NEL VICO

NAPOLI - ZONA DUCHESCA (www.fotografiasociale.it)

Nel vico la luce se n’è andata da tempo.

Le ombre si sono prima allungate e poi, piano, si sono allargate.

Hanno allagato la strada.

Il fiume della via si è fatto nero, di pece, e le case si sono inabissate nel mare che ne è sgorgato e quello, con onde sempre più impetuose, ha inghiottito senza pietà le finestre sui muri, i pensieri del giorno, i cuori nel petto degli uomini.

Alla fine sono rimaste solo  buie gabbie, che si sono chiuse sul silenzio, oscure celle di solitudine, cupi antri di paura.

La notte è il regno dell’angoscia agghiacciata o della spavalderia ingenua e sfrontata.

La strada è il regno dei poveri cristi o degli smargiassi.

E lì, in quel viottolo che penetra nel nulla, maledizioni e pistole hanno accecato per sempre i lampioni e le stelle.

Nel buio si commercia con i corpi e con le anime.

Nell’ombra, si comprano e si vendono piaceri e dolori, paradisi e peccati, madonne e maddalene.

Maddalena, Lena, come la chiamano tutti, stasera è triste.

Il suo Jesus lo hanno preso.

Trema come una foglia, il suo corpo, che adesso resta appeso a quel ramo di strada, in balìa del vento che, a strattoni, schiaffeggia la sua giovane carne messa in vetrina.

Un altro manrovescio, e si stacca da quel debole ramo, e cade,  se ne rotola lontano, senza un dove, come un vecchio foglio di giornale tutto rattrappito e consumato.

Non sono schiaffi, quello del vento,  come gli schiaffi di Jesus,  sono diversi.

Quelli di Jesus sono gli schiaffi del suo uomo, sono gesti d’amore, duri, i gesti d’un amore muto, insondabile, volubile.

Il vento, invece, porta gli schiaffi terribili della vita.

Porta da lontano gli sguardi carichi di desiderio che sembrano soffi di scirocco malato.

Porta anche le sirene della madama, che ululano come la bora, e la tramontana, e sono fredde, come i lampi che sembrano lame di coltelli, e che arrivano all’improvviso, e che squarciano il buio, fino a farlo sanguinare.

E quel vento porta pure il freddo dei ferri che stringono i polsi e quelli che svuotano il ventre, gelidi come i chicchi della grandine, freddi e pesanti, che stridono nella notte, sbattono, rimbombano, e tintinnano d’acciaio

Il vento viene da lontano e attraversa tutta la città.

Passa dai viali alberati, accarezza, inchinandosi, i palazzi carichi d’oro e di storia, si inginocchia davanti agli altari per farsi il segno della croce, corre, di fretta, sulle strade dove ferve la vita convulsa di chi deve tenere insieme i brandelli di una vita che cade a pezzi, s’imbuca, bramoso, nel vico, davanti alla finestra di Lena, spiando quel corpo di bambina che ancora si sta preparando per offrirsi in pasto alle belve della strada.

E, appena quel bocciolo si affaccia sull’uscio, lo schiaffo violento che viene da un mondo distante e nascosto, invisibile, ma dolorosamente presente, brucia il dolce viso di bambina, come na carezza rovente.

Jesus stasera non c’è.

Se lo sono portato via.

Anche il suo amore, se n’è andato.

Le resta, sola, la vergogna, a tenerle compagnia.

Neanche la sua ombra si affaccia, sul marciapiede, a salutarla.

Stasera nel vico non entra nessuno.

Neanche la luna, che resta muta, lassù.

Jesus viene da lontano, come un lampo, ch’è sceso dal cielo.

Dall’altra parte del mare profumato.

Lena lo ha trovato per strada, come un cane randagio e lo ha accarezzato.

E quando lui l’ha presa, stringendola forte in spasimo d’amore, lei si fatta sua preda, si è concessa al padrone, figlia, si è restituita alla prepotenza del padre.

L’amore con cui Jesus sa amare è rovente come una colata di lava.

E altrettanto pericoloso.

Lena lo sa.

Per questo lo ama e lo teme.

Per questo lui è il padrone.

Ma Lena non può essere schiava.

E Jesus, anche lui, questo, lo sa.

Lena si vende.

Ma è libera, come il vento.

Nelle mani di Jesus, Lena diventa dolce come il soffio di primavera.

E Jesus non può fermare quel soffio, quella carezza.

Lui lo sa.

Jesus è un padrone che non ha nessun potere sulla libertà di Lena di volare come una farfalla. E Lena non ha nessun potere sulla sua bellezza, che la rende schiavan del suo corpo di bambina consumata.

Stasera Jesus non verrà.

Se lo sono ripreso.

Forse il vento se lo è riportato sul mare.

Forse ha solo preso un treno, o la corriera.

Forse se n’è andato in una terra lontana.

Forse è andato a raccogliere il frutto proibito che cresce sull’albero che, orgoglioso e prepotente, se ne sta ben ritto al centro del giardino dell’Eden.

O forse è solo andato a raccogliere i pomodori nella piatta terra odorosa dei Lestrigoni.

Terra amara.

Da quella terra nera e salata nascono frutti gonfi di sangue, e rossi, e succosi.

E forse Lena è figlia di una regina, la figlia della regina dei Lestrigoni.

Quando è arrivata nel vico, una mattina, la luce era morta.

Anche la pioggia si era ritirata, al suo passaggio, e le strade si erano fatte deserte.

Di nascosto, solo occhi, occhi di brace, rossi, ardenti di lussuria,  liquidi di desiderio, la spiavano.

Migliaia di occhi , quegli occhi, occhi di déi.

Gli occhi pieni di voluttà di miseri figli di déi decaduti, figli e déi consumati dalla miseria, nascosti, a spiare, dietro le finestre del vico, fissi, sbarrati, a guardare la ninfa che, acerba, candida, nuda, si aggirava, sui tacchi alti, morbida, timida, impacciata, lungo la strada, nello stretto vico, nella marcia aria che opprimeva i cuori dentro le vecchie case scrostate.

Lena negli occhi, quella mattina, aveva una luce misteriosa, brillava come una dea scesa dal cielo.

I suoi occhi non vedevano quello che gli altri vedevano, i marciapiedi sporchi, le pozzanghere nere ai bordi della via storta, l’anima perduta di quei figli di déi viscida di bava.

Erano occhi persi, distratti, che vedevano mondi lontani, sconosciuti, immaginati.

Jesus l’aveva vista passare.

