UCCELLI (fiaba nera e videopost).

Io li ho visti.
Sembrano le creature più innocenti.
Leggere, hanno col cielo un dialogo diretto.
Quello che ognuno di noi vorrebbe.
E invece, noi, gravati come siamo dal peso di qualcosa che ci angoscia, ci inventiamo creature che chiamiamo dei, per farci portare fin lassù.
Oppure inventiamo aerei, pesanti ali false per far finta di volare.
Loro no, non ne hanno alcun bisogno.
Parlano col cielo come noi con la nostra terra.
A noi la terra risponde con ciò che può.
Donandoci solo un minuscolo rettangolo fugace d’accoglienza.
A loro il cielo, invece, offre infiniti spazi aperti.
L’abbraccio sterminato del vasto creato intero.
Per questo, vederli così leggeri, ci mette in cuore l’idea dell’innocenza loro.

Ma io li ho visti.
Li guardo sempre attentamente.
Sembrano, è vero, le creature più innocenti.
Chiunque potrebbe cadere nell’inganno.
Specialmente noi, con le nostre facce sporche di nera terra amara.
Noi, con le mani impolverate e i cuori scavati nella roccia.
Ma quelle creature sono veramente quel che crediamo innocentemente?
Purezza e candore degli angeli del cielo?

Non li avete visti anche voi?
Stanno lì, accovacciati sui pali piantati nella terra.
Sui fili che scrivono nell’aria infinite storie d’invisibili parole.
Sui tetti acuti che ci siamo messi sulla testa.
Non li vedete forse anche voi?
Stanno lì, con gli occhietti aguzzi, attenti a spiarci anche quando fingono di dormire.
Non sentite i lodo discorsi fitti, fatti d’incomprensibili parole?
E che ragione avrebbero di non farsi intendere da noi?
Perchè devono usare una lingua misteriosa?

Io li guardo attentamente.
Per ore, ore lunghe di attese interminabili.
Scruto il cielo in cerca dei loro significati.
Tracciano rotte millenarie, nel mare che abbiamo sulla testa.
Con le loro vele stagionali.
Hanno una saggezza segreta acquisita nell’empia comunione col demonio.
Segni occulti scorgono i loro occhi acuti di lassù.
Quando virano larghi per andare da nord a sud e si lascian dietro l’est e l’ovest, come avvezzi esploratori dell’incognito.
Li vedo a sera volteggiare a scuri sciami.
Tenebrosi stormi di neri angeli del cielo.
Eserciti di militi impazziti.
Impegnati in inestricabili manovre militari.
Che non abbiamo imparato mai a temere.
Perchè crediamo ancora alla loro innocente ingenuità.
Quelli, invece, si piazzano sulle cime più elevate.
Sentinelle all’ordine d’un generale che mai scorgiamo, nascosto, là, lontano.
Comandante della più numerosa truppa mai ingaggiata.
Incoscienti vittime, noi, destinate all’inutile sacrificio.

Li ho visti ieri sera, per esempio.
Sui tetti del caseggiato là di fronte.
Ho osservato dalla mia finestra, per ore, attento.
Ho visto che mi guardavano anche loro.
Mi spiavano, per ore, in gran segreto, non dandolo a vedere.
Mille e mille occhi han scrutato fin dentro la mia anima.
I miei segreti più nascosti non sono ormai più un segreto.
Li han rubati, di nascosto, quei famelici sguardi acuti.
Hanno la sapienza che sa legger nel pensiero.
Nessuno può difendersi.

Io li ho visti alzarsi all’improvviso.
E ho tremato.
Ho visto il terror di mille incubi.
Ho visto i volti umani sfigurati.
Il sole sceso a divorarli mentre si spegneva lento il cielo.
Ancora ardono i riflessi di quelle rosse braci.
Soccombiamo, vittime, all’assalto quell’esercito feroce.
Siam maschere di carne nascoste in soffitte polverose.
Divorate da affilati becchi gialli.
Baionette acuminate.
Le urla del mio cuore si son pietrificate nel silenzioso terrore della sera.
Solo i loro garruli grecciare s’udivano dalle cime dei tetti là di fronte.
Li ho visti e ho il ancora il terrore dentro al cuore.

Ho visto la luna scendere impaurita.
E guardare verso quell’orrido spettacolo.
Ho visto il cielo farsi cupo.
Mantello di sangue rattrappito.
E da un buco bruno l’astro è subito fuggito.
Cercando sicuri spazi nell’infinita eternità del nulla.
Quaggiù, la sera, gli uccelli banchettano coi nostri sogni più indifesi.
Si fan pericolo, incubo terrore.
Gli uccelli subiscono metamorfosi sataniche.
Le zampe si fanno artigli.
I becchi vomitano sangue.
Le ali, allargate come fetidi sudari, rubano ai nostri occhi ogni briciolo di luce.
L’aria intera smette di gridare.
Muta, resta sola la sera indifferente.
E io tremo, nel mio piccolo angolo nascosto.
Mentre spio.
Attentamente.
Ciò che gli altri credono sia innocenza.

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IL VIANDANTE

Viandante - photo by Pierperrone
Viandante – photo by Pierperrone

Una storia.
Una storia antica, eppure mai tanto viva, attuale, presente.
Mi piace.
Mi piace che venga raccontata ancora oggi, che passi ancora di bocca in bocca.
Oh, certo, io sono solo una di quelle tante bocche che negli anni, nei secoli, nei millenni, addirittura, l’hanno fatta viaggiare nel tempo e sulla terra: uno spazio infinito.
Ha percorso migliaia di giorni, più più numerosi ancora del numero pur ragguardevole dei chilometri, e ha compiuto questo viaggio per questo, per arrivare fino a me, almeno, anche fino a me!
Ed ora io vorrei metterla su un nuovo – ma certamente vecchio – binario e fargli fare un’altra tappa del suo viaggio instancabile.
Verso dove?
Qual è la sua meta?
Dove è diretta?
Forse la sua destinazione è lontana, certo, io non la vedrò mai.
O forse è più vicina di quanto s’immagini, è qui, è poco lontano, là dove è il mondo degli uomini giusti, buoni, uguali, fratelli.
Per questo mi piace questa storia, una specie di favola, una parabole che tuttavia racconta qualcosa che ci riguarda da sempre.
Io l’ho voluta illustrare con alcune foto che scattai alcuni anni fa, nel viaggio che facemmo, io ed i miei, nella terra d’origine di questa storia che oggi racconto: anzi, che una voce professionista racconta per me.
Così, quelle foto s’abbinano a questa storia per dargli volti, colori, espressioni, immagini, frammenti di realtà quotidiana.
E ora, basta con le chiacchiere, ecco la storia.

A GIOVANNI MANZO, PENSIONATO ALFASUD

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone, Torre Annunziata (NA), 2 novembre 2014

Io vuleva dicere quacche cosa, primm”e ve lassà.
Ve vuleva fà ‘na specie de discorzo.
No, no, stateve tranquille.
Nun voglio fa’ ‘nu cumizzio, i’ nun song nisciuno; e po’, chille, ‘e politice, chille ca facevano mille cumizzie, ai tempi mieie, quando ce s’accideva pe’ ll’idee politiche, e che facevano millant’ancora prumesse, quann’hanno capisciuto che in piazza non c’era più spazzio pe’ nisciuno, chille, ‘e policie, se so’ truate annure, disarmate, sule sule… senza cchiù nisciune ca’ ‘i stà a sentere nisciuno cchiù ce crere a chelle buciarde…
Ogge, nun ce crede cchiù nisciuno…
Ma nunn’è stato semp’accussì.
Nuje, si nuje, ‘na vota, eravamo tante, e tante cà jenchivamo chiazze e vije…
Tenevamo ‘na bella bannera rossa ‘ncapo..
Eravamo certi, sicuri, che avremmo conquistato il mondo!
E mo’?
Mo’? Stamme sule, chiuse ‘ncasa, rattristati, contristiti, sulitarie…
O’, ma nun voglio manco fà ‘na lezzione, i’ song’alfabetico…
E’ che, mo’, mo’ che me songono venute a chiammare, mo’ m’è venuta ‘na malincunia, n’appucundria ‘e murì…
E ve vulesse raccuntà.
I’, cu”e parole mie, comm”o sento ‘rint”o core.
Ve vulesse arraccuntà, ve vulesse fa’ vere’ tutto chello ch’aggio visto io ‘int”a vita mia!
Ie, int”a vita mia, ‘n’aggio viste tante.
Aggio cumbattuto mille battaglie.
Aggio canosciuto famme, dolore, solitudine e ppaura.
Ma aggio canosciuto anche la speranza, che ca ogge s’è perduta, sperduta mmiez”a stu deserto cu’ mmilioni d’abbitanti sulitarie…
Ie aggio camminato mmiez”a mille uerre, una, una sola, è stata chella vera… cu’ ‘e bombe, ‘s scoppettate, ‘e muorte, ll’ammuina e la miseria…
Ma anche tutte le altre, chelle… chell’ ‘e tutt”e juorne…
Chelle che s’anna cumbatte pe’ campà.
Ma mo’ me sto pe’ arritirà.
E’ arrivato il congedo definitivo.
M’hanno fatto sape’ ca ‘stu surdato deve finire il servizzio.
Devo smontare.
La sentinella ha finito il turno…

Io vulevo dicere quacche cosa, primma e ve lassà.
Stamm’ a chesta bella tavulata, ‘sta festa, oggi, ca vi volevo salutare…
E allora vi volevo dicere ca…
Emebè?
Mo’ me state a ‘uardà cu’ ‘st’uocchie spalancate, curiuse, appaurati…
No, oggi voglio raccontare sulamente chello ch’aggio visto, chello che stongo pe’ lassà.
Oggi stamme tutte quante sedute assieme, alla stessa tavulata.
Parimme tante, ‘na folla.
Simme tante, fratelli, sorelle, cumpagne, amice…
Parimm’ overamente ‘na folla immensa… comm’a chelle e tant’anni fa…
Ma oggi, invece, i’ me sento sulo.
Aggio passato l’anne, e cchiù tiempo passava chiù me songo sentito sulo.
E’ figli miei, chille, tutt’e quatto, se songo ammaritati.
Hanno avuto fortuna, hanno studiato e hanno truvato ‘nu lavoro.
Chi ‘ccà, vicino casa mia, alla scuola, chi cchiù luntano, a Roma, nella capitale, al Ministerio, lavora per il Governo; n”ato s’è laureato, ma nun’ha truvato mai ‘nu lavoro vero.
Faceva l’artista, voleva fare l’attore. E’ andato in giro per tanti anni, e poi, un giorno, quanno nun sapevamo neanche cchiù quale era il suo indirizzo, ha bussato al campanello…
Ddriiinn… mamma mia bella, sento ancora quella scossa r’int”e vvene! E che gioia, che ssangue, rivedere il figlio mio!
Con la mogliera e un figliolino in fasce…
Cercava pane pe’ chell’anema bbeata, ‘na casa, ‘nu ppoc”e pace…
E ie gliel’aggio dato.
E che annema, che pozzo vulè cchiù d”a vita mia?
L’urtima, pò, a figliulella bella mia, quella se n’è gghiuta luntano assaje, appriesso ‘o marito, a cercà furtuna al Nord.
E dice che l’aveno truata.
Prima aveno lavorato in fabbrica.
E poi si hanno aperta una fabbrichetta lora.
Ma nun saccio si songono felice.
Stanno sempre ‘mpensiero, appaurati, preuccupati, comme se il mondo si volesse mangiare la ricchezza lloro…
Ma a me, a me, m’hanno lasciato sulo.
All’inizio lavoravo ancora, all’Alfasud, anche dopo la penzione, quando mi hanno fatto fare il guardiano, per quacche tempo, nun m’arrecordo…
E i giorni mi passavano.
A casa, pò, ce stava ‘a mugliera mia, chella santa donna.
Ma chella, alla fine si è stancata.
Sono stato ‘n’ommo pesante assaje!
E accussì se n’è andata.
E mmo’, ‘o’vvire, ‘mmo’ ‘a vac’a truvà.

