PAROLE INCISE (per la GIORNATA DEL LIBRO 2015)

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Uruk, Possibly World’s First Metropolis – http://www.huffingtonpost.com

… Il messaggero aveva la “lingua pesante”, non era capace di ripeterlo (il messaggio)
poichè il messaggero aveva la “lingua pesante”, e non era capace di ripeterlo (il messaggio)

il Signore di Kullab (l’antica città di Uruk) impastò l’argilla e vi incise le parole come in una tavoletta;

– prima nessuno aveva mai inciso parole nell’argilla –

ora, quando il dio sole risplendette, ciò fu manifesto:

il signore di Kullab incise le parole come in una tavoletta, ed esse furono visibili…

(Testo tratto da “I SUMERI”, di Giovanni PETTINATO)

Queste, più o meno, sono le parole con cui è stata raccontata l’invenzione della scrittura dagli stessi inventori, l’antico popolo dei Sumeri. La scrittura erano “parole incise nell’argilla”. Il suono, il soffio, il respiro, il vento… il (la) ruah… Inciso come in una tavoletta. La forza del pensiero imprigionata nella materia per renderla visibile…

Il messaggero doveva portare il messaggio del potente Enmerkar, re di Kullab, l’antichissima Uruk, con il quale si intimava la resa al re della città di Aratta, oggi di collocazione incerta, ma certamente, secondo gli storici, situata sull’altipiano iranico, in Asia, nella porzione d’Oriente più vicina a noi. Uruk, Kullab, invece, si trovava in Mesopotamia, nella terra tra i fiumi Tigri ed Eufrate, dove sorse una delle civiltà più fulgide della storia dell’uomo, quella che diede la scrittura, la scuola, la storia all’umanità. Seppero incidere la parola nell’argilla e con questo mezzo seppero tramandare nel tempo le imprese umane, impedendo al racconto orale di scolorire fino a svanire con il tempo.

La parola proferita dal re di Uruk ed affidata al suo messaggero dalla “lingua pesante”, resa pesante dal fardello del lungo e difficile messaggio che doveva porgere al re di Aratta, era stata incisa nell’argilla. E, in quella forma resa eterna. Fu incisa nel fango argilloso cotto dal sole, dai sapienti scribi di Mesopotamia più di tre millenni prima dell’era cristiana. Oltre 5.000 anni fa! E, da allora, la voce di Enmerkar tuona possente ancora oggi.

…Enmerkar, il figlio del dio Utu, mi ha consegnato una tavoletta di argilla;
o signore di Aratta, esamina la tavoletta, apprendi il cuore della sua parola;

ordinami ciò che devo riferire riguardo al messaggio ricevuto.

Il signore di Aratta, dall’araldo,

prese la tavoletta lavorata artisticamente;

il signore di Aratta scrutò la tavoletta;

– la parola detta ha forma di chiodo, la sua scrittura trafigge -,

il signore di Aratta scruta la tavoletta lavorata artisticamente…

(Testo tratto da “I SUMERI”, di Giovanni PETTINATO)

Morale di questa storia:
Oggi, in quella terra baciata dal sole della conoscenza si sta diffondendo l’ombra della barbarie.
Ma ogni ombra è destinata ineluttabilmente a svanire quando la luce, alta, ricomincerà a brillare.
Così, la parola incisa nell’argilla resterà per sempre incisa nell’eternità.

GRANDE BELLEZZA

TUSCANIA - Chiesa di San PIetro, esterno - Photo by Pierperrone
TUSCANIA – Chiesa di San PIetro, esterno – Photo by Pierperrone

Dedico questo video alla Bellezza: in questa giornata della Terra 2015, mi sembra possa essere un bell’augurio.
Si.
La Bellezza e la Terra hanno molto in comune, specialmente se si pensa alla Terra come alla nostra grande Madre.
E, si sa, la Bellezza appartiene alla Madre.
Ad ogni madre.

Questo video è incompleto e anticipa il racconto di una storia che un giorno racconterò con le immagini giuste.
Si tratta del Caca anime.
Si è proprio questo il nome.
Il mostro infernale, il demonio che ingoia le anime dannate dei peccatori per evacuarle nella bocca insana dell’Inferno.
Questa creatura così tremenda non può che essere il soggetto di una immagine sacra, un affresco rinascimentale, dipinto sulla parete del transetto nella chiesa di Santa Maria Maggiore, a Tuscania.
Mi manca, adesso, questa foto, perchè in quella chiesa, che ho visitato più di una volta, non ho mai pensato di scattare una foto proprio a quel personaggio dipinto lassù.
Ma non lo conoscevo neppure, quel personaggio tremendo.
Finchè, l’ultima volta che sono entrato in quel luogo meraviglioso pieno di fascino antico e sacro, di storia, di bellezza, di semplicità, fascino anche un pò misterioso a causa dei pochi segni che, in fondo, la storia ha lasciato fra wuelle mura, ecco, è accaduto che l’ultima volta, un anziano signore, un volontario che teneva aperta la chiesetta ai piedi del colle su cui sorge l’antica cittadina, alle mie parole: “come va? viene gente a vedere la chiesa? E’ molto bella, sa? Sono venuto altre volte…”, ha cominciato a rispondere con un lungo racconto.
E si tratta di un racconto affascinante, magico, meraviglioso, come solo la storia di certi luoghi può essere…
Certamente abbiamo vissuto, alcune volte, quella sensazione un pò strana e un pò misteriosa che promana da certi luoghi speciali…
Una piazza di una cittadina medievale, perfettamente inquadrata fra mura antiche, sulle quali si è posato il tempo, stanco viaggiatore, o un antico monumento millenario, che ci racconta, con l’eco di voci ancestrali e parole di lingue ormai sparite, miti e storie di popoli che una volta furono potenti, e forti, e che oggi, invece, sono ricordati soltanto da depositi di memoria spesso polverosa, o un pallido volto di marmo, una statua, perfetta nella sua bellezza scavata e liscia, ma che improvvisamente sembra prendere vita e guardarci dritto negli occhi per confidarci qualcosa, una storia di dolore o di gloria, oppure un sacrifico estremo, o un atto di lotta eroica, titanica, oppure la bocca di un pozzo, scura e profonda, sulla quale, però, a ben guardare, aleggia sempre la sacrale aura della fertilità, la forza della vita che gorgoglia e scorre perenne nelle acque nascoste nelle viscere sotterranee della Grande Madre.
Ci sono luoghi da cui promana un’energia inspiegabile, come se in quei punti la Terra avesse nascosto i misteriosi principi con i quali, i maghi o i filosofi medievali, speravano di poter operare la trasmutazione del piombo in oro, di poter riconvertire la morte in vita, di poter attingere alle potenze ctonie o astrali…
Gli antichi uomini che hanno abitato prima di noi il tempo ci hanno lasciato tracce del loro passaggio e sogni, o desideri, o aspirazioni, o esorcismi della paura più tremenda, quella che tutto sia precario, transitorio, destinato a finire: molto spesso quei luoghi hanno a che fare con il sacro ed il divino, perchè spesso, il misterioso ed il magico sono solo nomi diversi del misterico e del rituale, l’incognito è il segreto e la rivelazione è la conoscenza…
Molti luoghi hanno questo fascino.
Molti luoghi esercitano questa attrazione.
Uno di questi è Tuscania.
La città dove si trova la chiesa di Santa Maria Maggiore, che accoglie l’affresco del Caca Anime.

