ROMA OGGI

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

VITTORIO GASSMAN E ROMA
(La repubblica.it)
“Come è brutta, Roma. Brutta di questa sua accecante bellezza, su cui risaltano i segni dello sfacelo come una voglia di barbabietola su un volto purissimo”. Era la primavera del 1995 e Vittorio Gassman scriveva al suo amico Giorgio Soavi una lettera d’amore e di odio per la città eterna (qui letta da Emanuele Salce) che lo aveva accolto ragazzino e gli aveva dato la fama. Vent’anni prima del tweet del figlio Alessandro che oggi invita i romani a prendere la ramazza e a ripulire la città al grido di #Romasonoio. Lo scritto è stato riscoperto durante una delle passate edizioni del Festival delle Lettere che quest’anno si svolge a Milano al Teatro Litta (8-11 ottobre), tema la “Lettera di pancia”. “Nessuno vede più nessuno – si sfoga Gassman – gli intellettuali si fanno le pippe, i cafoni si ammazzano di fatica per illudersi di divertirsi nel tanfo dei night, nei cinema dal sonoro schifoso, nel pugnalarsi allo stadio. La televisione ha rimpiazzato la realtà (…) Credo che per uno come me, che ha sia pur modestamente lavorato sui materiali dell’arte, la bellezza non sia un optional ma un’esigenza, un irrinunciabile elemento dell’alimentazione. E tanti, per fortuna, la pensano ancora così, la partita non è ancora chiusa”.

Guarda il video e ascolta le parole di Vittorio Gassman:
o-VIDEO-facebook

Annunci

LA SPINA DI BORGO

Roma, piazza S. Pietro (da: http://www.iloveroma.it/photogallery/sanpietrofoto/foto9.jpg)
Roma, piazza S. Pietro – ADUNATA DELLE CARROZZELLE (da: http://www.iloveroma.it/photogallery/sanpietrofoto/foto9.jpg)

Un documento veramente d’eccezione.
Il cuore di Roma come non c’è più…

MI DISPIACE: WORDPRESS NON CONSENTE DI CARICARE ALCUNI VIDEO PUBBLICI.
E’ UN LIMITE CHE NON MI PIACE.
E’ INUTILE.
PERCHE’ E’ STATO POSTO QUESTO LIMITE?
PROVVEDERO’ A POSTARE IL VIDEO SU FACEBOOK.

Ecco comunque il link al video:

http://video.repubblica.it/edizione/roma/quando-roma-cambio-volto-la-distruzione-della-spina-di-borgo/166640/165128

DIECI MINUTI

Roma. Angolo di Piazza Farnese - photo by Pierperrone
Roma. Angolo di Piazza Farnese – photo by Pierperrone

Dieci minuti.
Non mi posso permettere tanto di più.
Solo dieci minuti.
Al massimo quindici.
Un quarto d’ora.
Me ne sto seduto.
Qui, sotto a questo palazzo.
Palazzo Farnese, a Roma.
C’è una lunga seduta di marmo.
Hanno pensato ai passanti.
Alla sosta, al sollievo.
Sto proprio dietro l’angolo.
Dove la facciata finisce.
A destra.
A destra, dopo la piazza.
Cioè, sul lato sinistro del palazzo.
Uscendo.
Già.
Ma io non sono entrato, prima.
E quindi non sto uscendo, adesso.

Mi sono seduto.
Mi guardo attorno.
Mi guardo passare la vita.
Quella attorno.
Intorno.
Mi passano intorno persone.
invece la auto parcheggiate ingombrano i quattro i bracci.
Anzi, i tre bracci di strada.
E la piazza.
Grande.
Piazza Farnese.
Passa una mamma col passeggino.
Alta.
Bionda.
Capelli tinti castana naturale.
Un’auto m’è passata davanti.
E dopo un taxi…
Nera, la macchina.
Bianco, è ovvio, il taxi.

