GIORNO DELLA MEMORIA 2019

Per far si che il giorno della memoria non sia un vuoto esercizio retorico, penso che sia necessario, in questo presente pop-fascita, raccontare la propria storia, per dichiarare senza mezzi termini chi siamo e con chi stiamo, con chi possiamo essere e con chi non saremo mai.
In questo presente pop-fascista i miserabili pagano la colpa di esistere e di essere poveri, di cercare un luogo in cui vivere e sfamarsi, nel quale lavorare per avere la dignità di uomini.

La storia dei miserabili è la storia di tutti coloro che sono nati nella miseria con un destino di miseria addosso e che, per sfuggire a quel destino di miseria, che li rende invisibili e senza dignità, si mettono in cammino lasciandosi dietro la madre, il padre, fratelli e sorelle, parenti, amici, villaggi, campagne, fatiche estenuanti, guerre e fame.
La storia dei miserabili, per esempio, oggi è la storia dei neri che rischiano di annegare nel Mare Nostrum – che dovremmo ribattezzare Mare Mort(i)um – e degli indios, e degli ispanici e dei caraibici, e dei miserabili bianchi della pampa o delle montagne sudamericane, che si ammassano alle porte dell’Europa o degli Stati Uniti, dove vivono uomini bianchi, ricchi, grassi, sazi, avidi, che voglio alzare muri per proteggere il consumo del superfluo che si ammucchia in immense discariche maleodoranti e contagiose…

Bene, cari bianchi, sotto il colore candido della nostra pelle si nasconde la stessa puzza della povertà da cui fuggiamo continuamente e la repulsione che proviamo per questo esercito di poveri Cristi che si affanna dietro i muri che vogliamo alzare è soltanto la paura, il terrore, che la povertà che si portano appresso come puzza che li accompagna sia pericolosa perchè contagiosa come la peste.
Bene, cari bianchi, siamo tutti uguali, figli, nipoti, eredi della stessa povertà, ladri di terra e dei suoi frutti, perchè, come me, e come te, e come ognuno degli altri di noi, siamo figli di padri che sono emigrati dal proprio paese d’origine per cercare un posto in cui costruire una casa e fare dei figli, e di madri figlie di famiglie emigrate in Paesi lontani, nelle città del Nord, nella Francia, nel Belgio, in Germania, in America, dove ci stanno gli Stati Uniti ma anche il Brasile, l’Argentina, il Venezuela…
Siamo figli, nipoti, eredi dei morti di fame che fuggivano dalla fame e dalla guerra cercando un destino nelle colonie dell’Africa…
Siamo figli, nipoti, eredi, ma sputiamo sui nostri padri e sulle nostre madri, sui nostri zii e sui nostri nonni, sulle nostre stesse storie di cui ci vergogniamo, come se la povertà fosse una lebbra, un cancro, un tumore da cui non si può guarire.
Cari fratelli bianchi pop-fasciti provo vergogna per voi.
Non siamo fratelli, siamo diversi.

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PAROLE INCISE (per la GIORNATA DEL LIBRO 2015)

o-URUK-facebook
Uruk, Possibly World’s First Metropolis – http://www.huffingtonpost.com

… Il messaggero aveva la “lingua pesante”, non era capace di ripeterlo (il messaggio)
poichè il messaggero aveva la “lingua pesante”, e non era capace di ripeterlo (il messaggio)

il Signore di Kullab (l’antica città di Uruk) impastò l’argilla e vi incise le parole come in una tavoletta;

– prima nessuno aveva mai inciso parole nell’argilla –

ora, quando il dio sole risplendette, ciò fu manifesto:

il signore di Kullab incise le parole come in una tavoletta, ed esse furono visibili…

(Testo tratto da “I SUMERI”, di Giovanni PETTINATO)

Queste, più o meno, sono le parole con cui è stata raccontata l’invenzione della scrittura dagli stessi inventori, l’antico popolo dei Sumeri. La scrittura erano “parole incise nell’argilla”. Il suono, il soffio, il respiro, il vento… il (la) ruah… Inciso come in una tavoletta. La forza del pensiero imprigionata nella materia per renderla visibile…

Il messaggero doveva portare il messaggio del potente Enmerkar, re di Kullab, l’antichissima Uruk, con il quale si intimava la resa al re della città di Aratta, oggi di collocazione incerta, ma certamente, secondo gli storici, situata sull’altipiano iranico, in Asia, nella porzione d’Oriente più vicina a noi. Uruk, Kullab, invece, si trovava in Mesopotamia, nella terra tra i fiumi Tigri ed Eufrate, dove sorse una delle civiltà più fulgide della storia dell’uomo, quella che diede la scrittura, la scuola, la storia all’umanità. Seppero incidere la parola nell’argilla e con questo mezzo seppero tramandare nel tempo le imprese umane, impedendo al racconto orale di scolorire fino a svanire con il tempo.

