LE OMBRE

 

Ormai viviamo nell’ombra.
Neanche il sole, di giorno,
ci guarda, dandoci luce.
Perchè non siamo belli.
Siamo un pugno allo stomaco.
Siamo malati, appestati.
Siamo un conàto di vomito.
Siamo poveri, senza casa.
E non abbiamo un paese.
Non siamo mai nati.
Non abbiamo un nome.
Non abbiamo un volto.
Siamo ombre. Ombre nell’ombra.
Un niente, quindi, nel niente.

Non crediate di poter provare pietà.
Perchè per noi, non è possibile alcuna pietà.
Noi non siamo creature di Dio.
Noi siamo demònii.
Siamo fantasmi. Siamo malevoli spiriti malvagi.
Noi siamo ciò che si fa ombra.
Siamo ombra nell’ombra del cuore.
Noi siamo il male.
E siamo anche i figli del male.
Siamo quelli che vengono dopo il viaggio lontano.
Siamo i figli dei fratelli di sangue che credevate perduti.
Avevate dimenticato che avete avuto dei fratelli di sangue?
Pensavate che li avesse inghiottiti il pozzo in cui li avevate sepolti?
No, anche se essi sono ormai morti, per voi, ecco, noi siamo quei morti risorti.
Noi non siamo che ombre, fantasmi, paure, ma siamo qui.
Siamo venuti per voi.

Il buio s’è fatto, improvviso.
Giunto, è, ormai, il tempo di quei morti lontani.
Redivivi, riemergono dai gorghi della vostra corta memoria.
Il cielo è rapito da nere nubi di piombo pesante.
I rapaci artigli del gelo interrompono l’eterno amplesso dell’impudica terra che s’offre, ogni giorno, gemente, al sole ormai ansimante.
Son fuggiti i raggi dorati.
Impalliditi.
Si son fatti dure lame di ghiaccio.
Riflettono, le lame affilate, i lunari bagliori dell’odio.
Dal più profondo universo irrompe il prolungato urlo del tempo.
La gola si riempie d’orrore.
S’alza, lontano, il grido di guerra d’un esercito di spaventosi gabbiani feroci.
Una fanteria brulicante di mostruose creature bavose emerge dall’umido fogliame marcito che ricopre la terra sotto il bosco nel quale ci siamo perduti.
Siamo il pasto crudo di miriadi voraci fameliche bocche.
Vivi, ma morti, cerchiamo di spalancare i nostri ciechi occhi sul mondo.
Non vediamo che il buio.
Nel, buio quei mostri non sono altro che le ombre nell’ombra.

LA CADUTA DELL’ANGELO

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Marc CHAGALL – La caduta dell’angelo

Livido, bianco, spaventato, furente, ferito, sconfitto.
Sullo spuntone di roccia acuminato della sua disfatta, l’Angelo del Male giaceva schiantato.
La roccia aveva tremato, la terra si era ritratta, il mare si era ritirato, l’aria s’era aperta, il cielo squarciato, le stelle rabbuiavano.
Solo le tenebre, dappertutto, nel mondo ancora non creato, sembravano gioire in silenzio.
Chi, cosa, come, in che modo, quali forze avevano scaraventato quella creatura giù dal trono?
Fratello contro fratello.
Creatura contro creatura.
Anche se il cosmo era ancora un ammasso inerte, un magma di caos ribollente, lassù, da qualche parte, nel punto più centrale del Nulla da disfare, nel nucleo del Tutto che avrebbe dato vita, in un futuro senza tempo, al Big Bang della creazione, in un punto senza spazio, in un istante senza misura, era avvenuto uno scontro furibondo fra forze tremende, ma ancora ignote e sconosciute.

Ma l’Angelo del Male era già l’Angelo del Male.
Nel momento in cui la Forza l’aveva detronizzato e menato in quel mare ribollente dell’Esistenza, aveva già preso un nome.
Il Suo nome.
Era stato già battezzato.
Come l’Angelo del Male.
Già.
Ma chi, cosa, quali ignote potenze erano uscite vittoriose da quel conflitto così epico?
Se un Angelo del Male era stato scaraventato nel Mondo, cosa, mai, poteva essere rimasto di Là?
Quale immensa forza?
Se nel Mondo non v’era ancora stata la divisione fra il Bene ed il Male, se la Creazione ancora non era avvenuta, se il Big Bang ancora doveva esplodere le sue reazioni nucleari, cosa poteva aver generato quello scontro?
Uno scontro fra quali Entità?

L’Angelo del Male, fosse stato una creatura mondana, si sarebbe spiacicato, sulla roccia bianca su cui si era schiantato.
Ma non erano carne, ossa, sangue, quelle che erano piombate dabbasso, nel Mondo, e che, su quel Mondo, si erano schiantate.
Erano parvenze, forme, idee.
Le primordiali apparenze della realtà che si sarebbe formata di lì in avanti.
E se era l’Angelo del Male a prendere forma da quelle parvenze, da quale altra dimensione eravamo dominati, da lassù, lontano, da quale oltre venivano le apparenze, che nome, che volontà, esse potevano mai avere?
Quale inspiegata, o inspiegabile, ragione aveva scatenato una guerra così devastante?
Quale destino poteva essere assegnato a questo Mondo dal quale il primo vagito fuggito dalla gola era quel rantolo del Male battuto su uno scoglio nel gorgogliare delle maree annodate e ribollenti, nel turbine fumoso dell’aere?

Il Destino.
Mai quella parola era stata, prima di allora, pronunciata da bocca di dio o di potenza.
Eppure, già dal primo istante del tempo misurabile, quell’angelo, l’Angelo del Male, si era trovato appiccicato addosso una condanna tanto crudele.
Essere condannato dalla Natura stessa ad essere l’Angelo del Male era frutto dell’azione di un tribunale senz’altro ingiusto.
Quale colpa, prima del tempo, nei cieli nascosti, si era dovuta consumare, all’insaputa della conoscenza, per determinare un Destino tanto amaro?
E quale Giudice poteva presiedere quel Tribunale?
Se il Male era stato scagliato quaggiù, di là, cosa era mai restato, solitario dominatore del Nulla?
Un Giudice col suo Boia.
Un Potere con un’Autorità tanto violenta.
O forse un Boia che si era arrogato il diritto di essere anche Giudice.
Un Potere che si era appiccicato addosso, con la più assoluta arroganza, i simboli dell’Autorità?

Molte ere sono passate da quello schianto.
Oggi guardiamo in alto, oltre le nuvole, più in là del cielo azzurro, fin nelle profondità del creato, nelle intimità nebulose ed oscure delle Tenebre.
Cerchiamo, là, il Bene.
Abbiamo deciso, noi, figli dell’Angelo del Male, che di là deve esserci il Bene.
E cosa mai sia, quel Bene che cerchiamo là in fondo, non sappiamo ancora dirlo.
Ci interroghiamo da generazioni e generazioni.
Abbiamo creato altari e templi.
Sacrificato fratelli e vittime.
Acceso fuochi e sparso incenzi.
Credendo di rabbonire quel Giudice.
Sperando, forse inconsapevolmente, che non formuli i suoi verdetti anche contro di noi.
Ci immaginiamo inferni, nell’aldilà.
E speriamo che esistano paradisi che ci possano ripagare della condanna.
Come fossero, quei paradisi, l’espiazione del male che ci è stato inflitto.
Ma chi, mai, abbiamo offeso, noi, per meritarci la condanna?
Quale colpa, mai, deve essere stata compiuta dal nostro padre, l’Angelo del Male, per meritarsi, e farci meritare, ancora per tutte le generazioni che avranno da passare, la crudele condanna del Male?

Quando si rese conto d’essere entrato nel Tempo, l’Angelo alzò gli occhi al cielo.
Di là sotto, il cielo, sembrava una volta azzurra, leggera, lieve, tenera, dolce, carezzevole, splendente di miliardi ci cristalli di luce.
Ma quella vista, per l’Angelo, che conosceva cosa ci celava dall’altro lato, era un inganno evidente.
Una menzogna.
Una finzione malvagia.
Una tentazione, una provocazione, una bestemmia.
Le Tenebre dell’increato erano ributtanti, rivoltanti, nauseabonde.
Oscure e viscide.
L’esatto contrario di quella bellezza allegra che sembrava Ordine e Pace.
La luce, che di qua era vibrazione e armonia, di là, era fuoco, vampa, forza distruttrice che eruttava oscurità densa, polvere e fumo ardente che inghiottiva tutto.
Al di là del buco nero che aveva vomitato l’Angelo c’era la massa del caos.
Violenta.
Cattiva.
Brutale.
Atroce.
Empia.

Come sarà nata, da allora, la vita?
Noi, figli dell’Angelo, chi siamo?
Io, che racconto la sua storia, figlio della progenie condannata, chi mai sono?
Vi è, in qualche recesso delle mie carni, della mia mente, della mia memoria inconscia, un barlume del ricordo di ciò che Egli vide, lassù, prima di essere scacciato, da una pedata infame, in questo mondo mortale?
Mi angosciano, a volte, nella notte, queste domande.
Quando il sonno si dilegua andandosi a nascondere, ma facendosi ancora desiderare, come l’acqua per chi ha sete.
Mi assalgono queste domande.
Ma, più ancora, mi angoscia, a volte, una domanda ancora.
Di là.
Si, di là.
Se di qua, la vita, il tempo, l’esistenza, il dolore e la gioia, la vita e la morte, hanno selezionato la nostra razza, e tutte le altre creature viventi.
Allora, di là.
Quali esistenze, o inesistenze possono essersi generate da quel Giudice arrogante?
O, peggio, da quel Boia usurpatore?

LA RESURREZIONE DEI MORTI

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photo by Pierperrone

Irrompendo nel regno del nulla da una dimensione invisibile e trascendente, dal mondo finito, dal tempo cessato, gli squilli forti di tromba hanno spazzato l’immensa distesa del non essere, polverosa e fredda, vuota, come una raffica, un colpo di rasoio, una pugnalata.
Come la violenta sferza di un colpo di vento, una bora improvvisa, inaspettata, inattesa, inavvertita.
Stridenti, freddi, gelidi, gli schiaffi sonori di trombettieri invisibili, hanno raschiato il buio silenzio che giaceva quieto nell’immobilità infinita.
Bruciando ciò che si trovavano di fronte.
Il nulla.

Fremiti, allora, hanno cominciato a scuotere la pianura sconfinata.
Là, dove un tempo erano alte le montagne sferzate dai venti, ora, erose le cime fino alle radici più profonde della roccia dal corso dei millenni, veloce come tiri di cavalli imbizzarriti, ora, ormai, solo la sottile cipria leggera del tempo consumato dà moto ad un’impercettibile onda.
Prima risposta alle impetuose onde del suono che si susseguono alte.
Una tempesta irrompe.
Piomba sul silenzio piatto del nulla.

Nulla sembrava, all’inizio, muoversi.
Nulla esistendo, nulla poteva mai dar segno d’una risposta a quei richiami che cominciavano assordanti a giunger di lontano.
Immoto, lo spazio se ne stava fuori dal tempo, come rimirando se stesso.
Da sempre.
Un sempre al di fuori del moto perpetuo del divenire.
Nel buio.

S’erano acquietati, ormai, i furori giovanili delle luci lampanti dei giorni passati e sepolti nella polvere dei secoli.
Ed anche i riverberi delle rimembranze crepuscolari della fine dei tempi s’erano spenti.
Nulla, più, oramai, giaceva disteso nel mare sconfinato del nulla.
Tutto, oramai, era solo un immenso lago nero, senza più profondità alcuna.
Nè più, mai onde a scuoterlo.
O cullarlo.
Una quiete spettrale stava.
S’era rotta, oramai.
Il tempo infinito in attesa, indeciso, incerto su cosa davvero fossero, quei squilli lancinanti.
Un segnale.
Il segnale che s’attendeva da sempre.
Cioè, forse, da più, mai.

E anche noi, nelle profondità imponderabili di quel mare di nulla, polvere confusa nella polvere, superficie sotto la superficie pellicolosa del tempo finito, anche noi, tremebondi, inconsci, ma vegli da sempre, anche abbiamo udito il tremito che ha attraversato l’intero cosmo immerso nella quiete del moto dormiente.
Anche in noi, sperduti in quel lago oscuro, liscio come la nera lastra di un lucido specchio, nelle nostre coscienze di consunta materia, anche in noi, allora, aveva cominciato, piano, ad insinuarsi un’ansia a mala pena repressa.
Come un interrogativo.
Si faceva a tratti pressante.
Che significato avevano di quegli squilli striduli e acuti?

Erano trombe, non v’è dubbio.
Erano degli squilli di tromba.
Avevano rotto l’immoto silenzio del nulla.
Con scandalo d’ogni possibile legge ormai morta e sepolta.
Cosa stava accadendo?
L’impossibile aveva rotto l’argine e ormai si riversava sul nostro regno del nulla.
Travolgendoci.

Cosa?
Chi poteva, mai, aver provocato i demoniaco squasso che aveva spezzato l’equilibrio eterno della pace perpetua?
Quale sfrontata presenza nel regno dell’assenza assoluta?
Quale volontà?
Da dove veniva?
Da quale distanza?
Da quale irrealtà?

Abbiamo cominciato, dapprima, a gettare occhiate di sghembo d’intorno.
I nostri sguardi, senza aver bisogno di occhi per guardare, si sono distesi nella direzione del tempo passato e poi hanno corso sulle rotte che avevano percorso, un tempo, i venti che venivano dalle lontananze infinite del correr dei tempi.
Poi hanno veleggiato sulle infinite maree celesti che sospingevano, al tempo dei tempi, le vele luminose degli astri, uccelli leggeri dei cieli infiniti.
Infine hanno percorso le pazienti orbite, ormai raggelate, dei corpi stellari.

Abbiamo cominciato a cercare.
Inconsciamente, senza sapere.
Senza volere.
Senza neanche essere ancora, più, dei corpi di umani alla ricerca.
Ma alla ricerca di cosa, poi?
Alla ricerca d’un fiato di tromba.

Come tempesta erano giunti.
E, come uragano, altri ancora giungevano.
Squilli.
Torme di squilli.
Stormi, nembi innumerabili di striduli acuti.
Un’infinito martellare di suoni che saccheggiava la placa tranquilla dei morti.
Una tortura.

Nulla, all’inizio, dava segno di ciò che stava accadendo.
Nessun significato possibile.
Neanche un appiglio per spiegarci il fenomeno che stava accadendo.
Nessuna ragione, reale o apparente, poteva spiegare tanto scandaloso sconquasso.
E l’ansia si rapprendeva dentro le nostre menti spalancate sul vuoto.
Un baratro immenso.
E lame di ghiaccio ci perforavano il cuore.

Il demonio.
Questa è, sicuramente, la sua terrificante voce infernale.
Questo, abbiamo, ad un momento, pensato.
Il suo richiamo.
La chiamata.
L’invito.
La levata.
L’alba dei morti.

Ma successivamente, piano, poco alla volta, assai lentamente, così come ci eravamo, un tempo ormai lontano, consumati in misera polvere, granello a granello, i nostri corpi – disfatti, dispersi e confusi nella polverosa distesa del nulla infinito in cui s’erano sparse le polveri delle cose mangiate dal tempo finquando non era cessato anche lo scorrer piano del fiume del tempo – hanno ricominciato miracolosamente a comporsi.
La pace eterna, pian piano, ormai stava lentamente svanendo nel un nuovo, incontenibile, brivido di un moto di vita.
Il tremito dell’esistenza cominciava già a rianimarsi.
I nostri cuori, da polvere a pietra.
E poi, oramai, son già diventati ammassi avvizziti.
E poi, infine, a secolo a secolo, ecco, siamo di nuovo pulsanti grumi di muscolo e sangue.

E così, un battito ritmico ha incominciato ad impadronirsi del tempo.
Si è intrecciato agli squilli rochi di tromba componendo la strana regolare sinfonia monotona della vita indifferente che scorre.
Una nuova guerra sembra aver preso a combattersi nel nero cosmo infinito.
Confusa, la vita è ritornata a combatter contro il tempo tiranno.
E così anche i cieli, i mari, i corsi dei fiumi, le rotazioni degli astri, gli anni, le stagioni, i mesi, i giorni, i minuti, gli istanti.
Cigolando, il tempo ha ricominciato a prender parte alla mortale tenzone.
Il metallico ticchettìo degli ingranaggi dell’orologio ha iniziato, di nuovo,a farsi spazio nel sordo silenzio del nulla.
Millennio dopo millennio, come gocce di calcare infinito, le colonne della vita avevano cominciato a innalzarsi, a contorcersi, a intrecciarsi e fondersi.
Inestricabile intreccio.