Un piccione grigio e bianco e celeste.
Cammina davanti ai miei piedi.
Gira l’angolo.
Svolta verso la piazza.
Forse ha un appuntamento.
All’ambasciata di Francia?!
Forse sta passeggiando.
Una donna straniera.
Minuta.
E’ un’orientale, forse.
Indossa un abito nero.
Un prete.
Massiccio.
Un altro.
Magro.
Questo porta una borsa uno shopper rosso amaranto.
Sottile.
Quadrato.
Dentro c’è un poster o un vecchio LP.
Passano.
Uomini e donne.
Chissà dove vanno.
Non si sa da dove arrivano.
Vengono vanno e svaniscono.
Come fantasmi.
fantasmi di carne.
Ma non ho tempo.
Voglio appuntarmi questi dieci minuti.

Turisti.
Sparsi.
Sguardo per aria.
Qualcuno ha buttato gli occhi per terra.
Poi due ragazzi stranieri.
Portano occhiali.
Grandi.
Vistosi.
Gialli e rossi e lenti arancioni.
Un’Audi.
Un’A 6.
E’ grande, qui nello stretto delle viuzze antiche.
Svolta l’angolo.
A destra.
Anzi, è a sinistra.
Un taxi.
Un motorino.
Anzi, uno scooter..
Poi, una pausa.
Un momento di tregua.
Mi respiro la pausa.
Pochi passanti.
Una Fiat 500.
Nera.
Passa quasi svogliata.
Ricordi di tempi passati.
E’ una 500 di oggi.
Una ragazza.
Pare uscita di scuola.
Neri lunghi lisci capelli.
Zainetto sulle spalle.

Sul muro…
Una Smart.
Una Panda.
Una Vespa…
Sul muro, all’angolo…
Un’altra auto.
Non l’ho registrata.
devo correre.
prendo appunti veloce.
Sul muro all’angolo verso Piazza Farnese, di fronte, c’è una bicicletta…
…un’altra automobile.
E’ passata.
Una donna.
Una turista.
Una bicicletta.
La donna turista pedala.
Va.
S’allontana…
Altri turisti stanno arrivando…
…Lì, all’angolo di piazza Farnese, c’è una bici.
E davanti alla bici incatenata ad un palo all’angolo di Piazza Farnese passa una donna.
Ha una borsa verde.
Sottilissima.
Una cartella.
Per disegno.
C’è dentro una stampa!
M’immagino.
Rettangolo grande.
Una borsa forse una grande cartella verde a pois.
Verde nera a pois…
S’allontana.
Ora sparisce…

Un giovanotto.
Porta a spasso il suo cane.
Bianco.
Un altro un giovanotto slanciato porta a spasso il suo casco.
Nero.
Passanti macchine confusione.
Bici.
Un’altra bici.
Questa è fucsia (fuksia – fuxia)
L’altra, quella all’angolo di piazza Farnese legata ad un palo è nera.
Con un grande sedile.
Dietro al sellino.
Sedile per bimbo (sedile di dietro del sellino).
Quella fucsia (fuksia – fuxia) che passa troppo veloce per i miei appunti sul foglio ha un portapacchi nero.
Altro non riesco a fermare.
Passanti.
Passano.
Passanti due con cani due.
Cane bianco.
Cane nero.
Poi.
Pace.
Pausa.
Respiro.
Pochi passanti.
Vanno.
Vengono!
Un grosso cane bastardo passa.
Zoppica e va.
non si sa mai dove va un cane bastardo.
Ma indaffarato annoiato perduto va sempre un cane bastardo.
Passa un elegante signore in gessato azzurro.
Ironia della sorte s’incrocia col cane bastardo.
Il gessato azzurro è un gessato azzurro con pochette amaranto al taschino.
Passa una bici.
Svolta nell’angolo.
Si perde anch’essa.
E se ne va.
Il cane si gira.
Osserva svogliato.
Il gessato azzurro s’è fatto piccolo piccolo grigio e s’allontanato.
Infine s’è perso là avanti nella via lontano…
Il bastardo guarda da un’altra parte.
Ha girato l’angolo.
Annoiato come un vecchio signore.
Va via.