E se l’era presa.

E lei si era data a lui, come una dea si concede al suo dio.

Stasera nel vico la luce si è persa nel cielo.

Sono svanite le forme, i denti aguzzi dei muri delle case, le bocche sgangherate delle finestre.

Il corpo di Lena si è perduto, anche quello è svanito, nel buio.

Quando Jesus domani passerà, chiederà.

Chiamerà.

Poi, presto, come un dio che, imperturbabile, non conosce la memoria dei sentimenti, come cane randagio scacciato da tutti, tornerà a rigirarsi, sperduto, nel vico, sulla sua strada di insignificante dolore.

Annunci

ATLANTE

Pugile seduto, bronzo, originale di Lisippo e del fratello Lisistrato, 340 a. C. circa. Dal Quirinale, Terme di Costantino, scavo del 1885: Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme

 

Forse devo chiudere la porta.

Fuori fa freddo.

Il cielo è bianco, basso, una lastra che pesa.

C’è una sottile linea grigia a sorreggere quella volta, come una lama di spuma, elastica, che, incredibilmente, qualcuno ha messo a protezione del mondo.

Assorbendo l’insopportabile peso di quella lastra ghiacciata, il sottile strato di grigie nubi scure si intromette tra la vita di ogni giorno, che abita la terra da basso e le visioni dell’infinito, che quaggiù non trovano spazio a sufficienza per restare in mezzo a noi.

Devo ciudere la porta.

Entra il freddo, da fuori.

Agile come un gatto, strisciante come un serpente, mi accarezza le gambe con la sua coda gelida.

Brividi violenti come scosse mi scuotono nell’intimo, lo fanno tintinnare, fragile, come campanelle di vetro.

Il demonio.

Con alito sibilante, giunge da mondi che ci sforziamo di dimenticare ma che restano incastrati dentro di noi come le forme sghembe di certe periferie del mondo.

Noi abitiamo da un’altra parte.

Siamo cittadini di un altro mondo

In questa casa siamo arrivati per caso.

Avevamo deciso di trovare fortuna.

La nostra terra era una terra nera, che sanguinava, quando l’accoltellavamo con l’erpice, ne zampillavano messi e frutti e grappoli concimati da sudore e fatica.

Eravamo sempre affamati, e sporchi ed in cerca di un destino, magari uno qualunque, magari anche usato.

Non avevamo una casa, un focolare, un letto, un tavolo, posate.

Solo un bicchiere, sempre pieno di sangue rosso, sempre pieno, sempre caldo; ci sosteneva, quel vino rosso sangue, quando lo inghittivamo, quando andava giù nello stomaco. Riscaldava il cuore.

Sangue, o vino, perdìo, che differenza fa al cuore ?

Devo chiudere la porta.

Passa l’aria.

Ho le ossa spezzate.

Il peso del mondo è davvero insostenibile per un uomo solo.

Ho lasciato i miei compagni in mezzo a un lago di fuoco.

Il cielo intero si era incendiato.

E sotto di esso, la terra.

E la linea che di solito stà lì, contrapposta, a separarli, anche quella era tutta una lingua di fuoco.

Una palla ardeva di vampe nel cielo e bruciava negli occhi.

Ero rimasto quasi accecato.

Qualcuno piangeva, qualcuno pregava, qualcuno malediva.

Con le mani a proteggere gli occhi feriti, finestre che dolevano, mi sono accasciato sulla nuda terra, sotto un albero, aspettando la fine dell’incendio, che si consumasse la sua furia bestiale e, finalmente, il manto frusciante, profumato, di seta nera, della notte è sceso a coprire le nudità invereconde del mondo, nudo sotto gli occhi insanguinati degli uomini, inginocchiati, carponi, proni, sotto le immani fatiche del giorno.

Devo chiudere la porta.

Fuori fa freddo.

Il gelido cubo mi si apre davanti.

Occupa intero lo spiazzo davanti alla casa, la stanza di nera aria ghiacciata che, fuori, si apre sull’universo.

Il gelo sembra venire dalle profondità di un pozzo dove sprofonda il calore del sole.

La casa è prigioniera in quella bocca glaciale.

Le fauci del pozzo sembra vogliano ingoiarla, i denti, neri e storti, urlano, si accalcano, affollati per masticarla e sprofondarla, triturata, ridotta in umido boccone, nelle viscere di una vita senza calore, più, nè forza.

Sono rimasto da solo.

I compagni sono andati.

Spariti, si sono perduti tra le vampe dell’incendio che ha tinto di rosso l’orizzonte per ore, per miglia, che ha arso le profondità dello spazio che incombe su montagne e pianure e oceani e fiumi e mari e nebbia e lava e …

Sono rimasto solo sotto questo cielo che sembra affamato.

Sono rimasto da solo, sotto questo cielo fatto di bianco e di nero, di vita e di morte.

Sono rimasto solo, e annego in un mare di silenzio.

In bocca mi entra, lento, e ingoio e mentre ingoio senza deglutire mi sento annegare e il mare di silenzio si innalza intorno a me e si trasforma nella liquida massa dell’oscurità densa, informe, fredda, come pietra da bere, o acciaio da tracannare, come il nulla da ingoiare.

Devo chiudere la porta.

Potrebbe entrare qualcuno.

Mentre nuoto in questo mare senza fine mi sento felice.

Ho attraversato le Colonne d’Ercole per giungere in questa terra che mai nessuno, prima aveva conosciuto.

Il fuoco mi ha risparmiato.

Il gelo mi ha trascurato.

Il buio non mi ha visto.

La morte mi è passata accanto indifferente mentre andava in cerca di nuovi compagni di viaggio.

Quando sono entrato in questa casa non ho pensato ad altro che a riposare le mie stanche membra dalle fatiche di un viaggio infinito.

Mi è sembrata una casa accogliente, una tana, un rifugio, un nido.

Un sarcofago, una tomba, una bara.

Il gelo fa capolino dalla porta, lo vedo.

Devo chiudere quella maledetta porta, prima che sia ancora una volta troppo tardi.

Il cielo grava sul tetto e il solaio mi schiaccia.

Bianco e nero.

Rosso.

Il peso del mondo sulle mie spalle mi schiaccia.

Mi faccio sottile, un’ombra nell’ombra.

Il mondo si è fatto troppo pesante.

Gli occhi non tengono.

Il sogno mi prende prigioniero.

Poggio la sfera troppo gravosa, ormai, solo per me.

Alzo al cielo uno sguardo, senza troppa speranza.