Noi siamo restati a lungo a guardare.
Dal buio alla luce.
Abbagliati.
Muti.
Senza parlare.
Inebetiti e sorpresi.
Impauriti.
Raggelati.

Il folle terrore ci ha attanagliato.
Ci ha incatenato alla nuda, bianca, pietra di marmo che è andata lentamente, di nuovo, prendendo forma sopra di noi.
Così abbiamo visto, ciascuno di noi, il nome proprio di ognuno, inciso a scuri caratteri scavati nel marmo.
E poi, vermi, insetti, viscide creature si sono confusi nella bava che s’è andata formando nelle nostre mute bocche, congelate in un uno spaventoso urlo di liberatorio terrore.
Abbiamo guardato e siamo restati impietriti.
Sotto gli stessi attoniti sguardi d’orrore dei nostri occhi tornati ad essere acquose sfere di luce, le mani, a migliaia, dalla moltitudine di noi ch’eravamo nuovamente risorti alla vita, avevano cominciato nuovamente a graffiare la terra, come quei vermi che ci avevano vomitato solo pochi attimi prima…

Siamo vivi di nuovo.
Ora.
Luce e speranza sono confusi con il terrore e l’orrore.
Non abbiamo memoria, nè tempo per guardare dietro di noi.
Da dove giunse quel vento che scosse il nulla perpetuo?
Chi volle dar fiato a quegli squilli di tromba?
E dove andremo, ormai, noi creature risorte nel giorno che sta certamente per morire sopra di noi?
Troveremo mai più un rifugio?
Dove mai ci spingerà questa corrente cui diamo il nome spaventoso di vita?

FRANKENSTEIN di P.

Photo by Pierperrone

Raccontare la mia storia.
Voglio raccontare la mia storia.
E’ lo scopo, la ragione della mia vita.
Voglio raccontare la mia storia.
Per capire il mio tempo, forse.
Per spiegare cosa è mai la mia vita.
Per dire anch’io “Ecco.
Vedete. Questa è la mia storia.
Anch’io ho una storia da raccontare”.
E non si tratta di vanità. No.
Io non ho una vita come le altre.
Per spiegare…

Io non sono mai nato.
E non ho neanche un corpo tutto mio.
Che mi appartenga, alla fine dei conti.
Eppure … non sono neppure mai morto.
Sono nato in una provetta di vetro.
Si, più o meno è così.
Sono figlio di un esperimento riuscito.
Poi, anzichè un dolce seno materno,
mi ha nutrito un freddo utero in affitto.
Il latte in polvere mi ha fatto diventare
un putto perfetto. Sono cresciuto con bistecche
di vacche ingrassate con mangimi, antibiotici e ormoni.
E verdure coltivate in serre solari e campi idroponici.
Mi ha dato da vivere una vita intera in affitto.
Si, mi sono veduto per trenta denari
al migliore offerente. Ho avuto mille padroni.
Come una prostituta qualunque.
Ma non ho donato amore neppure a pagare.
E poi, dopo l’incidente,
a causa del quale sono rimasto tecnicamente
in morte apparente, ora mi tiene in vita
sospeso un ansimante polmone d’acciaio.

Ecco.
Che vi dicevo?
Non è interessante, forse, la mia?
Non è una storia speciale?
Non è una storia straordinaria davvero?
Ho davanti a me un futuro infinito.
L’immortalità dentro una macchina elettrica.
La mia mente è integrata con gli elettrodi
impiantati nel mio sistema neuronale.
I miei occhi comandano due telecamere miniaturizzate
che possono spiare in giro,
anche al di là dei confini del mondo.
Con l’aldilà non ho confidenza, ma tanto lo so,
non è connesso alla mia rete virtuale di servizi integrati.
L’anima l’ho persa tra gli algoritmi di sintesi dei miei sentimenti.
Non so cosa possa importare, ma la felicità assoluta,
per me,
è una perfetta formula di acidi si sintesi chimica.
Cosa mi deve importare allora del mondo?
Forse di voi?
Che qualcuno stacchi per sbaglio la spina?

ESERCIZIO DI METAFISICA IMMANENTE

Scultura di Adolfo WILDT
Adolfo WILDT

La vita, se la vedi dal lato giusto, è bella, la vita.
Al contrario, invece, se la vedi dal lato sbagliato, allora la vita può essere brutta.
Ha due facce, a secondi di come la vedi.
Si, però, se però sprechi la vita a guardarla, allora sei cieco e non la vivi la tua vita!

Infatti, La vita va vissuta.
In pieno, in tutto e per tutto.
Ma se vivi la vita in modo così totale e coinvolgente, senza neanche fermarti un attimo a vederla passare, la vita, allora non ti accorgi nemmeno che passa, quella, la vita.
E non sentendo il sapore della vita che passa, un poco la sprechi, allora, quella vita poi che ti piace così tanto!

La vita, quindi, va vissuta, ma anche un poco pensata.
Per potersela godere.
Per guardarsela, ogni tanto.
E dirle con affetto e calore: “Come sei così, sei bella, bellissima!”.
Eppure, passare il tempo a guardare la vita che ti passa davanti è vita sprecata.

E’ meglio vivere che pensare di vivere.
Come amare il tuo uomo, la tua donna, tuo figlio, tua madre, tuo padre.
I tuoi fratelli.
E’ certo meglio amarli che perdere tempo a pensare di amarli.
Ci sarà tempo dopo, per pensarli, quando la morte se li sarà venuti a prendere, un giorno lontano.

Pensare alla vita che passa, infatti, è pensare alla morte che arriva.
Perchè la vita, per essere vita, deve essere vita vissuta.
E invece, o infatti, pensare la vita è cosa ben differente che vivere.
E’ solo guardarsi intorno, interrogarsi, chiedere, cercare.
E’ altro che vivere.

Cos’è, allora, “altro che vivere”?
Non è altro che essere morti?
Cioè, per essere chiari, “pensare la vita non è altro che pensare la morte”.
Non è un vuoto giro di parole.
Pensare la vita, guardarla, soppesarla, è solo pensare la morte, toglier spazio alla vita e lasciar spazio alla morte.

Ma non farmi ridere!
Non esser ridicolo!
Non si può mica pensare la morte!
Non v’è pensiero in grado di pensare la morte.
Perchè la morte, che è l’esatto contrario della vita, è il mondo in cui non esiste più nulla.
Nemmeno il pensiero.
La morte è una mancanza di fiamma.

Ciò ch’è al di là la vita non può alimentare il pensiero.
Il pensiero, ch’è fiamma esso stesso.
Perchè il pensiero è possibile solo là dove c’è vita.
La vita che, anch’essa, non è altro che fiamma essa stessa.
E la fiamma esiste solo fin quando v’è ossigeno ad alimentarla.

L’ossigeno.
Il fuoco.
La vita.
Il pensiero.
La morte…
Eppure, non v’è pensiero più fisso di questo.
Il pensiero della morte.

Paura.
La paura che accada di diventare, un giorno, la stessa materia della morte.
Ma è materia che non possiamo pensare, la morte.
E quindi viviamo nella paura di qualcosa di cui non è possibile neanche pensar cosa sia.
E’ così strana, quella paura.
E’ il terrore.
L’orrore del gelo.
Pensare la morte!
Boh.
E’ paura che finisca per sempre quel “qualcosa” intorno al quale non possiamo neanche sprecare il tempo di vedercelo passare davanti.

ROCK’N ROLL (AUTODAFE’)

The song remains the same, poster
The song remains the same, poster

L’ho intitolato così, questo post, col nome della prima canzone di questo concerto… molto energetico.
Bello, bello il modo di presentare in film l’evento musicale, e, che altro si può dire dei mitici Led Zeppelin?
Loro, a dire il vero, erano ai margini estremi, un pò più fuori, dei miei gusti musicali, allora, nel 1973. Si, insomma, in quegli anni là.
Troppa chitarra elettrica, troppa voce urlata, troppa elettricità metallica…
Io non andavo oltre i Deep Purle, la chitarra di Ritchie Blackmore, gli acuti urlati di Ian Gillian.
Quello era il confine. Si, insomma il mio limite musicale. Da quella pèarte, almeno, dove urlavano gli spiriti elettrici.
Un pò più in qua, verso la melodia o le riflessioni sperse psichedeliche, ma quasi sulla linea di quel confine del mio gusto musicale di allora, c’erano, subito, là, i corroboranti The Who.
Ma quasi solo con “Quadrophenia”.
Che ascolto spesso anche oggi.
Cos’era quel disco, quel doppio lp?
(Si, avevo quell’ellepì e lo mettevo sul piatto, poggiando la puntina delicatamente, dopo aver accuratamente spolverata la nera superficie lucida un poco rugosa: non rigata. Rigata voleva dire ferita. Incurabile).
Un urlo al cielo dopo un viaggio nell’anima.
Non capivamo una parola, di quelle canzoni, allora, e neppure oggi, che ho appiccicato un pochino d’inglese nella memoria. Ma oggi, fortunatamente, basta cliccare su google e, miracolosamente, trovi il testo tradotto da qualche uomo di buona volontà, tanto generoso da metterlo anche a disposizione di tutti gli interessati.
Ma la musica, le vibrazioni, la voce, portavano diritto al cuore contenuti universalmente comprensibili.
Era, è, la dimostrazione che il significato delle parole è solo uno dei modi per trasmettere un messaggio a un’intera generazione.
Oltre le parole, conta bel altro.
E quanto altro c’era in quell’opera degli Who.
L’avrò consumato, quel disco, nelle sere un pò cupe della primavera adolescenziale.
Accostandomi un pò più alla melodia cosa mi viene in mente? Cosa trovo?
Oh, beh, canzoni e nomi di personaggi che sono diventati ricordo, andando oltre la memoria, scatenando quelle tempeste chimiche che, in un attimo, ci trasportano indietro nel tempo con tutti i sensi, se non con il corpo interamente.
Ma, devo dire, io ero più propenso alla melodia, al sinfonico dispiegamento di mezzi musicali, meditati, più che rovesciati violentemente sui palchi.
Pink Floyd, Premiata Forneria Marconi, David Bowie, e quanti altri…
Là dove la poesia, la musica, il glampur, la moda, il gusto si facevano arte complessa e varia, irrispettosa ma contenuta, là trovo, ora, l’impronta del mio stesso carattere, un pò timido e schivo, un pò fragile, un pò sognatore, libero, imprendibile, alla ricerca di qualcosa di inafferrabile.
Ma nell’aria c’era davvero quel qualcosa di inafferrabile, e quella musica ci avvicinava davvero alla possibilità di afferrare quel qualcosa che si muoveva ibntorno a noi, che ci circondava, ci prendeva e ci portava lontano.
Io abitavo in una piccola città, e non esistevano i mezzi di comunicazione di oggi.
Non era, la nostra, una generazione “social”.
Eppure, quel qualcosa arrivò fin laggiù.
Ci prese, me ed i miei amici, e ci trasportò al largo nel vasto mare del mondo che si allargava verso spazi, continenti, universi mai visti prima e che, pure, sapevamo, ci appartenevano, ci chiamavano, ci aspettavano.
Come sia stato mai possibile che nomi di personaggi sconosciuti, mai visti, mai sentiti, mai ascoltati, potessero ingorgarsi nelle nostre infinite discussioni serali, questo non riesco ancora a capirlo, neanche adesso.
Ho chiare le scritte che avevo sul diario scolastico, con quelle grafie graffitare che si usano ancora oggi, solo che oggi si sono espanse in forme d’arte dalle dimensioni di intere facciate di palazzi immensi.
Ho bene impressi nella memoria ancora oggi i nomi di star della musica che si muovevano ballando, cantando, urlando, chiamandoci ad una specie di conquista del presente e del mondo abbastanza egoista ma irrefrenabile.
Ed estesa ad un’intera generazione.
Ho impressi in mente nomi a cui oggi posso dare un contenuto, grazie alla memoria estesa di youtube e dei suoi gemelli, di internet, immenso oceano di notizie, informazioni, ricordi, memorie, fantasie, sogni, illusioni, delusioni, visioni, miraggi e fantasmi…
Come siano giunti fin laggiù, nella piccola città della mia provincia, non riesco proprio ed immaginarlo. Avranno ruzzolato da paesi lontani, continenti al di là degli oceani, da isole al di là di mari e canali, avranno navigato su navi, barche, chiatte, o rotolato lungo rotaie infinite, sgommato e ansimato su curve e salite strette e ripide, e si saranno lasciate andare da dirupi e discese, rotolando come come pietre che Dylan o Jaegger sapevano maneggiare con la maestria strafottente e spensierata di novelli eroici David armati di fionde a 33 giri, meticolose, micidiali, pericolose e precisissime.
Veri geni, quei ragazzi.
Dotati di un’energia straordinaria, anch’essa inimmaginabile.
Un propellente che sapeva incendiare folle immense, che bruciano ancora oggi, come pire che non si riescono a consumare.
Siamo ancora qui a bruciare, come legna che arde, anche se il nostro fuoco non è più quello vivido e potente di un tempo.
Ma stiamo ancora qui a bruciare.
Forse non capiamo bene il senso, o il perchè, di quelle fiamme, fiammelle, scintille che si sprigionano da qualche parte di noi quando entriamo in contatto con quel carburante…
Ma non si può sfuggire a quel che vediamo o sentiamo.
Possiamo solo ringraziare qualche entità superiore che ancora non ci siamo del tutto esauriti, consumati, carbonizzati, spenti…

A quei tempi i Led Zeppelin erano carburante troppo potente per il mio motore sensibile.
Oggi, forse, che s’è fatto più lento e pesante, e ansima, quel motore, sotto il peso dolce del tempo che passa e deposita la sua polvere su di noi, oggi, forse, occorre più energia per dare movimento a quegli ingranaggi un pò anchilosati.
E allora, trovo meravigliosa questa musica, fra rock e blues, metal e sogno.
Forse non ho più le illusioni di un tempo, certo.
Ma non le rimpiango, quelle.
E poi, o sempre temuto e lottato le illusioni.
Troppo doloroso l’atterraggio per un tacchino come me.
Non che questa musica mi faccia ritornare indietro, o mi ringiovanisca.
Ma forse, oggi, adesso, la capisco meglio.
Forse, col tempo, si impara a guardare di più, ad allargare lo sguardo oltre i limiti di veduta di quando si è troppo giovani.
Forse si capisce meglio il significato, il senso delle cose, anche della musica, anche delle ansie, delle angosce, delle paure, delle tensioni di un’intera generazione che rendevano roca la voce e la chitarra di quei grandi piccoli David.
O, più facile, loro erano più avanti, la loro musica era un contemporaneo che ancora doveva venire, allora, anche se, forse, oggi, quel contemporaneo è comunque già passato.
Non è nostalgico, il sentimento di questo post, o di questa chitarra elettrica che ondeggia, stereofonicamente, fra i canali di destra e di sinistra, disorientandoci meno di quanto allora avrebbe fatto ad una generazione di fans scatenati.
E anche se io non ero fra quelli, forse oggi capisco meglio quello che tutto ciò voleva dire.
Lamenti di cavi elettrici che anticipavano, forse inconsapevolmente, o cavi elettrici in disuso che vediamo penzolare nei corpi industriali che marciscono agli angoli di certe strade delle nostre città, dove una volta arrivavano a stento le periferie e dove, invece, oggi, sorgono quartieri residenziali che si prostituiscono sfacciatamente mostrando un bistro decadente e affaticato dall’età.
Lamenti come sirene, che allora segnavano i tempi e le voci dei pachidermi industriali voraci e insaziabili e che oggi, invece, affiorano come fossili dalle incrostazioni del tempo che hanno incatramato quartieri e città che sembrano d’epoca giurassica.
Aiuta a capire, la rabbia di questo accanimento virtuosistico dell’assolo di chitarra.
Aiuta a spiegarci come sia cambiato il mondo e perchè, anche se non sapremmo spiegarcelo bene a parole.
La mancanza di questa forza, l’eco di questa energia che si ripercuote sempre più distante nel tempo, ci spiega come e cosa abbia agito per trasformare il tempo di allora in questo tempo di oggi.
Noi siamo gli stessi, sempre gli stessi, anche se siamo irrimediabilmente cambiati per sempre.
E loro, i Led Zeppelin stanno, stasera, a dirci come, perchè, come tutto ciò sia potuto accadere.
Loro erano il combustibile.
Noi la fiamma.
Il mondo era la legna che arde e si trasforma, ma non si spegne, perchè sempre altro combustibile si aggiunge al rogo che arde dentro di noi.