Passa un furgone.
Shark.
La ditta.
Il fardello che si porta sulla groppa.
Sfilano alcune auto.
Una adesso lascia il parcheggio.
Ora c’è un posto vuoto accanto al grande palazzo.
Un posto riservato agli handicappati.
Quel posto adesso non lo occupa nessuno.
La Madonnina vigila.
Dall’edicola sul muro.
In alto dal cielo.
All’angolo del grande palazzo.
Ha un libretto per le contravvenzioni.
Sta sul lato opposto dell’angolo dove mi sono messo seduto.
Chissà se mi ha visto.
Guarda di sbieco.
Il posto non lo vuole occupare nessuno.
Pare s’annoi.
La Madonnina.
Guardo meglio.
E’ concentrata sui dolorosi casi suoi.
Ha gli occhi fissi sul pargolo.
Lo stringe amorevole al petto.
Un prete di sotto passa col grosso cappello.
Nero.
A falde larghe.
Svolta svelto l’angolo e se ne va.
Senza guardare la Madonnina.
Col passo svelto da prete.
Scarpe nere.
Tonaca lunga.
S’intravede solo l’orlo dei pantaloni.
Neri anche quelli.
E’ andato.
Resta la strada.
Là.
Dietro l’angolo.
Via andato sparito.
Passa un autobus elettrico.
Resta la Madonnina là su in alto attenta al suo Bimbo.

Alcuni turisti affaticati accaldati sudati.
Un vecchio.
Porta a spasso il suo amico fedele.
Un cane.
Vanno come sottobraccio.
Affiatati.
Due turisti.
Uno ha la macchina fotografica a tracolla.
E’ proprio un turista perfetto.
Adesso due taxi.
Una navetta del noleggio con conducente.
Un camioncino.
Una Yaris.
Una Smart.
Una Vespa.
C’è traffico quasi arancione era una vespa arancione.
Adesso passa una bici.
In senso contrario.
Un’altra vespa.
In senso contrario alla bici.
Quindi, secondo la direttrice del traffico.
Nera, l’ultima Vespa.
Due ragazzi.
Portano due bottiglie tra le mani.
Una a ciascuno.
Una è una una birra.
L’altra d’acqua minerale.
5 euro in due.
Più o meno.
Coi prezzi del centro di Roma.
Il tempo scorre.
Corre.
Evapora.
Quasi.

Una pausa.
Respiro.
Pochi passanti.
Due turisti.
Un uomo.
Uscito adesso dal lavoro.
Finita la giornata.
Se non si ferma all’angolo a prendere appunti anche lui.
Qualche auto.
Un altro camioncino.
Alto goffo sgraziato.
Roba da robivecchi.
Uno stracciarolo.
Due preti.
Stranieri.
Passano e ridono piano.
Altre auto.
Turisti.
Parcheggiati molti scooter sulla strada sul fianco di palazzo Farnese.
Dietro l’angolo.
Una moto-ape dell’azienda municipalizzata dell’igiene urbana.
Raccolta dell’immondizia, insomma.
Una pittoresca passante in visto abito pesca.
Una lunga Mercedes SLK trecentocinquanta.
Sarebbe 350 ma trecentocinquanta è più lungo.
Come la lunga mercedes.
Nera.
Appunto.
E lunga.
Dietro passa l’auto di scorta.
Probabilmente è l’auto di scorta.
E’ grigia, comunque.
Poi, tre adolescenti.
Shirt fucsia (fuksia – fuxia) nera grigia.
Questi i colori che ho appuntato.
Stranieri.
I ragazzi.
Un ciclista che ha perso le forze.
O forse direzione o speranza.
Comunque si porta a mano la bici.
Segue una giovane mamma con un infante infilato nel caldo marsupio.
S’incontra col padre.
Forse è il padre del bimbo.
Direi da come saluta.
Si salutano.
Poi ognuno va per una propria diversa.
Forse non era il padre del bimbo.
Già.
Ma allora chi era?
Passa una ragazza vestita da prete.
Ma è solo una mise.
Elegante sbarazzina carina.

… il tempo passa.
Un bassotto marrone.
Cucciolo.
Un’auto.
S’è fatto tardi.
I dieci minuti sono passati.
Quante cose in questi dieci minuti!
E intanto il tempo passa.
La vita scorre.
Quante cose in questi dieci minuti.
La vita non l’ho mica appuntata tutta, in questi dieci minuti.
Ma mi dispiace staccarmi dalla vita.
La vota scorre per queste vie.
Corre, dietro quest’angolo.
Corre va senza saluti.
Ah… poterla fermare…
Anche solo per potersela annotare con cura!