Nunn’è bello ca stammo tutte quante ‘nzieme ‘a ‘sta stessa tavulata e pare che manco ce cunuscimmo, aggirammo ‘a faccia a chell’ata parte, facimm”e scorrucciate, gl’indifferenti…
Per esempio, stamme ‘e casa ‘dint”o stesso casamento…
Sette piane chine chine ‘e femmene, uommene, guagliune e guaglincielli.
‘Nu munno intero intero.
Ce stanno quatt’ o cinch’ famiglie mussulmane.
Songo ‘nu poco strane, ma ‘e femmene lloro songo educate assaje, cum’erano ‘e guaglione a”e tiempe meje.
Se mettono ‘u fazzuletto ‘ncapa, uardano sempre ‘nterra, nun se fanno foje…
Brave, so’ bbrava ggente.
Molto timorati di Ddio.
E po’ chill”ate, l’indiane?
Quanne songo? Sei, sette, forse?
Forze nun songono tutt’indiane. Ce stà chi dice ca vene da ati paise, nomme strane, ca io manco cunosco. Ma songo tutt’eguale, s’assomiglieno tutte quante, tenen”a stessa culurazione, ‘o stess’ addore ‘e puvertà, ‘a stessa miseria ‘ncuollo…
E po’, po’ ce stanno chille culurate ‘e zafferane, gialle scure, cinisi, cureani, giapponesi…
I’ l’aggio canosciuti sulamente a’ ‘o tiemp’ d”a uerra certe signure accussì strane, ca nun ridono maje, serie serie, parono semp’ ‘nacazzate…
Ma no, mo’ me so’ sbagliate, ‘e giapponesi se so’arriccute, ‘ccà nun ce pozzono stà ‘e casa…
‘Ccà, nuie simme tutte quante ggente squattrinate, simme tutte senza sorde.
Gappunise nun ce ne pozzono stare in questo casamento.
…Eh?
No, no.
‘Ccà nun simme muort”e famme.
Nun ‘nce stanno pezziente, barbune, accattune, mendicanti…
NMa no, macchè!
Che cazze state dicenne!
‘Ccà tenimme tutte quacche cosa.
I’ tengo pur”a penzione, a penzione.
‘A penzione ‘e ll’Alfasudd!
Aggio faticato quarantacinque anni!
Si, si, ‘o ssaccio, è ppoc’, me mancavano l’anne ngopp”o libbretto. ‘A Previdenzia Sociale però, m’ave riconosciuto ‘o stesso la penzione; chille, l’Alfaromeo, quanno venettero d”o norde pe’ aprì ‘a fabbrica, ce mettettero a tutti’e marchette.
Ma i’ aggio faticato sempe, anche quann’ero racazzino.
Allora, andavo a fare quacche cunzegna, quacche servizzio, e… pure quacche servizziello, pure chelle sapevo fà…
E ssì, me l’aggio duvuto ‘mparà pè ccampà!
Po’ tenco stipato pure quacche liretta, ‘nu ppoco ‘e rrobba annascusa, che nun vulesse raccuntà qquà, pecchè songo cose di famiglia.
E tengo pure ‘nu piezz”e terra ‘ncoppa ‘o monte Faito…
Certo, songo tanti anni che nun ce so’ gghiuto cchiù, mo’, adesso, sarà addiventato tutte sterpune e everaglia… Ma sempe ‘na pèruprietà resta, no?
‘N’eredità pe’ ‘e figlie miei!
Accussì, pe’ ddì che nun simme tutte muorte ‘e famme!
Chille, pure l’indiane, saccio teneno ‘na terra, ‘o paese ‘lloro.
Me l’ave raccuntato chillo sicco sicco c’abbita ‘ncopp’ a mmè.
Dice che lloro stann’ sempr’ a faticà, int’ ‘a ‘na puteca, venneno frutta e vverdura, abbascio, fore ‘o vico.
Ma dice che sono figli di prencipi.
Solo che la terra lloro è povera, nun’ è comm’a qqua!
Accussì m’hanno arracuntato…

… Ma mo’ me so’ stancato…
Si, si, ho finito.
Vi ho raccontato quello che vi sapevo raccontare.
I’ nun song’allitterato.
‘Ccà, ngopp’ ‘o manifesto ‘e muorto ce sta o nomme mio!
E allora è giunto il tempo mio.
Mo’ vi debbo salutare.
Ho finito di faticare.
E’ venuto il momento mio, finalmente !

ECHI DELLA MEMORIA

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Dalla finestra, cara signora mia, non si vede più passare la gente perbene di una volta!
Eh, ha ragione, signora cara, non è più la stessa gente che passa sotto i balconi.
Me lo diceva sempre anche la signora del palazzo di fronte, la riccia nera, se la ricorda?
Si, si. Ma che fine ha fatto quella povera donna?
Uh, sapesse, signora mia, che brutto guaio ha passato, quella povera donna.
A parte il marito, che s’è infilato nel letto per non alzarsi più, neanche dinanzi al prete per l’estrema unzione.
Quel pover’uomo, così giovane! E che malattia aveva?
Eh, beh sa, nessuno lo sa dire con certezza, solo, la signora ha parlato di un brutto male. Ma quello, il marito, stava messo proprio male, da tanti anni, aveva fatto la guerra, ed era tornato che non era più lo stesso di quando era partito.
Beh, ma dopo la morte del marito, la povera signora, neanche aveva dismesso il lutto e già aveva un moscone che gli ronzava intorno. Un bel tipo, giovanile. Ma senza una lira, senza un soldo. Voleva solo sfruttare la situazione.
Che brutta storia! Ma che mi sta raccontando?
Eh, sapesse, i guai, nella vita, non finiscono mai. Nessuno si può fare maestro. Nessuno nasce imparato. E bisogna pregare Dio per avere la fortuna dalla propria parte. Insomma, la signora, con quel moscone intorno, aveva cominciato a litigare con la figlia, quella magra magra, con il colorito pallido emaciato, che sembrava una malatina appena uscita dall’ospedale. Ma un caratterino, pure, quella! Però sveglia, eh, signora, una ragazza veramente sveglia!
E allora? E cosa è successo?
Beh, quella, la ragazza, aveva anche lei un fidanzatino che gli faceva il filo, uno serio, un lavoratore, non uno sfaticato. Ma lo sa, oggigiorno di lavoro ce n’è poco, e quello doveva sudare sette camicie per portare a casa qualche lira alla fine del mese. Comunque, lui non c’entra, in questa storia.
E allora?
Ecco qua. Quella, la signora, quella rosa con il moscone appresso, s’era fatta abbindolare dal suo spasimante. Si credeva d’essere diventata una fatalona, con gli occhialoni scuri, l’abito nero del lutto, l’aria contrita… Ma sotto sotto… il moscone, con il suo pungiglione, gli faceva passare tutti i pruriti!!!
Eh, signora mia, ma che dite? Anche quella? Con il lutto ancora addosso? E poi, a quell’età! Che si va a prendere di fuoco per il bel giovanotto? E quello, il giovinn signore, che faceva, si prendeva la rosa già appassita? Non ne poteva trovare di più fresche nel giardino?
Avete ragione, signora mia, avete proprio ragione!!! E poi, pensate, che quei due, i piccioncini, la rosa col moscone, ogni giorno, quando scendevano a fare la passeggiata sul corso, si davano delle arie da grandi signori. Degli ereditieri! Entravano nei migliori negozi, si provavano un abito, un bracciale, un orologio… E uscivano sempre con dei pacchetti appesi alle mani. Che ve lo dico a fare? Quelli avevano cominciato a mangiarsi l’eredità quando il corpo del marito era ancora caldo… Lei, allora, così convinta di esser diventata una grandama, per la strada, cominciava anche a darsi le arie con gli altri giovanotti.
Ma cosa mi dite? Quella madonnina!?
Si. Tanto che il suo giovanile cicisbeo, lo spasimante, insomma il moscone, cominciava a mettersi paura di veder volar via la sua ape regina, di trovarsi di fronte ad altri calabroni, magari più prestanti di lui… voi mi capite, signora mia, si?
E come no? Quella la madama, adesso che aveva provato il gusto del miele, si pensava di poter fare l’ape regina nell’alveare della città!
Si. E’ così. Solo che, come si dice?, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. O meglio, signora, quello il diavolo prima li fa, e dopo li accoppia. Insomma, adesso finisco di raccontarvi il fatto.
E dite, dite, signora mia!
Si, ecco qua. Insomma, il signorino, quello, il moscone, cominciandosi a sentire geloso, sentendosi deriso, decise di tentare il tutto per tutto. Insomma, disse alla signora, così, a brutto muso, che si dovevano sposare, subito, appena finiti quaranta giorni del lutto. E che se qualche legge non lo permetteva, allora dovevano andare ad abitare insieme, more uxorio – oh, quello disse proprio così, chissà dove l’aveva imparata una cosa così, forse al catechismo, quando studiava per la prima comunione!!! Tutta la città avrebbe dovuto sapere che loro due erano una coppia felice e che, o prima o poi, avrebbero regolarizzato la propria situazione.
E allora? Che successe?
Uh, sapesse, signora mia. Innanzitutto, le scenate della figlia! E che, Mamma, diceva quella, mi porti un uomo in casa, qua, a me, che sono signorina e cerco ancora marito? E poi, tu, mammina, ma non ti rendi conto che quello sciagurato vuole solo i tuoi soldi? Anzi, no, non i tuoi, ma quelli di papà, che ancora non è neanche morto del tutto, e i soldi restano ancora i suoi finquando non muore veramente…
Povera figlia, quanto dolore!, signora mia. Dio, devi aiutarla, qualla povera ragazza.
No, ma aspettate, cara signora. Quella, la ragazza, l’aveva messa su contro la madre il giovinotto che gli faceva il filarino. Anche quello voleva assicurarsi la sua quota di eredità sicura.
Mamma mia, che gente, signora.
Eh, si, da queste finestre non si vede più passare la gente di una volta!
E poi? Com’è andata a finire, questa storia? Perchè non si vede più la più bella rosa della città?
Eh, sapesse! Una sera, mentre stavano litigando le due donne, mamma e figlia, arrivarono, da una parte, il moscone che voleva andare a mettere il pungiglione nel nettare saporito, e dall’altro il figurino di lavoratore sfortunato. Non vi sto a raccontare! Fu una vera tragedia. Una scalmana nel palazzo che tutto andò sottosopra. E alla fine dovettero arrivare i carabinieri. Era tutto sporco di sangue. Quattro morti. Quattro cadaveri. E neanche un povero Cristo a recitare un’ave Maria !
Madonna mia! Che tragedia! Ed io non mi sono accorta di niente! Dev’essere stato l’estate scorsa, quando sono andata a passare le vacanze al mare.
No, no, è stato l’inverno scorso. Prima di Natale.
Eh, allora, quando sono andata a trovare mia sorella che stava male! Che brutta storia!
Eh, io ve l’ho detto, da questa finestra non si vede più passare la gente bella di una volta!
Adesso vi devo salutare. Mi devo preparare, devo uscire, mi aspettano per la partitina di carte a casa della signora…
Ah, si, vi saluto anche io, allora. Devo scappare. Ho fatto tardi anche io. Devo andare, adesso, devo andare…

IL NAUFRAGO

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Qua.
Sto qua.
Tu, Cielo, sei così vasto e non mi puoi vedere?
Tu, che guardi da lassù tutta l’infinita distesa delle acque, quaggiù, non mi puoi vedere?
E chi sono, io?
Non sono forse una creatura di questa terra che tu domini da sempre, da quella tua altezza inarrivabile?

Qua!
Sto qua!
In questa distesa infinita che sciaborda d’eterno.
Una goccia di vita in questa infinita distesa d’acqua che trema come avesse una paura tremenda.
Sono io a tremare, invece.
Tu, acqua, tu non tremi.
Tumulti!

Qua, Cielo, qua!
Guardami.
Volgi il tuo occhio verso di me, come io rivolgo il mio a te, chiedendo solo conforto.
Io, misera creatura persa in questa infinito Oceano mercuriale.
Io ti guardo, ti cerco t’imploro, Cielo.
E tu, Cielo, non ti curi di me.
M’ignori.

Sto qua.
Da giorni, vago, naufrago, nella vita che si perde tra le mille onde di questo Oceano infernale.
Non sento più le forze.
Il guscio di noce che mi culla, mi sballotta, mi scuote, mi agita, mi sbatte e mi tormenta, da giorni, e notti, e altri giorni e altre notti, tanti giorni e tante notti che non posso più contarle, questo misero guscio di noce mi contiene, mi sostiene, mi protegge dalla vorace fame dell’Oceano che spalanca le fauci su di me.
Ma, finchè, tu, guscio infinitesimo di noce, mi proteggi, tu, Oceano, nulla puoi veramente contro di me.
Solo incutermi terrore.

E tu, impavido Cielo indifferente, mi mostri, ambiguamente, da giorni, e notti, il tuo duplice volto.
Ogni volta impassibile.
Senza mostrarmi alcun segno.
Il tuo volto infuocato, dardeggiante dall’unico occhio solare, lancia contro di me saette e lapilli incandescenti.
Mi acceca!
Tenebroso, invece, ti nascondi dietro il manto notturno.
Mi empi il cuore d’angoscia solitaria.

Cielo.
Cielo di tutti gli uomini, ti sei dimenticato di me!
Hai a cuore i destini che ognuno ti affida, confidando negli dei che benevolmente accudisci, e invece, tu, di me, ti dimentichi.
Non sono forse anch’io un uomo come gli altri?
O appartengo già alla morte, ora che non sono altro che un naufrago perso in mezzo alle onde?
Aspetta.
Non rispondermi ora.
Medita.

Intorno a me l’infinita distesa delle acque oceaniche.
Io, misera goccia di vita che ancora ha sete di vita.
Io, figlio dei figli di coloro che impararono a dominare le correnti che agitano le acque d’Oceano.
Io, ora, non sono più niente per te, o Cielo, se non una goccia che sta per evaporare e ritornare ancora una volta fra le tue braccia?
Sei così indifferente, tu, o mostro dal volto di gelida pietra?
Gorgone in cui raggela il mio sguardo impaurito!
Io, nulla infinitesimo dell’Essere infinito?

E tu?
Tu cosa sei, allora, che non hai sentimenti, nè cuore, nè sai provare pietà per una vita che sta per esser divorata da questo mostro che ribolle sotto di me?
Cielo!
Che illusione, per gli uomini, quando conosceranno la tua indifferenza glaciale!
Non sei tu, dunque, niente.
Nessuno.
Niente, e nessuno, che sappia assicurare ad un uomo, agli uomini tutti, almeno il conforto d’un attimo nell’ultimo istante di vita.
Sei inutile, come ciò che non serve.