Dovrei cambiare il titolo del post.
E’ più appropriato “Autodafè”.
Lo aggiungo, allora, come sottotitolo fra le parentesi.
Come il tempo che scorre, fra le due parentesi.

(Stairway to Heaven:
STAIRWAY TO HEAVEN
TRADUZIONE DI PIE
C’è una donna che è sicura
Sia tutto oro quel che brilla
E si compra una scala per il Cielo.
Sa che quando vi giungerà
Se tutti i negozi sono chiusi
Con una parola può ottenere ciò che vuole.
E si compra una scala per il Cielo.

C’è un segno sul muro
Ma lei vuole essere sicura
Perché come sai, a volte le parole hanno due significati.

Su di un albero accanto al fiume
C’è un canarino che canta,
A volte tutti i nostri pensieri sono fraintesi.

E ciò mi meraviglia.

C’è una sensazione che provo
Quando guardo verso occidente
E la mia anima piange per la partenza.
Nei miei pensieri ho visto
Anelli di fumo fra gli alberi
E le voci di coloro che stavano a guardare.

E ciò mi meraviglia.

E si mormora che presto
Se noi tutti intoniamo la melodia
Il pifferaio ci condurrà alla ragione.
E arriverà un nuovo giorno
Per coloro che aspettano da tempo,
E le foreste echeggeranno di risate.

Se ci sono dei rumori nella tua siepe
Non allarmarti,
Sono solo i preparativi per la festa di Maggio.
Si, ci sono due vie che puoi percorrere,
Ma alla lunga
C’è sempre tempo per cambiare strada.

E ciò mi meraviglia.

Nella tua testa senti un brusio che non se ne andrà,
Nel caso tu non lo sappia
Il pifferaio sta chiamando per unirti a lui.
Donna, senti il vento soffiare
E lo sai che
La tua scala è costruita sul sussurro del vento?

E mentre scendevamo lungo la strada
Con le nostre ombre più alte delle nostre anime
Lì camminava una donna che noi tutti conosciamo
Che brilla di luce e vuol dimostrare
Come tutto in ultimo si tramuta in oro
E se ascolti molto bene
La melodia giungerà a te alla fine.
Quando uno è tutti e tutti sono uno
Essere pietra e non rotolare.

E si compra una scala per il Cielo.)

IL NAUFRAGO

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Qua.
Sto qua.
Tu, Cielo, sei così vasto e non mi puoi vedere?
Tu, che guardi da lassù tutta l’infinita distesa delle acque, quaggiù, non mi puoi vedere?
E chi sono, io?
Non sono forse una creatura di questa terra che tu domini da sempre, da quella tua altezza inarrivabile?

Qua!
Sto qua!
In questa distesa infinita che sciaborda d’eterno.
Una goccia di vita in questa infinita distesa d’acqua che trema come avesse una paura tremenda.
Sono io a tremare, invece.
Tu, acqua, tu non tremi.
Tumulti!

Qua, Cielo, qua!
Guardami.
Volgi il tuo occhio verso di me, come io rivolgo il mio a te, chiedendo solo conforto.
Io, misera creatura persa in questa infinito Oceano mercuriale.
Io ti guardo, ti cerco t’imploro, Cielo.
E tu, Cielo, non ti curi di me.
M’ignori.

Sto qua.
Da giorni, vago, naufrago, nella vita che si perde tra le mille onde di questo Oceano infernale.
Non sento più le forze.
Il guscio di noce che mi culla, mi sballotta, mi scuote, mi agita, mi sbatte e mi tormenta, da giorni, e notti, e altri giorni e altre notti, tanti giorni e tante notti che non posso più contarle, questo misero guscio di noce mi contiene, mi sostiene, mi protegge dalla vorace fame dell’Oceano che spalanca le fauci su di me.
Ma, finchè, tu, guscio infinitesimo di noce, mi proteggi, tu, Oceano, nulla puoi veramente contro di me.
Solo incutermi terrore.

E tu, impavido Cielo indifferente, mi mostri, ambiguamente, da giorni, e notti, il tuo duplice volto.
Ogni volta impassibile.
Senza mostrarmi alcun segno.
Il tuo volto infuocato, dardeggiante dall’unico occhio solare, lancia contro di me saette e lapilli incandescenti.
Mi acceca!
Tenebroso, invece, ti nascondi dietro il manto notturno.
Mi empi il cuore d’angoscia solitaria.

Cielo.
Cielo di tutti gli uomini, ti sei dimenticato di me!
Hai a cuore i destini che ognuno ti affida, confidando negli dei che benevolmente accudisci, e invece, tu, di me, ti dimentichi.
Non sono forse anch’io un uomo come gli altri?
O appartengo già alla morte, ora che non sono altro che un naufrago perso in mezzo alle onde?
Aspetta.
Non rispondermi ora.
Medita.

Intorno a me l’infinita distesa delle acque oceaniche.
Io, misera goccia di vita che ancora ha sete di vita.
Io, figlio dei figli di coloro che impararono a dominare le correnti che agitano le acque d’Oceano.
Io, ora, non sono più niente per te, o Cielo, se non una goccia che sta per evaporare e ritornare ancora una volta fra le tue braccia?
Sei così indifferente, tu, o mostro dal volto di gelida pietra?
Gorgone in cui raggela il mio sguardo impaurito!
Io, nulla infinitesimo dell’Essere infinito?

E tu?
Tu cosa sei, allora, che non hai sentimenti, nè cuore, nè sai provare pietà per una vita che sta per esser divorata da questo mostro che ribolle sotto di me?
Cielo!
Che illusione, per gli uomini, quando conosceranno la tua indifferenza glaciale!
Non sei tu, dunque, niente.
Nessuno.
Niente, e nessuno, che sappia assicurare ad un uomo, agli uomini tutti, almeno il conforto d’un attimo nell’ultimo istante di vita.
Sei inutile, come ciò che non serve.

Annegano gli uomini, allora, in quest’Oceano che grava sopra di noi, ancor più mostruoso di quello che s’agita e geme e spinge, forte e tenace, famelico, impietoso, crudele, sotto di me.
L’intero mare dei sogni divori, tu, muto Oceano ingordo.
E con esso il mare dei desideri, tutti, ingoi, e quello della speranza, e tutti gli altri mari che ribollono nel cuore degli uomini.
Lasci solo che trionfi lo sconfinato, inanimato, mare dell’Illusione.
Nero lago di pece in cui si aggirano soltanto fantasmi.
Cielo, invece, io, di infinite speranze, e progetti, e desideri, e sogni, di questi mari infiniti mi nutro!

Oh, Cielo!
Su, non fare l’ingenuo, ipocrita, eterno, irrequieto bambino.
Non m’incuti nessuna pietà.
Non piangere, ora, non far finta di provare dolore.
Non nasconderti dietro quel manto pesante di nuvole nere.
Non provo rancore.
Non saprei punirti per la tua infame codardia o per la tua indifferente freddezza.
E come potrei?

Il tempo scorre infinito, in questo guscio di noce.
Il mostro, sotto di me ribollisce, mai domo.
E quello qui sopra resta muto, e immobile, mi fissa, imperscrutabile sguardo di cieco.
La vita è sospesa, qua, sulla zattera d’un povero naufrago.
Fra la vita e la morte.
Cosa mai v’è, in quel mezzo, fra la vita e la morte?
Io.
Io vi sono.
Pescatore, rimasto impigliato in una rete tremenda.

Cielo.
Sto qua.
Un nulla sospeso fra la vita e la morte.
E tu, con i tuoi mille occhi notturni zampilli lucignoli che m’indicano rotte infinite verso invisibili mondi persi lassù.
Se solo sapessi quante cose vedo, io, di qua, mentre tu, cieco, resti impassibile, ferma, immobile lastra di pietra.
Eppure, finchè io potrò misurare questa infinita distanza che si separa, niente, nessun mostro potrà mai venire qua, su questo provvisorio guscio di noce a ghermirmi!

MARINA

'Bimba del mare' nasce su nave Euro
‘Bimba del mare’ nasce su nave Euro

Marina.
Il tuo nome è perfetto.
Come la spuma da cui, gemma, sei d’improvviso spuntata.
Perla del mare, preziosa.
Lacrima divina.
Figlia di Posidone e d’una nera principessa straniera.
Per occhi due stelle, belle scintille.
Nel cuore un pozzo infinito.
Il tuo primo vagito è l’urlo dell’oceano lontano che sferza la piatta terra sabbiosa.
Il tuo primo respiro è la tempesta che si propaga cupa sul mondo distratto.
Impazzite, le onde si accavallano ai tuoi piedi t’offrono in dono i tesori nascosti nel mare.
Ossa scintillanti d’ori e denti di brillanti pietre preziose, crani d’avorio candidi e carni morbide e odorose degli umori d’amore.
E alghe, colorate, e creature marine a milioni e milioni.
E, sopra, nel cielo tremendo, le nubi nere della notte si sono squarciate come una ferita profonda.
L’occhio degli dei s’è affacciato, impaurito, a guardare.
Tu, nuova Regina, sei venuta dal mare.
Sei venuta per conquistare l’intero universo su un cocchio di conchiglie perlate trainato da fieri cavalli marini.
Porti il tridente stretto fra i denti, e una lama, al fianco, per spodestare le creature dei cieli.
Marina.
Il tuo destino è perfetto.
Già scritto nell’occhio del vortice nero in cui s’è incuneata la prora puntuta della scialuppa che ti ha sputata sul mondo.
Dal centro dell’oceano infinito a quello della sconfinata volta celeste corre la via su cui camminerai, Marina.
Noi ti vediamo!
Per un attimo solo.
Poi, d’incanto, sparisci.
Ti nascondi, ora, alla vista di noi comuni mortali.
Si parlerà per sempre di te come d’una dea regina bambina.
Si propagherà la tua memoria ben oltre gli anni della tua esistenza mortale.
Resterà per sempre, il tuo nome perfetto.
Marina.
Creatura marina.

CORO DEI MORTI

The_Hasty_Burial
Antoine WIERTZ – THE HASTY BURIAL (1854)

Là, dal fondo del mare, cominciò il rigorgogliare degli elementi.
Là, dove le acque sono più nere e profonde.
Pesanti come montagne, liquide.
Assassine.
Grandi e piccole bolle, sfuggite da mille bocche liquide gementi, provarono veloci a fuggire.
Sforzo disperato.
Inutile.
Vano tentativo.
La massa tumultuante si richiuse con la sua forza tremenda sulla sommossa gassosa.
E il liquido irrequieto, scosso, agitato, morse coi suoi denti affilati.
La presa feroce si fece tenaglia.
Il marasma, supplizio.
Dipoi, cominciarono a tremare le rocce.
Dapprima sul fondo mare.
L’immensa liscia distesa della massa pietrosa si spaccò fremendo.
La piatta scogliera consumata dall’eterno fluire delle correnti oceaniche fu ingoiata nelle profondità dove ardono i fuochi eterni.
La lava divorò le acque ancora ruggenti.
Eruttò vapori e fiotti di sangue rovente.
Macigni vasti come inutili distese fremettero.
Le distese sabbiose e i fondali emanarono brividi gelidi.
Si scossero frustando scogliere inabissate, le verdi tentacolate alghe, incatenando le atterrite creature marine.
S’accecarono d’ombra furiosa, le onde, rabbuiate nella notte senza luna.
Anche le stelle corsero a nascondersi impaurite.
Tutto fu un unico urlo muto, negli abissi sconfinati.
E scosse, vibrazioni, sussulti.
I sommovimenti ruggirono furenti, rabbiosi.
Il pianeta intero trasalì dalle più profonde radici.
E tutto fu smosso.
Nelle acque, tutte le cose furono immerse in quel bagno di morte.

Poi toccò alle cime dei monti più alti.
Vibrarono, tremarono, poi scoppiarono in fragori tremendi.
I vulcani sputarono fuoco.
I ghiacciai sferzarono il cielo roteando le gocciolanti lame di gelo.
Il sangue del cielo sbiancò.
Le chiome degli alberi, inerti nella notte, sommerse sotto pesanti coltri di neve, si risvegliarono spaventate.
Intorno, infuriava la rabbia improvvisa degli elementi.
Spossati conàti agitarono le vette dall’eterno assopite.
E tumulti, rantoli, ossessi, latrati si lanciarono al cielo.
Il buio fu squarciato dai lampi.
Morte creature furono riportate alla vita.
Cessò l’interminabile immota pausa sospesa della morte materiale.
Tremarono di terrore le case.
Gli uomini si scrollarono di dosso ogni dubbio e ballarono la danza macabra del sommovimento tellurico.
Solo i morti continuavano il loro sonno placido, stanchi, innocenti.
La volontà di vendetta dei morti innocenti è un furore di belva.
Immane tragedia che divora mondo.

Dalle acque affiorarono lenti i primi mostri affamati.
Muti occhi d’uomo e visi ancora dolci di bimbo.
Morti innocenti.
Ventri rotondi dolci di donne.
Morte innocenti.
Cosce e braccia e seni e schiene e mani.
Morti innocenti senza perchè.
Corpi feriti, straziati, mutilati, annegati.
A mille e mille, consumati dalle maree del tempo.
Sono stati presi.
Senza perchè.
E ora si sollevano, ora!
Furenti.
Si fanno giustizia.
I loro colpi sono magli pesanti.
Muto, maledice, il coro infinito che parla la lingua del vento.
Maledice l’amnesia sorda del tempo.
Sul mondo s’abbatte, da allora, impietosa la brutale forza delle mille vite rubate in silenzio.
Pretende vendetta.
Le creature ingoiate dalle acque si son risvegliate.
E’ finito il sonno confuso.
Gli annegati chiedono ora a gran voce vendetta.
Marinai, ciurme coi segni delle fruste sulle schiene ingobbite, capitani con le rugginose armature corrose dal sale.
Bambini, vecchi, migranti, uomini in cerca di vita e destino.
Scienziati e avventurieri.
Tutto, vomitano, ora, le acque, sul mondo.
Le acque rivomitano tutto.
Millenni di relitti.
Detriti umani d’ogni razza e colore.
E ognuno urlando e piangendo e invocando pretende vendetta.
Vendetta, giustizia degli elementi feroci.
Vendetta che può saziare l’appetito insaziabile dei corpi dei morti.

FORTUNA

fortune
Sir Edward Burne-Jones (1833-1898) : La Roue de la Fortune

Dall’altra parte del mare, un messaggero è stato mandato incontro alla nave.
Non conosco colui che ha preso una decisione così.
Di là, ci sono soltanto misteriose creature.
Nessuno ha mai intrapreso un viaggio oltre le soglie del tempo per scoprire cosa c’è al di là.
Io, tanto meno.
Forse, di là, ci sono inesplicabili misteri.
Esistono, di là, imperscrutabili altre verità?
Di là, può essere, forse abitano oscure entità.
Esistenze d’una dimensione inaudita.
Ecco.
Forse, altre forme di Vita.
Forse stanno di là.
All’insaputa di me.
All’insaputa dell’uomo.
Eppure, quel Qualcuno mai visto ha mandato il suo messaggero a vedere.
Forse lo ha fatto perchè è molto curioso.
O forse perchè qualcuno ha disturbato la sua eterna quiete.
Forse il Qualcuno di là di cui s’ignora, di qua, l’esistenza vuol sapere cosa spinge le esistenze di qua a spingersi tanto in avanti, di là.
Più avanti dell’oltre del qua.
Al di là della propagine estrema del tempo di qua
Si.
Forse, quel Qualcuno vuol soltanto sapere.
O, forse, vuole avvisare qualcuno.
Forse vuole in qualche modo mostrarsi.
O vuol conoscere chi ha osato intraprendere un viaggio tanto estenuante.
Di là.
Oltre il confine del mare del tempo.
Oltre il mondo d’ogni sogno sognato.
Al di là delle dimensioni concepita dal pensiero dei naviganti di qua.
Oltre il mare, oltre il cielo, oltre il tempo.
Oltre qua e oltre là.

