LA GIOIA MASSIMA (Alvise, p. 3)

Salador DALI' - PREMONIZIONE DI GUERRA
Salador DALI’ – PREMONIZIONE DI GUERRA

Cosa si deve provare quando è  massima la gioia!
Il cuore che batte forte, impazzito.
Il respiro che si spezza.
Le tempie che scoppiano.
E soprattutto quel senso di incredula meraviglia intrecciata alla speranza che diventa realtà.
Un sogno che si avvera!
Così, Alvise si sentì quando fece la sua straordinaria scoperta.
Quando appurò, fuori da ogni dubbio, la sua dolcissima verità… fu miele, e nettare, e ambrosia!
Fu quel tipo particolare di felicità che solo l’affrancamento dalla più penosa delle disgrazie può dare.
Un ubriacante sconvolgimento.
La fine d’un patimento sconfinato.
Si, insomma, per Alvise era giunta finalmente una buona notizia.
Anzi, la prima buona notizia, si potrebbe dire, della sua vita.
La prima e l’unica buona notizia che, in fondo Alvise aspettava da sempre.

Il dolore di Alvise, così era stato finalmente accertato senza ombra di dubbio, aveva un limite, un confine, una misura, cioè, così era stato certificato dai fatti, non si espandeva all’infinito come un mostruoso universo di sofferenza.
Adesso anche lui poteva dire l’ultima parola su quell’argomento.
Non si trattava più di portare il peso d’una sofferenza senza fine.
Si.
Anche se non poteva far cessare il dolore continuo, e anche se non poteva nascondere il suo stato di menomazione, almeno, adesso sapeva, era sicuro fino in fondo, almeno, non si trattava della caduta in un abisso senza
fondo.
Ormai era stato accertato che, ad un certo punto, la croce conficcata nelle sue nude carni doveva finalmente cessare di crescere.
E, come si spiegherà in seguito, adesso ne sapeva molto di più, di quel suo strano e tremendo destino.

Tutto era accaduto in un giorno piovoso di febbraio.
Era l’anniversario della morte di Anna.
La povera madre, vi ricordate?
Morta più per la fatica e la vergogna che per qualche reale ragione medica.
Insomma, quel giorno, il povero Alvise, più derelitto che mai, aveva indossato con estrema fatica un pastrano sformato sotto al quale riusciva appena appena a nascondere le braccia stese dell’immonda escrescenza che gli cresceva addosso.
La sua figura sbilenca s’affaticò ai limiti delle possibilità umane per salire a piedi verso il cimitero fuori dal paese.
La pioggia appesantiva i suoi passi come la crudele catena appesa al collo d’un condannato.
Ma era in giorni come quello che la volontà di Alvise raggiungeva livelli di forza sconosciuti a chiunque.
Lemme lemme, raggiunse il cancello del vecchio cimitero e varcò la soglia, dopo avere strappato un fiore marcio di pioggia alla costa della strada infangata.
Faticosamente girò e voltò per gli stretti viali tra le tombe bagnate finquando raggiunse un tumulo ai cui piedi era infissa un croce di legno.
Era una croce piccola e squadrata.
Meno pesante dell’altra, della sua, a stento nascosta sotto al pastrano.
Attaccata alla croce era un cartiglio con un nome.
A noi basta chiamarla Anna.

Non si può dire che s’inginocchiasse, il piccolo corpo deforme.
In piedi o carponi era più o meno la stessa cosa.
Implorava comunque pietà.
E poi questo è un dettaglio senza nessuna importanza.
Ristava, ora, piangendo, dinanzi al tumulo basso.
Oppure, forse, era la pioggia a rigargli il viso scavato.
E sembravano lacrime amare.
Gli occhi rossi, invece, parevano quelli d’un pianto represso.
Oppure quelli d’un dolore irreprimibile.
Le mani strette, nervose e nodose, forse stringevano i versi d’una preghiera, oppure le imprecazioni scagliate contro il cielo impietoso.
Fatto sta che, al bagliore d’un lampo sferzante coperto quasi dallo scoppio d’un tuono improvviso, seguì un lungo silenzio imprevisto.
La pioggia smise di urlare, battendo la terra da altezze infinite.
Ora i cipressi avevano smesso smisero di prendere a schiaffi l’aria stagnante.
Nessun altro rumore, intorno, nessuna eco lontana.
Neanche lo stormire attutito di fronde o il remoto cinguettìo fra i rami.
Il paese tutto sembrava essere morto.
O, forse si dovrebbe dire, il paese era diventato il regno dei morti.