Annegano gli uomini, allora, in quest’Oceano che grava sopra di noi, ancor più mostruoso di quello che s’agita e geme e spinge, forte e tenace, famelico, impietoso, crudele, sotto di me.
L’intero mare dei sogni divori, tu, muto Oceano ingordo.
E con esso il mare dei desideri, tutti, ingoi, e quello della speranza, e tutti gli altri mari che ribollono nel cuore degli uomini.
Lasci solo che trionfi lo sconfinato, inanimato, mare dell’Illusione.
Nero lago di pece in cui si aggirano soltanto fantasmi.
Cielo, invece, io, di infinite speranze, e progetti, e desideri, e sogni, di questi mari infiniti mi nutro!

Oh, Cielo!
Su, non fare l’ingenuo, ipocrita, eterno, irrequieto bambino.
Non m’incuti nessuna pietà.
Non piangere, ora, non far finta di provare dolore.
Non nasconderti dietro quel manto pesante di nuvole nere.
Non provo rancore.
Non saprei punirti per la tua infame codardia o per la tua indifferente freddezza.
E come potrei?

Il tempo scorre infinito, in questo guscio di noce.
Il mostro, sotto di me ribollisce, mai domo.
E quello qui sopra resta muto, e immobile, mi fissa, imperscrutabile sguardo di cieco.
La vita è sospesa, qua, sulla zattera d’un povero naufrago.
Fra la vita e la morte.
Cosa mai v’è, in quel mezzo, fra la vita e la morte?
Io.
Io vi sono.
Pescatore, rimasto impigliato in una rete tremenda.

Cielo.
Sto qua.
Un nulla sospeso fra la vita e la morte.
E tu, con i tuoi mille occhi notturni zampilli lucignoli che m’indicano rotte infinite verso invisibili mondi persi lassù.
Se solo sapessi quante cose vedo, io, di qua, mentre tu, cieco, resti impassibile, ferma, immobile lastra di pietra.
Eppure, finchè io potrò misurare questa infinita distanza che si separa, niente, nessun mostro potrà mai venire qua, su questo provvisorio guscio di noce a ghermirmi!

MARIKA

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Oggi non si riesce più neanche a respirare.
Nell’umidità dell’aria sono annegati i colori, si sono sciolti, slavati.
E la colatura di questo freddo fetido bagno mi scende in gola, mi strozza.
Singhiozzo.
L’aria si spezza.
Il fiato mi manca.

Il campanello trilla forte, elettrico, sguaiato.
Il televisore urla qualcosa.
“Vai ad aprire, cazzo!”.
Un vecchio film scorre mentre cerco le pantofole.
Il pantalone acetato mi scende, largo, sull’inguine.
Levo le mani dal ventre.
Sporche, finiranno dopo il lavoro.

La porta, marrone, cigola.
Un volto s’affaccia dalla fessura.
E’ solo il sogno.
Il vano delle scale resta buio.
S’intravede appena il baluginare della luna, fuori, nel freddo della notte.
Nebbiosa, densa, opalina.
Nel vano della finestra delle scale.
“Vaffanculo!”

L’eco della porta inciampa nelle rampe, cade, rotola fin giù al portone.
Un sorso, un sorso per mandare giù questo fiotto d’aria madida.
La bottiglia, quasi vuota, puzza.
Vado a pisciare.
Il cesso domani devo lavarlo.
La domenica non passa mai.
Devo finire il lavoro.
Mi siedo sulla poltrona.

Sogno, sogno ancora.
E s’ingigantisce il desiderio.
Un mostro con i denti.
Due gambette sottili.
Un piccolo seno.
Non basta, non basta ancora.
Una mano.
Scorre.
Scorre piano.
Due occhi vuoti.
Una bocca.
Muta.

Non posso respirare.
Oggi non si riesce neanche più a respirare.
Mi serve l’aria.
Mi serve la luce.
Mi serve un profumo.
Un seno, duro, acerbo.
Annaspo.
Nel sogno si scava una fessura.
S’apre.
Una bocca.
M’inghiotte.
Annaspo.
Annego.

La mano corre.
Sull’autostrada del desiderio c’è traffico.
Siamo in tanti, restiamo bloccati.
La televisione dice che il freddo continua anche domani.
La notte è lunga.
La luna gela, là fuori.
L’aria s’addensa sui vetri.
Scivola via lentamente, pende nel vuoto, barcolla, cade, si frantuma in mille pezzetti, goccioline invisibili, nebbia giallastra, molle, densa, appiccicosa, come il fumo delle ciminiere.
Quella è spenta, là fuori, da anni, era la ciminiera della fabbrica, vecchia, arrugginita.
L’autostrada è bloccata.
La mano s’è fermata.
Il respiro s’è spento.

Ringhia, il campanello, furioso.
“Cazzo, e vuoi andare ad aprire?”
Il vecchio film in banco e nero mi spia, dalla televisione.
Due occhi come spilli dalla nera capocchia m’infilzano il cuore.
Sento le dita tremanti.
Il respiro s’è spezzato, è tutta la sera che va a e viene.
La lampadina bianca è morta, nel lampadario.
Il cielo è nero.
La luna s’è smorzata.
E’ caduta laggiù.
Vedi il bagliore che ancora s’intravede là, dietro alle case?

“Chi cazzo viene a quest’ora?”
La mia voce rimbomba nel vuoto della testa che scoppia.
Rimbomba anche un calcio che vorrebbe sfondare la porta.
Un sorso, devo mandar giù un sorso ancora, ancora un sorso.
Il liso pigiama puzza.
La bottiglia emana un acido tanfo d’aceto.
Sto di nuovo sognando.
La mano, sull’autostrada, riprende un attimo la sua inutile corsa.
Una coscia.
Una bocca.
Un desiderio malato.
Miele, e lana, carezze ispide.

Il tempo batte.
Forte.
Corre.
Come la mano sull’autostrada.
Il traffico s’è spostato un poco più avanti.
Ora che l’ho raggiunto di nuovo, devo ancora fermarmi.
Non c’è nessuno che può darmi una mano?
Cerco un aiuto ma non trovo nessuno.
Sono tutti intenti alle manovre, nelle macchine ferme nel traffico.
Domani scendo a comprarmi una rivista.
Così faccio da solo.

Il campanello morde ancora.
Un cane, fuori alla porta struscia la zampa contro il battente.
Marika sale le scale.
Le sue gambe luccicano, al buio, d’un riflesso di luna.
Dall’androne salgono lontani rumori.
“Marika!
Vuoi entrare un momento?”
“T’ho suonato tre volte!
Pensavo fossi ubriaco anche oggi.
Sei sempre ubriaco”.

“Marika, stasera non si riesce neanche più a respirare”.
“Povero Nonno!”
“Marika, figlia mia, non prendermi in giro”.
“Per Dio, lo sai, mi fai incazzare!”
“Marika, ti prego!
Ho bisogno
Vuoi entrare?”
Solo un momento, ti scongiuro.
Un momento soltanto!”
Quanto vuoi, stasera?”
“E cosa mai puoi darmi, tu, povero Nonno?”
“Tutto quello che vuoi!”
“Non farmi ridere, sei un morto di fame!”

I seni sotto al maglione sembrano scure colline perdute nell’ombra.
Dolce mistero notturno.
“Non allungare le mani, porco!”
“Dimmi quanto vuoi, Marika!?
Ti darò tutto quello che vuoi!”
Il cane bastardo è entrato nella camera buia.
E’ zoppo.
Ha pisciato già sulla zampa della sedia.
E s’è accovacciato davanti al televisore.
Adesso è lui a comandare.
“Dammi quello che vuoi.
Tanto lo sai che sei un morto di fame.
E poi non sei neppure capace di prenderti qualcosa di me!”

Il letto devo farlo aggiustare, domani.
E’ tutto sbilenco.
Sembra il pendio d’un curva.
Spinge lontano le macchine, verso il burrone.
E spariscono presto, si nascondono, si perdono subito, su quella vecchia autostrada.
Nella televisione formicolano strani insetti, lucciole bianche.
Piccole lucciole nere.
Una nebbia baluginante.
Rinchiusa in prigione.
Non riesce ad uscire.

Marika corre veloce.
E’ una potente auto sportiva.
Corre sulla vecchia autostrada.
Ha la vernice tutta scrostata.
Molte ammaccature.
Un modello fuori produzione, ormai.
Ha avuto molti padroni.

I due divanetti sono più comodi del vecchio letto sbilenco.
Beve, Marika.
Beve, la potente macchina da corsa impazzita.
Ci vuole molta benzina, per accendere il motore ruggente.
Per farla correre, ci vuole tanta benzina.
Per farla gridare di felicità.
Non c’è abbastanza benzina, nella stanza, stanotte.
Domani, devo andare a farmi visitare dal medico.
Un sorso, un sorso solo, ancora, poi devo ricordarmi dove ho messo la vecchia banconota mangiata dal tempo.

“Cazzo, ma che fai, hai già finito la benzina, lurido vecchio?
E dai, allora perchè cazzo mi hai fatto entrare, anche stasera?
Lo vedi, anche il cane s’è messo a dormire!
Sei anche tu come lui, un vecchio cane, una povera bestia impotente!”
“Dai, ti prego Marika. Ancora un momento.
Ti prego.
Dammi una mano.
Ho bisogno, stasera.
Devi aiutarmi.
Sennò m’ammazzo, stanotte!
Mi butto dalla finestra!”

Il silenzio è più cupo, quando anche la luna si mette a dormire.
Il buio aiuta i fantasmi crudeli.
Eccoli.
Li vedi?
Accorrono.
Arrivano!
Vengono!
Son qui!
Mi vogliono prendere!
Aiutami, Marika!!
Ti prego, non farmi portar via, Marika, ti prego!

“Marika, ti prego, prendimi ancora, dammi una mano, aiutami, dolce bambina”.
“Come piagnucoli bene, vecchio schifoso, stasera!
Quanto hai bevuto, oggi, davanti alla televisione?
Ecco, lo vedi?
Non ce la fai!”
“Ma no, no.
Ecco, lo vedi?”
Ecco, ecco, dai, ancora uno sforzo, dai non ti devi fermare, corri, corri, l’autostrada è libera, adesso!
Non devi fermarti, dai corri, ancora così, fammi correre ancora!”
Ecco, lo vedi, laggiù, lo vedi, c’è un motel!
Dentro ci siamo noi due che ci amiamo, là, come due focosi stalloni, lo vedi?”

“Sogni, Nonno, sogni, sogni di nuovo.
Lo vedi, nonno?
Ancora, non vedi?
“Non c’è niente, laggiù.
Non c’è un motel, là sull’autostrada.
E, poi, neanche tu.
Tu non sei un’autostrada!
La tua macchina è vecchia.
Si ferma, fredda, è senza benzina.
Non parte, non cammina, non corre.
E’ morta.
E anche tu sei morto, povero vecchio bavoso, non vedi?”
“No, Marika, ecco, lo vedi?”
“Ecco!!”

“Non toccarmi, basta, sporco, lurido porco.
Non toccarmi ancora, fai schifo!”
“Devi andare a lavarti, piccola troia, puzzi.
Anche adesso.
Sei zozza, sporca, infetta, malata.
Devi andartene, non posso vederti, schifosa cagna randagia.
Vai via, adesso, vai!
Non mi servi più a niente.”

Non riesco neanche più a respirare, stasera.
L’aria è marcia, di fuori.
E porta la puzza qua dentro.
Se non se ne va, quella cagna, finirà per farmi impazzire.
Devo ammazzarla.
Mi ha trattato come un vecchio bavoso.
Domani vado a comprare un coltello.

“Sei stata brava stasera, Marika.
Grazie!”
“Tu, invece, saei stato il maiale di sempre.
Il solito povero vecchio impotente.
Piagnucoli come un bambino, finchè non ti danno la mano”.
“Sei il mio angelo nero, Marika.
Da dove sei arrivata?”
“Dal paradiso, Nonno, da un paradiso lontano.
E’ cosìdistante che neanche si vede, sulle carte geografiche!
Ma adesso devi darmi venti euro, altrimenti ti ammazzo!”

Domani vado a comprare il coltello.

PINOCCHIO ALLA CATENA

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Anche se me ne vado in giro facendo finta di niente, mi porto appresso il mio destino, me lo porto addosso, me lo sento stringere, mi lega stretto, dappertutto, ovunque io vada, ovunque cerchi rifugio, ovunque scappi…
E’ una camicia di forza.
Non riesco a liberarmi.

Mi sembrava facile, ad un certo punto.
Dopo, però.
Dopo.
Quando la disperazione più nera aveva cominciato a diradarsi.
Il velo a cadere.
E dinanzi agli occhi, ecco, ecco apparire la luce, dapprima una luce oscura, un chiarore, una visione indefinita.
Ma poi, poco a poco ho capito, tutto m’è apparso evidente.
E anche io, sì, anche io stesso, così, adesso, sono immerso in quella luce, e sto lì, nitido a me davanti, chiaro, evidente, nudo, ecco nudo, così direi direi adesso, proprio una creatura venuta appena appena al mondo.

Si, ma non è un’immagine bella, quella che adesso mi si è svelata.
E’ l’immagine del destino.
Sì, proprio così, l’immagine del destino.
Proprio così.
E, per essere più preciso, è l’immagine del mio destino, adesso me la vedo davanti.
Mi vedo chiaramente.
E’ il destino, il mio destino, adesso lo vedo chiaramente.
Ce l’ho proprio qui, davanti agli occhi.
Ed il destino di un uomo, credetemi, il destino dinanzi al suo uomo, è come un gigante che sembra pronto a schiacciare la più minuscola e indifesa delle creature.
Un mostro feroce e sanguinario, affamato di morte, che vuole divorare l’indifesa creatura che gli ha dato i natali.