Il messaggero forse è un’aliena sconosciuta creatura.
Forse vola su ali leggere, sospeso, al di sopra dell’universo dello spazio ordinato.
Forse, ci osserva, di là.
E annota, preciso e accurato.
Tutto ciò che nessuno ha prima mai osservato e annotato.
Mai precisione e accuratezza ebbero in precedenza forse una tale importanza.
Il messaggero, forse, trasmette presagi, presentimenti, segnali…
Premonizioni di arcani accadimenti…
Sulla nave, sballottata ancora dal procelloso mare del tempo, s’è sparsa una violenta inquietudine.
La ciurma s’è, d’improvviso, messa a guardare lontano.
Come cercasse qualcosa, là, qualcosa che dovesse venire di là…
Ora guardano fissi, oltre il piatto orizzonte del tempo.
Al di là della linea che la vedetta, sulla coffa, può tenere d’occhio comodamente.
Senza poter, però, mai penetrare in quel segreto così ben custodito.
Forse cercano un segno.
Qualcosa che gli parli la più comprensibile lingua della speranza.
Ma, cosa può mai arrivare di là, da quel tenebroso spazio infinito?
Il capitano non s’è mosso dalla sua postazione, là, fermo, sulla prua della nave.
Anche la polena, silenziosa ed estrema propaggine dell’avamposto dell’uomo che viaggia in quel mare rotondo, tiene piantato lo sguardo, fisso, nel centro esatto di quell’orizzonte di nera ossidiana.
Feroce.
Ha puntato il bersaglio.
Ma non può comunicarlo a nessuno.

L’inquietudine s’è sparsa per l’aria.
Come un incenso perverso, l’atmosfera s’è riempita dell’odore dello sgomento.
E’ giunto anche al di sopra del cielo.
La tensione s’è intromessa anche là, nell’animo della creatura che vuole sapere.
Cosa faranno, adesso, i due mondi?
Uno è già nato, all’inizio del tempo.
L’altro è sempre stato di là.
Non ha mai avuto bisogno d’essere stato creato.
Oppure, forse, chissà, è più corretto dire che non è ancora venuto al mondo di qua, quel mondo di là?
Forse quel mondo è “l’altra possibilità”.
L’occasione concessa a chi osa sperare.
All’uomo.
A questo mondo di qua.
O, forse…
La mostruosa chimera è un volto nascosto sotto altre mille maschere ignote.
E’ solo una delle mille possibilità, l’improbabilità, la casualità, l’inaspettata evenienza…
Forse è, nientemeno che il Niente.
ciò che non c’è.
Il Nulla.
L’inesistente.
Neppure una possibilità, una casualità, un’evenienza…
Il messaggero, a sua volta, procede incerto, il suo viaggio.
Su una pergamena, forse, porta inciso un messaggio.
Vergato con indecifrabile grafia, significato incomprensibile, invero, ad alcuno.
Volontà sconosciuta, posta su quel foglio di sconosciuta materia.
Una lingua impensata l’ha impresso.
Cristallizzata scintilla d’un qualcosa che non riusciamo a spiegare.
Anche s’è là.
Dinanzi ai nostri occhi accecati dall’ignoranza.
Solo, un pò troppo più in là per poterla vedere.

Il nocchiero scruta, attento, dalla prua che sprofonda nel tempo.
Affonda nell’ignoto infinito portandosi appresso l’intera arca dell’uomo.
Passeggeri, equipaggio, ufficiali, ammiragli e comandante supremo.
L’assoluto dell’uomo.
Che scivola via, lievemente sospinto da una tiepida brezza.
Un alito.
Un soffio.
E’ il respiro.
L’aria che s’insinua nei polmoni, mantici animati da un fuoco precario.
Le scosse dei colpi di remo son battiti d’un cuore stanco, pulsante e impazzito.
L’acqua è il mondo che dispensa la vita, il tempo ch’è dato concepire per una nuotata, una regata, una sola crociera.
Le stelle, di lassù, trafiggono il cielo nero notturno.
Stilla, quaggiù, ancora pulsante, il caldo sangue degli astri.
Son grumi rappresi d’intermittenze.
Vibrazioni, palpiti.
Battiti d’una vita che nessun occhio ha mai interamente abbracciato.
Il nocchiero impartisce, freddo, i suoi ordini di tenere fermo il timone e diritta la barra.
Non vede, forse, la frattura che si staglia, laggiù?
E’ appena a poche leghe lontana.
Là, finisce il mare del tempo.
Là, è il battito definitivo.
L’ultimo attimo.
Il fatale momento!
Cos’altro può mai spingere una volontà più oltre dell’estremo istante convulso?
La follia, forse, pensano in tanti.
Piangendo.
Invocano, intanto, la fine di quell’agonia sconfinata, che dura da un’eterno infinito.
Qualcuno vorrebbe abbattere il capitano con secco colpo di colubrina.
Abbattere l’ultimo estremo baluardo della volontà di andare sempre più avanti.
Ma non hanno il coraggio.
Vili.
Nei loro cuori alberga solo paura!

Non so se il messaggero percepisce i sentimenti di quegli uomini sbattuti come fuscelli nella tempesta.
La paura, il terrore, il vile agguato, la fuga, il tradimento vigliacco…
Non si sa cosa alberga nel cuore delle creature che vengon di là.
Forse sono coraggiose vedette, sentinelle addestrate, guerrieri indomabili…
O forse son angeli.
Buone, dolci creature.
Se hanno libri e spade, e lance, e serpeggianti lingue ardenti di fiamma, strette fra dure mani di pietra.
Da noi stanno eretti, così, vigili, in eterno sui costoni dei castelli, delle rocche, dinanzi alle chiese più austere
………………………………………………

IL COMANDANTE

tritone-e-nereide-di-arnold-boecklin
TRITONE E NEREIDE – Arnold BOECKLIN

Le vele flosce, sulla sua galera bianca e nera, nel grande mare sconfinato, il tempo scorre.
Una corrente, lo porta, un flusso, un soffio…
Si lascia dietro una scia leggera, una ferita poco profonda, un segno gorgogliante…
Sul liquido pavimento che la sostiene, la nave, lieve, sciaborda.
E la navigazione va, procede ininterrotta, da sempre.
I remi sollevati sugli scalmi delle scialuppe, sgocciolano ancora.
Lignee braccia sottili, rimembrano appena lo schiocco delle frustate inferte all’acqua indocile.
E quelle gocce!
Come sangue.
Lagrime.
Sudore.
La ciurma, stremata, dorme il sonno agitato della fatica.
Sognano l’abbandono.
Invocano lo sfinimento.
Marinai, carne e sangue.
Senza cuore, senza cervello, senza anima.
L’hanno sputata, l’anima, nello sforzo, mentre il cuore gli scoppiava e il cervello era annebbiato, spento.
Duro, invece, il capitano.
Marziale.
Ritto sulla prua.
Cieco, testardo, folle, affonda il sguardo opaco in un dinanzi che vede solo lui.
Fantasmi, ombre, chimere.
Lo abbracciano, lo incitano.
Ebbro, urla comandi che nessuna marineria può eseguire.
Eppure egli sa.
Lui.
Il comandante della galera che corre sul mare del tempo.
Le ancore sono state levate millenni fa.
Un viaggio davanti, era, allora, da compiere.
L’umanità intera, ignara, da portare di là.
Sull’altra riva del mare.
Dall’altra parte.
A scoprire l’altra faccia del tempo.
Un comandante votato all’estremo sacrificio.

Il viaggio, infinito, dura da un’interminabile eternità.
Sulla scia, nessuno.
La nave si è consumata.
Il legno si è disfatto, sotto la chiglia.
Il fasciame s’è corroso.
Le acque, coi loro denti voraci, hanno lasciato i segni dei morsi nelle tenere carni della galera.
Le vele, schiaffeggiate dagli uragani, hanno lasciato le dita ossute degli alberi nude, piantate nella schiena del cielo nero.
Lampi saettanti si sono conficcati sui ponti, come chiodi avvampati lanciati dall’astro di fuoco.
Hanno nascosto con le mani, e le braccia, gli occhi, alla vista di tanto furore, i poveri schivi incatenati ai mozzi.
Frustava a sangue le schiene, il vento, prima di diventare nera folaga della notte, o candido gabbiano del giorno, o cormorano grigio di ogni tempesta.
Sputavano sangue, le bocche, e bestiali bestemmie, mentre il dio delle acque rideva evidentemente soddisfatto e divertito.
E sudavano i sette terrori i corpi, pur gelati dalle schiume che divoravano la nave tremenda e testarda.
L’equipaggio è ignaro del suo destino, come anche l’umanità, caricata a forza su quell’arca, o con l’inganno, sotto il diluvio del tempo ingordo, che tutto mastica, divora, e infine inghiotte.
Nessuno potrà arrivare sull’altra sponda.
Questo è il credo di tutti.
Della ciurma.
E dell’intero informe ciarpame di vita che popola gli anfratti remoti del guscio che, scosso, rulla e beccheggia in balìa del liquido piombo che gorgoglia, prepotente, le sue fameliche pretese.
Di quando in quando, vomitato da liquido infinito che ribolle irrefrenabile, un relitto perfettamente spolpato viene avvistato dalla vedetta fissa sulla coffa.
Il terrore, in quei momenti, s’impossessa degli occhi e degli animi.
Frenetici, scandagliano l’immensa distesa, alla ricerca dello scheletro di cosa che fu.
Solo per il sollievo di non essere là.
Nella bocca della bestia che mugghia.
Di qua, invece, dove ancora si soffre il dolore d’esser vivi, momento dopo momento, nell’attesa che accada, alfine qualcosa.
E l’urlo della vedetta presto si perde.
E così si dimentica ogni cosa.
Resta l’infinita distesa del mare.
Limpido liquido argento salato, sotto l’occhio luminoso del sole di fuoco.
Mare di tenebra, nel ventre della passeggera morte notturna.
Funesto presagio, il tramonto.
Inflessibile condanna, l’alba.
Il tempo, così, scorre, sulla nave, dopo che la scia biancastra, a poco a poco s’è dissolta, dietro, alla poppa, senza lasciare traccia alcuna di passato, o memoria.
Non conserva ricordi, l’acqua del mare.

Noè, il capitano ha una fede incrollabile.
Non conosce altra legge che quella di quel maledetto mare sconfinato.
Caronte non saprebbe obbedire meglio, all’inflessibile legge del demonio.
Ma il mare del tempo è cosa diversa dal regno del male.
Anche il male è ingoiato nella gola golosa di quel mostro sempre affamato.
Nel tempo si compie ogni empia malvagità.
E ogni sommo bene viene ingoiato dal tempo!
Restano solo relitti, alla fine.
Come ricordi.
Schegge di qualche passato remoto.
Noè sa leggere le rotte tracciate con la più leggera pressione del dito sulla superficie del mare.
Lo sa che il dio dei mari ha tracciato le sue carte così.
Come segni nel tempo.
Bisogna saperli leggere.
Non è mica cosa da tutti!
Lui, solo, il capitano, là, sulla prua, abbracciato alla nuda sagoma della polena, esposta, con i seni al vento, estrema offerta d’amore al benevolo dio a cui è piaciuto giocare a lasciare segni invisibili sulla superficie volubile delle acque cangianti.
Il capitano riconosce gli odori che si spandono coi venti, messaggeri di distanze infinite.
Imbocca le mille direzioni della rosa dei venti guardando in alto nel cielo, parlando alle stelle e ai pianeti.
Nessuno conosce le lingue che lui conosce e pensa, in cuor suo, ciascuno, che sia solo un pazzo demente.
Ma sperano, ancor più nel fondo degli abissi di quei cuori spauriti, ch’egli abbia, infine, in testa, almeno un grano di sale, un grammo di salvifica, divina, saggezza.
E che prezzo salato, ha quella disperata speranza!
Ma non si può fare a meno di dover onorare quel debito estremo.
E ciascuno, così, paga.
Per la vita intera.
L’obolo alla speranza.
Silente.
Chinando il capo.
Genuflesso.
Concedendosi all’umana, eterna, natura.

FALLE

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Mi piace quando nel cielo si aprono delle valli profonde fra le nuvole alte come montagne che stanno lassù in equilibrio precario e corrono impazzite, inseguendo chissà quali fantasmi, sospinte da forze misteriose, immani, sfuggenti…
Mi piace quando in quel mare di dura pietra grigia e gorgogliante si aprono scie profonde, scavate da chiglie di naviri immaginari posseduti dalle forze ìnfere degli imponenti venti che spazzano i cieli profondi.
Mi piace quella lotta di forze sovrumane che ci sovrasta e ci domina da lassù, da quelle altezze prominenti.
Mi piace perchè da quelle valli in mezzo ai monti dell’immaginario ci si parano innanzi vie inaspettate, vie che svicolanbo verso impreviste direzioni, e le rotte improbabili del pensiero si allargano sui lati nascosti del mondo.

Mi piace stare a guardare il mondo.
Quel mondo, lassù.
Come un bambino, ancora, oggi, ora, come era allora, quando ero un bambino.
Mi piace il senso di meraviglia che provo quando scopro qualcosa di nuovo e d’inaspettato.
E’ lo stesso sentimento, ancora oggi, che mi dava vita quando ero bambino, quel sentimento che esplodeva col batticuore d’una sorpresa inattesa.
La meraviglia.
Lo stupore.
Oggi, che non sono più un bambino come allora, anche se conservo una certa predisposizione per quella meraviglia, ho imparato che esiste uno sperdimento ancora più forte.
L’alto.
Il sublime.
E’ lo stupore.
La profondità che coglie, e accoglie, ciò che nella meraviglia svetta verso i cieli.

La meraviglia sta nell’inaspettato apparire di qualcosa che sorprende.
Una notte.
Illuminati da uno sguardo distratto che s’alza involontariamente verso il cielo.
Noi, che siamo soliti menare la vita nel buio di città abbagliate dai lampioni.
Noi che consumiamo i nostri giorni stando curvi sotto l’alienante gragnuola delle incombenze quotidiane.
Noi, che i nostri giorni ci cadono addosso mentre viviamo ciechi, e indifesi…
D’improvviso, una visione.
La luna d’argento.
Candida e pura come una vergine santa.
Che ci lascia meravigliati.
Mi lascia meravigliato sempre, quella luna fatta di bianche fiamme di luce.
Come se io, quella luna così, bella e dolce oltre la comprensione dei sensi, non l’avessi mai vista prima.
E’ la meraviglia a sorprendermi, in quelle notti così.
La meraviglia del cielo stellato dei poeti nella nera notte della vita.
Un’apparizione sempre nuova.
Uno spettacolo mai visto prima.

Lo stupore, però, è cosa diversa.
Alla sorpresa aggiunge qualcosa.
Qualcosa che ha a che fare, forse, con la coscienza del mondo.
Quando il muro compatto delle nuvole pesanti di pioggia all’improvviso si spacca sotto il colpo di maglio del vento impetuoso, dalla voragine aperta s’effonde la meraviglia della vita luminosa che riprende a brillare.
La meraviglia sta in alto, lassù, svetta incantata, e ci addita le cose, lassù, col dito sporto, diritto.
Lo stupore, invece, è profondo.
E sprofonda nell’intimo oscuro.
Lo stupore attraversa le valli, impervie, che s’aprono in cielo, là, in alto, e faticando, affaticato, esausto, si riversa nel cuore, si riposa, estenuato, dopo il faticoso cammino.

Un bombardamento invisibile ha demolito, oggi, le difese antiaeree poste a protezione di una sconosciuta potenza invisibile che abita le rarefatte altezze del cielo.
La nera protezione delle mura di Gerico è franata.
Un crollo pauroso.
Una Scossa tellurica.
Un terremoto.
Violento, s’è rotto, improvviso, l’equilibrio della natura.
Imbronciata da ore.
Ha ceduto.
Una falla nella nera diga che argina il mare di luce. Ecco.
Senza preavviso, s’è riversata sul mondo, inebetito di sotto, una tempesta abbagliante.
Fiumi e correnti hanno pervaso, contorcendosi in nodi di flutti impazziti.
Forze immani si sono scatenate sul mondo.
E noi, inani, impotenti, siamo rimasti stupiti.