Quella pausa fu lunga come l’eterno.
Poi, dalla terra cominciò a risuonare profondo un suono remoto.
Erano le profondità sepolte dal tempo.
La vibrazione delle fondamenta del mondo.
Il coro delle forze ancestrali della natura.
Man mano cresceva quel profondo mormorante respiro, mutando di tono e d’intensità.
Diventava un suono, un canto, una preghiera… Il gemito intenso, l’ infinito lamento, il richiamo dell’innumerabile popolo che vive sepolto.
Era la grave voce dei morti.
Un suono che mai s’era udito prima di allora.
Il Comando, l’Ordine, il Richiamo a cui nessuno osa rispondere.
Era la Voce.
La Voce degli inferni, la voce di tutti quelli che furono, la voce di quelli che prenderanno il posto di quelli che un giorno andarono, la voce degli altri che resteranno e di quelli a cui sarà negata la possibilità di restare.
La voce di tutti i tumuli e di tutte le croci.

Potrebbe sembrare una circostanza spaventevole, detta così.
Un tuono confuso col lampo.
Un silenzio di piombo.
Un silenzio che s’impone.
E da quel silenzio che grava, la voce del silenzio che incombe!
Ma Alvise non temeva la voce profonda e spossata di quell’aldilà.
Anzi, forse gli era più confacente di quest’altro mondo di qua che l’aveva rifiutato fin dall’inizio.
E gli aveva imposto anche un prezzo così alto per starci.
Comunque, non si mise a tremare, come avrebbe fatto un altro chiunque.
Cominciò ad ascoltare con rapìta attenzione.
Si concentrò, sforzandosi di afferrare quei suoni uno alla volta.
E, allenato com’era al silenzio, distinse le singole note di quell’ineffabile concerto di voci.
E, con quale dolce meraviglia scoprì che intonavano il canto direttamente per lui.
Con quale commozione udì la voce che guidava tutte le altre.
Era proprio quella di Anna.
La voce della tenera madre.

Insomma, gli elementi s’erano ricordati di lui.
Il mondo dei morti aveva deciso di fargli un favore.
Rivelargli tutto intero il destino, fino all’ultimo giorno.
Fra l’altro, il fatto che dicevamo poc’anzi.
Ovvero il limitato raggio d’azione della crescita della sua croce.
Raggiunta una certa misura, quel tot diciamo così, non poteva poi andare più oltre.
E non era una misura tanto invadente come si potesse pensare.
Ci si poteva pure convivere con una limitata infezione.
In fondo, non erano tanti gli storpi, i deformi, quelli con le ossa come alberi storti?
Io uno così lo conosco pure, lo vedo ogni tanto in paese, pensò Alvise sognando una vita alquanto normale.
E s’immaginò di potersi mettere in giro, per strada, magari chiedendo un’elemosina a qualche pietoso passante.
Oppure, come si raccontava in certi romanzi d’un tempo, di ritirarsi sotto le ombre pesanti d’una antica cattedrale a rendersi utile al vescovo ed ai fedeli in preghiera.
E campare così.
Morire sospirando al buon cuore degli uomini.

Quando il tempo riprese il suo corso normale, anche la pioggia s’era fatta più tenue.
Nel cuore di Alvise era rimasto il palpito d’una emozione profonda.
Adesso conosceva la direzione del suo cammino.
Poteva finalmente mettersi in viaggio nel mondo.
Le voci che gli avevan confidato il segreto che ogni uomo vorrebbe conoscere – pur sapendo che non esiste sventura più grande – adesso s’eran rimesse a dormire il loro sonno profondo.
Ed era tornato il silenzio terreno rotto soltanto da qualche goccia in ritardo.
Lentamente com’era entrato, Alvise varcò a ritroso il pesante cancello.
Si recò nuovamente in paese.
Salì piano le scale di casa.
Chiuse la finestra e, disfatto dalla fatica si mise a dormire.
Sognò mondi lontani.
Terre sconosciute e mari inospitali.
Cieli infiniti ed astri lucenti.
Correva, saltava, nuotava e volava.
S’era trasformato in un inimmaginato animale fantastico.
Una specie di fenice deforme.
Che non rinasce dal fuoco, ma dal bagno nell’acqua d’una torrenziale tempesta.
E dormì.
Agitato e bagnato per tutta la notte che venne.

(segue… forse)

TENTATIVI (Alvise, p. 2)

hopper.nighthawks
Edward HOPPER – I NOTTAMBULI

Alvise, Alvise.
Se almeno sapessi il bene che la vita nutre per te!
Forse un pò si lenirebbe il tuo dolore.
Non scorre forse nelle tue vene un sangue caldo come quello del più appassionato degli amanti?
E non è forse così ardente il tuo desiderio d’amore?
Non ha capelli d’oro e pelle di profumata dolcezza il corpo di Amarilda che spii ogni giorno dalla finestra socchiusa dei tuoi occhi aperti sull’anima?
Alvise, Alvise, la vita ti ha messo nei polsi la stessa natura guizzante d’un volo di rondini nel primo cielo di primavera.
Solo che tu non te ne puoi accorgere, schiacciato dall’insopportabile peso di quella croce malvagia.
E’ una maledizione in forma di croce che cresce nutrendosi della tua stessa linfa vitale.