2764

Francisco GOYA - IL PARASOLE

 

Roma, bellezza di luce e di pietre,

amo i tuoi seni, colmi di bene

e amo i tuoi fianchi, irti e rotondi,

e le tue gambe di candido marmo.

 

Con gli occhi ti spio, ninfa del fiume,

quando, innocente,  nuda ti bagni

e, sospirando, le morbide forme

porgi alla luna, o ai baci del sole.

 

Sei madonna, madre, matrona

ed il tuo ventre è santuario di vita:

preghiere, canti, disperati lamenti,

santi e poeti al ciel levaron per te.

 

Alla catena hai avvinto, tuo schiavo,

Crono, del Tempo il crudele sovrano

e sul Carro, al suo posto, fiera sedesti

per dare ordini al mondo, senza pietà.

 

I miei occhi, signora, ti sfiorano languidi,

baci voglion da te, bramano amore,

come a una bimba, orfanella, si volgono

a rapire il tuo cuore, il tuo unico Si.

 

Ora mi volto e la catena mi stringi …

… sento il fiume del tempo che scorre …

e mentre tu fingi i tuoi sospiri per me …

il tuo veleno di miele … nelle vene m’inietti.

 

GRIDO VERSO ROMA – Garcia Lorca – filmato

Eccolo, alla fine, il grido di Lorca.
Ho provato a dargli una cornice di immagini.
Tempo speso: molto.
Risultato: ?

Con questo chiudo il tema di questi meravigliosi versi del poeta. Mi sono rimasti nell’anima, oltre che nel cuore.
La suggestione delle parole, della voce di Massimo Popolizio è stata grande.
La poesia, si sa, è fatta per essere letta ad alta voce. Per essere ascoltata.
Tutti i grandi poeti hanno voluto dare con la voce la giusta intonazione ai sentimenti colati nei versi che gli uscivano dal cuore.
Oggi, nel mondo reso vero solo dalle immagini delle tivvù, che relegano nell’opinione, nella favola, quello che non è colto dalle immagini elettroniche trasmesse via etere, o cavo, se volete, amici, il suono della voce che alza verso il cielo fa ancora più impressione.
Il suono dei versi di Lorca, così possenti e dolorosi, si alza come un immenso grido verso il cielo.
Si alza come le guglie di una cattedrale.
Si alza e riempie le volte acute col suo eco grave.
Sovrasta le statue, le nuvole, gli angeli e giunge diritto nelle orecchie di …
Non ho il coraggio di scriverlo.

So che i versi del “Grido” sono duri, cattivi, dolenti, arrabbiati.
So che quei versi cantano la rabbia dei diseredati più che la mansuetudine dei beati.
So che le gerarchie dovrebbero sentirsi rabbrividire sentendo quell’urlo salire al cielo così profondo e commosso.
Ma so che il vero è vero, comunque, sempre, ad ogni costo.
So che quei versi non gridano il falso.
Quei versi non alzano le lodi alle Santità voltate dall’altra parte.
Non cantano la gloria delle volte dei templi chiusi per chi soffre o è dimenticato nel dolore.

So che quel “grido” riempie le cupole, rimbomba sotto gli absidi, si stende lungo le navate, si avvinghia alle colonne… e rabbrividisce quando viene lambito dagli stucchi e dagli ori.
So che quel “grido” si propaga sopra la terra, scavalca ogni frontiera e raduna tutti i deboli, i poveri, gli affamati, gli assetati, i sans papier, i clandestini, i raminghi, gli esuli. Quelli che cercano un lavoro, che rovistano tra le immondizie, che dormono per strada, che vivono di elemosina. E quelli a cui vengono rubate tutte le speranze, che nascono senza un presente, che devono vivere senza un futuro.

