Koko e la sua «vita di confine»

La «gorilla parlante», morta a 47 anni, non era né umana, né non umana. Semplicemente post umana


Ma proprio perché la chiamavano più «gorilla parlante» che Koko, questa creatura è stata più analizzata che ascoltata: Noam Chomsky le ha negato reale produzione linguistica perché Koko non usava frasi ma solo parole, altri l’hanno solo messa nel calderone di tutti i suoi «colleghi primati» che in qualche modo hanno fatto vacillare l’idea di Cartesio dell’animale che non parla ma al massimo comunica come lo scimpanzé Nim o il bonobo Kanzi: una serie di esperimenti, così li abbiamo intesi, che infatti fanno vacillare ma non rompono nessuna barriera.

Il problema di cui Koko è stata testimone è che all’umano, degli animali come lei, interessava capire solo quanto fossero un po’ umani anche loro, ma mai capire cosa si provasse a essere proprio quella vita lì senza costringerla a giocare alle nostre regole (la lingua dei segni) senza capire le loro. Oggi che Koko non c’è più vorrei invece ricordare un’altra capacità raccontata nel libro Koko’s Kitten (1985) di Francine Patterson: la quella di capire la vita più di quanto molti di noi siano in grado di fare. Koko aveva un gattino, Pallina, morto davanti a lei investito da una macchina; la depressione in cui entrò, il senso del lutto, il suo rifiuto di intrattenere qualsivoglia rapporto con altri gatti che le venivano presentati racconta sul mondo animale molto più di quanto non abbia fatto l’idea che potesse parlare.

Koko è stata una vita di confine, né umana né non-umana, semplicemente postumana — un primate superiore, come noi, ma già al di là di noi — fuori dalla gabbia del linguaggio, dentro la rete della compassione e del senso di tristezza per la consapevolezza che prima o poi si muore e che ogni attimo è tremendo. Sono certo che Koko e Pallina, adesso, potranno vivere e comunicare a loro modo, senza nessuna regola imposta, senza niente da dimostrare. L’animalità di Koko è la libertà che le abbiamo tolto in una vita da cavia, una libertà che dovremmo imparare a dare prima di pretendere.

Corriere della Sera

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Nomade

Prendere la strada, andare.
Scegliersi la via, verso una direzione qualsiasi.
Non servono scarpe, o piedi, per andare.
Basta lasciarsi andare.
E scegliere, se si vuole, una direzione, da che parte andare.

La mia direzione non l’ho scelta, a dire la verità.
Potrei dire che è lei, è il mondo, là, davanti a me, ad avermi chiamato.
La mia direzione era là, il mio mondo era là.
Erano già là, da sempre, dinanzi a me.
Quando io sono arrivato, da dietro la svolta di una via, da un sentiero secondario, uscito da dietro un angolo, dal gomito di una curva, quando sono apparso, o comparso, il mondo mi stava già chiamando.
E’ solo che, fino a quel momento non avevo sentito la sua voce.

Che voce ha il mondo, quando ti chiama?
Non saprei dirlo chiaramente.
Forse non si stratta veramente di una voce.
Piuttosto dei colori.
I colori della vita, del cielo, dei fiori, i colori sono i mille colori del mondo.
I colori degli uccelli, degli insetti, delle cose, delle case, dei visi, degli occhi, dei capelli…
Le voci sono i colori che hanno le mille e mille voci a cui non ho mai prestato attenzione.
Perchè le voci hanno i loro colori.
Come gli occhi degli uomini.
Mille colori, mille e mille diversi e tutti belli.
Le voci, i colori, la vita, il mondo.

Ma mi ha chiamato il silenzio, forse.
Il silenzio che sa raccontare le storie più intense, quelle più profonde, quelle più potenti.
Il silenzio non ha bisogno di parole.
Le parole, sempre imprecise, sempre indecise, sempre pronte ad un inciampo oppure ad un inganno.
No.
Il silenzio non ha bisogno delle parole.
Il silenzio risuona dentro di noi e sa dire senza aver bisogno di inutili sforzi, futili soffi, smorfie o movimenti, gesti, apparenze, forme, tutte fragili apparenze destinate a consumarsi, perdersi, confondersi nel tempo e svanire nella memoria.
No.
Il silenzio parla con una precisione impareggiabile.
Dice, ed è impossibile non udire.
Racconta, e non è possibile che dalla sua bocca escano bugie.

Forse mi ha chiamato in una sera, quando l’aria fresca del tramonto, a primavera, mi ha accarezzato il viso.
Forse quando il tuo sguardo mi ha baciato, quella volta, in silenzio, mentre le nostre parole dicevano qualcosa per ingannare il tempo e la voce.
I tuoi occhi mi dicevano, col loro muto linguaggio, le cose che il tuo cuore mi voleva donare.
Ed il mio sguardo, muto anch’esso, mutamente rispondeva al tuo.
E si baciavano.
Nel silenzio, ch’è dolce, e vivo, colorato e forte.
Innamorati, i nostri sguardi si legavano l’uno all’altro come amanti innamorati.
E siamo andati.
In cerca dell’amore.

Siamo partiti.
Nomadi.
Senza una meta.
Perchè gli innamorati non hanno una meta.
Il mondo è per loro.
Il mondo intero.
E spesso non basta neanche, quello, il mondo intero.
Che gli amanti innamorati cercano la luna, e le stelle, e l’universo, e tutto il creato, e gli dei e tutto ciò che ha un nome non basta mai, agli amanti innamorati, che possono saziarsi solo di se stessi.
E neanche si bastano, mai.
Che sono sempre affamati dell’amore, assetati di saziarsi alla fonte dell’amato che non basta mai.
Perchè l’amore non basta mai.
E alle volte non basta neanche la vita, agli amanti innamorati.
E allora si cercano fin sul limite del baratro della morte.
e qualche volta anche più in là.
E cadono, alle volte, poveri amanti innamorati.
Nomadi innamorati.

Non si tratta di amore di maschi e femmine.
Di corpi e di sudore.
Di umori e di amplessi.
L’amore dei nomadi è amore sconfinato.
Che ha bisogno di andare, di non stare fermo, di andare e di tornare, fiume che va al mare e mare che si fa penetrare dal fiume.
Moti infiniti, che nessun corpo potrebbe contenere.
Moto di moti.
Onde che si abbracciano ad altre onde.
Onde d’acqua e onde sonore confuse in un’unica melodia che è la via dei nomadi amanti innamorati.
Via lattea su cui viaggiano sogni, desideri, speranze, vite e vite di generazioni e colori diversi.
Vite di uomini di ogni colore, che conoscono tutti gli dei del mondo, che parlano le lingue di tutti i popoli della terra.
Vite di animali fantastici che conoscono storie e raccontano favole.
Vite di maschere e vite di uomini che stanno sotto le maschere.

Io la strada l’ho presa quando sono nato.
Quando la vita mi ha chiamato.
E mi ha preso.

IO CHE SONO

WP_20180216_18_19_09_Rich.jpgIo non appartengo a nessuna tribù.
Perchè le tribù cambiano col tempo ed io, invece, resto sempre me stesso.
Eppure, anche se resto sempre me stesso, non resto mai lo stesso, e non sono mai uguale, e sono sempre diverso.
Ho il colore della mia pelle, la forma dei miei occhi, uso la mia lingua ed ho le mie idee.
Nessuno, nessun altro, oltre me stesso, ha lo stesso colore della mia pelle.
E neppure la forma stessa dei miei stessi occhi che ti guardano fissi.
Ma soprattutto, nessuno, nessun altro, mai, ha o potrà avere, la mia stessa lingua e le mie stesse idee.
Neanche io stesso, ieri, avevo le stesse idee, o usavo la lingua allo stesso modo per dire le cose che le mie stesse idee non avevano ancora neanche messo a fuoco o, in qualche modo sconosciuto a me stesso, per così dire, in chiaro, se possibile, davvero del tutto.
E se mi chiedi, che forma hanno i tuoi occhi, o di che colore hai la pelle, saprei, forse, io stesso saper dare con esattezza una giusta risposta?
Quale forma hanno i tuoi, o che è lo stesso, anche i miei occhi?
Quella di quando si apre un sorriso?
Un poco allungati, un poco socchiusi, un poco arricciati di piccole righe negli angoli stretti?
O quella d’una lacrima che sgorga dalla commozione, sempre un pò timidamente restìa a mostrarsi davvero nuda del tutto?
O la forma di un sogno, o quella vasta del cielo…
Oppure, la forma appuntita di quando ti guardo, dritto, nel profondo degli occhi, amore mio caro?
E lo stesso vale per la mia pelle.
Che colore avrà mai, la mia pelle?
Quello del sole al tramonto?
O quello del cielo grigio di nuvole e pioggia?
O quello abbronzato d’estate?
Oppure il pallore invernale? Oppure quello di quando sono ammalato? O forse quello rubizzo di quando mi faccio un bel sorso di rosso ridendo, intorno alla tavola, con la compagnia tua, mio carissimo amico d’una vita passata a correre appresso agli aquiloni nel vento del tempo?
Ecco, io sono io, e tanto mi basta.

Ma se mi domandi di che colore è il mio sangue?
Quel sangue che scorre nelle mie vene allegro, spensierato, accaldato e rubizzo?
Ha lo stesso colore del tuo sangue, collega uomo, ovunque tu sia nato, da qualche parte del globo.
E anche la forma delle mie viscere, io condivido con te.
Ho anche le stesse frequenze che mettono in moto il mio gesto, lungo le linee elettriche dei fasci nervosi mentre la mano si alza a grattarmi il prurito d’una mosca che mi pizzica curiosa sul volto.
E condivido anche tutto il resto del corpo, quando l’amore s’accalda e il desiderio ci unisce.
Posso prestarti un poco del mio sangue, se vuoi.
Oppure spezzare e condividere con te il pane che nelle viscere si trasforma in prezioso nutrimento di vita.
E possiamo scaldarci assieme al calore del fuoco che le mie mani hanno acceso per te.
O, quando piove, o la malinconia ci assale, ripararci sotto lo stesso tetto di assi, inchiodato con i chiodi che il mio fuoco ha saputo fondere grazie alla maestria delle tue mani di creatura divina.
Stringerci forte e fare di due diversi universi un unico solo mondo d’amore.
Quindi, se io sono io, noi siamo sempre noi, e tanto ci basta.

Io non appartengo a nessuna tribù.
Perchè una tribù non esiste.
Mi domandi cos’è una tribù?
Mi dovresti spiegare cosa intendi con quella strana primitiva parola che evoca mondi sperduti nel tempo profondo della foresta.
Battevamo i pugni sul petto e ci dondolavamo ai rami sospesi nel vuoto.
Piantavamo i bastoni appuntiti nel cuore dei rivali che volevano rubarci il cibo raccolto nei cespugli pieni di spine.
Col bastone abbattevamo le prede, o scacciavamo le fiere nemiche.
Ci univano terrore, paura, sconcerto quando un tuono rimbombava nell’aria e una saetta infiammava il cielo notturno.
Ci stringevamo per non sentirci soli di fronte all’assalto del buio e a quello sgomento d’essere solo vuoti gusci in balia degli eventi.
Glabre piroghe sbattute nell’infinito mare sbattuto dai venti della vita in tempesta.
Quando uno di noi, una sera, ritornò stringendo il rudimentale remo con cui s’era fortunosamente orientato nelle tormentate tempeste del mare, ora comprendo mentre ti parlo, era nato il primo uomo degno d’un nome.
Ed era finita l’era primitiva delle tribù.
E da allora s’è perso nel tempo il significato di quella remota parola: tribù.