Lascio cadere nel vuoto quel globo di roccia che grava, incurvando le mie spalle, come la condanna da espiare per una colpa troppo pesante.

Io, Atlante, non sopporto più il peso del mio faticoso destino.

Devo chiudere la porta.

Nascondermi nel buio.

Il gelo giustiziere non mi deve trovare.

UNA SERA QUALUNQUE

a

CARAVAGGIO - LA CHIAMATA DI SAN MATTEO

a

“Stasera è una sera qualunque, una sera come tante altre”.

Negli occhi del giovane dai capelli lunghi passa questo pensiero, si vede scorrere furtivo, come un’ombra, un pò annoiata, una nuvola grigia, magra, senza pioggia, che passeggia senza meta in quel cielo di periferia senza tempo.

“Stasera … non so cosa farei … sento mille voci… ma non le capisco … non parlano la mia lingua … nessuna si ferma a farmi compagnia … solo un attimo … scappano via … intorno a me resta il silenzio … il buio … io, da solo … una candela spenta …  come sempre”.

La sera è appena cominciata.

All’orizzonte, in quell’orizzonte dove la città non sa decidrsi a finire, tra creste di alti palazzoni irregolari e lunghe strade senza sbovvo, in quell’orizzonte vuoto e chiuso, ancora vacilla una fiammella, una’eco di luce, flebile, una macchia giallastra, rugginosa, uno spiraglio bruciato di sole.

La sera è lunga da passare.

A casa, Magdalène è già al lavoro.

Il primo cliente è arrivato con una moto rombante.

Cromata.

Molto grossa.

Sicuramente rubata.

Fischiava spensierato mentre entrava nel cortile, si grattava il cavallo dei pantaloni, di dava delle arie, ma si vedeva che faceva così, per darsi delle arie. Era spaventato.

La bocca di Magda era rossa.

“Quello della moto aveva una paura fottuta di morire troppo presto, prima di riuscire a succhiare tutto il miele di quella bocca così dolce.”

Nella tasca dei pantaloni un rotolo di banconote grosso come una pietra e pesante era la prova dei loschi traffici che avevano messo quella moto tra le gambe dell’impaurito cliente di Magda.

“Quello, lo sa tutto il quartiere, non ha mai lavorato. Metà dell’anno lo passa al riformatorio. L’altra metà tra l’ospedale e le puttane. Stasera tocca a Magda.”

Il ragazzo dai capellilunghi era uscito dalla porta e si era allontanato sbilenco, senza farsi vedere dal cliente impaurito. Non gli piacevano quei bulli che non sapevano farsi una puttana. Quelli, però, proprio per quello sapevano dare bene di coltello. Senza una ragione. Così. Solo per farsi passare la paura. Solo per convincersi di essere forti, cazzuti, potenti. Poi, morivano troppo presto fra le cosce di una troia.

“Stasera non vado dagli amici … il tavolino … il bar … è sempre la solita noia … la solita gente … i soliti amici … neanche Magda mi vuole, stasera. Ha già un paio di appuntamenti …”

Guardando in quella chiazza di luce si sentiva abbagliato e attratto dai bordi del cielo che si restringeva in cima allo scatolone di cemento che gli premeva sugli occhi, come l’umido arrugginito del soffitto, sul letto, che cercava di soffocarlo quando non riusciva più a tenere gli occhi chiusi sul mondo.

Quella luce, al confine fra l’immenso volume della noia e la profondità paurosa del cielo, non era ancora così fioca da riuscire a mostrarsi nuda davanti a quegli occhi indifesi, che, spauriti, sbattevano sotto una frangia di capelli tinta di biondo elettrico e tagliata male.

Perciò abbagliava. Costringeva a tenere strette strette quelle fessure, come bocche silenziose, pugni serrati, finestre chiuse.

Ma da quelle entrava uno strano vento.

Penetrava dal buco sottile delle pupille nere, che non riuscivano a tenersi nascoste del tutto, al sicuro, e quel vento scendeva dentro, come un fiotto acido, ancora più dentro, fin dentro  nel dentro dell’anima.

Il ragazzo non l’aveva mai saputo di avere un’anima e neanche c’era un canale che univa quella parte calda e morbida del suo essere con il lago ghiacciato dei suoi occhi neri.

Non aveva mai saputo che una corrente irrefrenabile, ogni istante della sua vita, trasportava, come tronchi pesanti, le immagini del mondo attraverso quel canale.

Questo durante il giorno.

E non aveva neanche mai saputo che, di notte, lungo quel canale, ma con un percorso opposto, la lunga teoria di immagini sconclusionate che gli uomini chiamano sogni, fluiva dal fondo dell’anima fino alla superficie gelata degli occhi chiusi dietro le sbarre del sonno, protetta dalla grata di lamiera delle palpebre serrate a doppia mandata.

Il giovane dai capelli lunghi si sentiva attratto da quel lucore brunito.

Era come se una immane forza calamitasse i suoi occhi, premesse sulla cristallina superficie di quegli specchi per entrare, urlando come urla la polizia quando vuole fare un arresto.

“Altolà! Nessuno si muova!

Questo è un ordine!

Mani bene in vista, sopra la testa! Gambe larghe!

Vieni qui, piano, brutto stronzo!

Dove vuoi andare!?

Devi venire via con me!”

“Voglio stare un pò da solo”, pensa il ragazzo.

Aveva gli occhi freddi e spenti.

Lui non sente lavoce dell’anima, perchè non sa di avercela, l’anima.

“Ho solo una terribile voglia di stramene un pò da solo, ma che cazzo vuoi, nuvola d’oro arrugginito, perchè non te ne vai anche stasera, come hai sempre fatto in questi fottuti anni?”

“Non so cosa mi prende, stasera”.

Ho guardato la lunga bocca rossa di Magda ed ho desiderato mangiarla, come le ciliegie.

Ho guardato le sue pere sugose ed ho desiderato di sbucciarle e morderle, per saziarmi della loro polpa dolce, nutriente, fino a morirne.

Ho guardato le sue lunge gambe, sinuose e provocanti come serpenti.

Ho guardato fino alla fessura dove si nasconde la lingua biforcuta del serpente, dove sono nascosti i due denti aguzzi che iniettano il dolce veleno dell’amore.

Ed ho desiderato di farmi avvelenare, di morire, straziato dai suoi morsi.

Ho sentito scosse dentro di me, violente, crudeli, che mi hanno lacerato le carni, mi hanno spezzato i polsi, mi hanno fatto tremare le gambe.