L’anziano signore, alle mie parole, cominciò a raccontare la storia della chiesa di Santa Maria Maggiore, che guarda, dai piedi del colle, la chiesa maggiore, situata sulla sommità dell’altura, di San Pietro.
L’altare minore, pre-cristiano, che si trova a lato dell’altare principale sul quale si celebra il santo rito dell’Eucarestia.
Il battistero di pietra.
Il seggio vescovile.
L’anello in cima al seggio.
Anello, aureola, disco solare.
L’orientamento della porta della chiesa di Santa Maria Maggiore.
Lo sguardo fisso che lega le due chiese, dal basso all’alto e dall’alto al basso.
Il legame eterno che le unisce.
Il raggio del sole che suggella quel legame.
Il viaggio che il sole compie nel cielo e nel tempo.
Il muto sgomento dell’uomo che attende la Luce e teme le Tenebre.
La festa che accoglie la Luce e il lutto che accompagna le Tenebre.
Il legame che unisce la vita alla morte…
L’anziano signore ci ha raccontato, incantandomi, con la storia di quella chiesa e della città di Tuscania, una storia dell’uomo.
Storia della Terra.
E storia della Bellezza.
E, nell’incanto del racconto, non ho pensato di scattare tutte le foto.

Di quel racconto ho cercato le fonti, i dettagli, i resoconti di storici e archeologi, visto che quell’anziano signore era stato uno dei restauratori che aveva lavorato, fino alla pensione ormai maturata da tempo, nella chiesa per conto delle Soprintendenze competenti per conto del Ministero dei beni culturali, e, ormai, era soltanto un volontario che per quattro soldi ministeriali passava i fine settimana badando all’apertura della chiesa.
E le fonti, i resoconti, li ho trovati.
E in qualche modo li vorrei mettere in ordine.
Non so bene come fare, ma in qualche modo farò.
Intanto, però, devo ancora scattare le foto per illustrare a modo mio quella storia.
Ma fino all’estate è difficile che andrò fino a Tuscania.
Quindi per il racconto dovrò aspettare.
Ma, intanto, alcune foto di quella grande Bellezza le avevo scattate.
E ho pensato di dedicarle a questa giornata dedicata alla Terra.
Quella storia, come s’è capito, ha molto a che fare con questa giornata.
E allora… buona visione (impostare il video in alta definizione e a pieno schermo da youtube):

ECHI DELLA MEMORIA

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Dalla finestra, cara signora mia, non si vede più passare la gente perbene di una volta!
Eh, ha ragione, signora cara, non è più la stessa gente che passa sotto i balconi.
Me lo diceva sempre anche la signora del palazzo di fronte, la riccia nera, se la ricorda?
Si, si. Ma che fine ha fatto quella povera donna?
Uh, sapesse, signora mia, che brutto guaio ha passato, quella povera donna.
A parte il marito, che s’è infilato nel letto per non alzarsi più, neanche dinanzi al prete per l’estrema unzione.
Quel pover’uomo, così giovane! E che malattia aveva?
Eh, beh sa, nessuno lo sa dire con certezza, solo, la signora ha parlato di un brutto male. Ma quello, il marito, stava messo proprio male, da tanti anni, aveva fatto la guerra, ed era tornato che non era più lo stesso di quando era partito.
Beh, ma dopo la morte del marito, la povera signora, neanche aveva dismesso il lutto e già aveva un moscone che gli ronzava intorno. Un bel tipo, giovanile. Ma senza una lira, senza un soldo. Voleva solo sfruttare la situazione.
Che brutta storia! Ma che mi sta raccontando?
Eh, sapesse, i guai, nella vita, non finiscono mai. Nessuno si può fare maestro. Nessuno nasce imparato. E bisogna pregare Dio per avere la fortuna dalla propria parte. Insomma, la signora, con quel moscone intorno, aveva cominciato a litigare con la figlia, quella magra magra, con il colorito pallido emaciato, che sembrava una malatina appena uscita dall’ospedale. Ma un caratterino, pure, quella! Però sveglia, eh, signora, una ragazza veramente sveglia!
E allora? E cosa è successo?
Beh, quella, la ragazza, aveva anche lei un fidanzatino che gli faceva il filo, uno serio, un lavoratore, non uno sfaticato. Ma lo sa, oggigiorno di lavoro ce n’è poco, e quello doveva sudare sette camicie per portare a casa qualche lira alla fine del mese. Comunque, lui non c’entra, in questa storia.
E allora?
Ecco qua. Quella, la signora, quella rosa con il moscone appresso, s’era fatta abbindolare dal suo spasimante. Si credeva d’essere diventata una fatalona, con gli occhialoni scuri, l’abito nero del lutto, l’aria contrita… Ma sotto sotto… il moscone, con il suo pungiglione, gli faceva passare tutti i pruriti!!!
Eh, signora mia, ma che dite? Anche quella? Con il lutto ancora addosso? E poi, a quell’età! Che si va a prendere di fuoco per il bel giovanotto? E quello, il giovinn signore, che faceva, si prendeva la rosa già appassita? Non ne poteva trovare di più fresche nel giardino?
Avete ragione, signora mia, avete proprio ragione!!! E poi, pensate, che quei due, i piccioncini, la rosa col moscone, ogni giorno, quando scendevano a fare la passeggiata sul corso, si davano delle arie da grandi signori. Degli ereditieri! Entravano nei migliori negozi, si provavano un abito, un bracciale, un orologio… E uscivano sempre con dei pacchetti appesi alle mani. Che ve lo dico a fare? Quelli avevano cominciato a mangiarsi l’eredità quando il corpo del marito era ancora caldo… Lei, allora, così convinta di esser diventata una grandama, per la strada, cominciava anche a darsi le arie con gli altri giovanotti.
Ma cosa mi dite? Quella madonnina!?
Si. Tanto che il suo giovanile cicisbeo, lo spasimante, insomma il moscone, cominciava a mettersi paura di veder volar via la sua ape regina, di trovarsi di fronte ad altri calabroni, magari più prestanti di lui… voi mi capite, signora mia, si?
E come no? Quella la madama, adesso che aveva provato il gusto del miele, si pensava di poter fare l’ape regina nell’alveare della città!
Si. E’ così. Solo che, come si dice?, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. O meglio, signora, quello il diavolo prima li fa, e dopo li accoppia. Insomma, adesso finisco di raccontarvi il fatto.
E dite, dite, signora mia!
Si, ecco qua. Insomma, il signorino, quello, il moscone, cominciandosi a sentire geloso, sentendosi deriso, decise di tentare il tutto per tutto. Insomma, disse alla signora, così, a brutto muso, che si dovevano sposare, subito, appena finiti quaranta giorni del lutto. E che se qualche legge non lo permetteva, allora dovevano andare ad abitare insieme, more uxorio – oh, quello disse proprio così, chissà dove l’aveva imparata una cosa così, forse al catechismo, quando studiava per la prima comunione!!! Tutta la città avrebbe dovuto sapere che loro due erano una coppia felice e che, o prima o poi, avrebbero regolarizzato la propria situazione.
E allora? Che successe?
Uh, sapesse, signora mia. Innanzitutto, le scenate della figlia! E che, Mamma, diceva quella, mi porti un uomo in casa, qua, a me, che sono signorina e cerco ancora marito? E poi, tu, mammina, ma non ti rendi conto che quello sciagurato vuole solo i tuoi soldi? Anzi, no, non i tuoi, ma quelli di papà, che ancora non è neanche morto del tutto, e i soldi restano ancora i suoi finquando non muore veramente…
Povera figlia, quanto dolore!, signora mia. Dio, devi aiutarla, qualla povera ragazza.
No, ma aspettate, cara signora. Quella, la ragazza, l’aveva messa su contro la madre il giovinotto che gli faceva il filarino. Anche quello voleva assicurarsi la sua quota di eredità sicura.
Mamma mia, che gente, signora.
Eh, si, da queste finestre non si vede più passare la gente di una volta!
E poi? Com’è andata a finire, questa storia? Perchè non si vede più la più bella rosa della città?
Eh, sapesse! Una sera, mentre stavano litigando le due donne, mamma e figlia, arrivarono, da una parte, il moscone che voleva andare a mettere il pungiglione nel nettare saporito, e dall’altro il figurino di lavoratore sfortunato. Non vi sto a raccontare! Fu una vera tragedia. Una scalmana nel palazzo che tutto andò sottosopra. E alla fine dovettero arrivare i carabinieri. Era tutto sporco di sangue. Quattro morti. Quattro cadaveri. E neanche un povero Cristo a recitare un’ave Maria !
Madonna mia! Che tragedia! Ed io non mi sono accorta di niente! Dev’essere stato l’estate scorsa, quando sono andata a passare le vacanze al mare.
No, no, è stato l’inverno scorso. Prima di Natale.
Eh, allora, quando sono andata a trovare mia sorella che stava male! Che brutta storia!
Eh, io ve l’ho detto, da questa finestra non si vede più passare la gente bella di una volta!
Adesso vi devo salutare. Mi devo preparare, devo uscire, mi aspettano per la partitina di carte a casa della signora…
Ah, si, vi saluto anche io, allora. Devo scappare. Ho fatto tardi anche io. Devo andare, adesso, devo andare…

