, con la più assoluta arroganza, i simboli dell’Autorità?

Molte ere sono passate da quello schianto.
Oggi guardiamo in alto, oltre le nuvole, più in là del cielo azzurro, fin nelle profondità del creato, nelle intimità nebulose ed oscure delle Tenebre.
Cerchiamo, là, il Bene.
Abbiamo deciso, noi, figli dell’Angelo del Male, che di là deve esserci il Bene.
E cosa mai sia, quel Bene che cerchiamo là in fondo, non sappiamo ancora dirlo.
Ci interroghiamo da generazioni e generazioni.
Abbiamo creato altari e templi.
Sacrificato fratelli e vittime.
Acceso fuochi e sparso incenzi.
Credendo di rabbonire quel Giudice.
Sperando, forse inconsapevolmente, che non formuli i suoi verdetti anche contro di noi.
Ci immaginiamo inferni, nell’aldilà.
E speriamo che esistano paradisi che ci possano ripagare della condanna.
Come fossero, quei paradisi, l’espiazione del male che ci è stato inflitto.
Ma chi, mai, abbiamo offeso, noi, per meritarci la condanna?
Quale colpa, mai, deve essere stata compiuta dal nostro padre, l’Angelo del Male, per meritarsi, e farci meritare, ancora per tutte le generazioni che avranno da passare, la crudele condanna del Male?

Quando si rese conto d’essere entrato nel Tempo, l’Angelo alzò gli occhi al cielo.
Di là sotto, il cielo, sembrava una volta azzurra, leggera, lieve, tenera, dolce, carezzevole, splendente di miliardi ci cristalli di luce.
Ma quella vista, per l’Angelo, che conosceva cosa ci celava dall’altro lato, era un inganno evidente.
Una menzogna.
Una finzione malvagia.
Una tentazione, una provocazione, una bestemmia.
Le Tenebre dell’increato erano ributtanti, rivoltanti, nauseabonde.
Oscure e viscide.
L’esatto contrario di quella bellezza allegra che sembrava Ordine e Pace.
La luce, che di qua era vibrazione e armonia, di là, era fuoco, vampa, forza distruttrice che eruttava oscurità densa, polvere e fumo ardente che inghiottiva tutto.
Al di là del buco nero che aveva vomitato l’Angelo c’era la massa del caos.
Violenta.
Cattiva.
Brutale.
Atroce.
Empia.

Come sarà nata, da allora, la vita?
Noi, figli dell’Angelo, chi siamo?
Io, che racconto la sua storia, figlio della progenie condannata, chi mai sono?
Vi è, in qualche recesso delle mie carni, della mia mente, della mia memoria inconscia, un barlume del ricordo di ciò che Egli vide, lassù, prima di essere scacciato, da una pedata infame, in questo mondo mortale?
Mi angosciano, a volte, nella notte, queste domande.
Quando il sonno si dilegua andandosi a nascondere, ma facendosi ancora desiderare, come l’acqua per chi ha sete.
Mi assalgono queste domande.
Ma, più ancora, mi angoscia, a volte, una domanda ancora.
Di là.
Si, di là.
Se di qua, la vita, il tempo, l’esistenza, il dolore e la gioia, la vita e la morte, hanno selezionato la nostra razza, e tutte le altre creature viventi.
Allora, di là.
Quali esistenze, o inesistenze possono essersi generate da quel Giudice arrogante?
O, peggio, da quel Boia usurpatore?

TRUMP – storie di gatti e di topi

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Film: Moore in Trumpland (click here)

E’ andata così.
Ormai, si dice tanto in Tv, la storia ha vinto contro i sondaggi.
Trump è la storia, Clinton i sondaggi.
Così dicono.
Comunque, è andata così.
Senza parole, restiamo a vedere, ora, cosa succede.
Bene?
O male?
Cos’altro possiamo fare, se non restare a vedere?

Ognuno di noi ha una responsabilità.
Nelle cose della vita, intendo, della vita in cui è inserito come uomo, come cittadino, come padre, o madre, o figlio, o fratello, o amico, o semplice prossimo di qualcun altro.
Ognuno di noi, nel restare a vedere, non può restare fermo.
Restare a vedere significa, per ognuno, continuare a vivere la storia.
Nessuno può tirarsi indietro, neanche se lo volesse davvero.
Perchè la storia è fatta del sangue di noi tutti, della nostra carne, dei nostri bisogni, dei desideri e anche dei sogni.
E nessuno può impedire, a chiunque di noi, di essere sangue, o carne, o di soddisfare i nostri bisogni, oppure di avere speranza che desideri vengano esauditi ed i sogni realizzati.
Nessuno ce lo può impedire e nessuno può tirarsi indietro.
E’ questa la storia.

Il tempo che stiamo vivendo è il tempo delle solitudini solitarie.
Lo chiamano social, questo Tempo.2, il tempo delle solitudini solitarie.
Lo chiamano social perchè ad ognuno è stata data una lavagnetta bianca su cui scrivere i propri sogni.
O i desideri, i bisogni, e i nomi di ognuno, che sono, poi, invece, la carne ed il sangue di ciascuno.
Ci hanno dato queste maledette lavagnette bianche, che cantano e suonano, e ci cullano portandoci in sonno.
E cosa scriviamo, invece, su queste lavagnette?
Che siamo soli.
Ognuno è solo, e, solitario, scrive il suo messaggio in bottiglie vhe si perdono nel vuoto immenso dell”oceano social.
Qualche volta si trova un messaggio.
Ma a nessuno vin voglia di leggere davvero cosa c’è scritto su quel maledetto fastidioso messaggio.
E così, giorno dopo giorno, sera dopo sera, il tempo passa, i messaggi si accumulano come le immense isole di immondizia galleggiante che si formano si perdono in mezzo agli oceani.
Ogni messaggio porta scritto, in calce, un nome e cognome.
Ma senza carne, nè sangue, non sono altro che nomi.
Nomi perduti.
Ed ognuno di noi, perduto il suo nome, resta davvero da solo.
Da solo, senza se stesso e senza nessun altro.
Sono queste le solitudini soliarie del Tempo.2 che siamo vivendo in questo tempo perduto.

La storia delle solitudini solitarie genera mostri.
Fantasmi, paure, angosce.
La mente degli uomini soli si riempie di fantasmi, angosce, paure, terroti.
Mentre nel mondo gli orrori del mondo restano sempre gli stessi.
Donne, bambini, uomini, a cui viene rubato il destino.
Sono i poveri, i deboli, quelli che non hanno niente o nessuno.
Quelli che scappano, che fuggono, che cercano, che sperano sempre in qualcosa domani.
E quelle moltitudini metto tanta paura.
Moltitudini di fantasmi.
Moltitudini di uomini soli.
Solitudini solitarie.
Che mettono angoscia.
Perchè in mezzo a quei fantasmi che mettono tanta paura ci siamo persi anche noi.
Con le nostre angoscie, le nostre paure, le nostre angoscie solitarie e penose.

Temiamo più noi, gatti con la pancia piena, addormentati sulla porta di granai fortificati, che loro, i topi, che vengono a rubarci, tra le zampe, di nascosto, la preziosa mercanzia che abbiamo accumulato.
Siamo sazi.
Grassi.
Obesi.
Non riusciamo più a catturare quei topi affamati.
Neri, puzzolenti, fetidi, sgattaiolano tra le nostre zampe lasciandoci soltanto un senso di nausea a strozzarci la gola.
Non riusciamo a fermarli e pensiamo di costruire dei muri, chiedere porte, sbarrare finestre.
Mettere i sacchi davanti alle trincee nelle quali ci siamo rinchiusi.
Galere nelle quali moriremo asfissiati, ingozzati, infelici, perchè non abbiamo più la forza neanche di fare la guerra a quei fetidi topi.
Per questo, ormai, abbiamo imparato ad usare soltanto la voce.
Facciamo “BUM!”, perchè ieri, i topi scappavano, quando uno di noi faceva “BUM!” davvero forte, così.
E facciamo anche volare i droni, ora, senza i piloti, così, non può più accadere che un nostro pilota si sfracelli colpito da un razzo sfuggito alle difese delle fortezze volanti.
Fanno “BUM!” anche loro.
Ma fanno anche morti e rovine.
Ammazzano qualche topo e distruggono una tana.
O due.
Ma tanto, a che serve?

La Storia del mondo dei topi si scrive applicando un’altra regola della grammatica.
Ricordo ancora, dai tempi di scuola, la differenza fra i nomi comuni, scritti con la minuscola, ed i nomi propri, ai quali si deve premettere l’iniziale maiuscola.
Già, la scuola.
Sarebbe, oggi, una medicina efficace per curare la malattia della nostra solitudine solitaria e angosciosa.
E invece?
A scuola, oggi, s’insegna, ancora, quella regola della Storia Maiuscola e di quella minuscola?
Le scuole in cui si diploma il nostro mondo dei gatti non conosce più la differenza.
Anzi, credo, sinceramente, ormai si pensi seriamente che la storia sia solo quella che si scrive nel libro dei gatti.
E che la Storia, nei libri dei topi, al contrario, venga scritta con i caratteri di indecifrabili calligrafie e strane regola di rozze grammatiche.
Così, anche nei libri, noi gatti, soffriamo una malinconica solitaria solitudine angosciata.

Non credo che l’elezione di Trump riuscirà, nel tempo in cui siamo fermi in attesa, a cambiare le regole della nostra grammatica.
Forse si tratta solo di un altro gatto messo a guardia del nostro fornito granaio fortificato.
Forse, altri grassi gatti da difesa si stanno già leccando stancamente gli unti baffi cadenti, nei nostri granai, al di qua dell’oceano.
Sento ronzare i motori dei droni nelle officine delle nostre città.
E vedo innalzarsi, di giorno in giorno, muri sempre più alti, laggiù, all’orizzonte, che diventa ogni giorno più stretto. Come una cella.
Ci stiamo rinchiudendo in prigioni dorate.
Qualcuno dirà, meglio che nelle sconfinate pianure dove si muore di fame, di sete, di malattie e di guerra.
Così, abbiamo descritto la differenza fra la storia, che stiamo scrivendo di qua.
E la Storia, che stanno scrivendo di là.
La storia di grassi prigionieri sazi, rinchiusi in celle con porte e sbarre dorate.
E la Storia, di chi fugge, negli sterminati spazi del mondo, dalla morte certa e dalla miseria.

Anche i gatti erano animali selvatici, un giorno.
Fuggivano dalla miseria, dalla fame, dalla crudele caccia dei cani.
Scrivevano nobili libri di Storia.
In quei libri erano narrate le eroiche gesta della conquista del mondo.
Un mondo dove la libertà, l’uguaglianza ed il progresso dovevano rendere felici tutte le creature che nascevano eguali da Madre Natura.
Ormai, quei libri son perduti nella memoria del popolo dei sazi gatti guardiani sulle porte delle fortezze-granaio.
Schiavi obbedienti al padrone che gli riempie ogni giorno la pancia.
Solo qualche randagio, forse, perduto tra i fantasmi del mondo, ancora ne ricorda l’esistenza.
Seppure nel dubbio.

Noi, possiamo solo raccontare la Storia

I GIGANTI

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Sierra Pelada – foto by Sebastiao Salgado

 

Veramente, quando abbiamo visto arrivare quelle strane creature, siamo rimasti sorpresi.
Non credevamo ai nostri occhi.
Non avevamo mai visto niente di simile.
Vive, erano vive, quelle “cose”.
Questo non si poteva negare.
Ma, di cosa si trattava, in realtà?

Le prime notizie dell’avvistamento sono volate nell’aria come portate dal vento.
Piccole creature.
Bestiole.
Animali sconosciuti.
A gruppi, a branchi, a sciami, a stormi.
Brulicanti, agitati, tutto un frenetico pullulare.
La grande pianura ai piedi del Sacro Monte ne è piena, invasa.
Sembra un gran mare in fermento.
Come il cielo.
Convulso, delirante, indemoniato.

Il nostro sacro territorio è stato violato.
L’eterno tabù che ci ha resi padroni del mondo è stato infranto.
Questo il sentire dei cuori, la voce sulle bocche, lo sgomento nell’aria.
Per cercare una mutua rassicurazione, si sono formati tanti scrocchi, per le strade.
Per discutere il da farsi.
Mai, prima, la terra dei giganti era stata oggetto di invasione.
Anzi, dai confini più sperduti, mai, in passato, era stata segnalata la presenza di altre forme di vita.
Non c’è mai stato un al di là, oltre i grandi muri di filo spinato che s’innalzano fino al cielo e racchiudono, rassicuranti, il perimetro del nostro paradiso sconfinato.
La nostra terra promessa.
Quei muri erano stati innalzati fino al cielo dagli eroici conquistatori del mondo. Non per difesa, ma per separare.
Non per proteggere, ma per tenere divisi.
Il glorioso regno dei giganti, e l’oscura terra inesplorata dei morti.
Ora, è chiaro, le minuscole creature che sono state avvistate dappertutto, intorno a noi, non possono che venire da quella parte.
Dalle tenebre dei morti.

Il capo delle forze di sicurezza ha subito espresso i suo parere illuminante.
Ha immediatamente convocato la riunione del gabinetto di difesa.
Si tratta di forme di vita sconosciute.
Venute, come, non si sa, non si ha certezza, nè da dove.
E certo, recano grave nocumento alla razza dei giganti.
Solo a noi gli dei hanno assicurato i frutti della sacra terra della luce.
Quelle viscide e striscianti entità non possono che essere figlie delle tenebre.
E sono, è certo, portatrici di gravi pericoli per il nostro popolo.
Sono da eliminare integralmente.
Bisogna agire con urgenza.
Darci da fare imme-dia-ta-mente.
E al più presto!

Gli scienziati del laboratorio spaziale sperimentale avevano pareri assai discordi.
Forse, era un’opinione, i minuscoli invasori erano piovuti giù dal cielo.
Secondo qualcun altro, invece, erano germogliati dalla terra.
Come le mosche, i vermi, i parassiti.
Creature pari loro.
Probabilmente, dicevano quelli che si dicevano più informati, erano nati dalla carne putrefatta di qualche carogna animale in disfacimento nel cuore della foresta inestricabile.
Ma c’era anche chi pensava che fossero emersi dalle profonde oscurità inesplorate del cupo oceano spaziale, là, dal liquido cosmo in cui è immersa la celeste calotta luminosa che gli dei hanno posto, un giorno, come corona sulla testa dei giganti.
Ma di certo , eran d’accordo tutti, si può dire solamente che il loro aspetto è certamente ripugnante. e di sicuro si dovrà disinfestare ogni luogo su cui avranno posato le loro minuscole zampette.

NELLA NEBBIA (2)

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Foto by Pierperrone

Poi, alla fine siamo partiti.
Sarà stata la cupa atmosfera della città svuotata da ogni forma di vita.
Le porte delle case semisocchiuse.
Il vento che sollevava polvere e avanzi di vita e li spingeva come animali randagi per le strade deserte, ormai.
Oppure l’oppressione inconsapevole dell’attesa, che continuava a pesare ogni ora di più.
I silenzi sempre più lunghi che avvelenavano lentamente le ore.
Sarà che anche il desiderio di diventare padroni della città non bastava a riempire il vuoto che s’era aperto come una voragine nei nostri cuori.
Così siamo partiti.

In cinque o sei.
Uno lo abbiamo perso in mezzo al deserto urbano che volevamo lasciare.
L’ultima sera, qualche giorno fa, prima di prendere su le nostre poche cose.
Mentre spadroneggiavamo nelle vie deserte, entravamo nelle case lasciate incustodite, nei negozi senza avventori e senza padroni.
Così.
Improvvisamente.
Uno di noi, il più piccolo, quasi un bambino, ancora.
Aveva preso un telecomando sul bancone di un bar e aveva cercato di cambiare canale alla televisione che era rimasta per giorni accesa attaccata sul muro.
E, così, con un click, come avesse cambiato canale, lo abbiamo visto sparire davanti ai nostri occhi allucinati.

Per un pò lo abbiamo chiamato, cercato, insultato.
Non si fanno scherzi cretini in un momento così.
Gli gridavamo a gran voce.
Più per darci coraggio che con la convinzione reale che potesse riapparire improvvisamente come era sparito.
Per terra era rimasto il telecomando, che aveva fatto un secco rumore quando aveva sbattuto contro le assi di legno del pavimento.
Come una macchina del tempo.
Forse il nostro mancato compagno di viaggio era solo fuggito approfittando di qualche onda spaziotemporale azionata dall’aggeggio elettronico.
Se un’intera nazione poteva essere diventata preda di un’allucinazione collettiva duratura e persistente come quella che ci faceva vedere una scritta stampigliata nella volta del cielo, anche noi, allora, potevamo credere che un essere umano poteva sparire con un semplice click di un telecomando.

Si, abbiamo creduto ad una allucinazione.
Abbiamo preferito credere a quello, piuttosto che continuare a domandarci cosa realmente stesse accadendo.
Non so spiegare bene il sentimento di sgomento e spavento che ci gelava il sangue, ci allucinava gli sguardi, ci stringeva il cuore e ci faceva desiderare di non doverci trova mai più in questa maledetta città.
In questa, si.
Perchè anche se siamo partiti, non siamo certi di essere riusciti davvero a fuggire.
Sono due giorni interi, quasi tre, che ci siamo messi in cammino.
E nel cielo, infernale, quella scritta inchiodata continua a mostrarsi come una maledizione divina.
Non riusciamo a fuggire davvero.