Così si deve sentire un traliccio, crocifisso alla terra dal cavo dell’alta tensione.

Il ragazzo non sapeva che i suoi sogni, attraverso le finestre aperte degli occhi, erano il frutto dei suoi pensieri e, quelli, il prodotto dei suoi desideri, il riflesso del suo inconscio.

Non sapeva cos’era un inconscio, come non sapeva cos’era un’anima.

Anzi, della seconda ne aveva sentito parlare, dal prete nero, che gli aveva spiegato l’appartenza a Dio di ogni cosa e dell’anima, che era il pegno che Quello aveva lasciato in ogni uomo come segno del Debito di ognuno.

Ma il ragazzo vedeva che nessun Dio abitava in periferia, fra palazzoni così sgangherati.

Lì nessun Dio era mai venuto a fare l’amore con Magda.

Nessun Dio poteva avere un Debito con i miseri scheletri dimenticati sul bordo estremo della città.

Nessun Debito poteva essere così stupido da avere la speranza di essere il Debito di gente così. Nessun Debito sarebbe mai stati onorato, da gente così.

E infatti nessun’anima riusciva mai a volare in cielo, ad attraversare quell’altro canale che, dagli occhi, tappati da una coltre di ghiaccio duro come pietra e nero come lava, portava, diritto diritto, fino all’alto dei cieli.

Il ragazzo non sapeva dell’inconscio, non sapeva dell’anima, non sapeva dei pensieri, non sapeva degli occhi e non sapeva del cielo, nè del gelo, nè del fuoco che brucia quando un ragazzo, come il ragazzo dai lunghi capelli, ed una ragazza ,bella come Magda, si stringono, si uniscono, si prendono, fuoco col  fuoco, fino a diventare una sola fiamma, un solo corpo, un corpo solo, senza più, neanche, un pensiero, senza nemmeno un frammento d’inconscio, senza un solo brandello d’anima.

La luce marrone lo tratteneva e lo costringeva in una strana posizione. Di sbieco. Un passo avanti all’altro. I pantaloni che gli stringevano le gambe. I capelli biondo elettrico, sfrangiati molto male, a zazzera, tiravano fino a  fare quasi male. I denti sghembi, gialli, storti, neri.

La sigaretta quasi spenta del tutto fra le dita.

Brillava, la luce di brace, nel vento, ancora, fioca, ma stridula.

Come un lampeggiante della polizia.

“Bastardi!”

Ggli era bastato confondere quell’ultimo lucore malato con un lampeggiante per sentire nelle orecchie lo stridore delle sirene, per provare l’istinto folle di fuggire, come una belva braccata,  per sentire i morsi rabbiosi dei denti della trappola che lo azzannavano, lo paralizzavano in quel punto della strada cieca, fra i mammut di cemento che si alzavano davanti a lui, che avanzavano, terribili e pesanti, verso di lui, che, temibili, stavano ormai per travolgerlo, calpestarlo, schiacciarlo.

Puzzava l’aria di smog, di fumo di copertoni che bruciavano da qualche parte, di fogna e di cenere della sera.

“Altolà! Nessuno si muova! Questo è un ordine! Mani bene in vista, sopra la testa! Gambe larghe! Vieni qui, piano, brutto stronzo! Dove vuoi andare!? Devi venire via con me!”

Stavolta la voce si era fatta sentire.

Prepotente, roca, cattiva.

Nessuna carogna al commissariato aveva mai avuto un tono così.

Perentorio, assoluto. Un ordine.

Nessun caramba, nessun secondino potecva abbaiare così.

“Ma che cazzo andate trovando, stasera?”

I demoni non si mossero.

Stavano nascosti e stettero bene attenti a non mostrarsi.

Erano rossi, o forse neri, puzzavano di zolfo e passvano il loro tempo a starsene rintanati nella testa del ragazzo, nascosti dietro la zazzera d’oro fasullo dei lunghi capelli.

Il ragazzo era come la fotografia sopra un giornale, come le  foto delle notizie che parlano di storie di qualsiasi periferia sconosciuta, oltre i margini della città, oltre i confini del mondo, oltre il linmite della realtà.

Era in bianco e nero.

Troppo contrasto, rendeva la sua tensione insopportabile.

Non sapeva che la voce della sua anima stava cercando di parlargli, prima di fuggire.

Non sapeva che anche la voce dell’inconscio voleva dirgli qualcosa, prima di abbandonarlo, disperato, dopo aver passato un’esistenza inutile a nascondersi dentro qualche anfratto, dentro qualche recesso in quella vuota persona, dentro il vuoto che riecheggiava nella testa del ragazzo dai lunghi capelli come, le strade, riecheggiano, vuote, di notte.

Non sapeva che i suoi pensieri volevano parlargli, dirgli qualcosa, anche solo per una volta, una volta sola, prima di partirsene, con le valigie pesanti, piene di sogni mai visti.

“Altolà! Nessuno si muova! Questo è un ordine! Mani bene in vista, sopra la testa! Gambe larghe! Vieni qui, piano, brutto stronzo! Dove vuoi andare!? Devi venire via con me!”

Sembrava la chiamata di un dio.

La chiamata di un dio che chiama nella sera, in una puzzolente periferia che sta a metà fra il mondo degli uomini e l’inferno dei dannati.

Un dio che chiama colui che non sa di avere orecchie.

Un dio che ordina, quando chiama, come ordina una madama.

Un dio dal quale bisogna scappare, come bisogna scappare quando c’è un pericolo, il pericolo della madama, coi lampeggianti accesi e le sirene spiegate.

Una madama che ha la voce dura del dio delle periferie, dei demoni della vita.

Una voce che assegna, volubile e insindacabile, le colpe e il perdono.

Le colpe a tutti, lì, in quelle strade senza uscita.

E il perdono, invariabilmente a nessuno.

La voce del giudice che condanna, senza pietà, inesorabile, chi, da non vivo, annega, di sera, con lo sguardo di ghiaccio, in un lago di luce, in una periferia dura e falsa come una metafora, ma vera e terribile, come l’inferno senza fiamme di una periferia, dura e falsa come una metafora.

