P.

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foto by Pierperrone

La mia storia è la storia di tutti, di ognuno, una storia comune.
Mi chiamo P.
P. come Pinocchio.
Come nome, magari, non è un granchè e, certo, potrebbe essere poco convincente, per un personaggio di una storia.
Ma non potevi inventarlo con un nome completo, dirà qualcuno.
Si, saggio.
Consiglio saggio.
Ma non abbastanza, in fondo.
A pensarci, P. è un nome completo ed è il nome giusto per il personaggio di una storia così, una storia come tante altre, la storia di ognuno.
Che è, sarebbe, come dire, anche, la storia di tutti.
Si, perchè, nelle storie, i personaggi veri, quelli grandiosi, eroici, unici, esemplari, quei tipi di Individui che la Storia conosce una volta soltanto, insomma, quelli che, da Achille ed Ulisse, su su, fino ai giorni nostri, hanno riempito i romanzi, le poesie, le tragedie, di contenuti universali, eppure al tempo stesso esclusivi, modelli per tutti, ma comportamenti soltanto individuali, ecco, insomma, per raccontare davvero la storia di tutti, nelle storie, ormai, si può usare solo un nome così.
Un nome che serve soltanto a porre un soggetto al centro di una frase e, di tante frasi che fanno una storia, trovare un bandolo che conduca dentro una grammatica comprensibile nel linguaggio di un racconto.
Ma, invece, i contorni di un personaggio, in una storia che deve essere la storia di ognuno, o, che è dire lo stesso, la storia di tutti, devono per forza essere sfumati, sfuocati, dire qul poco che basta, il minimo indispensabile.
Non una lettera di più.

Così, sono nato io.
P.
P., con il punto.
Che è una stampella, un appoggio.
Oppure, soltanto un vezzo, non so.
Un ghirigoro.
Un lezioso capriccio, un ciuffo minimalista d’inchiostro.
Insomma, io, P.
Mi ha fatto nascere un autore sconosciuto.
Uno scrittore senza fama, senza precedenti, insomma, si, anche lui uno senza nome.
Uno scrittore che non ha mai scritto, anzi pubblicato, è un signor nessuno.
Proprio il padre adatto per un personaggio con un nome così.
Un figlio di N.N.
Non Noto.
Un figlio N.N. di padre N.N.
E’ proprio perfetto.
E’ l’attacco ideale per raccontare una storia ideale.
Una storia perfetta.
La storia di ognuno.
La storia di tutti.
Si, perchè, ognuno, come tutti, uno come ognuno degli altri, ha sempre, comunque, una storia.
Anche se gli scrittori non se ne occupano.
Quelli importanti, almeno.
E compaiono soltanto come protagonisti, per lo più involontari, degli articoli sui giornali.

A dire il vero, non sono il primo venuto al mondo così, con un nome sincopato che pare venuto fuori dal colpo secco di una ghigliottina letteraria.
Non faccio nomi – ovviamente, come potrei! – ma c’è sicuramente qualche nobile caso della letteratura, già dagli inizi del ‘novecento.
Un caso, almeno, quello che io ricordo, un mio lontano parente europeo, molto fortunato, in termini di successo letterario.
Era stato destinato all’oblìo dall’autore morente, affidato, come manoscritto che sarebbe dovuto essere arso nel fuoco d’un caminetto purificatore, nelle mani di un amico fedele, risultato, però, alla fine troppo generosamente legato al desiderio di regalare al mondo il ricordo d’una storia esemplare, d’un autore immortale, d’un romanzo, sì, incompiuto, ma sicuramente universale parabola della colpa di esistere.
Insomma, si, pur trattandosi della storia d’un mio lontano avo, nato senza un vero nome proprio ed una collocazione precisa nella storia del mondo, purtuttavia non si può negare che proprio il racconto del suo universale sfortunato destino abbia finito per far diventare quel K. il personaggio che raccoglie le colpe di tutti, quindi, una specie di Cristo moderno.
Colme si vede, a dispetto d’un nome pure carente di qualsivoglia sporgenza individualista, è stata la storia di quel tale a fare diventare quel personaggio il vero protagonista della tragedia dell’Uomo.
E, quindi, a meno di non voler credere davvero che la vita dell’uomo – non dell’Uomo, badate un pò bene – è solo un’immane tragedia, allora, la storia di K. resta all’interno di quel novero di personaggi che hanno qualcosa di unico, di esclusivo, di eroico, di super-umano.