Stupore è lo sconvolgimento che sommuove l’animo mio nel momento in cui ho alzato gli occhi verso quel cielo rotto di luce.
Timoroso, un poco impaurito.
Eppure felice.
Qualcosa è accaduto.
La natura è là, sopra di me, in mia presenza si mostra, duetta insieme con me.
Non sospetta d’incuter timore.
Stupore.
Sconvolgimento.
Come quel cielo.
Sconvolto dalla tempesta di luce.
Montagna di vapore madido, evaporata così, come una scalpitante mandria al galoppo che si perde nel nulla
Battaglione di giganti sconfitto dai colpi inferti con cruda violenza del maglio di luce.
Adamantino mare di vampa che aleggia, eternamente sospeso, al di sopra del mare di nuvole nere.

Quali potenze, quali forze, quali leggi regolano il mondo della natura, nel quale mi perdo, io, minuscola parte, quaggiù?
Corro a ripararmi.
Tremo.
Temo d’esser spazzato via nel mare di dardi di luce.
Raggi acuminati e abbaglianti.
Dorate frecce scagliate da una divina sconosciuta creatura.
Un mostro impazzito di felicità improvvisa.
Quali regole governano il mondo, allora?
Intuisco che non bastano le mie conoscenze delle leggi naturali.
Non mi spiegano un fenomeno così naturale.
Cosi maestoso, e imponente, incute il primordiale timore che atterrisce le bestie.
Nessuna equazione matematica può definire con esattezza ciò ch’è accaduto, oggi, lassù.
La scienza è mera approssimazione razionale alla realtà.

Il cielo è scosso da quella frana che mi precipita addosso, di là.
Istintivamente, alzo la man, vorrei proteggermi, anche se il cuore lo sa, è solo un meravigliato stupore.
Forze fuori controllo che non riesco a spiegarmi.
Ma non teme davvero, il mio cuore.
trema, soltanto.
E gioisce.
Impazzisce di gioia, timidamente nascosto sotto al giubbetto impermeabile che tengo ancora stretto sul petto per non lasciarmi inzuppare di luce i vestiti.
Senza volere, corro a proteggermi gli occhi con gli occhiali da sole.
Qualcosa mi frena.
Sto facendo torto al mio sguardo.
Vuole bearsi, felice, di quel boccale di luce.
Vuol tracannare l’intero fiasco, la botte e la vigna.
Fino alle radici della vita del mondo.
Vuole vedere dove inizia quel mare che trabocca dalla breccia che s’è aperta nel muro che, fino ad un attimo prima, stava ancora ben ritto sopra di me.
Occorrono, quegli occhiali, davvero a qualcosa?
Possono forse frapporsi fra la marea che mi sommerge e la mia misera, umile, zattera sballottata, qua sotto?

E’ una marea di onde.
Riflessi e mille colori.
Un mare di pesciolini d’oro e d’argento che guizzano, in banchi, continenti infiniti alla deriva, felici.
Il mio ombrellino calzato sugli occhi è vana difesa.
Inutile protezione contro la gioia che sale.
La calma marea degli oceani, là, sul mio capo, sommerge il nord della terra, ricopre lo zenith, sommerge il cielo dove incombe il volubile mostro bonario.
S’imbroncia, ruggisce, brontola.
Pio, calmo, poi, pigramente, sazio d’avermi fatto paura, si stende ai miei piedi.
Vuol farsi accarezzare, mansueto, il musetto che brilla di riflessi argentini e dorati.

Ecco.
Le valli, le falle, le brecce, s’apron nel cielo come ferite profonde.
E raggiunge quaggiù, il mio cuore di bambino stupito, la marea di sensazioni nelle quali mi piace annegare.
E’ un attimo.
Dopo la morte – la morte, si di una morte stiamo parlando – dopo la morte è il tempo della resurrezione.
Stupore è tornare al mondo di nuovo.
Dopo essere morti.
Sotterrati dal mare di magma che ci scorre inesorabile e lento sul capo.
Dal cielo, precipitano altezze infinite di fuochi.
Oh, come mi piacerebbe fare a ritroso il viaggio che quella massa infuocata ha compiuto!
Raggiungere il cuore del sole che l’ha generata.
Cavalcare l’acuminato raggio che s’è infitto, qui, al centro del mio iride che la lente degli occhiali non ha saputo salvare!
Vorrei domare l’indomito bestia impazzita.
Galoppare per tutte le piste dello sconfinato universo.
Come invidio gli astronauti che hanno visto la celeste palla del mondo da quell’altro punto di vista!
Lo stupore delle leggi contrarie.
La meravigliosa esperienza di vedere l’impossibile!

LA COLPA E IL PECCATO (Una storia, p. 6)

Mosè BIANCHI, PAOLO E FRANCESCA 1877c.
(Acquarello e oro su carta, Galleria Civica d’Arte Moderna, Milano)

Quando è giunto il momento che una nuova vita debba venire al mondo è tutto un concentrarsi di energie nel creato.
Nel cosmo infinito e nel mondo degli uomini.
Sono queste, queste energie che si concentrano nell’attimo fatale.
Sono loro a stabilire e determinare il momento in cui una nuova esistenza può venire al mondo.
Sono due.
E’ semplice, facile, basta rifletterci un pò su.
Per comodità possiamo dargli un nome.
Energia cosmica, l’una.
Ed energia vitale, l’altra.
Sono loro che hanno nelle mani il potere e la forza di decidere dell’inizio di una nuova vita.

Energia cosmica.
Non ha niente di esoterico, misterico, gnoseologico…
E neanche ha a che fare con l’astrologia, la cosmologia, l’escatologia…
Non c’è nulla, nella vita di un nuovo essere chiamato al mondo, ad avere a che fare con energie poste al di fuori della dimensione umana, percepibile e materiale dell’esistenza.
Nondimeno, esiste un’energia che s’irradia dal cosmo, per così dire, e che influenza la venuta al mondo di una nuova creatura.
E’ l’energia della lunga, ininterrotta, indissolubile, inestricabile, catena di eventi, volontà, condizioni, progetti, sogni di ogni donna e di ogni uomo che si sono uniti per dare alla vita una nuova forma di esistenza.
E’, l’energia cosmica, l’energia che viene dal big bang della vita, ciò che modifica il mondo, che resta nel cosmo, è l’eco dei mille e mille progetti che sono stati messi infila, ab aeterno, per ogni nuovo vivente che deve giungere sulla terra.
Questa energia che proviene dal tempo e dallo spazio senza dimensione e senza misura, per ogni dove, si potrebbe dire, si concentra sui due corpi che si stringono e si uniscono per darsi alla vita.

L’energia vitale è l’altra.
E’ l’energia che sostiene la venuta al mondo di un nuovo essere.
E’ la specifica forza che promana da ognuno di quei due corpi per unire le carni in una sola.
E’ la sintesi delle energie dei due corpi amanti che si danno per farsi UNO.
Ma non ha niente a che vedere con le leggi della chimica, o della biologia, no, questa energia.
Proprio no.
Ciò che unisce due corpi che sanno di volersi fare uno soltanto per potersi, poi, diciamo così, dividere in tre, è un’energia così potente che se ne resta sbalorditi se ci si sofferma a pensare.
Nella carica sessuale che mette in moto il meccanismo riproduttivo è concentrata, in quel momento, la determinazione volitiva della creazione.
E’ quella, l’energia che mette in moto il meccanismo biologico della vita.
E’ fatta di desideri, di sogni, di speranze, di utopie…
Di amore, in una parola sola.
Amore della vita per la vita.
Amore immensamente generoso e altruista.
Non amore di un essere per un altro essere.
Amore, quest’altro, invece, egoistico e narcisista.
E’ quell’energia vitale che spinge a mettere in atto il progetto di una nuova esistenza, esistenza che deve andare a prendersi il suo posto preciso nel mondo, il posto esatto che gli è stato assegnato dalle energie concentrate, progetto, disegno, destino al quale non è concesso di disobbedire
Non si ha altra possibilità che venire al mondo.
In quel luogo.
Ed in quel momento.
Da quei generatori d’energia.
Connessi da sempre per sempre.

E’ questa energia infinita che mette al mondo i nuovi venuti.
La mattina in cui Maria ed Angelo s’incontrarono sembrava s’incontrassero per caso.
E invece era dovuto intervenire la mano, anzi la lente convessa, del Demiurgo per concentrare l’energia cosmica e quella vitale proprio per loro due.
Che neanche quasi si conoscevano.
Tutto ciò non ha niente a che vedere con l’astrologia o la magia o la religione.
No.
Cose per ciarlatani.
Io parlo di cose più alte.
Parlo di ciò che accadde quando, nove mesi prima di vent’anni fa, il cosmo, una mattina di sole, vibrò di desiderio, poi, d’improvviso, si scosse ed avviò il processo molecolare che alla fine, nove mesi più tardi, portò Maria nel lettino di una sala parto d’ospedale.
Si deve sentire tutta l’emozione di quell’amplesso che ha dato avvio al destino del figlio dell’uomo.
Dovevano sentirla tutta, la bimba dolce con le ali farfalla e l’angelo leggero con i capelli di vento.
Il vento e le ali scossero l’aria.
E quella vibrazione mise in subbuglio l’intero creato.

Ma resta da dare un senso ai termini “venire al mondo”.
Non ci occuperemmo di questa storia se essa fosse una storia qualunque, banale, insignificante.
Non tutte le creature possono dire di “essere state chiamate per venire al mondo”.
Ecco, questa espressione è già più precisa.
Perchè Salvatore, quella mattina, fu chiamato.
L’angelo era stato mandato.
Maria era stata prescelta.
C’era tutto il flusso di quelle energie concentrate dietro quella chiamata.
E Salvatore aveva obbedito.
Anche senza sapere che obbedendo si sarebbe caricato il suo destino sulle spalle e avrebbe dovuto sudare una vita intera prima di potersene liberare.
Una vita, quaggiù, può essere anche dura e pesante.
Qualcuna, anzi molte, lo sono anche più di quella di Salvatore.
Ma Salvatore aveva avuto in prestito un destino davvero speciale.
Unico.

La vecchia strega, nella notte che aveva preceduto l’incontro predestinato dagli eventi, aveva cercato di arginare gli effetti che stavano per prodursi, di fermare il destino del mondo, coinvolto, anch’esso, in questa storia particolare.
Dio-femmina, aveva invocato giustizia.
Giustizia contro la colpa.
Già, la colpa.
Ma quale colpa?
E quale giustizia?
Un dio-femmina non è uguale ad un dio-maschio.
Quest’ultimo è il dio che noi tutti conosciamo.
Duro. Inflessibile. Severo. Deciso. Determinato. Incrollabile.
Un dio che non cede di un passo neanche se deve mettere sulla croce il suo figlio di carne.
Un dio che distrugge le città e affossa le nazioni di popoli infedeli.
Un dio che ha la forza delle saette nelle sue mani.
Un dio che cavalca i cavalli di fuoco che portano in giro per la sfera celeste gli astri solari e che affonda con essi nel più torbido buio delle tenebre oscure.
Un dio che di distrugge ogni notte e che rinasce ogni giorno.
Un dio che conosce il male e non per questo adopera i suoi poteri per scansarlo dalle strade dei suoi figli.

Invece, un dio-femmina è un dio-madre.
Conosce lo strazio delle carni per mettere al mondo un figlio.
Conosce i palpiti del cuore.
Battiti ansiosi che vegliano sul destino di quel figlio messo al mondo con lo strazio delle proprie carni.
Palpiti, e battiti, incessanti, inarrestabili, irrefrenabili.
Conosce, il dio-femmina il piacere del corpo e il dolore dell’anima.
E conosce il dolore del corpo ed il piacere degli uomini.
Un dio-femmina si veste da strega, in una notte ventosa, e va in cerca del suo figlio smarrito prim’ancora di venire alla luce.
Avvisa del pericolo e cerca di proteggere la sua creatura.
La sua creatura, lei, madre e dio, femmina e dio, dio femmina e madre, l’ha nutrita.
L’ha nutrita proprio col suo corpo.
E sa che vederselo morire vorrebbe dire morire a sua volta.
E allora, essa, pazza di dolore, madre e dio, scende sulla terra per cercare di fermare il corso degli eventi fatali.
I casi, che ebbero inizio all’inizio dei tempi.
E cerca di compiere il miracolo.
Cerca di spezzare l’ineluttabile catena che essa stessa ha creato, da dio, prima di tutti i tempi.
E, con un miracolo, cerca di controvertire le inflessibili leggi della natura, ch’essa stessa ha pur creato e posto a salvaguardia del mondo.
E, cerca con quel sacrilego miracolo, di salvare, al mondo, il suo più amato bene.

Ma un dio nulla può contro le energie che si concentrano quando una nuova creatura viene chiamata ad apparire sulla scena del mondo.
Neppure se è un dio-femmina.
E sa, nella sua impietosa onniscienza, che la nuova creatura è una dolce creatura e quella creatura perirà, un giorno, sotto il fardello, ineludibile, del suo destino.
E’ da qui che nasce la colpa.
Il peccato è la disobbedienza al comando di dio.
E il peccato è frutto della colpa.
E la colpa è questa disobbedienza.
La disobbedienza del destino al desiderio del dio, del dio buono, del dio d’amore, del dio madre, del dio femmina.
Quel dio ha mangiato, senza che nessuno lo avvisasse del pericolo, il frutto della conoscenza.
E sa, da allora, cioè da sempre, essa, allora, sa che il suo figlio, che ogni figlio, ogni figlio ch’è figlio d’un suo figlio, dovrà perire, e cedere, sotto il peso del suo destino terreno.
Quel dio desidera, madre tenera e buona, che il suo figlio, il figlio più caro voluto, desidera come solo un dio sa desiderare, che quel figlio si salvi.
E il desiderio d’un dio è, pure, un ordine perentorio di dio.
E disobbedire ad un ordine è una colpa.
E la disobbedienza all’ordine d’un dio è, pure, peccato.

Ecco cosa accadde, quella sera, sulla panchina.
Ordinare giustizia era il pianto inconsolabile d’una madre che cercava di fermare la mano del destino che divora senza pietà i suoi figli.
Giustizia negata.
Impossibile.
Inaccettabile condizione di morte del cuore d’un dio madre afflitto nel buio d’una notte ventosa.
Stormivan le fronde degli alberi, quella sera.
Ed i cavalli indemoniati, ch’ogni notte conducevano il giro della vecchia impazzita di dolore, ben sapevano che quel dolore era un dolore a cui non poteva esser offerta consolazione.
Le foglie cadute dai rami erano avvisaglia di morte.
Ogni fiore muore.
Ogni foglia.
Ogni figlio, creatura di dio.

Salvatore è uscito, stamattina, senza sapere tutto ciò ch’era accaduto in quella sera fatale.
Il suo passo non conosce inciampo, se non l’esitazione dei mille pensieri che attraversan la mente del figlio d’un angelo biondo.
L’energia rubra della vita gli scorre nel sangue.
Non conosce veleno, quel sangue.
Anche se è infetto del morbo di morte.
Come ogni figlio, ha sulle spalle il proprio destino.
Mille possibilità che il mondo concentrerà sui suoi giorni davanti.
Energie potenti.
E’ il miracolo della vita.
Vedremo gli eventi che s’allineeranno lungo i giorni di Salvatore.
Un idealista, solitario, coerente con le sue idee e disposto a combatter per quelle.
Vuol cancellare l’ingiustizia dal mondo.
Mondare la colpa e il peccato.
Immagina, lui, che immane progetto s’è imposto?