La parola proferita dal re di Uruk ed affidata al suo messaggero dalla “lingua pesante”, resa pesante dal fardello del lungo e difficile messaggio che doveva porgere al re di Aratta, era stata incisa nell’argilla. E, in quella forma resa eterna. Fu incisa nel fango argilloso cotto dal sole, dai sapienti scribi di Mesopotamia più di tre millenni prima dell’era cristiana. Oltre 5.000 anni fa! E, da allora, la voce di Enmerkar tuona possente ancora oggi.

…Enmerkar, il figlio del dio Utu, mi ha consegnato una tavoletta di argilla;
o signore di Aratta, esamina la tavoletta, apprendi il cuore della sua parola;

ordinami ciò che devo riferire riguardo al messaggio ricevuto.

Il signore di Aratta, dall’araldo,

prese la tavoletta lavorata artisticamente;

il signore di Aratta scrutò la tavoletta;

– la parola detta ha forma di chiodo, la sua scrittura trafigge -,

il signore di Aratta scruta la tavoletta lavorata artisticamente…

(Testo tratto da “I SUMERI”, di Giovanni PETTINATO)

Morale di questa storia:
Oggi, in quella terra baciata dal sole della conoscenza si sta diffondendo l’ombra della barbarie.
Ma ogni ombra è destinata ineluttabilmente a svanire quando la luce, alta, ricomincerà a brillare.
Così, la parola incisa nell’argilla resterà per sempre incisa nell’eternità.

GRANDE BELLEZZA

TUSCANIA - Chiesa di San PIetro, esterno - Photo by Pierperrone
TUSCANIA – Chiesa di San PIetro, esterno – Photo by Pierperrone

Dedico questo video alla Bellezza: in questa giornata della Terra 2015, mi sembra possa essere un bell’augurio.
Si.
La Bellezza e la Terra hanno molto in comune, specialmente se si pensa alla Terra come alla nostra grande Madre.
E, si sa, la Bellezza appartiene alla Madre.
Ad ogni madre.

Questo video è incompleto e anticipa il racconto di una storia che un giorno racconterò con le immagini giuste.
Si tratta del Caca anime.
Si è proprio questo il nome.
Il mostro infernale, il demonio che ingoia le anime dannate dei peccatori per evacuarle nella bocca insana dell’Inferno.
Questa creatura così tremenda non può che essere il soggetto di una immagine sacra, un affresco rinascimentale, dipinto sulla parete del transetto nella chiesa di Santa Maria Maggiore, a Tuscania.
Mi manca, adesso, questa foto, perchè in quella chiesa, che ho visitato più di una volta, non ho mai pensato di scattare una foto proprio a quel personaggio dipinto lassù.
Ma non lo conoscevo neppure, quel personaggio tremendo.
Finchè, l’ultima volta che sono entrato in quel luogo meraviglioso pieno di fascino antico e sacro, di storia, di bellezza, di semplicità, fascino anche un pò misterioso a causa dei pochi segni che, in fondo, la storia ha lasciato fra wuelle mura, ecco, è accaduto che l’ultima volta, un anziano signore, un volontario che teneva aperta la chiesetta ai piedi del colle su cui sorge l’antica cittadina, alle mie parole: “come va? viene gente a vedere la chiesa? E’ molto bella, sa? Sono venuto altre volte…”, ha cominciato a rispondere con un lungo racconto.
E si tratta di un racconto affascinante, magico, meraviglioso, come solo la storia di certi luoghi può essere…
Certamente abbiamo vissuto, alcune volte, quella sensazione un pò strana e un pò misteriosa che promana da certi luoghi speciali…
Una piazza di una cittadina medievale, perfettamente inquadrata fra mura antiche, sulle quali si è posato il tempo, stanco viaggiatore, o un antico monumento millenario, che ci racconta, con l’eco di voci ancestrali e parole di lingue ormai sparite, miti e storie di popoli che una volta furono potenti, e forti, e che oggi, invece, sono ricordati soltanto da depositi di memoria spesso polverosa, o un pallido volto di marmo, una statua, perfetta nella sua bellezza scavata e liscia, ma che improvvisamente sembra prendere vita e guardarci dritto negli occhi per confidarci qualcosa, una storia di dolore o di gloria, oppure un sacrifico estremo, o un atto di lotta eroica, titanica, oppure la bocca di un pozzo, scura e profonda, sulla quale, però, a ben guardare, aleggia sempre la sacrale aura della fertilità, la forza della vita che gorgoglia e scorre perenne nelle acque nascoste nelle viscere sotterranee della Grande Madre.
Ci sono luoghi da cui promana un’energia inspiegabile, come se in quei punti la Terra avesse nascosto i misteriosi principi con i quali, i maghi o i filosofi medievali, speravano di poter operare la trasmutazione del piombo in oro, di poter riconvertire la morte in vita, di poter attingere alle potenze ctonie o astrali…
Gli antichi uomini che hanno abitato prima di noi il tempo ci hanno lasciato tracce del loro passaggio e sogni, o desideri, o aspirazioni, o esorcismi della paura più tremenda, quella che tutto sia precario, transitorio, destinato a finire: molto spesso quei luoghi hanno a che fare con il sacro ed il divino, perchè spesso, il misterioso ed il magico sono solo nomi diversi del misterico e del rituale, l’incognito è il segreto e la rivelazione è la conoscenza…
Molti luoghi hanno questo fascino.
Molti luoghi esercitano questa attrazione.
Uno di questi è Tuscania.
La città dove si trova la chiesa di Santa Maria Maggiore, che accoglie l’affresco del Caca Anime.