Io invece, io, P., sono un uomo qualunque.
Uno come ciascuno di voi.
Oh, beh, si, forse non proprio come ognuno di voi.
Togliamo, escludiamo quelli, fra voi, che sono nati per essere eroi.
Lo sappiano o no, lo abbiano già scoperto, o meno, quel tarlo nel loro destino, ecco escludiamoli pure.
Ed escludiamo, anche, tutti gli altri casi dei tipi straordinari, eccezionali, quelli che sono pronti, lo sappiano o no, a lasciare un segno nel tempo, non fosse che per il breve tempo della memoria dei propri contemporanei, e/o anche un poco più in là.
Ecco, togliamoli pure.
Facciamo il conto.
Quanti ne abbiamo contati?
Si un certo numero, certo.
E vorrei essere anche un pò più generoso.
Vediamo, aggiungiamo, in sovrabbondanza, anche un poco di arrotondamento a quel numero, in eccesso e in difetto.
E quindi, anche quelli che non sappiamo riconoscere bene.
Ok.
Bene.
Adesso, proviamo a guardare cosa è successo.
Da un lato ci stanno tutti gli eroi (li chiameremo così solo per conveniente economia di parole, ma tanto, per dire con una sola parola quei casi che abbiamo più sopra descritto).
Una piccola moltitudine.
Ottimo.
Quelli non sono direttamente protagonisti della mia storia.
Oh, si, indirettamente, certo, lo sono anche loro, ma questo lo si capirà meglio soltanto un poco più avanti.

Adesso, invece, guardiamo dall’altra parte.
Chi ci è rimasto?
Ci è rimasto qualcuno?
C’è qualcuno che non si è sentito chiamato a far parte di quel numero di piccoli e grandi eroi della storia?
Si?
Si?
Si, sento che s’alza una voce potente, un boato.
La voce d’una massa sterminata di signori che ben si potrebbero chiamare nessuno.
Ma poichè non sono affatto dei signori nessuno, perchè sono al mondo, hanno, per esempio, una vita, dei genitori, e dei figli, e fratelli e sorelle, ecco, quella sterminata massa d’innumerevoli figli del mondo con nomi a cui basta anche soltanto una P. senz’appigli, ecco, anche loro hanno bisogno di qualcuno che li rappresenti, in un racconto, senza forzarne il carattere schivo, l’apparenza eterea di fantasmi incarnati.
Milioni e milioni di destini sottomessi al giogo di stare al mondo ogni giorno, di far girare la terra dall’alba al tramonto, di spingere, senza sosta, l’orbita attorno al sole, per non fare fermare il ciclo senza fine della vita che ha bisogno di andare, continuamente, avanti, senza sapere bene neanche dove o perchè.
Ecco, per quelli senza nome, per quelli che la morte li strappa alla vita senza lasciare nemmeno una traccia, per tutti quelli che vengono dal più profondo del tempo immortale, e vanno, vanno, sempre, e si spingono, sempre più avanti, ogni giorno, fin nelle profondità più vaste, infinite, della fine del tempo mortale, ecco, per tutti quelli che sono uomini, come me, ecco, per loro, ecco la storia di P.