Ma forse devo essere più preciso.
Per farmi capire devo raccontare tutto fin dall’inizio.
Fin da quella mattina… o forse non era una mattina, bensì una notte, o un sogno, o farei meglio a dire che fosse un incubo, o che il risveglio, quel risveglio, dopo ciò che mi era accaduto, quel risveglio, farei meglio a dire che fu incubo, il mio incubo, l’incubo di ogni uomo?
La sera era stata una sera come le altre.
Una sera come tante altre.
Una sera come le sere di tanti altri, su questa terra, una sera come le sere d’un uomo qualunque, la sera di un uomo tranquillo, con la coscienza a posto, la sera un uomo di fede, timorato di Dio, della famiglia, lavoratore onesto e nient’altro.
Una sera come tutte le sere…

Tornavo a casa, quella sera, maledetta, quella sera, sia maledetta per sempre, quella sera, sia maledetta per tutti i tempi dei tempi!
Perchè ciò che mi accadde, quella sera, ancora mi fa venire i brividi.
Stavo sulla sulla strada, quella sera, come sempre, mentre me ne tornavo a casa.
Era sera, e appunto, la sera, la sera è sera quando il sole cala dietro l’orizzonte.
E sale, la sera, sale e s’impossessa del mondo, quando il sipario del giorno scende e scompare.
E’ come un gioco degli attrezzi su un palcoscenico qualunque.
Il giorno scende, con i suoi fondali colorati, e sale il manto nero della sera.
Sale lentamente, però, tra trasparenze e baluginìi che alle volte sembrano strizzate d’occhio dal cielo.
Si confonde, la mente, dinanzi a quegli interminabili cambi di scena, con le luci che si abbassano e cambiano colore obbedendo a qualche diavoleria tecnica che un volubile scenografo ogni volta reinventa come nuovi.
E noi, poveri uomini, ogni volta, là, ogni sera, a guardare imbambolati verso il cielo che scompare un poco a poco…
E non ci accorgiamo di niente…

Da un angolo, dietro a un muro s’era nascosto, mi comparve dinanzi un tizio, all’improvviso.
Era un tipo sospetto, questo lo vidi subito.
Ma comunque, quando me ne accorsi, anche se ero stato veloce come il lampo a capire il lampo fosco che gli brillava negli occhi a quel tipo losco, comunque, quando mi accorsi delle sue intenzioni, ormai,per me, era già troppo tardi.
Ero ormai già stato condannato.
Ero stato il prescelto, e questo senza neppure avere modo di saperlo.
Senza nemmeno volerlo, ero stato individuato.
Lui aveva avuto il tempo dell’agguato.
Io, invece, distrattamente me ne andavo.
Sicuro nella mia sicumera.

D’un tratto m’accorsi d’esser stato derubato.
Il ladro, svelto, ormai era già sparito.
S’era rifugiato, lesto come il lampo, su per l’ombra, dove il buio, nella sera, diventa intricato viluppo di scaluzze, su, dentro per il vico, dove la strada si stringe ed entra nel ventre delle case popolari.
Non è un quartiere periferico.
La Piramide è vicina.
La via Ostiense un pò in ombra è sempre trafficata.
Ma là, dietro al cimitero che chiamano acattolico, c’è sempre un pò più buio, una via solitaria, due pareti piatte, lunghe, che si stringono a tenaglia.
Come sia sparito non ho fatto in tempo a rendermene conto.
Pareva esser penetrato in quelle mura.
Forse era uscito da una tomba di quelle sconsacrate.
Forse, con la refurtiva che mi aveva sottratto prontamente, era ritornato a rintanarsi nella sua buca nera, una voragine profonda, terra umida scavata fresca fresca, lavorata appena appena, con la vanga, la mattina prima.
Non lo so, io non l’ho visto.
Quello, lesto, in un attimo è sparito.
Portandosi appresso quello che fino a un istante prima era sempre stato mio.

Non mi sono accorto subito di ciò che m’aveva preso.
In effetti, non m’aveva neanche apostrofato, come ogni buon ladro fa, a bassa voce e sguardo dritto dritto, intimandomi di consegnargli la refurtiva prontamente.
S’era avventato addosso a me solo un attimo, un gesto lesto, evidentemente era stato ammaestrato molto bene.
Sembrava il gesto d’un felino, una gatto rapinatore, in effetti, una belva, quasi, modestamente, me ne intendo, così disse il poliziotto, quando all’angolo, dopo la rotonda, m’accorsi che mi mancava il nome che, quello, il ladro, svelto m’aveva depredato.
Sì!
Come?
Sì, il nome, il nome, così urlavo al vigile in divisa che mi si chinava addosso dalla sua alta uniforme colorata.
Due bande rosse, lunghe come i binari d’un treno in pieno deragliamento, gli allungavano le gambe mentre si lanciava di corsa nella via cercando tagliar la strada al feroce rapinatore.
Lui, il milite, aveva capito prontamente la crudeltà d’un furto come il mio.
Non v’è bene più prezioso da sottrarre ad un uomo in questo mondo.
Il nome, l’esser, l’identità.
Di tal chè, dopo, il poveretto, rimane come un verme, nudo, strisciando sulla pancia per la via che diventa tutt’a un tratto stretta stretta.

Una nudità più vergognosa non esiste, a questo mondo, di quella d’un uomo senza nome.
Me ne accorsi subito, quando il buon carabiniere s’accosto col suo tacquino.
S’era accorto subito che qualcosa non andava.
Il ladro scippatore s’era acquattato da qualche parte sicuramente nascosto nel buio che calava.
Un inseguimento così non si può fare, ansimò il grassetto vigilante.
E allora mi s’accosta e mi chiede che può fare.
Come mi chiamo, mi chiede disinvolto.
Ed io…
Resto muto come un pesce.
Un cerchio mi strinse la testa fortemente, e l’aria si fece subito pesante.
Quello mi crede pazzo, pensai io prendendomi paura.
O voglio offenderlo, magari, perchè non è riuscito ad afferrare il ladro delinquente.
L’occhio mio si fece subito corvino.
La mascella sua si strabuzzò.
Ed io, penosamente, m’offrìi alla catena dell’ira sua e della giustizia intera.

MARINA

'Bimba del mare' nasce su nave Euro
‘Bimba del mare’ nasce su nave Euro

Marina.
Il tuo nome è perfetto.
Come la spuma da cui, gemma, sei d’improvviso spuntata.
Perla del mare, preziosa.
Lacrima divina.
Figlia di Posidone e d’una nera principessa straniera.
Per occhi due stelle, belle scintille.
Nel cuore un pozzo infinito.
Il tuo primo vagito è l’urlo dell’oceano lontano che sferza la piatta terra sabbiosa.
Il tuo primo respiro è la tempesta che si propaga cupa sul mondo distratto.
Impazzite, le onde si accavallano ai tuoi piedi t’offrono in dono i tesori nascosti nel mare.
Ossa scintillanti d’ori e denti di brillanti pietre preziose, crani d’avorio candidi e carni morbide e odorose degli umori d’amore.
E alghe, colorate, e creature marine a milioni e milioni.
E, sopra, nel cielo tremendo, le nubi nere della notte si sono squarciate come una ferita profonda.
L’occhio degli dei s’è affacciato, impaurito, a guardare.
Tu, nuova Regina, sei venuta dal mare.
Sei venuta per conquistare l’intero universo su un cocchio di conchiglie perlate trainato da fieri cavalli marini.
Porti il tridente stretto fra i denti, e una lama, al fianco, per spodestare le creature dei cieli.
Marina.
Il tuo destino è perfetto.
Già scritto nell’occhio del vortice nero in cui s’è incuneata la prora puntuta della scialuppa che ti ha sputata sul mondo.
Dal centro dell’oceano infinito a quello della sconfinata volta celeste corre la via su cui camminerai, Marina.
Noi ti vediamo!
Per un attimo solo.
Poi, d’incanto, sparisci.
Ti nascondi, ora, alla vista di noi comuni mortali.
Si parlerà per sempre di te come d’una dea regina bambina.
Si propagherà la tua memoria ben oltre gli anni della tua esistenza mortale.
Resterà per sempre, il tuo nome perfetto.
Marina.
Creatura marina.

UNA SERA FELICE

photo by Pierperrone
photo by Pierperrone

Ho guardato attraverso i vetri, e ho visto.
… Il sogno.
Era dentro una stanza.
Illuminata da una luce gialla.
Una stanza.
In realtà era un grande stanzone.
Diviso i due da un accenno di parete divisoria, come un dente sul soffitto.
Un tramezzo tagliato, appeso ancora là, al solaio.
Attaccato, forse, al ricordo di qualcosa che ora non c’è più.
Ad un sogno.
Quel sogno.
Il sogno che stava proprio dietro a quei vetri.

Fuori pioveva.
Ci stavamo bagnando come…
Non importa come cosa, ci stavamo bagnando.
Io e lei.
Io e te.
Un tempo passato insieme.
Un tempo che non si può più contare.
Un tempo che è un’altra parte di me.
La mia stessa ombra, forse.
La mia stessa anima.
Forse sei tu, quel tempo, amore mio.
Tu che ne sai?
Se te lo dico, amore mio, si perde il silenzio.
Finisce l’incantesimo.
Il silenzio è la magia che tiene in piedi l’incantesimo.
La magia del tempo.
Quel tempo che dura tanto..

Pioveva.
L’acqua, spinta dalle raffiche del vento, attraversava la notte come una freddo pettine d’acciaio.
Colpiva come una frusta leggera.
Lasciava segni sul soprabito, piccole scie lucide, gocce gialle colate da qualche lampione che scivolavano fino a perdersi dietro l’orlo.
Segni lunghi.
Ferite di sangue color ocra.
Sangue che, scendendo sempre più giù, si faceva scuro.
Dello stesso colore della notte.
Di quella notte.
Della notte della tarda primavera che sembrava che fosse tornato l’inverno.
Alle volte succede, il tempo si volta indietro, a guardare, a cercare forse qualcosa, ad attendere qualcuno che s’è attardato…
Che ne sappiamo, noi?
Alle volte succede.
E’ maggio.
E le rose sono schiuse, come donne in amore.
E il vento, che porta i profumi dei fiori lontani, d’improvviso si gira.
Si ferma, per un attimo, l’aria.
S’immobilizza.
E poi comincia a svolgersi alla rovescia.
L’odore dell’umido.
La terra bagnata.
Il freddo che punge…
Arriva qualcuno in ritardo.
S’era attardato.
E il tempo s’è voltato a guardare.
Un latrato.
Un’eco lontana della stagione già trascorsa.
… Forse, si tratta solo di rimettere i ricordi al posto giusto.
Così, le tessere del mosaico tornano in ordine.

Ma non era così.
O meglio.
Sotto la pioggia, di sera, stavamo davanti alla vetrina e cercavamo solo un posto dove mangiare.
Stanchi, come ci piace essere stanchi.
Quando le cose sono al loro posto.
E la stanchezza non è ansia delle cose sparse alla rinfusa da un colpo di vento improvviso.
Pioveva a raffiche strette.
Denti di balena, leggeri e fitti fitti.
Un vapore umido avvolgeva i lampioni aggrappati ai muri screpolati.
Gli spigoli dei vecchi mattoni di creta rossa erano consumati dal fiato profondo di mille stagioni.
Un cane randagio ci è passato vicino, ha annusato le tue scarpe bagnate e ti ha guardato in modo strano.
Ti voleva chiedere qualcosa, ne sono sicuro.
Ma poi ha desistito.
Avrà pensato che non ne valeva la pena, con due tipi come noi.
Cosa mai potevamo raccontargli di nuovo, noi, stranieri in questo incantato paese, a quel cane randagio, saggio, maestro della dotta sapienza dei cani randagi?
Con un gesto distratto ha voltato la testa ed è andato.
Rapido.
Aveva certo qualcosa d’importante da fare, qualche commissione, un’ordinativo da consegnare, una missione da compiere.
E’ svanito nel nulla com’era arrivato.
Dal nulla.
Noi abbiamo sorriso.
Senza capire.
Senza avere neanche un motivo.
Così.
sarà stato quel cane randagio.
Sarà stato l’imbarazzo d’esser restati così.
Lì.
Davanti alla grande vetrina.
A cercare qualcosa da mangiare.

Quando ho guardato dai vetri ho visto.
Il sogno.
Una grande stanza piena di luce gialla.
Immersi in quel mare denso, sospesi fuori dal tempo, da secoli, stavano due tavoli quadrati.
O erano tre, o quattro.
Ed altri, forse, stavano ancora nascosti, vuoti, dietro a qualche angolo nascosto alla vista.
Le sedie raccolte, attorno a quei tavoli che galleggiavano nella marea morbida, erano vecchie sedie da bar.
Plastica verde.
Gambe sottili d’acciaio.
Sette, otto, fantasmi seduti a quei tavoli.
Si stagliavano chiari, dietro a quel vetro.
Dentro, morbido, il vapore dell’aria viziata s’era adagiato al vetro freddo e diritto.
S’era messo a guardare fuori dalla vetrina.
Forse eravamo stati scoperti.
Ma nessuno s’era girato a guardare.
La partita, a quei tavoli, continuava in silenzio.
I rumori della vita, una vita da bar ferma da secoli, non giungevano fuori dove noi restavamo fermi a guardare.
Forse i fantasmi non fanno rumore.
Muovono solo le bocche.
Fanno finta di ordinare una bottiglia all’oste che li guarda giocare in silenzio.
Tutto accade in silenzio, nella grande stanza dalle pareti ingiallite dal tempo.
Anche quando entriamo, il silenzio si affetta con la lama dei nostri coltelli.
Chiediamo se possiamo mangiare.
E un soffio, un sorriso.
Ci risponde di si.
L’oste, premuroso, ci prepara un tavolo tutto per noi.
Non è tanto romantico, amore mio, un tavolo tutto per noi, in un posto così lontano dall’ingiuria del tempo?