I piccoli gruppi di profughi che raggiungiamo, durante il nostro cammino, più deboli, di anziani, malati, bambini affamati, non ci guardano nemmeno.
Abbiamo provato a interrogarli, a chiedere, ad ordinare loro di darci indicazioni, notizie, informazioni sulla loro destinazione, su una meta, sul luogo della salvezza.
Ma,come statue di sale, mummie, fantasmi, restavano muti, imbambolati, silenziosi.
l più, qualcuno singhiozzava qualcosa di incomprensibile, mostrando col dito rattrappito dalla disperazione la stessa invariabile scritta stampata nel cielo.
Molti piangevano, continuando a camminare, lenti e pesanti.
Strisciavano, quasi.
E’ il peso dei loro cuori di pietra, ha detto uno di noi, quello che aveva studiato in una scuola di teologia, prima di lasciare via tutto.
Ma nessuno può dire davvero se abbia o meno ragione.

Ci siamo chiesti, e credo che ognuno dei profughi che ha lasciato a malicuore la maledetta città si sia fatta la stessa domanda, se era un senso di colpa a spingerci via.
Si, la scritta minacciosa.
O un ordine perentorio, forse, meglio.
Là, nel cielo, alta, immobile, quasi finta, eppure così vera da incutere terrore a tutti.
Ma forse ci spingeva più fortemente un senso di colpa.
Era questa, forse, la pena da scontare per i nostri peccati?
Era il segno d’un dio vendicativo?
O gli esiti di una rivoluzione politica combattuta con le armi di una metafisica della storia?
Nessuno di noi, crediamo fermamente, è la verità, nessuno di noi è veramente innocente.

Tutti, e ognuno, ci portiamo addosso, da qualche parte nascosto, oppure, in certi casi, bene in evidenza, il segno delle nostre colpe, delle nostre ingiustizie, dei nostri peccati.
Tutti, e nessuno escluso, abbiamo potuto vivere, e crescere, e anche ingrassare e accumulare il superfluo oltre ogni possibile necessità di riserva, mentre, lo sapevamo, anche se fingevamo di ignorarlo del tutto, da qualche altra parte della città, in qualche altro vicolo della strada, in qualche altro appartamento del nostro stesso alveare, qualcuno stava morendo di fame, o di dolore, o anche soltanto della più triste solitudine.
Bastava ignorarlo.

E quella verità, allora, diveniva invisibile, svaniva, si smaterializzava, scompariva, diventava inesistente.
Non c’era.
E con la nostra cecità dell’anima abbiamo trasformato in morti viventi tutti quei poveri Cristi che avevano avuto una vita più disgraziata della nostra.
Allora, non è questo un peccato gravissimo, una colpa, da pagare con la pena più adatta?
L’esilio dal mondo.
Lo stesso esilio dal mondo inflitto a quei poveri Cristi.
Ecco cosa qual era il fio da pagare.
Pensavamo in silenzio tra noi.

Ma nessuno osava dire una cosa come questa ad alta voce.
Un sacrilegio.
Non si può commettere questa colpa contro la stessa società e pensare di farla poi franca.
Di non pagarne il prezzo più caro.
L’essere messi al bando da tutti.
La nostra società, tanto più in questa forma di precaria resistenza che si era instaurata in questi giorni di percepito pericolo mortale, era diventata più crudele che mai.
L’isolamento delle creature sole in ci eravamo trasformati in questa disperata fuga dal mondo era la pena più crudele da comminare.
E la più dolorosa da scontare.
Peggiore della pena capitale, che almeno avrebbe posto fine alla sofferenza interiore causata in ognuno da quel male così assurdo che stavamo vivendo.

Per la strada solo piccoli gruppi di fantasmi solitari.
Creature senza più un mondo.
Perchè fuggire così, scacciati, dalle proprie case, senza un vero perchè, senza neanche una minaccia reale, un pericolo fisico all’incolumità personale, vuol proprio dire fuggire dal mondo.
E questa considerazione è tanto più vera quanto più, in preda alla stanchezza crescente, alla disperazione in cui avevamo finito per annegare avanzando sempre più confusamente, si andava in qualche direzione senza neppure sapere qual’essa fosse.
Si fuggiva.
E tanto doveva bastare.
Inseguiti.

Neanche questa domanda poteva trovare risposta.
Dove erano collocati i confini per sfuggire alla minaccia che incombeva da quel cielo feroce?
Dove ci saremmo potuti ritenere la sicuro?
Soltanto nel punto – questo almeno sembrava sicuro – in cui quella maledetta minaccia sarebbe scomparsa, diventata invisibile, dimenticata per sempre.
E, ci accorgevamo andando avanti a tentoni, che non c’era sull’intero pianeta, uno spazio così vasto per accogliere un esercito di fantasmi in fuga dalla propria memoria.
Non bastava lo spazio.
E così non sarebbe bastato neanche il tempo, per compiere una fuga così estrema.

La nebbia, vera o frutto della nostra angosciata immaginazione, ci circondava sempre più fitta, mano a mano che ci allontanavamo dei territori che ci erano noti intorno ai confini della città.
Come se mondi reconditi, inesplorati, ci stessero aspettando con le loro confuse mappe ancora da disegnare, con i contorni da definire, le forme da riempire di contenuto.
Una nebbia dell’anima.
Un’allucinazione, come quella che forse aveva disegnato nel cielo la forma delle nostre stesse paure.
A cui non riusciamo più a sfuggire.
Anche se stiamo fuggendo impauriti.

La nebbia, che solo a tratti, quando si fa più fitta, così densa da nascondere quasi il cielo, lassù, con il suo contenuto di spaventevole angoscia, solo in rari momenti sembra diventarci complice, o amica.
Ma sono solo vaghi fuggevoli attimi.
Poi, inesorabile, la verità torna a pesare su di noi.
E ci sentiamo sempre più stanchi.
E non sappiamo più se andare.
O lasciarci morire.
Se, almeno, una scelta potessimo averla.
Ma, forse, neanche questo è possibile, ormai.
Non c’è niente, intorno a noi.
Ci muoviamo nel niente.
Ciechi, soli, muti.
Disperati.

Incespichiamo, procedendo alla disperata.
Qualche legame invisibile ci mette l’inciampo, a momenti.
Ma non si può cadere, non c’è una terra su cui porre termine all’interminabile precipitare nel vuoto.
Inciampo.
O inganno, forse?
Un nuovo pericolo?
O, solo, inciampiamo nei legami con il nostro vuoto presente senza più alcuna meta da raggiungere?
Ci interroghiamo senza poterci dare risposta.
E mente ci spingiamo sempre più avanti nel territorio del nulla, perdiamo, ad ogni passo, insieme alle forse, ogni speranza di raggiungere una salvezza.
Forse scontiamo così la nostra condanna?

PREPARATIVI (1)

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Foto by Pierperrone

Noi ci stiamo già preparando.
Abbiamo messo su tutte le cose nostre.
Quelle, almeno, che potremo portarci appresso, perchè abbiamo avuto poco tempo per i preparativi.
Non sappiamo neanche dove potremo andare.
Abbiamo letto in cielo la grande scritta.
“ANDATE. SCAPPATE. PORTATE VIA QUEL CHE POTETE. PER VOI NON C’E’ PIU’ POSTO. NE’ PACE”

All’inizio, prima ancora dello spavento, siamo rimasti increduli.
Nel nostro piccolo villaggio non avevamo mai visto qualcosa di simile.
Era incredibile anche il modo con cui quella scritta, già così terribile e minacciosa, potesse restarsene appiccicata lassù, sulla calotta celeste, come fosse stata inchiodata alle soffici nuvole bianche.
Come, e chi, potevano aver pensato ad una cosa così orribile?
Ma poi, dalla radio, sono cominciate ad arrivare le prime notizie.
E poco dopo, ecco anche le prime troupes delle televisioni locali.

In capo a poche ore avevamo potuto accertarci dei fatti.
O, almeno, dell’unico fatto certo di cui era possibile accertarsi.
Nel cielo, nei cieli di tutte le città della nostra nazione, campeggiavano i grossi caratteri rossi di quella orribile scritta.
Come sia potuto accadere un fenomeno come quello e chi ne poteva aver disposto la realizzazione, queste erano cose che non si riuscivano a comprendere.
Neanche con quale materiale si fosse potuta comporre quella scritta, che non veniva via in alcun modo, nonostante tutti i tentativi che l’amministrazione aveva cominciato a compiere fin dal primo momento.
In tutto il Paese, quelle parole troneggiavano in cielo, come la parola di un dio stufo e crudele.

Lo spavento, dopo l’incredulità, fu forte.
Un’incredibile minaccia poneva in pericolo le nostre famiglie, i nostri beni, i nostri patrimoni, le nostre case.
Poche cose, sembravano certe e, tra queste, solo l’invito minaccioso a fuggire via, scappare, rifugiarsi da qualche altra parte.
tralasciando, perfino, di potersi portare via le cose più care, i risparmi, i ricordi.
Andarsene.
Così.
Su due piedi.
Come vigliacchi.
Conigli.

Qualche duro ci aveva provato, all’inizio, a convincere i tanti pronti a raccogliere l’invito.
Pochi, in verità, se la sentivano di respingere quella minaccia con le armi della forza.
Intanto, neanche l’esercito, nè l’aviazione, erano riusciti a trovare un sistema per cancellare, o spostare, quella scritta dal centro del cielo.
E questo fallimento era sembrato, ai più, come il segno della manifestazione di qualcosa di potente, di una forza sconosciuta, una forza aliena, divina, che aveva tracciato il segno di una volontà inoppugnabile lassù nel cielo sopra le nostre case.

Se Dio, il nostro Dio che adoriamo nelle chiese, che mettiamo al centro delle nostre preghiere sugli altari nei templi e nelle nostre case, avesse scelto un modo così inequivocabile per manifestare la sua esistenza e la sua volontà, potete starne certi, non ci sarebbero stati miscredenti a negare la Verità, non più, almeno, dei soliti alcolizzati, degli spergiuri e, ovviamente, dei soliti bastiancontrari che negherebbero qualsiasi evidenza pur di mettersi in mostra facendosi beffe d’ogni evidenza.
Ma Dio scelse altre forme per manifestarsi agli uomini.
O forse a quei tempi, al tempo in cui ci furono i fatti che diedero vita a i sacri vangeli, allora, in quei tempi remoti, forse, io dico forse soltanto, allora, ancora, lo stesso Dio non aveva escogitato un sistema tanto evidente per farsi notare.
E, lo sappiamo, ne continua a pagare le conseguenze ancora oggi.
Ma questo è un altro argomento.

Si qualche bullo, qualche duro, avevano provato ad opporsi, a far ragionare la gente che quella cosa lì non poteva mai essere.
Ma chi poteva mai pretendere da tutto il paese una cosa così?
Il governo pure aveva, all’inizio, provato a fare del suo meglio per respingere un ordine così prepotente.
Più che altro per non vedersi accusato di viltà nei confronti della Nazione.
La Patria, si sa, il sacro suolo, la difesa, il dovere.
Le solite parole che si usano in circostanze così.
tanto, sono sempre i poveri cristi a morire, poi, nel caso una vera guerra dovesse scoppiare.

Questa volta, però, il tentativo era andato subito perso.
Contro quale nemico si poteva mai puntare il dito?
Non le opposizioni politiche.
Anarchici, comunisti, terroristi religiosi o fondamentalisti di qualsiasi fede erano esclusi.
I nemici, in quel minaccioso ordine stampato, inciso, scritto, scolpito nella volta celeste, erano inequivocabilmente inclusi tra i destinatari della… chiamiamola chiara missiva.
Anzi chiarissima.
Certo, si poteva credere, immaginarsi un tentativo, un’ingannevole sotterfugio, un imbroglio…
Ma, man mano che fu confermata la realtà di quell’indelebile segno iscritto lassù, che l’incredulità lasciò il posto alla sorpresa, lo sgomento, la paura, il terrore, il desiderio di obbedire al più presto, scoraggiarono qualsiasi tentativo di opporsi ad una volontà tanto potente.

Il segno di tanta potenza stava nella evidenza con cui quella scritta campeggiava sulla volta celeste.
A volte appariva come uno di quei grandi fazzolettoni appesi dai pubblicitari ai due lati delle strade, sopra pali infitti sui marciapiedi; anche se, in questo caso, i due pali non c’erano, e quella scritta non volteggiava come un grande fazzolettone.
Altre volte sembrava volteggiare come se fosse la scritta sotto la pancia di un immenso dirigibile del colore del cielo.
In altri momenti prendeva le sembianze, o così ci sembrava di credere, di un immenso cartello indicatore, come quelli delle indicazioni stradali.
A momenti, infine, appariva in tutta la sua terribile e crudele semplicità.
Una scritta nel cielo.
Nient’altro.

I caratteri erano quelli che si trovano su una qualunque scritta pubblicitaria.
Bianchi.
Lo sfondo del cielo.
Di forma un poco grassotta.
Ben evidenti.
Nessuna concessione all’estetica o all’arte.
Un deciso e incontrovertibile segno di praticità.
Poca o nessuna manifestazione delle mirabolanti invenzioni degli uomini del marketing o degli advertising.
Anche questo incuteva un terrone sordo.
Come se venisse da un altro mondo, quel segnale di morte.

Si.
Presto la parola morte si unì ai nostri pensieri.
E non avevamo, ormai, altro pensiero, da un paio di giorni a questa parte, da quando si era manifestato quel segno terrificante del cielo.
Gli uomini di fede molto presto avevano perso la loro fede nelle forze divine.
Mentre, per paradosso, i miscredenti, gli agnostici, gli atei, avevano ben presto, misteriosamente, iniziato a manifestare propensioni a credenze metafisiche e spirituali.
Chissà, forse una vita passata a non credere aveva consumato la forza per accettare il caso quale creatore delle avverse fortune.
O forse, una situazione come quella, semplicemente, non poteva essere un segno del caso.
E che fosse una manifestazione al di là di qualunque umana manifestazione, questo almeno era certo.

Così, presto, si cominciarono a formare i primi drappelli di profughi lungo le strade.
Piccoli cortei di due o tre auto, lungo l’autostrada, a tratti, distanziati l’uno dall’altro, per l’interminabile lunghezza che si profilava a perdita d’occhio fino all’infinito orizzonte.
Come le formiche, in certe colonne spezzate.
E sulla costa, le barche, una dopo l’altra, come in un’allegra regata.
Il corteo si addensava ora dopo ora lungo la statale.
Mentre il mare si gonfiava gravido di navigli, man mano che la luce del sole calava, quasi che fuggire di notte fosse meno vile oppure il buio nascondesse ai cuori la paura e lo sgomento.
Negli occhi, solo, sui volti di tutti, una triste consapevolezza.
Forse era stato meritato un castigo come quello.

Anche noi ci stiamo preparando, ormai.
Siamo gli ultimi, credo.
L’ultimo sparuto gruppo.
Non ci conosciamo nemmeno.
Ci siamo ritrovati per caso.
Forse eravamo rimasti ad aspettare che il tempo ci portasse via da sè.
Nessuno di noi ha saputo spiegare davvero un perchè.
Forse volevamo soltanto giocare a testo o croce con questo crudele destino.

Ma adesso anche noi ci stiamo preparando.
Non sappiamo neanche dove potremo andarcene a stare.
Forse, può darsi, decideremo di non partire neanche.
Tanto, a che scopo fuggire?
Non abbiamo niente da perdere.
E se, per caso, quella scritta, così com’è comparsa, dovesse, domani svanire?
Potremmo diventare noi i padroni di tutto.
Tutta la città a nostra disposizione.
Per sempre.
Tutta per noi.

FRANKENSTEIN di P.

Photo by Pierperrone

Raccontare la mia storia.
Voglio raccontare la mia storia.
E’ lo scopo, la ragione della mia vita.
Voglio raccontare la mia storia.
Per capire il mio tempo, forse.
Per spiegare cosa è mai la mia vita.
Per dire anch’io “Ecco.
Vedete. Questa è la mia storia.
Anch’io ho una storia da raccontare”.
E non si tratta di vanità. No.
Io non ho una vita come le altre.
Per spiegare…

Io non sono mai nato.
E non ho neanche un corpo tutto mio.
Che mi appartenga, alla fine dei conti.
Eppure … non sono neppure mai morto.
Sono nato in una provetta di vetro.
Si, più o meno è così.
Sono figlio di un esperimento riuscito.
Poi, anzichè un dolce seno materno,
mi ha nutrito un freddo utero in affitto.
Il latte in polvere mi ha fatto diventare
un putto perfetto. Sono cresciuto con bistecche
di vacche ingrassate con mangimi, antibiotici e ormoni.
E verdure coltivate in serre solari e campi idroponici.
Mi ha dato da vivere una vita intera in affitto.
Si, mi sono veduto per trenta denari
al migliore offerente. Ho avuto mille padroni.
Come una prostituta qualunque.
Ma non ho donato amore neppure a pagare.
E poi, dopo l’incidente,
a causa del quale sono rimasto tecnicamente
in morte apparente, ora mi tiene in vita
sospeso un ansimante polmone d’acciaio.

Ecco.
Che vi dicevo?
Non è interessante, forse, la mia?
Non è una storia speciale?
Non è una storia straordinaria davvero?
Ho davanti a me un futuro infinito.
L’immortalità dentro una macchina elettrica.
La mia mente è integrata con gli elettrodi
impiantati nel mio sistema neuronale.
I miei occhi comandano due telecamere miniaturizzate
che possono spiare in giro,
anche al di là dei confini del mondo.
Con l’aldilà non ho confidenza, ma tanto lo so,
non è connesso alla mia rete virtuale di servizi integrati.
L’anima l’ho persa tra gli algoritmi di sintesi dei miei sentimenti.
Non so cosa possa importare, ma la felicità assoluta,
per me,
è una perfetta formula di acidi si sintesi chimica.
Cosa mi deve importare allora del mondo?
Forse di voi?
Che qualcuno stacchi per sbaglio la spina?