RICORDANDO EDUARDO

Eduardo De Filippo, PULCINELLA (clicca sull'immagine, oppure qui)
Eduardo De Filippo, PULCINELLA
(clicca sull’immagine, oppure qui)

Per ricordare Eduardo, che fu anche rappresentante delle Istituzioni Parlamentari, essendo stato nominato Senatore a vita dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini (ricoprì la carica dal 26 settembre 1981 all’11 luglio 1983), un documento storico.

Inoltre, non posso mancare di far sentire ancora una volta la sua voce, perchè è all’anima che parla, la voce di Eduardo, avendo, lui, un’anima parlante. Perciò, ecco la sua voce:

Ed infine, essendo il suo bel volto a me caro come pochi, ed essendo quel volto quello di un vero Pulcinella del popolo di Napoli, ecco anche il suo volto nella maschera napoletana:

LETTERA ALL’INDIETRO DEL TEMPO

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Ciao, Neil.
O devo chiamarti Tom, come il nostro amico David si è permesso di fare?
Scusami l’ardire, la confidenza.
So che sei molto indaffarato.
Le operazioni da compiere sono molte.
E la tua attenzione non può essere distratta da me.
Il rischio è grande, incalcolabile, forse, tremendo.
Da te dipende qualcosa di così grande che non io so neppure dargli un nome.
Ed ecco, è proprio questo, la mancanza della parola a darmi cuore di chiamarti, l’ardire di distoglierti dai tuoi compiti di uomo della storia.

O forse, davvero, è solo la diffidenza.
Si, il sospetto, il malfidato timore che siamo stati infinocchiati tutti.
Sono in molti, qui, sulla terra, a pensarlo.
Pochi, si, pochi hanno il coraggio di dirlo.
E soprattutto all’inizio, era solo qualcuno.
Inguaribili sciocchi, denigratori, seminatori di balle spaziali.
Ma col tempo sono aumentati.
Hanno girato film e registrato interviste.
I saggi dei presunti intellettuali del caso hanno la pretesa di aver dimostrato la falsità.
La bugia della tua impresa.
Il complotto contro il nostro grande sogno.
Si, potrebbe essere anche solo la diffidenza a darmi la forza di chiamarti, lassù.

Ma, in fondo, forse, mi fa parlare soltanto l’invidia.
Tu.
Solo tu.
Tu, il Primo.
Il primo Passo.
Tu e non io.
Io, quando, tu hai posato quel piede, là, nella soffice polvere, io ero soltanto un bambino.
Un bambino di dieci anni neanche compiuti.
Che veniva rimproverato ogni volta che mettevo le scarpette pulite nella polvere grigia.
Ma è con te che ho scoperto la verità della favole.
Sei tu che mi hai fatto credere ai sogni della vita andando a calpestare quella polvere grigia tanto lontana.
Io ero alla finestra, quella sera d’estate.
Forse la mia era una finestra speciale.
Non ricordo con esattezza, ma sono passati tanti anni da allora.
Tanti.
Tanti così che non mi ricordo neanche più bene.
Ma da quella finestra io ti ho visto passeggiare davvero lassù.
E, tante, tante volte, così tante che neanche puoi immaginarti quante volte ti ho visto, negli anni, Neil, calpestare la polvere grigia, lassù.

Si, perchè quella era una finestra che obbediva soltanto alle leggi scritte da me.
Su, Neil, non guardarmi così.
Neil, non sono matto, lo sai, non sono matto del tutto, almeno, io, a dire queste cose, stasera.
E poi, un pò matto, anche tu lo sei stato.
E forse anche più matto di me, certamente.
Solo un matto poteva tentare davvero un’impresa come la tua.
Tom?
Dici che posso chiamarti col nome nomignolo che David ti diede cantando la tua passeggiata spaziale?
Grazie, oh, si, grazie.
Ho sempre sperato di potere avere un amico davvero speciale come te.
Te, si.
E lui.
David, anche lui è un amico speciale, per noi, caro Neil, no?
Spero che accetterai la mia amicizia , ora, su Facebook.
Potremo scambiarci le foto dei sogni.
I tuoi sono grandi così, che non si possono nemmeno abbracciare.
Ma anche io miei sono grandi, lo sai? Sono davvero grandi così!
Io guardo la luna, spesso, lassù.
E mi emoziona, senza sapere bene neanche il perchè.
E che invidia mi fa ancora oggi la tua passeggiata sulla terra dei sogni!

Le ho scritte io, le leggi di quella finestra.
Si, come tu hai scritto le pagine di storia di quell’impresa fuori dal tempo.
Per questo noi due siamo davvero speciali.
Le conosci le leggi ho scritto?
La prima dice che da quella finestra si guarda soltanto il mondo che piace a noi due.
Il mondo dei sogni, del cuore, degli sconfinati spazi infiniti.
Questa legge, lo so, sono certo, puoi capirla bene anche tu.
Dalle finestrelle della tua navicella perduta nel mare dei cieli l’hai applicata anche tu.
No, non me l’hai rubata, no, stai tranquillo, amico caro del cielo.
Le leggi, quelle vere, quelle eterne, stanno scritte da sempre nel cuore dell’uomo.