Non si deve credere che l’autore abbia tratto dal nulla questa povera creatura solo per muovere a pietà il lettore che passa per caso di qua.
Non si deve creder nemmeno che la creatura, con la sua croce, sia solo un’invenzione senza realtà.
Ognuno può provare su se stesso la verità di tanto dolore.
Chiunque si voglia metter nei panni del povero Alvise può sentire i morsi d’una sofferenza tanto crudele.
Tutti gli uomini si portano dentro l’urlo del morso feroce ch’è pronto ad esplodere non appena ci si ritrae dalle vane distrazioni del viver quotidiano.
Nessuno potrà negare una realtà tanto diffusa quanto concreta.
Solo, è stata data al dolore una forma alquanto fantasiosa e, per qualcuno, forse, anche improbabile.
Anche il povero Alvise, sulle prime, vedendo spuntar dalle carni un’appuntita esptremità, un pò simile a un coriaceo corno legnoso, pensò che fosse uno scherzo del destino, una casuale fatalità.
Nessun medico seppe diagnosticare cosa stesse accadendo sotto le carni di quel povero corpo evidentemente ammalato.
Una nuova malattia compare, disse uno in preda ad un delirio d’onnipotenza, sulla faccia del mondo.
Gli daremo il mio nome, disse quello.
Poi, più umilmente, o forse solo scaramanticamente, pensò fosse meglio dargli il nome beneaugurante di Male di Alvise.

In effetti, a parte la forma particolare del Male, come per ogni malformazione dell’essere, numerosi furono i tentativi di rimuover la causa di tale triste spettacolo.
Appurato che dalle carni d’un corpo in tutto e per tutto sano e normale esala la crescita in forma di croce d’un materiale legnoso nel quale scorre la stessa rossa linfa vitale del restante genere umano, cominciarono, insieme ai tentativi di dare sanitari sollievi alla sofferenza più acuta, le forme di nascondimento della vergognosa escrescenza corporea.
In un primo momento si provò a segare con un attrezzo un pò rozzo e inadatto il ramo centrale che s’innalzava priapico dal corpo di Alvise.
Era rigido ed eretto come un fallo posizionato in un punto sbagliato dell’anatomia maschile.
Ma più lungo ed articolato, come sappiamo.
E poi c’era anche l’altro attrezzo normalmente piantato al centro del pube a ricordare che quel legno non aveva niente a che fare con la più agognata funzione vitale.
Naturalmente ogni tentativo finì per arrecare solo un dolore più feroce al povero corpo fremente ed offeso.
Un successo parziale si ottenne quando si pensò di usare come farmaco sperimentale una sostanza che s’usava come diserbante in certe coltivazioni nelle lontane foreste tropicali e piovose.
Era primavera e la croce per un poco rinsecchì.
I rami, come in un imprevisto anticipo d’autunno, persero le rade foglie pelose e s’afflosciarono morti.
L’asta centrale si svuotò d’un denso liquido rubro fino a ridursi ad un debole tubo marcio.
Infine, con un’attenta operazione di cauterizzazione amputativa, si procedette a rimuovere l’ultimo floscio troncone che ormai pendeva dalle carni d’un corpo stanco e provato.

Alvise, per un poco, parve ricevere un benefico effetto dall’intervento riuscito.
Decise ch’era giunto il momento di farsi vedere finalmente in paese.
Si nascose sotto un largo pastrano e corse a nascondersi dentro ad un bar nella piazza centrale.
Passò dapprima delle ore sconcertato e sorpreso di tanta libera indifferenza del pubblico dei distratti avventori.
Non badava la cupo dolore che gli correva su per le vene, fino ai ventricoli del muscolo cardiaco che batteva un poco impacciato.
Beveva quelle ore di nascosta indifferenza come una bibita dolce.
O, se si vuole, si prendeva la sbornia ingurgitando gli avidi sorsi dell’inattesa raggiunta libertà superalcolica.
Ma non durò molto.
Poco alla volta, giorno per giorno, le carni rifiorivano, rendendo sempre più evidente l’immondo spettacolo di quella escrescenza.
E man mano che i giorni passavano, prendeva sempre più piede l’inconsueta cruciforme presenza.

Alvise decise che non era più il caso di mostrarsi in pubblico con la sua spettacolare deforme parvenza.
In verità, era il dolore a generar la ripulsa e a inoculare in quel corpo una venefica dose crescente di debilitante fiacchezza.
E, si deve dire, anche, che diventava sempre più difficile muoversi con quella lunga croce legnosa che squilibrava il portamento ed obbligava il corpo e le membra a posizioni sempre più insostenibili ed innaturali.
Così, cominciò ad aggiungere al dolore del corpo anche quello, più acuto, della sensibile innocenza dell’anima.
Cominciò ad odiare il padre e la madre.
Poi, tutto il genere umano.
S’allargò, l’ostile livoroso sentimento, alla stessa natura che l’aveva irriso d’un destino tanto crudele.
E infine si convinse ch’era tutto inutile, anche Iddio stesso s’era accanito contro di lui.
Così, solo, stette, maledicente e urlante tronco umano costretto in un letto d’impietoso dolore.