L’ULTIMA NOTIZIA

Dall’orifizio appena aperto, sottile e affilato, cominciarono, come ogni mezz’ora, a scivolar fuori le parole umide, viscide, untuose, scivolose, doppie.
Come al solito, la lucina rossa tremolante della telecamera gli aveva fatto l’occhiolino.
Per un attimo solo.
Poi, i suoi due occhi si erano aperti sul mondo.
Due fori neri, un pò larghi, si spalancarono sullo sfondo nero e freddo del vuoto.
Il freddo nero e vuoto del mondo dietro la telecamera.
Lo stesso mondo in cui viviamo ancora oggi.
Solo che, oggi, quel mondo è molto più triste e doloroso di allora.

Quando aprì la bocca, il mezzobusto era certo che la sua gola avrebbe sequenziato, come sempre, i suoni del testo che aveva davanti, scritti dal direttore del telegiornale.
Era normale.
Non ci avrebbe neppure pensato ad un’altra possibilità.
Un’altra volta non sarebbe stato attento a ciò che accadeva nello studio, ai movimenti intorno a lui, alle luci, ai segni dei tecnici di studio.
Avrebbe, invece, cercato di afferrare qualcosa dentro di sè.
Ma non ci aveva fatto caso, a quello che gli era accaduto.
E così, quando la bocca si aprì, una lenta cascata di parole, grasse e dense come bocconi maldigeriti, cominciò a depositarsi sul piano della scrivania.
Una piccola piramide irregolare gli si era formata davanti quando il cameraman si scosse dallo stupore.
Non diede tempo al malcapitato anchorman di assumere un aspetto contegnoso.
Staccò l’immagine e riversò nell’etere uno spot di puricatoria pubblicità.
Un advert!

Durò poco.
Qualche secondo soltanto.
Come una svista, un brutto sogno, un momento di delirio collettivo.
Il mezzobusto in giacca blu e camicia celeste si riprese, si ripulì l’orlo della ferita che s’era aperta, come sempre, per versare sul mondo le buone nuove del giorno, e si riassettò il nodo della cravatta ben intonata.
Poi si sistemò sullo sgabello.
Assunse la posa più professionale che avesse mai avuto dinanzi alla telecamera.
E fece un cenno al regista.
Mentre tutto tornava normale, l’addetto di studio, in un attimo, ripulì la scrivania dal gorgo di parole che s’era depositato maleodorante.
Prima che la rossa lucina gli facesse di nuovo l’occhiolino, tossicchiò un poco e si schiarì la gola dall’imbarazzo.
Poi, pronto, irrigidì la schiena e si mise ben dritto.

La bocca s’aprì come sempre per pronunciare la grave dichiarazione che gli avevano preparato in redazione.
Era l’annuncio più importante di tutta la sua carriera.
La mappa della Storia stava per essere disegnata di nuovo.
Lui, il suo volto, la sua immagine sarebbero rimbalzati in mille e mille schegge impazzite sui monitor di tutto il mondo.
La sua immagine, il suo volto, lui stesso sarebbero stati scambiati per la Storia in persona che si materializzava sugli sfarfallanti schermi dinanzi a tutti gli uomini del pianeta.
Ma dalla bocca, accanto ad un secco rigagnolo di parole prove di senso, cominciò ad allargarsi una nuvola leggera di colore giallastro.
Sembrava che le parole stesse stessero evaporando al contatto con l’aria elettrizzata che vibrava nello studio.
Lo strano fenomeno continuò anche quando il giornalista cominciò a leggere il secondo periodo di quel messaggio epocale.
Ma questa volta nello studio non accadde più nulla.
Nessun movimento, non uno scatto, neanche una vibrazione.
Improvvisamente erano morti tutti.
Un potente veleno sconosciuto aveva preso i loro cuori.
Erano restati solo dei gelidi rigidi cadaveri.

Dagli schermi, nelle case, nei negozi, nei bar, continuò a lungo ad irradiarsi la nebbia leggera.
Era una nube sottile che si dipanava dagli altoparlanti nascosti dentro gli apparati elettronici, ben celati sotto le mascherine di plastica degli chassì.
Un fenomeno inedito.
Le parole trasformate in onde sonore trasmesse elettricamente nel mondo erano diventate un venefico vapore mortale.
Ma nessuno più, ormai, si preoccupava di quello strano terribile fenomeno.
Tutto il mondo, ormai, s’era assuefatto a quell’orrenda cortina giallastra di verità.
Rassegnato, un mondo di morti continuava la sua vita nel nulla, come se, mai, nulla di simile fosse potuto accadere.
Io, anche, racconto questa storia solo per una strana bizzarria.
Forse perchè sono un disadattato.
Vivo in un sanatorio per malattie mentali.
E forse mi sono inventato tutto.
O forse, tutto è un gioco soltanto.
Un brutto gioco di cui provo orrore io stesso.

Per caso, nell’attimo esatto in cui il giornalista aveva incominciato il suo storico ultimo discorso all’umana nazione, un guasto aveva messo a tacere il mio apparecchio televisivo.
Forse fu questo guasto a provocare la mia malattia incurabile.
La chiamano follia, ma io so che è qualcosa di molto più serio.
E’ grave.
Io vivo fuori dal mondo.
Su di me non fanno presa le notizie che agghiacciano il cuore dei morti.
Non sono congiunto al mare di emozioni in cui annegano ogni momento quei poveri eserciti di anime nere.
Io vivo, freddo, nel mio io isolato.
Non odo il mondo, non ne vedo la fiamma, non ne percepisco il colore.
Non sento il dolore che ha unito tutti nell’abbraccio della notizia fatale.
Ho provato ad urlare.
E’ stato del tutto inutile.
Io sono muto.
Oppure sordo del tutto.
O vivo in un mondo di sordi.

Non credete alla mia storia.
Voi, che siete salvi, in quel mondo di morti, tenetevi saldamente aggrappati alla vostra realtà.
Io metto paura.
Provo a parlare, ma il silenzio mi agghiaccia.
E allora i pensieri cominciano ad aggirarsi nella mia mente come un branco di pesci spauriti.
Una tempesta li agita.
I miei sentimenti sono confusi.
Non posso muovermi nè urlare.
Lentamente, a volte, piano, in modo estenuante, una calma irreale viene a posarsi sopra di me.
Mi confida i suoi segreti, mi grida il suo nome.
Ma io non posso, purtroppo, raccontare a nessuno la mia verità, segreta ed inutile.
Non credetemi, se mai una volta riuscirete, per caso, a leggere queste parole.
Io ero giornalista, una volta.
E davo le notizie al telegiornale.

IL MAESTRO (2)

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

In questi lunghi anni lontano dalla scena, il mondo mi ha dimenticato.
Ma non gli dei.
Non le Muse.
In questi lunghi anni lontano dal palcoscenico, mi hanno dimenticato le menti labili, i cuori falsi.
Ma io sono rimasto vivo.
Fuoco che ha arso il legno nella camino.
Goccia che ha scavato poco a poco la pietra.
Vento che ha consumato la roccia con insistente pazienza.

Oh, io non ho bisogno della fama.
Non vivo per il pubblico, non per le scene, non per i plausi volubili che oggi osannano un dio appena nato, ancora in fasce, e domani lo gettano nella polvere.
No.
Non è questa l’eternità cui tendo!
Non è questa la gloria che procura l’arte vera!.

Stasera.
Fra poche ore.
Minuti.
Frequenze che sgocciolano dal diapason divino.
Interminabili.
Infinite.
Eterne.

L’eternità ha un prezzo che nessun uomo potrà mai pagare.
E’ il prezzo della vita.
Caro, esoso oltre ogni misura.
Non vi è conto bancario, patrimonio, tesoro che possa permettersi con tanta noncuranza di dichiarare “Stasera pago io!”.
Quale boria si nasconderebbe in quella voce.
Quale orrore in quel cuore così spaventato e muto.
L’eternità vuole in cambio la vita, per donarsi, nuda, impudica nella sua sensualità oscena.

Il divano, in camerino, stasera, sembra velluto insanguinato.
Anche il sipario gronda, ancora chiuso sulla folla, un’ombra cupa di tragedia.
I velluti, gli ori sfarzosi, le decorazioni luccicanti, i brillanti, gli anelli, le collane, le sete, i broccati, gli strascichi, tutto ha il brillante colore rubro dell’estrema esibizione.
Dee eternamente giovani, nonostante i secoli di vita trascorsi nell’olimpo di questa città alle estreme propaggini del mondo, se ne stanno assiepate nei palchi del teatro.
Vergini acerbe ninfe sospirano, là, in platea, fra fruscìi e ansimi rappresi.
Eroi destinati ai sacrifici degli eserciti stanno rigidi nei corridoi, tendno le mani e battebndo i tacchi deferenti.

Il mondo intero è in attesa, questa sera, dell’Arte, che saprà donare agli uomini l’assoluto della pazzia.
Io solo, invece, quaggiù, tremo.
Nell’ombra d’una quinta, da un foro nel sipario, il mio sguardo vaga nel fitto buio del tempo mio ch’è sul punto di finire.
Poco tempo, ancora mi rimane.
Ore, forse.
Minuti, certamente.
Scale ascendenti verso il cielo.

Lì, strabiliato, tra poco, per sempre, l’Arte m’avrà tra le sue braccia.
E sul libro della Fama, sarà scritto, eterno, il nome mio.
Io.
L’artista.
Il Maestro.

In questi anni lontano dalle scene ho raggiunto l’Assoluto.
Io, l’uomo, la debole creatura, preda della morte, ho saputo sfuggire alle sue brame.
Io, la fragile creatura, l’uomo che il tempo lentamente ha consumato.
Io, il Tempo ho saputo ammaliare col mio pazzo sogno, con l’arte, con l’idea della follia, lucida, chiara, pianificata col cesello.
E stasera, finalmente, avrà luogo la Rappresentazione.
lo Spettacolo.
La Prima in assoluto.
L’Unica.
L’Ultima.

Compiuta nell’assoluta Perfezione della Creazione dell’Artista, del’Interprete, del Maestro che non si può ripetere mai più.
Ho progettato la mia impresa dettaglio per dettaglio.
Mille infinite difficoltà ho dovuto prevedere.
E dove la scienza del maestro non poteva prevedibilmente arrivare, è dovuta giungere l’immaginazione del creatore.
Fin qui, volevo giungere, dove mai, altro uomo, prima del sottoscritto, seppe, mai, prima, giungere altrimenti.
Qui, dove si compie la gloria del progetto più perfetto.
L’Opera completa.
La Creazione.

Stasera, nell’infinita solitudine del palco, in quello stretto cono di luce bianca che percorra il buio della sala, dinanzi alla perfezione del mio strumento, quella macchina assoluta che io ho immaginato, progettato e realizzato, e col solo ausilio della mia tecnica, resa inca per questa serata che resterà unica nella storia non solo dell’arte, ma nella storia dell’uomo, si potrebbe dire, ecco, stasera io sarò finalmente il Maestro.
Per questa serata ho superato la limitatezza di ogni uomo.
Ogni aspirazione creativa non è nient’altro che un estro più affinato del solito.

Una melodia nuova?
Un capriccio dell’artista che reinventa uno stile o dipinge un’epoca?
Una trovata scenica che mostra un infimo degli infiniti innumerevoli trucchi della tecnica di un attore?
Cos’altro?
Come li chiamereste questi componimenti, si, ottimi, indubitabilmente ben riusciti, capolavori dell’arte?
Si, e perché no?
Ma cosa hanno a che vedere queste misere invenzioni con la suprema creazione di un vero maestro?

Vedo che ancora non capite.
Leggo nei vostri occhi sguardi interrogativi, dubbiosi, in alcuni casi il sarcasmo ed il compartimento che si devono assicurare alla folle rappresentazione della pazzia.
Ah, ma come vi sbagliate.
Quanta ignoranza leggo invece io nei vostri miseri occhi vuoti, in quelle cavità buie dove mai prima giunse l’illuminazione del Pensiero!
Quanta poca immaginazione avete, voi, pubblico inconsapevole.
Ma fra poco, si, saprete.
E finalmente aprirete gli occhi!

Ecco, a minuti, ormai, mi lancerà in quel vortice.
Salire sul palco, questa volta, non sarà come nessun’ altra.
Come nessun’ altra mai, prima.
Mai, prima, nella storia.
Queste stesse parole, questo stesso pensiero, quante volte saranno state formulate e pronunciate, prima di adesso?
E quante volte tanta misera presunzione sarà stata fatta passare per gloria, e fama, e fortuna artistica?
E invece questa volta, per la prima volta, la verità di quelle poche sillabe troverà realizzazione nell’esecuzione di un’opera d’arte totale, assoluta, completa.

Mi sono preparato per anni a questo momento.
Ho dovuto lavorare come nessun altro mai, prima di adesso.
Ho dovuto elevare la conoscenza delle tecniche compositive al di là della storia della musica.
E quella della tecnica costruttiva degli strumenti musicali oltre la sapienza umana.
E quella di ogni dettaglio che farà parte di questo spettacolo irripetibile ha dovuto essere integrata con una sapienza universale e totale.

Tutto ciò che sarà compiuto su questo palco, stasera, sarà del tutto nuovo, ma anche tutto ciò che farà parte di questa serata che sarà la nuova Creazione, così saranno i titoli domani sulla stampa ed in ogni notiziario.
Tutto è stato creato appositamente per questa sera, tutto, ogni singolo minuscolo dettaglio.
Anche il tempo che si consumerà, sarà stato appositamente studiato e creato.
Il mondo non ha mai conosciuto un momento così per mano di un uomo.
Scriverò la storia, questa sera.

Una sera indimenticabile di storia, studiata e realizzata appositamente per voi.
Perché sia unica, irripetibile, indescrivibile.
E per farlo ho creato apposta per voi ogni dettaglio, ogni tecnica, ogni strumento, ogni conoscenza.
Tutto doveva essere messo al mondo apposta per questa meravigliosa serata.
Tutto.
Per la prima volta.
E tutto lo è stato.
Anche la mia stessa vita.
L’ho rimessa al mondo apposta per voi, questa sera.
Non chiedetemi come ho fatto.
Non ve lo rivelerò mai.
Vi dico solo che ho dovuto combattere con le forze più oscure dell’universo, le più profonde, le più remote, le più potenti.
Ed il trionfo, stasera, avrà il sapore speciale della conoscenza assoluta Dell’Arte.
Per questo, apposta per questa, mi chiamo il Maestro.

IL MAESTRO (1)

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Non so se riuscirò a raccontare la mia pazzia fino in fondo.
La pazzia, alle volte è un lucido programma, un progetto pianificato fin nei minimi dettagli, è una folle idea che s’intromette fra la mente e la vita e ne condiziona ogni sviluppo, ne compromette ogni possibilità di reagire e rifiutarsi di obbedire, di salvarsi.
La pazzia è quella cosa che vuoi fare ad ogni costo, alla quale non puoi opporsi, non ti puoi rifiutare, ti lega, ti obbliga e alla fine ti condanna.
Ma nella pazzia vi è una lucidità, alle volte, che è all’estremo della ragione, al limite, al confine, fra il possibile e l’impossibile, e non è detto che, ogni volta, ciò che inizialmente appare impossibile, e quindi potrebbe essere considerato folle, o frutto di pazzia, poi, in realtà, non si dimostri, invece, solo un sogno che si è potuto realizzare, un’impresa, o meglio, un’avventura che si è voluta vivere d ogni costo.
E quando il successo arride ad un’impresa difficile, ardua, estrema, alla folle lucidità di un sognatore, o, più ancora, all’ispirazione assoluta di un artista, allora, anche la pazzia, o il suo intervento nella realtà quotidiana diventa somma e sublime realizzazione dell’animo umano.

Ebbene io sono un artista, no, io sono l’artista.
Anzi, no, io sono l’Artista.
Io sono colui che ha nell’anima il bisogno assoluto di realizzare la somma aspirazione di ogni artista.
No, devo riuscire a spiegarmi, in questo modo non è chiaro in che modo io sono l,artista assoluto, il sommo, il più grande, colui che vuole realizzare l’ideale dell’arte nella misura a cui nessun altro è riuscito, prima d’ora, nemmeno di tentare.
Io sono un musicista.
Un autore, come si dice in volgari parole.
Ed ho anche un discreto successo, si, sulle scene, sui palcoscenici di tutto il mondo.
Le mie serate fanno il pieno nei migliori teatri del mondo.
Praticamente ogni sera è un successo, un successo dietro l’altro.
Il mio nome è sui cartelloni, sulla stampa, nelle riviste specializzate ed anche in molto dotti saggi e volumi.
Non sono più giovane, purtroppo.
Ma è solo con l’andare avanti degli anni che ho compreso la mia aspirazione, il mio sogno, il mio bisogno di assoluto, il mio desiderio di realizzare ciò che nessun altro, prima di me, ha saputo neanche concepire, immaginare, sognare…
Il mio desiderio di toccare la vetta dell’arte è smodato, senza limite, oltre ogni passione, al di là di ogni umana capacità di resistere.
È il possesso dell’animo umano, del mio animo, da parte di un demone, una belva crudele, che mi asseta, mi sottomette, mi domina, mi possiede, ed al quale io non posso ribellarsi.
E nemmeno lo vorrei!
Ribellarsi!?
E perché?
E a che cosa?
Al sogno di realizzare l’arte nella più assoluta pienezza?
Al folle progetto di compiere l’opera più alta che l’ingegno e l’estro di un uomo abbiano mai progettato?
Alla possessione demoniaca che ordina di donare all’uomo il capolavoro più alto di tutti?
Alla pazza idea di realizzare l’impensato, di immaginare l’immaginato, di osare l’inosato?
Se è follia, pazzia, tutto questo, ebbene, si, io, allora sono pazzo.
Ben potete, allora, domani, dare in pasto alla stampa, all’opinione pubblica che io, l’artista, il pianista noto e affermato, il maestro, il vero maestro, il Maestro che è stato finora osannato dalle folle fino al delirio, ebbene si, egli, ora, delira a sua volta!
Si, se è questa la pazzia, allora, viva la pazzia, sia lode ad essa, si canti, si brindi, si levino calici ed osanna alla Pazzia!