La seconda legge dice che a quella finestra non si può mettere un vetro per fermare la mano che vuol prendersi i sogni che si sognano guardandoci dentro.
Tutte le altre finestre sono un inganno, un’illusione tremenda.
Vedi una cosa? La desideri? La vuoi?
Pensi che basta allungare una mano!
Ma, ecco l’inganno.
Alla fine ti manca sempre qualcosa.
C’è uno scudo, una barriera, un terribile ostacolo che t’impedisce di afferrare la felicità che volevi acchiappare.
Ecco, c’è un vetro.
Con la mia legge, invece, non può succedere una cattiveria così.
Certo, bisogna saper riconoscere i sogni veri dai falsi.
Perchè sta scritto che puoi afferrare solo i sogni che danno la vera felicità.
Ma anche che ci si deve affidare alle rotte sicure del cuore.
Così, stai certo, non puoi mai sbagliare, amico di tanti viaggi lontani.
Tu conosci quelle infallibili rotte.
Tu hai guidato, con mano sicura, quella meravigliosa navicella spaziale.

Non ho scritto altre leggi per regolare il funzionamento della mia finestra speciale.
No, non ce n’è stato bisogno.
Tu ci sei passato, no, l’hai visto?
Hai trovato mica qualche difficoltà?
Perchè, lo so, troppe leggi uccidono i sogni.
E gli assassini si meritano l’eterna prigione del mondo quaggiù.
Noi, invece, siamo liberi.
Possiamo anche andarcene quando vogliamo, a spasso lassù.

Adesso voglio salutarti, amico, avrai tante altre cose da fare.
Ho interrotto per un pò la tua missione spaziale.
Ma tanto che fa?
Due chiacchiere con un amico fanno sempre piacere.
Aspetto tue notizie dal mondo profondo dei sogni.
Tu, che hai calpestato la luna.
Prima di te c’erano arrivati soltanto sognatori e poeti.
Ma tu ci hai portato con gli occhi, tutti, lassù.
Passando dalla finestra.
E possiamo, ora, raggiungerti in fretta.
Ecco, questa era l’ultima legge che avevo creato.
Avevo quasi dimenticato di dirla.
Il tempo e lo spazio, da qui, non contano più.

LA SPINA DI BORGO

Roma, piazza S. Pietro (da: http://www.iloveroma.it/photogallery/sanpietrofoto/foto9.jpg)
Roma, piazza S. Pietro – ADUNATA DELLE CARROZZELLE (da: http://www.iloveroma.it/photogallery/sanpietrofoto/foto9.jpg)

Un documento veramente d’eccezione.
Il cuore di Roma come non c’è più…

MI DISPIACE: WORDPRESS NON CONSENTE DI CARICARE ALCUNI VIDEO PUBBLICI.
E’ UN LIMITE CHE NON MI PIACE.
E’ INUTILE.
PERCHE’ E’ STATO POSTO QUESTO LIMITE?
PROVVEDERO’ A POSTARE IL VIDEO SU FACEBOOK.

Ecco comunque il link al video:

http://video.repubblica.it/edizione/roma/quando-roma-cambio-volto-la-distruzione-della-spina-di-borgo/166640/165128

26 APRILE

GUERNICA - Pablo Picasso
GUERNICA – Pablo Picasso

26 Aprile.
Un giorno uguale agli altri.
Sabato mattina.
Oggi.
Sole tiepido, sbadigli, il tempo, piano, va.

26 Aprile.
D’improvviso sprofonda, il tempo, là, nell’ombra.
Ogni giorno, accade, mi dice, decrepito, ritorto su sè stesso.
Ogni giorno sprofondo in un vortice e gli uomini ritraggono lo sguardo.
Spaventati e ciechi. Ammutoliscono.

26 Aprile.
Guardo.
Con gli occhi attenti, guardo.
Mi do coraggio.
Indago.

26 Aprile.
Nel vortice sprofonda lo sguardo mio, nell’abisso oscuro.
Dove rutilano i giorni intorno a me, i mesi e gli anni.
Mi premono sul petto e quasi mi spezzano il respiro.
Si confondono, negli occhi miei, racconti e fatti.

6 Aprile.
Si confondono, col tempo che fugge indiavolato, le stupide stagioni.
E i fiori, che con esse germogliano e poi muoiono.
E’ la vita, che nasce con la morte attaccata al fianco.
Non la può lasciare andare.

26 Aprile.
Spuntano, i fiori, dalla terra bagnata di rugiada dolce.
Miele d’amore profumato.
Spuntano anche dalla terra ebbra di sangue, maledetti.
Volgari e indifferenti, figli d’un grembo che si concede a tutto.

26 Aprile.
Mattine di sole e pomeriggi bagnati dalla pioggia.
Vapori e tepori, e nubi e sogni.
Cristalli luccicanti, e stridule luci.
Pioggia, porta la vita, e una pesante lastra, vasta e mortale.

26 Aprile.
Mille e mille giorni senza memoria.
E poche, dolorose eccezioni al nulla.
Giorni distratti e giorni di vedetta.
Nuvole e cavalloni che si rincorrono.

Giocano?

Fanno sul serio?

In questo giorno, il 26 Aprile, accade questo. Io ho provato a raccontarlo.
Ognuno può, come sa.
In questo giorno, il 26 Aprile accadde anche questo. Provo a ricordarlo.
Ognuno può, come sa.

26 APRILE 1937
http://www.youtube.com/watch?v=kYpYlzfkPss

26 APRILE 1986
http://www.youtube.com/watch?v=6pNclc_o2HY

ORA DELLA MEMORIA

Ecco, lo sai, ora, non voglio parlare.
Qui regna solo il silenzio. Sdràiati.
Puoi metterti al mio fianco, c’è posto.

Lo sai, figlio, fratello, amico, caro.
Eravamo una carne sola, seme del seme.
E poi una lama ci ha straziato: carni!

Siamo in molti, lo sai, ora, quaggiù.
Parlare e non parlare: lingue diverse.
Figli, amanti, madri, angeli. Morti.

Siamo milioni, ora, lo sai, nel freddo.
Coperti presto, un giorno, nella terra.
Come semi. E ora diamo fiori di pianto.

Non voglio parlare, ora, Morte, lo sai.
Mi piace ascoltare a lungo il silenzio.
In eterno. Parla la tua voce, sorella.

Guardiamo fisso nel cielo, ora, lo sai.
A lungo e nessun sole può ora accecarci.
Abbiamo vinto ormai le parole e la luce.

Balliamo, ora, la fissa danza che sai.
Il ritmo lento del tempo, ora battiamo.
Melodioso silenzio. Ora della memoria.

LA MEMORIA – 2 AGOSTO 1980

Volevo fare un post semplice, un ricordo silenzioso, che unisse le immagini del telegiornale che diede, quel 2 agosto 1980, la notizia tremenda di una bomba scoppiata alla stazione di Bologna all’urlo di Pasolini che sputava in faccia alla Nazione quell’ IO SO! così maschio, così imperativo, che si contrapponeva così duramente alla meschinità dell’eterna assenza di colpevoli, all’impotenza della giustizia italiana che non aveva saputo dare la necessaria protezione ad un popolo fragile e sofferente.

