DOMANI MATTINA

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Io posso solo immaginarlo da qui, quel momento.
La loro fuga, vista da qui, è dolorosa ma ingenua.
Quanto tempo è passato?
Trent’anni, o poco più.
Non sono ancora trentatrè.
Immaginata da qui, da questa quattro mura, quella fuga è romantica, ma piena di rabbia.
Immaginata da dietro alle sbarre, sembra lontana, antica, irreale.

Eppure io sono qui.
Io, che sono il frutto del loro peccato.
Io, che l’amore folle di due ragazzi innocenti, desiderò e volle.
Io, che fui concepito per mezzo di un angelo in camice bianco.
In mezzo ad una corsia d’ospedale, forse.
Oppure nell’ombra furtiva di una notte.
Un angelo che forse era solo un fantasma, oppure un complice, o una dolce creatura inventata da due innamorati pazzi d’amore.

Oggi sono qui, rinchiuso.
E domani, all’alba verranno a prendermi per darmi la mia croce.
Stasera, quando la luna si alzerà nel cielo, potrò ancora interrogarla.
Chiederle di raccontarmi la storia di mio padre e mia madre.
Sarà l’ultima volta.
Poi, il mio capo si reclinerà per sempre.
Giungerà la fine di tutto.
Il mio dolore cesserà, lasciando invece vivo, nelle carni loro, il loro nuovo grande dolore.

Che vita mai è quella che si nutre soltanto di lacrime amare?
Mia madre pianse, durante quel viaggio lontano.
Era stata respinta dal mondo.
La felicità d’un fiore era stata recisa.
Anche mio padre pianse, in silenzio, le lacrime d’un uomo ferito.
Un cane scacciato a sassate.
Un cane, geloso d’un angelo biondo, rimasto eternamente fedele al suo amore.
Che vita sarà, la loro, domani, quella vita a cui sarà stato reciso il primo fiore nato sul ramo più alto?

Stasera chiederò alla luna di parlarmi dei loro sogni d’amore.
Oggi il tribunale mi ha condannato e domani l’alba mi ruberà la vista per sempre.
Devo sbrigarmi a interrogare, in cielo, la sibilla d’argento.
Mi hanno preso perchè l’amore è una lingua che non si parla in questa terra ricca solo di guerra.
Qui la polvere s’innaffia solo col sangue.
Invece l’amore è un caldo fiume che rende fertili i cuori, ma fa dei soldati dei traditori codardi.
Ho insegnato il comandamento d’amore ai soldati che portavano il cuore chiuso dentro pesanti corazze.
I loro scudi erano duri e terribili le smorfie stampate sui visi.
Nere divise coprivano corpi nati già morti.

Il giudice oggi mi ha chiesto se mi ero mai professato Re dei Re.
Ogni uomo è re, se ama la sua donna come la regina di cuori.
Gli ho risposto che mio padre era un re, ed amava la sua regina di cuori.
Ed io, che sono figlio di re, certo, mi professo Re dei Re, nel Regno che verrà quando questo tetro regno di morte cadrà.
Allora hanno chiamato la guardia mi hanno legato alla colonna per farmi provare la misericordia terrena.
Bruciava sulla pelle, la lingua di fuoco di quella misericordia che la guardia mi vomitava addosso furiosa.
Non conosceva la pietà dell’amore quel demonio rabbioso.
La pietà che provai per lui fu infinita, e piansi lacrime amare.

Ti chiedo, ultima luna dolce serale, che sapore ebbero le lacrime di mia madre, quando pianse di gioia mettendomi al mondo.
Nelle orecchie non posso avere strilli più umani e più dolci di quelli che ho udito senza poterne serbare ricordo.
Lanciava certo al cielo, la mia povera giovane madre, gli striduli strilli acuti d’una partoriente straziata. Ma quelli, che non erano gli strilli d’una maledizione, giungevano alle orecchie di Dio come sospiri d’amore.
E allora perchè quel Dio non le ha restituito sospiri d’amore, ma solo bestiali promesse di pianto e dolore?
Domani piangerà lacrime asciutte, la mia povera madre.
Secchi resteranno per sempre i suoi occhi dolci d’amore, quando il mio capo si piegherà sotto il peso terribile d’una sovrumana croce insanguinata.
Domani bestemmierà il suo Dio in silenzio nel cuore.
Povera madre.
Povero Dio.

Non riesco, in questa ultima inutile ora che mi resta da vivere, a pensare più in là dell’inizio.
Non penso alla fine, no, quella non mi mette paura.
Tra queste mura mi sento al sicuro.
L’amore comanderà, quando cesserà l’era della guerra.
Scenderà dal cielo portato da uno stuolo d’angeli biondi in camice bianco.
Saranno felici e parleranno la lingua eterna degli amanti felici.
Felici come sono stati, fino ad oggi, mio padre e mia madre.
Li ho abbandonati per predicare la nuova lingua dell’Uomo.
Ma, generosi, hanno gioito in cuor loro, mentre piangevano sulla porta di casa.
Ed io, da lontano, ho parlato con loro ogni giorno.
Parole, dal mio cuore, d’amore, per due cuori colmi d’amore.

Non restranno vuoti, i loro cuori domani.
Ma seccheranno e sterili batteranno i rintocchi di campane stonate.
Come i loro occhi, pozzi insabbiati.
Ne ho incontrati tanti, sul mio cammino, di pozzi insabbiati.
Che non potevano saziare la sete del cuore.
Ma io mi dissetavo all’inseuaribile gorgogliante fonte d’amore.
Ed ho mostrato al giudice il punto in cui si trova, al centro esatto del deserto sabbioso, l’oasi più dolce che sazia la sete.
Ma il giudice non ha voluto guardare così lontano.
Ha preferito morire di sete.

Domani mattina mio padre maledirà il cielo per avergli dato un destino crudele, contro natura.
Non potrà ammettere che un giovane figlio rubi il posto alla morte prima di un vecchio demente.
E giurerà sul suo onore di non onorare più un dio tanto crudele.
Non saprà piangere altre lacrime che quelle di sangue.
E cercherà di tagliarsi le vene prima che quelle lacrime si facciano acqua.
Invocherà la morte e non guarderà mia madre morire di pianto sotto alla croce sulla quale mi avranno inchiodato.
Il giudice aprirà un’altra pratica nel suo tribunale meschino.
La guardia sputerà sangue e sudore sotto al calore del sole cocente.
E il cielo continuerà a gettare il suo indifferente sguardo sul mondo.
Solo tu, luna d’argento, che conosci la storia d’amore che diede inizio al mio viaggio, potrai raccontare agli uomini cosa vuol dire esser felici.
Raccogli la mia voce e portala a coloro che piangono ancora.