Uno scrittore, a questo punto si porrebbe un serio problema.
Come può, una storia così, avere ancora un sensato proseguimento?
Una croce piantata nelle carni d’un uomo è certo un caso molto particolare.
Lo dico perchè, a pensarci, di solito accade esattamente il contrario.
E’ un uomo ad essere inchiodato sopra una croce con secchi colpi precisi.
Colpevole o innocente che sia, questo non ha avuto mai importanza.
Ma questo è anche un altro problema.
E non riguarda certo il caso di Alvise.
Alvise.
Al quale, invero, non interessa neanche poi molto sapere dei casi dei Cristi inchiodati alle loro croci piantate duramente per terra.
Per Alvise è un’altra faccenda.
Lui, il povero Alvise, deve convivere con la sua croce conficcata nelle più tenere carni.

Uno scrittore si chiederebbe, se avesse un pò a cuore la sorte del suo pubblico fedele, se può mai avere un seguito una storia così.
Ma, a ben pensarci, questo non è il racconto scritto da un vero scrittore.
Quindi, diciamoci pure la verità.
Qui si sta facendo un’indagine.
Si vuole scoprire se sia possibile vivere con un dolore così unico al mondo.
Al dolore sono ben abituati gli uomini, visto che il male è piantato in profondità nelle carni del genere umano e si nutre del suo sangue come un ramo succhia la linfa dal tronco d’un solido albero ben piantato per terra.
Ma la storia di Alvise ha un chè di paradigmatico, straordinario ed eccezionale.
Quindi, seguiamo ancora la storia di Alvise.
Vediamo cosa mai può accadere ad uomo così.
Anche ad uno di noi potrebbe accadere un caso così.

(segue … forse)

ALVISE

Wlliam BLAKE - L'esame di Giobbe. Satana riversa le piaghe su Giobbe.
Wlliam BLAKE – L’esame di Giobbe. Satana riversa le piaghe su Giobbe.

Alvise, la sua croce, se la portava tutta conficcata nelle carni.
Non chiodi, lacci, legami, spine.
Ma dolore.
Sordo, ormai, come quei dolori a cui il corpo ha fatto l’abitudine.
E, sebbene non abbiano niente di accettabile nè di igienico e sopportabile, sembrano farsi muti, come la gola che non ha più forza per gridare.
Così, con quel muto dolore, la piaga in cui era infilato l’asse della croce continuava a sanguinare e macerarsi.
Allo stesso modo, la vita di Alvise continuava a sanguinare e macerarsi.

Via dei Ponti, numero 7.
Sulla carta d’identità la fotografia s’era consumata, poco a poco, sbiadendo come gli anni.
Ma l’indirizzo si leggeva ancora bene.
Abitava lì da sempre, perciò non poteva andare nemmeno via dai documenti.
C’era nato, lui, in quella casa.
Le mura, a interrogarle, ricordavano, e raccontavano ancora il respiro rotto e affannato, le urla, lo strazio nelle viscere di Anna, quando mise al mondo la piccola innocente creatura a cui Parodi diede il nome del nonno.
Alvise.
Il nonno, era morto senza farsi conoscere.
Alvise, pianse piano Anna, sopraffatta, ancora ansimante.
Lo sibilò in un soffio, mentre il primo respiro di neonato incominciava a bere l’aria malata della stanza.
Poi, il sibilo si spense.

La notte è lunga da passare.
Di notte la croce fa più male.
“Non so perchè – pensò Alvise – cosa accade nel buio”.
“Forse di notte, nel buio, senza farsi vedere, i morsi del dolore hanno più fame e mordono più a fondo. Al mattino, con la luce, si vergognano un poco”.
La croce di legno pesante, duro, nero, nell’oscurità della stanza non si vedeva nemmeno.
Pareva, la vita, allora, poter ritornare normale.
Ed era proprio quando quell’illusione si faceva più forte che il dolore tornava a frasi lancinante.
Non s’era mai capito com’era potuto accadere, come fosse stato possibile, o quale colpa l’avesse potuto richiedere. Come può essere che una pena così crudele sia inflitta ad un uomo?
Portare piantata nelle carni, altrimenti molli e rosee, una croce di legno così alta e appuntita?