Lo so, lo so, tutto questo.
Lo so.
Lo so.
E so che, quando ho sentito quella voce imprecante alzarsi e lanciare alte le più terribili maledizioni, quando sono stato scosso dall’urlo di quella verità, in quel momento ho visto le fondamenta dei templi scosse dal vento della poesia.
Si, senza commettere la colpa della violenza e senza compiere il peccato della prepotenza, l’uragano dei sentimenti del poeta ha alzato, viva, la più alta preghiera al Dio di tutti gli uomini.


di INGEBORG BACHMANN
A Roma ho visto che il Tevere non è bello, ma trascurato nelle banchine, da dove spuntano rive a cui non c’è chi metta mano. Nessuno usa le navi da carico brunite dalla ruggine, nemmeno le barche. Arbusti ed erba alta sono infangati, e sulle balaustre solitarie dormono immobili gli operai nella calura di mezzogiorno. Fino ad ora non si è mai girato nessuno. Nessuno è mai caduto giù. Dormono dove i platani dispiegano loro un’ombra, e si calcano il cielo sulla testa. Bella è però l’acqua del fiume, verde argilla o biondo – a seconda di come la luce lo irradia. Bisogna camminare lungo il Tevere e non guardarlo dai ponti, pensati come strade che portano all’isola. La Tiberina è abitata dai Noantri – noi altri. È da intendere così, che essa, isola dei malati e dei morti fin dall’antichità, vuole essere abitata anche da noi altri, percorsa anche da noi, perché è a sua volta una nave e naviga molto lentamente nell’acqua con tutti i carichi, in un fiume che non la sente un peso.

A Roma ho visto che la basilica di San Pietro sembra più piccola delle sue reali dimesioni e tuttavia è troppo grande. Si dice che Dio abbia voluto che la sua chiesa sorgesse sulla pietra e fosse solida. Ora si leva sopra la tomba del suo santo, che stanno riportando alla luce. Così è il santo stesso a metterla in pericolo e a indebolirla. Ciononostante le grandi solennità si svolgono ancora chiassosamente, con balletti in porpora sotto baldacchini, e nelle nicchie l’oro sostituisce la cera. Chiesa granne divozzione poca. Sono ancora i poveri, nella loro avvedutezza, a preoccuparsi che la chiesa non crolli, e colui che l’ha fondata ormai fa conto sul passo degli angeli.

A Roma ho visto che molte case assomigliano al Palazzo Cenci, dove la sventurata Beatrice visse prima della sua esecuzione. I prezzi sono alti e le tracce della barbarie dovunque. Sulle terrazze i mastelli con gli oleandri marciscono cedendo ai fiori bianchi e rossi; i quali vorrebbero volare via, giacché non riescono a tener testa all’odore di sporcizia e decomposizione che rende il passato più vivo dei monumenti.

A Roma ho visto nel ghetto che non bisogna lodare il giorno prima della sera. Ma nel giorno dell’espiazione a ciascuno sarà perdonato in anticipo per un anno. In una trattoria vicino alla sinagoga la tavola è apparecchiata, e i pesciolini rossastri del Mediterraneo sono serviti con uva passa e pinoli. I vecchi si ricordano degli amici che furono pagati a peso d’oro; quando furono riscattati, i camion partirono lo stesso, e loro non tornarono più. Ma i nipoti, due ragazzine in gonne rosso acceso e un bambino grasso e biondo, ballano in mezzo ai tavoli e non staccano lo sguardo dai suonatori. “Suonate ancora!” grida il bambino grasso e sventola il berretto. Sua nonna accenna un sorriso, e quello che suona il violino diventa molto pallido e salta una battuta.

Ho visto a Campo de’ Fiori che Giordano Bruno continua a essere bruciato. Ogni sabato, quando smantellano le bancarelle intorno a lui e restano solo le fioraie, quando la puzza di pesce, cloro e frutta marcita va disperdendosi sulla piazza, gli uomini raccolgono sotto i suoi occhi i rifiuti che sono rimasti dopo che di tutto è stato fatto mercato, e danno fuoco al mucchio. Di nuovo si leva il fumo, e le fiamme mulinano nell’aria. Una donna grida, e gli altri gridano con lei. Dato che nella luce forte le fiamme sono incolori, non si vede dove arrivano e dove cercano di colpire. Ma l’uomo sul basamento lo sa e perciò non ritratta.