“Altolà! Nessuno si muova! Questo è un ordine! Mani bene in vista, sopra la testa! Gambe larghe! Vieni qui, piano, brutto stronzo! Dove vuoi andare!? Devi venire via con me!”…

DARDO CHE DALL’ARCO SCOCCA

Quando ti taci, mia nobile Musa, il silenzio arresta l’infinito moto dell’aria, si ferma l’irrefrenabile corsa dei raggi di luce, la circolare rivoluzione degli astri negli spazi celesti, d’improvviso, s’arresta

Oh, ma non è la quiete di morte, no, non è quel nulla che tutto consuma e tutto annienta, tutto rende vano per sempre.

No.

E’ la sospensione del tempo,l’intervallo, la fiduciosa pausa delle cose.

E’ il mondo che si mette in attesa, in ascolto, disteso, che giunga, di nuovo, ancora una volta, l’eco lontana della tua voce.

A volte, si, è un tuono, il tuo comando, un ordine, una voce impetuosa, un turbine, una tempesta che regala emozione, orgasmo, singulto.

Sgorga dalla tua bocca il rombo di quella cascata che tutto travolge, di me, fragile stelo in balìa del tuo desiderio.

A volte, sì, rendi schiavo il tuo artigiano, che, con lo scalpellino delle parole o la sgorbia dei colori, scava nella materia della vita le curve formose della tua figura.

Si, padrona, a volte, tu ti fai, per concederti al modo, per donare il frutto del tuo ventre puro e prezioso.

L’angelo che ti annunciò il tuo frutto vorrei io essere.

L’amante tuo, vorrei io essere, quando tu ti facesti sua amante ed egli, avendoti nel modo più pieno, t’ingravidò, mettendo nel tuo seno il seme di quel che di più prezioso il mondo può ricevere in dono.

Amante che non è figlio del mondo terreno, non è fatto di carne e non conosce la morte.

E tu, amante sua, non sei figlia del mondo terreno, ma madre sua, e non sei fatta di carne e non conosci la morte.

La voce tua può spazzar via come un fuscello l’uomo che per bocca tua parla, come l’uragano fa con il fragile giunco.

Eppure non è sollievo il tuo silenzio, non è pace la tua assenza, non è calma quiete la tua lontananza.

Non teme la morte il poeta tra le scosse tue che scuoti la terra. Tra le tue braccia vorrebbe trovare la morte, da ardito, da eroe, per conquistare l’ultimo brandello, l’anelito estremo, di libertà che porta il tuo dominio, o padrona di tutte le cose.

E così, senza paura, il tuo umile servitore è sempre in attesa del tuo comando, per servirti, fedele, fino alla fine.

Ma non è sollievo il tuo silenzio, non è pace, non è calma quiete.

Quando ti taci, mia nobile Musa, il silenzio arresta l’infinito moto dell’aria, si ferma l’irrefrenabile corsa dei raggi di luce, la circolare rivoluzione degli astri negli spazi celesti, d’improvviso, s’arresta.

Oh, ma non è la quiete di morte, no, non è quel nulla che tutto consuma e tutto annienta, tutto rende vano per sempre.

No.

E’ la sospensione del tempo, l’intervallo, la fiduciosa pausa delle cose.

E’ il mondo che si mette in attesa, in ascolto, disteso, che giunga, di nuovo, ancora una volta, l’eco lontana della tua voce.

E in quello sguardo che non si posa, in quella luce che non si accende, in quel colore che non brilla, in quell’armonia che non vibra, in quella forma che non si sposa con la materia, non vi è spazio per l’angoscia che raggela, per il timore che paralizza, per la dolorosa solitudine, per la lontananza che sperde e confonde.

Io so che in quel silenzio sta germinando il suono della tua nota più dolce.

Io so che in quel silenzio si compone la melodia che sarà scritta sullo spartito del mondo.

E che importa se il poeta, impaziente, esasperato, stremato, porterà come un macigno il peso di un’attesa tanto gravosa e pesante.

Che importa.

Come se bastasse desiderare di udire la tua voce, come se bastasse invocare il tuo imperio, come se si potesse ordinare a te di espugnare una fortezza così fragile!

Che importa se un poeta si prosciuga fino a seccarsi come una sorgente nell’arsa estate del deserto !

E che importa se la luna si ferma, se smette di stuzzicare gli amanti con il suo sguardo ammmiccante, se non può più smorzare, pudìca, i loro gemiti d’amore con il suo velo di pace notturna, se non riesce nemmeno più a coprire con il suo manto di luce d’argento le loro intrecciate nudità discinte.

Che importa tutto questo e che importa tutto il resto delle cose, di tutte quelle cose che io, nel tuo ineffabile silenzio, non so più dire ?

Che importa, se io so che tu, mia nobile Musa, stai per scoccare dal tuo arco il tuo prossimo dardo?

L’ANNUNCIO

Federico ZANDOMENECHI - A LETTO

 

Cosa cerchi, angelo?

I capelli ebbero un sussulto, biondi, lunghi, avvolti in boccoli che sembravano fiori.

Il sorriso ingenuo, innocente, come il raggio di sole del primo mattino.

Gli occhi intensi come il cielo di primavera.

Il naso sbarazzino, l’aria un pò arruffata, il vento gli soffiava in faccia facendogli accigliare gli zigomi.

Il corpo era alto, forte, slanciato.

Sotto il vestito, che era il vestito candido di un angelo, si indovinavano le forme flessuose del corpo, morbide, leggere, tenere.

S’intravedeva il seno ancora acerbo, ma già pronunciato, come un frutto ancora verde ma già profumato.

 

Cosa cerchi, Angelo?

Al secondo richiamo della dolce voce di donna in fiore, l’Angelo si riebbe dalla prima sorpresa e si girò verso il pergolato, gettando lo sguardo acceso ed acuto verso quella ragazza appena nascosta nella penombra di un mattino di primavera.

Tutto, in questo periodo è in fiore.

La natura rinasce, dopo la stagione della morte invernale, del riposo che pare lungo come un’eternità dalla quale si ritorna per un vuovo ciclo di vita.

Una resurrezione che Madre Natura dona alle sue creature ogni volta che si compie un giro completo del sole.

Una resurrezione che Madre Natura dona alle sue creature perchè è più generosa del dio dei cieli, che invece non ammette ritorno per le sue creature dal viaggio nel gelo dell’inverno. Non c’è primavera, per chi ha assaggiato i rigori di quella stagione senza ritorno, non c’è resurrezione, non c’è altro che il nulla, eterno,per sempre.

 

Bellezza contro bellezza.

Così si potrebbe intitolare la scena.

La bellezza dell’angelo era perfetta, più delicata della più pura bellezza di un fiore sbocciato dal ventre di Madre Natura.