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P. (come Piacere) p. 2

Photo by Pierperrone (in Zurich)
Photo by Pierperrone (in Zurich)

Ma…
Ma se s’interroga, P., non sa dire se è davvero un uomo felice.
La sua vita, una vita così regolare, gli consente di respirare, di sentire il battito regolare del cuore, quando viene sottoposto all’elettrocardiogramma di controllo, una vita senza malesseri, senza malattie, con gli occhi aperti quanto basta per evitare i pericoli.
Si.
Certo.
P. non può negare di provare sollievo, di essere grato, di nutrire affetto, quasi, per le regole che gli permettono di agire senza commettere errori, per i limiti che si pongono come argini alla vita e che gli impediscono di fare scelte sbagliate,per gli obblighi… che lo tengono sulla retta via, lo mantengono sulla strada della salvezza.
Ma, soprattutto, i divieti.
P. prova, per i divieti, odio e amore.
Un odio ed un amore sviscerati.
In fondo i divieti gli sembrano equivoci, sconci.
Promettono qualcosa per poi negarla subito dopo, nell’istante stesso in cui nasce il desiderio.
Il divieto impedisce che il desiderio si tramuti in errore, in colpa, in peccato.
Il divieto è la più efficace forma di prevenzione che impedisce di commettere qualsiasi trasgressione nei confronti delle regole costituite, per i limiti imposti, per gli obblighi da onorare.
Ma il divieto, ponendosi come barriera contro il desiderio di agire conformemente ad una legge sbagliata, si scontra con il desiderio, lo fonda, lo costituisce, lo determina.
E’ dal divieto che nascono sia il desiderio di trasgredire agli ordini imposti dalla vita che la volontà di restare fedele ai propri comandamenti!
Ma…

Ma anche dentro tanta devota e mansueta acquiescenza alla vita dagli altri, qualcosa s’agita.
Torbido.
Opaco.
Il Desiderio.
La Trasgressione, si agita.
L’altra faccia del mondo, si mostra e si nasconde.
E’ il lato oscuro dell’esistenza.
Il Male, qualsiasi significato possa avere una parola come questa.
L’animo di P., quindi, ha i suoi vortici, le sue turbolenze.
Parlo dell’animo.
Si.
Non parlo del corpo.
No, certo.
Che anche quello, il corpo, reclama la sua parte, neanche si può nascondere un fatto così.
E infatti, occorre dirlo, P. è grasso, grosso, obeso. Oltremisura.
Dovrebbe alimentarsi, lo sa, P., quello che dovrebbe fare, dovrebbe solo nutrire il corpo, soddisfare solamente il bisogno di sostenersi.
Come un uccellino si tiene leggero per sostenersi in volo, leggero, là, in alto nel cielo.
E invece P. cede e si concede ai morsi irrefrenabili d’una fame innaturale.
Una fame insaziabile.
La fame che tutti gli uomini del mondo dovrebbero saziare per sfamare il loro sozzo appetito.
E per saziare tanta fame, essi si servono, tutti, della stessa, vorace, bocca senza fondo di P.
E P., in effetti, è grasso, oltremodo, pericolosamente, immoralmente…

Il Male, per P., è solo un’ombra.
Un’ombra appena velata che si nasconde ancor prima di esporsi alla luce.
Si manifesta implicitamente, di nascosto, in modo subdolo, sfuggente.
Prende i panni, le sembianze, le forme del più piatto conformismo.
Basta adattarsi.
Appiattirsi.
Obbedire agli obblighi o sottostare ai divieti.
Quanto piacere, prova nell’adempiere a questi doveri!
E quanto più sono assurdi, quanto più stanno lì, quanto più si frappongono e sbarrano il passo al libero agire, tanto più è intenso il piacere di soggiacere!
Ma questo piacere è un piacere solo ipotetico, involontario, inconsapevole, inconfessabile.
Si, perchè quel piacere si costituisce solo se il dovere si frappone al libero agire.
E lui, P., il libero agire, P., non lo concepisce nemmeno!
E neppure l’arbitrio, la volontà, la coscienza, verrebbe da dire.