Non so se riuscirò a raccontare la mia pazzia fino in fondo.
Ogni artista ha, nel cuore, il fuoco della passione.
È un fuoco alla massima potenza.
Un essere umano non potrebbe resistere alle temperature che ardono nel cuore di un artista vero!
Un uomo qualunque fuggirebbe spaventato, dinanzi ad un incendio di tal genere.
E, di notte, quando quelle fiamme bruciano più violente ed alte che mai, finirebbe, una normale creatura di Dio, per desiderare di porre fine ad una tortura tanto dolorosa, e presto, fra lancinanti strazi, deciderebbe di porre fine a tale forma di inferno.
Ma per un artista quel fuoco è vita!
Per un artista quell’inferno è la chiesa nella quale si celebra ilarità della Creazione!
E creare, per un artista è gesto divino, è l’innalzarsi al cielo e contendere il trono a quell’altro Creatore che non seppe, comunque, porre, poniamo, in musica il Creato.
Ma un artista, ogni artista, cosa fa?
Quale miracolo mai compie?
Non è forse sono la vanità della presunzione a fargli aspirare ad un Seggio così alto?
Se si tratta di trarre da un elemento, poniamo, la pietra, la figura che vi vive dentro imprigionata, quale miracolo mai sarebbe quello compiuto dall’artista di così limitato mezzi?
No, io aspiro ad altro, a qualcosa di più alto, alla vera opera della creazione artistica, la più completa e assoluta.
Io ho già assaporato la vana gloria della composizione, della creazione, dell’ordinamento degli elementi che danno luogo alle vibrazioni ordinate della melodia ed a quelle selvagge del ritmo.
Io già conosco il successo.
Conosco la sua vacuità.
Il vuoto della fama.
L’animo mio, l’animo dell’artista assoluto, dell’Artista, del Maestro, non si accontenta di una così misera messe.
Le masse osannanti?
Le sale in delirio?
Applausi e bis, e nuovi applausi e nuovi bis?
È questo che dovrebbe saziare la sete e la fame di Assoluto che mi divora e mi possiede?
Oh, com’è ingenua l’idea che mettere sul pentagramma una nuova composizione, fosse pure la più ardita e perfetta, possa soddisfare la mia brama!
Non l’avrei mai chiamata al mio fianco, la dea Pazzia.
Non avrei mai parlato di demoni e possessione e deliri notturni!

FUGA, MISTERO

Photo by Pierperrone
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Da questa porta, da questa porta!
Su, svelti, svelti.
Da qui, da qui, si passa.
Per questa parte, mi raccomando.
In fretta, non fate rumore, in fretta!

Chi sei? Dimmi, chi sei?
Nel buio non vedo niente, ti prego, dimmi chi sei!
Corro da tanto, non ho più forze, sono disfatta.
Ti prego, aiutami!
Dimmi chi sei?

Dai, non fermarti, di qua, passa di qua!
Vedi, dai, salta su, su salta, dai, ce la fai!
Hai visto?
Ecco, eccoti da quest’altra parte.
Forse sei salva, ora.

Sono spaventata, chi sei?
Come mai mi conosci, perchè mi hai aiutata?
Come sai che stavo fuggendo?
E qui, dimmi, dove siamo?
Chi sei, tu, dimmi, chi sei?

Non avere paura.
Ora sei al sicuro.
Non tremare, stai tranquilla.
Su, dai, adesso puoi calmarti.
Siediti, respira.

Si, ho bisogno di respirare.
Non ce la faccio più.
Sono giorni che fuggo.
Mesi, anzi anni.
Una vita, m’inseguivano, e non sapevo più dove andare.

Ma adesso sei al sicuro.
Vedi?
Guardati intorno.
Non vedi che qui sei al sicuro.
Il pericolo è passato, finito. Tutto finito.

Si, finito, ora sembra tutto finito.
Tutto finito.
Ma tu chi sei?
Come ti chiami?
Come mai mi conosci e perchè mi hai fatto fuggire?
Qui dove siamo?

Quante donande! Quante domande!
Dai, ora, alzati, e guardati intorno.
Non vedi?
Hai oltrepassato quella porta.
Ti sembra impossibile, ma ora sei qui!

Qui?
E dove?
Cosa vuol dire “qui”?
Vedo la porta, laggiù, come una bocca, tonda, aperta.
Io… sono solo il boccone.
Ma ora, dove mi trovo?
E tu, chi sei?

Non capisci e fai tante domande.
Credi che le domande possano rassicurarti, non è vero?
Ti aggrappi a quegli interrogativi come a dei salvagente, per non affondare.
Ma, in realtà hai paura di annegare.
Ma, dimmi, hai mai imparato a nuotare, tu, laggiù?
O hai passato il tuo tempo solo a farti inseguire?

Ma… si, forse è vero.
Forse hai proprio ragione.
Qui dove mi trovo non dovrei chiederlo a te.
Anche perchè – dove sei? – io non ti vedo.
Sento solo una voce, e credo che ci sia qualcuno a prlarmi.
Forse mi sono salvata da sola.

Salvezza?
E cosa vuoi dire?
Da chi, o da cosa, ti saresti salvata?
Perchè?
Ti sentivi in pericolo?
Sembri una bambina spaurita.
E ingenua.

E’ un mondo pieno di luce, questo.
Sono contenta.
Sembra un grande mare, soffice, mi sento leggera.
Dove sei, adesso? Perchè non ti mostri?
Fatti vedere, voce.
Vorrei ringraziarti!

Come correvi, sembravi impazzita!
Non avevi più fiato in gola, il cuore ti batteva come un tamburo.
E gli occhi! Sapessi che espressione avevano, vuoti, impauriti, il più puro terrore…
Eri sul punto di restare asfissiata.
Un altro pò e annegavi nella vita tua stessa, oscura, buia.
Vuota.

Si.
Ma anche qui, niente riesco a vedere.
Un mare bianco infinito, spalancato su quella stretta bocca che si sforza inutilmente di chiudersi.
Il mondo di sopra, questo mondo di sopra, bianco e soffice, inutile, vuoto.
No, scusa, voce, è che mi sento stanca, sono smarrita.
Non riesco a capire e ho ancora paura.

Non devi temere.
Io ho vegliato su di te, sempre, di giorno e di notte, fin dal primo momento.
Di notte ero al tuo fianco in quel mondo oscuro.
Di là, là, nel tuo oscuro mondo dal quale, spaventata, fuggivi.
E di giorno, ora, siamo di qua, qua, da quest’altra parte, insieme, di qua.
Ti accompagno da sempre.
Non puoi, non potrai mai sfuggirmi!

Chi sei?
Mostrati, dunque!
Io ti sfuggivo, allora, col terrore negli occhi!
Eri il mio mortale nemico, il pericolo estremo!
Fuggivo e con l’inganno mi ha presa, m’hai catturata!
E ora cosa vuoi fare di me?
Mostro, lasciami andare!
Non provi dunque nessuna pietà?

Ma… ma no, cos’hai capito?
Per quale ragione mi tratti così?
Io sono il tuo angelo, la tua ombra, il tuo pensiero, la tua voce…
Il destino, l’inizio e fine, la fuga e l’approdo.
Io sono la tua immagine che, nuda riflettevi nello specchio della fonte e non vedevi, persa nel buio.
Sono la tua luce, candida stella, sono il desiderio, il tuo fuoco, il tuo canto d’amore.
La paura, quella no, quella fuggiva dinanzia a te, terrorizzata…

Mostrati, allora!
Non negarti.
Come posso crederti se non mi resta nient’altro che questo, le tue vuote parole?
Dimmi il tuo nome, ignota creatura che a cui non so dare nè volto nè nome?
Come potrò mai credere a quel che mi dici se continui a negarti?
Negarti, non vuol dire negare quelle stesse amorevoli cure che dici d’avermi riservato da sempre?

Non crederesti ai tuoi occhi.
Mi negheresti.
Li negheresti.
E malediresti per sempre te stessa.
E me, me stessa, mi chiameresti col maledetto nome di creatura.
Mentre invece sono libero vento, aria, volo d’uccello in ogni direzione del cielo.
Perchè vuoi uccidermi, allora?

Eri tu, allora, a fuggire, disperata, la mia incombente presenza?
Eri tu a fuggire?
Io, allora, ero forse il carnefice?
E tu, eri forse la vittima?
Eri tu, forse ad essere inseguita?
Ero io la colpa, e tu, l’innocenza inquieta?
Tu!
E io?

(Lento, nel mistero, il cielo tramonta.
L’azzurro si colora rosso di luce sanguigna
Poi, nell’ombra, nero, l’intero universo scolora.
Infine, si rinserra, la bocca.
Oramai non v’è più tempo, purtroppo.
S’attarda, domattina, la prossima alba…)

LA FUGA (MISTERO)

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Da questa porta, da questa porta!
Su, svelta, svelta.
Da qui, da qui, si passa.
Per questa parte, mi raccomando.
In fretta, non fare rumore, in fretta!

Chi sei? Dimmi, chi sei?
Nel buio non vedo niente.
Ti prego, dimmi chi sei!
Corro da tanto, non ho più forze, sono disfatta.
Ti prego, aiutami!
Dimmi chi sei?

Dai, non fermarti, di qua, passa di qua!
Vedi, dai, salta su, su salta, dai, ce la fai!
Hai visto?
Ecco, eccoti da quest’altra parte.
Forse sei salva, ora.

Sono spaventata, chi sei?
Come mai mi conosci?
Perchè mi hai aiutata?
Come sai che sto fuggendo?
E qui, dimmi, dove mi trovo?
E tu, chi sei, tu?
Dimmi, chi sei?

Non avere paura.
Ora sei al sicuro.
Non tremare.
Stai tranquilla.
Su, dai, calmati.
Adesso puoi calmarti.
Respira.
Siediti.
stai sicura.

Si.
Ho bisogno di respirare.
Mi sento asfissiare.
Non resisto.
Non ce la faccio più.
Sono giorni che fuggo.
Mesi.
Anzi anni.
Una vita.
M’inseguivano.
M’inseguono.
Scappo.
Non so più dove andare.

Ma adesso sei qui.
Sei al sicuro.
Non vedi?
Guardati intorno.
Vedi?
Qui sei al sicuro.
Il pericolo è passato.
Finito.
Tutto finito!

Si, proprio finito.
Ora sembra proprio tutto finito.
Tutto!
Ma tu dimmi chi sei?
Come ti chiami?
Come mai mi conosci?
Perchè mi hai aiutato a fuggire?
E qui dove siamo?

Quante domande!
Oh, quante domande!
Dai, ora, alzati!
E guardati intorno.
Non vedi?
Hai oltrepassato la porta!
Sei al sicuro, qui, non ti piace?

Qui?
E dove mi trovo?
Che posto è mai questo?
Cosa vuol dire “sei qui”?
Vedo la porta, laggiù.
E’ come una bocca.
Tonda, spalancata, aperta, affamata.
Io… sono solo un boccone.
Ma, dimmi, ora dove mi trovo?
E tu, tu, dimmi chi sei!

Non capisci niente e ti poni tante domande!
Credi davvero che le domande ti possano salvare?
O cerchi solo una rassicurazione?
Pensi di salvarti, non è vero?
Ti aggrappi a quegli interrogativi come a dei salvagente.
Hai pura di affondare, annegare, morire…
Ma, in realtà hai soltanto paura.
Ma, dimmi, hai mai imparato a nuotare, tu, laggiù?
O hai passato il tuo tempo solo a farti inseguire?

Ma…
Non lo so.
O, si, forse si, è vero.
Forse tu hai proprio ragione.
Qui, dove mi trovo non dovrei chiederlo a te!
Anche perchè – dove sei? – io non ti vedo!
Sento solo una voce… e allora credo tu sia veramente qualcuno che sta qui a parlarmi…
Di cosa poi?
Forse io mi sono salvata da sola.

Salvarti?
E da cosa?
E cosa vuoi dire?
Da chi ti saresti salvata?
Da cosa?
Perchè?
Eri in pericolo?
Sembri solo una bambina spaurita.
Un’ingenua creatura.

E’ un mondo pieno di luce, quassù.
Sono contenta.
Sembra un mare.
Un grande mare.
Un immenso, soffice, mare!
Come mi sento leggera!
Dove sei, adesso?
Fatti vedere.
Perchè non ti mostri?
Fatti vedere, voce!
Voglio ringraziarti soltanto!

Come correvi!
Sembravi proprio impazzita!
Non avevi più fiato in gola…
Il tuo cuore batteva come un tamburo.
E gli occhi!
Sapessi, i tuoi occhi…
Che espressione orribile avevano!
Vuoti, come dei morti occhi impauriti.
Eri morta, oramai.
Senza fiato, strangolata dal tuo stesso terrore.
Annegata.
Nella vita tua stessa, inutile, oscura.
Vuota.

Si.
Vuota.
Ma anche qui, è vuoto.
Il niente.
Niente riesco a vedere.
Un mare bianco infinito.
Una bocca vorace.
Spalancata.
Che si sforza inutilmente di chiudersi.
E’ questo, il mondo di sopra.
Questo mondo di sopra.
Bianco, soffice, inutile, vuoto.
No, scusa, voce, è che sono distrutta, morta, persa, smarrita.
Non riesco a capire.
Provo solo, ancora, tanta paura.

Non devi tremare.
Io veglio su di te.
Sempre.
Di giorno e di notte.
Fin dal primo momento.
Di notte, sono qui, sempre al tuo fianco.
Nel mondo buio, laggiù.
Di là.
Là, nel tuo oscuro mondo nel quale, solo, spaventata, potevi fuggire.
E anche di giorno.
Ora, adesso, sono qui.
Siamo qua.
Siamo di qua.
Da quest’altra parte.
Insieme.
Di qua.
Ti accompagno da sempre e per sempre.
Non è possibile, non hai scampo, non potrai mai sfuggirmi!

Chi sei?
Mostrati, allora!
Da te fuggivo, allora, col terrore negli occhi e il gelo nel cuore!
Eri tu il mio mortale nemico.
Il mio pericolo estremo!
Fuggivo!
Ma tu con l’inganno m’ha presa.
Tua, m’hai catturata, oramai.
E ora cosa farai mai di me?
Mai sarò tua!
Mostro, lasciami andare!
Non provi per me nessuna pietà?

Ma… ma no, cos’hai capito?
Per quale ragione mi tratti così?
Io sono … la tua ombra.
Sono il tuo angelo buono.
Il il tuo pensiero.
La tua voce interiore …
Sono il destino.
L’inizio e fine.
La fuga e l’approdo.
Io sono la tua immagine.
La tua nudità, l’intimo riflesso dello specchio che non vedevi, perduta nel buio.
Sono la tua luce, candida stella.
Sono il desiderio, il tuo fuoco, il tuo canto d’amore.
La paura, quella no, quella fuggiva da te, piena di pazzo terrore…

Mostrati, allora!
Non ti negare.
Come posso crederti se non posso vederti?
Non mi resta nient’altro che questo vuoto?
Le tue vuote parole?
Dimmi il tuo nome, ignota creatura.
Non hai nè volto nè nome?
Come posso mai credere a ciò che mi dici?
Continui a negarti?

Non mi crederesti, non crederesti più a niente.
Neanche ai tuoi occhi.
Mi negheresti.
Negheresti il tuo sguardo.
E malediresti per sempre te stessa.
E anche me, proprio me stessa.
Mi chiameresti con un maledetto, vano, nome di creatura terrena.
E invece io sono libero vento, l’aria, il volo d’uccello che spazia in ogni direzione del cielo.
Perchè vuoi uccidermi, allora?

Eri tu?=
Tu, allora, eri tu che fuggivi?
Fuggivi, disperata, dalla mia impaurita, fatale presenza?
Eri tu a fuggire?
Ed io?
Ero io, allora, ero io, forse, il maledetto carnefice?
E tu, eri forse tu la predestinata vittima che veniva inseguita?
Eri tu, forse?
Su, dimmi!
Ero io, forse, la colpa… e tu, forse, l’innocenza perduta?
Tu!
E io?

(Lento, il mistero nel cielo tramonta.
L’azzurro si colora rosso di luce sanguigna.
Poi, nell’ombra, nero, l’intero universo scolora.
Infine, si rinserra, la bocca.
Oramai non v’è più tempo, purtroppo.
S’attarda, domattina, la prossima alba…)

SPRING

Photo by Pierperrone Photopost cliccare sulla foto, oppure qui
Photo by Pierperrone  –  Photopost: cliccare sulla foto, oppure qui

Passeggiare in questi dolci giorni primaverili arricchisce l’anima, oltre che corroborare un pò il fisico provato dalle troppe ore di poltrona in ufficio.
E dato che ormai siamo dotati di fotocamere telefoniche sempre più perfezionate, possiamo catturare schegge di primavera e portarcele a casa come pepite, o gemme, rapite al ventre della montagna o, meglio, all’azzurra volta del cristallo celeste.
Schegge di gemme colorate, pepite preziose più di gioielli d’oreficeria.
La natura compie il suo miracolo, in questi giorni, mostrando ad ognuno che ogni cosa si trasforma, muta, scorre e niente resta imperituro o eterno, immobile e fisso.
Gli occhi, nel mirino della fotocamera, godono dello spettacolo di un mondo che abita nel fondo della retina, anzi più giù, o più in fondo, là, in quell’ombra che chiamiamo anima, pronta a brillare del riflesso della luce e della vita.
E, come una fonte miracolosa, sa restituire allo sguardo molto più di ciò che la semplice luce ha potuto illuminare.
Un fiore, per esempio, diventa colore, intenso come sangue, o come umore o essenza pregiata, e diventa, andando più a fondo, anche profumo, come se quell’essenza si facesse sensuale creatura, fiore che si fa carne, morbida, tiepida, nuda, generosa, desiderosa di dare e ricevere piacere come la Ninfa di Primavera.
Non si può sfuggire al richiamo di un fiore in primavera.
Amante al cui fascino non si può che cedere.
Così, una foto, la primavera stessa, diventano un pò una festa della natura, una festa di Afrodite… e si può anche comprendere, anzi, sperimentare ogni volta, e vivere su se stessi, e con se stessi, sulla propria pelle, sul proprio corpo, nel proprio essere più intimo e profondo, quanta è la forza, il richiamo, dei sensi…
E la natura compie, si, ad ogni primavera, il suo miracolo eccelso, che possiamo fare entrare in una foto, se vogliamo, o nel cuore, se si preferisce.
Ed io lo preferisco.
E sento, e comprendo, che il miracolo di ogni vita, per quanto precario sia, è spiegabile solo se partecipa del miracolo della primavera, che altro, poi, non è, se non uno dei mille nomi della dea Afrodite, o Lilith, o Venus, o Isis…


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ΔΙΑΛΟΓΟΣ ΜΕ ΤΟΝ ΘΕΟ

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Caro Dio,
adesso basta.
Sono stanco davvero!