Quell’urlo era stato lanciato nel 1974, alcuni anni prima della bomba, ma già dopo che tanti fatti erano accaduti, nella storia italiana, fatti, o meglio misfatti, che la giustizia non aveva saputo giudicare. E che giustizia è qualla giustizia che non sa giudicare, che non sa fere il suo lavoro?

Quell’urlo era stato lanciato solo pochi mesi prima che la morte ghermisse il povero corpo di Pasolini, lasciando alla giustizia un altro compito difficile da svolgere, ma che ancora oggi sembra non sia stato svolto esaurientemente.

Cos’è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

… segue

Stasera, volevo che il silenzio facesse rimbombare quell’urlo, come un tuono, come il giudizio universale!

Eppure quanto gentile era la voce di Pier Paolo Pasolini, quanto delicata, quanto timida…

Ma non so perchè, mi è passata per la mente l’idea di cercare sul web i fatti, altri fatti, i fatti salienti di quel 1980 della bomba di Bologna.

Non so perchè, forse solo per dare un seguito al contenuto scandaloso di quell’urlo.

Certo, una curiosità incoerente dal punto di vista della pura cronologia dei fatti…

Ma si sa come vanno i pensieri, sono apparentati con i sogni e con le intuizioni…

Fanno strade tutte loro.

Non so, perchè … però l’ho fatto.

Forse, all’inizio mi sarei limitato anche soltanto a cercare l’elenco dei fatti accaduti in Italia e solo quelli più rilevanti, più clamorosi.

Le notizie.

La cronaca.

Nera.

Ma, si sa, le risposte del web sono imprevedibili.

Anch’esse vanno per strade, per percorsi imprevedibili, tutti loro…

A volte non portano da nessuna parte, a volte…

Stavolta, ecco, ecco, mi hanno portato di fronte a qualcosa che mi ha lasciato di sasso.

Il 1980!

Cosa è successo in quell’anno fatidico?

Non ricordate altro, a parte la bomba di Bologna?

Aggiungo, per aiutare l’esercizio, il terremoto dell’Irpinia, quasi 3.000 morti e quasi 9.000 feriti. Quasi 300.000 sfollati…

Una guerra!

Altro, nella vostra memoria?

Ho trovato questa cronologia “breve” del Corriere della sera:

I fatti salienti del 1980

Muore a Roma Pietro Nenni (vedi 1 gennaio) • A Palermo la mafia uccide il presidente della regione Sicilia, Piersanti Mattarella (vedi 6 gennaio) • Le Brigate rosse uccidono tre carabinieri a Milano (vedi 8 gennaio). Nel corso dell’anno, in altri agguati, vengono uccisi dalle Br: a Venezia il vicedirettore degli impianti del petrolchimico di Marghera (vedi 28 gennaio); a Torino il sorvegliante di uno stabilimento industriale (vedi 31 gennaio); nell’università di Roma Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e docente di diritto amministrativo (vedi 12 febbraio); a Salerno Nicola Giancubi, procuratore capo della Repubblica (vedi 16 marzo); a Roma, su un autobus di linea, Girolamo Minervini, consigliere della corte di cassazione; a Venezia Alfredo Albanesi, dirigente di polizia (vedi 12 maggio); a Napoli Pino Amato, consigliere regionale democristiano (vedi 19 maggio); a Torino, nel carcere delle Nuove, Pasquale Viale (vedi 19 giugno); a Milano Renato Briano, direttore del personale della Magneti Marelli (vedi 12 novembre) e Manfredo Mazzanti, direttore tecnico della Falck (vedi 28 novembre); a Roma Giuseppe Furci, direttore sanitario del carcere di Regina Coeli (vedi 1 dicembre); a Roma Enrico Galvaligi, generale dei carabinieri (vedi 31 dicembre) • A Genova Prima linea uccide il tenente colonnello dei carabinieri Emanuele Tuttobene e il suo autista (vedi 25 gennaio). Altre vittime di Prima linea: a Monza Paolo Paoletti, responsabile della produzione dell’Icmesa di Seveso (vedi 2 febbraio); a Milano l’autonomo Walter Waccher, testimone di alcuni omicidi, tra cui quello del giudice Alessandrini (vedi 7 febbraio); nell’università di Milano Guido Galli, giudice istruttore e docente di criminologia (vedi 19 marzo); a Viterbo due carabinieri (vedi 11 agosto) – segue 

No, amici, no, però ancora non basta. 

Certo, già il numero di morti di queste poche righe è davvero terribile, tanto doloroso da fare stare male. 

Però, di più, questo elenco di vittime, questa sequenza di omicidi, di attentati, di azioni terroristiche, questa scia profonda di sangue, produce anche il terribile effetto di aprire nuovi interrogativi, di voler sapere altro, di voler continuare a leggere, di voler scavare, voler ricordare…

Ma, insomma, io c’ero, in quel bastardo 1980.

Un anno difficile della mia vita, l’inizio di un periodo complicato, duro, terribile, forse il peggiore vissuto finora.

Ma che importa?

Avevo 21 anni, ero giovane, avevo il futuro in tasca, sogni, speranze, desideri…

Ed anche paure, contraddizioni, debolezze…

Ma non c’entra, qui non c’entro io.

Nel 1980, anno in cui io c’ero ed ero giovane, e forte…

Ehggià…

Nel 1980…

Nel 1980 sono successi mille altri fatti.

E’ la storia di un anno terribile, questa, una storia dolorosa, tragica, per tanti versi.

Certo, anche l’inizio di una nuova era – quella che sta finendo proprio in questi ultimi mesi, che sta esalando i suoi ultimi rancidi respiri, contorcendosi e dimenandosi sotto i nostri occhi…

L’era del liberismo, dell’edonismo reaganiano, che ci ha portato la Tatcher e la globalizzazione, ed anche papa Giovanni Paolo II, il papa polacco, anticomunista, e con lui la caduta del muro di Berlino e del regime sovietico.

Poi, dopo quella caduta, si sono alzati altri steccati, altri muri…

Come il muro di Israele, quello degli USA,  quello di Ceuta e Melilla…

Un’epoca che ha visto la globalizzazione dei mercati, delle merci, delle braccia, trasformate, ormai, in merci per i mercati…

Ma anche, alla fine, la fine dell’illusione.

Il profitto non si può moltiplicare moltiplicando i debiti, non si può diventare sempre più ricchi moltiplicando la povertà dei più poveri. 

… Ecco, ecco…

Il 1980.

Torno al 1980.

Ora, non so se copiare il link soltanto,  oppure tutto il lunghissimo testo di Wikipedia…

No, no, amici, ci ho pensato bene.

Serve leggere bene per ricordare bene…

… l’uccisione di John Lennon…

I governi democristiani… gli scandali … ed i ricatti … la politica italiana, sempre uguale e sempre quella…sembra che non invecchi mai… 

Ecco, si, ho deciso.

Ecco il testo integrale del :

1980

Stati [modifica]

Lista degli stati nel 1980

Eventi [modifica]

Gennaio [modifica]

Febbraio [modifica]

Marzo [modifica]

Aprile [modifica]

Maggio [modifica]

Giugno [modifica]

Luglio [modifica]

  • 16 luglio – L’Aquila: presso Castel Camponeschi, in provincia dell’Aquila, si svolge il terzo Campo Hobbit, nome ispirato ai romanzi di Tolkien. L’idea è di Pino Rauti e vi partecipano circa 2000 neofascisti.