[…]

Biografia di Ingeborg Bachmann:

http://www.geocities.com/mellowsoundx/inge-bachmann-bio.htm

FRANCISCO DE QUEVEDO y VILLEGAS

La filosofia, la storia, la poesia, le lettere.
Permettono a chi le ama, ad ognuno che ne abbia voglia, di sapere le cose, di farsi un’idea della realtà.

La verità non è mai una sola. 
La Verità appartiene a Dio,
o a chi si proclama profeta,
o al dittatore al balcone, 
o a quello in tivvù.
O al filosofo falso e saccente, 
o all’ignoranza proclamanta Santa.

La verità ha mille sfumature,
duemila colori, diecimila nomi.
La verità appartiene agli uomini
che non possono mentire.

A Roma sepultada en sus ruinas / A Roma seppellita in sue rovine 

Buscas en Roma a Roma, ¡oh, peregrino!,
y en Roma misma a Roma no la hallas;
cadáver son las que ostentó murallas,
y tumba de sí proprio el Aventino.

Yace donde reinaba el Palatino;
y limadas del tiempo, las medallas
más se muestran destrozo a las batallas
de las edades que blasón latino.

Sólo el Tibre quedó, cuya corriente,
si ciudad la regó, ya, sepultura,
la llora con funesto son doliente.

¡Oh, Roma!, en tu grandeza, en tu hermosura,
huyó lo que era firme, y solamente
lo fugitivo permanece y dura.

D. Francisco de Quevedo y Villegas
(Madrid, 1580 – Villanueva de los Infantes, 1645)


Tu cerchi Roma a Roma, o pellegrino!

E in Roma stessa Roma più non trovi;
son cadaveri i muri che eran nuovi,
e tomba di se stesso è l’Aventino.

Giace dove regnava il Palatino;
e corrose dal tempo, le medaglie
mostrano più rovine di battaglie
del tempo andato, che blason latino.

Solo il Tevere resta, e la corrente
che la città bagnò, qui, sepoltura,
la piange con funesto suon dolente.

Oh Roma! In tua grandezza bella e pura
fuggì quel che era fermo, e solamente
il fuggevole sta, rimane, e dura.