Il piacere.
Strana parola, per P., quella.
Il Piacere.
E cos’è, mai, questa cosa così?
Il piacere?
Cosa altro è il Piacere se non il piacere di vivere senza farsi domande, senza mostrarsi, senza apparire, senza rendersi neppure visibile, o farsi persona, entità, o cosa?
Eppure un brivido terribile attraversa l’animo di P., a tratti.
Scosse di desiderio.
Movimenti sussultori profondi.
Sommovimenti tellurici che scuotono le profondità dell’intimo.
Ma che non provocano crepe, danni, crolli, in superficie.
E’ il desiderio.
Lama sottile, abrasiva e tagliente.
Che lacera.
Dentro.
Dove non giunge la protezione della Legge che inibisce l’azione e impedisce alla Volontà di formarsi.
Un tarlo.
Che lavora.
Consuma.
Macera.
Quotidianamente.
Ogni minuto.
Attimo per attimo.
Anche se P., questa cosa così, non la sente.
P., una malattia così grave non immagina neanche di averla presa.

L’animo di P. vive all’ombra di quell’ombra.
All’ombra… dell’ombra invisibile del Male.
Lui, P., questa cosa così, neanche se l’immagina possibile.
E poi, proprio a lui, a P., un uomo perfetto.
Figurarsi.
Si ucciderebbe all’istante.
Mai, il dubbio ha sfiorato la sua mente pura e innocente.
Ma, si sa, il Male è subdolo e invisibile.
Agisce di nascosto, si confonde nell’oscurità.
Nel buio.
Dove è il regno delle Tenebre.
Forse è per questo che P. ama tanto stare sveglio di notte.
Per scorgere il Male.
No, non si può chiamarla una forma d’insonnia.
E’ proprio una forma di piacere proibito.
Un altro, un uomo qualunque, uno imperfetto, preferirebbe passare la notte cercando altri piaceri. Gioie diverse, perverse.
L’infamia.
Il delitto.
Il sesso proibito.
Lui, invece, lui, P., l’uomo perfetto, al contrario, ama il Sublime.
Oltre l’abisso d’ogni possibile carnalità.
Là.
Nel regno profondo della nera Notte più insonne.
Là, dove la seta e i merletti sensuali del desiderio di agire si sfibrano nel piacere dell’annullamento totale della volontà.
Là, il corpo deve cedere alla lotta e affidarsi alle mani predone dell’Obnubilazione.
Il vero piacere, per P., è la resistenza permanente che dura tutta la notte.
E’ come un’interminabile notte di amplessi.
E’ consumato, P., al mattino, dopo la strenue lotta notturna.
Lotta fra la crudele volontà di agire e la santa resistenza passiva.
Il cedimento al piacere sado-masochistico dell’annientamento.

Il Male sa assumer le forme più strane.
P. ama più d’ogni cosa la musica.
E’ una vera ossessione.
Una malattia alla quale non riesce a sottrarsi.
Basta una melodia leggera, una di quelle che alla radio metterebbero noia, e nelle sue vene si scatena l’inferno.
Sussulta, palpita il cuore.
Batte subito il piede il ritmo indiavolato e rapìto.
Ma qui, si vede la pasta di cui è fatta la tempra di P.
Subitaneo, istintivo, oramai allenato da una vita, scatta il piacere di sottoporsi all’azione devastante del divieto assoluto.
Non è l’agire a governare la Legge.
Non è l’azione a rimettere l’Ordine.
Non è il movimento, la decisione, l’atto, il gesto, il moto.
No!
Cosa ci vuole a girare una manopola?
Quanto ci si impiega a scattare un pulsante?
O, addirittura, tirar via la spina dal muro.
No!
Sottrarsi, agendo, alla tentazione malefica?
Ecco l’oltraggio!
Il vero piacere sta nel sottrarsi al piacere del Male. Annullare il desiderio istintivo di battere il ritmo.
Annichilire la volontà di fischiettare il motivetto perverso.
Far finta di nulla.
Viver la Musica come la sinfonia del Silenzio.
Ecco.
Distrarsi.
Impedire alle note di penetrare nel sangue.
Anzi, di più.
Impedire alle vibrazioni sonore di entrare nel corpo.
Una forma di sordità volontaria.
Non è questa la vera vittoria dopo una lotta sfibrante?