Come marinai, camminiamo ancora oggi tra le tormentose correnti dei giorni.
Stringiamo tra le mani il disperato remo che ci accompagna tra i tumultuosi flutti che ci sbattono sotto la spinta di venti ringhiosi.
Ma, da veri capitani di corso, ormai abbiamo la pelle corrugata dal sale e dal sole.
Abbiamo occhi sempre in movimento che scrutano l’orizzonte in cerca di nuovi segnali di terra.
E con scomposti suoni che caviamo dal profondo del petto cerchiamo di dar senso alle idee che sgorgano come pure sorgive dall’ingannevole coscienza spaurita di esser qualcosa.
Se il vento soffia più forte, cerchiamo ancora un riparo, stringendoci l’uno sull’altro, come sferzati alberi in procinto d’esser sradicati per sempre.
Eppure siamo capaci di provare qualcosa che non è il solo appetito dell’istintiva paura di finire preda d’una belva assetata di sangue.
Anche se sappiamo essere fameliche belve senza pietà.
Quel qualcosa ci che ha fatti uguali solo a noi stessi.
Quel qualcosa, soltanto, mi fa essere io.
L’io ch’io sono.
E tanto mi basta.

Sul ciglio di qualcosa

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photo by Pierperrone

Acquattata dietro al ciglio della catasta di legno, la belva sta in agguato.
Immobile, attenta a non provocare il minimo rumore.
Fissa la sua prossima preda.
Ferma.
Come di pietra.
Anche il respiro, trepido di tensione, è sospeso.
Come il tempo.
Non batte più i suoi silenziosi istanti.
Tutto è un’unica attesa.
La preda, ignara, innocente, spensierata, sta sulla riva del piccolo lago.
In un attimo, però, muta qualcosa.
D’improvviso, nell’aria, s’annusa il pericolo.
La preda sente qualcosa.
Un brivido, un soffio d’aria, un frusciare di fronde.
L’irrequieta agitazione comincia a mettere il cuore al galoppo.
L’ansia di vivere.
Vibra, l’aria.
S’è fatta pericolo.
Forse nell’aria stantìa del pomeriggio, s’è sparso l’odore acre della brama ferina.
L’afa è densa, ora, umida.
Pregna d’un invisibile effluvio famelico.
Un filo invisibile, teso come la corda di un arco, lega lo sguardo torvo della belva al corpo fremente della preda.
Il corpo, nudo, esposto, ancora si dona al piacere della frescura del lago.
Forse l’innocenza sa percepire il battito che accelera nel petto della fiera.
E’ un’eco che è impossibile fermare nell’aria.

Chi che se ne sta acquattato, pronto a scattare, dietro al ciglio della catasta di legno, non è una belva.
Non è una fiera animale.
Sta a rimirare il corpo della preda.
Languido, dolcemente disteso, appena sotto lo specchio cristallino dell’acqua sorgiva.
Dentro lo specchio.
Sotto la superficie d’argento.
Se ne sta, candido, morbidamente abbandonato al trastullo del gioco.
Tenero boccone d’un banchetto proibito.
Non è una fiera, l’animale.
E’ il cacciatore.
Bestiale.
Il suo desiderio impregna d’umore l’intero pianoro in cui è immerso il laghetto.
Un afrore aspro.
Una smania vogliosa.
Una frenesia feroce dell’anima, che scuote il cacciatore da dentro.
Ora che ha puntato il mirino, senza pietà, sul povero boccone innocente, non riesce più trattenere il tumulto del cuore impazzito.
Un sudore freddo gli cola lungo la schiena.
Il desiderio cresce.
S’ingrossa.
Indurisce ogni sentimento.
Smisurato, conquista ogni cavità dell’anima e del corpo.
Il cuore, all’impazzata, scoppia.
Si lancia al galoppo frenetico.
Fa scalpitare i cavalli nel petto del bracconiere nascosto nell’ombra.

Acquattato dietro al ciglio della catasta di legno, non c’è la fiera.
E neanche il cacciatore in agguato.
Sospeso nella spasmodica tensione di cogliere l’attimo per abbattere la preda innocente, c’è il desiderio incarnato.
Nascosto, là, dietro la bassa ammucchiata di rovi e rami seccati.
Il desiderio.
La bava alla bocca.
La bile amara.
Il bolo che rende rancido il sangue raggelato nell’attesa impaziente.
Il desiderio, ferino cacciatore.
Perennemente affamato.
Insaziabile.
Eterna condanna d’una vita senza requie.
Ricerca d’un impossibile sollievo.
Volgare questua d’un attimo di consolazione, d’un rimedio, d’un linimento, d’un balsamo, d’un conforto…
Il desiderio riempie di sè l’aria, del suo fetido miasmo.
Gonfia l’anima.
Macera la vita.
Apre la strada solo al pensiero della morte.
Come l’afa, immobile, inestinguibile, mortale, di certi pomeriggi d’estate.
Maledetto destino, il desiderio, di certi cacciatori.
Spietato come una fiera assetata di sangue.
Un destino che batte nell’aria.
Rintocca.
Come campane a morto.
E il cuore s’empie d’angoscia.

La fiera, il cacciatore, il desiderio.
Chi è nascosto dietro quel cumulo di spine?
Schegge pungenti.
Marcescenti e ritorti legni consumati.
Dita rinsecchite dal tempo.
Immobile, tempo, infinita sequenza di istanti senza pietà.
Fermo, fisso.
Guarda la scena che s’è composta nel pianoro.
La languida luce rosata del tramonto, ormai, s’è arrugginita e un velario che parla di morte ammanta la scena.
La preda non riesce più a rinfrescarsi nelle limpide acque del lago.
Chi è il mostro in agguato dietro la nera catasta di ferro arrugginito?
Forse è Satana che s’è fatto persona.
Un Demonio di carne.
Carne che brucia.
Sì, carne che brucia come la carne ch’è rosa dal desiderio infernale di chi sta, fermo, immobile, e guarda, da dietro a una nera fascina di rami contorti.
Sta lì.
In silenzio.
A guardare.
Il giovine corpo innocente che spensieratamente gioca con l’acqua, liquida e complice.
Nudo corpo di creatura innocente.
Gioca.
Si carezza.
E accarezza felice la vita che si scioglie e scorre via lontano, verso mondi sconosciuti.
Corpo che s’abbandona.
Molle, estenuato, esausto.
Stretto fra le braccia della liquida nudità argentina che gorgoglia, e schizza, ancora, fin quasi quaggiù.
Voluttuosa voluttà della spensieratezza innocente.
Immersa in un lago di sensazioni che neppure sa spiegarsi.
Corpo che si stringe in un abbraccio che diventa forte.
Riscalda.
Ad un tratto fa quasi male.
E, proprio in quel punto, ecco, ecco il lago si si fa fondo.
E sprofonda.
Salgono dal basso, sospiri, ed echi, di palpiti profondi.
Palpiti e rossori.
Pensieri sconosciuti.
Fantasmi nascosti.
Galoppo di fantasie e paure.
Tremori dell’innocenza.
Dello sboccio dei fiori.

Fiera, cacciatore, desiderio, Demonio.
Niente sono.
Niente, al confronto del turbine che s’agita dietro al ciglio serrato del nero legno.
Dietro.
All’epicentro del terremoto che scuote ogni certezza.
Dove le scosse diventano devastazione.
Dove la devastazione diventa vuoto deserto.
Il deserto senza vita.
La vita bruciata dal Simum, dal Kamsin, dall’Harmattan, dal soffio infuocato, dal vento che brucia la vita.
Dietro, all’epicentro, fin proprio dentro, nel vortice, nel gorgo…
Inghiottiti dalla forza che tutto consuma, devasta, distrugge.
Non basta, il legno, la catasta.
Non è una barriera, una difesa.
Non è una protezione, una barricata…
I rami, i fusti, sono spezzati, gli arti rattrappiti, contorti.
Non è una corazza, un’armatura, qualcosa che possa fermare la violenza che mi arde dentro.
E me ne resto acquattato, impotente.
Raggelato, dentro di me impazza il ciclone.
Ardono i lampi accecanti.
Le saette infuriano in una battaglia furiosa in cui si affrnotano le forze scatenate dell’inferno.
Spari, boati, scoppi, esplosioni.
Colpi che scuotono la mia povera mente impazzita.
Tumulta il sangue, come lava ardente.
Gorgoglia.
La carne è disfatta.
Come la volontà.
Sottomessa.
Torno all’impasto che sono.
Di terra, e di fango, di sudore, e bestemmie.
E incubi febbrili.
Scariche, e raffiche.
Eco delle primordiali pulsioni.
Dell’incubo nero notturno.

CRONACHE DALL’ETERNITA’

Vivo nel paese dell’ombra, ormai da molti millenni.
Qui, i minuti, le ore, i giorni, gli anni sono lunghi, infiniti, eterni.
La luce, qui, non illumina più e il tempo si è fermato.
E’ come se un gelo pauroso l’avesse paralizzato.
E con il tempo, tutto s’è fermato.
E’ come vivere dentro la scatola di un orologio che non batte più.
Mentre io sono ancora vivo.
E non posso invecchiare.
Vivo per sempre.
Immortale.

Fuori di me, invece, vedo condensarsi ogni singolo istante.
Lo vedo sbocciare.
Come un piccola gemma.
Dapprima una minuscola protuberanza, quasi un’impercettibile imperfezione sulla superficie liscia e piatta di un ramo secondario del tempo.
Un ramo secco, certo, ma che lentamente, lentissimamente, ancora, inesorabilmente, fiorisce.
Fiore che non può dare una gioia, che non potrà mai appassire.
E che non potrà neppure, mai, fiorire nel suo splendore odoroso.
Io ho tutto il tempo che voglio, per stare a guardare quel che accade a quel piccolo bocciolo che concresce poco a volta, senza nessuna ansia, nè fretta.
Non uno scatto, un sussulto, un singulto, un fremito.
Raggelo anch’io, dentro l’anima fredda.
Un’anima morta.
Ma che che non può morire davvero, mai, per sempre.

Chi di voi non ha sognato, almeno una volta, di conquistare l’eterna vita immortale?
Fin dall’antichità, la stolida razza umana, impaurita, terrorizzata di quel grande premio che è il tempo mortale, ha immaginato la mostruosa possibilità della vita eterna.
L’ha messa, come un’immensa croce crudele, nel cuore degli dei, come un trofeo di inestimabile valore, una corona per re che non potranno mai governare davvero.
Dei immortali.
Esseri che non possono conoscere il fluire delle cose, il crescere, il colorirsi, il maturare, il macerare, il fermentare, il consumarsi di ogni cosa.
Il succedersi dei giorni, delle stagioni, degli anni.
Cicli, orbite, rivoluzioni, ere, eoni.
Per tutti i tempi dei tempi.

Ogni uomo teme la morte.
Ha paura di svanire.
Finire.
Diventare polvere.
Ritornare ad essere polvere.
La polvere, quella stessa polvere da cui un essere viene.
La polvere, secca, che si anima del fluire della vita, del rorido schiumare del sangue, del folle battere impazzito della vita.
La miracolosa materia che muta, diviene, si forma e si trasforma, in infiniti cicli di essere e tornare a non essere.
L’incoscienza dell’immaturità che compie il miracolo di divenire sicura di sè, senza sapere nè come nè rincorrere un motivo, uno scopo, una ragione.
La vita, senza ritegno, egoista.
Padrona del mondo.
Oh, che miracolo compie la morte, nel porre un limite all’immobile eterno.