In cima alla croce crescevano ancora, in primavera, anemiche foglie d’un verde sbiadito.
La croce era nodosa, tratta da un tronco d’albero antico, a cui erano rimasti attaccati due rami, uno a destra e uno a sinistra, che s’aprivano come i bracci della Croce.
La testa del tronco, sul punto più alto, era stata colpita da un fulmine, tanto tempo prima, si vedevano ancora le bruciature del legno, piaghe nella corteccia liscia del legno.
Sui rami restavano le cicatrici di larghi tagli, amputazioni delle dita che volevano, chissà, indicare un cielo pietoso, o una via di fuga verso la terra umida e fertile.
Una mano cattiva, ma precisa e altrettanto decisa, aveva tolto ogni punto al discorso, via le dita, via le deviazioni del legno che ricordano le vie infinite della vita, le divagazioni dello spirito, le scorciatoie dell’anima.
La croce era stata levigata, i nodi dei rami tagliati s’erano fatti lisci e lucidi, le radici, alla base, affondavano nella carne e bevevano insaziabili alla fonte della vita di Alvise.

Anna era stata una donna vivace, vitale.
Non aveva lasciato nulla di intentato per trovare una soluzione a quel terribile problema.
L’aveva preso come una prova della vita, una circostanza avversa, una malattia, una deformità, un handicap.
Avrebbe potuto nascergli una creatura con altri difetti.
Sarebbe potuta essere un’esistenza nel ridicolo, sotto l’indice impietoso della gente, sempre pronta a ridere delle avversità degli altri.
Invece, il vivido dolore che quella piaga procurava al bimbo, prima bimbo, poi ragazzo, infine uomo maturo, aveva cupamente irradiato intorno a sè una cappa di sofferenza irredimibile.
Che, con tutta naturalezza, metteva compassione in quelli che s’avvicinavano anche solo per un attimo alla povera creatura sofferente.
Forse era la puzza della ferita che pareva marcire, forse il flusso incontenibile del sangue, forse gli occhi cavi e mesti di Alvise, forse le rassegnate cure con cui Anna cercava di lenire lo sfinito dolore.
Nessuno, comunque, aveva mai osato ridere.
Forse temevano che il male potesse contagiarli.

Parodi era stato fatto prigioniero dalle guardie del paese.
Un giudice aveva ordinato alla pattuglia di polizia giudiziaria di andare a prendere quella bestia crudele che, chissà come, aveva inflitto al suo figlio naturale il più grande dei dolori conosciuti su questa terra.
Non aveva perso tempo ad istruire un processo, il buon giudice e, di primo mattino, sotto l’attenta sorveglianza del mercante di anime in tonaca nera, reverendo Borghi, aveva fatto impiccare il Parodi ad un albero fuori paese.
Qualcuno dice che fosse un albero gemello della croce che cresceva dentro al piccolo Alvise.
A quella forca che assomigliava pure ad una croce, comunque, fu appeso il Parodi, che così smise presto di soffrire e non ebbe modo più di seguire gli eventi.
Il giudice, anche grazie a quella esecuzione, fece presto carriera e dopo pochi mesi fu nominato Alto Procuratore in qualche corte di giustizia dove veniva ristabilita indissolubilmente la Verità.
Il prelato, esperto in commercio delle anime, ebbe una vita più difficile, in quanto conobbe i piaceri delle carni e i dolori dell’anima, finquando, pietosamente, un’epidemia, forse di peste, se lo prese per sempre.
Il paese comunque non restò senza guide, perchè in molti si son sempre affannati a mettersi alla testa dei doveri altrui.

Via dei Ponti.
Al numero 7 c’è la casa, un poco isolata dalle altre, circondata da una sottile lingua di terra, più che un giardino, una striscia rasposa, nera o marrone durante i lunghi periodi piovosi o freddi e giallastra di stoppie d’estate.
Tutti pensavano che quello stretto passaggio fosse solo un modo per tenersi lontani dalla casa dove abitava un dolore così provocatorio.
Anche la via, a poco a poco, venne evitata da tutti.
Con il tempo, i Ponti, a cui faceva riferimento senza alcun riferimento reale il nome della via scelto dagli uffici comunali, erano stati alzati, perchè evindentemente si trattava di ponti levatoi, dato che fiumi nei circondari non ce n’erano mai stati. Per tenere ben lontana quella piaga infetta dalla gente perbene.
Per evitare ogni contatto.
Per nascondere.
E poi dimenticare.

Le urla, che Alvise lanciava contro il cielo e il crudele destino, tenevano sveglia, di notte, la poca gente che abitava nella via.
Parevano lunghi ululati.
A volte scosse che spezzavano il petto.
Anche le bestie s’impaurivano, in casa.
I gatti s’acquattavano in un angolo, i cani guaivano, gli uccelli, nelle gabbiette, starnazzavano, e le galline e le oche, indaffarate sull’aia, si rincuoravano a vicenda col loro spaventato vociare chioccante.
Solo a tratti, scendeva, poi, una calma irreale, pesante come la cappa notturna.
La luna non si faceva vedere spesso, in quella strada, solo per sbaglio, e, comunque, sempre accompagnata da una pattuglia di sentinelle scure e nuvolose.
Le maledizioni tenevano lontano anche Dio da quella strada.