P.

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

P.
La storia di P. è la storia di un uomo.
La storia di una vita.
La storia di una nazione.
La storia di un popolo.
La storia dell’intero genere umano.
Insomma, la storia di P. è la storia.
La storia con la esse minuscola.
La storia vera.
La storia che si fa Storia perchè è storia di tutti.

Raccontare la storia di P. è facile.
Si, facile, eppure difficile.
Molto difficile.
La sua storia è una storia comune, una storia come ce ne sono tante.
Una storia di uomo qualunque, uno niente di speciale, uno niente da dire.
Ce ne sono tanti, uomini così, che non hanno lasciato una traccia, nè un segno.
Vite che non hanno avuto altro da dire se non le registrazioni anagrafiche.
Nascita e morte.
Un matrimonio.
Qualche figlio da dichiarare e forse qualcuno da nascondere.
Un foglio matricolare.
Un certificato di malattia, comunque con prognosi breve.
Un estratto contributivo e una pensione modesta.
Insomma, un marmo rettangolare.
Con due date soltanto.
E una lacrima, ma questa non è sempre presente.

La storia di uno come P. è una storia che nessuno ha mai raccontato.
Una storia come questa non ha niente di speciale e per questo nessuno ha mai avuto interesse raccontare una storia così.
Eppure una storia che nessuno ha mai raccontato deve avere per forza qualcosa di speciale, un fascino particolare, una sorpresa da nascondere, una meraviglia, un segreto, un mistero…
E raccontare una storia così, non è, poi, così facile come sembra.
La storia di un uomo che non si mai fatto vedere dalla storia per non avere noie con nessuno, uno che si è tenuto sempre nascosto in mezzo ai tanti per non dover affrontare problemi con la vita, uno che non ha mai preso iniziative per non avere storie con il destino, ecco, una storia così, che storia è?
Si può dire che non offre molti spunti.
Non c’è una scia di tracce da seguire per descrivere la storia di una vita così.
E una storia così non lascia una scia di tracce dietro di sè, diciamolo.

Ma una storia così è la storia di un uomo come tanti.
La storia di un cuore che ha preso a battere, una notte, al ritmo dolcemente affannato di due corpi che si sono appena amati.
La storia di una vita che non è la storia di un animale randagio, la storia di un uomo non può essere niente, come la storia di un animale randagio.
Chi si sognerebbe mai di raccontare la storia di una animale randagio?
L’espressione stessa “storia di un animale randagio” è una specie di ossimoro, un nonsense: un animale randagio non scrive una storia, non lascia un segno nel tempo, non lascia una scia… se non per altre bestie randage in caccia di tracce…
La storia di un uomo è, a suo modo, unica, mitica, sacra.
La storia di un uomo è la storia di un mondo intero, di un universo pieno di sensazioni, di sentimenti, di senso…
E quindi non si può dire così facilmente “la storia di P. è la storia di uno come tanti”, “una storia che non lascia tracce”, “una storia senza storia”…

∼ ∼ ∼ ∼

P. è un uomo che ha già compiuto più dei due terzi del suo cammino.
Ma, come ogni uomo che si trova a quel punto, in special modo ogni uomo di oggi, questo lui non lo sa.
O, meglio, finge di non saperlo.
P. vive i suoi giorni come fosse sempre sulla sua rotta in mezzo al suo mare sconfinato.
Guarda poco le stelle, nella lunga notte.
Solo ogni tanto.
E solo quando si sente solo.
E allora, lassù, tra quelle stelle, cerca un pò di compagnia.
Ma non si sente perso nel buio.
I suoi occhi, al buio, sono abituati.