Qui, dove ora sono caduto, vivrò prigioniero per sempre.
Senza speranza che un sole sorga di nuovo.
Che sopraggiunga un raggio da una stella, messaggero d’un firmamento lontano.
Che un’ombra possa venire a rapirlo.
Che possano, così, prender forma gli istanti.
L’uno dopo l’altro.
E nascer, così, i minuti.
Allungandosi verso il cielo, come rosee stalagmiti, senza altro destino che quello d’intrecciarsi con gli infuocati tramonti, arrossate stalattiti che lentamente ci calano pietosi dal cielo.
L’arco dei giorni, esile e fragile.
Che ogni volta, inesorabilmente, fatalmente, pietosamente, si spezza per dare spazio ad un nuovo giorno che arriva.
Ad una nuova speranza.
Ad una nuova possibilità.
Al multiforme formicolare di ogni pullulante forma di vita.

Da qui, invece, assisto, impassibile, all’immutabile formarsi di eterni istanti senza inizio nè fine.
Gemme che non potranno avere la gioia di diventare fiori odorosi.
D’essere ingravidati dallo sperma vitale portato, in giro nel mondo, dagli sciami lubrichi degli insetti inseminatori.
Non più, nè mai, mai sempre, nè mai un possibile mai più.
Non frutti, nè gusti, e odori e sapori.
Nè alimento, seppure dopo la lenta agonia d’una marcescenza estenuata, per quella bocca, nascosta per ogni dove negli umidi anfratti della fertile terra, perennemente vogliosa di godere delle grazie lascive della mortale decomposizione della materia.
Qui, anche dentro di me, s’è perso il filo spezzato d’ogni pensiero, s’è spezzato il filo d’ogni speranza.
Morire, ormai, non potrò, mai più.

Non accadde, come si può immaginare, con un lento avvisare del mutevole corso del tempo.
Con un rallentamento delle orbite astrali del cosmo.
O un’anomalia nel corso dei moti del sistema solare.
Fu, piuttosto, un rincorrere, in una sola generazione, o forse anche due, d’una vaga chimera.
Sogni astratti, confusi.
Ma pur sempre eternamente cullati da quella inconsapevole scimmia che s’era data il nome di uomo.
Volle elevarsi al rango di dio.
Porre fine alle malattie, al dolore, alla morte consolatrice.
E in capo a men che non si dica, fu studiato un sistema che fermò il corso del tempo, proiettando, dal cielo, un cono d’ombra che ha, in breve, fermato il corso del tempo.

L’ombra viene creata da un sistema che assorbe la luce solare prima che raggiunga il pianeta.
Un sistema che si autoalimenta nutrendosi di luce, come uno specchio divoratore, ingordo, immenso ed eterno.
Una cortina di ioni di carica negativa che annulla le correnti positive che viaggiano con i raggi sparati dal sole.
E con quell’ombra eterna, scesa per sempre sulla terra, è stata uccisa per sempre la luce.
Hanno cessato di cadere le volubili piogge d’acqua dal cielo, di avvicendarsi i preziosi raccolti della roride coltivazioni, di succedersi i regolari ritmi delle stagioni mutevoli, di accavallarsi le ondose maree, di ripetersi, mai eguali veramente a se stesse, le vezzose fasi lunari.
Ed anche le morti degli uomini, così, ad un certo punto, così come le nascite divennero rari eventi che preso svanirono finanche dalla memoria degli archivi.
Finchè tutto restò immobile.
Eterno ed immobile.

Le città si consumarono nell’inedia del tempo.
Così lentamente che si cominciò a dubitare che fosse mai esistito davvero un tempo, un tempo remoto, fatto di vita.
Città, regni, dinastie, civiltà divennero vuote parole che, a loro volta, divennero vuoti suoni dimenticati da tutti.
Solo, restavamo noi uomini.
Creature fuori dal tempo.
Restate fuori dalla porta senza più chiavi, nè chiavistello.
Ormai abbiamo perso anche il pensiero.
Quando abbiamo smesso di muoverci, è avvenuta l’ultima mutazione percepibile, se mai ci fosse qualche, da qualche parte lontana da noi, a poter percepire più qualche cosa.
Non moriremo neanche quando un evento astrale spegnerà la stella che alimenta il velo di tenebra che abbiamo costruito nel cielo, frapposto fra la vita e la morte.
Anche quello sarà un evento senza energia, nè luce, nè movimento, nè tempo.
Solo un allargarsi ulteriore, un contagio incurabile, della pena che la vita eterna infligge a chi, una volta, osò commettere l’imperdonabile errore di cancellare dalla vita la salvezza della morte.

LA CADUTA DELL’ANGELO

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Marc CHAGALL – La caduta dell’angelo

Livido, bianco, spaventato, furente, ferito, sconfitto.
Sullo spuntone di roccia acuminato della sua disfatta, l’Angelo del Male giaceva schiantato.
La roccia aveva tremato, la terra si era ritratta, il mare si era ritirato, l’aria s’era aperta, il cielo squarciato, le stelle rabbuiavano.
Solo le tenebre, dappertutto, nel mondo ancora non creato, sembravano gioire in silenzio.
Chi, cosa, come, in che modo, quali forze avevano scaraventato quella creatura giù dal trono?
Fratello contro fratello.
Creatura contro creatura.
Anche se il cosmo era ancora un ammasso inerte, un magma di caos ribollente, lassù, da qualche parte, nel punto più centrale del Nulla da disfare, nel nucleo del Tutto che avrebbe dato vita, in un futuro senza tempo, al Big Bang della creazione, in un punto senza spazio, in un istante senza misura, era avvenuto uno scontro furibondo fra forze tremende, ma ancora ignote e sconosciute.

Ma l’Angelo del Male era già l’Angelo del Male.
Nel momento in cui la Forza l’aveva detronizzato e menato in quel mare ribollente dell’Esistenza, aveva già preso un nome.
Il Suo nome.
Era stato già battezzato.
Come l’Angelo del Male.
Già.
Ma chi, cosa, quali ignote potenze erano uscite vittoriose da quel conflitto così epico?
Se un Angelo del Male era stato scaraventato nel Mondo, cosa, mai, poteva essere rimasto di Là?
Quale immensa forza?
Se nel Mondo non v’era ancora stata la divisione fra il Bene ed il Male, se la Creazione ancora non era avvenuta, se il Big Bang ancora doveva esplodere le sue reazioni nucleari, cosa poteva aver generato quello scontro?
Uno scontro fra quali Entità?

L’Angelo del Male, fosse stato una creatura mondana, si sarebbe spiacicato, sulla roccia bianca su cui si era schiantato.
Ma non erano carne, ossa, sangue, quelle che erano piombate dabbasso, nel Mondo, e che, su quel Mondo, si erano schiantate.
Erano parvenze, forme, idee.
Le primordiali apparenze della realtà che si sarebbe formata di lì in avanti.
E se era l’Angelo del Male a prendere forma da quelle parvenze, da quale altra dimensione eravamo dominati, da lassù, lontano, da quale oltre venivano le apparenze, che nome, che volontà, esse potevano mai avere?
Quale inspiegata, o inspiegabile, ragione aveva scatenato una guerra così devastante?
Quale destino poteva essere assegnato a questo Mondo dal quale il primo vagito fuggito dalla gola era quel rantolo del Male battuto su uno scoglio nel gorgogliare delle maree annodate e ribollenti, nel turbine fumoso dell’aere?

Il Destino.
Mai quella parola era stata, prima di allora, pronunciata da bocca di dio o di potenza.
Eppure, già dal primo istante del tempo misurabile, quell’angelo, l’Angelo del Male, si era trovato appiccicato addosso una condanna tanto crudele.
Essere condannato dalla Natura stessa ad essere l’Angelo del Male era frutto dell’azione di un tribunale senz’altro ingiusto.
Quale colpa, prima del tempo, nei cieli nascosti, si era dovuta consumare, all’insaputa della conoscenza, per determinare un Destino tanto amaro?
E quale Giudice poteva presiedere quel Tribunale?
Se il Male era stato scagliato quaggiù, di là, cosa era mai restato, solitario dominatore del Nulla?
Un Giudice col suo Boia.
Un Potere con un’Autorità tanto violenta.
O forse un Boia che si era arrogato il diritto di essere anche Giudice.
Un Potere che si era appiccicato addosso, con la più assoluta arroganza, i simboli dell’Autorità?

Molte ere sono passate da quello schianto.
Oggi guardiamo in alto, oltre le nuvole, più in là del cielo azzurro, fin nelle profondità del creato, nelle intimità nebulose ed oscure delle Tenebre.
Cerchiamo, là, il Bene.
Abbiamo deciso, noi, figli dell’Angelo del Male, che di là deve esserci il Bene.
E cosa mai sia, quel Bene che cerchiamo là in fondo, non sappiamo ancora dirlo.
Ci interroghiamo da generazioni e generazioni.
Abbiamo creato altari e templi.
Sacrificato fratelli e vittime.
Acceso fuochi e sparso incenzi.
Credendo di rabbonire quel Giudice.
Sperando, forse inconsapevolmente, che non formuli i suoi verdetti anche contro di noi.
Ci immaginiamo inferni, nell’aldilà.
E speriamo che esistano paradisi che ci possano ripagare della condanna.
Come fossero, quei paradisi, l’espiazione del male che ci è stato inflitto.
Ma chi, mai, abbiamo offeso, noi, per meritarci la condanna?
Quale colpa, mai, deve essere stata compiuta dal nostro padre, l’Angelo del Male, per meritarsi, e farci meritare, ancora per tutte le generazioni che avranno da passare, la crudele condanna del Male?

Quando si rese conto d’essere entrato nel Tempo, l’Angelo alzò gli occhi al cielo.
Di là sotto, il cielo, sembrava una volta azzurra, leggera, lieve, tenera, dolce, carezzevole, splendente di miliardi ci cristalli di luce.
Ma quella vista, per l’Angelo, che conosceva cosa ci celava dall’altro lato, era un inganno evidente.
Una menzogna.
Una finzione malvagia.
Una tentazione, una provocazione, una bestemmia.
Le Tenebre dell’increato erano ributtanti, rivoltanti, nauseabonde.
Oscure e viscide.
L’esatto contrario di quella bellezza allegra che sembrava Ordine e Pace.
La luce, che di qua era vibrazione e armonia, di là, era fuoco, vampa, forza distruttrice che eruttava oscurità densa, polvere e fumo ardente che inghiottiva tutto.
Al di là del buco nero che aveva vomitato l’Angelo c’era la massa del caos.
Violenta.
Cattiva.
Brutale.
Atroce.
Empia.

Come sarà nata, da allora, la vita?
Noi, figli dell’Angelo, chi siamo?
Io, che racconto la sua storia, figlio della progenie condannata, chi mai sono?
Vi è, in qualche recesso delle mie carni, della mia mente, della mia memoria inconscia, un barlume del ricordo di ciò che Egli vide, lassù, prima di essere scacciato, da una pedata infame, in questo mondo mortale?
Mi angosciano, a volte, nella notte, queste domande.
Quando il sonno si dilegua andandosi a nascondere, ma facendosi ancora desiderare, come l’acqua per chi ha sete.
Mi assalgono queste domande.
Ma, più ancora, mi angoscia, a volte, una domanda ancora.
Di là.
Si, di là.
Se di qua, la vita, il tempo, l’esistenza, il dolore e la gioia, la vita e la morte, hanno selezionato la nostra razza, e tutte le altre creature viventi.
Allora, di là.
Quali esistenze, o inesistenze possono essersi generate da quel Giudice arrogante?
O, peggio, da quel Boia usurpatore?

TRUMP – storie di gatti e di topi

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Film: Moore in Trumpland (click here)

E’ andata così.
Ormai, si dice tanto in Tv, la storia ha vinto contro i sondaggi.
Trump è la storia, Clinton i sondaggi.
Così dicono.
Comunque, è andata così.
Senza parole, restiamo a vedere, ora, cosa succede.
Bene?
O male?
Cos’altro possiamo fare, se non restare a vedere?