La bellezza di Maria era più pura della pura bellezza di un angelo sceso dal cielo.

La bellezza dell’angelo era come un pensiero senz’ombra, un desiderio senza peccato, un corpo senz’anima.

La bellezza di Maria era acerba e invitava all’acre peccato.

La purezza dell’angelo sfidava la purezza del cielo e invocava una preghiera che le rendesse giustizia.

La purezza di Maria sfidava la purezza di un fiore e invocava una carezza che la recidesse dal gambo.

 

Gli occhi dell’angelo penetrarono nel cuore della vergine Maria.

Il calore del suo sguardo riscaldò quel ventre di fanciulla.

E spuntò un germoglio nuovo di vita.

Gli occhi di Maria sfiorarono il cuore puro dell’angelo.

Il fuoco del desiderio più casto restituì all’angelo l’amore.

E l’angelo pianse, svelando a Maria il suo segreto terribile.

Il fiore nato dal tuo gemoglio, dolce Maria, sarà reciso dalla falce crudele dell’uomo.

E sarà il volere del Padre a muovere la mano deicida dell’uomo.

E sui rami incrociati di un albero morto, arso dal sole, mangiato dalla polvere, giacerà tuo figlio, dolce Maria, madre sfortunata, vittima della volontà crudele di un dio che non conosce pietà nemmeno per un figlio.

 

La verità è dolore, si sa, quando ad annunciarla è la figura di un angelo senza il cuore di un uomo.

Non sa piangere una creatura del cielo.

Non ha pietà, nè misura la pena e il dolore che sperge come una pioggia devastatrice sulle vite dei figli di Madre Natura.

Eppure piangeva, l’agelo inviato dal cielo a dare il terribile annuncio alla spensierata fanciulla che ancora giocava innocente col suo corpo di bimba, in primavera, sotto la pergola secca nel giardino dell’eden.

Intuiva il dolore in quegli occhi di madre che ignoravano cosa vuol dire un dolore di madre.

Erano occhi di madre che non sapevano ancora di essere occhi di madre.

Erano occhi che mai, ancora, erano stati occhi negli occhi di un uomo, gioia nella gioia, piacere nel piacere, corpo nel corpo.

 

Piangeva, l’angelo, mandato dal dio piantare il germoglio del suo fiore a primavera.

Piangeva, l’angelo, guardando il fiore che prendeva colore e profumo e facendosi donna regalava il suo grembo ad un nuovo germoglio.

Piangeva vedendo quel fiore che, al prossimo inverno, si sarebbe fatto secca foglia senza più voglia di vita, senza colore e senza profumo.

E’ amaro il destino di un angelo puro, fiore dei fiori, con il libro e la spada.

Sul libro del destino c’è la storia dei fiori, dall’inizio alla fine.

Sul filo della spada c’è il sangue verde dei fiori, fino all’ultima goccia di linfa.

Solo Maria sorrideva, sorpresa, a vedere quell’angelo patire e dolersi.

Il suo fiore era appena spuntato e lei voleva vivere tutta la vita che spetta alla vita di un fiore.

 

Non importa che si tratti di una vita di breve gittata o di un fiore che finisce reciso su un ciglio di strada.

Non importa neanche che un fiore accompagni il funerale di un fiore.

Resta nell’aria il profumo dei fiori e nel cuore lo splendore di tutti i colori.

Resta una vita da vivere, fiori, una vita da fiori, che è più preziosa della vita senza fine di un angelo che annuncia la vita e la morte.

Resta la vita, profumo e colore di un fiore, che un fiore pretende di vivere giorno per giorno, dal’inizio alla fine.

Resta il fiore, dolce fanciulla senza peccato, profumo e colori di donna, destino di donna.

Resta la vita, profumo e colori dei fiori, che ogni fiore pretende di vivere giorno per giorno, dall’inzio alla fine.

 

Cosa cerchi ancora, angelo?

Non hai ancora capito?

Io conoscevo già il tuo annuncio.

Era scritto nel mio ventre di donna, anche se ero ancora fanciulla quando un mago m’insegnò, maestro di vita e di morte, alla lettura del mio libro di donna.

E conoscevo il tuo dolce volto di angelo, fiore del cielo senza peccato.

E conoscevo i rami ed i rovi e le spine e la spada e la croce.

E’ la storia di una madre su questa terra dove i fiori nascono, puri, per potere morire e marcire e tornare, marcìti, alla terra natìa.

Dì al tuo dio terribile, che non gli basterà mandare a morire il suo povero figlio su questa terra di morte.

Non gli basterà piangere per tutto l’eterno la morte di un figlio.

Non potrà mai farsi fiore e come fiore morire.

E il suo destino resterà per l’eterno quello di un dio che piange la morte del figlio che ha mandato morire.

Destino crudele di un dio.

Restare in eterno quel dio che non può potrà mai mettere fine al suo crudele dolore.

A noi, invece, poveri fiori, l’annuncio di morte ci porta l’annuncio della fine di un crudele dolore.

E in più, nei giorni in cui fummo candidi gigli, puri figli di Madre Natura, ci furon dati il profumo, i colori, l’ebrezza da cui ci venne il piacere di non esser altro che fiori, fatti di profumo e colore, fatti per conoscere il piacere, sapere il dolore e conoscere il fin della morte.

K.

Max ERNST - LES PLEIADES

La porta si richiuse alle spalle di K. con un lamento prolungato, doloroso.

Era una porta sgangherata, che si chiudeva su una vita sgangherata.

Due locali sporchi, umidi, scrostati.

Cartone, gesso ammuffito e vernice marcia.

Macchie che sembrano offese, le offese di una vita impietosa.

Macchie che sembrano ferite, le ferite della vita su quelle pareti offese, che non proteggevano contro il freddo, contro gli sguardi degli intrusi, contro la vita.

Macchie, fango, marciume, muffa, sulle pareti che appena appena davano la dignità di una casa ad una vita piena di dolore, ad una precaria povertà, ad un’esistenza non vissuta, rinchiusa, ostaggio, prigioniera fra quelle mura annerite di gesso umido, pareti che delimitavano lo spazio di due celle, di due loculi, forse.

I servizi.

I servizi stavano direttamente in giardino, dietro un paravento di lamiera morsa dalla ruggine e dalla fame del tempo.

Un buco fetido nel terreno, testimone dei lubrichi scambi di un corpo imperfetto.

Imperfetto perchè sposo della povertà.

Peccaminoso.

Peccaminoso perchè imperfetto e infetto.