I fantasmi parlano una lingua che assomigli molto al francese.
Hanno i volti rugosi dei vecchi.
Quei volti dolci, che la fatica ha schiaffeggiato senza fare troppo del male.
O, se l’ha fatto, non ha lasciato segni troppo profondi sui volti.
Raccontano di più le mani callose.
E certe imperfezioni delle articolazioni.
Che sembrano contorcersi come nodi di vecchi alberi piantati secoli fa nella tenera terra marrone.
Gambe che sembrano tronchi incerti piantati male sul pavimento di pietra.
Braccia spuntate come rami nodosi dal fusto nascosto sotto camicie dai colletti sempre abbottonati, camicie e colletti che non hanno mai conosciuto l’onda volubile della moda passeggera e distratta.
Parlano un’incomprensibile lingua imparata milioni d’anni fa, stando in silenzio a spiare i discorsi di antichi animali oggi scomparsi.
Una lingua dolce, e morbida, elegante.
Come il francese dei vecchi romanzi di dame e cavalieri che certamente quei vecchi fantasmi hanno conosciuto portando i cavalli a bere nel fiume.
O all’acqua di qualche fontana.
Tengono stretti nelle mani strani fogli quadrati.
Segni del mondo della magia.
Che raccontano il destino del mondo.
L’eterno destino degli uomini.
Una mano si vince.
Un’altra si perde.
Finchè non finisce la partita.
Ed è sempre troppo presto, per ognuno, che, sempre, si vorrebbe chiedere, testardamente, una mano ancora, una rivincita, un altro giro di carte.
Ma la partita è finita.
E rassegnati dobbiamo riporre il nostro mazzo.
Ormai.

Siamo rimasti a lungo a guardare.
Il piatto, freddo, s’era vuotato da tempo, ormai.
Anche la bottiglia.
Vuota, ormai.
Il bicchiere, un calice piccolo da dessert, fuori luogo per un bel bicchiere d’un rosso corposo, con l’ultimo sorso, girava distratto fra le dita.
Due piatti, invero, due bicchieri, due bottiglie.
Forse eravamo un pò brilli.
Due, come le due chiacchiere scambiate con quei vecchi fantasmi senza età.
Due parole per carpire il segreto di quel gioco fatto con quei segni sbiaditi dal tempo.
Due parole di risposta, veloci.
Due segni.
Più, ancora.
Due cenni lanciati di sfuggita, come i segni che si danno i vecchi seduti a giocare alle carte nei vecchi bar di provincia, immersi nella gialla luce fioca di vecchie lampadine elettriche ormai fulminate.
Io non ho capito quella fugace lingua che ha un vago accento francese ormai consumato dall’uso.
Io non ho capito, ma siamo stati felici lo stesso, no, amore mio?
Non costa molto una serata di felicità.
La sua moneta è fuori corso, da tempo.
Non si trova nei caveau delle banche, la moneta per comparsi una serata così.
E così, quando è arrivato il momento del conto, non volevamo andarcene più.
Eravamo diventati anche noi dei fantasmi fuori dal tempo.
Parte di quel locale, immerso in un mare livido di luce giallastra di vecchie lampadine elettriche.
Stavamo bene, dietro a quel vetro col vapore liquido che scolava sulla vetrina, mente due nuovi avventori, curiosi, guardavano dentro mentre fuori piovevano, forte, grosse gocce fredde di pioggia.
Ci guardavano e in silenzio indicavano verso di noi.
Forse il silenzio voleva dirci qualcosa.
Ma, non importa, amore mio.
Il significato si perde, nelle sere felici.
La felicità si ferma per un attimo solo, e poi, se ne va, scondinzolando come un cane randagio che s’aggira distratto per le strade, di notte, sotto la pioggia gelata.
Poi, scompare.
Svoltato l’angolo consumato dal tempo.

CECITA’

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Alla finestra, se ne sta, assorto.
Forse beve la luce con la pelle liscia del viso.
Come una spugna, forse, assorbe i rumori fiochi, lontani, che si spengono da qualche parte nel buio, perdendosi in un mare senza fine.
Forse, semplicemente, ricorda.
Ripassa i ricordi d’una vita.
Come una lezione imparata tanto tempo fa.

Passa il giorno intero, là, alla finestra.
Persiane accostate, vetri semiaperti.
D’estate, un filo d’aria respira accanto a lui, si riposa.
Si siede fra i suoi piedi, si striscia, come un gatto.
Poi, intiepidito dalla calura umida, si dilegua.
Non resta traccia.
Poi, un altro filo d’aria, stanco, trafelato, arriva.
Chissà da dove.
E passano le ore.
E i giorni.
Lunghi.
Senza fine.
Caldi.
L’estate.

D’inverno, appena, rinserra i vetri.
S’allontana solo lo stretto necessario.
Deve obbedienza alle necessità.
Spaventato da una comprensibile incapacità di decidere, resta alla finestra.
Vuole farsi sicuro che le poche ore del giorno spengono la loro breve esistenza nel manto molle, denso, umido, della notte.
I cristalli di ghiaccio sgocciolano di gelido sudore sotto gli sguardi spavaldi dei raggi di sole che si fanno strada fra i tetti.
Lui, lì, all’ultimo piano, nel sottotetto, là, di fronte, lo vedo, sta.
Ore ed ore,passo, a fissarlo.
E m’interrogo.
Curioso.
Voglio sapere.

M’alzo presto, al primo mattino.
E lui, sempre, s’è alzato già prima di me.
Mai ho potuto scorgere, vuota, la sua finestra, nuda, sporta sulla vita.
La sentinella, fissa, vi monta servizio, attenta, di guardia.
Immagino, a volte, si tratti d’una sagoma di finta esistenza, d’un’ombra, un’imago, un etereo fantasma…
Ogni volta, però, un movimento, un bisogno, uno scatto.
Un rapido scuotersi.
La vita s’anima, a tratti.
E l’oggetto che m’immaginavo finzione, diventa, un attimo, corpo.
Di giorno lo spio.
Voglio cogliere gli attimi in cui la sentinella s’allontana dalla sua postazione.
Ne prendo nota in un quadernetto nero, a quadretti, che col tempo s’è sgualcito e ingiallisce.
Perchè, mai, faccio questo?
Ancora, oggi, lo faccio?
Veramente, dirlo non so.
A volte dimentico.
O non trovo il quaderno.
A volte sogno di prendere appunti.
A volte mi dà noia d’alzarmi e prendere matita e quaderno…

La strada che separa le nostre due vita non è molto larga.
La strada secondaria d’una qualunque città.
Un tempo le massaie, le donne di casa, si davan la voce, da una finestra a quell’altra.
Ma io non ho mai trovato il coraggio di farlo.
Là, alla finestra.
Distrarre la sua accurata attenzione.
Solo, bene, posso osservarlo, dal mio punto d’osservazione.
Scorgo le smorfie, le profonde espressioni.
Il volto liscio, un pò gonfio.
Una barba incolta che spesso s’annoia per giorni.
Un viso contratto, a momenti.
E sembra parlare, in un silenzio profondo.
Le righe, sulla fronte, posso ben figurarle.
Tendersi e stringersi.
Capita spesso sulla fronte quando qualcuno è assorto in pensieri suoi solamente.
Gli occhi sempre serrati.
Come uno che dorme.
Sempre.

Il sole gira dalla mia finestra alla sua, nel corso del giorno.
Quando sorge, al mattino, bacia me, per primo.
Poi, piano, inesorabile, compie il suo giro.
E, alla fine, stanco, s’appoggia ai suoi vetri.
Non bussa.
Entra e basta.
Gl’illumina il viso, poi scende sul collo.
S’allarga un poco sulla camicia, spesso in disordine.
Della camicia, d’inverno, s’intravvede solo il colletto, sotto al pullover.
Quando arriva sul muro, alle spalle, ormai, s’è fatto tempo d’accender le luci.
Per strada e nella misera stanza.
Ma lui non s’alza.
Resta là.
Si fa assorbire un poco alla volta dal buio che addensa.
Fino a quando svanisce.
Ma io non sento il rumore che smuove la sedia.
I suoi passi strascicati per terra.
Le pantofole che non posso vedere.
Tutto questo resta oscuro, misterioso, sospeso.
Nulla si muove nella interminabile notte.
Lui resta lì.
Per tutto il tempo del tempo.
Fin quando, io, disfatto, sudato, madido, livido, teso e rigido come una lama d’acciaio, devo andarmene a letto.
A riprendermi dalla spossante giornata.
Di riposarmi non sono capace.
Quando mi rialzo, al mattino, ho origliato tutto il tempo nel buio.
Per scorger qualcosa.
Un fruscio.
Una vibrazione.
Un respiro.
E, invece, è il nulla soltanto.

Un poco alla volta, ho imparato.
Ormai lo conosco.
Domino, quasi, il suo mondo.
So.
Posso vedere ciò che lui sta sognando, nel suo sonno perpetuo.
Quel che, perdutamente, s’immagina.
Con la mia mente posseggo la sua, oramai.
Con i miei occhi colgo quello ch’egli non vede.
Un frullìo, continuo, d’immagini, vorticoso, che si succedono, rapide, fulminee, a volte, solo, impercettibili, abbagli, accenni, scacciati subito via, in fuga, inseguiti da altri barbagli…
Baluginati lampi che non riesco a fissare.
Allungo le mani nel buio per poterli afferrare, fermarli per un attimo almeno…
Ma mi sfuggon fra le dita!
Granelli di sabbia che scorrono via
Spinti lontano, svaniscono, inseguiti, rincorsi, braccati, incalzati da un vento continuo, impetuoso, volontà prepotente…

M’impressiona la fissità di certi ricordi.
Posso afferrarli, quelli, catturarli, imprigionarli, rinchiuderli in cella per tutto il tempo che voglio.
I suoi pensieri.
I suoi ricordi più cari.
I più amari momenti.
Corpi, sembianze, figure.
Ombre.
Voci.
Volti.
Pensieri e ricordi.
Sì, sempre oscuri per me.
Senza tratti somatici.
Ovali, sbiaditi, levigati, nudi, insignificanti…
La successione è questa.
Quanto più si fissa, il suo pensiero, su un dettaglio accurato, più sfugge nell’ombra, per me, quell’oggetto.
S’insinua nel mio buio, creatura chimerica.
Si perde nelle tenebre, misterioso pensiero.
E, infine, là, in quel torbido mondo, si perde, la mia mente.

Un labirinto senza strade.
Un immenso deserto nell’oscurità della notte.
Il cielo, là, su quell’immensa distesa, non sa far brillare le stelle.
Non rischiara la luna, col suo raggio d’argento.
Non balugina un riflesso d’aurora, quando giunge, nei miei occhi, il primo lividore del mattino che, incerto, vagisce.
Un oscuro mare senza bava.
Un tumulto che avvolge, imprigiona ed inghiotte.
Senza appigli.
Nessun lucore su cui appoggiarsi.
Nessun raggio di luce a cui aggrapparsi.
Non una luminosa speranza verso cui allungare le mani.
Nè un disperato, acuto, grido da lanciare lontano, disgraziato, come un arpione.
Nessun pericolo da cui tentare la fuga.
La sua mente è una rete oscura, per me.
Impenetrabile e piatta.
Pensieri, memorie, ricordi.
Buchi neri che m’ingoiano presto.
Riflessi lucenti di nera ossidiana.

Solo, io, mi aggiro per quel labirinto.
Senza sapermi orientare.
Eppure, entro ed esco, a mio piacimento.
Lo osservo.
E più lo osservo, da giorni, e giorni, e giorni, e mesi, e lune, e stagioni, anni, che invecchiamo, e la nostra vecchiaia c’incanutisce, e ci consuma, di dentro e di fuori, e più lo osservo, e, più, entro, facilmente, senza bisogno d’un documento d’identità, senza permesso, a mio piacimento, nella sua anima.
E mi giro, e mi rigiro, scomodo, come in un letto non mio, nella mia anima.
Finchè non entro, con passo sicuro, nel buio di tutte le tormentate anime che se ne stanno, là, a quelle dannate finestre, sui lisci muri di pietra, in quelle case dannate, lungo quelle strade dannate, là fuori …
E mi perdo.
E mi piace.
Mi sento a mio agio.
Là, dentro quel mondo.
Come se fosse egli stesso ad avermi invitato.
E più, allora, io, non sono me stesso.
Vivo in quel nero mondo sfumato.
E, là fuori, sulla sedia, alla finestra, assorto, abbasso sugli occhi, pesanti, le palpebre secche.
Gli occhi, senz’acqua, annegati in quel nulla.
Cieco, ora, passo il mio eterno tempo e cerco d’immaginarmi ricordi sfuggenti.
Alla finestra, bevo la luce.
E assorbo i rumori.
M’accarezza, gattesco, un filo di vento i nudi piedi gelati.
La sedia mia, alla finestra resta assorta.
La notte è deserta.
Solitaria guarda la scena, la luna, appesa, lassù.