Ognuno di noi ha una responsabilità.
Nelle cose della vita, intendo, della vita in cui è inserito come uomo, come cittadino, come padre, o madre, o figlio, o fratello, o amico, o semplice prossimo di qualcun altro.
Ognuno di noi, nel restare a vedere, non può restare fermo.
Restare a vedere significa, per ognuno, continuare a vivere la storia.
Nessuno può tirarsi indietro, neanche se lo volesse davvero.
Perchè la storia è fatta del sangue di noi tutti, della nostra carne, dei nostri bisogni, dei desideri e anche dei sogni.
E nessuno può impedire, a chiunque di noi, di essere sangue, o carne, o di soddisfare i nostri bisogni, oppure di avere speranza che desideri vengano esauditi ed i sogni realizzati.
Nessuno ce lo può impedire e nessuno può tirarsi indietro.
E’ questa la storia.

Il tempo che stiamo vivendo è il tempo delle solitudini solitarie.
Lo chiamano social, questo Tempo.2, il tempo delle solitudini solitarie.
Lo chiamano social perchè ad ognuno è stata data una lavagnetta bianca su cui scrivere i propri sogni.
O i desideri, i bisogni, e i nomi di ognuno, che sono, poi, invece, la carne ed il sangue di ciascuno.
Ci hanno dato queste maledette lavagnette bianche, che cantano e suonano, e ci cullano portandoci in sonno.
E cosa scriviamo, invece, su queste lavagnette?
Che siamo soli.
Ognuno è solo, e, solitario, scrive il suo messaggio in bottiglie vhe si perdono nel vuoto immenso dell”oceano social.
Qualche volta si trova un messaggio.
Ma a nessuno vin voglia di leggere davvero cosa c’è scritto su quel maledetto fastidioso messaggio.
E così, giorno dopo giorno, sera dopo sera, il tempo passa, i messaggi si accumulano come le immense isole di immondizia galleggiante che si formano si perdono in mezzo agli oceani.
Ogni messaggio porta scritto, in calce, un nome e cognome.
Ma senza carne, nè sangue, non sono altro che nomi.
Nomi perduti.
Ed ognuno di noi, perduto il suo nome, resta davvero da solo.
Da solo, senza se stesso e senza nessun altro.
Sono queste le solitudini soliarie del Tempo.2 che siamo vivendo in questo tempo perduto.

La storia delle solitudini solitarie genera mostri.
Fantasmi, paure, angosce.
La mente degli uomini soli si riempie di fantasmi, angosce, paure, terroti.
Mentre nel mondo gli orrori del mondo restano sempre gli stessi.
Donne, bambini, uomini, a cui viene rubato il destino.
Sono i poveri, i deboli, quelli che non hanno niente o nessuno.
Quelli che scappano, che fuggono, che cercano, che sperano sempre in qualcosa domani.
E quelle moltitudini metto tanta paura.
Moltitudini di fantasmi.
Moltitudini di uomini soli.
Solitudini solitarie.
Che mettono angoscia.
Perchè in mezzo a quei fantasmi che mettono tanta paura ci siamo persi anche noi.
Con le nostre angoscie, le nostre paure, le nostre angoscie solitarie e penose.

Temiamo più noi, gatti con la pancia piena, addormentati sulla porta di granai fortificati, che loro, i topi, che vengono a rubarci, tra le zampe, di nascosto, la preziosa mercanzia che abbiamo accumulato.
Siamo sazi.
Grassi.
Obesi.
Non riusciamo più a catturare quei topi affamati.
Neri, puzzolenti, fetidi, sgattaiolano tra le nostre zampe lasciandoci soltanto un senso di nausea a strozzarci la gola.
Non riusciamo a fermarli e pensiamo di costruire dei muri, chiedere porte, sbarrare finestre.
Mettere i sacchi davanti alle trincee nelle quali ci siamo rinchiusi.
Galere nelle quali moriremo asfissiati, ingozzati, infelici, perchè non abbiamo più la forza neanche di fare la guerra a quei fetidi topi.
Per questo, ormai, abbiamo imparato ad usare soltanto la voce.
Facciamo “BUM!”, perchè ieri, i topi scappavano, quando uno di noi faceva “BUM!” davvero forte, così.
E facciamo anche volare i droni, ora, senza i piloti, così, non può più accadere che un nostro pilota si sfracelli colpito da un razzo sfuggito alle difese delle fortezze volanti.
Fanno “BUM!” anche loro.
Ma fanno anche morti e rovine.
Ammazzano qualche topo e distruggono una tana.
O due.
Ma tanto, a che serve?

La Storia del mondo dei topi si scrive applicando un’altra regola della grammatica.
Ricordo ancora, dai tempi di scuola, la differenza fra i nomi comuni, scritti con la minuscola, ed i nomi propri, ai quali si deve premettere l’iniziale maiuscola.
Già, la scuola.
Sarebbe, oggi, una medicina efficace per curare la malattia della nostra solitudine solitaria e angosciosa.
E invece?
A scuola, oggi, s’insegna, ancora, quella regola della Storia Maiuscola e di quella minuscola?
Le scuole in cui si diploma il nostro mondo dei gatti non conosce più la differenza.
Anzi, credo, sinceramente, ormai si pensi seriamente che la storia sia solo quella che si scrive nel libro dei gatti.
E che la Storia, nei libri dei topi, al contrario, venga scritta con i caratteri di indecifrabili calligrafie e strane regola di rozze grammatiche.
Così, anche nei libri, noi gatti, soffriamo una malinconica solitaria solitudine angosciata.

Non credo che l’elezione di Trump riuscirà, nel tempo in cui siamo fermi in attesa, a cambiare le regole della nostra grammatica.
Forse si tratta solo di un altro gatto messo a guardia del nostro fornito granaio fortificato.
Forse, altri grassi gatti da difesa si stanno già leccando stancamente gli unti baffi cadenti, nei nostri granai, al di qua dell’oceano.
Sento ronzare i motori dei droni nelle officine delle nostre città.
E vedo innalzarsi, di giorno in giorno, muri sempre più alti, laggiù, all’orizzonte, che diventa ogni giorno più stretto. Come una cella.
Ci stiamo rinchiudendo in prigioni dorate.
Qualcuno dirà, meglio che nelle sconfinate pianure dove si muore di fame, di sete, di malattie e di guerra.
Così, abbiamo descritto la differenza fra la storia, che stiamo scrivendo di qua.
E la Storia, che stanno scrivendo di là.
La storia di grassi prigionieri sazi, rinchiusi in celle con porte e sbarre dorate.
E la Storia, di chi fugge, negli sterminati spazi del mondo, dalla morte certa e dalla miseria.

Anche i gatti erano animali selvatici, un giorno.
Fuggivano dalla miseria, dalla fame, dalla crudele caccia dei cani.
Scrivevano nobili libri di Storia.
In quei libri erano narrate le eroiche gesta della conquista del mondo.
Un mondo dove la libertà, l’uguaglianza ed il progresso dovevano rendere felici tutte le creature che nascevano eguali da Madre Natura.
Ormai, quei libri son perduti nella memoria del popolo dei sazi gatti guardiani sulle porte delle fortezze-granaio.
Schiavi obbedienti al padrone che gli riempie ogni giorno la pancia.
Solo qualche randagio, forse, perduto tra i fantasmi del mondo, ancora ne ricorda l’esistenza.
Seppure nel dubbio.

Noi, possiamo solo raccontare la Storia

I GIGANTI

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Sierra Pelada – foto by Sebastiao Salgado

 

Veramente, quando abbiamo visto arrivare quelle strane creature, siamo rimasti sorpresi.
Non credevamo ai nostri occhi.
Non avevamo mai visto niente di simile.
Vive, erano vive, quelle “cose”.
Questo non si poteva negare.
Ma, di cosa si trattava, in realtà?

Le prime notizie dell’avvistamento sono volate nell’aria come portate dal vento.
Piccole creature.
Bestiole.
Animali sconosciuti.
A gruppi, a branchi, a sciami, a stormi.
Brulicanti, agitati, tutto un frenetico pullulare.
La grande pianura ai piedi del Sacro Monte ne è piena, invasa.
Sembra un gran mare in fermento.
Come il cielo.
Convulso, delirante, indemoniato.

Il nostro sacro territorio è stato violato.
L’eterno tabù che ci ha resi padroni del mondo è stato infranto.
Questo il sentire dei cuori, la voce sulle bocche, lo sgomento nell’aria.
Per cercare una mutua rassicurazione, si sono formati tanti scrocchi, per le strade.
Per discutere il da farsi.
Mai, prima, la terra dei giganti era stata oggetto di invasione.
Anzi, dai confini più sperduti, mai, in passato, era stata segnalata la presenza di altre forme di vita.
Non c’è mai stato un al di là, oltre i grandi muri di filo spinato che s’innalzano fino al cielo e racchiudono, rassicuranti, il perimetro del nostro paradiso sconfinato.
La nostra terra promessa.
Quei muri erano stati innalzati fino al cielo dagli eroici conquistatori del mondo. Non per difesa, ma per separare.
Non per proteggere, ma per tenere divisi.
Il glorioso regno dei giganti, e l’oscura terra inesplorata dei morti.
Ora, è chiaro, le minuscole creature che sono state avvistate dappertutto, intorno a noi, non possono che venire da quella parte.
Dalle tenebre dei morti.

Il capo delle forze di sicurezza ha subito espresso i suo parere illuminante.
Ha immediatamente convocato la riunione del gabinetto di difesa.
Si tratta di forme di vita sconosciute.
Venute, come, non si sa, non si ha certezza, nè da dove.
E certo, recano grave nocumento alla razza dei giganti.
Solo a noi gli dei hanno assicurato i frutti della sacra terra della luce.
Quelle viscide e striscianti entità non possono che essere figlie delle tenebre.
E sono, è certo, portatrici di gravi pericoli per il nostro popolo.
Sono da eliminare integralmente.
Bisogna agire con urgenza.
Darci da fare imme-dia-ta-mente.
E al più presto!

Gli scienziati del laboratorio spaziale sperimentale avevano pareri assai discordi.
Forse, era un’opinione, i minuscoli invasori erano piovuti giù dal cielo.
Secondo qualcun altro, invece, erano germogliati dalla terra.
Come le mosche, i vermi, i parassiti.
Creature pari loro.
Probabilmente, dicevano quelli che si dicevano più informati, erano nati dalla carne putrefatta di qualche carogna animale in disfacimento nel cuore della foresta inestricabile.
Ma c’era anche chi pensava che fossero emersi dalle profonde oscurità inesplorate del cupo oceano spaziale, là, dal liquido cosmo in cui è immersa la celeste calotta luminosa che gli dei hanno posto, un giorno, come corona sulla testa dei giganti.
Ma di certo , eran d’accordo tutti, si può dire solamente che il loro aspetto è certamente ripugnante. e di sicuro si dovrà disinfestare ogni luogo su cui avranno posato le loro minuscole zampette.

NELLA NEBBIA (2)

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Foto by Pierperrone

Poi, alla fine siamo partiti.
Sarà stata la cupa atmosfera della città svuotata da ogni forma di vita.
Le porte delle case semisocchiuse.
Il vento che sollevava polvere e avanzi di vita e li spingeva come animali randagi per le strade deserte, ormai.
Oppure l’oppressione inconsapevole dell’attesa, che continuava a pesare ogni ora di più.
I silenzi sempre più lunghi che avvelenavano lentamente le ore.
Sarà che anche il desiderio di diventare padroni della città non bastava a riempire il vuoto che s’era aperto come una voragine nei nostri cuori.
Così siamo partiti.