Man mano, gli anni comunque erano passati e, come ad ogni cosa, ci si era abituati anche al proprio destino.
E questa è la fortuna umana.
Sapersi abituare, per quanto dure e dolorose siano le condizioni di vita che il Signore ha voluto infliggere alle sue creature, quelle, le creature, sconsolate o disperate, pure, in ogni caso, s’abituano.
E l’abitudine, anche questo si sa, è il miglior antidolorifico che sia stato inventato.
Anche Alvise, un poco per volta, smise di urlare.
Questo accadde dopo che Anna ebbe trovata la pace eterna tra le braccia di Dio.
Se, mai, nell’aldilà, tra le braccia di Dio, avrà potuto trovare mai un momento di pace.
Oppure, se ancora memore di tanta sofferenza, non avrà passato la sua dose di eternità a chieder conto d’un perchè che fosse almeno plausibile.
Comunque, restato solo, il povero Alvise capì ch’era inutile sprecare le sue preziose energie lanciando strepiti e grida.
Il dolore restava quello che era.
E la solitudine non si scrostava nemmeno.

(… continua… forse)

L’ARTE DELLA PAROLA

Picture of Sebastiao SALGADO

Per scrivere non gli mancavano le pietre.
Le metteva una sull’altra per innalzare una costruzione infinita.
Il suo discorso era fatto di alti ponti e cavalcavia spericolati che conducevano su sentieri impervi slanciati verso le più ardite vette.
Scalava la terra per innalzarsi verso i tetti più alti della letteratura assoluta!
Era un vero intellettuale, anche se purtroppo, per fare il suo vile mestiere, doveva sporcarsi gli abiti di calce e di polvere bianca.
Il suo studio era pieno di attrezzi.
Cazzuole, martelli, scalpelli, seghe, chiodi, scale, secchi, pinze e tenaglie.
E altro, e altro ancora.
Sacchi pieni di cemento, fasci di legname, cataste di ferro brunito…
Chissà cos’altro, si poteva trovare, rovistando attentamente!
A me piacevano soprattutto i lunghi tubi di plastica che servivano per far passare i cavi degli impianti elettrici che davano energia ai testi.
Li tagliavo a spezzoni di trenta, quaranta centimetri e mi ci divertivo a fare le cerbottane.
E poi ci giocavo a colpire di nascosto i lettori distratti che passavano di là.
A tradimento.
Gli lanciavo palline di parole ben masticate schiacciate forte fra il pollice e l’indice.
Diventavano dure come pietre.
Le sparavo come colpi di fucile.
Dardi intinti nel curaro.
Erano le infinite possibilità che s’aprivano quando si passava dallo studio dello scrittore.

Per scrivere non gli mancavano le pietre, prima dicevo.
Pietre acuminate, oppure affilate.
Pietre di forma regolare, angolare o lineare, sagomate, levigate o consumate.
Altre pietre ch’erano irregolari, invece, come cazzotti, colpi sotto la cintura, aggressioni a tradimento d’una vita distratta.
Oppure della sua fantasia fervida e incontrollabile.
Chissà.
Chi può mai dirlo?
Sassi pesanti come macigni, colpe che non si potevano redimere, inferni raggrumati nella materia informe degli scisti e delle lave.
Fiamme rapprese in groppi di colpa che sanguinavano peccato.
Brecce informi, mitragliate di sillabe insensate.
Gocce di pioggia del creato, cadute casualmente dalla tasca del Creatore.
Piastrelle intrecciate in frasi perfette.
Orazioni e perorazioni lisce e convincenti, rassicuranti, perentorie, definitive.
Ma le più ammirate erano le pietre che venivano usate per la lapidazione.
Venivano scagliate con forza e precisione.
Mira e crudeltà erano un tutt’uno, formavano la coppia di virtù più ambite e desiderate, nonchè le più ammirate da tutti noi in coloro che ne erano i più forniti.
Lui sapeva usarle con sapienza e sensibilità.
Era un vero intellettuale.