L’anziano signore, alle mie parole, cominciò a raccontare la storia della chiesa di Santa Maria Maggiore, che guarda, dai piedi del colle, la chiesa maggiore, situata sulla sommità dell’altura, di San Pietro.
L’altare minore, pre-cristiano, che si trova a lato dell’altare principale sul quale si celebra il santo rito dell’Eucarestia.
Il battistero di pietra.
Il seggio vescovile.
L’anello in cima al seggio.
Anello, aureola, disco solare.
L’orientamento della porta della chiesa di Santa Maria Maggiore.
Lo sguardo fisso che lega le due chiese, dal basso all’alto e dall’alto al basso.
Il legame eterno che le unisce.
Il raggio del sole che suggella quel legame.
Il viaggio che il sole compie nel cielo e nel tempo.
Il muto sgomento dell’uomo che attende la Luce e teme le Tenebre.
La festa che accoglie la Luce e il lutto che accompagna le Tenebre.
Il legame che unisce la vita alla morte…
L’anziano signore ci ha raccontato, incantandomi, con la storia di quella chiesa e della città di Tuscania, una storia dell’uomo.
Storia della Terra.
E storia della Bellezza.
E, nell’incanto del racconto, non ho pensato di scattare tutte le foto.

Di quel racconto ho cercato le fonti, i dettagli, i resoconti di storici e archeologi, visto che quell’anziano signore era stato uno dei restauratori che aveva lavorato, fino alla pensione ormai maturata da tempo, nella chiesa per conto delle Soprintendenze competenti per conto del Ministero dei beni culturali, e, ormai, era soltanto un volontario che per quattro soldi ministeriali passava i fine settimana badando all’apertura della chiesa.
E le fonti, i resoconti, li ho trovati.
E in qualche modo li vorrei mettere in ordine.
Non so bene come fare, ma in qualche modo farò.
Intanto, però, devo ancora scattare le foto per illustrare a modo mio quella storia.
Ma fino all’estate è difficile che andrò fino a Tuscania.
Quindi per il racconto dovrò aspettare.
Ma, intanto, alcune foto di quella grande Bellezza le avevo scattate.
E ho pensato di dedicarle a questa giornata dedicata alla Terra.
Quella storia, come s’è capito, ha molto a che fare con questa giornata.
E allora… buona visione (impostare il video in alta definizione e a pieno schermo da youtube):