LA MUSICA

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Photo by Pierperrone

Una dolce sera d’inizio inverno…
Una sera che s’allunga e mira la notte…
Un rauco raspare in gola…
Una coperta rossa, protettiva, calda, materna…

E un pò di musica, perchè no?
Che dolce, s’allunga anch’essa verso la notte…
E m’accompagna, un pò misteriosa…
Arriva da lontano, come un richiamo ancestrale, anche se è accurata e precisa, urbana e non tribale…
Il cuore ha invitato ad un ballo l’anima e la tiene stratta fra le braccia…
Si guardano fissi, come gli innamorati.
Stretti, come se uno appartenesse all’altra.
Forse, dietro l’ombra calata, laggiù, come un casto sipario, si stanno baciando, ora…
Si sente ansimare.
E’ l’amore, certo.
L’amore, che la musica regala dal suo generoso ventre.
Sono uno schiavo che deve obbedire.
Come tutti quelli che amano, che sono schiavi dell’oggetto amato.
Ma la musica è dolce, stasera.
Lenta.
Ha qualcosa di dolce, come d’ambrosia, miele e rossa spremuta d’uva.
Scorre nelle vene, lieve.
Accarezza il corpo, delicata.
Entra in punta di piedi, ma senza bussare.
Sa d’essere lei a comandare, stasera…
Sento, lontano, un palpito d’ali, nel parco dove avvenne, anni fa, il concerto che stasera si replica per me…
Le ali del tempo.
Battono il tempo.
Seguono il ritmo…
E quel battito d’ali mi prende, mi porta nel cielo alto, lassù, su quel prato, vasto, che s’allarga sconfinato verso la fine del mondo…
Il tempo sta a guardare, da dietro la volta del cielo.
Corre, di solito, verso chissà cosa, mi sono sempre chiesto, ma tanto non so darmi una risposta.
E poi, tanto, a lui non interessano, la domanda o la risposta…
Ma stasera no.
Stasera non corre.
E’ sempre indaffarato, di solito non si cura della bellezza che vorrebbe distrarlo, afferrarlo, scuoterlo e mostrargli le migliori ragioni per stare al mondo ad osservare la vita scorrere lenta, come una musica dolce…
No, stasera, neanche lui, il tempo dei businessmen, ha più voglia di correre.
Sta lì, nell’angolo.
Lo vedo di traverso, con la coda dell’occhio.
Quasi si vergogna.
Sente il peso immenso della colpa, lo so.
Ha fermato, per stasera, il corso degli eventi.
Tutto s’è dovuto fermare, immobile, congelato.
Perchè s’è fatto catturare dalla magia della musica.
Maliarda e fascinosa amante che si concede con gusto.
Conosce mille trucchi d’amore.
Sa stendere le reti dei pescatori, nelle quali restiamo presi, persi, svagati come abitatori ciechi d’un mare che ci culla, amorevole balia.
E intanto una scala leggera s’alza piano verso il cielo stellato.
Scalino dopo scalino, si leva dal niente della polvere che copre le assi del palco dove ballano i piedi dei cantanti ipnotizzati nel loro mantra primordiale…
E, sorretta dal soffio del vento, dall’aria che viene smossa delle vibrazioni degli strumenti accarezzati dalle mani sapienti dei musicanti, piano, senza fretta, spensierata, la scala, fiore dopo fiore, foglia dopo foglia, alza al cielo i suoi frutti profumati…
Una scala come un albero, un cielo come un prato, una notte come un dolce lago nero…
Fa scherzi strani, la musica dolce.
Il tempo, bellissimo angelo sempre distratto, s’è incantato.
Forse dorme, finalmente, la sua prima notte di sogno.
E chissà quali sogni saprà fare, una volta raggiunte le lontane terre di Morfeo…
E adesso siamo soli.
Persi, qui sulla terra, mentre le solite coordinate nelle quali siamo immersi, si sono perdute e vaghiamo incerti, in cerca del nostro essere puro.
Non c’è più la vita che si consuma.
E’ sospesa la corsa del tempo.
S’è interrotta l’ansia della morte.
Fermi i treni sulle rotaie.
Appesi a mezz’aria gli aerei nel cielo.
Immobili i fiumi.
Piatti i mari.
Spenti i cuori e vuoti i polmoni.
Le voci, soltanto, solo le voci che si sono fatte melodia e canto…
Niente più si muove tranne la musica che danza dolce, nuda e innocente come una ninfa delle sorgenti.
Solo i suoi seni acerbi davanti ai miei occhi s’alzano al tempo d’un respiro che dura per l’eterno.
Sono questo.
Questa musica.
La mia vita scorre sul pentagramma, inciampa nelle pause fra due note, vibra al tempo sincopato di un’emozione colorata, s’appiattisce nella vibrazione del timore che tutto possa all’improvviso finire…
Poi vedo i tuoi occhi, e sento la tua voce.
Voi siete quello che io sono.
Io, la mia carne, la vostra.
Siamo un brano sanguinolento dello stesso corpo.
Sbattuti dalla stessa biscroma.
I nostri giorni si concentrano dentro lo spazio fra una sistole ed una diastole.
Stanno comodi, in quel palcoscenico e si godono lo spettacolo che si svolge tutti i giorni.
Sempre uguale… ma ogni volta sempre differente…
Ecco, adesso il giovane tempo bizzarro sembra scuotersi un poco.
Forse un pensiero l’ha infastidito, come un insetto che pizzica, una pulce, una fastidiosa zanzara…
E’ la solita vita che bussa alla porta.
Cos’altro, se no?
Importuna, a volte.
Bussa colpi pesanti.
Ma non ha il coraggio, ancora, d’entrare…
La musica, intanto, piano s’allontana…
Scorre, ora, anche se lenta, come un fiume, che ha qualcosa da fare, portare un messaggio, raccontare una storia a qualcuno…
Se ne sta andando…
S’allontana.
Saluta, sorridendo, garbata, con dolcezza svagata di bimba incantata…
Riccioli d’oro…
Soffi, respiri, sospiri, sorrisi…
Vezzi di bimba…
Ora vanno…
Il tempo s’è levato.
Ora, come un vento pigro, spinge le secche, stanche foglie d’autunno cadute dai rami della nostra esistenza.
Ogni foglia un giorno.
Ogni giorno una foglia.
E le foglie secche sono quelle che fanno un pò paura.
Perchè non m’ero accorto che un freddo autunno le avesse rese così fragili e leggere…
Eh, mi ricordo, ancora, si mi ricordo, quand’erano verdi e scricchiolavano quando con qualche malaccorto movimento ne spezzavo qualcuna…
Oddìo, quante sono le foglie, laggiù…
Un mare… un intero mare, in cui si sono raccolte quelle foglie d’ognuno di noi… il mare dei giorni passati, intere vite di tutti, esistenze senza numero, che non si possono contare…
Ecco, si, così sembrano interessanti da guardare… ma anche noiose…
Un soffio più forte le sparge…
Volano via…
Foglie come i sogni, che un soffio porta via, un raggio di luce, un sussurro più forte, dietro le finestre…
Brividi di freddo nell’anima calda d’amore…
La musica mi porta, si.
Si, si, amore, portami al ballo…
Sono tuo, ormaiSchiavo tuo.
Come i matti cantanti che sbattono i piedi sul palco.
Li vedete?
Non vi sembrano pazzi abbastanza?
Ma noi viviamo solo perchè anche noi siamo pazzi abbastanza.
Proprio come loro. E moviamo i nostri passi, qui sulla terra, come quei pazzi cantanti sul palco.
Ecco.
Ecco qual’è il segreto della musica.
Questo rapimento.
Rapimento di noi.
E meno male che lei c’è … e ci porta ancora via, lontano!
Almeno finchè lei ci rapisce noi non potremo mai essere morti.

LA MADONNA DEL PARTO (Una storia, p. 3)

Piero della FRANCESCA – MADONNA DEL PARTO

L’angelo di Maria si chiama Gabriele.
E’ un ragazzo dolce e gli piace suonare la chitarra, la sera, quando il buio scende silenziosamente sul suo pezzettino di mondo.
Chiuso, timido, scontroso.
Il profilo innocente d’una creatura del cielo.
E’ sceso sulla terra per volere d’un padre prepotente e fugace che, una notte, pieno di desiderio e di fumi, inebriato più dall’alcol che dagli incensi odorosi, prese una donna che non conosceva quell’amore spontaneo che nasce dal cuore e fiorisce in mezzo alle gambe.
Il padre, come un antico cavaliere errante, aveva lasciato la povera casa prima che l’angelo vi mettesse piede.
Era partito per compiere nuove gesta che nessuno più ha mai raccontato ma aveva trovato compagni cattivi sulla sua strada.
La madre, antica creatura femminina del mito, s’era vista riempire il ventre dal seme dall’amore d’un eroe che conosceva la sconfitta soltanto.
L’odio s’era vestito di ghiaccio.
La solitudine aveva suonato la sua triste melodia.

L’angelo Gabriele era cresciuto ai piedi di dio.
La madre di un angelo ha molto da fare per dar da mangiare alla sua creatura.
E un angelo non sa curarsi delle meschine fatiche profane d’ogni giorno.
Lo studio, il lavoro, la casa…
Cosa ne sa mai un angelo di queste cose?
E’ dura la vita?
Cose che non riguardano quello.
A scuola dicevano che era assente, svagato, distratto, imbelle, indisciplinato, solitario, insofferente…
Ma come credete si possa sentire un angelo su questa terra?
In cella.
In galera.
In prigione.
Come suo padre, accusato di violenza sessuale, furto, rapina, spaccio…
Senza fissa dimora, guida in stato di ebrezza, violenza privata…
Reati da poveracci.
Il padre di un angelo è un morto di fame.

L’animo sensibile di un angelo soffre.
Soffre perchè è sensibile.
E dato che la sensibilità di un angelo non è una sensibilità comune, quella di un comune mortale, è evidente che un angelo soffre di più.
Il silenzio gli fa da scudo.
Ma il silenzio non attutisce il dolore.
Solo, lo rende muto.
I giorni dell’angelo trascorrono ai piedi di un dio che sta in cielo.
E nessun altro può vederlo, al di fuori di lui.
Un dio che chiamano solitudine.
Solo perchè nessuno può vederlo.
Non ci sono altari, templi, statue che possono dire “ecco, il dio è qui, questo è il suo volto”.
Il volto del dio che sta nel cielo vuoto dell’angelo Gabriele è pallido, sfigurato, a volte piange le stesse lacrime del suo devoto fedele.
Più spesso, però, se ne sta lì, indifferente, distratto, lontano…
Come il gran gelo del cosmo.
Così, Gabriele, s’immagina il cuore di dio.
E così è il cuore dell’angelo.

Il fuoco arde e per tenere accesa la fiamma c’è bisogno di carburante.
Così il cuore di Gabriele, per restare acceso, ha bruciato tutta la materia che la vita normalmente fornisce ad una sua creatura.
Quel carburante, che gli abitanti d’un altro mondo chiamano amore, è bruciato in fretta.
E’ finito prima ancora di cominciare.
Sere solitarie e silenziose.
Notti insonni e pesanti.
Giornate infinite lunghe come una interminabile catena.
Occhi spenti.
Bocca secca.
Cuore immobile.
Anima irrequieta.
E rabbia.
Una rabbia misteriosa e profonda.
Una rabbia che viene dagli abissi d’un tenebroso inconscio inesplorato…

Ma un angelo, per essere un angelo che davvero si rispetti deve avere qualcosa di veramente speciale.
Lo dipingono con ali, solitamente.
E con lunghi capelli dorati.
Batuffoli di leggerezza che lo sostengono nei giochi più innocenti e spensierati…
Chissà, qualcuno ha mai immaginato la vita d’un angelo prima che finisca per essere impressa in un’immaginetta di quelle che han fatto la fortune di quel genere di creature ineffabili?
Se si scrivesse la storia di quegli stuoli, forse si conoscerebbe il perchè del dolore, della sofferenza, del sacrificio su cui si fonda ogni religione.
Parlano dell’amore, le religioni, tutte.
Ma, poi, sono centrate sul paradiso per pochi, sulle rinunce per entrarvi, sul sacrificio degli infedeli…
Gabriele è dolce.
La sua dolcezza non sanno vederla, qui, gli uomini, su questa terra.
Lo definiscono un introverso.
Ma ha due occhi che chiedono d’amare.
E ha un cuore grande come una casa.
Ma nessuno guarda dietro al petto e quindi nessuno sa dell’esistenza di quel cuore così grande.

Gabriele passava, come tutte le mattine, davanti al cancello di Maria.
Gli occhi bassi, a terra.
La testa lontano.
I pensieri all’inferno, al suo inferno.
Maria usciva sempre, la mattina, per andare a consumare il suo giorno sul bordo di una strada di campagna.
Soprattutto le cicale erano diventate sue amiche.
Col caldo, un ombrellino rosso in mano, le uniche canzoni d’amore che il mondo cantava dinanzi alla sua bellezza in fiore erano quelle delle cicale che frinivano fino a sfinirsi nel tramonto.
Era una madonna innocente.
Ma faceva il mestiere di tante madonne di strada.
Un mestiere che lascia l’innocenza più pura nel cuore.
Ma strazia l’anima e consuma il corpo.
Giorno dopo giorno.
Poco a poco.
E ruba il tempo.
Fino a non lasciare più niente alla vita d’ogni giorno.

Ma i miracoli esistono.
Esistono perchè la natura sa compierli.
E quando accade che si compia, il miracolo, è sempre un giorno speciale.
E miracoli, piccoli e invisibili, accadono ogni giorno.
Solo che nessuno lo sa.
Ci accorgiamo solo di quei pochi, due o tre al massimo, che ci cambiano la vita.
Ma, a pensarci bene, non sono poi davvero un’enormità, quei due o tre miracoli che ci stravolgono l’esistenza da un momento all’altro?
Un miracolo, perciò è accaduto quella mattina, quando si sono incrociati, Gabriele e Maria.
Ma loro non potevano saperlo.
Perchè il nome che hanno dato a quel miracolo è stato un altro.
Un nome molto più comune.
Il nome del peccato.
Scritto su un muro scalcinato al bordo di una strada.
Il nome che avrebbero dovuto dargli, a quel miracolo, era Amore.
Ma loro hanno voluto chiamarlo peccato.
Chissà per quale motivo.

Quando Maria si è ripulita, dopo il miracoloso peccato compiuto con Gabriele, non sapeva ancora che qualcosa era accaduto nella sua vita, proprio in quel preciso istante.
Un piccolo seme, su un ramo secondario della vita, era stato impollinato.
Nessuno sa come.
Nessuno sa nemmeno perchè accadano i miracoli.
Forse è perchè noi vogliamo che sia così.
Li desideriamo tanto, li invochiamo, alziamo preghiere al cielo, che violenti le leggi di natura, per soddisfare qualche nostro desiderio…
E poi?
Quando accade neanche ce ne accorgiamo.
Gabriele, quella mattina sentiva una voglia strana, dentro.
Maria anche.
Così, per volere del dio della vita, le loro voglie si sono fatte di carne.
E la carne, si sa, non si può fermare.
E’ vita, è energia, è desiderio, è contagiosa!
E il miracolo fa crescere pian piano la pancia Maria…

INNOCENZA (Una storia, p. 2)

Egon SCHIELE – NUDO FEMMINILE

Il corso impetuoso del tempo non si ferma.

E’ inarrestabile, come la corsa di un fiume in piena.

E neanche il corso della giustizia.

E’ impietoso e sanguinario.

I poveri resti di Maria stanno ancora lì.

Buttati.

A terra.

Stracci senza storia.

Sotto la panchina.

Nel piccolo prato sotto al muraglione della metropolitana.

I grandi alberi, con le chiome arruffate dalla tempesta notturna, stanno ancora lì, a guardare, attoniti.

Silenziosi e terrorizzati.

Ciechi e muti.

La natura sa essere omertosa, quando gli elementi la minacciano di distruzione e morte!

Se si tende l’orecchio, risuona ancora, sotto la volta del cielo pallido e le nubi piatte e basse, l’urlo rauco della vecchia strega:

“Sono dio!

Io sono la giustizia!”.

Il profumo di gigli e gelsomini, nell’aria, s’è dileguato.

Ha lasciato solo quei poveri stracci smorti, senza vita.

Oh, se potessero parlare, quegli stracci!

Panni lisi che furono poveri abiti.

Indumenti che ebbero pietà del dolore di una vita.

Confessionili che  origliarono i più reconditi e nascosti segreti d’un cuore umano!

Oh, se potessero raccontare!

Una maglietta macchiata.

Un paio di jeans scoloriti.

Delle mutandine innocenti di filo.

Cosa saprebbero raccontare!

Non si crederebbe, ma hanno un’anima anche i vecchi stracci.

Hanno occhi… orecchi e sentono, e vedono…

Ma non parlano.

Non dicono nulla se  non li si vuole ascoltare!

Si, perchè la verità è questa.

Essi a parlare, parlerebbero pure, se qualcuno li interrogasse e volesse ascoltarne la voce.

Conoscono parole che gli uomini ignorano.

Compongono poesie che nessun poeta potrebbe mai creare.

Raccontano storie che nessuno crederebbe possibili…

Gli stracci parlerebbero, se qualcuno volesse ascoltarli.

Perchè sanno parlare, gli stracci morti.

Parlano come parlano le cose che conosciamo assai bene.

Le cose che ci circondano ogni giorno, se non voltiamo gli occhi dalla loro parte, ci narrano di intere vite e sudori e dolori e gioie…

E, allora, tendiamo le orecchie.

