NAPUL’ E’ (Photopost e considerazioni)

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(Foto by Pierperrone)
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OLTRE LA LINEA

CONSIDERAZIONI NAPOLETANE

Io amo Napoli, un pò come si può amare una città madre.
Da questo punto di vista, cioè dell’amore materno per un luogo, che solitamente è quello di nascita, so di essere un pò… figlio di n.n.
Naturalmente, la mia carta di identità reca il luogo burocraticamente esatto dove fu registrata, immagino con solerzia, la mia venuta al mondo, adempimento al quale avrà senz’altro provvisto mio padre, milite, peraltro, all’epoca, della Benemerita.
Ma se non lo menziono, qui, in particolare, come “città madre” è perchè lì, in quel paese, piccolo, di campagna, lontano, io non ci ho mai vissuto. Vi ho solo passato alcuni periodi di vacanza che, pur fonte di ricordi, anche molto dolci, certe volte, in ogni caso non sono la stessa cosa che “la terra-madre”.
Si potrebbe credere, a questo punto, che io sia cresciuto a Napoli, allora; una intelligenza già di normale portata giungerebbe facilmente a questa conclusione.
Ma, voglio subito sgombrare il campo all’errore.
Io non sono cresciuto a Napoli.
Bensì, in un’altra città, non distante, a dire il vero, di nome Benevento.
Lì sono diventato bambino, poi, ragazzo, adolescente, giovane.
Forse uomo.
Sicuramente cittadino.
Ho amato – e forse amo ancora – la sua luce, le sue pietre, la sua aria, la sua storia, le sue anime, le sue persone…
Ma, come si vede, dall’elenco manca “la terra”.
Si.
Non me ne ero ancora reso conto, ma è veramente così.
In quella città, anzi, di quella cittadina di provincia io amo forse tutto, tranne la terra.
Quella che si accumula sotto le suole, quella che si fa fango, che abbraccia e accompagna.
Amo le pietre, invece che la terra.
E l’aria.
Piuttosto che l’elemento fertile, il grembo, l’utero, la caverna, la sorgente purificatrice, Benevento è per me la casa, la costruzione, il rifugio, il riparo, il ricovero, l’alloggio.
Luogo d’ospitalità, quindi, per una estraneità che ci lega, ma non ci unisce in un unico corpo, ancora oggi. Anche se lì ho trascorso più di un terzo della mia vita (in relazione alla mia età di oggi, cinquantaquattrenne).

Napoli, invece, la sento come la terra madre.
Anche se non ci ho vissuto mai veramente, anche se vi ho solo trascorso periodi di ospitalità saltuaria, anche se non sono stato mai concittadino iscritto alle liste comunali.
Perchè questo strano sentimento?
Strano, a ben vedere, perchè non è corroborato da dati di fatto, da materiale sostegno, da concreta sostanza.
Si può amare una città e ritenerla proprio luogo di origine, pro-genitrice, madre, anche senza che quella ci abbia dato i natali veramente e senza neppure avervi trascorso lunghi felici periodi?
Certo, felici periodi, quelli che vi ho trascorso, pure lo furono.
Anche se la felicità è qualcosa, che a guardarla attentamente, non è quella zuccherosa pozione che sembrerebbe di primo acchito.
Felice?
E che vuol dire?
Felicità?
Che, forse, in qualche momento, in qualche luogo, in qualche occasione o circostanza, si può dire di aver provato qualcosa che si chiamato felicità?
E, se si, quando, dove, come, cosa?
Io non lo so.
Si può forse fermare il concetto, o affermare, con dovizia di prove e dettagli, in cosa mai consista la felicità?
No, non si può.
O io non posso.
O non so.
Ci sono parole, concetti, sentimenti, che anche gli artisti più grandi hanno provato a fermare, o affermare, nelle loro opere più alte e compiute, ma che ancora adesso, oggi, e sempre, secondo me, sfuggono e sfuggiranno alla comune materiale descrizione.
Ma non per questo sono meno reali e concreti.
Non per questo la loro percezione è meno vera, meno tangibile, a causa di questa loro vaghezza, o sfuggevolezza, o impossibilità ad essere catturati e anatomizzati.
Nessun entomologo potrà sfoggiarne un esemplare da collezione, attaccato alla punta di uno spillone, in una bacheca vetrina.
Eppure, non per questo quelle farfalle colorate smetteranno di volare nel cielo d’ogni uomo.
Anzi!
Saranno sempre libere e si libreranno oltre ogni altezza.
E non per questo spariranno mai dal nostro orizzonte.