Si, per scrivere, non gli mancavano le pietre.
Le metteva su, una sull’altra con impareggiabile maestria.
Tirava su colonne e torri alte come interi giorni di noia.
Sorgevano dalla sua coscienza instabile, ma trovavano subito fondamento in quella dei suoi lettori.
Alcune volte costruiva romanzi vasti come intere città.
Storie complesse come quartieri affollati, abitate da mille schegge diverse, nessuna, mai, uguale ad un’altra.
Quelle torri, quelle colonne, svettavano al centro delle città come aforismi perfetti nel cuore di mirabili romanzi.
Si stagliavano contro l’orizzonte come verità inconfutabili.
Sentenze definitive dell’ invisibile tribunale della maestria letteraria.
La muratoria era per lo scrittore il modo di esprimere la sua arte fantastica.
Poesie, rime, versi…
Paragrafi, capitoli, sezioni, parti, tomi…
Erano per lui livelli progressivi d’una costruzione perfetta.
Li alzava come un ingegnere alza i piani d’un fabbricato.
Come un architetto sa immaginare le decorazioni più belle, così lui sapeva infiorare le sue spirali di pietra con le metafore più splendide e significative.
Anche la giuria del Nobel era restata ammirata dinanzi all’ultima sua opera d’ingegno.
S’era dovuta anche trasferire nel territorio dell’artista, nel cuore d’un deserto di sabbia dorata.
L’opera sua non era più trasportabile.
La perfezione artistica, indubbiamente, ormai, richiedeva un giudizio recandosi materialmente sul posto.
E, naturalmente, l’arte è stata premiata.