E di cosa, se posso chiederti, figlio mio.

Non chiamarmi figlio tuo, perchè io non lo sono.

No.
In effetti hai ragione.
Mi sono… mi hanno abituato così…
Voi avete messo in giro quest’antica usanza, a dire la verità…

No, non io.
Io no.
Io riconosco appena mio padre, che oggi non c’è già più.
E non arrivo a conoscere mio nonno, che se n’è andato prima di incontrarmi…
Ma questo è un altro discorso.

Si.
Comunque, dimmi, mi hai chiamato.
Eccomi.
Hai detto che sei stanco, e allora di cosa sei stanco?

Ecco, mio Dio.
Facciamo presto.
Dico basta.
Basta davvero!

E a cosa dici basta davvero, se posso saperlo?

Dio, falla finita!
Tu dici che sai tutto, no?

No, figlio mio, questo sei tu che lo dici!

Oh, insomma!
Ma è davvero difficile parlare con te!

…(Segue un indefinito silenzio.
Rabbia?
Altro da fare?
In effetti, si sente armeggiare, come se dall’altra parte del… filo fossero in atto ferventi attività, quasi un trambusto…
O forse soltanto un bonario silenzioso rimbrotto…)

E allora, io dico, basta.
Sia basta!

E basta di cosa?

Basta, basta con i tuoi seguaci che hanno sempre ragione.
Basta con gli altari che voluto fare innalzare per sfamare la tua insaziabile brama di carni sacrificali.
E basta anche con la tua Verità assoluta.
Basta, basta con la Verità.
Basta con la Rivelazione.
Basta con la Parola.
Basta con l’Ortodossia.
E basta, basta, basta anche con ogni testo sacro scritto o dettato da te!
Basta, hai capito?
Hai visto quanto male hai saputo creare così?

Beh, perchè lo dici proprio a me?

… (guardo sgomento verso il cielo azzurro e profondo.
Forse non riesce a capire.
O forse io non ho capito bene cosa mi ha detto.
In effetti, quella voce lontana mi è giunta abbastanza confusa))…
Senti, ho capito bene, non dovrei dirlo a Te?
E a chi mai, allora, dovrei dire il mio basta!?

Sono forse stato io, Io, il tuo Dio, a… voler avere sempre ragione?
Sono forse stato Io a scrivere il cielo la mia eterna Parola?
Io, forse ho mai impresso nella pietra dura a imperitura memoria la mia Verità?
Forse fui Io, una volta, Io stesso, a mettere un eterno sigillo alle immutabili leggi del creato?

… (con sgomento crescente il mio sguardo sprofonda ancora più in fondo all’azzurro del cielo)..

Forse hai trovato impressa su qualche montagna, su una dura parete rocciosa, qualcosa che assomiglia alla mia inconfondibile Effigie?
O forse hai visto da qualche parte ritratto il mio Volto?
La mia Immagine stampata su qualche Libro promosso da me? Su qualche… come li chiamate, voi, adesso … volantino di pubblicità?
Non siete stati voi, piuttosto, a darmi le forme d’un crudele Tiranno?
Forse siete stati voi, a volermi vedere come una belva assetata di sangue fumante.
Voi, con le vostre paure infantili, la vostra grassa ignoranza, la vostra arrogante bramosia di conquistare il creato?
Io non ho scritto mai niente!

…(Un tuono sopraggiunge da lontane distanze celesti.
Come l’eco di un pugno da qualche parte, forte, sbattuto.
Un tremendo fremito m’afferra dai piedi.
Si propaga a tutto il mio corpo essere come una corrente fremente.
Agitandomi tutto, un terremoto mi scuote, feroce.
Presto, però, la Voce riprende, più calma, il suo Verbo)…
In effetti, Io non so neanche scrivere, sai, figlio mio?

T’ho già detto di non chiamarmi così.

Non è importante per Me.
Poi, contrariamente a quello che andate dicendo da sempre di Me, Io non ho mai divulgato una Legge.
Non ho seminato Saggezze.
Non ho nemmeno creato Paradisi terrestri o celesti, Inferi, Erebi, o altro che sia, Ade o paludosa Stige nebbiosa.
E soprattutto, mettitelo in testa per bene, non ho mai istituito alcun Tribunale speciale!
Per Me sarebbero preoccupazioni inutili e vane.
E invece siete stati voi a inventare quelle diavolerie infernali.
Voi, voi, e vostre manìe d’inventarvi i culti, le fedi, i riti e gli altari.
Io non ho nessuna religione da proporre… o imporre, come sembrerebbe possibile a molti di voi!

Rimango sorpreso a sentirti dire queste cose, mio Dio.
E…
E tutto il resto?
Il roseto ardente, le tavole della Legge, il Libro, le testimonianze, le meditazioni, le adorazioni…?
E le trasfigurazioni, le crocefissioni, le resurrezioni, le apparizioni… e i miracoli?
Eh, e cosa mi dici dei miracoli?

… (Uno sguardo sgomento scende in forma d’ombra dal cielo.
S’annerisce di colpo l’intero cristallo azzurro del cielo sospeso sull’immensa distesa terrestre.
Si poggia, gravoso, sulla mia debole spalla che, sotto l’immane peso, come legno vecchio s’incurva.
Ma non cedo, anche se esito incerto)…

Eh?
Come dici?
Che parola è mai questa?

Cosa?

Come cosa?
I mi… i micaroli…
Come li hai chiamati?
Cosa mai sono, quei micaroli di cui vai cianciando?

Io?
Io ho chiamato a testimonianza del mio dire sincero, i miracoli.
I miracoli Tuoi!
Il Tuo intervento diretto sulle cose di qui, della terra.
Il Tuo volubile agire sulle leggi inflessibili della natura!
Quelle leggi che Tu stesso avevi creato?
Oppure osi negare anche questo?

Io?

(… Il mio sguardo si fa torvo, severo, come un silenzioso rimprovero).
Tu, si.
Perchè?
Osi negarlo?
I miracoli!
Vuoi forse negare il Tuo intervento sui nostri destini già scritti?

Ecco…
Questa è un’altra parola che Io non conosco, in effetti.

Cosa?
Quale parola?
Vorresti confondermi con queste Tue tattiche ingenue!
Negare addirittura l’evidenza!

No, aspetta.
Sai bene che Io non posso mentire!

Si, è vero… in effetti…

Dimmi, allora, com’è che li hai chiamati?
I de… de.tini?
No, non conosco questa parola.
Non l’ho certo creata da Me, per quanto mi chiamino Dio del creato!

Sei infantile, alle volte, mio Dio.
Non negare l’evidenza, su…!
Destino.
Il destino.
Il fato dell’uomo.
La predestinazione che hai scritto per ognuno sul libro…
La trama, il romanzo, la sceneggiatura, il testo… che hai stabilito per ciascuno di noi…
La vita, l’intero intreccio della vita tracciata a capitoli sul Tuo libro nascosto.
Inesorabile, immodificabile, eterno segreto tremendo!
Non sai quanto dolore, spesso, si nasconde in quelle pagine orribili!
Quante pagine di sangue ci sono in quel Tuo terribile tomo!

Ma Io non ho mai scritto nemmeno una riga!
Ma di quale libro mi vai cianciando!
Ognuno di voi ha la responsabilità di dire e di fare quello che vuole!
Questo Io stabilìi un giorno lontano.
Poi, alla fine, quando finisce il conto giorni, ognuno deve pagare il fio delle sue scelte.

E delle sue colpe!

Si, ma non è con Me che dovete regolare i vostri conti laggiù!
Io non m’interesso di queste piccole inutili cose.
E’ con voi stessi, laggiù, infimi esseri inani, che dovete regolare il fio di colpe e peccati.
Siete voi stessi il metro dell’innocenza e della giustizia.
E non avete mai avuto il coraggio di ammetterlo neanche a voi stessi!

Come?
Che dici?
Perchè menti, Giuda di Dio?
Vuoi nasconderti a me, misero uomo, forse, Dio onnipotente del cielo e della terra?
Forse mi temi?

Ma no, mia inutile creatura minuscola.
E cosa mai avrei Io da temere?
Da te?
Non hai mai saputo offrirMi altro che puzzolenti sacrifici di sangue!
Mica Mi nutro di questi orrendi pasti da fiera!
Nascondermi?!
No.
E poi, lo sai, non è necessario.
Ed inoltre, Io non posso mentire.

… (Resto dubbioso.
Alzo lo sguardo interrogativo verso il cielo di fuoco rovente.
Mi faccio guardingo, però.
Sono indignato, è vero, contro la Sua Verità caduta dal cielo.
Ma sono incerto.
Parecchio.
Mi gratto la testa.
E se, in effetti, avesse ragione?
In fondo, certo, il mio Dio non può mica mentire, questo mi sembra un principio assoluto!
… Comunque, prudentemente, me ne resto in silenzio. E’ meglio.
Il mio sguardo vaga, non più indifferente, ma perso, fintamente distratto) …

E allora?

(La Sua domanda rimbomba, in fondo al mio cuore.
Tuona.
Mi scuote.
E tremo, ancora.
Non mi aspettavo di reagire in questo modo, così…)

Non mi aspettavo, mio Dio, che reagissi così!

E cosa pensavi?
Sono millenni che mi accusate di ogni più atroce misfatto, o miseri umani.
Sono stufo, stufo davvero, Io.
Non tu, debole boccone di carne.

…(Il peso della sua verità mi schiaccia, come mille volte la volta del cielo).
La tua Verità non ammette replica umana.
Pesa sulla mia schiena come l’intero universo.
E’ questo che m’angoscia, mio Dio.
E mi schiaccia, quaggiù!

Non essere sciocco, ingenua creatura di qualche pianeta sperduto.
Io non ho Verità da metter sulle tue misere spalle.
Ognuna di voi, miliardesima parte del mondo creato, ha la sua verità.
Ma io ve l’ho messa nel grembo, non sulle spalle!
A che possiate bene vederla.
E mostrarla.
Orgogliosamente bella, ma umile e casta.
Una possibilità, solo una possibilità.

…(Guardo, interrogando muto il cielo, il movimento delle sfere celesti, il ritmo delle stagioni, le fasi del tempo, le età che fuggon veloci) …

Poter moltiplicare il più meraviglioso dei miracoli, l’unico, il solo che Io abbia creato!
Io, il gran Dio dei Cieli.
L’eccezione alla morte.
Al gran Nulla.
La Creazione.
Il Miracolo.
Ecco la Vita cos’è.
Tu, uomo, cosa sei!

… (Sulla superficie piatta del mondo s’estende ormai solo l’ombra del sole che muore.
Resta sospesa l’oscurità.
Nella notte s’è persa ogni forma.
Restano i dubbi soltanto.
Anche la mia ombra s’è confusa col buio.
Si nasconde, forse.
Chi è?
Da chi si nasconde?
Anche io, ormai, mi sono perduto nel nulla.
L’ombra notturna, lieve e leggera, intanto, per ogni dove s’espande.
Forse sta inseguendo un raggio di luna che corre lontano.
Resta il silenzio, il silenzio che risuona di mille storie lontane.
Vasto, e oscuro, si estende, murmurea marea.
Per ogni dove, sulle plaghe, stanotte, soffia tiepido il vento.
Carezza la notte.
Io tendo l’orecchio.
Per fortuna, il silenzio vigila attento!)…

RIFLESSIONI ALLO SPECCHIO

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Ecco cos’è.
Lo smarrimento.
E’ quello che può vedere anche adesso.
Un velo sottile sul volto.
Una sottile nebbiolina sul cuore.
Ecco cos’è.
Un vago senso di vuoto.
Una sospensione del senso…

Si, certo, capisco, immagino.
Posso vederlo, intuirlo, più che altro.
E’ quella ruga piccola, là, all’angolo della bocca, meno di un sorriso, poco più di una sfumatura.
Si, lo smarrimento.
Ma cos’è?

E’ l’impressione di sorpresa di fronte all’esser vivi… o alla paura di non esserlo abbastanza.
Sa – si, forse posso permettermi la confidenza – alle volte ci si sente così, smarriti, inadeguati.
Sarà capitato anche a lei, qualche volta.
Ne sono certo.

Mah, non saprei, non sono sicuro.
Ci si sente inadeguati, si, alcune volte.
E’ vero.
Comunque questo capita quando si ha di fronte qualcosa di imponente, un’impresa più grande di noi stessi.
Ma, invece, smarriti… è un’altra cosa.
Capita sono in casi rari, difficili.
Solo allora, in quei casi così, in casi come quelli…

Mah, forse lei non vuole aprirsi con me.
E ha ragione sa?
Non dobbiamo mostrarci deboli, indifesi.
Dobbiamo essere riservati, comprendere i pericoli, prudenti, con noi stessi, mai compiacenti con gli altri.
E poi, non si sa mai con chi si ha a che fare, specialmente in una discussione, con qualcuno che non si conosce bene!
O addirittura uno sconosciuto!

No, no, non dica così.
Noi, è vero, in effetti, ci frequentiamo da tanto, lo so.
Ma è vero anche, ha ragione lei, che non c’è mai stata tanta confidenza, fra noi.
Sa, anche se a me lei sembra tanto familiare, siamo davvero tanto diversi…
E’ vero, lo ammetto, non mi costa nulla farlo.
Alle volte ci si sente inadeguati, impotenti.
E smarriti.

Si, alle volte prende così.
All’improvviso.
Mentre si sta andando avanti, sicuri, lungo una via diritta, nella vita di tutti i giorni, mentre si procede con attenzione, intenti a non incespicare, e a non perdere la giusta direzione…
Poi, ecco, è un istante!
Ti assale un dubbio!
No, meno, qualcosa di più profondo e al tempo stesso qualcosa che si sente meno intensamente.
Un’incertezza.
Uno smarrimento.

Si, è vero, ha ragione, succede proprio così.
E, anzi, direi, è al più un’esitazione.
Si, chiamiamola col nome giusto.
Non un’incertezza, ma più un’esitazione.
Uno scanso.
Una leggera mancanza del pensiero.
Una sensazione di vuoto dello spirito, un sussulto dell’essere, un presentimento…

No, non mi parli di presentimento, la prego!
Siamo seri.
Se ammettiamo l’idea del presentimento, dovremmo ammettere anche, poi, il destino.
E dopo qualcuno, qualcosa, una volontà superiore, che sta lì e si mette a decidere al posto nostro.
E si permette di avvertire, di avvisare.
Qualcuno che non vorrebbe permettere alla realtà di sfugga il controllo, non vorrebbe consentire al pericolo di entrare a far parte del presente…
E allora consente all’ignoto di far presagire l’avvicinarsi della catastrofe.
E allora cominciano le immaginazioni, gli avvertimenti, i presagi, i presentimenti…
No, tutto questo è impossibile.
Parlare di presentimenti è davvero troppo.
Si smarrisce la ragione.

Ecco, e si arriva allo smarrimento!
Si, si, ha ragione.
Ha proprio ragione lei.
Mi sono lasciato prendere la mano.
Anzi, la parola.
Mi è sfuggita di mano la situazione.
Ecco.
Si, è vero.
È esatto, come è esatto quello che dice lei, è quello dico sempre anch’io.
Mai, mai lasciare spazio al presentimento, che poi si finisce con l’esitare, col lasciarsi prendere dall’accidia del dubbio, dal malessere dell’incertezza, diciamolo pure, dal cancro dell’indecisione.
Il mancamento comincia di lì.
Lo smarrimento.

Si.
Bisogna essere decisi, sempre.
Già, basta poco, al giorno d’oggi.
Ormai si vive più da morti che da vivi.
Ormai.
Fra mille paure, e mille timori.
Per lo più, è vero, si tratta di sensazioni irrazionali, prive di ogni fondamento.
Fantasie frutto dell’immaginazione, appunto.
Diciamolo pure.
Se l’immaginazione non fosse poi quasi un peccato!
Ma veniale, però, si, non grave.
C’è di peggio, anche.
Peccati più gravi che l’immaginazione!

Eh, ha ragione, ha ragione.
Ha proprio ragione!
Dico anch’io le stesse cose.
Sembra davvero di sentire le mie stesse parole.
Abbiamo molto in comune, noi due, io e lei, lo sa?
Si vede che la pensiamo alla stessa maniera.
Siamo molto simili.
Uguali, quasi, direi, se non temessi di prendere, a mia volta, troppa confidenza nei suoi confronti.
E allora mi scuso, sa.
mi scusi se mi comporto così.
Non mi capita mica spesso!
Dev’essere lei!

Si, si, anche le scuse, adesso!
Ma stia al suo posto.
E comunque, se pure abbiamo qualcosa in comune, non esageri, adesso.
E non mi stia tanto addosso.
Non si avvicini così tanto.
E cosa mai abbiamo di tanto in comune, lei ed io?
Mi dica?!