Insomma il povero corpo di chi ha avuto il destino di povero verme della terra.

La cucina non c’era, in quella povera dimora della miseria.

Un verme forse non ha bisogno di tanto.

Ma K. sì, K. ne aveva bisogno!

Un fuoco a gas, sopra un tavolo, era la prova che quel povero corpo offeso dalla vita, oltre ad essere impuro, era anche moritificato dalla fame.

Un cartone era addossato ad una delle pareti ed una coperta, che copriva, più che riscaldare, un duro giaciglio, indegno anche della vita di privazioni di un santo, figurarsi della stanchezza sfinita del relitto di un essere umano.

Sul bel volto d’angelo scesero due grosse lacrime.

Gli occhi, fatti dell’azzurro del cielo limpido, si coprirono di nuvole scure.

Piovve, da quegli occhi fatati.

Due rigagnoli scesero a lavare il bel volto.

Era un angelo, K.

Un angelo, come si dice di quelle creature che la bellezza ha scelto come dimora terrena, come testimonianza del proprio potere, della propria fragilità, come prova delle’goista indifferenza al destino, della cocciuta resistenza alla miseria, della testarda sfida alla morte.

Un piccolo sentiero accompagnava i passi di K. lontano da quel luogo tanto triste, malinconico, indecente, una sentìna indegna di un essere umano.

Nel cuore di quell’angelo baciato dalla cattiva sorte s’era illuminato un barlume di speranza, quando aveva pensato di poter sfuggire al destino che gli era toccato di espiare in terra il peccato della bellezza.

E il destino si era vendicato, di tanto splendore, con l’offesa mortale di una vita di stenti, da accatoni, clochard, derelitti senza nome o memoria.

Nessuna speranza di un paradiso, nè qui, nè altrove, nè in terra nè in cielo.

E d’altronde, con i suoi occhi impastati della preziosa materia del cielo, dell’azzurro dei lapislazzuli, K. poteva ben vedere che nessun paradiso c’era, lassopra, ad attendere un angelo morso dal demonio che mette l’essere umano più in basso di un cane randagio.

Ad un cane che vive per strada nessuno nega un osso, neanche la natura, altrimenti tirchia e irata.

Ad un angelo non si aprono che le strade del peccato.

Il suo corpo vale l’oro che ogni genere di desiderio turpe e immondo mette sul piatto della bilancia del commercio delle indecenze.

La pelle di K., fatta della materia degli angeli, è candida, è l’impasto puro e perfetto della farina e del latte.

La luce della luna la prevade, l’illumina di giorno e di notte, e la rende luminosa, come solo può essere la pelle di un angelo.

E dio lo sa che desideri ardono il cuore e bruciano gli occhi e infiammano le carni di tutti quegli ossessi indemoniati che apostrofano  un povero angelo senza nessuna fortuna, affibbiandogli tutti i nomi più depravati del lussurioso peccato carnale.

Avrebbe potuto conquistarsi regni, imperi, l’intero universo, se solo avesse conosciuto il prezzo del peccato.

Ma nelle carni dell’angelo solo il peccato della povertà aveva potuto trovare alloggio.

Nessun altro segno di impurità vi aveva mai abitato.

Se solo avesse ceduto alle lusinghe di quanti gli offrivano denaro in cambio dell’ora d’amore che può concedere il corpo di un angelo, avrebbe potuto vivere tra pareti d’oro, in palazzi da re, in città di sogno.

E invece non aveva mai saputo dire di si.

Le lacrime gli scorrevano lente, sporcandosi, allo spettacolo di tanto squallore, di tanta miseria.

Nell’ultimo sguardo gettato all’umile rifugio che K. aveva chiamato casa, s’era impressa l’ingannevole immagine di un paradiso nostalgico, che invece, in relatà, aveva le forme d’un inferno.

Aveva sperato di andarsene, di partire, di riuscire a conquistare lo spazio degno di un angelo puro, lontano, in un mondo migliore, più … degno di un angelo.

Un paradiso al di là del mare.

Oltre le vette dei monti.

Più in alto del cielo.

Aveva creduto di potersi costruire la vita che tanti esseri umani avevano ricevuto in regalo, senza fatica, per miracolo, o per dono, senza dover fare niente per doversela meritare.

Era stato tanto ingenuo da credere di poter chiudere in una valigia di cartone la sua speranza.

Povero angelo.

K.

Neanche un nome aveva avuto in eredità.

Solo un suono che moriva nella gola quando veniva pronunciato.

Così la sua vita, povero cristo.

Crepata in gola a sua madre, come il suo nome.

Che poteva essere Kristian, o Kristin, o Kristel, o anche solo Kristh…

E forse poteva essere il segno di un destino più fortunato.

Un sogno.

Abitare in un tabernacolo, adorato da tutti, invidiato.

Povero K., povero angelo, povero cristo.

L’eco del sordo rumore della porta di legno sbattuta contro le marce pareti non si era ancora spenta che un ululato tagliò l’aria immobile e nera della notte.

Un lampo.

Un urlo.

Il mondo si era deciso.

Il silenzio era scappato.

La vita aveva cominciato a prendersi la vendetta per  quell’innocente tentativo di fuga, per quella vana speranza di salvezza.

L’angelo rinchiuse le ali e alzò gli occhi verso il nero di quella notte tremenda.

Un fremito scosse il flessuoso corpo troppo perfetto per K.

Un brivido percorse le membra portando il gelo dal cuore alla punta delle dita.

Un lupo gli balzò addosso in un istante.

Aveva l’uniforme d’un lupo, la rabbia di ogni belva, la fame d’ogni randagio, il desiderio represso di ogni disperato.

Azzannò K. proprio dove il desiderio dovrebbe farsi tenero piacere.

L’angelo non riuscì neanche a difendersi.

Il dolore lo stordiva, senza finire.

La vergogna lo mortificava, l’offesa lo rendeva un povero brandello di carne gelata.

K. stette come un agnello tra le grinfie del suo macellaio.

Docile, inerte, immobile.

I sussulti del lupo davano strappi alle sue carni.

La sua intimità era lacerata dalle zanne affilate che affondavano nel suo corpo senza pietà.

Il peccato, inoculato con tanta violenza, lo contagiava, come il virus rabbioso che i morsi selvaggi del lupo iniettavano nel suo corpo innocente, che fino a quel momento era stato puro come quello di una gazzella.

Aveva smesso di piangere, perchè il dolore del corpo violato dai morsi della bestia affamata non doleva come il dolore che aveva provato un attimo prima.