In cinque o sei.
Uno lo abbiamo perso in mezzo al deserto urbano che volevamo lasciare.
L’ultima sera, qualche giorno fa, prima di prendere su le nostre poche cose.
Mentre spadroneggiavamo nelle vie deserte, entravamo nelle case lasciate incustodite, nei negozi senza avventori e senza padroni.
Così.
Improvvisamente.
Uno di noi, il più piccolo, quasi un bambino, ancora.
Aveva preso un telecomando sul bancone di un bar e aveva cercato di cambiare canale alla televisione che era rimasta per giorni accesa attaccata sul muro.
E, così, con un click, come avesse cambiato canale, lo abbiamo visto sparire davanti ai nostri occhi allucinati.

Per un pò lo abbiamo chiamato, cercato, insultato.
Non si fanno scherzi cretini in un momento così.
Gli gridavamo a gran voce.
Più per darci coraggio che con la convinzione reale che potesse riapparire improvvisamente come era sparito.
Per terra era rimasto il telecomando, che aveva fatto un secco rumore quando aveva sbattuto contro le assi di legno del pavimento.
Come una macchina del tempo.
Forse il nostro mancato compagno di viaggio era solo fuggito approfittando di qualche onda spaziotemporale azionata dall’aggeggio elettronico.
Se un’intera nazione poteva essere diventata preda di un’allucinazione collettiva duratura e persistente come quella che ci faceva vedere una scritta stampigliata nella volta del cielo, anche noi, allora, potevamo credere che un essere umano poteva sparire con un semplice click di un telecomando.

Si, abbiamo creduto ad una allucinazione.
Abbiamo preferito credere a quello, piuttosto che continuare a domandarci cosa realmente stesse accadendo.
Non so spiegare bene il sentimento di sgomento e spavento che ci gelava il sangue, ci allucinava gli sguardi, ci stringeva il cuore e ci faceva desiderare di non doverci trova mai più in questa maledetta città.
In questa, si.
Perchè anche se siamo partiti, non siamo certi di essere riusciti davvero a fuggire.
Sono due giorni interi, quasi tre, che ci siamo messi in cammino.
E nel cielo, infernale, quella scritta inchiodata continua a mostrarsi come una maledizione divina.
Non riusciamo a fuggire davvero.

I piccoli gruppi di profughi che raggiungiamo, durante il nostro cammino, più deboli, di anziani, malati, bambini affamati, non ci guardano nemmeno.
Abbiamo provato a interrogarli, a chiedere, ad ordinare loro di darci indicazioni, notizie, informazioni sulla loro destinazione, su una meta, sul luogo della salvezza.
Ma,come statue di sale, mummie, fantasmi, restavano muti, imbambolati, silenziosi.
l più, qualcuno singhiozzava qualcosa di incomprensibile, mostrando col dito rattrappito dalla disperazione la stessa invariabile scritta stampata nel cielo.
Molti piangevano, continuando a camminare, lenti e pesanti.
Strisciavano, quasi.
E’ il peso dei loro cuori di pietra, ha detto uno di noi, quello che aveva studiato in una scuola di teologia, prima di lasciare via tutto.
Ma nessuno può dire davvero se abbia o meno ragione.

Ci siamo chiesti, e credo che ognuno dei profughi che ha lasciato a malicuore la maledetta città si sia fatta la stessa domanda, se era un senso di colpa a spingerci via.
Si, la scritta minacciosa.
O un ordine perentorio, forse, meglio.
Là, nel cielo, alta, immobile, quasi finta, eppure così vera da incutere terrore a tutti.
Ma forse ci spingeva più fortemente un senso di colpa.
Era questa, forse, la pena da scontare per i nostri peccati?
Era il segno d’un dio vendicativo?
O gli esiti di una rivoluzione politica combattuta con le armi di una metafisica della storia?
Nessuno di noi, crediamo fermamente, è la verità, nessuno di noi è veramente innocente.

Tutti, e ognuno, ci portiamo addosso, da qualche parte nascosto, oppure, in certi casi, bene in evidenza, il segno delle nostre colpe, delle nostre ingiustizie, dei nostri peccati.
Tutti, e nessuno escluso, abbiamo potuto vivere, e crescere, e anche ingrassare e accumulare il superfluo oltre ogni possibile necessità di riserva, mentre, lo sapevamo, anche se fingevamo di ignorarlo del tutto, da qualche altra parte della città, in qualche altro vicolo della strada, in qualche altro appartamento del nostro stesso alveare, qualcuno stava morendo di fame, o di dolore, o anche soltanto della più triste solitudine.
Bastava ignorarlo.

E quella verità, allora, diveniva invisibile, svaniva, si smaterializzava, scompariva, diventava inesistente.
Non c’era.
E con la nostra cecità dell’anima abbiamo trasformato in morti viventi tutti quei poveri Cristi che avevano avuto una vita più disgraziata della nostra.
Allora, non è questo un peccato gravissimo, una colpa, da pagare con la pena più adatta?
L’esilio dal mondo.
Lo stesso esilio dal mondo inflitto a quei poveri Cristi.
Ecco cosa qual era il fio da pagare.
Pensavamo in silenzio tra noi.

Ma nessuno osava dire una cosa come questa ad alta voce.
Un sacrilegio.
Non si può commettere questa colpa contro la stessa società e pensare di farla poi franca.
Di non pagarne il prezzo più caro.
L’essere messi al bando da tutti.
La nostra società, tanto più in questa forma di precaria resistenza che si era instaurata in questi giorni di percepito pericolo mortale, era diventata più crudele che mai.
L’isolamento delle creature sole in ci eravamo trasformati in questa disperata fuga dal mondo era la pena più crudele da comminare.
E la più dolorosa da scontare.
Peggiore della pena capitale, che almeno avrebbe posto fine alla sofferenza interiore causata in ognuno da quel male così assurdo che stavamo vivendo.

Per la strada solo piccoli gruppi di fantasmi solitari.
Creature senza più un mondo.
Perchè fuggire così, scacciati, dalle proprie case, senza un vero perchè, senza neanche una minaccia reale, un pericolo fisico all’incolumità personale, vuol proprio dire fuggire dal mondo.
E questa considerazione è tanto più vera quanto più, in preda alla stanchezza crescente, alla disperazione in cui avevamo finito per annegare avanzando sempre più confusamente, si andava in qualche direzione senza neppure sapere qual’essa fosse.
Si fuggiva.
E tanto doveva bastare.
Inseguiti.

Neanche questa domanda poteva trovare risposta.
Dove erano collocati i confini per sfuggire alla minaccia che incombeva da quel cielo feroce?
Dove ci saremmo potuti ritenere la sicuro?
Soltanto nel punto – questo almeno sembrava sicuro – in cui quella maledetta minaccia sarebbe scomparsa, diventata invisibile, dimenticata per sempre.
E, ci accorgevamo andando avanti a tentoni, che non c’era sull’intero pianeta, uno spazio così vasto per accogliere un esercito di fantasmi in fuga dalla propria memoria.
Non bastava lo spazio.
E così non sarebbe bastato neanche il tempo, per compiere una fuga così estrema.

La nebbia, vera o frutto della nostra angosciata immaginazione, ci circondava sempre più fitta, mano a mano che ci allontanavamo dei territori che ci erano noti intorno ai confini della città.
Come se mondi reconditi, inesplorati, ci stessero aspettando con le loro confuse mappe ancora da disegnare, con i contorni da definire, le forme da riempire di contenuto.
Una nebbia dell’anima.
Un’allucinazione, come quella che forse aveva disegnato nel cielo la forma delle nostre stesse paure.
A cui non riusciamo più a sfuggire.
Anche se stiamo fuggendo impauriti.

La nebbia, che solo a tratti, quando si fa più fitta, così densa da nascondere quasi il cielo, lassù, con il suo contenuto di spaventevole angoscia, solo in rari momenti sembra diventarci complice, o amica.
Ma sono solo vaghi fuggevoli attimi.
Poi, inesorabile, la verità torna a pesare su di noi.
E ci sentiamo sempre più stanchi.
E non sappiamo più se andare.
O lasciarci morire.
Se, almeno, una scelta potessimo averla.
Ma, forse, neanche questo è possibile, ormai.
Non c’è niente, intorno a noi.
Ci muoviamo nel niente.
Ciechi, soli, muti.
Disperati.

Incespichiamo, procedendo alla disperata.
Qualche legame invisibile ci mette l’inciampo, a momenti.
Ma non si può cadere, non c’è una terra su cui porre termine all’interminabile precipitare nel vuoto.
Inciampo.
O inganno, forse?
Un nuovo pericolo?
O, solo, inciampiamo nei legami con il nostro vuoto presente senza più alcuna meta da raggiungere?
Ci interroghiamo senza poterci dare risposta.
E mente ci spingiamo sempre più avanti nel territorio del nulla, perdiamo, ad ogni passo, insieme alle forse, ogni speranza di raggiungere una salvezza.
Forse scontiamo così la nostra condanna?

PREPARATIVI (1)

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Foto by Pierperrone

Noi ci stiamo già preparando.
Abbiamo messo su tutte le cose nostre.
Quelle, almeno, che potremo portarci appresso, perchè abbiamo avuto poco tempo per i preparativi.
Non sappiamo neanche dove potremo andare.
Abbiamo letto in cielo la grande scritta.
“ANDATE. SCAPPATE. PORTATE VIA QUEL CHE POTETE. PER VOI NON C’E’ PIU’ POSTO. NE’ PACE”

All’inizio, prima ancora dello spavento, siamo rimasti increduli.
Nel nostro piccolo villaggio non avevamo mai visto qualcosa di simile.
Era incredibile anche il modo con cui quella scritta, già così terribile e minacciosa, potesse restarsene appiccicata lassù, sulla calotta celeste, come fosse stata inchiodata alle soffici nuvole bianche.
Come, e chi, potevano aver pensato ad una cosa così orribile?
Ma poi, dalla radio, sono cominciate ad arrivare le prime notizie.
E poco dopo, ecco anche le prime troupes delle televisioni locali.

In capo a poche ore avevamo potuto accertarci dei fatti.
O, almeno, dell’unico fatto certo di cui era possibile accertarsi.
Nel cielo, nei cieli di tutte le città della nostra nazione, campeggiavano i grossi caratteri rossi di quella orribile scritta.
Come sia potuto accadere un fenomeno come quello e chi ne poteva aver disposto la realizzazione, queste erano cose che non si riuscivano a comprendere.
Neanche con quale materiale si fosse potuta comporre quella scritta, che non veniva via in alcun modo, nonostante tutti i tentativi che l’amministrazione aveva cominciato a compiere fin dal primo momento.
In tutto il Paese, quelle parole troneggiavano in cielo, come la parola di un dio stufo e crudele.

Lo spavento, dopo l’incredulità, fu forte.
Un’incredibile minaccia poneva in pericolo le nostre famiglie, i nostri beni, i nostri patrimoni, le nostre case.
Poche cose, sembravano certe e, tra queste, solo l’invito minaccioso a fuggire via, scappare, rifugiarsi da qualche altra parte.
tralasciando, perfino, di potersi portare via le cose più care, i risparmi, i ricordi.
Andarsene.
Così.
Su due piedi.
Come vigliacchi.
Conigli.

Qualche duro ci aveva provato, all’inizio, a convincere i tanti pronti a raccogliere l’invito.
Pochi, in verità, se la sentivano di respingere quella minaccia con le armi della forza.
Intanto, neanche l’esercito, nè l’aviazione, erano riusciti a trovare un sistema per cancellare, o spostare, quella scritta dal centro del cielo.
E questo fallimento era sembrato, ai più, come il segno della manifestazione di qualcosa di potente, di una forza sconosciuta, una forza aliena, divina, che aveva tracciato il segno di una volontà inoppugnabile lassù nel cielo sopra le nostre case.