No, no, mi scuso.
Dicevo così, tanto per dire.
Ecco, lo vede?
È proprio questo.
Il senso di smarrimento.
Quel lieve mancare del passo che le dicevo.
Quel bisogno di appoggiarsi a qualcosa.
Ecco, lo vede?
E che cosa, adesso, io ho trovato?
Ma lei, lei, no?
E mi ci sono aggrappato!

Si.
E adesso, magari, mi chiederà anche scusa.
Mi si attaccherà addosso come un cappotto!
Ma mi faccia il piacere!
Stia più attento, piuttosto.
Mi faccia il riguardo.
E, mi raccomando, faccia attenzione.
Molta più attenzione.
Così non finirà per sentirsi tanto smarrito.
Che tanto è già molto difficile vivere, al giorno di oggi, che siamo tutti spaesati.

Ecco.
Ecco!
Lo vede?
Vede, lo dice anche lei.
Siamo tutti spaesati.
Smarriti.
Sperduti.
Oggi non ci troviamo più.
Non ci riconosciamo più neanche dinanzi allo specchio.
Potremmo parlare con la nostra stessa immagine riflessa in quel vetro senza riuscire a capirci.
E neanche a vederci, riconoscerci… salutarci, magari.

Ma stia fermo!
Stia fermo, la prego!
Non si muova così tanto!
Dannazione!
Non agiti in continuazione la mano!
Non vede che non riesco a seguirla?
Mi trovo continuamente in ritardo.
Non la riconosco più, perbacco.
Non mi riconosco io stesso, perdio, dentro a questa prigione di cristallo argentato.
Ecco, ecco cos’è, lo smarrimento.
Ora lo vede?

Mi dispiace, di dispiace!
Adesso cercherò di fare attenzione.
Ecco, la prego, ora mi calmo.
E si calmi ance lei, la prego.
Non si agiti poi tanto.
Ora, lo vede, ecco, adesso faccio più piano.
Ecco, ora alzò la mano…
Saluto.
Lo vede?
Riesce a seguirmi?

Si, si.
Stia calmo.
Non si agiti tanto.
Ecco, ecco, adesso va meglio.
Piano.
Piano, ora alzo anche io la mano.
Lei, a sinistra, io, a destra, di qua.
Lo vede?
E’ perfetto così.
Ecco, siamo simmetrici.
E proprio perfetto così.

Si, grazie, grazie.
Adesso va meglio.
Ecco.
Torniamo a quello che stavamo dicendo…
È quel senso di leggero smarrimento…
Quella leggera esitazione.
Come se… allo specchio…
Ci disobbedisse la nostra stessa immagine riflessa…

ERA IL 1976

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Accadde trentanove anni fa.
Trentanove anni fa, era nel 1976, io avevo 17 anni.
Sergio ne aveva 25; ma non ha mai compiuto i 26.
Patrizia, invece, nel 1976 aveva appena 18 anni.
Anche lei, ha finito presto il suo viaggio, non è arrivata a 19 anni.
Lorenzo, invece, il figlio involontario di Sergio, nel 1976 aveva 4 anni.
E Lorenza, la madre di Patrizia, ne aveva compiuti 43, la stessa età che compie Lorenzo quest’anno.
Lei, Lorenza aveva 25 anni quando restò incinta, mentre Ludovico, il padre di Patrizia, ne aveva 26, quando conobbe, come in un cantico della Bibbia, la giovane Lorenza.
Non si erano sposati, convivevano, e sarebbe durato poco, ancora, anche dopo la tragedia che li colpì.
E li divise.
Per sempre, purtroppo.
Ma questo l’ho capito dopo.
Io, per quanto mi riguarda, nel 1976 ne avevo 17, di anni, e già cercavo di capire il mondo.
O almeno ci provavo.
Ci credevo.
Volevo capirlo, quel mondo che mi sfuggiva eppure mi pareva marcio.
E cambiarlo.
Ed avevo ragione.
Ma anche questo l’ho capito davvero soltanto in parte, dopo, crescendo.
Allora, in quei giorni, nel 1976, a 17 anni, credevo di poter assediare il mondo e di riuscire, un giorno, ad espugnarlo, farlo mio, conquistarlo.
E invece era lui che, giorno dopo giorno, accerchiava me e si prendeva la mia vita circondandomi da tutte le parti.
Anche per Sergio e Patrizia era stato lo stesso.
Volevano conquistare il mondo.
Ma non per farsene una collana.
Volevano renderlo più giusto, più dritto, più bello.
Ma lui, il mondo, invece, non si è fatto prendere da loro.
Anzi, è lui che ha preso loro.
Quando si macchiarono del sangue d’un uomo, il mondo, infuriato, spalancò le sue fauci voraci.
Con gli artigli affilati ed i denti acuminati, affamato, li sbranò.
E alla fine, non non ci furono prigionieri.

Io, tutto questo non l’ho capito a 17 anni, quando mi hanno raccontato la storia di Sergio e Patrizia.
Ma l’ho capito dopo, poco a poco.
Ero uno studente.
Liceale.
Una classe indietro a quella di Patrizia.
Crescevo.
Come loro.
Studente.
Studenti, Sergio e Patrizia.
Le lezioni, la storia, la filosofia.
Le stesse lezioni, la stessa storia, la stessa filosofia.
E la politica, che conquistava le strade e alzava barricate.
Urlava i suoi slogan a squarciagola.
Nei nostri cuori, il sangue si faceva caldo.
Nel mondo che ci accerchiava, invece, si faceva ribollente.
Nei nostri cuori regnava il sentimento della giustizia.
Nel mondo che ci assediava non c’era posto per la giustizia.
Io pensavo fosse facile farsi capire dal mondo, ma invece il mondo era sordo.
Pensavo di capire il mondo e di farmi capire da lui.
Ma forse non c’era niente da capire, come diceva una canzone di quegli anni.
C’erano le assemblee, i collettivi, le cellule, i partiti.
I discorsi, gli argomenti, le piattaforme da votare.
Costruivamo una Babele di parole e qualcuno ci metteva pure la sua rabbia.
Le parole, si sa, sono pesanti come pietre.
Ma per Sergio e Patrizia avevano la forza della polvere da sparo.
Gli argomenti erano affilati come lame.
I progetti, vaghi come sogni.
La rivoluzione, un gioco da bambini.
Questo, eravamo in quella scuola.
Liceali con il libretto rosso nelle tasche.
O nero, poi, il libro ed il moschetto.
Tanto, oggi, che differenza fa?
Attorno a noi, il mondo non stava fermo a veder passare i nostri giorni.
Progettava per noi il domani, il futuro, il destino per ognuno.
A me toccò di esser nato un anno troppo tardi.
Non seguìi Patrizia e Sergio nel tragico gioco della morte.
Rimasi a maturare un anno ancora.
Per loro non ci furono neanche ancora i giorni.

Di quei giorni conservo una fotografia sfuocata.
La conservo tra le vecchie pagine d’un diario di quell’anno.
Lo tengo chiuso in un cassetto buio.
Ormai ha trentanove anni anche lui.
Eravamo in tanti, quel giorno, l’intera scolaresca, appresso a uno striscione, sotto una bandiera.
Eravamo bellissimi, con i lunghi capelli folti.
Eravamo eroi greci, con il vento sulle ali.
Eravamo tutti liberi, per volare.
Ma, come Icaro avevamo solo cera nelle ali.
Il futuro, chiedevamo a voce alta.
E quello, per noi, si preparava.
Uno di noi, neanche mi ricordo più chi era, portava una vecchia Polaroid.
Uno scatto secco.
Un colpo solo.
Come quello che ha preso in fronte Patrizia che guardava il cielo fuori alla finestra.
Ed ecco qua il primo piano.
Tre ragazzi belli come il sole.
Poi, più dietro, mille altri, come il fiume in piena della vita.
Sorridevamo, mentre urlavamo per le strade i nostri canti.
Io l’ho conservata per dispetto.
Quella foto, adesso, s’è fatta scura, s’è messa a lutto.
Due di noi son fuggiti via da quel teatro in movimento.
Son restate, al posto loro, due vuote nere sagome d’invisibili fantasmi.
Ma, ne sono certo, domani, quando verranno, Lorenzo e Lorenza, sapranno riconoscere il sorriso che stan cercando.

PERCHE’ ?

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Faccio spesso questo sogno.
Di notte sono indifesa, e non posso difendermi.
Sono sola, nuda nel buio, senza l’anima a coprire, pudìca, il mio dolore.
Nel buio, sono i fantasmi, gli incubi, sono lì, in agguato.
E mi piombano addosso, mi entrano nel sonno, mi imprigionano e mi torturano.
Come avvoltoi beccano le mie ferite che non sanno rimarginarsi.
In questo sogno ricorrente ed impietoso, rivedo ossessivamente quella scena, sempre la stessa, ogni volta uguale.
Immobile, resto, mi si spezza ogni volta il respiro, e gelo.
Son morta, anche se sono ancora viva.
E allora rivedo la stessa casa, la stesa finestra, sempre la stessa scena.
Non ci sono mai voluta entrare, là dentro, quando mi hanno chiesto di andare.
Ma la riconosco lo stesso, la sento, come una sensitiva, percepisco la perversa telepatia mi conduce là, dove il mio cuore ha vietato al mio corpo di entrare.
E rivedo, quella cucina, trasformata in obitorio.
Io non l’ho mai vista, prima, ma la vedo come fossi stata lì da sempre.
E il tavolo, quel tavolo spoglio, diventato un mattatoio, un tavolo mortuario.
La finestra, aperta, il cielo rosso che sanguinava.
E sento il passo leggero della morte, felpato, addestrato a cogliere le prede di sorpresa con la mira precisa di un cecchino delle forze speciali.
Rivedo mille volte, ogni notte, i due corpi, innocenti, ora che sono morti, uccisi senza potersi difendere, i corpi di due giovani in fiore, fiori recisi troppo presto, sempre troppo presto viene tolto il fiore dalle mani di sua madre.

Un maresciallo mi chiamò.
Era di sera.
Ricordo tutti i dettagli, non si consumano mai, a toccarli con la memoria.
Qualcosa li rende indistruttibili, fissi, eterni.
Ricordo dov’ero, cosa stavo facendo, come ero vestita.
Ricordo anche il profumo che c’era nell’aria, e il fiato che mi mancò, e come mi mancò, e come spalancai la bocca per cercare un fiotto d’aria, che invece s’era dissipata, eclissata chissà dove, forse era fuggita, impaurita, spaventata, vergognosa, presaga della tragedia che mi rincorreva sul filo.
E il cuore, sentìi, e, ricordo, il cuore che si aprì, e sanguinò, si svuotò fino all’ultima goccia, e restò freddo, gelato, morto.
Rivedo, nel mio sogno, il maresciallo, nel suo ufficio pieno di fumo, nella sera che calava.
Mi pensò, raccolse le parole che potevano fare più male, e cercò il numero di telefono.
E quel maledetto elenco telefonico, alto come un mattone, che non si disfece, bastardo spione, e mi vendette al maresciallo, non si nascose, invece di confessare a quello sbirro il nascondiglio del mio cuore nudo di madre.
Con poche parole scelte con cura, il tutore dell’ordine, il killer di Stato, mi ammazzò, senza avermi neppure mai guardata negli occhi.
Squillò il telefono per dirmi che potevo morire, ero in ritardo, ormai mia figlia era stata ammazzata.
Mi chiamò dalla caserma delle forze dell’ordine.
Il maresciallo.
Accadde mille anni fa.
Per dirmi, con quelle poche scarne parole, che mia figlia ormai non era più una terrorista.
E che io avevo fallito il mio compito di madre.
Poi, evidentemente soddisfatto d’aver svolto con esattezza precisa il suo compito assassino, riattaccò.
Senza neanche aspettare un mio cenno di risposta.
Che non sarebbe venuto, questo lui doveva saperlo: una morta non parla, neanche se resta attaccata all’altro capo del filo.
Neanche dieci minuti, dieci disperati e lunghi minuti, infiniti com’è il tempo che l’angoscia accresce all’infinito, e sentìi di lontano un pianto disperato.
Non era il mio pianto di donna, non più madre visto che, come più tardi purtroppo ho capito, mi avevano strappato la figlia.
Ma una lancinante sirena.
E gomme, pneumatici irosi che stridevano, mordendo l’asfalto coi freni.
Portiere sbattute come la mia anima presa a calci.
Accenti meridionali, e scarponi per le scale, e passi pesanti che si bloccarono davanti alla porta.
“Drrriiiinnnn”.
Raggelai.
Restai in silenzio.
Paralizzata.
Impazzivo e il mondo impazziva con me.
“Drrriiiinnnn.
Drrriiiinnnn”.
Il campanello era il demonio in persona.
Mi trapanava le orecchie.
Ma non riuscìi a muovermi.
A calci sfondarono anche la porta.
E poi, urli, ordini scomposti, maledizioni e mille male parole.

Trentanove anni fa.
Accadde tutto trentanove anni fa.
Io oggi ne ho ottantadue, di anni.
E allora, trentanove anni fa, ne avevo quarantatrè.
E a quell’età, io sono morta.
A quarantatrè anni, anche se ora ne ho ottantadue.
Accadde di sera.
Alle sette e trentacinque.
Mi ricordo.
Con precisione.
Avevo la sveglia sulla credenza.
La vedo, l’avevo proprio lì, davanti agli occhi, e guardai, guardai, guardai, fissandola muta.
Ma non abbi la forza di chiuderli, quegli occhi maledetti.
Disobbedienti, fissavano il tempo.
E si fermò, il mio cuore, si fermò proprio in quell’attimo.
Quando misi a fuoco che avevo perduto mia figlia per sempre.
Era finito il mio tempo di madre.
E non ha mai più ripreso a battere quel tempo, il mio povero cuore schiantato.
Il mio tempo di madre finì alle sette e trentacinque di una sera d’estate.
Da allora sono rimasta vedova, vedova come può restare vedova, a lutto, una madre che ha perso la sua unica figlia.
Aveva da poco passato i diciott’anni.
Era andata votare per la prima volta, proprio quella mattina.
Mio marito se ne andò subito dopo.
E’ fuggito.
Ha trovato riparo fra le braccia della morte.
Neanche un saluto.
Un telegramma.
Non una morte improvvisa, ma certamente consolatoria.
Io non ricordo neppure i suoi occhi, di che colore s’erano fatti prima di lasciarmi per sempre da sola.
La viltà di quell’uomo non ammette perdono.
Lo maledico ancora oggi, mio marito, vigliacco, è scappato, m’ha lasciato da sola nella cella gelata della vita.
Mi hanno dato l’ergastolo, quella sera.
Un ergastolo di tipo speciale.
Il maresciallo me lo comunicò quando mi portarono in caserma.
Mi informò che, da qualche parte, un tribunale speciale, che io neanche conoscevo, un giudice, autorità che mai m’aveva mandato un avviso di comparizione, m’aveva inflitto la condanna e mi aveva letto la sentenza.
Poco importava che io non fossi stata lesta ad ascoltare (m’ero persa, al telefono, dopo l’annuncio improvviso che mi aveva strappato mia figlia).
Generosamente, il maresciallo mi disse, m’era stato concesso di scontare la mia condanna su questa terra.
La pena di morte.
La sto scontando giorno per giorno, da allora.
Ogni ora.
Ogni minuto che m’è concesso di vivere.
Ho passato questi anni a cercare i perchè.
Madre di una terrorista.
Perchè?
Madre di una ragazza ammazzata.
Perchè?
Uccisa.
Perchè?
Giustiziata da una giustizia che non conosce giustizia.
Perchè?
Dovevano giustiziare anche me.
Perchè non l’hanno fatto?
Ho cercato tutti gli amici di mia figlia.
Ed ho chiesto loro: “Perchè”?
Ho implorato la loro comprensione.
Perchè?
Ho mendicato pietà, attenzione per il mio cuore spezzato.
Perchè?
Perchè mia figlia s’era trasformata in una terrorista assassina?
Io conoscevo solo la sua anima di dolce bimba innocente.
E me la sono venuti a rubare così!
Perchè?
Quale verità può esserci nel mondo per un destino così?