Ma Napoli non è una farfalla.
E’ un luogo concreto e materiale.
Tempesta tragica e sublime paesaggio.
Napoli è una ferita che sbocca sangue.
Un sangue da cui sbocciano fiori colorati.
E profumi che hanno il colore dei miasmi delle strade senza aria.
Finestre cieche che danno su vichi senza luce.
Occhi ciechi a cui si appendono file di panni stesi fieri di sè come orgogliose bandiere.
E voci, suoni, canzoni che hanno l’asprezza del turpiloqui e la dolcezza della musicalità del cuore.
Cuori che da sempre sono costretti a vivere in gabbie strette come prigioni, incatenati al dolore della miseria.
Cuori come giardini in cui sono piantati roseti spinosi.
Fiori che non hanno bisogno della luce perchè si sono abituati, ormai, alla fame atavica.
Cuori da cui sboccia il sentimento della dolcezza umana che ti fa amare la carne grassa dell’uomo.
Napoli è questo.
Una storia materna.
Un ventre dolce.
Gambe da guardare mentre vanno, nel tempo verde dell’amore, con desiderio.
Forme rotonde che si muovono fascinose.
Lune, traslucenze, riflessi, sericità.
Soffi, sussurri, zefiri.
Dolci riflessi solari, romantiche carezze lunari.
Seni di madri, caldi, sodi, madidi, pieni, liquidi, densi.
Labbra a cui attaccarsi, in baci egoisti.
Napoli è femmina.
Si.
Con tutto ciò che per un uomo significa ciò.
(Ma sono certo che Napoli è anche maschio.
Un maschio potente, prepotente, geloso, possessivo, eppure presente, dolce e forte.
Perchè Napoli è amore.
E l’amore è l’amore.
E’ l’amore è anche ciò che una donna non può, dentro di sè, non sentire come carnale, maschile, muscolare.
Perchè Napoli è carne.
Carne da amare.
Desiderio, passione, voluttà.
Femmina.
E maschio).

Eppure, non è chiaro ancora il perchè del mio sentimento.
Forse, è vero, per un sentimento non c’è neppure bisogno di un vero perchè.
Ma se sento l’urgenza di svolgere queste considerazioni napoletane è proprio perchè passeggiando per le strade di Napoli, in questi giorni post-natalizi, si è riaperta l’antica sorgente della mia vita.
E da quella sorgente, come una divinità orientale, nascono vari bracci.
Un fiume di sensazioni, di ricordi, presentimenti, riferimenti, rimandi, rinvii, incroci e crocivie…
Un flusso calmo e potente, ricco, arterioso, che alimenta l’anima…
E poi, brulicante, frizzante, come sturato un tappo dal collo stretto d’un fiasco antico, sgorga anche un flusso di interrogativi che spuma, e arde, e gorgoglia… magma vesuviano, sotto la mia pelle, quasi che il mio corpo fosse dimora d’un’anima partenopea.
E già.
L’anima partenopea.
Impastata di sofferenza e gioiosa indifferenza, di miseria e abbacinante bellezza, resistenza e flessibilità, di rabbia e d’ironia, adattamento e ribellione.
E’ l’anima partenopea.
Soffusa nell’aria che si respira in quella città.
Diffusa nei colori che accarezzano l’occhio, là, per le strade ed i panorami.
Mescolata, tra le orribili ferite e le ammalianti bellezze della città.
Nell’aria tiepida e dolce o nella furia del vento e negli schiaffi del mare.
Intrecciata tra i capelli, le dita, le mani, le braccia, le vite che hanno fatto, disfatto e misfatto la città.
L’anima che crede e non crede in nessun dio e che pure non potrebbe neanche sopravvivere senza un dio a cui appellarsi, a cui volgersi e pregare, implorare, chiedere e ordinare.
Forza e debolezza.
Dolcezza e amarezza.
Zucchero e veleno.
E quando io sento la carezza leggera di quell’anima sfiorarmi la guancia non so tirarmi indietro, non so trattenermi.
Resto ammaliato.
Rapito.
Come un figlio sfiorato da una carezza materna.