Se Dio, il nostro Dio che adoriamo nelle chiese, che mettiamo al centro delle nostre preghiere sugli altari nei templi e nelle nostre case, avesse scelto un modo così inequivocabile per manifestare la sua esistenza e la sua volontà, potete starne certi, non ci sarebbero stati miscredenti a negare la Verità, non più, almeno, dei soliti alcolizzati, degli spergiuri e, ovviamente, dei soliti bastiancontrari che negherebbero qualsiasi evidenza pur di mettersi in mostra facendosi beffe d’ogni evidenza.
Ma Dio scelse altre forme per manifestarsi agli uomini.
O forse a quei tempi, al tempo in cui ci furono i fatti che diedero vita a i sacri vangeli, allora, in quei tempi remoti, forse, io dico forse soltanto, allora, ancora, lo stesso Dio non aveva escogitato un sistema tanto evidente per farsi notare.
E, lo sappiamo, ne continua a pagare le conseguenze ancora oggi.
Ma questo è un altro argomento.

Si qualche bullo, qualche duro, avevano provato ad opporsi, a far ragionare la gente che quella cosa lì non poteva mai essere.
Ma chi poteva mai pretendere da tutto il paese una cosa così?
Il governo pure aveva, all’inizio, provato a fare del suo meglio per respingere un ordine così prepotente.
Più che altro per non vedersi accusato di viltà nei confronti della Nazione.
La Patria, si sa, il sacro suolo, la difesa, il dovere.
Le solite parole che si usano in circostanze così.
tanto, sono sempre i poveri cristi a morire, poi, nel caso una vera guerra dovesse scoppiare.

Questa volta, però, il tentativo era andato subito perso.
Contro quale nemico si poteva mai puntare il dito?
Non le opposizioni politiche.
Anarchici, comunisti, terroristi religiosi o fondamentalisti di qualsiasi fede erano esclusi.
I nemici, in quel minaccioso ordine stampato, inciso, scritto, scolpito nella volta celeste, erano inequivocabilmente inclusi tra i destinatari della… chiamiamola chiara missiva.
Anzi chiarissima.
Certo, si poteva credere, immaginarsi un tentativo, un’ingannevole sotterfugio, un imbroglio…
Ma, man mano che fu confermata la realtà di quell’indelebile segno iscritto lassù, che l’incredulità lasciò il posto alla sorpresa, lo sgomento, la paura, il terrore, il desiderio di obbedire al più presto, scoraggiarono qualsiasi tentativo di opporsi ad una volontà tanto potente.

Il segno di tanta potenza stava nella evidenza con cui quella scritta campeggiava sulla volta celeste.
A volte appariva come uno di quei grandi fazzolettoni appesi dai pubblicitari ai due lati delle strade, sopra pali infitti sui marciapiedi; anche se, in questo caso, i due pali non c’erano, e quella scritta non volteggiava come un grande fazzolettone.
Altre volte sembrava volteggiare come se fosse la scritta sotto la pancia di un immenso dirigibile del colore del cielo.
In altri momenti prendeva le sembianze, o così ci sembrava di credere, di un immenso cartello indicatore, come quelli delle indicazioni stradali.
A momenti, infine, appariva in tutta la sua terribile e crudele semplicità.
Una scritta nel cielo.
Nient’altro.

I caratteri erano quelli che si trovano su una qualunque scritta pubblicitaria.
Bianchi.
Lo sfondo del cielo.
Di forma un poco grassotta.
Ben evidenti.
Nessuna concessione all’estetica o all’arte.
Un deciso e incontrovertibile segno di praticità.
Poca o nessuna manifestazione delle mirabolanti invenzioni degli uomini del marketing o degli advertising.
Anche questo incuteva un terrone sordo.
Come se venisse da un altro mondo, quel segnale di morte.

Si.
Presto la parola morte si unì ai nostri pensieri.
E non avevamo, ormai, altro pensiero, da un paio di giorni a questa parte, da quando si era manifestato quel segno terrificante del cielo.
Gli uomini di fede molto presto avevano perso la loro fede nelle forze divine.
Mentre, per paradosso, i miscredenti, gli agnostici, gli atei, avevano ben presto, misteriosamente, iniziato a manifestare propensioni a credenze metafisiche e spirituali.
Chissà, forse una vita passata a non credere aveva consumato la forza per accettare il caso quale creatore delle avverse fortune.
O forse, una situazione come quella, semplicemente, non poteva essere un segno del caso.
E che fosse una manifestazione al di là di qualunque umana manifestazione, questo almeno era certo.

Così, presto, si cominciarono a formare i primi drappelli di profughi lungo le strade.
Piccoli cortei di due o tre auto, lungo l’autostrada, a tratti, distanziati l’uno dall’altro, per l’interminabile lunghezza che si profilava a perdita d’occhio fino all’infinito orizzonte.
Come le formiche, in certe colonne spezzate.
E sulla costa, le barche, una dopo l’altra, come in un’allegra regata.
Il corteo si addensava ora dopo ora lungo la statale.
Mentre il mare si gonfiava gravido di navigli, man mano che la luce del sole calava, quasi che fuggire di notte fosse meno vile oppure il buio nascondesse ai cuori la paura e lo sgomento.
Negli occhi, solo, sui volti di tutti, una triste consapevolezza.
Forse era stato meritato un castigo come quello.

Anche noi ci stiamo preparando, ormai.
Siamo gli ultimi, credo.
L’ultimo sparuto gruppo.
Non ci conosciamo nemmeno.
Ci siamo ritrovati per caso.
Forse eravamo rimasti ad aspettare che il tempo ci portasse via da sè.
Nessuno di noi ha saputo spiegare davvero un perchè.
Forse volevamo soltanto giocare a testo o croce con questo crudele destino.

Ma adesso anche noi ci stiamo preparando.
Non sappiamo neanche dove potremo andarcene a stare.
Forse, può darsi, decideremo di non partire neanche.
Tanto, a che scopo fuggire?
Non abbiamo niente da perdere.
E se, per caso, quella scritta, così com’è comparsa, dovesse, domani svanire?
Potremmo diventare noi i padroni di tutto.
Tutta la città a nostra disposizione.
Per sempre.
Tutta per noi.

FRANKENSTEIN di P.

Photo by Pierperrone

Raccontare la mia storia.
Voglio raccontare la mia storia.
E’ lo scopo, la ragione della mia vita.
Voglio raccontare la mia storia.
Per capire il mio tempo, forse.
Per spiegare cosa è mai la mia vita.
Per dire anch’io “Ecco.
Vedete. Questa è la mia storia.
Anch’io ho una storia da raccontare”.
E non si tratta di vanità. No.
Io non ho una vita come le altre.
Per spiegare…

Io non sono mai nato.
E non ho neanche un corpo tutto mio.
Che mi appartenga, alla fine dei conti.
Eppure … non sono neppure mai morto.
Sono nato in una provetta di vetro.
Si, più o meno è così.
Sono figlio di un esperimento riuscito.
Poi, anzichè un dolce seno materno,
mi ha nutrito un freddo utero in affitto.
Il latte in polvere mi ha fatto diventare
un putto perfetto. Sono cresciuto con bistecche
di vacche ingrassate con mangimi, antibiotici e ormoni.
E verdure coltivate in serre solari e campi idroponici.
Mi ha dato da vivere una vita intera in affitto.
Si, mi sono veduto per trenta denari
al migliore offerente. Ho avuto mille padroni.
Come una prostituta qualunque.
Ma non ho donato amore neppure a pagare.
E poi, dopo l’incidente,
a causa del quale sono rimasto tecnicamente
in morte apparente, ora mi tiene in vita
sospeso un ansimante polmone d’acciaio.

Ecco.
Che vi dicevo?
Non è interessante, forse, la mia?
Non è una storia speciale?
Non è una storia straordinaria davvero?
Ho davanti a me un futuro infinito.
L’immortalità dentro una macchina elettrica.
La mia mente è integrata con gli elettrodi
impiantati nel mio sistema neuronale.
I miei occhi comandano due telecamere miniaturizzate
che possono spiare in giro,
anche al di là dei confini del mondo.
Con l’aldilà non ho confidenza, ma tanto lo so,
non è connesso alla mia rete virtuale di servizi integrati.
L’anima l’ho persa tra gli algoritmi di sintesi dei miei sentimenti.
Non so cosa possa importare, ma la felicità assoluta,
per me,
è una perfetta formula di acidi si sintesi chimica.
Cosa mi deve importare allora del mondo?
Forse di voi?
Che qualcuno stacchi per sbaglio la spina?

L’ULTIMA NOTIZIA

Dall’orifizio appena aperto, sottile e affilato, cominciarono, come ogni mezz’ora, a scivolar fuori le parole umide, viscide, untuose, scivolose, doppie.
Come al solito, la lucina rossa tremolante della telecamera gli aveva fatto l’occhiolino.
Per un attimo solo.
Poi, i suoi due occhi si erano aperti sul mondo.
Due fori neri, un pò larghi, si spalancarono sullo sfondo nero e freddo del vuoto.
Il freddo nero e vuoto del mondo dietro la telecamera.
Lo stesso mondo in cui viviamo ancora oggi.
Solo che, oggi, quel mondo è molto più triste e doloroso di allora.

Quando aprì la bocca, il mezzobusto era certo che la sua gola avrebbe sequenziato, come sempre, i suoni del testo che aveva davanti, scritti dal direttore del telegiornale.
Era normale.
Non ci avrebbe neppure pensato ad un’altra possibilità.
Un’altra volta non sarebbe stato attento a ciò che accadeva nello studio, ai movimenti intorno a lui, alle luci, ai segni dei tecnici di studio.
Avrebbe, invece, cercato di afferrare qualcosa dentro di sè.
Ma non ci aveva fatto caso, a quello che gli era accaduto.
E così, quando la bocca si aprì, una lenta cascata di parole, grasse e dense come bocconi maldigeriti, cominciò a depositarsi sul piano della scrivania.
Una piccola piramide irregolare gli si era formata davanti quando il cameraman si scosse dallo stupore.
Non diede tempo al malcapitato anchorman di assumere un aspetto contegnoso.
Staccò l’immagine e riversò nell’etere uno spot di puricatoria pubblicità.
Un advert!

Durò poco.
Qualche secondo soltanto.
Come una svista, un brutto sogno, un momento di delirio collettivo.
Il mezzobusto in giacca blu e camicia celeste si riprese, si ripulì l’orlo della ferita che s’era aperta, come sempre, per versare sul mondo le buone nuove del giorno, e si riassettò il nodo della cravatta ben intonata.
Poi si sistemò sullo sgabello.
Assunse la posa più professionale che avesse mai avuto dinanzi alla telecamera.
E fece un cenno al regista.
Mentre tutto tornava normale, l’addetto di studio, in un attimo, ripulì la scrivania dal gorgo di parole che s’era depositato maleodorante.
Prima che la rossa lucina gli facesse di nuovo l’occhiolino, tossicchiò un poco e si schiarì la gola dall’imbarazzo.
Poi, pronto, irrigidì la schiena e si mise ben dritto.

La bocca s’aprì come sempre per pronunciare la grave dichiarazione che gli avevano preparato in redazione.
Era l’annuncio più importante di tutta la sua carriera.
La mappa della Storia stava per essere disegnata di nuovo.
Lui, il suo volto, la sua immagine sarebbero rimbalzati in mille e mille schegge impazzite sui monitor di tutto il mondo.
La sua immagine, il suo volto, lui stesso sarebbero stati scambiati per la Storia in persona che si materializzava sugli sfarfallanti schermi dinanzi a tutti gli uomini del pianeta.
Ma dalla bocca, accanto ad un secco rigagnolo di parole prove di senso, cominciò ad allargarsi una nuvola leggera di colore giallastro.
Sembrava che le parole stesse stessero evaporando al contatto con l’aria elettrizzata che vibrava nello studio.
Lo strano fenomeno continuò anche quando il giornalista cominciò a leggere il secondo periodo di quel messaggio epocale.
Ma questa volta nello studio non accadde più nulla.
Nessun movimento, non uno scatto, neanche una vibrazione.
Improvvisamente erano morti tutti.
Un potente veleno sconosciuto aveva preso i loro cuori.
Erano restati solo dei gelidi rigidi cadaveri.