Anche io ho cercato una verità, signora, strisciando, lungo questi trentanove anni dannati.
Io oggi ne compio quarantatrè.
Ero una creatura di quattro anni, quando rapirono mio padre e il sole sparì dalla mia vita.
Io non me li ricordo neppure, i bei lineamenti di quel sole che morì dietro un orizzonte rosso di sangue.
O forse dovrei dire… quasi.
Anch’io vedo i fantasmi, ma sono come allucinazioni.
I miei sogni, incubi, sono come visioni.
Avevo quattro anni quando la nonna, la madre di mio padre, venne, piangendo, a riempirmi di baci.
Signora, io sono il figlio del ragazzo caduto quella sera, ucciso insieme a sua figlia.
Quell’uomo, mio padre, mi torna difficile dirlo, io non l’ho conosciuto, quasi, se non per pochi giocosi momenti.
So che mi mise al mondo involontariamente, così, quasi per gioco.
Con una compagna di corso, così mi disse mia nonna una volta.
Poi lei se ne andò in cerca di qualcosa che non sono mai riuscito a capire.
E quell’uomo mi portò da sua madre.
Mia nonna, che mi fece da madre, e io fui, per mio padre, un fratellino più piccolo.
Ma a casa c’era poco.
E mia madre, scusi signora, mia nonna, era di poche parole.
Lavoro poco pagato, miseria, e la malattia.
In quella casa di paese regnava la miseria e, per un caso o per l’altro, io ci restai solo il tempo di essere messo in un istituto.
E lì sono cresciuto.
Chiedendomi, a mia volta perchè.
Perchè il mio destino era stato quello di esser solo e infelice?
Perchè non avevo un padre, come quelli di fuori, che si curava di me?
Perchè, ogni tanto, mia nonna, quando passava a trovarmi, mi accennava a storie di vita crudeli?
Perchè non mi diceva la verità?
Intanto io crescevo.
Il tempo passava, lento o veloce non saprei dirle, signora, io non conoscevo la verità.
Io la cercavo.
E questo mi metteva impazienza.
E, impazientemente, il tempo, a volte correva, a volte, si fermava di scatto e non voleva saperne di riprendere a correre.
Passavo le notti a guardare il cielo nero che s’allargava fuori dalla finestra.
E sognavo un mare infinito di navi volare lassù.
E un capitano, un eroe, un padre che mi chiamava…
Lorenzo!
Lorenzooo!!
Poi mi svegliavo, o mi addormentavo, non saprei dirle, davvero, signora.
Quando feci diciott’anni mi misero fuori.
Trentanove anni fa.
Quando lei, signora, aveva quarantatrè anni fa.
Gli stessi anni che ho io oggi, signora.
Allora, finiti gli obblighi di cura statali, avevo un mestiere, e molta impazienza di andare.
Cercai a casa di mia nonna.
Era morta senza farmi sapere.
Cercai in tutti i modi, non starò qui a raccontarle i dettagli, signora, ma forse lei può immaginare, credo di si.
Pezzo per pezzo, misi insieme i pezzi, faticosamente.
Alcune tessere del mio mosaico.
Molte me ne mancavano, all’inizio.
E le ho cercate.
Molte le ho trovate.
Qualche racconto, qualche parente.
Qualche parola.
Più che altro il bisogno che dentro di me si faceva sentire.
Poi, ebbi una vocazione, la chiamata, un mestiere antico, ancestrale.
Mi feci ladro.
Si, presi presto a rubare.
Allo spaccio, dopo, ci sono arrivato perchè avevo bisogno di soldi.
Anche la Madama, la conobbi presto.
E loro non hanno avuto segreti.
Così, da loro ho saputo.
Sono figlio d’un terrorista.
Me l’hanno detto a brutto muso, mentre mi mettevano i ferri.
I, non pensavo d’essere certo un brav’uomo.
Il mio codice d’onore è sempre stato in equilibrio sulla lama d’un coltello.
O meglio, sulla punta d’una pallottola di piombo.
Quando me l’hanno urlato sulla bocca, dentro di me s’è fatto il vuoto, come a lei, nonna.
Posso chiamarla, nonna, per favore, signora?
E da quel vuoto continua a colare sangue, piano.
Io non mi ricordo mio padre.
Me l’hanno mostrato in una foto, l’ultima, morto, una foto col buco in fronte.
Ben ripulito, sa lavorare il medico della scientifica.
Aveva le indagini di rito da compiere.
Poi mi hanno mostrato quella in cui stava riverso col capo sul tavolo.
Sembrava che dormisse.
Forse sognava.
Chissà, forse mi sta sognando ancora oggi.
Ed ho trovato altre foto.
Segnaletiche, per lo più.
Ed altre, senza valore.
Ma nessuna che mostrasse mio padre com’era davvero.
Io voglio sapere chi era mio padre quando era felice.
Signora, io sono venuto a chiederle una foto di lui.
Mi aiuta a cercarla?

Si, Lorenzo.
Puoi chiamarmi nonna.
Ma posso farti una domanda, Lorenzo?
Perchè?
Perchè, Lorenzo, sei venuto a cercarla da me?

LE ELEZIONI

Diregno di George GROSZ
Diregno di George GROSZ

“Siamo tutti qui, aspettiamo i risultati e ci annoiamo.”
La sigaretta in bocca, Sergio sta sulla sedia, si dondola.
La barba scomposta, rossiccia, il volto magro ma non troppo.
E’ di altezza media, camicia a quadri, jeans stretti, stivali sporchi, larghi.
Una birra sul tavolo, pensa, Sergio, immagina, forse, sogna.
Studente non più liceale, universitario fuori corso.
La maledetta lotta di classe tra le labbra, più che altro un modo di dire, per uno studente che campa, in città, con i soldi che, dal paese, gli mandano da casa.
Lavorare?
Dopo la laurea, se mai verrà.
Una ragazza lui ce l’ha, Patrizia, mora, riccia, molto attenta ai cibi, gonne larghe, lunghe fino al polpaccio, un largo maglione, un cappello andino di lana.
E la rivoluzione tra i capelli, un altro mondo, una società migliore, una bandiera, una corriera, buone maniere.
Figlia di un colonnello della gendarmeria, disordinata, un poco sciatta, ma brava a scuola, tutti otto all’ultimo anno di liceo.
La maturità è dietro l’angolo, quando l’estate si farà più calda.
Conoscono l’amore, la droga, la libertà di volare.
Liberi, su un tappeto di parole sono andati a votare, stamattina.
Nel box stretto del seggio hanno sgualcito le schede, le hanno ripiegate più volte, a fatica, per nascondere la croce tracciata sul segno, a malincuore.
Nessuna preferenza, un simbolo eterno da portare in alto, un altro mondo da costruire.
La fatica immensa di lasciarsi dietro un presente di provincia.
Un’età da maturare tra scontenti e insoddisfazioni.
Che poi, cosa sia quello che non va, uno studente davvero non lo sa.
Lo immagina, più che altro, lo sente addosso come una catena, una costrizione, un morso che a tratti lacera l’anima.
Sensibile, l’anima dei giovani è sensibile come i petali di certi fiori, che basta che li sfiori per ferirli a morte.
E ferite profonde sono le lunghe onde della nausea che annegano le generazioni di paese.
Catene, costrizioni. morsi.
Dolore vero non si può chiamare, quanto rabbia sommersa, repressa, inespressa.

Insoddisfatta, Patrizia, si gira verso la radio, allunga un poco il collo, come per ascoltare meglio le parole gracchianti.
“I risultati li danno domani. Abbiamo tempo ad aspettare!”
Con il braccio allungato, la mano arriva alla maniglia del frigorifero.
Lo apre, facendogli ballare una danza zoppa.
La lampada, dentro, sorride sghemba, salutando la nuova cliente.
Poca merce, nel frigo di Sergio.
La sua casa di universitario fuori corso ha pochi mezzi e questo la rende triste.
La casa, non Patrizia, che prende una mela, la lucida sulla stoffa sintetica delle gonne leggere, e con un morso netto gli spacca la faccia.
Sergio la guarda, nella luce radente della finestra, ha un’espressione perennemente incazzata, col nasino birichino, la fronte leggermente lucida, più bianca sotto l’attaccatura dei capelli stretti in un nastro viola.
E’ bella, non c’è che dire.
Diciotto anni appena fatti donano a Patrizia una luce da acerba dea capricciosa.
Piccola, ha le fresche rotondità nascoste nei panni larghi, ma Sergio le conosce, le immagina spesso, e lei, angelo innocente e malvagio, a volte gliele concede, a volte gliele nega.
Dea capricciosa sa come tenersi stretto un ragazzo di paese.
La radio schiamazza dall’angolo della cucina, sembra mandare richiami allarmati, una voce impartisce indicazioni, consigli, avvertenze, la musica lentamente si riprende il campo di battaglia.
Stanno pianificando un attentato, l’alba della rivoluzione è arrivata, il momento in cui si scriverà una nuova pagina della storia.
I compagni sono andati via da poco, rumoreggiavano ancora, poco fa, sulla strada, schiamazzando come un branco di oche giovanili.
Non lasciavano tradire tensione, paura, terrore.
Dubbi nessuno.
Solo certezze, l’ottusa sicurezza delle parole d’ordine, la lama dei refrain politici che faceva affiorare la scia di sangue che univa i loro cuori roventi alle nude strade della città.
Il mantra della lotta di classe risuonava come una preghiera collettiva nelle loro menti rapite.
La nebbia della falsa sicurezza ideologica nascondeva ogni appiglio possibile alla scalata del dubbio, dell’analisi, della considerazione dei casi e delle possibilità, delle evenienze e delle circostanze.
Tutto era stato già scritto e tutto era stato già detto.

Patrizia rivolse lo sguardo verso la finestra, alla luce che si faceva dorata e che accendeva i suoi occhi come candele.
Sfuggiva quello di Sergio, più cupo, con quegli occhi neri sotto le palpebre pesanti di sonno.
Il fumo delle sigarette aveva saturato la cucina, ma attutiva le pulsazioni regolari, annoiate, dei cuori che battevano due ritmi musicali differenti.
Sergio era stanco, si sentiva vuoto.
Aveva provato, con le sue equazioni razionali, i suoi argomenti sprezzanti e taglienti, i suoi giudizi politici inattaccabili e acuminati, a motivare i compagni incerti, a rassicurare le loro ritrosie, a tacitare i loro pentimenti politici.
Non c’era più tempo.
Le elezioni erano giunte, il Governo non aveva risposto positivamente alle loro richieste ed il prigioniero era nella stanza di là.
Erano due settimane che l’azione era cominciata e il piano teneva alla perfezione.
La televisione, la radio, i giornali, erano pieni dei loro proclami e dei loro ricatti.
La polizia aveva riempito ogni angolo della città.
Posti di blocco erano ad ogni incrocio.
Pattuglie giravano di ronda per le strade, di notte.
Il prigioniero forse era morto per la ferita che, per sbaglio Ludovico gli aveva inferto con il coltello durante un interrogatorio più feroce degli altri.
Il sangue aveva sporcato tutto il pavimento ed era stato molto difficile ripulire la stanza senza dare nell’occhio con l’acqua sporca o i panni macchiati.
Cinque, forse ormai erano sei, i giorni, e i lamenti del vecchio legato, di là, ormai s’erano fatti sommessi rantoli che ormai neppure più s’udivano dalla cucina.
Nessuna notizia dalla seduta governativa.
“Il giorno delle elezioni è arrivato e nessuna notizia è giunta dalla seduta di quei babbuini in giacca e cravatta.”
Pensavano le stesse parole, Sergio e Patrizia, ma quanto era diverso il significato di quelle stesse parole.
Sergio pensa che si deve portare il corpo sulla piazza centrale della città, approfittando del’ombra notturna, proprio dietro al palazzo presidenziale.
E lasciarlo lì, sul sedile di fianco al guidatore, come un pacco qualsiasi, freddo, inutile, inerte.
La causa era rimandata, l’occasione per la rivoluzione doveva essere nuovamente fissata e stavolta si doveva prendere in ostaggio direttamente il signor Presidente.
Patrizia, sottovoce, aveva urlato, come in certe circostanze di pericolo si può urlare sottovoce, che stavolta dovevano continuare l’azione.
Strappare uno ad uno i pezzi a quel vecchio corpo incartapecorito e mandarli con dei pacchi al signor Presidente in persona.
Accompagnando ogni consegna con un messaggio da leggere al popolo, chiaramente un ricatto, solo così si poteva piegare la resistenza del Governo e condurre il popolo alla agognata rivoluzione.

Dalla finestra, i raggi di luce che s’erano fatti colore amaranto, gravavano sulla stretta cucina come l’ombra pesante d’un polveroso sipario…
Pochi passanti, di sotto, distratti, si dedicavano alle insulse faccende della vita quotidiana della città.
Un cane guardava verso la finestra della cucina.
Il caseggiato era consunto dagli anni, molte tracce avevano lasciato i cani passando lì sotto.
Patrizia non si avvide del pietoso animale che sembrava avvertirla.
Scrollò la cenere della sigaretta nel posacenere colmo e sbuffò l’ultimo fiotto di fumo.
Un foro, improvviso, per un attimo, s’intravvide sulla sua fronte, come un’ombra, scuro passeggero notturno.
Il capo si riverse all’indietro nascondendo lo sguardo stupito.
Un fumo più acre si sparse per la cucina, velenoso, asfissiante.
Anche Sergiò ondeggiò per un momento sulla sedia sbilenca.
Poi, cadde con la testa sul tavolo, come si fosse addormentato di colpo.
Stette immobile mentre la sigaretta per terra ancora fumava.
Il cane si voltò e distrattamente riprese il suo girovagare per le strade della città.
La musica alla radio s’era fatta movimentata.
Ma nessuno, ormai, più ascoltava l’orchestra tanto lontana.
I risultati non si fecero attendere, l’indomani.
Il partito unico, al governo da sempre, aveva vinto ancora una volta le elezioni.
Solo, c’erano stati cinque o sei voti contrari.
Ma quelle schede dovevano essere annullate perchè risultavano piegate irregolarmente.
Sicuramente il boicottaggio di qualche gruppo eversivo.
Il corpo d’un vecchio industriale fallito, sparito da giorni, era stato ritrovato in un caseggiato di periferia.
Era morto.
Aveva perso molto sangue da una ferita da arma da taglio.
Ma l’arma non era stata ritrovata sul luogo.

IL NAUFRAGO

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Qua.
Sto qua.
Tu, Cielo, sei così vasto e non mi puoi vedere?
Tu, che guardi da lassù tutta l’infinita distesa delle acque, quaggiù, non mi puoi vedere?
E chi sono, io?
Non sono forse una creatura di questa terra che tu domini da sempre, da quella tua altezza inarrivabile?

Qua!
Sto qua!
In questa distesa infinita che sciaborda d’eterno.
Una goccia di vita in questa infinita distesa d’acqua che trema come avesse una paura tremenda.
Sono io a tremare, invece.
Tu, acqua, tu non tremi.
Tumulti!

Qua, Cielo, qua!
Guardami.
Volgi il tuo occhio verso di me, come io rivolgo il mio a te, chiedendo solo conforto.
Io, misera creatura persa in questa infinito Oceano mercuriale.
Io ti guardo, ti cerco t’imploro, Cielo.
E tu, Cielo, non ti curi di me.
M’ignori.

Sto qua.
Da giorni, vago, naufrago, nella vita che si perde tra le mille onde di questo Oceano infernale.
Non sento più le forze.
Il guscio di noce che mi culla, mi sballotta, mi scuote, mi agita, mi sbatte e mi tormenta, da giorni, e notti, e altri giorni e altre notti, tanti giorni e tante notti che non posso più contarle, questo misero guscio di noce mi contiene, mi sostiene, mi protegge dalla vorace fame dell’Oceano che spalanca le fauci su di me.
Ma, finchè, tu, guscio infinitesimo di noce, mi proteggi, tu, Oceano, nulla puoi veramente contro di me.
Solo incutermi terrore.

E tu, impavido Cielo indifferente, mi mostri, ambiguamente, da giorni, e notti, il tuo duplice volto.
Ogni volta impassibile.
Senza mostrarmi alcun segno.
Il tuo volto infuocato, dardeggiante dall’unico occhio solare, lancia contro di me saette e lapilli incandescenti.
Mi acceca!
Tenebroso, invece, ti nascondi dietro il manto notturno.
Mi empi il cuore d’angoscia solitaria.

Cielo.
Cielo di tutti gli uomini, ti sei dimenticato di me!
Hai a cuore i destini che ognuno ti affida, confidando negli dei che benevolmente accudisci, e invece, tu, di me, ti dimentichi.
Non sono forse anch’io un uomo come gli altri?
O appartengo già alla morte, ora che non sono altro che un naufrago perso in mezzo alle onde?
Aspetta.
Non rispondermi ora.
Medita.

Intorno a me l’infinita distesa delle acque oceaniche.
Io, misera goccia di vita che ancora ha sete di vita.
Io, figlio dei figli di coloro che impararono a dominare le correnti che agitano le acque d’Oceano.
Io, ora, non sono più niente per te, o Cielo, se non una goccia che sta per evaporare e ritornare ancora una volta fra le tue braccia?
Sei così indifferente, tu, o mostro dal volto di gelida pietra?
Gorgone in cui raggela il mio sguardo impaurito!
Io, nulla infinitesimo dell’Essere infinito?

E tu?
Tu cosa sei, allora, che non hai sentimenti, nè cuore, nè sai provare pietà per una vita che sta per esser divorata da questo mostro che ribolle sotto di me?
Cielo!
Che illusione, per gli uomini, quando conosceranno la tua indifferenza glaciale!
Non sei tu, dunque, niente.
Nessuno.
Niente, e nessuno, che sappia assicurare ad un uomo, agli uomini tutti, almeno il conforto d’un attimo nell’ultimo istante di vita.
Sei inutile, come ciò che non serve.

Annegano gli uomini, allora, in quest’Oceano che grava sopra di noi, ancor più mostruoso di quello che s’agita e geme e spinge, forte e tenace, famelico, impietoso, crudele, sotto di me.
L’intero mare dei sogni divori, tu, muto Oceano ingordo.
E con esso il mare dei desideri, tutti, ingoi, e quello della speranza, e tutti gli altri mari che ribollono nel cuore degli uomini.
Lasci solo che trionfi lo sconfinato, inanimato, mare dell’Illusione.
Nero lago di pece in cui si aggirano soltanto fantasmi.
Cielo, invece, io, di infinite speranze, e progetti, e desideri, e sogni, di questi mari infiniti mi nutro!

Oh, Cielo!
Su, non fare l’ingenuo, ipocrita, eterno, irrequieto bambino.
Non m’incuti nessuna pietà.
Non piangere, ora, non far finta di provare dolore.
Non nasconderti dietro quel manto pesante di nuvole nere.
Non provo rancore.
Non saprei punirti per la tua infame codardia o per la tua indifferente freddezza.
E come potrei?

Il tempo scorre infinito, in questo guscio di noce.
Il mostro, sotto di me ribollisce, mai domo.
E quello qui sopra resta muto, e immobile, mi fissa, imperscrutabile sguardo di cieco.
La vita è sospesa, qua, sulla zattera d’un povero naufrago.
Fra la vita e la morte.
Cosa mai v’è, in quel mezzo, fra la vita e la morte?
Io.
Io vi sono.
Pescatore, rimasto impigliato in una rete tremenda.

Cielo.
Sto qua.
Un nulla sospeso fra la vita e la morte.
E tu, con i tuoi mille occhi notturni zampilli lucignoli che m’indicano rotte infinite verso invisibili mondi persi lassù.
Se solo sapessi quante cose vedo, io, di qua, mentre tu, cieco, resti impassibile, ferma, immobile lastra di pietra.
Eppure, finchè io potrò misurare questa infinita distanza che si separa, niente, nessun mostro potrà mai venire qua, su questo provvisorio guscio di noce a ghermirmi!