  • 18 luglio – Castelsilano (KR): sui monti della Sila, in Calabria, vengono ritrovati i resti di un Mig23, aereo militare dell’aeronautica libica; morto l’unico pilota dell’aereo, Azzedin Fadal Kalil. L’inchiesta non è riuscita a spiegare né le cause dell’incidente né il motivo per cui quell’aereo transitasse sui cieli italiani; alcune ipotesi giornalistiche sostengono che la caduta dell’aereo sia riconducibile alla strage di Ustica

  • 19 luglio – Mosca: si aprono i giochi della XXII Olimpiade. 65 nazioni tra cui Stati Uniti, Cina, Giappone, Canada e Germania Ovest boicottano i Giochi in segno di protesta verso l’invasione sovietica dell’Afghanistan

  • 31 luglio – TorinoUmberto Agnelli si dimette da amministratore delegato della FIATCesare Romiti è nominato amministratore delegato unico

Agosto [modifica]

  • 2 agosto – Bologna: Alle 10.25 una bomba esplode nella sala d’attesa della stazione causando 85 morti e 203 feriti. Quella che sarà ricordata come la strage di Bologna è riconducibile alla cosiddetta strategia della tensione

  • 3 agosto – Si chiudono le olimpiadi di Mosca

  • 6 agosto – PalermoGaetano Costa, procuratore Capo di Palermo all’inizio degli anni’80 viene assassinato dalla mafia. Causa della spietata esecuzione, il fatto che avesse firmato personalmente dei mandati di cattura nei confronti del boss Rosario Spatola e di alcuni suoi uomini

  • 14 agosto – Danzica: sciopero nei cantieri navali. Il KOR (comitato di autodifesa sociale) rivendica la libertà di stampa e altri diritti civili. Lech Wałęsa conduce le trattative con il governo polacco: nasce Solidarnosc

  • 30 agosto – Pechino: l’assemblea del popolo decreta la fine dell’era maoista

Settembre [modifica]

Ottobre [modifica]

Novembre [modifica]

Dicembre [modifica]

MEMORIA DEL 26/1/2011

RENE' MAGRITTE

Si celebra domani la Giornata della Memoria.

Memoria dell’Olocausto, della persecuzione contro gli Ebrei da parte dei regimi nazi-fascisti d’Europa.

Sembra facile ricordare.

Sembra facile.

Ricordare.

Ricordare vuol dire, testualmente, riportare al cuore, ai suoi sentimenti, ai suoi palpiti, cose, fatti, persone.

E quando quelle cose, quei fatti, quelle persone agirono sul cuore, quando furono cose vive, fatti accaduti persone in carne e ossa, produssero effetti, palpiti, sentimenti.

Ecco, ri-cordare, significa riportare nel cuore quei sussulti, quei palpiti, quelle passioni.

Questo vuol dire “ri-cordare”.

 E come posso tenere a bada il cuore, io, in questi giorni, impedirgli di battere furiosamente, di martellare rabbiosamente ?

  

Si è guardato intorno, lui, dalla finestra aperta sul mio petto fiero, si è guardato in giro senza più riconoscere più i luoghi in cui nacque, i volti che lo accolsero, i compagni che marciarono con lui, che invocarono e pretesero giustizia, libertà, fratellanza, progresso !

Dalla voragine che si è spalancata lì sul mio davanti, da quella finestra che getta luce nel profondo del mio animo, non si sporge più, lui, sorridente, orgoglioso, a rivendicare il futuro più radioso per sè, e per me, con lui, e per i miei mille e mille fratelli, per i miei figli di oggi e di domani, per tutti gli uomini del mondo !

Ha marciato da solo sotto bandiere illuminate dai sentimenti civili più alti !

Ha marciato in solitudine, testardo, abbracciato stretto dalle mie costole e legato da fili d’oro al mio sterno, mi ha fatto coraggio, mi ha indicato la strada, ha infuso calore alle mie mani, forza al mio pugno chiuso, stretto, al mio bisogno di bene per tutti !

E adesso, da quella finestra, lui non si affaccia più !

E come posso più tenerlo a bada, ora ?

 

Adesso che sono vuoto min sento invaso. Ora che lui non si affaccia più alla mia finestra, che non illumina più la mia strada, mi accorgo di essere diventato una terra di conquista.

E dentro di me, i barbari, gli invasori, stanno già costruendo trincee, stanno innalzando forche, stanno chiudendo i cancelli di nuovi lager.

Procedono, efficienti, stanno rastrellando gay e lesbiche e zingari e comunisti e …

Non finirà mai la loro caccia !

Sono diventato così grande, il mio spazio è così smisuratamente esteso, che ormai debbono mobilitarsi in massa.

E quelli, per ritorsione, hanno ormai deciso di conquistare la mia anima !

Mentre io, adesso, sono solo.

 

Sono loro, sono sempre loro.

Sono sempre gli stessi !

Li vedo.

Li ri-cordo.

Ieri portavano divise ed elmetti, mascherati come mostri assetati di sangue,  ed usavano fucili, mitraglie e bombe.

Oggi usano parole come fucili, mitraglie e bombe.

Parole che esplodono come colpi di cannone.

Esplodono e strappano, come rami secchi, braccia e gambe.

Squarciano toraci e seni.

Lasciano dietro di sè scie di sangue e gemiti, urla e singhiozzi, disperati e lugubri.

E lui, il mio povero cuore, è spaventato.

Ha cercato riparo.

Un rifugio nel più profondo delle mie viscere, ma lì ha trovato solo paura.

E nausea.

E disgusto.

Non posso offrirgli il riparo che lui desidera, non so.ù

Non ho più il fegato, la milza, i polmoni.

Il coraggio che mi sgorgava fino a ieri dal fegato è diventato fiele amaro, secrèto dalla milza come fiotti di vomito nel quale annegano i polmoni, come in un un mare fetido e putrido.

 

Ma lui, il mio cuore sbigottito, il mio povero compagno, non sa cedere.

Non vuole.

Non può abbandonarsi allo sconforto, alla disperazione. Menchemmeno alla paura.

E disperato, nascosto, osa battere ancora.

Si guarda intorno, cieco, nel suo andìto fragile e buio, ancora una volta sussulta, quando ode il boato di quelle bombarde assordanti.

Sembra spaurito, questa volta.

Ma è solo un attimo, un’esitazione che lui, poi, scaccia via con gesto deciso.

E si mette ad urlare !

E batte, strepita, martella come un animale imbizzarrito !

 

Non ha un disegno, un programma, un progetto.

No.

Smarrito, si sente abbandonato.

Soffre in silenzio, deluso.

Ma non è solo.

Nell’oscurità in cui se ne resta nascosto, non vede il deserto davanti a sè.

S’immagina palmeti, sorgenti, piccole oasi.

Il brusio di voci soffocate gli porta la certezza di altre presenze.

Nell’ombra non hanno colore le loro divise.

E intanto il brusìo diventa un confuso concerto di voci smarrite.