Dagli schermi, nelle case, nei negozi, nei bar, continuò a lungo ad irradiarsi la nebbia leggera.
Era una nube sottile che si dipanava dagli altoparlanti nascosti dentro gli apparati elettronici, ben celati sotto le mascherine di plastica degli chassì.
Un fenomeno inedito.
Le parole trasformate in onde sonore trasmesse elettricamente nel mondo erano diventate un venefico vapore mortale.
Ma nessuno più, ormai, si preoccupava di quello strano terribile fenomeno.
Tutto il mondo, ormai, s’era assuefatto a quell’orrenda cortina giallastra di verità.
Rassegnato, un mondo di morti continuava la sua vita nel nulla, come se, mai, nulla di simile fosse potuto accadere.
Io, anche, racconto questa storia solo per una strana bizzarria.
Forse perchè sono un disadattato.
Vivo in un sanatorio per malattie mentali.
E forse mi sono inventato tutto.
O forse, tutto è un gioco soltanto.
Un brutto gioco di cui provo orrore io stesso.

Per caso, nell’attimo esatto in cui il giornalista aveva incominciato il suo storico ultimo discorso all’umana nazione, un guasto aveva messo a tacere il mio apparecchio televisivo.
Forse fu questo guasto a provocare la mia malattia incurabile.
La chiamano follia, ma io so che è qualcosa di molto più serio.
E’ grave.
Io vivo fuori dal mondo.
Su di me non fanno presa le notizie che agghiacciano il cuore dei morti.
Non sono congiunto al mare di emozioni in cui annegano ogni momento quei poveri eserciti di anime nere.
Io vivo, freddo, nel mio io isolato.
Non odo il mondo, non ne vedo la fiamma, non ne percepisco il colore.
Non sento il dolore che ha unito tutti nell’abbraccio della notizia fatale.
Ho provato ad urlare.
E’ stato del tutto inutile.
Io sono muto.
Oppure sordo del tutto.
O vivo in un mondo di sordi.

Non credete alla mia storia.
Voi, che siete salvi, in quel mondo di morti, tenetevi saldamente aggrappati alla vostra realtà.
Io metto paura.
Provo a parlare, ma il silenzio mi agghiaccia.
E allora i pensieri cominciano ad aggirarsi nella mia mente come un branco di pesci spauriti.
Una tempesta li agita.
I miei sentimenti sono confusi.
Non posso muovermi nè urlare.
Lentamente, a volte, piano, in modo estenuante, una calma irreale viene a posarsi sopra di me.
Mi confida i suoi segreti, mi grida il suo nome.
Ma io non posso, purtroppo, raccontare a nessuno la mia verità, segreta ed inutile.
Non credetemi, se mai una volta riuscirete, per caso, a leggere queste parole.
Io ero giornalista, una volta.
E davo le notizie al telegiornale.

IL MAESTRO (2)

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

In questi lunghi anni lontano dalla scena, il mondo mi ha dimenticato.
Ma non gli dei.
Non le Muse.
In questi lunghi anni lontano dal palcoscenico, mi hanno dimenticato le menti labili, i cuori falsi.
Ma io sono rimasto vivo.
Fuoco che ha arso il legno nella camino.
Goccia che ha scavato poco a poco la pietra.
Vento che ha consumato la roccia con insistente pazienza.

Oh, io non ho bisogno della fama.
Non vivo per il pubblico, non per le scene, non per i plausi volubili che oggi osannano un dio appena nato, ancora in fasce, e domani lo gettano nella polvere.
No.
Non è questa l’eternità cui tendo!
Non è questa la gloria che procura l’arte vera!.

Stasera.
Fra poche ore.
Minuti.
Frequenze che sgocciolano dal diapason divino.
Interminabili.
Infinite.
Eterne.

L’eternità ha un prezzo che nessun uomo potrà mai pagare.
E’ il prezzo della vita.
Caro, esoso oltre ogni misura.
Non vi è conto bancario, patrimonio, tesoro che possa permettersi con tanta noncuranza di dichiarare “Stasera pago io!”.
Quale boria si nasconderebbe in quella voce.
Quale orrore in quel cuore così spaventato e muto.
L’eternità vuole in cambio la vita, per donarsi, nuda, impudica nella sua sensualità oscena.

Il divano, in camerino, stasera, sembra velluto insanguinato.
Anche il sipario gronda, ancora chiuso sulla folla, un’ombra cupa di tragedia.
I velluti, gli ori sfarzosi, le decorazioni luccicanti, i brillanti, gli anelli, le collane, le sete, i broccati, gli strascichi, tutto ha il brillante colore rubro dell’estrema esibizione.
Dee eternamente giovani, nonostante i secoli di vita trascorsi nell’olimpo di questa città alle estreme propaggini del mondo, se ne stanno assiepate nei palchi del teatro.
Vergini acerbe ninfe sospirano, là, in platea, fra fruscìi e ansimi rappresi.
Eroi destinati ai sacrifici degli eserciti stanno rigidi nei corridoi, tendno le mani e battebndo i tacchi deferenti.

Il mondo intero è in attesa, questa sera, dell’Arte, che saprà donare agli uomini l’assoluto della pazzia.
Io solo, invece, quaggiù, tremo.
Nell’ombra d’una quinta, da un foro nel sipario, il mio sguardo vaga nel fitto buio del tempo mio ch’è sul punto di finire.
Poco tempo, ancora mi rimane.
Ore, forse.
Minuti, certamente.
Scale ascendenti verso il cielo.

Lì, strabiliato, tra poco, per sempre, l’Arte m’avrà tra le sue braccia.
E sul libro della Fama, sarà scritto, eterno, il nome mio.
Io.
L’artista.
Il Maestro.

In questi anni lontano dalle scene ho raggiunto l’Assoluto.
Io, l’uomo, la debole creatura, preda della morte, ho saputo sfuggire alle sue brame.
Io, la fragile creatura, l’uomo che il tempo lentamente ha consumato.
Io, il Tempo ho saputo ammaliare col mio pazzo sogno, con l’arte, con l’idea della follia, lucida, chiara, pianificata col cesello.
E stasera, finalmente, avrà luogo la Rappresentazione.
lo Spettacolo.
La Prima in assoluto.
L’Unica.
L’Ultima.

Compiuta nell’assoluta Perfezione della Creazione dell’Artista, del’Interprete, del Maestro che non si può ripetere mai più.
Ho progettato la mia impresa dettaglio per dettaglio.
Mille infinite difficoltà ho dovuto prevedere.
E dove la scienza del maestro non poteva prevedibilmente arrivare, è dovuta giungere l’immaginazione del creatore.
Fin qui, volevo giungere, dove mai, altro uomo, prima del sottoscritto, seppe, mai, prima, giungere altrimenti.
Qui, dove si compie la gloria del progetto più perfetto.
L’Opera completa.
La Creazione.

Stasera, nell’infinita solitudine del palco, in quello stretto cono di luce bianca che percorra il buio della sala, dinanzi alla perfezione del mio strumento, quella macchina assoluta che io ho immaginato, progettato e realizzato, e col solo ausilio della mia tecnica, resa inca per questa serata che resterà unica nella storia non solo dell’arte, ma nella storia dell’uomo, si potrebbe dire, ecco, stasera io sarò finalmente il Maestro.
Per questa serata ho superato la limitatezza di ogni uomo.
Ogni aspirazione creativa non è nient’altro che un estro più affinato del solito.

Una melodia nuova?
Un capriccio dell’artista che reinventa uno stile o dipinge un’epoca?
Una trovata scenica che mostra un infimo degli infiniti innumerevoli trucchi della tecnica di un attore?
Cos’altro?
Come li chiamereste questi componimenti, si, ottimi, indubitabilmente ben riusciti, capolavori dell’arte?
Si, e perché no?
Ma cosa hanno a che vedere queste misere invenzioni con la suprema creazione di un vero maestro?

Vedo che ancora non capite.
Leggo nei vostri occhi sguardi interrogativi, dubbiosi, in alcuni casi il sarcasmo ed il compartimento che si devono assicurare alla folle rappresentazione della pazzia.
Ah, ma come vi sbagliate.
Quanta ignoranza leggo invece io nei vostri miseri occhi vuoti, in quelle cavità buie dove mai prima giunse l’illuminazione del Pensiero!
Quanta poca immaginazione avete, voi, pubblico inconsapevole.
Ma fra poco, si, saprete.
E finalmente aprirete gli occhi!

Ecco, a minuti, ormai, mi lancerà in quel vortice.
Salire sul palco, questa volta, non sarà come nessun’ altra.
Come nessun’ altra mai, prima.
Mai, prima, nella storia.
Queste stesse parole, questo stesso pensiero, quante volte saranno state formulate e pronunciate, prima di adesso?
E quante volte tanta misera presunzione sarà stata fatta passare per gloria, e fama, e fortuna artistica?
E invece questa volta, per la prima volta, la verità di quelle poche sillabe troverà realizzazione nell’esecuzione di un’opera d’arte totale, assoluta, completa.

Mi sono preparato per anni a questo momento.
Ho dovuto lavorare come nessun altro mai, prima di adesso.
Ho dovuto elevare la conoscenza delle tecniche compositive al di là della storia della musica.
E quella della tecnica costruttiva degli strumenti musicali oltre la sapienza umana.
E quella di ogni dettaglio che farà parte di questo spettacolo irripetibile ha dovuto essere integrata con una sapienza universale e totale.

Tutto ciò che sarà compiuto su questo palco, stasera, sarà del tutto nuovo, ma anche tutto ciò che farà parte di questa serata che sarà la nuova Creazione, così saranno i titoli domani sulla stampa ed in ogni notiziario.
Tutto è stato creato appositamente per questa sera, tutto, ogni singolo minuscolo dettaglio.
Anche il tempo che si consumerà, sarà stato appositamente studiato e creato.
Il mondo non ha mai conosciuto un momento così per mano di un uomo.
Scriverò la storia, questa sera.

Una sera indimenticabile di storia, studiata e realizzata appositamente per voi.
Perché sia unica, irripetibile, indescrivibile.
E per farlo ho creato apposta per voi ogni dettaglio, ogni tecnica, ogni strumento, ogni conoscenza.
Tutto doveva essere messo al mondo apposta per questa meravigliosa serata.
Tutto.
Per la prima volta.
E tutto lo è stato.
Anche la mia stessa vita.
L’ho rimessa al mondo apposta per voi, questa sera.
Non chiedetemi come ho fatto.
Non ve lo rivelerò mai.
Vi dico solo che ho dovuto combattere con le forze più oscure dell’universo, le più profonde, le più remote, le più potenti.
Ed il trionfo, stasera, avrà il sapore speciale della conoscenza assoluta Dell’Arte.
Per questo, apposta per questa, mi chiamo il Maestro.

IL MAESTRO (1)

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Non so se riuscirò a raccontare la mia pazzia fino in fondo.
La pazzia, alle volte è un lucido programma, un progetto pianificato fin nei minimi dettagli, è una folle idea che s’intromette fra la mente e la vita e ne condiziona ogni sviluppo, ne compromette ogni possibilità di reagire e rifiutarsi di obbedire, di salvarsi.
La pazzia è quella cosa che vuoi fare ad ogni costo, alla quale non puoi opporsi, non ti puoi rifiutare, ti lega, ti obbliga e alla fine ti condanna.
Ma nella pazzia vi è una lucidità, alle volte, che è all’estremo della ragione, al limite, al confine, fra il possibile e l’impossibile, e non è detto che, ogni volta, ciò che inizialmente appare impossibile, e quindi potrebbe essere considerato folle, o frutto di pazzia, poi, in realtà, non si dimostri, invece, solo un sogno che si è potuto realizzare, un’impresa, o meglio, un’avventura che si è voluta vivere d ogni costo.
E quando il successo arride ad un’impresa difficile, ardua, estrema, alla folle lucidità di un sognatore, o, più ancora, all’ispirazione assoluta di un artista, allora, anche la pazzia, o il suo intervento nella realtà quotidiana diventa somma e sublime realizzazione dell’animo umano.