ECHI DELLA MEMORIA

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Dalla finestra, cara signora mia, non si vede più passare la gente perbene di una volta!
Eh, ha ragione, signora cara, non è più la stessa gente che passa sotto i balconi.
Me lo diceva sempre anche la signora del palazzo di fronte, la riccia nera, se la ricorda?
Si, si. Ma che fine ha fatto quella povera donna?
Uh, sapesse, signora mia, che brutto guaio ha passato, quella povera donna.
A parte il marito, che s’è infilato nel letto per non alzarsi più, neanche dinanzi al prete per l’estrema unzione.
Quel pover’uomo, così giovane! E che malattia aveva?
Eh, beh sa, nessuno lo sa dire con certezza, solo, la signora ha parlato di un brutto male. Ma quello, il marito, stava messo proprio male, da tanti anni, aveva fatto la guerra, ed era tornato che non era più lo stesso di quando era partito.
Beh, ma dopo la morte del marito, la povera signora, neanche aveva dismesso il lutto e già aveva un moscone che gli ronzava intorno. Un bel tipo, giovanile. Ma senza una lira, senza un soldo. Voleva solo sfruttare la situazione.
Che brutta storia! Ma che mi sta raccontando?
Eh, sapesse, i guai, nella vita, non finiscono mai. Nessuno si può fare maestro. Nessuno nasce imparato. E bisogna pregare Dio per avere la fortuna dalla propria parte. Insomma, la signora, con quel moscone intorno, aveva cominciato a litigare con la figlia, quella magra magra, con il colorito pallido emaciato, che sembrava una malatina appena uscita dall’ospedale. Ma un caratterino, pure, quella! Però sveglia, eh, signora, una ragazza veramente sveglia!
E allora? E cosa è successo?
Beh, quella, la ragazza, aveva anche lei un fidanzatino che gli faceva il filo, uno serio, un lavoratore, non uno sfaticato. Ma lo sa, oggigiorno di lavoro ce n’è poco, e quello doveva sudare sette camicie per portare a casa qualche lira alla fine del mese. Comunque, lui non c’entra, in questa storia.
E allora?
Ecco qua. Quella, la signora, quella rosa con il moscone appresso, s’era fatta abbindolare dal suo spasimante. Si credeva d’essere diventata una fatalona, con gli occhialoni scuri, l’abito nero del lutto, l’aria contrita… Ma sotto sotto… il moscone, con il suo pungiglione, gli faceva passare tutti i pruriti!!!
Eh, signora mia, ma che dite? Anche quella? Con il lutto ancora addosso? E poi, a quell’età! Che si va a prendere di fuoco per il bel giovanotto? E quello, il giovinn signore, che faceva, si prendeva la rosa già appassita? Non ne poteva trovare di più fresche nel giardino?
Avete ragione, signora mia, avete proprio ragione!!! E poi, pensate, che quei due, i piccioncini, la rosa col moscone, ogni giorno, quando scendevano a fare la passeggiata sul corso, si davano delle arie da grandi signori. Degli ereditieri! Entravano nei migliori negozi, si provavano un abito, un bracciale, un orologio… E uscivano sempre con dei pacchetti appesi alle mani. Che ve lo dico a fare? Quelli avevano cominciato a mangiarsi l’eredità quando il corpo del marito era ancora caldo… Lei, allora, così convinta di esser diventata una grandama, per la strada, cominciava anche a darsi le arie con gli altri giovanotti.
Ma cosa mi dite? Quella madonnina!?
Si. Tanto che il suo giovanile cicisbeo, lo spasimante, insomma il moscone, cominciava a mettersi paura di veder volar via la sua ape regina, di trovarsi di fronte ad altri calabroni, magari più prestanti di lui… voi mi capite, signora mia, si?
E come no? Quella la madama, adesso che aveva provato il gusto del miele, si pensava di poter fare l’ape regina nell’alveare della città!
Si. E’ così. Solo che, come si dice?, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. O meglio, signora, quello il diavolo prima li fa, e dopo li accoppia. Insomma, adesso finisco di raccontarvi il fatto.
E dite, dite, signora mia!
Si, ecco qua. Insomma, il signorino, quello, il moscone, cominciandosi a sentire geloso, sentendosi deriso, decise di tentare il tutto per tutto. Insomma, disse alla signora, così, a brutto muso, che si dovevano sposare, subito, appena finiti quaranta giorni del lutto. E che se qualche legge non lo permetteva, allora dovevano andare ad abitare insieme, more uxorio – oh, quello disse proprio così, chissà dove l’aveva imparata una cosa così, forse al catechismo, quando studiava per la prima comunione!!! Tutta la città avrebbe dovuto sapere che loro due erano una coppia felice e che, o prima o poi, avrebbero regolarizzato la propria situazione.
E allora? Che successe?
Uh, sapesse, signora mia. Innanzitutto, le scenate della figlia! E che, Mamma, diceva quella, mi porti un uomo in casa, qua, a me, che sono signorina e cerco ancora marito? E poi, tu, mammina, ma non ti rendi conto che quello sciagurato vuole solo i tuoi soldi? Anzi, no, non i tuoi, ma quelli di papà, che ancora non è neanche morto del tutto, e i soldi restano ancora i suoi finquando non muore veramente…
Povera figlia, quanto dolore!, signora mia. Dio, devi aiutarla, qualla povera ragazza.
No, ma aspettate, cara signora. Quella, la ragazza, l’aveva messa su contro la madre il giovinotto che gli faceva il filarino. Anche quello voleva assicurarsi la sua quota di eredità sicura.
Mamma mia, che gente, signora.
Eh, si, da queste finestre non si vede più passare la gente di una volta!
E poi? Com’è andata a finire, questa storia? Perchè non si vede più la più bella rosa della città?
Eh, sapesse! Una sera, mentre stavano litigando le due donne, mamma e figlia, arrivarono, da una parte, il moscone che voleva andare a mettere il pungiglione nel nettare saporito, e dall’altro il figurino di lavoratore sfortunato. Non vi sto a raccontare! Fu una vera tragedia. Una scalmana nel palazzo che tutto andò sottosopra. E alla fine dovettero arrivare i carabinieri. Era tutto sporco di sangue. Quattro morti. Quattro cadaveri. E neanche un povero Cristo a recitare un’ave Maria !
Madonna mia! Che tragedia! Ed io non mi sono accorta di niente! Dev’essere stato l’estate scorsa, quando sono andata a passare le vacanze al mare.
No, no, è stato l’inverno scorso. Prima di Natale.
Eh, allora, quando sono andata a trovare mia sorella che stava male! Che brutta storia!
Eh, io ve l’ho detto, da questa finestra non si vede più passare la gente bella di una volta!
Adesso vi devo salutare. Mi devo preparare, devo uscire, mi aspettano per la partitina di carte a casa della signora…
Ah, si, vi saluto anche io, allora. Devo scappare. Ho fatto tardi anche io. Devo andare, adesso, devo andare…