traduz. dallo spagnolo di Marco Boccaccio

STAGIONE OPERISTICA DELLA REPUBBLICAINDIPENDENTE

Il FLAUTO MAGICO
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Trama – Atto I
L’azione si svolge in una zona che per alcuni aggettivi sembra l’Egitto, trasfigurato in una dimensione fantastica e fiabesca.Il principe Tamino sta fuggendo da un serpente e gli vengono incontro le tre dame della regina della notte per aiutarlo. Le dame lo presentano alla regina della notte, Astrifiammante, che lamenta il dolore per la scomparsa della figlia Pamina, rapita dal malvagio Sarastro. Tamino, affascinato da un ritratto della giovane, decide di andare con l’uccellatore Papageno a salvare la principessa. Le Dame consegnano a Tamino un flauto magico e un glockenspiel (carillon) fatato a Papageno. Tamino e Papageno si incamminano verso il Tempio di Sarastro, sotto la guida di tre ragazzi. Papageno giunge per primo al tempio e penetra persino nella stanza dove il perfido moro Monostatos tiene imprigionata Pamina. Papageno e Pamina, scacciando Monostatos, tentano la fuga. Tamino frattanto giunge di fronte a tre Templi (Natura, Ragione e Saggezza) e si confronta con un sacerdote che, oltre a smontare l’immagine di un Sarastro cattivo, pone domande a Tamino sul suo essere uomo. Tamino, sconcertato e disorientato, suona il flauto magico nella speranza di far comparire Pamina, invano. Trascinato da Monostatos, viene successivamente condotto al cospetto di Sarastro (alla presenza anche di Pamina), che lo libera e gli dice che, se vorrà entrare nel suo regno con Papageno, dovrà purificarsi. Tamino e Pamina si riconoscono e si amano da subito.
Mozart in Italia
« La nostra musica da chiesa è assai differente di quella d’Italia, e sempre più, che una Messa con tutto il Kyrie, Gloria, Credo, la Sonata all’Epistola, l’offertorio ò sia Mottetto, Sanctus ed Agnus Dei ed anche la più Solenne, quando dice la Messa il Principe stesso non ha da durare che al più longo tre quarti d’ora. Ci vuole uno studio particolare per questa sorta di composizione, e che deve però essere una Messa con tutti strumenti – Trombe di guerra, Tympani etc. »
(Wolfgang Amadeus Mozart da una lettera in “italiano” di Amadé al molto Rev.do Pad.e Maestro Giovanni Battista Martini, spedita da Salisburgo a Bologna, il 4 settembre 1776)
Dal 1769 al 1773 Wolfgang viaggiò con il padre per l’Italia, in varie riprese, soggiornando a Torino, Milano, Verona, Venezia, Bologna, Roma e Napoli.
I soggiorni milanesi diventeranno una importante esperienza formativa: Mozart (chiamato “Volgango Amadeo”) rimarrà a Milano complessivamente per quasi un anno della sua breve vita. Incontrò musicisti (Johann Adolph Hasse, Niccolò Piccinni, Giovanni Battista Sammartini, Johann Christian Bach e forse anche Giovanni Paisiello), cantanti (Caterina Gabrielli) e scrittori (Giuseppe Parini, che scrisse per lui alcuni libretti).
Hasse rimase molto colpito dalle capacità del ragazzo, tanto che disse:
« Questo ragazzo ci farà dimenticare tutti. »
L’epistolario
L’epistolario di Mozart, noto anche per la giocosità scurrile delle lettere in esso contenute, è stato reso pubblico nella sua interezza solo in tempi recenti. Per curiosità se ne propongono alcuni estratti.
«Vedi, sono capace di scrivere in tutti i modi che voglio, elegante o selvaggio, corretto o contorto. Ieri ero di pessimo umore e il mio linguaggio era corretto e serio; oggi sono allegro e il mio stile è contorto e giocoso». A Bäsle.

«Oui, con quanto sentimento defeco sul tuo naso, così che ti coli sul mento». Alla cugina Maria Anna, chiamata affettuosamente Bäsle.
«Ieri ascoltammo il re scoreggione / Era dolce come torrone / E benché non fosse granché in voce / Rumoreggiava in modo atroce». Alla madre
«Sono dispiaciuto di sentire che Herr Abate Salate ha avuto un colpo apoplettico, ma spero che con l’aiuto del Signore Truffatore le conseguenze non siano un insano pantano» (
1777 – Qui si nota chiaramente la diffidenza che Mozart provasse per la religione, e la comica irriverenza con la quale era solito apostrofarla).
«Ora le comunico una notizia che forse saprà già: quell’ateo e arcibirbone di
Voltaire, è morto come un cane. Che ricompensa!» lettera al padre Leopold (1778).