PASSIANNO CU’ MUSETTA

Photo by Pierperrone
Photo by Pierperrone

Quanno me ne vaco passianno pe’ ‘e vvie me pare che quacche cosa me piglia ‘rint’ ‘o core.
Chiano chiano ‘o ssanghe s’accummincia a ‘rriscaldà.
‘E piere vanno…
Manco sanno addove…
E ll’uocchie s’abbicciano e se fanno duje fanale diritte rint’ ‘all’oscurità d’ ‘o ghiurno che s’aiza senza sapè pecchè.
Chiano chiano pare che s’abbiccia quacche cosa, ‘rint ‘ o core, ‘nu fucariello, e pure si nunn’è ‘vierno, pure si nun fà friddo e nun tengo ‘e mmane strente ‘rint’ ‘a sacca, me pare ca ‘nu sole piccirillo se mette a lucià diretto ‘ncopp’ a mmè.
Nunn ‘o ssaccio dicere, nunn ‘ o ssaccio ‘o pecchè, ma quanno vaco passianno liberamente, pure ‘a luce ca lava l’oucchie e appulizza ‘o cielo pare cchiù lucente, ‘nu brillante luccicante, ‘nu smeraldo rubbino.
Pare che stongo ascenno da ‘na priggione, pare che so’ resuscitato.
Pure Lazzaro s’avette sentì accussi, quando Ggesùcristo ‘o scetaje, chella vota.
Pure Lazzaro, chella matina, s’aizaje d’o lietto duro duro e friddo e s’abbijaie pe’ ‘na via che s’era scurata ‘nzieme ‘a isso quanno venette ‘a malattia…
Pur’isso s’savette sentì accussì, cumm’ a mmè, comme me snet’io stammatina, appena me so sussato.
‘Nu sanghe cavuro cavuro ca curreva.
‘Na gucciulella ‘e sudore che scenneva p’ ‘a fronte.
‘Na frenesia strana.
‘Na voglia ‘e se ne jì senza manco sapè addove.
A mmè me piacciono chelle vvie ‘addò nun ce stà parecchia ggente, ‘e vicarielle stritte striite addo’ staje sempe comm’a casa toja, oppure chelle piazze quadrate, strente, abbracciate da quatto casette vasce, cu’ ll’uocchie sempe spalancate ‘ncopp’a via, che quanno te ne vai passianno puoie uardare rentro le finestre, mirare li fiure russe de ggeranio grasse pure quanno è vvierno ggelato.
Quanno vaco passiammo rento alla capa mia ggirano mille penzieri.
Nun stongo mai sulo veramente.
Cu’ mmè ce sta sempre quaccheruno.
‘Nu penziero, ‘na fantasia, ‘n’immaginazzione nfuculata, ‘nu curre curre, ‘nu serra serra…
Spesso, assieme a mmè, ce sta na guagliuncella fresca, allera, bella, doce…
‘O nome suojo, veramente nun ge ll’aggio maje addummandato.
Ma essa cammina sempre appriess’a mme cumm’a ‘na fidanzata ‘nnammurata, pure se me mett’ ‘appaura ‘do ‘o ddicere, pure si essa i’ nunn’a canosco overamente.
Tene ‘e capille nire.
E’ alta quanto ‘a ‘na guaglincella, tene due scocche rosse ‘nfaccia, ‘na vucculella ca pare ‘na cirasa, dduje uocchie nire comm’a dduje spilli, due zizzelle picculelle, due gambette ca parono due stecchette, ‘na gunnellina cha sfrunzuleja chiammanno qquà e llà tutt”e guagliune d’a vvia.
Io gl’aggio messo nome Musetta, ca cussì me pare c’ ‘a putesse quasi acchiamare, fermarla per dirglie quacche parulella, stare ‘nu pucurillo ‘nzieme, passeggiare come fanno i fidanzati veri, quelli che si vogliono bbene da tanto tempo…
Aggia dicere ‘a verità, chella, Musetta, nun se stà ‘nu mumento ferma.
Corre, zompa, saltella, tarantulea, tène l’argento vivo addosso.
‘E capille nire nire me parono ‘e velluto, ‘e seta lucente.
M’incanto a guardarla mentre pare ‘n’aucielluzzo felice che vvola accà e allà.
‘E cchì a pò trattenè!
Poi aspetto, pecchè ‘o ssaccio, priesto o tarde essa se stanca, quanno arrivammo adderet’ ‘o giardino d’a ‘a cchiesa.
Llà Musetta se vota, me uarda sott’uocchio, pare quasi che me fa ‘na mussetta, ‘nu surriso, ‘nu signo annascuosto.
Po’ s’assetta ‘a nn’angulello, ‘ncoppa a ‘nu sedile viecchio, ‘na preta janca, ‘nu marmo antico, ‘nu spuntone ‘e ‘na vecchia culonna spezzata ‘nterra ‘a chissà quale disgrazzia…
Llà, ‘o ssaccio, essa, Musetta me sta aspettanno.
Se ferma percchè ‘o ssaccio, essa me vò bbene, aspetta a mmè per me ddicere ca me vò bbene!
E comme m’ ‘o ddice?
Penzate ca chella s’avota, me uarda e cu’ cchella vucculella ‘e rosa me dice. “‘Ohinè, povero viecchio, tu’ si’ l’ammore mio!”?
“Tu, ca te ne vaje giranno accà e allà cumm’a ‘nu viecchio pazzo, sì ‘a stella ca stà ‘ncielo pe’ mme'”?
“Io smanio per sentire le mani tuje addosso a mmè!”?
No, no, io ‘o ssaccio.
Cheste so’ fantasie malate.
Sogni disperati.
No.
Chella me vo’ bbene overamente.
Musetta m’ave scelto pe’ sempe.
I’ songo ll’omo suojo.
E che me ne ‘mporta a mmè si essa vo’ bbene pure all’ate uomnmene?
Che, io putesse accampà diritti ‘ncoppa ‘a ‘na stella del firmamento comm’a essa?
Io me putesse murì, essa, Musetta è libbera, è come il vento, nisciuno ‘a pò acchiappà pe’ sempe.
Io ‘o ssaccio e accussì vivo felice, pecchè Musetta, quanno s’assetta ‘ncoppa a chella preta janca, stà llà sulamente pè mmè.
E me piglia ‘a mano, dòce e leggiero comm’a ‘nn’auciello, e se mette a faccella ‘a guaglincella suratella suratella ‘rint’ ‘a palma mia, e cu’ chella vucculella ‘e piccerella cumm’a ‘n’angiuletto scennuto dal cielo, accummincia a raccuntarmi le sue storie cu’ ‘na vucetta ca sulo ‘o core mio po’ senti’.
Storie ca vengono da luntano.
Storie d’uommene, femmene, ddie, fiume, città, luntane e vicine…
Storie, fantasie, ca parono poesie.
E poesie songono le parole suoje.
Soffi di vento tiepido.
Addor’ ‘e ciure.
Raggi di sole.
Tempurali ca passano mente stammo stritte stritte accussì ‘rint’ a chill’anguletto adderet’ a chiesa, rint’ ‘o ggiardine c’addore de’ ggelsumine d’a primmavera opuramente della pioggia pesante dell’inverno…
Io, llà, cu’ chelle manelle strente culle mie, addivento felice.
Il cuore mio si riscalda.
Puro si fa friddo.
Musetta io ‘a voglio bbene overamente.
Chelle storie ch’essa me conta mentre stiamo stretti comm’ a dduje ‘nnamurate songono paggine del mio libro, giorni della mia vita, raggi del suo sole che danno luce alla notte mia…
Musetta…
L’avisseva vedè…
E chi s’ ‘o pensava che ‘nu povero viecchio comm’ a mmè potesse truvà ‘na furtuna accussì grande.
Pozzo pure murì, pramaje.
Aggio visto tante ‘vote nasce ‘o sole adderet’ ‘a muntagna che nunn’ ‘o saccio cchiù cuntà.
Aggio visto fioreggià l’arbere e murì chilli ciure, comme curreno le primavere e pesano li vierni.
Ma nunn’ ‘e pozzo cchiù cuntà.
Uttanta?
Nuanta?
Ciento?
‘E nummere nunn’abbasteno, manco servono a tenere ‘nu cunto accussì, pe’ mmè.
Io domani non ci sarò cchiù.
‘O ssaccio.
Ma Musetta nun mmo ‘o ffà pesà.
M’abbasta ‘na parola suoja.
‘N’ata sturiella.
Io nun cerco ‘ato.
M’abbasta ‘stu ‘ppoco.
Sulamente che v’ ‘o pozzo arraccuntà, che pare ch’essa mo’ sta accà, assettata affianc’ a mmè.
E me pare d’ ‘a sentere chella vucella prufumata…
Pare che me sento ‘nu vaso suojo…
Comm’è doce ‘na passiata accussì…

LA MADONNA DEL PARTO (Una storia, p. 3)

Piero della FRANCESCA – MADONNA DEL PARTO

L’angelo di Maria si chiama Gabriele.
E’ un ragazzo dolce e gli piace suonare la chitarra, la sera, quando il buio scende silenziosamente sul suo pezzettino di mondo.
Chiuso, timido, scontroso.
Il profilo innocente d’una creatura del cielo.
E’ sceso sulla terra per volere d’un padre prepotente e fugace che, una notte, pieno di desiderio e di fumi, inebriato più dall’alcol che dagli incensi odorosi, prese una donna che non conosceva quell’amore spontaneo che nasce dal cuore e fiorisce in mezzo alle gambe.
Il padre, come un antico cavaliere errante, aveva lasciato la povera casa prima che l’angelo vi mettesse piede.
Era partito per compiere nuove gesta che nessuno più ha mai raccontato ma aveva trovato compagni cattivi sulla sua strada.
La madre, antica creatura femminina del mito, s’era vista riempire il ventre dal seme dall’amore d’un eroe che conosceva la sconfitta soltanto.
L’odio s’era vestito di ghiaccio.
La solitudine aveva suonato la sua triste melodia.

L’angelo Gabriele era cresciuto ai piedi di dio.
La madre di un angelo ha molto da fare per dar da mangiare alla sua creatura.
E un angelo non sa curarsi delle meschine fatiche profane d’ogni giorno.
Lo studio, il lavoro, la casa…
Cosa ne sa mai un angelo di queste cose?
E’ dura la vita?
Cose che non riguardano quello.
A scuola dicevano che era assente, svagato, distratto, imbelle, indisciplinato, solitario, insofferente…
Ma come credete si possa sentire un angelo su questa terra?
In cella.
In galera.
In prigione.
Come suo padre, accusato di violenza sessuale, furto, rapina, spaccio…
Senza fissa dimora, guida in stato di ebrezza, violenza privata…
Reati da poveracci.
Il padre di un angelo è un morto di fame.

L’animo sensibile di un angelo soffre.
Soffre perchè è sensibile.
E dato che la sensibilità di un angelo non è una sensibilità comune, quella di un comune mortale, è evidente che un angelo soffre di più.
Il silenzio gli fa da scudo.
Ma il silenzio non attutisce il dolore.
Solo, lo rende muto.
I giorni dell’angelo trascorrono ai piedi di un dio che sta in cielo.
E nessun altro può vederlo, al di fuori di lui.
Un dio che chiamano solitudine.
Solo perchè nessuno può vederlo.
Non ci sono altari, templi, statue che possono dire “ecco, il dio è qui, questo è il suo volto”.
Il volto del dio che sta nel cielo vuoto dell’angelo Gabriele è pallido, sfigurato, a volte piange le stesse lacrime del suo devoto fedele.
Più spesso, però, se ne sta lì, indifferente, distratto, lontano…
Come il gran gelo del cosmo.
Così, Gabriele, s’immagina il cuore di dio.
E così è il cuore dell’angelo.

Il fuoco arde e per tenere accesa la fiamma c’è bisogno di carburante.
Così il cuore di Gabriele, per restare acceso, ha bruciato tutta la materia che la vita normalmente fornisce ad una sua creatura.
Quel carburante, che gli abitanti d’un altro mondo chiamano amore, è bruciato in fretta.
E’ finito prima ancora di cominciare.
Sere solitarie e silenziose.
Notti insonni e pesanti.
Giornate infinite lunghe come una interminabile catena.
Occhi spenti.
Bocca secca.
Cuore immobile.
Anima irrequieta.
E rabbia.
Una rabbia misteriosa e profonda.
Una rabbia che viene dagli abissi d’un tenebroso inconscio inesplorato…

Ma un angelo, per essere un angelo che davvero si rispetti deve avere qualcosa di veramente speciale.
Lo dipingono con ali, solitamente.
E con lunghi capelli dorati.
Batuffoli di leggerezza che lo sostengono nei giochi più innocenti e spensierati…
Chissà, qualcuno ha mai immaginato la vita d’un angelo prima che finisca per essere impressa in un’immaginetta di quelle che han fatto la fortune di quel genere di creature ineffabili?
Se si scrivesse la storia di quegli stuoli, forse si conoscerebbe il perchè del dolore, della sofferenza, del sacrificio su cui si fonda ogni religione.
Parlano dell’amore, le religioni, tutte.
Ma, poi, sono centrate sul paradiso per pochi, sulle rinunce per entrarvi, sul sacrificio degli infedeli…
Gabriele è dolce.
La sua dolcezza non sanno vederla, qui, gli uomini, su questa terra.
Lo definiscono un introverso.
Ma ha due occhi che chiedono d’amare.
E ha un cuore grande come una casa.
Ma nessuno guarda dietro al petto e quindi nessuno sa dell’esistenza di quel cuore così grande.