Ebbene io sono un artista, no, io sono l’artista.
Anzi, no, io sono l’Artista.
Io sono colui che ha nell’anima il bisogno assoluto di realizzare la somma aspirazione di ogni artista.
No, devo riuscire a spiegarmi, in questo modo non è chiaro in che modo io sono l,artista assoluto, il sommo, il più grande, colui che vuole realizzare l’ideale dell’arte nella misura a cui nessun altro è riuscito, prima d’ora, nemmeno di tentare.
Io sono un musicista.
Un autore, come si dice in volgari parole.
Ed ho anche un discreto successo, si, sulle scene, sui palcoscenici di tutto il mondo.
Le mie serate fanno il pieno nei migliori teatri del mondo.
Praticamente ogni sera è un successo, un successo dietro l’altro.
Il mio nome è sui cartelloni, sulla stampa, nelle riviste specializzate ed anche in molto dotti saggi e volumi.
Non sono più giovane, purtroppo.
Ma è solo con l’andare avanti degli anni che ho compreso la mia aspirazione, il mio sogno, il mio bisogno di assoluto, il mio desiderio di realizzare ciò che nessun altro, prima di me, ha saputo neanche concepire, immaginare, sognare…
Il mio desiderio di toccare la vetta dell’arte è smodato, senza limite, oltre ogni passione, al di là di ogni umana capacità di resistere.
È il possesso dell’animo umano, del mio animo, da parte di un demone, una belva crudele, che mi asseta, mi sottomette, mi domina, mi possiede, ed al quale io non posso ribellarsi.
E nemmeno lo vorrei!
Ribellarsi!?
E perché?
E a che cosa?
Al sogno di realizzare l’arte nella più assoluta pienezza?
Al folle progetto di compiere l’opera più alta che l’ingegno e l’estro di un uomo abbiano mai progettato?
Alla possessione demoniaca che ordina di donare all’uomo il capolavoro più alto di tutti?
Alla pazza idea di realizzare l’impensato, di immaginare l’immaginato, di osare l’inosato?
Se è follia, pazzia, tutto questo, ebbene, si, io, allora sono pazzo.
Ben potete, allora, domani, dare in pasto alla stampa, all’opinione pubblica che io, l’artista, il pianista noto e affermato, il maestro, il vero maestro, il Maestro che è stato finora osannato dalle folle fino al delirio, ebbene si, egli, ora, delira a sua volta!
Si, se è questa la pazzia, allora, viva la pazzia, sia lode ad essa, si canti, si brindi, si levino calici ed osanna alla Pazzia!

Non so se riuscirò a raccontare la mia pazzia fino in fondo.
Ogni artista ha, nel cuore, il fuoco della passione.
È un fuoco alla massima potenza.
Un essere umano non potrebbe resistere alle temperature che ardono nel cuore di un artista vero!
Un uomo qualunque fuggirebbe spaventato, dinanzi ad un incendio di tal genere.
E, di notte, quando quelle fiamme bruciano più violente ed alte che mai, finirebbe, una normale creatura di Dio, per desiderare di porre fine ad una tortura tanto dolorosa, e presto, fra lancinanti strazi, deciderebbe di porre fine a tale forma di inferno.
Ma per un artista quel fuoco è vita!
Per un artista quell’inferno è la chiesa nella quale si celebra ilarità della Creazione!
E creare, per un artista è gesto divino, è l’innalzarsi al cielo e contendere il trono a quell’altro Creatore che non seppe, comunque, porre, poniamo, in musica il Creato.
Ma un artista, ogni artista, cosa fa?
Quale miracolo mai compie?
Non è forse sono la vanità della presunzione a fargli aspirare ad un Seggio così alto?
Se si tratta di trarre da un elemento, poniamo, la pietra, la figura che vi vive dentro imprigionata, quale miracolo mai sarebbe quello compiuto dall’artista di così limitato mezzi?
No, io aspiro ad altro, a qualcosa di più alto, alla vera opera della creazione artistica, la più completa e assoluta.
Io ho già assaporato la vana gloria della composizione, della creazione, dell’ordinamento degli elementi che danno luogo alle vibrazioni ordinate della melodia ed a quelle selvagge del ritmo.
Io già conosco il successo.
Conosco la sua vacuità.
Il vuoto della fama.
L’animo mio, l’animo dell’artista assoluto, dell’Artista, del Maestro, non si accontenta di una così misera messe.
Le masse osannanti?
Le sale in delirio?
Applausi e bis, e nuovi applausi e nuovi bis?
È questo che dovrebbe saziare la sete e la fame di Assoluto che mi divora e mi possiede?
Oh, com’è ingenua l’idea che mettere sul pentagramma una nuova composizione, fosse pure la più ardita e perfetta, possa soddisfare la mia brama!
Non l’avrei mai chiamata al mio fianco, la dea Pazzia.
Non avrei mai parlato di demoni e possessione e deliri notturni!

FUGA, MISTERO

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Da questa porta, da questa porta!
Su, svelti, svelti.
Da qui, da qui, si passa.
Per questa parte, mi raccomando.
In fretta, non fate rumore, in fretta!

Chi sei? Dimmi, chi sei?
Nel buio non vedo niente, ti prego, dimmi chi sei!
Corro da tanto, non ho più forze, sono disfatta.
Ti prego, aiutami!
Dimmi chi sei?

Dai, non fermarti, di qua, passa di qua!
Vedi, dai, salta su, su salta, dai, ce la fai!
Hai visto?
Ecco, eccoti da quest’altra parte.
Forse sei salva, ora.

Sono spaventata, chi sei?
Come mai mi conosci, perchè mi hai aiutata?
Come sai che stavo fuggendo?
E qui, dimmi, dove siamo?
Chi sei, tu, dimmi, chi sei?

Non avere paura.
Ora sei al sicuro.
Non tremare, stai tranquilla.
Su, dai, adesso puoi calmarti.
Siediti, respira.

Si, ho bisogno di respirare.
Non ce la faccio più.
Sono giorni che fuggo.
Mesi, anzi anni.
Una vita, m’inseguivano, e non sapevo più dove andare.

Ma adesso sei al sicuro.
Vedi?
Guardati intorno.
Non vedi che qui sei al sicuro.
Il pericolo è passato, finito. Tutto finito.

Si, finito, ora sembra tutto finito.
Tutto finito.
Ma tu chi sei?
Come ti chiami?
Come mai mi conosci e perchè mi hai fatto fuggire?
Qui dove siamo?

Quante donande! Quante domande!
Dai, ora, alzati, e guardati intorno.
Non vedi?
Hai oltrepassato quella porta.
Ti sembra impossibile, ma ora sei qui!

Qui?
E dove?
Cosa vuol dire “qui”?
Vedo la porta, laggiù, come una bocca, tonda, aperta.
Io… sono solo il boccone.
Ma ora, dove mi trovo?
E tu, chi sei?

Non capisci e fai tante domande.
Credi che le domande possano rassicurarti, non è vero?
Ti aggrappi a quegli interrogativi come a dei salvagente, per non affondare.
Ma, in realtà hai paura di annegare.
Ma, dimmi, hai mai imparato a nuotare, tu, laggiù?
O hai passato il tuo tempo solo a farti inseguire?

Ma… si, forse è vero.
Forse hai proprio ragione.
Qui dove mi trovo non dovrei chiederlo a te.
Anche perchè – dove sei? – io non ti vedo.
Sento solo una voce, e credo che ci sia qualcuno a prlarmi.
Forse mi sono salvata da sola.

Salvezza?
E cosa vuoi dire?
Da chi, o da cosa, ti saresti salvata?
Perchè?
Ti sentivi in pericolo?
Sembri una bambina spaurita.
E ingenua.

E’ un mondo pieno di luce, questo.
Sono contenta.
Sembra un grande mare, soffice, mi sento leggera.
Dove sei, adesso? Perchè non ti mostri?
Fatti vedere, voce.
Vorrei ringraziarti!

Come correvi, sembravi impazzita!
Non avevi più fiato in gola, il cuore ti batteva come un tamburo.
E gli occhi! Sapessi che espressione avevano, vuoti, impauriti, il più puro terrore…
Eri sul punto di restare asfissiata.
Un altro pò e annegavi nella vita tua stessa, oscura, buia.
Vuota.

Si.
Ma anche qui, niente riesco a vedere.
Un mare bianco infinito, spalancato su quella stretta bocca che si sforza inutilmente di chiudersi.
Il mondo di sopra, questo mondo di sopra, bianco e soffice, inutile, vuoto.
No, scusa, voce, è che mi sento stanca, sono smarrita.
Non riesco a capire e ho ancora paura.

Non devi temere.
Io ho vegliato su di te, sempre, di giorno e di notte, fin dal primo momento.
Di notte ero al tuo fianco in quel mondo oscuro.
Di là, là, nel tuo oscuro mondo dal quale, spaventata, fuggivi.
E di giorno, ora, siamo di qua, qua, da quest’altra parte, insieme, di qua.
Ti accompagno da sempre.
Non puoi, non potrai mai sfuggirmi!

Chi sei?
Mostrati, dunque!
Io ti sfuggivo, allora, col terrore negli occhi!
Eri il mio mortale nemico, il pericolo estremo!
Fuggivo e con l’inganno mi ha presa, m’hai catturata!
E ora cosa vuoi fare di me?
Mostro, lasciami andare!
Non provi dunque nessuna pietà?

Ma… ma no, cos’hai capito?
Per quale ragione mi tratti così?
Io sono il tuo angelo, la tua ombra, il tuo pensiero, la tua voce…
Il destino, l’inizio e fine, la fuga e l’approdo.
Io sono la tua immagine che, nuda riflettevi nello specchio della fonte e non vedevi, persa nel buio.
Sono la tua luce, candida stella, sono il desiderio, il tuo fuoco, il tuo canto d’amore.
La paura, quella no, quella fuggiva dinanzia a te, terrorizzata…

Mostrati, allora!
Non negarti.
Come posso crederti se non mi resta nient’altro che questo, le tue vuote parole?
Dimmi il tuo nome, ignota creatura che a cui non so dare nè volto nè nome?
Come potrò mai credere a quel che mi dici se continui a negarti?
Negarti, non vuol dire negare quelle stesse amorevoli cure che dici d’avermi riservato da sempre?

Non crederesti ai tuoi occhi.
Mi negheresti.
Li negheresti.
E malediresti per sempre te stessa.
E me, me stessa, mi chiameresti col maledetto nome di creatura.
Mentre invece sono libero vento, aria, volo d’uccello in ogni direzione del cielo.
Perchè vuoi uccidermi, allora?

Eri tu, allora, a fuggire, disperata, la mia incombente presenza?
Eri tu a fuggire?
Io, allora, ero forse il carnefice?
E tu, eri forse la vittima?
Eri tu, forse ad essere inseguita?
Ero io la colpa, e tu, l’innocenza inquieta?
Tu!
E io?

(Lento, nel mistero, il cielo tramonta.
L’azzurro si colora rosso di luce sanguigna
Poi, nell’ombra, nero, l’intero universo scolora.
Infine, si rinserra, la bocca.
Oramai non v’è più tempo, purtroppo.
S’attarda, domattina, la prossima alba…)