P. ha una famiglia, e un lavoro, e anche una coscienza, o, almeno, delle responsabilità.
Sono cose che contano, certo, ma, trattandosi di cose comuni, cose che hanno tutti, o quasi, sono cose che non bastano, da sole, a fare una storia particolare.
Allora si dovrebbe scavare di più, più in profondità.
Senza scavare lo spazio di una fossa, si deve comunque scavare.
E cercare qualcosa che, nella vita di P., valga davvero la pena di stare a raccontare.
Ma, a guardare bene, nella vita di P. non ci sono cose da raccontare.
Cose davvero speciali, P., non ne ha mai possedute.
Desiderate, si, forse si, qualche volta.
Ma magari senza neanche volere.
Poi, a parte i due, o tre, forse quattro episodi davvero salienti di una vita comune, comuni anch’essi, peraltro, alla vita di un qualsiasi altro P., o Q., o M., come che vogliamo chiamare i testimoni di questo nostro strano tempo che chiamiamo vita, insomma, a parte questi tre, o quattro o cinque eventi speciali, che devono essere speciali solo per P., poi, oltre questo, che altro c’è da raccontare davvero nella vita di un uomo?

La famiglia di P. è una famiglia come tante altre.
Una famiglia che potrebbe il modello di una una di quelle famiglie delle pubblicità televisive.
Pochi scossoni al tran tran quotidiano, il piacere di una vita modesta e tranquilla, regole sostanzialmente rispettate, più per quieto vivere che per sostanziale convinzione.
Figli, uno, o più, che importanza può avere un dettaglio così banale?
Comunque, figlio, o figli, maschietti col broncio ed ciuffo o femminucce con la gonnellina e il musino scontrosetto, sono loro che hanno dato le loro modeste soddisfazioni a quei genitori da catalogo.
Soddisfazioni così comuni che non vale neanche la pena di stare a raccontare in dettaglio.
Basta immaginarsi i piccoli orgogliosi sospiri che, come figli, abbiamo dato ai nostri genitori.
Comunque, devo dirlo chiaramente, per la famiglia, e per P. in particolare, quelle soddisfazioni hanno riscaldato i cuori più a lungo di una pur memorabile ma modestissima apparizione in televisione, ad un quiz, una sera soltanto, senza vinvite nè gloria.
Il quarto d’ora canonico di futile notorietà.
Come vogliono i cataloghi della sociologia contemporanea.
Ma niente, a confronto con le soddisfazioni, vere o immaginarie, di un figlio o due.

La moglie di P., la chiameremo per comodità solo R., è una donna concreta.
Bella abbastanza da rendersi conto che nella vita c’è anche un’estetica da rispettare, un ordine nell’abbigliarsi, un decoro nel vestirsi.
Sono gli obblighi di dover apparire al cospetto della società.
Bella, ma non troppo appariscente, in modo da poter condurre un’esistenza senza illusioni, senza grilli per la testa.
Un marito e l’onestà.
Tanto basta.
Persona intelligente, R., pratica, con i piedi per terra.
Si, R. si può definire, una persona solida.
capace di bilanciare i voli di tacchino che avrebbero spinto P. qualche volta, lontano da casa.
Ma non troppo lontano, poi, sarebbe andato, quest’uomo, invero, se il caso lo avesse lasciato andare, per caso.
Comunque, R. ha sempre vigilato.
Sulla vita di tutti i giorni come sul piccolo patrimonio di famiglia.