PASSIANNO CU’ MUSETTA

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Quanno me ne vaco passianno pe’ ‘e vvie me pare che quacche cosa me piglia ‘rint’ ‘o core.
Chiano chiano ‘o ssanghe s’accummincia a ‘rriscaldà.
‘E piere vanno…
Manco sanno addove…
E ll’uocchie s’abbicciano e se fanno duje fanale diritte rint’ ‘all’oscurità d’ ‘o ghiurno che s’aiza senza sapè pecchè.
Chiano chiano pare che s’abbiccia quacche cosa, ‘rint ‘ o core, ‘nu fucariello, e pure si nunn’è ‘vierno, pure si nun fà friddo e nun tengo ‘e mmane strente ‘rint’ ‘a sacca, me pare ca ‘nu sole piccirillo se mette a lucià diretto ‘ncopp’ a mmè.
Nunn ‘o ssaccio dicere, nunn ‘ o ssaccio ‘o pecchè, ma quanno vaco passianno liberamente, pure ‘a luce ca lava l’oucchie e appulizza ‘o cielo pare cchiù lucente, ‘nu brillante luccicante, ‘nu smeraldo rubbino.
Pare che stongo ascenno da ‘na priggione, pare che so’ resuscitato.
Pure Lazzaro s’avette sentì accussi, quando Ggesùcristo ‘o scetaje, chella vota.
Pure Lazzaro, chella matina, s’aizaje d’o lietto duro duro e friddo e s’abbijaie pe’ ‘na via che s’era scurata ‘nzieme ‘a isso quanno venette ‘a malattia…
Pur’isso s’savette sentì accussì, cumm’ a mmè, comme me snet’io stammatina, appena me so sussato.
‘Nu sanghe cavuro cavuro ca curreva.
‘Na gucciulella ‘e sudore che scenneva p’ ‘a fronte.
‘Na frenesia strana.
‘Na voglia ‘e se ne jì senza manco sapè addove.
A mmè me piacciono chelle vvie ‘addò nun ce stà parecchia ggente, ‘e vicarielle stritte striite addo’ staje sempe comm’a casa toja, oppure chelle piazze quadrate, strente, abbracciate da quatto casette vasce, cu’ ll’uocchie sempe spalancate ‘ncopp’a via, che quanno te ne vai passianno puoie uardare rentro le finestre, mirare li fiure russe de ggeranio grasse pure quanno è vvierno ggelato.
Quanno vaco passiammo rento alla capa mia ggirano mille penzieri.
Nun stongo mai sulo veramente.
Cu’ mmè ce sta sempre quaccheruno.
‘Nu penziero, ‘na fantasia, ‘n’immaginazzione nfuculata, ‘nu curre curre, ‘nu serra serra…
Spesso, assieme a mmè, ce sta na guagliuncella fresca, allera, bella, doce…
‘O nome suojo, veramente nun ge ll’aggio maje addummandato.
Ma essa cammina sempre appriess’a mme cumm’a ‘na fidanzata ‘nnammurata, pure se me mett’ ‘appaura ‘do ‘o ddicere, pure si essa i’ nunn’a canosco overamente.
Tene ‘e capille nire.
E’ alta quanto ‘a ‘na guaglincella, tene due scocche rosse ‘nfaccia, ‘na vucculella ca pare ‘na cirasa, dduje uocchie nire comm’a dduje spilli, due zizzelle picculelle, due gambette ca parono due stecchette, ‘na gunnellina cha sfrunzuleja chiammanno qquà e llà tutt”e guagliune d’a vvia.
Io gl’aggio messo nome Musetta, ca cussì me pare c’ ‘a putesse quasi acchiamare, fermarla per dirglie quacche parulella, stare ‘nu pucurillo ‘nzieme, passeggiare come fanno i fidanzati veri, quelli che si vogliono bbene da tanto tempo…
Aggia dicere ‘a verità, chella, Musetta, nun se stà ‘nu mumento ferma.
Corre, zompa, saltella, tarantulea, tène l’argento vivo addosso.
‘E capille nire nire me parono ‘e velluto, ‘e seta lucente.
M’incanto a guardarla mentre pare ‘n’aucielluzzo felice che vvola accà e allà.
‘E cchì a pò trattenè!
Poi aspetto, pecchè ‘o ssaccio, priesto o tarde essa se stanca, quanno arrivammo adderet’ ‘o giardino d’a ‘a cchiesa.
Llà Musetta se vota, me uarda sott’uocchio, pare quasi che me fa ‘na mussetta, ‘nu surriso, ‘nu signo annascuosto.
Po’ s’assetta ‘a nn’angulello, ‘ncoppa a ‘nu sedile viecchio, ‘na preta janca, ‘nu marmo antico, ‘nu spuntone ‘e ‘na vecchia culonna spezzata ‘nterra ‘a chissà quale disgrazzia…
Llà, ‘o ssaccio, essa, Musetta me sta aspettanno.
Se ferma percchè ‘o ssaccio, essa me vò bbene, aspetta a mmè per me ddicere ca me vò bbene!
E comme m’ ‘o ddice?
Penzate ca chella s’avota, me uarda e cu’ cchella vucculella ‘e rosa me dice. “‘Ohinè, povero viecchio, tu’ si’ l’ammore mio!”?
“Tu, ca te ne vaje giranno accà e allà cumm’a ‘nu viecchio pazzo, sì ‘a stella ca stà ‘ncielo pe’ mme'”?
“Io smanio per sentire le mani tuje addosso a mmè!”?
No, no, io ‘o ssaccio.
Cheste so’ fantasie malate.
Sogni disperati.
No.
Chella me vo’ bbene overamente.
Musetta m’ave scelto pe’ sempe.
I’ songo ll’omo suojo.
E che me ne ‘mporta a mmè si essa vo’ bbene pure all’ate uomnmene?
Che, io putesse accampà diritti ‘ncoppa ‘a ‘na stella del firmamento comm’a essa?
Io me putesse murì, essa, Musetta è libbera, è come il vento, nisciuno ‘a pò acchiappà pe’ sempe.
Io ‘o ssaccio e accussì vivo felice, pecchè Musetta, quanno s’assetta ‘ncoppa a chella preta janca, stà llà sulamente pè mmè.
E me piglia ‘a mano, dòce e leggiero comm’a ‘nn’auciello, e se mette a faccella ‘a guaglincella suratella suratella ‘rint’ ‘a palma mia, e cu’ chella vucculella ‘e piccerella cumm’a ‘n’angiuletto scennuto dal cielo, accummincia a raccuntarmi le sue storie cu’ ‘na vucetta ca sulo ‘o core mio po’ senti’.
Storie ca vengono da luntano.
Storie d’uommene, femmene, ddie, fiume, città, luntane e vicine…
Storie, fantasie, ca parono poesie.
E poesie songono le parole suoje.
Soffi di vento tiepido.
Addor’ ‘e ciure.
Raggi di sole.
Tempurali ca passano mente stammo stritte stritte accussì ‘rint’ a chill’anguletto adderet’ a chiesa, rint’ ‘o ggiardine c’addore de’ ggelsumine d’a primmavera opuramente della pioggia pesante dell’inverno…
Io, llà, cu’ chelle manelle strente culle mie, addivento felice.
Il cuore mio si riscalda.
Puro si fa friddo.
Musetta io ‘a voglio bbene overamente.
Chelle storie ch’essa me conta mentre stiamo stretti comm’ a dduje ‘nnamurate songono paggine del mio libro, giorni della mia vita, raggi del suo sole che danno luce alla notte mia…
Musetta…
L’avisseva vedè…
E chi s’ ‘o pensava che ‘nu povero viecchio comm’ a mmè potesse truvà ‘na furtuna accussì grande.
Pozzo pure murì, pramaje.
Aggio visto tante ‘vote nasce ‘o sole adderet’ ‘a muntagna che nunn’ ‘o saccio cchiù cuntà.
Aggio visto fioreggià l’arbere e murì chilli ciure, comme curreno le primavere e pesano li vierni.
Ma nunn’ ‘e pozzo cchiù cuntà.
Uttanta?
Nuanta?
Ciento?
‘E nummere nunn’abbasteno, manco servono a tenere ‘nu cunto accussì, pe’ mmè.
Io domani non ci sarò cchiù.
‘O ssaccio.
Ma Musetta nun mmo ‘o ffà pesà.
M’abbasta ‘na parola suoja.
‘N’ata sturiella.
Io nun cerco ‘ato.
M’abbasta ‘stu ‘ppoco.
Sulamente che v’ ‘o pozzo arraccuntà, che pare ch’essa mo’ sta accà, assettata affianc’ a mmè.
E me pare d’ ‘a sentere chella vucella prufumata…
Pare che me sento ‘nu vaso suojo…
Comm’è doce ‘na passiata accussì…