Sono solitari altri compagni.

Sono pellegrini che, torcendosi le mani nervosamente, s’avanzano con dolore e intanto tendono una piccola luce, una fiammella, davanti a sè.

Un lumicino.

Ognuno.

Una fiammella.

Calda.

Vivace.

Ardente.

Sono in tanti, sono in molti.

 

Io li conosco.

Li riconosco.

Li ri-cordo.

Li chiamo per nome. Tutti.

Uno ad uno.

Urlo, mi sgolo, uso tutta la forza dei muscoli fino a farmi scoppiare la gola.

Le tempie mi dolgono.

Devo smettere.

La gola brucia.

Loro non possono sentirmi.

La mia voce  si perde, si confonde, è coperta dal frastuono.

Dalle televisioni che mitragliano in ogni casa della città, fuoriescono bagliori che vedo brillare come mine nell’atto di esplodere.

Sono loro.

Le voci dei barbari mi dicono che hanno già conquistato i centri nevralgici.

L’informazione.

La polizia a cavallo .

L’esercito !

 

Sono accampati lì, da tempo.

Ogni secondo, ogni minuto di ogni giorno, la loro offensiva conquista ulteriore successo.

Stanno prendendo, ormai, l’ultimo territorio libero della nazione.

La prateria sconfinata che si apre dentro ognuno doi noi.

Sono in tanti.

I compagni che vedo vagare sono come anime perdute.

Portano i piccoli, vividi lumini di cera, come spiriti immortali che non si possono spegnere.

Sono numerosi, infiniti, non riesco a contarli.

Eppure non fanno una folla, una massa, una mare per sommergere la centuria dei conquistatori.

Ognuno per sè.

Uno per uno.

Giganti solitari, titani sovrumani, orbi ciclopi, combattono da soli un’efferata lotta interiore.

Ogni tanto ne vedo uno cedere e cadere.

Quello barcolla, come preso da un’improvvisa vertigine, un colpo a tradimento, una bastonata alla nuca.

E crolla.

Cadono così.

Uno alla volta.

Ma per ognuno che precipita in un vuoto senza limite, altre mille e mille fiammelle si vedono emergere dal buio.

Solitarie.

Spiritate.

 

Oh, povero cuore mio !

Povero compagno cui non so dare sollievo !

Nei tuoi occhi rivedo quelli di mio padre.

Ed in quelli vedo gli occhi accesi di mio figlio.

Di tutti i miei figli.

Di quelli di oggi.

E di quelli di domani.

E la luce di quegli occhi è la stessa luce che porto stretta tra le mani, mentre avanzo in quella foresta di solitari alberi iluminati.

Occhi che brillano nel buio.

Come un nugolo di lucciole nella libera aria della sera, sciamano per ogni dove ma non riescono a fermarsi in nessun luogo.

E poichè, povere ingenue, sciocche, bestiole inconsapevoli, non sanno organizzarsi in eroico esercito vittorioso, la resistenza contro i barbari conquistatori si risolve in una vana confusione.

I viscidi parassiti cha stanno colonizzando ogni spazio puro della nazione possono, così, continuare nell’assalto immondo alla nostra anima, quasi senza incontrare difficoltà.

 

Quelli, i barbari, i conquistatori, li vedo, non hanno occhi, non hanno anima.

Non hanno cuore.

Hanno venduto tutto il loro essere alla brama di potere.

Forse è questo che li spinge.

L’incontrollabile terrore di vedersi allo specchio.

Nudi.

Vuoti.

Ectoplasmi d’uomo fatti di sola apparenza.

Scarni manichini.

Visetti e boccucce senza espressione.

Sessi ginnici che si agitano senza passione.

Cosd’, in questo stato, non possono reggere l’urto raggelante della verità, della loro verità.

E allora, come folli mostri posseduti, si dedicano alla guerra nella speranza di una morte da eroi. Non vogliono altro, nè, altro desiderano.

E così la lotta prosegue.

Infinita.

Senza vincitori.

Questo, compagno mio, mio cuore impazzito, è l’oggi.

Questo è il fedele diario, la cronaca del 26 gennaio 2011.

… pensieri in direzione contraria

Avevo pensato a tante cose, per questa giornata della Memoria.

Una poesia di Celan, “Neri fiocchi”.


Neri fiocchi Neve è caduta, senza luce. È già
una luna o due che l’autunno, sotto tonaca di frate,
ha portato un messaggio anche a me,
una foglia dai pendii di Ucraina:

“Pensa che è inverno anche qui, ora per la millesima volta
sulla terra dove scorre il fiume più vasto:
Sangue celeste di Giacobbe, benedetto da asce …
Ghiaccio di un rosso non terrestre – guada il loro atamano
con tutte le salmerie nei soli che s’oscurano … Figlio, uno scialle,
che mi ci avvolga, quando scintilla d’elmi,
quando la rosea lastra si spacca, quando polvere di neve
si fanno le ossa di tuo padre, sotto gli zoccoli
scricchiola il canto del cedro …
Uno scialle, solo un piccolo scialletto, ch’io conservi
adesso, che tu impari a piangere, accanto a me
la ristrettezza del mondo, che non è mai verde,
figlio mio, per tuo figlio”.

L’autunno, madre, mi è sanguinato via di qui,
la neve mi ha bruciato:
ho cercato il mio cuore, perché piangesse,
ho trovato il soffio dell’estate.
Era come te.
Mi sono venute le lacrime. Ho tessuto lo scialletto.

Ma mi sarebbe sembrato di ripetere, inefficacemente, quello che già la voce di Maddalena Crippa ha trovato nelle viscere della “Fuga di  morte”.

Il video è ancora sul blog.


E non può la forma scritta dei versi restituire alla poesia la forza che la voce di Maddalena ha saputo dare  al sentimento con un strappo così doloroso.

Anche Garcia Lorca aveva gridato contro le apparecchiature rituali ammantate di anelli d’argento e spine dolorose. Anche quel video, per me, è pura forza sgirgata dall’arte dei poeti.


Avevo pensato che una pagina di Milena Jesenska potesse onorare questa giornata, dalla pagina di questo stesso blog. Milena è morta nel lager di Ravensbrük il 17 marzo 1944.

La pagina era già stata pubblicata un pò di tempo fa. Davvero commovente.

Un lucido ingenuo stupore.

Racconta la facilità con cui il male può e sa entrare nel circolo sanguigno di una città.

A Praga, il 15 marzo 1939.

… Quando il telefono ha squillato, martedì, alle quattro del mattino, quando amici e conoscenti hanno telefonato e la radio ceca ha cominciato le trasmissioni, la città sotto le nostre finestre aveva il solito aspetto di tutte le notti. I lampioni in fila formavano lo stesso disegno, i crocevia la stessa croce. Solo che, a poco a poco, già dalle tre, hanno cominciato ad accendersi le luci: dai vicini, di fronte, di sotto, di sopra, infine in tutta la strada. Noi stavamo alla finestra dicendoci: anche loro l’hanno già saputo. Abbiamo svegliato altri per telefono: lo sapete già? Si, lo sapevano. Un’alba sbiadita sopra i tetti, una pallida luna dietro le nubi, volti di chi non ha dormito, una tazza di caffè caldo e gli annunci dati dalla radio a intervalli regolari. E’ così che giungono i grandi eventi: piano, in punta di piedi, senza preavviso.