RICORDANDO EDUARDO

Eduardo De Filippo, PULCINELLA (clicca sull'immagine, oppure qui)
Eduardo De Filippo, PULCINELLA
(clicca sull’immagine, oppure qui)

Per ricordare Eduardo, che fu anche rappresentante delle Istituzioni Parlamentari, essendo stato nominato Senatore a vita dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini (ricoprì la carica dal 26 settembre 1981 all’11 luglio 1983), un documento storico.

Inoltre, non posso mancare di far sentire ancora una volta la sua voce, perchè è all’anima che parla, la voce di Eduardo, avendo, lui, un’anima parlante. Perciò, ecco la sua voce:

Ed infine, essendo il suo bel volto a me caro come pochi, ed essendo quel volto quello di un vero Pulcinella del popolo di Napoli, ecco anche il suo volto nella maschera napoletana:

LETTERA ALL’INDIETRO DEL TEMPO

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Ciao, Neil.
O devo chiamarti Tom, come il nostro amico David si è permesso di fare?
Scusami l’ardire, la confidenza.
So che sei molto indaffarato.
Le operazioni da compiere sono molte.
E la tua attenzione non può essere distratta da me.
Il rischio è grande, incalcolabile, forse, tremendo.
Da te dipende qualcosa di così grande che non io so neppure dargli un nome.
Ed ecco, è proprio questo, la mancanza della parola a darmi cuore di chiamarti, l’ardire di distoglierti dai tuoi compiti di uomo della storia.

O forse, davvero, è solo la diffidenza.
Si, il sospetto, il malfidato timore che siamo stati infinocchiati tutti.
Sono in molti, qui, sulla terra, a pensarlo.
Pochi, si, pochi hanno il coraggio di dirlo.
E soprattutto all’inizio, era solo qualcuno.
Inguaribili sciocchi, denigratori, seminatori di balle spaziali.
Ma col tempo sono aumentati.
Hanno girato film e registrato interviste.
I saggi dei presunti intellettuali del caso hanno la pretesa di aver dimostrato la falsità.
La bugia della tua impresa.
Il complotto contro il nostro grande sogno.
Si, potrebbe essere anche solo la diffidenza a darmi la forza di chiamarti, lassù.