Lasciò Milano il 15 marzo 1770, per tornarci più volte. Arrivato a Lodi, sulla strada per Parma, scrisse le prime tre parti, Adagio, Allegretto e Minuetto, del quartetto KV80, completato con il Rondò che scriverà più tardi, forse a Vienna (1773) o a Salisburgo (1774). Tornerà a Milano per rappresentare le sue opere liriche. L’ultima a debuttare in un teatro italiano fu il Lucio Silla, nel 1772.
Un altro importante soggiorno fu quello di Bologna (in due riprese, da marzo ad ottobre 1770). Ospite del conte Gian Luca Pallavicini, ebbe l’opportunità di incontrare musicisti e studiosi (dal celebre castrato Farinelli ai compositori Vincenzo Manfredini e Josef Mysliveček, fino allo storico della musica inglese Charles Burney e padre Giovanni Battista Martini). A Parma ebbe l’occasione di assistere ad un concerto privato della celebre soprano Lucrezia Agujari, detta La Bastardella.
Amadeus prese lezioni di contrappunto da padre Martini e sostenne l’esame per l’aggregazione all’Accademia Filarmonica di Bologna (allora titolo ambitissimo dai musicisti europei). Il difficile e rigido esame dell’ancora giovane Mozart non fu particolarmente brillante, ed esistono prove del fatto che lo stesso Martini lo abbia aiutato in sede d’esame per favorirne la promozione. A Roma Mozart dà una straordinaria prova del suo genio: ascolta nella Cappella Sistina il Miserere di Gregorio Allegri e riesce nell’impresa di trascriverlo interamente a memoria dopo solo due ascolti. Si tratta di una composizione a nove voci, apprezzata a tal punto da essere proprietà esclusiva della Cappella pontificia, tanto da essere intimata la scomunica a chi se ne fosse impossessato al di fuori delle mura vaticane. L’impresa ha i caratteri dello sbalorditivo, se si pensa all’età del giovanissimo compositore e alla incredibile capacità mnemonica nel ricordare un brano che riassume nel proprio finale ben nove parti vocali.Dopo tale impresa i salisburghesi si recarono a Napoli, dove soggiornarono per sei settimane e dove la proverbiale scaramanzia partenopea additava all’anello che portava il compositore al dito la genesi delle sue incredibili capacità musicali, tanto da costringerlo a toglierselo.Ma a parte la scaramanzia, Napoli nel 1770 era la Capitale della Musica oltre che quella di un Regno, e i Mozart ebbero modo di sondare il terreno della produzione musicale napoletana. Amadeus era attratto dagli innovatori della musica a Napoli Traetta, Cafaro, Ciccio De Majo e principalmente Paisiello. Come riporta Pasquale Scialò nel suo volumetto Mozart a Napoli – Alfredo Guida Editore ISBN88-7188-092-7 – Da Paisiello secondo Albert, il giovane Mozart doveva apprendere diversi aspetti”[…] sia per i nuovi mezzi espressivi sia per l’uso drammatico-psicologico degli strumenti.( Hermann Abert, Mozart la giovinezza 1756-1782, Milano il Saggiatore, p.187). Mozart a Napoli viene ad imparare, nonostante i positivi riscontri a Bologna e a Roma, la Città lo ignora. Ferdinando IV di Borbone all’epoca diciottenne, non lo riceve a corte se non in una visita di cortesia presso la Reggia di Portici. Nessuna scrittura nei Teatri napoletani nessun concerto alla corte della Capitale della Musica. La qualità e la quantità della musica prodotta a Napoli induce il padre Leopold in una lettera al figlio del 23 febbraio del 1778 ad affermare: Adesso la questione è solo: dove posso avere più speranza di emergere? forse in Italia, dove solo a Napoli ci sono sicuramente 300 Maestri […] o a Parigi, dove circa due o tre persone scrivono per il teatro e gli altri compositori si possono contare sulle punte delle dita? Il viaggio di ritorno verso la casa natia iniziò con una nuova sosta a Roma, dove Papa Clemente XIV gli conferì lo Speron d’oro. Indi ripartirono passando per Bologna, dove come detto sopra, Mozart sostenne l’esame all’Accademia, e giunsero poi a Milano dove Wolfgang sperò di rimanere come compositore di corte, ma le sue aspettative furono frustrate da Maria Teresa d’Austria . A marzo del 1771 i Mozart tornarono a Salisburgo dove vi rimarranno fino ad agosto, quando ripartiranno per un secondo viaggio in Italia, di quattro mesi.A Milano in ottobre viene rappresentata l’opera Ascanio in Alba su libretto di Giuseppe Parini per celebrare le nozze dell’Arciduca Ferdinando d’Asburgo-Este d’Austria con la Principessa Maria Beatrice Ricciarda d’Este di Modena.Nel dicembre dello stesso anno Wolfgang con suo padre torna nella città natale.Il terzo e ultimo viaggio in Italia durò dall’ottobre del 1772 fino al marzo del 1773, periodo in cui di rilievo è la composizione e la rappresentazione dell’opera Lucio Silla a Milano. Dopo un iniziale insuccesso, questa opera seria divenne ancora piu rappresentata e apprezzata della precedente e applaudita Mitridate, re di Ponto, su libretto di Cigna-Santi basato sull’omonima opera francese di Racine tradotta dal Parini, e diretta dallo stesso Mozart per la stessa città nel 1770.