Gabriele passava, come tutte le mattine, davanti al cancello di Maria.
Gli occhi bassi, a terra.
La testa lontano.
I pensieri all’inferno, al suo inferno.
Maria usciva sempre, la mattina, per andare a consumare il suo giorno sul bordo di una strada di campagna.
Soprattutto le cicale erano diventate sue amiche.
Col caldo, un ombrellino rosso in mano, le uniche canzoni d’amore che il mondo cantava dinanzi alla sua bellezza in fiore erano quelle delle cicale che frinivano fino a sfinirsi nel tramonto.
Era una madonna innocente.
Ma faceva il mestiere di tante madonne di strada.
Un mestiere che lascia l’innocenza più pura nel cuore.
Ma strazia l’anima e consuma il corpo.
Giorno dopo giorno.
Poco a poco.
E ruba il tempo.
Fino a non lasciare più niente alla vita d’ogni giorno.

Ma i miracoli esistono.
Esistono perchè la natura sa compierli.
E quando accade che si compia, il miracolo, è sempre un giorno speciale.
E miracoli, piccoli e invisibili, accadono ogni giorno.
Solo che nessuno lo sa.
Ci accorgiamo solo di quei pochi, due o tre al massimo, che ci cambiano la vita.
Ma, a pensarci bene, non sono poi davvero un’enormità, quei due o tre miracoli che ci stravolgono l’esistenza da un momento all’altro?
Un miracolo, perciò è accaduto quella mattina, quando si sono incrociati, Gabriele e Maria.
Ma loro non potevano saperlo.
Perchè il nome che hanno dato a quel miracolo è stato un altro.
Un nome molto più comune.
Il nome del peccato.
Scritto su un muro scalcinato al bordo di una strada.
Il nome che avrebbero dovuto dargli, a quel miracolo, era Amore.
Ma loro hanno voluto chiamarlo peccato.
Chissà per quale motivo.

Quando Maria si è ripulita, dopo il miracoloso peccato compiuto con Gabriele, non sapeva ancora che qualcosa era accaduto nella sua vita, proprio in quel preciso istante.
Un piccolo seme, su un ramo secondario della vita, era stato impollinato.
Nessuno sa come.
Nessuno sa nemmeno perchè accadano i miracoli.
Forse è perchè noi vogliamo che sia così.
Li desideriamo tanto, li invochiamo, alziamo preghiere al cielo, che violenti le leggi di natura, per soddisfare qualche nostro desiderio…
E poi?
Quando accade neanche ce ne accorgiamo.
Gabriele, quella mattina sentiva una voglia strana, dentro.
Maria anche.
Così, per volere del dio della vita, le loro voglie si sono fatte di carne.
E la carne, si sa, non si può fermare.
E’ vita, è energia, è desiderio, è contagiosa!
E il miracolo fa crescere pian piano la pancia Maria…

INNOCENZA (Una storia, p. 2)

Egon SCHIELE – NUDO FEMMINILE

Il corso impetuoso del tempo non si ferma.

E’ inarrestabile, come la corsa di un fiume in piena.

E neanche il corso della giustizia.

E’ impietoso e sanguinario.

I poveri resti di Maria stanno ancora lì.

Buttati.

A terra.

Stracci senza storia.

Sotto la panchina.

Nel piccolo prato sotto al muraglione della metropolitana.

I grandi alberi, con le chiome arruffate dalla tempesta notturna, stanno ancora lì, a guardare, attoniti.

Silenziosi e terrorizzati.

Ciechi e muti.

La natura sa essere omertosa, quando gli elementi la minacciano di distruzione e morte!

Se si tende l’orecchio, risuona ancora, sotto la volta del cielo pallido e le nubi piatte e basse, l’urlo rauco della vecchia strega:

“Sono dio!

Io sono la giustizia!”.

Il profumo di gigli e gelsomini, nell’aria, s’è dileguato.

Ha lasciato solo quei poveri stracci smorti, senza vita.

Oh, se potessero parlare, quegli stracci!

Panni lisi che furono poveri abiti.

Indumenti che ebbero pietà del dolore di una vita.

Confessionili che  origliarono i più reconditi e nascosti segreti d’un cuore umano!

Oh, se potessero raccontare!

Una maglietta macchiata.

Un paio di jeans scoloriti.

Delle mutandine innocenti di filo.

Cosa saprebbero raccontare!

Non si crederebbe, ma hanno un’anima anche i vecchi stracci.

Hanno occhi… orecchi e sentono, e vedono…

Ma non parlano.

Non dicono nulla se  non li si vuole ascoltare!

Si, perchè la verità è questa.

Essi a parlare, parlerebbero pure, se qualcuno li interrogasse e volesse ascoltarne la voce.

Conoscono parole che gli uomini ignorano.

Compongono poesie che nessun poeta potrebbe mai creare.

Raccontano storie che nessuno crederebbe possibili…

Gli stracci parlerebbero, se qualcuno volesse ascoltarli.

Perchè sanno parlare, gli stracci morti.

Parlano come parlano le cose che conosciamo assai bene.

Le cose che ci circondano ogni giorno, se non voltiamo gli occhi dalla loro parte, ci narrano di intere vite e sudori e dolori e gioie…

E, allora, tendiamo le orecchie.

Mettiamoci ad ascoltare.

Sintonizziamoci sulla loro frequenza.

I quattro stracci, buttati là, come il corpo d’una bestia in mezzo alla strada, quattro stracci che, per la verità, erano solo tre, stanno ancora lì, come un sacco d’immondizia, sul bordo del nulla.

Neanche la smilza zingara tzigana li ha presi in considerazione.

Lei passa ogni mattina.

Fa la sua rivista, al levar dell’alba, a tutti cassoni dell’immondizia.

Colleziona le prove del delitto compiuto, ogni giorno, dalle pancegrasse che, ogni giorno, ammazzano, senza neanche una ragione, la propria vita vuota e ne gettano i resti nei cassonetti puzzolenti.

I quattro stracci.

Che, poi, in realtà, sono solo tre.

Una maglietta.

Di cotone leggero.

Macchiata del colore della colpa.

Slabbrata.

Divorata dal morso feroce della vita.

Non porta più, addosso, le dolci forme di seni acerbi e trepidi che l’avevano accarezzata con scosse e onde che le leggi dell’elettricità non sanno controllare.

Le leggi che regolano le correnti d’un fiume non sono governabili.

E le regole che presiedono allo sviluppo d’un fiore sono inflessibili, e indomabili, come i palpiti del suo cuore.

Così, non si può tenere a bada il corpo d’una bimba che si fa donna.

Quelle sono leggi che non si possono imprigionare nella cella del peccato.

Peccati che la giustizia vuol mondare.

I pantaloni.

Tela jeans.

Sdruciti e scoloriti.

Giacciono come uno strofinaccio sporco.

Han perso la forma.

Le gambe, allora agili e scattanti, ora sembrano, ormai, solo rami spezzati.

Le tasche profonde, che, solo ieri sera, raccoglievano gli insondabili sogni d’una bimba, ora sono rivoltate, sporte in fuori.

Sembrano due goffe vesciche di grasso.

Marcite nel fango.

La cintura è un cappio stretto.

Avvinto intorno ad una vita ch’è fuggita.

Sogni strangolati.

Speranze appese a un palo.

Il colore, già pallido e consunto, ora è perso.

Fuggito.

Scappato.

E’ corso a nascondersi.

Si vergogna.

Della colpa.

Della colpa d’un corpo di bimba che s’è fatta donna.

La colpa d’un corpo.

La colpa che una giustizia vuol punire.

Le mutandine di filo stanno nascoste in disparte.

Disdegnano di mostrare in pubblico ciò che d’intimo è rimasto impresso in loro.

Indumento silenzioso e timido, le mutandine stanno sotto la seduta della panchina.

Guardano impaurite il punto esatto dove ieri sera s’era seduta la vecchia urlante.

Aveva sparato al cielo, come un colpo di cannone, la sua vana identità.

“Io sono dio!”

Erano impallidite le più intime profondità del cosmo.

Sbiancate, illividite, le sfere celsti.

Mai un urlo così tremendo e duro s’era levato al cielo.

Così lato e terribile.

Dentro, aveva tremato l’intima innocenza del fiore di ciliegio

Il ricordo dolce della puntura d’una ape terribile era tornato alla mente del fiore immacolato.

Dolce come’era dolce il volto d’angelo di cui s’era inebriato.

Terribile come la furiosa voce del dio sceso a imporre la sua giustizia.

Maria, quando la tremenda dea della giustizia aveva alzato al cielo le sue braccia, veniva dal suo primo incontro d’amore sfortunato.

Aveva incontrato un angelo, per strada.

Dinanzi all’orto di casa, appena fuori dal cancello.

Era biondo, bello, con grandi ali piumate e profumate.

L’aveva guardato appena.

E, subito, il sangue, di desiderio s’era inebriato.

La nebbia densa d’un sentimento sconosciuto era calata a confonderle la vista.

Appena appena aveva udito dell’angelo la voce, trasognata.

Un sudore le era scorso dappertutto.

Le mani, nervose, di tremore, irrefrenabile, eran scosse.

Le gote s’erano fatte rosse albicocche dolci.

Il seno, palpitava.

La vita, leggera, alzava al cielo i primi incomprensibili vagiti innamorati.

“Maria, io vengo per portarti un messaggio.

Io porto un messaggio d’amore!”

Questo.

Questo solo le aveva detto, l’angelica voce trasognata.

Una voce può penetrare un cuore come una lama.

E farne sgorgare sangue.

E’ l’effetto che la lancia dell’amore provoca in un corpo.

Così, Maria, ormai, sapeva d’esser diventata donna.

Donna fedele ed innocente.

Fuoco eterno e inestinguibile.

Donna arsa di desiderio.

Desiderio fertile e prolifico.

Nel seno di Maria, ormai, albergava il seme d’una nuova vita.

L’amore fa miracoli che nessuna ragione sa spiegare.

Saltellando, come saltella una bimba nell’età dell’innocenza, leggera e spensierata, Maria se n’andava andava incontro al suo destino.

Lei non lo sapeva ancora.

Ma ieri sera, si, è stato il destino ad assegnare ad ognuno le sue carte.

Maria, per questo destino crudele, si chiamava proprio Maria.

E doveva incontrare proprio il suo angelo, lì, sul cancello davanti casa.

E quello, infatuato e pieno d’ardore amorevole ed eterno, l’aveva resa fertile d’un seme assai fecondo.

Un seme che veniva da lontano.

Il seme che feconda l’intero grembo della terra.

Il seme aveva ingravidato anche  il grembo d’una bimba senza macchia di peccato.

La vecchia s’era fatta dio.

Lei voleva essere, per grazia di dio onnipotente, l’autore del libro inflessibile del destino.

La madre dell’angelo biondo innamorato.

Una donna che la vita aveva reso, ormai, sterile d’ogni sentimento illuminato.

Il corso del tempo non si ferma.

E’ inarrestabile, come la corsa di un fiume che corre in piena.

E neanche il corso della giustizia si può fermare

E’ impietoso e sanguinario.

Nascosto dietro la panchina, un vecchio mendicante, ieri sera, tra la veglia e il sonno ebbro, s’era fatto, involontariamente, testimone della tremenda scena del destino.

I cavalli, anch’essi, quattro candidi demònii scalpitanti, con gli occhi rossi, di  fuoco iniettati e le froge nere fumiganti, s’erano fatti, anch’essi, testimoni della storia.

Il vento, pure, curiosamente, s’era fermato dietro le fronde fruscianti, intento a guardare la scena tremolante.

Le foglie, e i rami, e i pochi frutti penzolanti, curiosi pure loro, s’erano messi di punta ad osservare.

E pure le finestre sui casermoni, dall’altro lato della via sprofondata nella notte avean attivato le loro invisibili antenne di luce palpiatante.

I lampioni, più pudìchi, ad un certo punto, s’erano spenti.

S’eran mimetizzati meglio al buio.

Per stare lì, in buona posizione, a spiare dall’alto la lotta che si compiva sotto i loro sguardi spenti.

Fra la vecchia e la giovane.

La giustizia e la colpa.

Il peccato e l’innocenza.

STORMIRE DI FRONDE (Una storia, p. 1)

Friedrich, Caspar David: Man and Woman Contemplating the Moon
Friedrich, Caspar David: Man and Woman Contemplating the Moon

 

Lo stormire delle fronde, nell’ombra serale, stasera è un ansioso ansimo.
Il tempo si scrolla di dosso colpe e peccati.
La fuliggine novembrina attutisce i tremiti delle tardive foglie ancora aggrappate a un ramo degli alti alberi arrugginiti d’autunno.
Malferme, stanno, frementi, in attesa di chissà chè.
Infine, con un ultimo fremito d’agonia, si lasciano andare.
Stanche, consumate, sfinite.
Così, s’avviano all’ultimo viaggio.
All’ultima meta.
Dove sono attese da un giudice inflessibile e crudele che commina la condanna, ineluttabile, per un’esistenza spesa invano.