Ma, in fondo, forse, mi fa parlare soltanto l’invidia.
Tu.
Solo tu.
Tu, il Primo.
Il primo Passo.
Tu e non io.
Io, quando, tu hai posato quel piede, là, nella soffice polvere, io ero soltanto un bambino.
Un bambino di dieci anni neanche compiuti.
Che veniva rimproverato ogni volta che mettevo le scarpette pulite nella polvere grigia.
Ma è con te che ho scoperto la verità della favole.
Sei tu che mi hai fatto credere ai sogni della vita andando a calpestare quella polvere grigia tanto lontana.
Io ero alla finestra, quella sera d’estate.
Forse la mia era una finestra speciale.
Non ricordo con esattezza, ma sono passati tanti anni da allora.
Tanti.
Tanti così che non mi ricordo neanche più bene.
Ma da quella finestra io ti ho visto passeggiare davvero lassù.
E, tante, tante volte, così tante che neanche puoi immaginarti quante volte ti ho visto, negli anni, Neil, calpestare la polvere grigia, lassù.

Si, perchè quella era una finestra che obbediva soltanto alle leggi scritte da me.
Su, Neil, non guardarmi così.
Neil, non sono matto, lo sai, non sono matto del tutto, almeno, io, a dire queste cose, stasera.
E poi, un pò matto, anche tu lo sei stato.
E forse anche più matto di me, certamente.
Solo un matto poteva tentare davvero un’impresa come la tua.
Tom?
Dici che posso chiamarti col nome nomignolo che David ti diede cantando la tua passeggiata spaziale?
Grazie, oh, si, grazie.
Ho sempre sperato di potere avere un amico davvero speciale come te.
Te, si.
E lui.
David, anche lui è un amico speciale, per noi, caro Neil, no?
Spero che accetterai la mia amicizia , ora, su Facebook.
Potremo scambiarci le foto dei sogni.
I tuoi sono grandi così, che non si possono nemmeno abbracciare.
Ma anche io miei sono grandi, lo sai? Sono davvero grandi così!
Io guardo la luna, spesso, lassù.
E mi emoziona, senza sapere bene neanche il perchè.
E che invidia mi fa ancora oggi la tua passeggiata sulla terra dei sogni!

Le ho scritte io, le leggi di quella finestra.
Si, come tu hai scritto le pagine di storia di quell’impresa fuori dal tempo.
Per questo noi due siamo davvero speciali.
Le conosci le leggi ho scritto?
La prima dice che da quella finestra si guarda soltanto il mondo che piace a noi due.
Il mondo dei sogni, del cuore, degli sconfinati spazi infiniti.
Questa legge, lo so, sono certo, puoi capirla bene anche tu.
Dalle finestrelle della tua navicella perduta nel mare dei cieli l’hai applicata anche tu.
No, non me l’hai rubata, no, stai tranquillo, amico caro del cielo.
Le leggi, quelle vere, quelle eterne, stanno scritte da sempre nel cuore dell’uomo.

La seconda legge dice che a quella finestra non si può mettere un vetro per fermare la mano che vuol prendersi i sogni che si sognano guardandoci dentro.
Tutte le altre finestre sono un inganno, un’illusione tremenda.
Vedi una cosa? La desideri? La vuoi?
Pensi che basta allungare una mano!
Ma, ecco l’inganno.
Alla fine ti manca sempre qualcosa.
C’è uno scudo, una barriera, un terribile ostacolo che t’impedisce di afferrare la felicità che volevi acchiappare.
Ecco, c’è un vetro.
Con la mia legge, invece, non può succedere una cattiveria così.
Certo, bisogna saper riconoscere i sogni veri dai falsi.
Perchè sta scritto che puoi afferrare solo i sogni che danno la vera felicità.
Ma anche che ci si deve affidare alle rotte sicure del cuore.
Così, stai certo, non puoi mai sbagliare, amico di tanti viaggi lontani.
Tu conosci quelle infallibili rotte.
Tu hai guidato, con mano sicura, quella meravigliosa navicella spaziale.