Mettiamoci ad ascoltare.

Sintonizziamoci sulla loro frequenza.

I quattro stracci, buttati là, come il corpo d’una bestia in mezzo alla strada, quattro stracci che, per la verità, erano solo tre, stanno ancora lì, come un sacco d’immondizia, sul bordo del nulla.

Neanche la smilza zingara tzigana li ha presi in considerazione.

Lei passa ogni mattina.

Fa la sua rivista, al levar dell’alba, a tutti cassoni dell’immondizia.

Colleziona le prove del delitto compiuto, ogni giorno, dalle pancegrasse che, ogni giorno, ammazzano, senza neanche una ragione, la propria vita vuota e ne gettano i resti nei cassonetti puzzolenti.

I quattro stracci.

Che, poi, in realtà, sono solo tre.

Una maglietta.

Di cotone leggero.

Macchiata del colore della colpa.

Slabbrata.

Divorata dal morso feroce della vita.

Non porta più, addosso, le dolci forme di seni acerbi e trepidi che l’avevano accarezzata con scosse e onde che le leggi dell’elettricità non sanno controllare.

Le leggi che regolano le correnti d’un fiume non sono governabili.

E le regole che presiedono allo sviluppo d’un fiore sono inflessibili, e indomabili, come i palpiti del suo cuore.

Così, non si può tenere a bada il corpo d’una bimba che si fa donna.

Quelle sono leggi che non si possono imprigionare nella cella del peccato.

Peccati che la giustizia vuol mondare.

I pantaloni.

Tela jeans.

Sdruciti e scoloriti.

Giacciono come uno strofinaccio sporco.

Han perso la forma.

Le gambe, allora agili e scattanti, ora sembrano, ormai, solo rami spezzati.

Le tasche profonde, che, solo ieri sera, raccoglievano gli insondabili sogni d’una bimba, ora sono rivoltate, sporte in fuori.

Sembrano due goffe vesciche di grasso.

Marcite nel fango.

La cintura è un cappio stretto.

Avvinto intorno ad una vita ch’è fuggita.

Sogni strangolati.

Speranze appese a un palo.

Il colore, già pallido e consunto, ora è perso.

Fuggito.

Scappato.

E’ corso a nascondersi.

Si vergogna.

Della colpa.

Della colpa d’un corpo di bimba che s’è fatta donna.

La colpa d’un corpo.

La colpa che una giustizia vuol punire.

Le mutandine di filo stanno nascoste in disparte.

Disdegnano di mostrare in pubblico ciò che d’intimo è rimasto impresso in loro.

Indumento silenzioso e timido, le mutandine stanno sotto la seduta della panchina.

Guardano impaurite il punto esatto dove ieri sera s’era seduta la vecchia urlante.

Aveva sparato al cielo, come un colpo di cannone, la sua vana identità.

“Io sono dio!”

Erano impallidite le più intime profondità del cosmo.

Sbiancate, illividite, le sfere celsti.

Mai un urlo così tremendo e duro s’era levato al cielo.

Così lato e terribile.

Dentro, aveva tremato l’intima innocenza del fiore di ciliegio

Il ricordo dolce della puntura d’una ape terribile era tornato alla mente del fiore immacolato.

Dolce come’era dolce il volto d’angelo di cui s’era inebriato.

Terribile come la furiosa voce del dio sceso a imporre la sua giustizia.

Maria, quando la tremenda dea della giustizia aveva alzato al cielo le sue braccia, veniva dal suo primo incontro d’amore sfortunato.

Aveva incontrato un angelo, per strada.

Dinanzi all’orto di casa, appena fuori dal cancello.

Era biondo, bello, con grandi ali piumate e profumate.

L’aveva guardato appena.

E, subito, il sangue, di desiderio s’era inebriato.

La nebbia densa d’un sentimento sconosciuto era calata a confonderle la vista.

Appena appena aveva udito dell’angelo la voce, trasognata.

Un sudore le era scorso dappertutto.

Le mani, nervose, di tremore, irrefrenabile, eran scosse.

Le gote s’erano fatte rosse albicocche dolci.

Il seno, palpitava.

La vita, leggera, alzava al cielo i primi incomprensibili vagiti innamorati.

“Maria, io vengo per portarti un messaggio.

Io porto un messaggio d’amore!”

Questo.

Questo solo le aveva detto, l’angelica voce trasognata.

Una voce può penetrare un cuore come una lama.

E farne sgorgare sangue.

E’ l’effetto che la lancia dell’amore provoca in un corpo.

Così, Maria, ormai, sapeva d’esser diventata donna.

Donna fedele ed innocente.

Fuoco eterno e inestinguibile.

Donna arsa di desiderio.

Desiderio fertile e prolifico.

Nel seno di Maria, ormai, albergava il seme d’una nuova vita.

L’amore fa miracoli che nessuna ragione sa spiegare.

Saltellando, come saltella una bimba nell’età dell’innocenza, leggera e spensierata, Maria se n’andava andava incontro al suo destino.

Lei non lo sapeva ancora.

Ma ieri sera, si, è stato il destino ad assegnare ad ognuno le sue carte.

Maria, per questo destino crudele, si chiamava proprio Maria.

E doveva incontrare proprio il suo angelo, lì, sul cancello davanti casa.

E quello, infatuato e pieno d’ardore amorevole ed eterno, l’aveva resa fertile d’un seme assai fecondo.

Un seme che veniva da lontano.

Il seme che feconda l’intero grembo della terra.

Il seme aveva ingravidato anche  il grembo d’una bimba senza macchia di peccato.

La vecchia s’era fatta dio.

Lei voleva essere, per grazia di dio onnipotente, l’autore del libro inflessibile del destino.

La madre dell’angelo biondo innamorato.

Una donna che la vita aveva reso, ormai, sterile d’ogni sentimento illuminato.

Il corso del tempo non si ferma.

E’ inarrestabile, come la corsa di un fiume che corre in piena.

E neanche il corso della giustizia si può fermare

E’ impietoso e sanguinario.

Nascosto dietro la panchina, un vecchio mendicante, ieri sera, tra la veglia e il sonno ebbro, s’era fatto, involontariamente, testimone della tremenda scena del destino.

I cavalli, anch’essi, quattro candidi demònii scalpitanti, con gli occhi rossi, di  fuoco iniettati e le froge nere fumiganti, s’erano fatti, anch’essi, testimoni della storia.

Il vento, pure, curiosamente, s’era fermato dietro le fronde fruscianti, intento a guardare la scena tremolante.

Le foglie, e i rami, e i pochi frutti penzolanti, curiosi pure loro, s’erano messi di punta ad osservare.

E pure le finestre sui casermoni, dall’altro lato della via sprofondata nella notte avean attivato le loro invisibili antenne di luce palpiatante.

I lampioni, più pudìchi, ad un certo punto, s’erano spenti.

S’eran mimetizzati meglio al buio.

Per stare lì, in buona posizione, a spiare dall’alto la lotta che si compiva sotto i loro sguardi spenti.

Fra la vecchia e la giovane.

La giustizia e la colpa.

Il peccato e l’innocenza.

STORMIRE DI FRONDE (Una storia, p. 1)

Friedrich, Caspar David: Man and Woman Contemplating the Moon
Friedrich, Caspar David: Man and Woman Contemplating the Moon

 

Lo stormire delle fronde, nell’ombra serale, stasera è un ansioso ansimo.
Il tempo si scrolla di dosso colpe e peccati.
La fuliggine novembrina attutisce i tremiti delle tardive foglie ancora aggrappate a un ramo degli alti alberi arrugginiti d’autunno.
Malferme, stanno, frementi, in attesa di chissà chè.
Infine, con un ultimo fremito d’agonia, si lasciano andare.
Stanche, consumate, sfinite.
Così, s’avviano all’ultimo viaggio.
All’ultima meta.
Dove sono attese da un giudice inflessibile e crudele che commina la condanna, ineluttabile, per un’esistenza spesa invano.

La panchina, sotto la fioca luce gialla, sta, solitaria e ferma.
Silenziosamente, medita, distratta, sullo scorrere delle stagioni.
Attende.
Da tempo immemore.
Indifferente e smemorata.
Aspetta ch’Essa giunga.
Sa ch’Essa si presenterà, in qualche momento, d’improvviso.
Forse quando il mondo si sarà voltato, distratto, da un’altra parte.
Giungerà sul gran carro di fuoco.
Tirata da una quadriga fumante di purosangue neri.
Demònii a servizio dell’inferno.
Altera, dura, arcigna, giungerà.
Giudice del bene e del male.
E, con Essa, giungerà anche la fine.
Lo sa bene, lei, vuoto sedile, stanga sbilenca su cui grava, in un parco di periferia, la solitaria essenza della vita.

Il vuoto.
E davvero la tensione del tempo sembra giunta al culmine.
Vibrano, tesi, gli alti fusti.
Sfibrati dallo sforzo di tenersi aggrappati alla nera terra.
Le radici si stringono, disperate, con le ramificate dita, ad ogni aggrappo.
Ogni possibile appiglio.
Non voglion essere risucchiate dal vortice ch’ha scoperchiato la volta celeste.
Son sparite in quel gorgo le stelle tutte.
Inghiottita la luna.
Nell’aria, svagate particelle di vapore si tengon strette.
Si son rinchiuse in una nebbiosa gabbia d’uggia per non esser preda del vorace vuoto.
Il risucchio, in quel vorticar tremendo, confonde e cielo e terra.
Ingozzar si vuol con l’immondo pasto del creato.
Un ponte s’affaccia dal còr di quel precipizio che si inabissa al centro della tremenda notte.
E, da quel ponte, rotola allo spaurito, che sta là, alle spalle della panchina vuota, un rombo di zoccoli che sopraggiunge, alfine, dalla fine d’ogni viaggio.

D’improvviso si placa la tempesta tumultuosa.
Sulla panchina s’è assisa una vecchia signora stanca.
Dura e severa.
Le braccia un pò di lato tese.
Le palme aperte, a mò di piatto volto al cielo perso nell’oscura tenebra.
La bilancia della Giustizia ha finalmente spalancato le sue tremende fauci sul mondo intero!
La candida testa dell’anziana donna è ferma.
La mascella puntuta e diritta.
Sottili labbra esangui e smorte.
Una rete fitta di rughe sottili piaga le guance pallide.
La fronte nascosta sotto un inutile cappello, trafitto dalla punta d’un lungo spillone.
Sulla bocca è appuntata una paurosa smorfia.
Crudele maschera d’atavico rancore.
E’ la fame eterna!
Giustizia divoratrice.
Brama d’innocenti creature venute al mondo.

Ogni tanto i quattro cavalli, nervosi, alzano striduli nitriti al sordo cielo.
Batton gli zoccoli sulla dura pietra che, pur, rimbomba, stordita, d’una stanca eco impaurita.
Pesante fiato vomitavano, nubi d’asfissiante fumo denso.
Musi allungati ruminano la marcia erba del tempo
Scalpitano i demònii, presaghi e furibondi.
Mordon la pastoia per fuggir lontano!
La notte, intanto, intorno è precipitata.
S’è nascosta la terra, dietro un manto d’umida nera oscurità.
Un sudario copre l’intera periferia del mondo.
La megera, nel buio, bilancia, agile, i sui suoi rattrappiti sleali bracci.
Le mani, piatti di bilancia squilibrata, soppesano i peccati dello sperduto angolo di città.
Pendon sempre da una parte.
Ma non so, qual’è la parte giusta.

Un profumo leggero s’insinua piano.
Un innocente fiore innocente, piano, stentatamente, penetra, di soppiatto, nella fradicia atmosfera dell’inferno.
Un miscuglio di giglio, rosa, gardenia e gelsomino.
Una minuscola stella dalla lucente chioma s’intravvede.
Piegata, giunge di lontano.
Chissà da dove.
Una dea, forse.
Una giovane ninfa.
Una graziosa beltà lunare.
Una fata dai lunghi setosi capelli neri.
Seni acerbi.
Saltellante passo di bimba allegra.
Di scatto, volge la vecchia il capo.
I cavalli, dolcemente, intanto, si son fatti fatti cheti

Intorno, la notte scura.
Curiose, l’infere creature osservan di spiego il buio.
Spiano dietro le lunghe criniere che sfrangian sui grandi neri occhi tondi.
S’alza, di stanchezza antica, la vecchia donna.
Punta il dito come punta di mortale dardo.
Ha di mira la creatura dolce, ch’incede dondolando il passo, a saltarelli bambineschi.
“Io sono Dio!” urla la voce al ciel fuggita.
Son affilate lame le sottili labbra di giustizia che s’è incarnata in creatur divina .
Tremano, stormendo, gli stecchi rami degli alberi prigioni della nuda terra.
Brividi percorrono le scure superfici della notte.
“E tu, dimonio, osi presentarti a me!”, urla la furia di giustizia al suo imputato.
Il demonio, stasera ha preso le fattezze d’una notturna creature del viale smorto.
Piccole labbra coperte d’un rosso ciliegia da mangiare.
Occhi bistrati d’amaranto, come mature amarene da baciare.
Nude gambe avvolte in fasce conducono alle porte dell’amore.
Rauchi soffi nel mozzicone d’una sigaretta, amara e fredda.
curve accarezzate dai fumi dei copertoni neri.
Mani aspre come il nerofumo dei copertoni ch’ardon nella notte sulla solitaria via.
Carezze tossiche di fumo.
Baci e amori, morti, avvelenati.
Il dimonio profuma di gelsomino.

Dinanzi a dio di giustizia è come lucente stella della notte, guida lunare sui tetri mari umani.
La ninfa, candida e pura d’innocenza non conosce peccato.
Lentamente, s’asside al fianco della vecchia che ora s’è levata, minacciosa, e lenta com’è la vecchiaia.
Piano comincia a togliersi di dosso gli abiti , uno ad uno, con noncurante indifferenza.
Stanca, alle prime luci del mattino.
Non bada alla giustizia urlante che s’abbatte su di lei.
Il suo corpo freme, al buio, vibrante e spaurito, scosso dallo stormir ventoso delle secche foglie sui pesanti rami.
Nudo, è un invito tossico al dolce amor malato del peccato.
E’ la colpa.

Gli zoccoli, di legno, ai piedi, son la sulfurea prova ch’il demonio ha terrena appartenenza.
Una musica s’avanza piano, nella notte.
Intavola una danza lunga e struggente con lo stupìto silenzio solitario.
A passi cadenzati,  ritmo e melodia s’impadroniscono del buio.
Dolcemente s’aman sotto lo sguardo cieco della povera sgomenta vecchia.
Lungo, l’amplesso mette un fremito al piede del dio indemoniato.
Rossi gli occhi si fan di rabbia.
La bilancia della giustizia ondeggia battendo il tempo…
Ora di qua, ora, a tempo indiavolato, si sporge un pò di là.
Il demonio, sapiente d’amore, s’offre allo sguardo degli increduli stalloni che friniscono.
Son legati al palo della condanna d’essere bestie.

La luce fioca del lampione, ad un punto cede il posto al buio della notte…
Nella periferia resta solo lo stormire profondo delle stanche fronde dell’autunno.
La vecchia svanisce nella notte.
E la quiete si beve la vita intera.
Rimane solo la panchina.
Al mattino.
E quattro stracci  colorati di bambina.
Una maglietta macchiata di peccato.
Un jeans scolorito dalla colpa.
Innocenti mutandine, strappato il filo, imputate di giustizia.

ANGELI E DEMONI


Michelangelo Merisi da CARAVAGGIO – DAVIDE E GOLIA

Fermo sui piedi, se ne stette a lungo, a rimirare l’opera compiuta.

Il volto abbronzato, aveva i capelli neri, e sporchi, l’odore acre del sudore che la polvere del deserto calcina con gli anni.

Erano ancora pochi, quegli anni.

Era un ragazzo,  ma già righe profonde come ferite segnavano il contorno della bocca stanca e sempre affamata.

E’ la fame dei poveri, che porta rassegnazione e disperazione e sconforto e poi, allegria, e alla fine, la rabbia.

E’ la rabbia dei poveri.

Una rabbia che non conosce ragioni, che non sazia nessuno e rende tutti affamati.

Porta ferite.

Ferite che sanguinano dentro il cuore e che lasciano segni, come cicatrici sul volto, che s’induriscono presto, come se una polvere di marmo si facesse viva materia e salisse da qualche inferno lontano a coprire con una maschera occhi, naso, labbra, pietosa polvere che come cipria acida e calcinosa s’attacca e corrode, consuma, mangia e scava…

Fermo sui piedi, eretto, sporco, feroce.