La panchina, sotto la fioca luce gialla, sta, solitaria e ferma.
Silenziosamente, medita, distratta, sullo scorrere delle stagioni.
Attende.
Da tempo immemore.
Indifferente e smemorata.
Aspetta ch’Essa giunga.
Sa ch’Essa si presenterà, in qualche momento, d’improvviso.
Forse quando il mondo si sarà voltato, distratto, da un’altra parte.
Giungerà sul gran carro di fuoco.
Tirata da una quadriga fumante di purosangue neri.
Demònii a servizio dell’inferno.
Altera, dura, arcigna, giungerà.
Giudice del bene e del male.
E, con Essa, giungerà anche la fine.
Lo sa bene, lei, vuoto sedile, stanga sbilenca su cui grava, in un parco di periferia, la solitaria essenza della vita.

Il vuoto.
E davvero la tensione del tempo sembra giunta al culmine.
Vibrano, tesi, gli alti fusti.
Sfibrati dallo sforzo di tenersi aggrappati alla nera terra.
Le radici si stringono, disperate, con le ramificate dita, ad ogni aggrappo.
Ogni possibile appiglio.
Non voglion essere risucchiate dal vortice ch’ha scoperchiato la volta celeste.
Son sparite in quel gorgo le stelle tutte.
Inghiottita la luna.
Nell’aria, svagate particelle di vapore si tengon strette.
Si son rinchiuse in una nebbiosa gabbia d’uggia per non esser preda del vorace vuoto.
Il risucchio, in quel vorticar tremendo, confonde e cielo e terra.
Ingozzar si vuol con l’immondo pasto del creato.
Un ponte s’affaccia dal còr di quel precipizio che si inabissa al centro della tremenda notte.
E, da quel ponte, rotola allo spaurito, che sta là, alle spalle della panchina vuota, un rombo di zoccoli che sopraggiunge, alfine, dalla fine d’ogni viaggio.

D’improvviso si placa la tempesta tumultuosa.
Sulla panchina s’è assisa una vecchia signora stanca.
Dura e severa.
Le braccia un pò di lato tese.
Le palme aperte, a mò di piatto volto al cielo perso nell’oscura tenebra.
La bilancia della Giustizia ha finalmente spalancato le sue tremende fauci sul mondo intero!
La candida testa dell’anziana donna è ferma.
La mascella puntuta e diritta.
Sottili labbra esangui e smorte.
Una rete fitta di rughe sottili piaga le guance pallide.
La fronte nascosta sotto un inutile cappello, trafitto dalla punta d’un lungo spillone.
Sulla bocca è appuntata una paurosa smorfia.
Crudele maschera d’atavico rancore.
E’ la fame eterna!
Giustizia divoratrice.
Brama d’innocenti creature venute al mondo.

Ogni tanto i quattro cavalli, nervosi, alzano striduli nitriti al sordo cielo.
Batton gli zoccoli sulla dura pietra che, pur, rimbomba, stordita, d’una stanca eco impaurita.
Pesante fiato vomitavano, nubi d’asfissiante fumo denso.
Musi allungati ruminano la marcia erba del tempo
Scalpitano i demònii, presaghi e furibondi.
Mordon la pastoia per fuggir lontano!
La notte, intanto, intorno è precipitata.
S’è nascosta la terra, dietro un manto d’umida nera oscurità.
Un sudario copre l’intera periferia del mondo.
La megera, nel buio, bilancia, agile, i sui suoi rattrappiti sleali bracci.
Le mani, piatti di bilancia squilibrata, soppesano i peccati dello sperduto angolo di città.
Pendon sempre da una parte.
Ma non so, qual’è la parte giusta.

Un profumo leggero s’insinua piano.
Un innocente fiore innocente, piano, stentatamente, penetra, di soppiatto, nella fradicia atmosfera dell’inferno.
Un miscuglio di giglio, rosa, gardenia e gelsomino.
Una minuscola stella dalla lucente chioma s’intravvede.
Piegata, giunge di lontano.
Chissà da dove.
Una dea, forse.
Una giovane ninfa.
Una graziosa beltà lunare.
Una fata dai lunghi setosi capelli neri.
Seni acerbi.
Saltellante passo di bimba allegra.
Di scatto, volge la vecchia il capo.
I cavalli, dolcemente, intanto, si son fatti fatti cheti

Intorno, la notte scura.
Curiose, l’infere creature osservan di spiego il buio.
Spiano dietro le lunghe criniere che sfrangian sui grandi neri occhi tondi.
S’alza, di stanchezza antica, la vecchia donna.
Punta il dito come punta di mortale dardo.
Ha di mira la creatura dolce, ch’incede dondolando il passo, a saltarelli bambineschi.
“Io sono Dio!” urla la voce al ciel fuggita.
Son affilate lame le sottili labbra di giustizia che s’è incarnata in creatur divina .
Tremano, stormendo, gli stecchi rami degli alberi prigioni della nuda terra.
Brividi percorrono le scure superfici della notte.
“E tu, dimonio, osi presentarti a me!”, urla la furia di giustizia al suo imputato.
Il demonio, stasera ha preso le fattezze d’una notturna creature del viale smorto.
Piccole labbra coperte d’un rosso ciliegia da mangiare.
Occhi bistrati d’amaranto, come mature amarene da baciare.
Nude gambe avvolte in fasce conducono alle porte dell’amore.
Rauchi soffi nel mozzicone d’una sigaretta, amara e fredda.
curve accarezzate dai fumi dei copertoni neri.
Mani aspre come il nerofumo dei copertoni ch’ardon nella notte sulla solitaria via.
Carezze tossiche di fumo.
Baci e amori, morti, avvelenati.
Il dimonio profuma di gelsomino.

Dinanzi a dio di giustizia è come lucente stella della notte, guida lunare sui tetri mari umani.
La ninfa, candida e pura d’innocenza non conosce peccato.
Lentamente, s’asside al fianco della vecchia che ora s’è levata, minacciosa, e lenta com’è la vecchiaia.
Piano comincia a togliersi di dosso gli abiti , uno ad uno, con noncurante indifferenza.
Stanca, alle prime luci del mattino.
Non bada alla giustizia urlante che s’abbatte su di lei.
Il suo corpo freme, al buio, vibrante e spaurito, scosso dallo stormir ventoso delle secche foglie sui pesanti rami.
Nudo, è un invito tossico al dolce amor malato del peccato.
E’ la colpa.

Gli zoccoli, di legno, ai piedi, son la sulfurea prova ch’il demonio ha terrena appartenenza.
Una musica s’avanza piano, nella notte.
Intavola una danza lunga e struggente con lo stupìto silenzio solitario.
A passi cadenzati,  ritmo e melodia s’impadroniscono del buio.
Dolcemente s’aman sotto lo sguardo cieco della povera sgomenta vecchia.
Lungo, l’amplesso mette un fremito al piede del dio indemoniato.
Rossi gli occhi si fan di rabbia.
La bilancia della giustizia ondeggia battendo il tempo…
Ora di qua, ora, a tempo indiavolato, si sporge un pò di là.
Il demonio, sapiente d’amore, s’offre allo sguardo degli increduli stalloni che friniscono.
Son legati al palo della condanna d’essere bestie.

La luce fioca del lampione, ad un punto cede il posto al buio della notte…
Nella periferia resta solo lo stormire profondo delle stanche fronde dell’autunno.
La vecchia svanisce nella notte.
E la quiete si beve la vita intera.
Rimane solo la panchina.
Al mattino.
E quattro stracci  colorati di bambina.
Una maglietta macchiata di peccato.
Un jeans scolorito dalla colpa.
Innocenti mutandine, strappato il filo, imputate di giustizia.

LA TERRIBILE STORIA DI ANTIGONE

Nikiphoros LYTRAS (1832 – 1904) – Antigone in front of the dead Polynices (1865) National Gallery of Greece-Alexandros Soutzos Museum

Sta, la giovane, dinanzi a quel triste spettacolo.
Ristà, contempla e medita muta.
Il silenzio, attorno, assoluto, premuroso, l’abbraccia.
La solitudine è un mantello, e il cielo una gabbia.
La giovane, stesa nella polvere, stringe al volto le mani.
Le mani,stretti i pugni, sono dure come sassi.
Le nocche, sbiancate, lasciano rossi nòccioli sugli zigomi alti.
Il vento solleva la polvere grigia. Secca e aspra s’insinua e incespica in gola.
Soffocando il respiro, s’incolla, la cenere del tempo,alle guance rigate di pianto.

E’ bella la fanciulla, una bambola, quasi. Altera e nobile. Principessa. Dolente.
Il corpo del vecchio resta disteso di lato, sulla destra, immobile e freddo.
E’ ciò che resta del Male. Il Male. Che ha sparso il sangue sul mondo. Il Male.
Aveva cosparso il mondo, una volta, quel Male, d’un sangue che poi s’era rappreso.
Ovunque. Sulle foglie ch’un tempo erano verdi, ora c’è una dura crosta vermiglia.
La corrente del fiume, che attraversa la città in diagonale, ha ancora una patina rossa, che intorbidisce le acque.
I muri delle case, e le pietre del tempio. Il palazzo del senato ed il circo. Il teatro. E la piazza del foro. La casa del re e quelle del popolo. Il cimitero, e la vasta pianura fuori dalla città.
Tutto è ancora incrostato di quel segno tremendo.
Il male ha steso per sempre il suo drappo funesto sul mondo.
Un sudario d’insanguinata memoria.

Il corpo del vecchio è tutto ciò che, ormai, rimane del male. La bara il suo tempio.
Le spoglie mortali distese sono il mònito che tutti richiama al dolore ed al pianto.
La sua voce, che ormai parla la lingua muta dei morti, fa udire più forte il richiamo angoscioso della tragedia.
Il corpo è uno scheletro a cui restano appese le rattrappite carni di un vecchio.
Ancora un poco e s’apre il banchetto. Avvoltoi, vermi e sciacalli saranno contenti.
Sul lato di destra della giovin fanciulla si mostra questo scenario agghiacciato.
Con l’occhio rubro di pianto lei guarda e forse, chissà si domanda.
Mute, silenziose richieste pone quel cuore di figlia alle tristi spoglie del padre che giacciono inermi, ormai, dinanzi al dileggio del popolo intero.

Dalle mura della città, dietro le porte sbarrate, inferocita, la folla lancia i suoi alti latrati.
Il male che aveva arrossato le chiome, le braccia e il fondo degli occhi, ora chiede un pronto ristoro.
E’ affamata la bestia, insaziabile. L’attesa che s’è prolungata per tutto il tempo del regno l’ha resa ancor più rabbiosa e assetata.
Or ora accorre a sfamarsi con quel povero corpo. Cinereo, giace, inerte, a consumarsi nella polvere smorta.
Lucifero, Asmodeo, Astarot. Belzebul e Belfagor. Questi nomi, e mille e mille altri.
Questi sono i compagni che vegliano quel povero corpo che si consuma sotto l’impassibile occhio di Dio, assiso lontano, lassù, solitario, nel cielo.
Il volto rigato di lacrime calde, la ragazza amaramente piange quel morto, senza conoscer ragione o motivo.
E solo calda pietà che muove quel cuore, per il corpo istecchito d’un vecchio già in preda alla morte.

Sull’altro lato della vasta piana che s’avre dinanzi allo sguardo della signorina piangente, sulla riva salata del mare ch’entra di sbieco nel porto, v’è un’immensa distesa di bare.
Corpi consumati dai flutti. Giovani corpi. Corpi di fratelli lasciati incustoditi dinanzi alla bocca dell’Inferno vorace.
Tutti fratelli. Fratelli del vecchio. Fratelli d’Antigone, povera giovane.
Carne della stessa carne rosa dal verme.
Sangue dello stesso sangue vomitato del male.
Seme dello stesso seme piantato nel fertile ventre amoroso d’una madre, una notte, d’estate.
Fiori recisi senza pietà.
Sterpi spezzati sotto un gelido sole d’inverno.
Verdi rami divelti da venti uragani.
Una mare di morti portati dal mare.
Vite prese a schiaffi dalle onde rabbiose.
Carni consumate dalle salmastre correnti saline.
Templi nei quali nei quali non abita più il dio dalla vita.

La ragazza riconosce i fratelli uno per uno.
Un numero è stato impresso su ogni bara fredda di morto legno slavato.
E ogni numero porta il nome d’un fiore che d’improvviso ha perso i suoi petali.
Un frutto staccato dal suo ramo ancora acerbo per la bocca del tempo.
Fratelli, sorelle, giovani, bimbi, lattanti…
A nessuno il destino ha lasciato speranza.
Vite in fuga, scacciate dalle città delle piene pance senza vergogna.
Vite nascoste, rubate dal vile silenzio del mondo.
Le, sentinelle, di guardia alle mure, furono leste a rinchiuder le porte.
La giovin ragazza dinanzi a sè ormai ha quel mare in tempesta di morte.

Nel suo cuore l’abisso s’agita e sbatte.
Il cuore le trema forte nel petto.
La terra spalanca le sue mille bocche immonde per ingoiare quel nudo pasto di carni consunte.
Nei larimosi occhi d’Antigone la legge non basta a seppellire quel mar di dolore.
Non basta la terra a coprire quell’immenso fetore dei corpi.
I vermi si mangiano il vecchio demònio del Male.
Avvoltoi son calati a divorare le teneri carni frollate dal mare.
La ragazza non tiene. I suoi giovani sensi cedono infranti.
La vita è spettacolo atroce. Bisogna cambiare canale.