E sul patrimonio c’è da dire qualcosa.
Entrate mensili sicure, non eccessive, comunque superiori alle esigenze della spesa di tutti i giorni.
Gestione dei risparmi oculata.
Anche se le tempeste finanziarie planetarie, quelle che hanno scosso anche le economie delle nazioni più sviluppate, qualche segno negativo lo hanno fatto registrare.
Ma si è trattato solo di segni temporanei.
Segni che le onde del mare della tranquillità familiare hanno presto cancellato.
E’ restata la sabbia, liscia, lucida e levigata.
Un bel gruzzoletto messo da parte per chissà quale evenienza.
Un imprevisto.
Il domani.
Il futuro.

Una vita serena e tranquilla, in fondo, non lascia segni profondi sulla pagina.
Uno scrittore non intingerebbe la penna della sua ispirazione in un inchiostro così opaco.
Non potrebbe essere il contenuto, la vita di P., d’una gustosa commedia, o d’una tragedia sanguinosa, o d’un romanzo avventuroso.
Le emozioni più forti P. le ha conosciute nella sala d’un cinema, sognando, a sua insaputa, seduto nel buio, di dover partire per una viaggio senza meta… o qualcosa del genere.
Forse il cinema era solo la sala della televisione.
O forse la poltrona in salotto.
Ma cosa importa, se anche P. il suo sogno l’ha fatto?
Seppure malgrado le sue intenzioni, certo.
Ma s’è trattato pur sempre d’un vero sogno, fantastico!

Ma noi non stiamo, qui, a raccontare, mica, la storia d’un rattrappito sogno fantastico.
Abbiamo letto troppi capolavori per sapere che per raccontare davvero qualcosa si devono raccontare fatti fuori ordinanza.
E anche se la storia di P. rientra nei canoni d’una prevedibile storia ordinaria, c’è lambiccarsi il cervello per far uscire quanto di straordinario c’è in una storia come quella di P.
Se si viene educati per tutta una vita a condurre una vita così, dovrà pur esserci da qualche parta una fottuta ragione!
Prudenti, accorti, assennati.
Così, si vive.
Così, sono le migliaia di P., e di Q., o di M., tutti nostri fratelli, figli del mondo che sta fuori dalla nostra finestra.
Ma un uomo così, neanche sospetta d’essere un vero uomo così!
Anzi!

P. è nato formica.
Ape, forse.
Come si vuole.
Ape operaia.
Forse, formica solerte.
Comunque, bestiola pacifica.
Accorta.
Soprattutto obbediente.
Animale sociale, virtuoso.
Altamente collaborativo, fattivo, volitivo, assertivo.
Encomiabile ed encomiabilmente votato all’altare del sacrificio.
Come rinuncia richiede.
Ma, come ogni formichina sa bene, P. ha impiegato ogni suo giorno, ogni sua energia, a produrre.
Lavorare.
Lavorare indefessamente.
Lavorare fino a consumarsi.
Lavorare sempre, e senza sosta, è stata la vocazione assoluta di tutta la vita di P.
Interrogato, in realtà, non saprebbe neanche spiegarne la ragione, di una fatica così.
Questione di valori morali.
Forse, direbbe qualcuno.
Un moralista.
Selezione eugenetica.
Io credo.

Nel formicaio, pardòn, in società, P. riveste una funzione importante.
Nel grande condominio a sei scale, è stato caposcala per ben sei anni di fila.
Poi ha lasciato.
Per divergenze con un altro condomino.
Per non compromettere la sua pace interiore.
Per non avere scocciature.
E’ il comandamento primario di P.
P. ora viene guardato con rispetto da tutti.
Ma nessuno sa davvero cosa vuol dire la parola “rispetto”.
E poi, al lavoro, “signor ragioniere” suona cento volte rimbalzando per le stanze affollate dalle solerti formiche operaie al lavoro…
“Signor ragionere!”
“Si, dice a me, signore?”
“No, non a lei, signor P., resti pure seduto, cretino.
Dicevo al ragioniere laggiù.
Al signor S.
Al tavolo dietro di lei.
Ragioniere, S.! Si svegli!”

… …. …