I giornali tedeschi hanno pubblicato un reportage sui soldati tedeschi in marcia verso Praga: la città silenziosa avvolta in un’alba che sa già di primavera, la colonna di camion tedeschi carichi di uomini a cui batte il cuore: che cosa accadrà nella città? Come si comporteranno gli uomini in queste strade sconosciute? Giunti in periferia, fermano il primo passante che incontrano. E’ un operaio che si reca al lavoro. Capiscono a prima vista che egli sa tutto. L’uomo è calmo, in silenzio e senza scomporsi indica loro la via…. (vai alla pagina)”.

Bisogna leggerla tuta quella pagina. Non basta ricordarla. Ma basta il magico click del mouse per riportare il nostro tempo in quella dimensione.

La Memoria che si celebra oggi è proprio quella che entrava a Praga sotto forma di eventi storici il 15 marzo 1939.

Per questo bisogna leggerla quella pagina. E sono contento di averla pubblicata.

Ma la Memoria non è facile da frequentare.

Io la amo, questo lei lo sa. E gioco con lei a mosca cieca, a volte. E allora mi tocca cercarla, andarla a trovare dove si nasconde. Lo so che mi sorride dietro il velo che usa per mascherare la sua apparente assenza.

Vado a cercarla, a volte, nei miei ricordi d’infanzia, di gioventù. In giardini che mi sembrano sempre pieni di verde, di fiori colorati, di tenui profumi suadenti, di baci tremanti, di paure e desideri dolci come miele.

Vado a cercarla. E credo di trovarla, a volte, nascoste sotto il trucco pesante di qualche musicista dei palcoscenici che si montavano nelle città in cui sorgevano quei giardini sempreverdi. Credo di intravederla anche se assume le fattezze di qualche rckstar ormai stanca di portare la maschera di idolo dei giovani.

E sono certo che anche lei mi ama. Le piace giocare con me. Riportarmi indietro negli anni, a quegli anni felici che si assaporano insieme alle note musicali di allora, ai colori delle bandiere sotto le quali sfilava la nostra coscienza innocente, agli ardori dei nostri ideali incontaminati.

Le fa piacere, lo so, le piace giocare con me, coccolarmi, vezzeggiarmi, con le immagini che appartengono al mio passato che non riesce a passare. I volti cari dei compagni, delle amiche, dei compagni di quartiere di scuola e di interminabili discussioni sul futuro.

Discutevamo di tutto, volevamo conquistare il futuro, il mondo, l’universo intero. Che, a quel tempo, era una meta che entrava nel mirino dei cacciatori della NASA, puntato sui mari candidi o ombreggiati di Selene.

Purtroppo la Memoria non può fare i conti con i sentimenti che provocano le sue giocose carezze. Qualcuno di quegli illusi idealisti è stato rubato dal tempo, dalla malattia, dalla disgrazia, dalla sfortuna… E’ così che ci si accorge che, piano piano, la vecchiaia comincia ad accomodarsi vicino a noi. Anche se siamo ancora giovani, forti, vitali, lei, la stagione dell’autunno, proietta i suoi riflessi di bruna ombra fredda sui nostri passi. E non ce ne accorgiamo, all’inizio. Ma quelle ombre restano dentro di noi. Non possiamo cancellarle. Si uniscono alle tracce dolorose del passaggio delle generazioni che ci furono vicine, care, teneramente abbracciate. E che sparirono all’improvviso, quasi volessero correre a nascondersi. O affrettarsi a prepararci ancora una volta il letto, la sera, o farci ripetere la lezione di scuola, o rimproverarci perchè dovevamo crescere d essere pronti, preparati alla vita…

Ma ho pensato che di tutto questo ho tempo per parlare, se non l’ho già fatto ancora.

Stasera ho voglia di non essere scontato, di dire qualcosa che sia in qualche modo fuori dal solito coro anche se devo, sento il dovere, voglio parlare di quello di cui si parla oggi: della memoria della Shoa.

Lo farò a modo mio, giustificando, guadagnando, il titolo – non originale – del post : pensieri in direzione contraria.

Non userò parole mie, stavolta. Ho provato farlo in questo scorcio di tempo. Accarezzando, semmai ne sono stato capace, il dolce volto di Memoria. Mnemosyne, come la chiamo io in confidenza, quando stiamo soli, appartati, mano nella mano.

Stasera userò le parole di Elias Canetti. Anche se avevo pensato ad altre testimonianze, altre voci del martirio, altre poetiche, altri universi, credo che il pensieri a suo modo contrario di Canetti possa essere un modo degno di dare il mio segno a questa giornata.

da: LA PROVINCIA DELL’UOMO di Elias CANETTI

La storia dei romani è la più importante fra le ragioni del perpetuarsi delle guerre. Le loro guerre sono semplicemente divenute il precedente esemplare di quanto è seguìto. Per le civiltà sono l’esempio degli imperi, per i barbari l’esempio del bottino. Poiché però in ciascuno di noi vi sono entrambe, civiltà e barbarie, la terra forse andrà in rovina grazie all’eredità dei romani.

Che disgrazia che la città di Roma abbia continuato a vivere mentre il suo impero si è infranto! Che il papa l’abbia fatta progredire! Che boriosi imperatori abbiano potuto impadronirsi delle sue rovine e con esser del nome di Roma! Roma ha vinto il cristianesimo, in quanto esso è diventato la cristianità. Ogni distacco da Roma non fu che una nuova grande guerra. Ogni conversione a Roma, agli estremi confini del mondo, un proseguimento dei saccheggi classici. L’America scoperta per ravvivare la schiavitù! La Spagna, provincia romana, come nuovo signore del mondo. Poi, il rinnovarsi delle razzie germaniche nel ventesimo secoli. Null’altro che un gigantesco accrescersi delle proporzioni, la terra intera invece che il Mediterraneo, e un numero cento volte più grande di uomini colpiti dalla distruzione. Così, ci sono voluti venti secoli cristiani per fornire all’antica idea romana una veste che ne coprisse la vergogna e una coscienza per i momenti di debolezza. Ora sta lì perfetta ed equipaggiata con tutte le forze dell’anima. Chi la distruggerà? E’ indistruttibile? L’umanità è davvero riuscita a conquistarsi, con mille fatiche, proprio il suo naufragio?

In Germania è accaduto tutto, si sono manifestate tutte le possibilità storiche ancora esistenti nell’uomo. Tutto il passato è apparso sulla scena in una medesima ora. La successione è divenuta compresenza. Nulla è stato lasciato fuori; nulla è stato dimenticato. Spettava alla nostra generazione sperimentare che tutte le migliori fatiche dell’umanità sono vane. Il peggio, dicono gli avvenimenti tedeschi, è la vita stessa. Che non dimentica nulla, che ripete tutto; e non si sa neppure quando. Ha i suoi capricci, e in ciò consistono i suoi più grandi terrori. Ma non è possibile influenzarne la sostanza, l’essenza accumulata dei millenni; a chi la schiaccia troppo schizza in faccia il pus.

Sono pezzi diversi, pensieri sfusi, riflessioni disordinate. Ma sono, credo, in tema con quello che dobbiamo ricordare oggi.