PINOCCHIO SCARCERATO

photo by Pierperrone
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E quando mi cacciarono di cella mi trovai davvero immerso nella mia nuova condizione di vita.
Affondavo, ora, potevo davvero annegare, in quel mare senza fondo.
Là, invece, tra quelle quattro mura ristrette, anche se mi sentivo innocente, incolpevole, puro, ancora, diciamo così, puro, almeno come si può sentire un uomo qualunque di oggi, mi pareva ancora di essere in qualche modo protetto.
Certo, con me, i secondini si sentivano autorizzati, chissà da quale autorità sconosciuta, a trasformarsi in carcerieri.
E c’è una gran differenza fra questi due tipi di angeli custodi!
Lì l’ho imparato.

Un secondino ti guarda, ti scruta, ti osserva, ti vivisezione con i suoi esperti occhi indagatori.
Un secondino, anche se ha la divisa scolorita dal tempo e dall’uso, ha più occhio.
Un secondino ha più occhio del giudice istruttore, presuntuoso nei suoi vestitini azzimati, che invece si sente importante proprio come Dio sceso in terra nel giorno del giudizio universale e vuole metter su un processo, con le testimonianze, le prove, i cancellieri, gli avvocati e anche la corte e i giurati.
Lui, invece, il secondino, con la sua divisa larga, verdastra, unta, impregnata dell’umore pesante del tempo stantio che si rapprende in galera, ti osserva e ti studia per ore.
Alla fine ti conosce fin nel più intimo della tua anima nuda.
E mentre te ne stai appoggiato ad una parete come un quarto di bue scuoiato, lui, da dietro lo spioncino quadrato della porta sbarrata, ti tiene addosso puntati i suoi esperti occhi da beccaio di Stato.
Occhi che ti tagliano a pezzi, ti pesano e ti espongono sul bancone puzzolente di marmo che lui solo riesce a vedere, proprio come un manzo dato in pasto alle mosche in una squallida cella gelata d’una macelleria sociale.
E mentre tu, inerte, te ne resti lì, sulla branda puzzolente di piscio e sudore, semiaddormentato, incosciente, svenuto, buttato come un cadavere pronto ad esser venduto pezzo per pezzo, lui, da dietro al suo vetrino quadrato, ti soppesa grammo per grammo: sa scartare, con la sua esperta abilità maturata negli anni, tutti i trucchi bugiardi con cui fingi di essere morto.
E intanto, i suoi occhi aguzzi e affilati scavano dentro le tue carni finquando non trovano la tua misera colpa.
E sanno scovarla anche se la tenevi nascosta ben bene. Anche se la tenevi nascosta alla tua stessa coscienza.
E, si sente, nel vociare greve da caserma, vantarsi coi commilitoni abituati da sempre a mischiarsi con la feccia più dell’umanità intera, vibrare nella strozza la soddisfazione con cui racconta la sua acuta perizia all’annoiato collega di turno.
Non ti serve a nulla, allora, negare, quando ti spiattella in faccia la sua verità, quella verità che è anche la tua stessa verità, che deve essere la tua verità, e che è anche la Verità che vale come verità per tutti i Santi del Paradiso sacramentato.
E allora quella verità ti appartiene.
E ti apparterrà, da allora, per sempre.
Anche se tu, volgare porco intento a razzolare nel tuo sozzo truogolo di crusca, quella verità la neghi con tutta la forza che hai, se la urli piangendo, o se la ammetti con passivo silenzio di morte.
Neanche il giudice istruttore ha tanta abilità nello scovare i vermi che ti strisciano dentro.
Quale santa soddisfazione sprizza dai suoi occhi indemoniati di sbirro!

Ma io fui non fui assegnato ad secondino.
Ed un carceriere non ha nulla a che fare con i secondini.
Anche se, alla fine, si tratta solo di turni di lavoro diversi.
Perchè, un secondino resta sempre dietro alla pesante porta sbarrata, dietro una cigolante cancellata piena di ruggine, o in fondo a un infinito puzzolente budello chiamato braccio, o corridoio, tanto è lo stesso.
Un carceriere, invece, non fa il suo sporco lavoro nascosto dietro alla rassicurante porta impiastrata di polvere e grasso che ti tiene rinchiuso nella tua cella quadrata.
Il carceriere lavora direttamente dentro di te.
Vorrei cercare di essere un po’ più preciso, ma solo per dire che lui, usando le sue pesanti mani con esperta abilità, riesce ad tirarti fuori l’anima sporca di sangue prendendosela direttamente, strappandola ai tuoi occhi pesti o alle tue reni spremute.
Le tue ossa spezzate, le tue urla penose, non fanno che convincerlo ancora di più della necessità di continuare a ripulire il mondo della tua marcia immondizia.
Tu sei la prova che la colpa esiste davvero.
E che la colpa che indossi con tanta elegante indifferenza ti possiede e ti rende pericolosamente infettivo.
E se tu puoi andartene in giro liberamente, quella cammina liberamente con te.
Ovvero, se tu te ne vai libero in giro per il mondo e nessuno ti ferma, allora anche la colpa se ne va libera in giro per il mondo e nessuno la ferma.
E il mondo non è abbastanza libero se tu te ne puoi andare libero in giro per il mondo portandosi in giro l’immondo contagio della colpa che ti porti cucita addosso da quando sei nato.
E quindi il carceriere lo sa che la sua opera è come quella di un medico e che deve fermarti.
Deve impedire che tu e la colpa schifosa che ti porti addosso con tanta indifferenza colpevole possiate andarvene a spasso ad infettare chissà quanti altri comuni mortali.
E sa anche che la sua opera purificatoria deve essere compiuta con assoluta e cieca determinazione.
E’ questo il compito di un servitore dello Stato solerte.
Allora, ecco, vedi lui ti cava la tua anima di dentro a furia di botte, scientifico, come un dentista.
E dopo aver operato come un chirurgo provetto senza neanche bisogno, o forse il riguardo, di praticarti l’anestesia, ecco, alla fine puoi vederla, la tua anima, stesa, là, innanzi ai tuoi occhi, riversa sotto i suoi piedi ancora armati di pesanti scarponi dentati.
Rovesciata sul pavimento come un secchio di letame fumante.

Senti mille voci urlare in quel cieco mondo di sordi.
Invocano tutte innocenza e pietà.
Ma tanto a che serve?
Soltanto a dar prova ulteriore della colpevole intenzione di perseverare nel male.
I guardiani vigilano attenti e agiscono per bilanciare col loro Bene il Male che i carcerati portano strisciando nel mondo.
Fino al momento in cui il sommo giudice giusto, dal suo ufficio nascosto in fondo ai maleodoranti budelli, non si stanca di tenerti richiuso, alle spese d’uno stremato Stato sprecone.
Allora ti accorgi che è giunto il tuo momento.
La porta sbarrata con un ansimo sordo si spalanca e ti vomita dentro l’inferno.
Devi andartene e portarti appresso la colpa come una gogna.
A che serve un prigioniero di cui non si riesce a conoscere il nome?
Hanno provato a cercare.
Hanno cercato in tutti gli anfratti della tua lercia coscienza.
Sono passati attraverso tutti gli organi del tuo povero corpo.
Si son fatti aiutare da medici specializzati e da esperti d’ogni settore.
Anche i servizi segreti hanno fatto le loro ricerche, perché un prigioniero senza un nome da esporre come un trofeo è solo un pericoloso caso senza nessuna soluzione possibile.
Si, ad un certo punto volevano appiccicarti addosso un reato qualunque.
Come tante volte, da sempre, si fa in questo mondo di anime morte, volevano riempire i loro formulari voraci con le descrizioni dei più efferati delitti.
Bombarolo, anarchico, terrorista, talebano, tagliagole, rapinatore, assassino…
Ma gli mancava uno straccio di prova.
Un misero corpo del reato a cui legare la tua misera, inutile, vana carcerazione.
Ma uno senza nome è uno che non esiste.
Un’ombra che passa senza lasciare una traccia.
Uno senza storia e senza passato.
Un’ombra senza ombre a cui appiccicare una qualunque raccapricciante sordida storia di sangue.
Quindi, alla fine, sono stati costretti a cacciarti di là.
E ora finalmente sei libero di andare all’inferno.

Eppure, l’ho detto, all’inizio.
Là dentro mi sentivo protetto.
Pian piano, superata la sorpresa d’esser stato derubato del nome, e con quello, pure d’una identità individuale, mi sono accorto che, là, avevano trovato il modo di tenermi scritto nei loro ordinati registri.
Negli elenchi dei casi insoluti, tra gli inspiegabili casi della cronaca nera, il mio caso di colpevole senza nome e reato, l’avevano inserito alla pagina segnata con il numero “ZERO”.
Incominciava con me, quella pagina bianca.
E, per quel che ne so, nessuno, dopo di me, ha meritato un privilegio così.
Essere il numero ZERO, dunque, aveva un valore.
Significava comunque esser qualcosa.
Un’esistenza vera, reale, concreta.
Una ricerca ancora in corso da parte di zelanti agenti in divisa.
Una pratica aperta di burocratica certezza esistenziale.
Ora mi hanno buttato nel mondo come un inutile sacco di letame non ancora del tutto marcito.
E soltanto adesso mi accorgo del male che m’hanno fatto davvero.
M’hanno rubato anche il numero ZERO!
E ora, qui, fuori, la vita, per me, è solo l’inferno
in cui mi hanno lasciato a bruciare.
Sono vivo, eppure, per tutti, è come se fossi morto davvero.

LA RIVELAZIONE

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

D’improvviso, nel buio, Maria ebbe un sussulto.
La notte, con forza, continuava a premere, spinta dai suoi fantasmi, forse per sfuggirvi.
Un brivido percorse per tutto il corpo la giovane donna.
Se ne stava rappresa nel suo saio e sembrava stretta da una camicia di forza.
Mille spilli, lame taglienti, spade, frecce acuminate le mordevano la carne, lanciati da guerrieri invisibili, abitatori dell’ombra, creature di un mondo lontano, nascosto, ignoto.
Le sembravano angeli.
Un’intera tribù di esseri alati, belli come divinità, e crudeli.
Spada nella mano, re dell’incognito, le avevano teso un agguato a tradimento, approfittando delle tenebre, nelle quali la povera suora si rifugiava per cercare una risposta alle sue domande.
Per immaginarsi il sapore della sua Verità, che finiva sempre, di giorno, per sfuggirle all’ultimo istante, quando sembrava ormai prossimo a svelare il suo segreto gusto.
Ferite sanguinavano, nella sua anima, non potendo sanguinare un corpo assaltato soltanto dai sogni d’un inconscio candido e infantile.
Ma, si sa, i fantasmi più terribili, i mostri più orrendi, abitano proprio là, nei territori più puri dove i bimbi non sanno nasconderli.
E suora Maria altro non era che una bimba cresciuta d’età.

Il silenzio della notte s’era fatto gelido.
L’oscurità, nella cella, s’era fatta di nero cristallo, lava pietrificata da cui baluginavano riflessi ingannevoli.
Una ragnatela, in quello spazio senza dimensione, stringeva il giovane corpo che non conosceva peccato.
Ogni muscolo di quel corpo s’era indurito.
S’era fatto di legno.
Pietra, pesante e fredda.
Anche il buio pesava, gravava con una penosa pressione che levava il respiro.
Il morso dello spavento l’aveva fatta strillare.
Un urlo appena represso da un groppo di pianto.
Un senso di nausea la stringeva alla gola.
Una mano assassina che voleva soffocarla.
Il tanfo della paura l’aveva afferrata alla gola e ora tentava di strangolarla nel letto.
Il terrore la paralizzò.
Lì, mentre, distesa, sentiva la morte scorrergli vicino.
Cosa era stato?
Chi può dirlo con esattezza?

Sfuggiva a Maria il senso di ciò che stava accadendo.
La sua vita ormai era stata sconvolta, la notte in cui il corpo dell’angelo caduto dal cielo era stato trovato morente nel giardino dietro al chiostro di quel regno di pace.
La vita dell’intera comunità di consorelle era stata assalita dalla tempesta.
E le scosse di quel terremoto non accennavano a placarsi, anche se il tempo, implacabile, passava portandosi appresso le stagioni ed i loro frutti sugli alberi.
Là, nel giardino, le gemme s’erano fatte prima fiore, poi verdi tenere foglie, poi frutti, e infine, lenta pioggia di vele appassite.
Ma su quell’oasi di pace, improvvisamente, s’erano aperte le cateratte dal cielo, in quella lontana notte d’inverno.
O era d’estate?
Neanche aveva più alcuna importanza l’infimo dettaglio del tempo passato, che, nel frattempo s’era consumato, era andato via, era scorso o era trascorso, insomma, s’era perduto, era svanito, come se non fosse mai stato davvero il suo tempo.
Da quelle cateratte sprofondate nell’ignoto era sgorgato un fiume fatto di fitto mistero.
Ed ora quel fiume correva furente nel suo letto, con una corrente tumultuosa che tutto travolgeva al suo passaggio.
E tutto quel mondo veniva, ora trascinato via dal muto silenzio delle domande, dagli interrogativi rivolti al cielo con gli occhi bassi per la paura, dall’incertezza di dubbi che non s’erano mai prima affacciati su quel piccolo universo chiuso dietro le mura della clausura.
Ora, quel mondo, sospinto dalla corrente dei fatti inspiegabili, si stava affacciando sull’orlo di un baratro.
E da quel bordo pericolante non si riusciva a vedere un fondo, un punto d’arrivo: da quella infinita altezza, la caduta precipitava direttamente sulla debole fede delle consorelle, messe così duramente alla prova.
Era l’insostenibile peso dell’incertezza.

Ma per suora Maria era un’altra cosa.
L’incubo aveva gli occhi ciechi dell’angelo steso, sempre silenzioso, là, nel lettino, in penombra, sereno, eppure inespressivo.
Quasi una sfinge.
La Verità tanto cercata e alfine trovata da suora Maria, era sempre sfuggente, sempre mutevole, inafferrabile, cangiante.
Come una bugia incompleta, una verità a metà.
Solo le cose parlavano la muta lingua della realtà.
Il corpo nudo della creatura alata.
La sua bellezza inarrivabile.
Il suo silenzio distaccato.
Le ferite curate con amorevoli attenzioni non parlavano più con la voce rotta della sofferenza di chi prova il dolore della carne.
La freccia, sul piccolo mobile scuro, nella penombra, nell’angolo della piccola cella, brillava.
Risplendeva l’asta, ricavata da un ramo d’oro staccato da un albero celeste cresciuto nel giardino d’un paradiso lontano, eppure troppo a portata di mano, adesso.
Come ardeva di luce perenne la punta acuminata, frammento di stella siderale, luce di astro notturno che nessuna nube riusciva ad offuscare.
Questo diceva la lingua delle cose.
La tunica celeste della creatura angelica, accuratamente disinfettata e riposta su una seggiola magra, un pò zoppa, di fianco alla porta della cella.
Il colore candido della pelle.
L’odore d’ambrosia, o d’incenso, o di un gelsomino del giardino dell’Eden che emanava dalle membra dell’angelo.
E il riflesso d’ombra di una piuma delle ali.
Raccolta accanto al corpo, la notte della tragedia buia.
Sporca di umore.
Appoggiata sopra un candido lino.
Reliquia vivente d’un aldilà presente in mezzo a quel mondo.
Presente al nostro mondo vivente.

Il silenzio è duro da sopportare.
E’ un peso insostenibile per un essere umano.
Più pesante della pietra in cui sono ricavate le crude parole.
Maria pensò che fosse più giusto sottrarsi a quel terribile peso.
Con gesto impuro, l’unico che avesse compiuto con coscienza di donna, allungò la mano e raccolse la freccia dal candido panno.
Era fredda per la lunga attesa, il metallo scintillante nel buio.
E calda, come fosse stata penna fusa nel fuoco più caldo.
E siccome era affilata l’acuminata punta che brillava della luce della creazione divina, non fece male quando penetro nel petto della giovane, proprio sotto il seno sinistro.
E quando spuntò l’occhio curioso della ferita sulla spalla sinistra della giovane donna, nessuna goccia di sangue ne sprizzò, quasi fosse già un corpo celeste, quello della santa.

In quell’istante nella stanza si fece una luce, tenue, un chiarore soffuso.
Nel lettino, l’angelo aveva cominciato ad emanare un bagliore pallido, come se la Bellezza si fosse illuminata della sua luce interna.
E, con voce fatta di melodia di mille strumenti musicali, raccontò la strada che aveva percorso, nel suo viaggio da mondi infinitamente lontani, fino a quello squarcio di luce che si apriva nel cielo notturno sul mondo, quella notte così lontana e allo stesso tempo talmente vicina da fare ancora paura.
Raccontò del come e del dove, del quando e del perchè.
Raccontò e mentre raccontava la sua lingua era una lingua che non s’era mai udita sulla terra.
E poichè nessuno aveva mai udito una voce che parlava una lingua come quella, non vi era nessuno in grado di capire la rivelazione dell’angelo.
Ma non c’era nessuno, in quella stanza, là, piccola, stretta nella morsa del buio appena ravvivato dal tenue bagliore della Bellezza.
Soltanto la dolce suora Maria.
Voltata verso l’angelo, aveva cominciato anch’essa ad emanare un bagliore di santità pura e celeste.
Leggera, incominciava a sollevarsi dal mondo.
Un paio d’ali la tenevano sospesa e la sorreggevano nell’aria leggera.
Ma non si riusciva distinguere se quelle ali erano davvero le sue ali.
Oppure era l’angelo che l’aveva abbracciata ed ora la sosteneva portandosela in cielo.
Piano piano, mentre miravo con gli occhi stretti per lo sforzo, il bagliore s’affievolì.
Infine, si spense.
E la notte riprese il suo corso.