Non ho scritto altre leggi per regolare il funzionamento della mia finestra speciale.
No, non ce n’è stato bisogno.
Tu ci sei passato, no, l’hai visto?
Hai trovato mica qualche difficoltà?
Perchè, lo so, troppe leggi uccidono i sogni.
E gli assassini si meritano l’eterna prigione del mondo quaggiù.
Noi, invece, siamo liberi.
Possiamo anche andarcene quando vogliamo, a spasso lassù.

Adesso voglio salutarti, amico, avrai tante altre cose da fare.
Ho interrotto per un pò la tua missione spaziale.
Ma tanto che fa?
Due chiacchiere con un amico fanno sempre piacere.
Aspetto tue notizie dal mondo profondo dei sogni.
Tu, che hai calpestato la luna.
Prima di te c’erano arrivati soltanto sognatori e poeti.
Ma tu ci hai portato con gli occhi, tutti, lassù.
Passando dalla finestra.
E possiamo, ora, raggiungerti in fretta.
Ecco, questa era l’ultima legge che avevo creato.
Avevo quasi dimenticato di dirla.
Il tempo e lo spazio, da qui, non contano più.

LA SPINA DI BORGO

Roma, piazza S. Pietro (da: http://www.iloveroma.it/photogallery/sanpietrofoto/foto9.jpg)
Roma, piazza S. Pietro – ADUNATA DELLE CARROZZELLE (da: http://www.iloveroma.it/photogallery/sanpietrofoto/foto9.jpg)

Un documento veramente d’eccezione.
Il cuore di Roma come non c’è più…

MI DISPIACE: WORDPRESS NON CONSENTE DI CARICARE ALCUNI VIDEO PUBBLICI.
E’ UN LIMITE CHE NON MI PIACE.
E’ INUTILE.
PERCHE’ E’ STATO POSTO QUESTO LIMITE?
PROVVEDERO’ A POSTARE IL VIDEO SU FACEBOOK.

Ecco comunque il link al video:

http://video.repubblica.it/edizione/roma/quando-roma-cambio-volto-la-distruzione-della-spina-di-borgo/166640/165128

26 APRILE

GUERNICA - Pablo Picasso
GUERNICA – Pablo Picasso

26 Aprile.
Un giorno uguale agli altri.
Sabato mattina.
Oggi.
Sole tiepido, sbadigli, il tempo, piano, va.

26 Aprile.
D’improvviso sprofonda, il tempo, là, nell’ombra.
Ogni giorno, accade, mi dice, decrepito, ritorto su sè stesso.
Ogni giorno sprofondo in un vortice e gli uomini ritraggono lo sguardo.
Spaventati e ciechi. Ammutoliscono.

26 Aprile.
Guardo.
Con gli occhi attenti, guardo.
Mi do coraggio.
Indago.

26 Aprile.
Nel vortice sprofonda lo sguardo mio, nell’abisso oscuro.
Dove rutilano i giorni intorno a me, i mesi e gli anni.
Mi premono sul petto e quasi mi spezzano il respiro.
Si confondono, negli occhi miei, racconti e fatti.

6 Aprile.
Si confondono, col tempo che fugge indiavolato, le stupide stagioni.
E i fiori, che con esse germogliano e poi muoiono.
E’ la vita, che nasce con la morte attaccata al fianco.
Non la può lasciare andare.

26 Aprile.
Spuntano, i fiori, dalla terra bagnata di rugiada dolce.
Miele d’amore profumato.
Spuntano anche dalla terra ebbra di sangue, maledetti.
Volgari e indifferenti, figli d’un grembo che si concede a tutto.

26 Aprile.
Mattine di sole e pomeriggi bagnati dalla pioggia.
Vapori e tepori, e nubi e sogni.
Cristalli luccicanti, e stridule luci.
Pioggia, porta la vita, e una pesante lastra, vasta e mortale.

26 Aprile.
Mille e mille giorni senza memoria.
E poche, dolorose eccezioni al nulla.
Giorni distratti e giorni di vedetta.
Nuvole e cavalloni che si rincorrono.

Giocano?

Fanno sul serio?

In questo giorno, il 26 Aprile, accade questo. Io ho provato a raccontarlo.
Ognuno può, come sa.
In questo giorno, il 26 Aprile accadde anche questo. Provo a ricordarlo.
Ognuno può, come sa.

26 APRILE 1937
http://www.youtube.com/watch?v=kYpYlzfkPss

26 APRILE 1986
http://www.youtube.com/watch?v=6pNclc_o2HY