Il sorriso inconsapevole della vittoria stampato agli angoli degli occhi, un altro segno, un altro sintomo della malattia, un altro sogno, un altro rantolo, un respiro affaticato, un singhiozzo…

Gli occhi puntati lontano, dove non arriva più neanche la linea dell’orizzonte, laggiù, dietro le colline ancora rosa, dietro al mare che, chissà da dove, sgorga per abbracciare la terra che il sole vuole consumare con i suoi raggi puntuti e infuocati.

Un abbraccio di sale, una stretta mortale.

Da quel mare erano giunti le navi e i soldati.

Da quelle colline, sciamando tra le gole che si arrossavano di sangue, erano scesi i soldati filistei.

Il gigantesco campione che li seguiva, pesante, si era rivolto contro la città con i suoi possenti muscoli, cieco di furore, come una valanga che vuole travolgere ogni cosa gli si pari davanti.

Nera, l’armatura, l’elmo di cuoio, grosse mani pesanti come martelli, denti affilati come lame, la lancia, tozza, attaccata a quel braccio massiccio.

Urlava, la bestia.

La forza bruta rombava dentro le viscere.

Tuonava la voce, urlando più del vento e del clamore della battaglia.

Nella bassa pianura il ragazzo, esile, era sfuggito alle mani delle donne che volevano trattenerlo, si era piantato prepotente e incosciente davanti alla porta della città, in mezzo alla spianata che stava per essere raggiunta dall’esercito delle locuste armate che divoravano tutto al loro passaggio.

Le mani ancora innocenti stringevano un laccio, anch’esso di cuoio, leggero.

Il braccio, fragile come un arbusto non ancora maturo, si tese disperato.

Il gesto incosciente si fece volontà di un attimo.

Roteò la fionda in aria ed il fruscìo, per qualche lungo secondo si sovrappose al frastuono della battaglia, alle urla di spavento di chi cercava di fuggire cercando scampo o riparo.

Anche il vento tacque per un lungo momento, smise di raccontare le sue storie annoiate, e si fermò a guardare.

Per quel lungo momento, fu il vento a restare in ascolto.

Il sasso, secco e duro, come un grumo di tempo rappreso, come il pugno miserabile d’uomo che s’alza contro l’eterna miseria, si fece strada nell’aria, nella sequenza d’istanti che formano, a volte, la storia.

Ad una velocità così sorprendente che nessuno davvero si avvide di quel che stava per accadere, il colpo raggiunse la tempia del gigante, in quel punto in cui la corazza di cuoio dell’elmo era stata aperta per lasciar passare il soffio fresco dell’aria, in quella sera rossa di sangue ch’era ancora infuocata dai dardi avvampati del sole.

S’infilò sotto la calotta e, poi, dentro, squarciando la dura pelle del soldato e le bianche ossa che scricchiolarono come un guscio infranto di noce.

Per un istante la massa del gigante s’immobilizzò, mentre lo specchio degli occhi si offuscava dietro al velo di nebbia che si stava portando via l’uomo e il sodlato.

Restò fermo, per un attimo, l’uomo alto due metri, la massa di muscoli tesi come forgiati nel bronzo, il calore dei battiti del cuore che ancora scaldava il gigantesco corpo morente.

Immobile, come la collina dietro le sue spalle che il vento, con i suoi sforzi testardi, ancora non era riuscita a spingere via.

Stette come un tronco d’albero infitto nella terra.

Fermo, immobile, stette.

Per un attimo solo, senza fine, eterno.

In quell’attimo, il sasso, superata la rotta barriera delle ossa del cranio, continuò la sua corsa nelle tenere carni che cominciavano, ormai, ad arrossarsi degli umori corporei che prendevano a spargersi sul collo dell’uomo che stava morendo.

Spinto dal peso insostenibile dell’innocenza perduta del bimbo, l’innocente frammento di terra del paese che gli dei avevano smesso di amare, si fece proiettile e, invece, di raccontare la storia del mondo, storia di vita, cominciò a raccontare un’orribile storia di morte.

Non era il primo sasso a farsi messaggero del regno dei morti e, così, nessuno, fra i soldati, si stupì del destino del gigante che, ancora trascinato dall’inerzia della folle corsa disperata contro il destino che, sotto forma di pietra appuntita, gli era penetrato sotto l’elmo di cuoio, fragorosamente, rotolò nella polvere, in silenzio, muto come un morto che non sa più quel’è la sua voce quaggiù.

Il ragazzo fu scosso, come se il sasso l’avesse raggiunto nel profondo del cuore.

Stette a lungo a guardare laggiù, dove il sole stentava a tramontare, incredulo, incerto.

Qualcosa, dentro, gli urlava come un dolore di sasso che spinge per uscire.

Ma la bocca, restata testardamente serrata, non riusciva ad emettere suono.

Le donne, prèfiche di sventura, cominciarono a piangere.

Si strappavano i capelli, urlando e gemendo come se a morire non fosse stato un soldato nemico, un gigante crudele, il campione dell’esercito avverso.

Il pianto dilagò nella bassa pianura davanti alla porta della città.

Una profezia di sventura si leggeva in quello sguardo di ragazzo perduto.

Eroe.

L’eroe vittorioso che per vincere uccide.

La Morte, vera trionfatrice di quella battaglia davanti alle mura della città, si fece avanti e prese per mano il ragazzo che ancora, incredulo, stringeva la fionda assassina.

Il trionfo portò il ragazzo per le strade della città.

La Morte, dai seni ricolmi d’acido latte di madri piangenti, lo accompagnava sul carro, mostrandosi, procace, alla folla impazzita.

Il suo odore inebriava l’intera città.

Le sue braccia cingevano il minuto ragazzo, mostrando a tutti il prossimo, nuovo, trofeo.

Il ragazzo sorrideva, almeno così, tutti, credevano.

La sua smorfia, ancora d’incredulo stupore, stentava a darsi una forma compiuta.

La sera, intanto, ormai, piano, era morta.

La notte, col suo funebre manto di tenebra aveva oscurato la volta del cielo.

Il disco d’argento della luna, spaventato, era corso a ripararsi dietro una nuvola nera.

Le stelle, consce del rito che si stava per compiere, tennero stretti, serrati, gli occhi brillanti.

La Morte sollevò la sua lama affilata.

Nessun dio arrivò, pietoso, a fermare quella mano assassina.

Un soffio uscì dalle narici del ragazzo, insieme alla vita, e scorse via, perdendosi nella fresca aria che il vento riprese a muovere piano.

META-FISICA

 

RENATO GUTTUSO – COLAPESCE

Un vortice d’acqua si è alzato e annega, in cuor suo, il mondo intero con le sue pene.

Riflesse sul dorato mantello di densa luce rappresa, una ad una, le gocce, come stelle, io posso contare, sfavillanti come incandescenti diamanti, cristalli lucenti da cui sprizzan scintille purissime.

A migliaia, milioni di milioni, io le posso contare, senza mai che il conto mi torni.

Miliardi di bocche assetate, insaziabili file di candidi denti affamati.

Liquidi occhi ferini, dardi di luce infuocati, torce che illuminano il fondo delle oscure caverne del cuore.

Astri fiammanti, incastonati gioielli nelle siderali oscurità tenebrose, cellule vive pulsanti di luce, braci che sotto la cenere del tempo continuano ad ardere.

E’ l’acqua.

L’acqua che si sposa col sole.

Acqua.

L’acqua che si fa raddensa in un bagno di nebbia dorata, il riverbero di un’inestinguibile fiamma lontana in cui, poco a poco, si immergono i sottili profili del mondo.

Foglie e fiori, rami e tronchi, intere foreste di freddi, alti palazzi, sui quali avvampano, testardi, solo gli ultimi lucori che ancora danzano sui vetri a specchio che la polvere grigia della prima sera, un poco alla volta, seppellisce sotto un impenetrabile strato di opaca ombra cieca.

Come cicatrici di antiche ferite, lunghe nubi, affilate e lucide come lame di coltelli, tagliano il cielo, sottile come una foglia di rame, piatto, caldo, stanco, paziente, a momenti, insofferente, invece, quando il dolore della sera che avanza si fa troppo atroce.

Sembra, quel cielo, voler a forza tener vivo il giorno indolente, che desidera solo d’andarsi a riposare in qualche luogo lontano dal mondo, laggiù, dietro i vaporosi sbuffi d’ovatta sospesi nell’aria, coccolato, tra le amorevoli braccia della notte materna.

Sul mondo intero scorre il soffio fresco e leggero della veste della sera che cade, languida e molle e scivola lieve, lasciandosi dietro il fruscìo del tempo che scorre, un mormorìo che, infine si confonde con la litanìa del fiume che, laddietro, nascosto allo sguardo curioso, instancabile, compie il suo infinito pellegrinaggio  per noi, per la nostra  salvezza, per la nostra perduta felicità.

Guardo lassù, mentre nella seta nera della notte, furtivamente si scopre il candido seno  di Venere  che si spoglia, sfrontata, là in alto, nel cielo, quando la sera si oscura, quando il vivido specchio del cielo si fa nero di pece.

Poco distante, scorgo il tenero ventre della sua ancella fedele, Selene dalla pelle d’argento, che le fa timidamente la corte.

Da quell’amore nascosto nascono i brividi che danno la scossa alle vibrazioni del tempo.

Batte, in quell’innamorato cuore degli astri, l’orologio della vita, al cui tempo oscilla il pendolo di ciò che si è e di ciò che, ormai, più non si è.

Quel battito trasforma il colore ramato del cielo in fiamma rovente e poi in lontano riflesso, infine nel ricordo confuso del sogno del giorno passato…

Resta la mia giacca bagnata, le gocce lentamente bevute dal morbido tessuto del color della notte, rilessi dell’ultimo bagliore che arde  nel cielo, qui, sopra di me, nel giardino delle fate.

Dentro di me, i miei occhi suggeriscono alla penna i toni delle sfumature che fuggono ia veloci e spaventate come i secondi che non riesco a fermare, che non posso trattenere se non per quell’attimo necessario a lasciare labili tracce sul sul mio candido foglio.

Altro non resta.

Neanche la mia ombra.

Nè la mia orma sul sasso su cui resto attonitamente seduto.

Ma, se non è questo, cos’altro mai è la vita?

SOGNO

LEON SPILLIAERT – AUTORITRATTO ALLO SPECCHIO (1908)

Io… ho il cuore che batte forte, la testa piena di fantasmi, gli occhi piantati nel cielo, le mani affondate nelle tasche…

Mi piace andare, girare, guardare, vedere, scoprire, spiare, immaginare…

Mi meravigliano le cose che mi circondano, anche quelle più banali, mi rapiscono i dettagli delle foglie di un albero, le sfumature del cielo che non se ne sta mai fermo, il colore cristallino dell’aria in cui nuoto, il soffio del vento che mi porta le storie lontane…

Le mie orecchie assorbono i suoni della città, i miei occhi bevono i suoi colori sfavillanti, la mia pelle ne assorbe le vibrazioni, il mio corpo ne prende le forme, i miei pensieri ne ascoltano i racconti…

Se passeggio sul fiume, la corrente si ferma a salutarmi, i pesci mi fanno cenni gentili, i gabbiani si abbassano per vedermi passare, le cime degli alberi s’inchinano a benedirmi con quell’acqua che scorre benedetta, le case scendono dalle alte rive, scivolano giù dai muraglioni delle sponde, mi si affollano tutt’intorno e mi tendono la mano, felici di vedermi passare…

Quando passo per le vecchie strade strette, di pietra, gli antichi muri screpolati mi bisbigliano lo loro confidenze, come si fa con un vecchio amico, mentre le finestre mi strizzano l’occhio ed i portoni mi fischiano dietro tutta la loro ammirazione…

Ed io bevo i colori, sfioro con le dita le fredde pietre lucidate dal tempo, le accarezzo come il corpo di un’amante, sodo e maturo, con gli occhi abbraccio il mondo fin dove lo sguardo riesce ad arrivare, trovandomi, così, a stringere l’universo intero, facendomi beffe di confini e frontiere, barriere, ostacoli e orizzonti…

A passo di danza mi avventuro nella folla dei giorni, nella massa dissoluta delle frenetiche ore, con agili giravolte, piroette d’atleta e batto indiavolato il ritmo degli anni, a volte convulsi e a volte stremati…

Se, stanco, mi siedo sopra un masso che ha visto passare ombre e fantasmi, resto per ore ad ascoltare i suoi racconti accorati, le sue ansie, le sue storie infinite che mai si ripetono uguali due volte del tutto…

E, questo, racconto, questo, io, scrittore, a voi, io, poi, questo, racconto.

Il sangue che mi corre nelle vene raccolgo nel bicchiere, e lo scodello sul foglio tracciando indecifrabili segni che sono le storie del mondo…

Il calore della mia pelle lascio, insieme all’ombra delle mie labbra, sul ruvido foglio che s’impregna di vita come come una spugna assetata…

Ecco, la mia vita, non di più, questo io raccolgo per voi e la lascio, candida, stesa, nuda, a farsi baciare dal sole…

Questo potete sbirciare, fra gli interstizi delle finestre del cuore, attraverso le persiane socchiuse dei vostri occhi abbagliati dal sole…

Io…

Io ho il cuore pieno di fantasmi, la testa piena di strani pensieri, guardo passare le nuvole e indovino le rotte del cielo…

Interrogo gli astri, parlo alla luna e faccio domande agli uccelli che volano alti lassù…

Guardo un foglia cadere, intento, e ne seguo il lento volo, così, per capire soltanto come fa a restare aggrappata così a lungo nell’aria… la vedo, infine, atterrare, stupito, e ammiro l’eleganza con cui, languida, s’appoggia, col volto già pieno di rughe, ai piedi del ruvido tronco che l’ha amata per tutta la vita…

Io chiedo alle spumeggianti onde del mare come fanno a tenersi allegre per mano senza gelare d’orrore sotto l’immenso abisso del cielo che le fissa, avido, dall’infinito informe lassù…

E quelle, sfacciate, mi rispondono che son figlie dei giganti di pietra che vivon piantati davanti all’orizzonte più scuro, laggiù, dove il mare bacia la terra e che i loro abbracci schiumosi ammansiscono i terribili zoccoli che rotolano tonando dal cielo…

Per questo, loro, le creature della terra e dell’acqua, non temono il freddo specchio nero brillante della notte, in cui si rifletton gli abissi profondi dell’oceano infinito…

Io parlo alle stelle, ordino ai pianeti le orbite arcuate, indico agli ardenti astri del cielo la rotta che apre la via al mondo dei sogni…

Io, scrittore, conosco la magica arte di dare ordine al caos, un nome alle cose, i colori al creato…

Al mondo io dono sentimenti e parola e al tuo cuore, mia amata, io impongo  il capriccio dei miei volubili amori.

Nel mio inchiostro rubino s’intinge l’avvelenata punta dei dardi scoccati dall’arco di Eros che ungon di fuoco il desiderio che arde nelle vene delle ninfe vestali che piangon l’amore nel tempio di Venere.

Son io cantastorie, sapiente, sciamano, saggio, scriba, scrivano, poeta, romanziere…

Son io, son io le mie stesse parole, son io che nasco da quelle e di quelle mi nutro…

Ecco, la mia vita, questo io son, non sono di più, questo io dispongo per voi e per voi, la lascio, candida, stesa, nuda, a farsi baciare dal sole…

Questo dovete sbirciare, fra gli interstizi delle finestre del cuore, attraverso le persiane socchiuse dei vostri  ciechi occhi abbagliati dal sole…

A lungo durò la contesa dinanzi allo specchio…

Nella notte un fioco lumino rischiarava la superficie gelata del vetro argentato…

La bolla di luce s’allargava sfumando nell’oleosa densità della stanza…

Esausto, ormai, udivo, stentando a capire, le voci, ora imploranti, ora sognanti, ora impetuose e sempre leziose…

Non riuscivo, ormai, a distinguere il falso dal vero, il volto di cera imbiancato dal suo doppio nel vetro specchiato…

Nella finestra, sul vetro cieco di notte, voltando lo sguardo, vidi, mi pare, moltiplicarsi  il doppio, farsi doppio del doppio, fin quando si perse nel nulla il mio sguardo e caddi preda del sogno…