Aveva pianto quando s’era deciso a lasciare il mondo nel quale era sceso quando aveva lasciato l’Eden nel quel era stato concepito, il ventre di una madre sconosciut che l’aveva curato per nove mesi di fila e che nove mesi dopo l’aveva abbandonato nelle braccia del mondo dei poveri, un mondo che aveva fatto, per K. da madre e da padre.

Adesso il lupo le faceva da sposo.

E il mondo assisteva a quelle nozze di sangue, davanti la porta appena socchiusa di quella povera casa di gesso marcito.

Una pozza, oggi, si offre davanti alla casa.

Si vende come uno spettacolo di pura forza vitale.

Una pozza rossa, come il sangue di K.

Quel sangue che sfuggì dal ventre squarciato dai morsi del lupo.

Se ne va in giro per il mondo, quel fiume di sangue, alla ricerca di un posto tranquillo.

La pozza è come un fiore.

Sbocciato sul luogo in cui la vita di K. è stata recisa, in quel giorno tremendo, dalle zanne furiose del lupo selvaggio.

Un fiore di purezza è sbocciato, in quel luogo d’immonda miseria.

Un fiore nato dalle ali recise di un povero angelo, che, per salire al cielo, ha dovuto cedere il suo corpo per un’ora mercenaria d’amore assassino.

MAOMETTO (dal blog CITTADINI IN PIAZZA)

Isra' e Mi'raj (click on the image)

 Concittadini, dal blog CITTADINI IN PIAZZA.

Bèèè Maometto non va dalla montagna allora la montagna, un bel giorno, decise di andare a trovare Maometto … era in una casa bellissima con tante luci accese … dai cristalli  dei lampadari si sprigionavano una policromia di luci ed i contorni erano avvolti in un alone di colore stupendo ma freddo … in quella casa non c’era calore …. La montagna allora, piano, piano, avendo una notevole mole,  avanzò alla ricerca di Maometto … cerca, cerca, abbagliata da tanta luce, fin quando si accorse di una stanza appena appannata dalla quale, traspariva una fioca luce di candela … l’atmosfera stavolta era calda e la montagna si fermò ad osservare chi ci fosse in quella stanza … seduto su una poltrona scorse i lineamenti di Maometto, appena illuminati … la montagna sorrise ed avanzò piano, quasi a non voler rompere la magica atmosfera che aleggiava in quell’unica stanza … che sembrava essere fuori dal tempo o chissà dal mondo ovattato che circondava Maometto …Fu solo allora che Maometto si avvide della montagna … abbozzò un sorriso ed a labbra quasi serrate disse:_Mi hai trovato! Quanta strada avrai fatto e chissà quale fatica, sei così grande e ti sei mossa per me!_

La montagna sospirò :_ Gli amici hanno un valore inestimabile per me, io non li abbandono mai …. Vedi Maometto tu te ne stai qui rintanato in questa stanza … poca luce quasi una monocromia di colori … ma io vedo te in questa flebile luce … non ho bisogno di mille sfavillanti luci che si riflettono sulle pareti creando arabeschi …tu non sei venuto più a trovarmi, allora ho pensato che potessi aver bisogno di me, di questa ingombrante amica che ha imparato a volerti bene!_

Fata Scalza

Cara Fatina, alla tua bellissima favola rispondo con sommo piacere. Un abbraccio… dal tuo … Maometto.

Se non è la montagna che va da Maometto, è Maometto che va alla montagna.

E così, dopo i millenni che avevano visto le montagne restarsene immobili, piantate con le radici perterra, Maometto aveva perduto ogni speranza.

Sentiva il groppo della malinconia salirgli su per la gola, le punta delle dita erano fredde, lo sguardo perduto nel vuoto.

“Che devo fare?”

E comprese.

Così, seppe cosa c’era da fare.

Si alzò, dopo millenni.

Dopo i millenni passati ad aspettare guardò la strada e si mosse.

Laggiù vedeva le cime dei monti, circondate di ghirlande di fiocchi di neve, illuminate da candele di stelle, pesanti e un pò tristi, ma sempre amichevoli e ospitali.

Si avvicinava più lentamente di quanto credeva.

Non sembrava così grande il mondo, visto dalla finestra, in quei lunghi millenni passati ad aspettare seduto.

Era stanco, oramai.

La lunga disabitudine a camminare lo aveva fiaccato e non potevano aiutarlo le preghiere al suo Dio, perchè le montagne erano una cosa della terra, dove le cose del Dio non hanno potere.

Voleva accarezzare le guance di quella sua amica di un tempo, baciarle le mani, cingerle stretta la vita con un abbraccio di calda amicizia.

Tutto il mondo si era nascosto nelle profonde caverne che qualche prudente creatura aveva scavato sui fianchi dei monti, scavando, dapprima, nella morbida, umida, tiepida terra brulicante di miliardi di minuscole zampette affannate, penetrando, alla fine, nella dura, fredda, incorruttubile roccia.

Così, sulla strada, Maometto non incontrava nessuno con cui scambiare quattro parole, un sorriso, un sorso di vino.

Le strade erano deserte come era stata deserta la sua casa in quei lunghi silenziosi millenni.

Non si voleva neanche fermar per riposarsi, troppo grande era il timore che la sosta durasse altri infiniti millenni.

Immaginava, dentro di sè, la gioia feroce e il sorriso beato del caldo abbraccio col la cima del monte.

Di lassù avrebbe di nuovo toccato col dito il cristallo del cielo e avrebbe di nuovo giocato dando le spinte ai rotondi pianeti e con un ramo intinto di fuoco, avrebbe ancora di nuovo acceso le stelle che brillano alte, di notte, là, nel nero mare infinito del firmamento.

Non stava più nei suoi panni, tanto era forte il desiderio di arrivare al più presto alle falde del monte.

I passi divennero lunghe falcate e poi salti infiniti.

In un baleno fece tre volte il giro del mondo e, sempre, la cima del monte gli sembrava lontana.

Cominciava, ormai a dubitare.

“Cosa, mai, avrò sbagliato?”

Ma la fede del dolce Maometto si fece più salda.

La barba, lunga, dei secoli si fece di candida neve.

Si allungò come uno scialle caldo di lana.

E cinse, con amorevole gesto materno, la gola del monte gelata dai cristalli di neve.

Udì i disperati ululati dei lupi e si fermò ad accarezzare le bestie più disperate.

Offrì loro della carne d’agnello avanzata dai sacrifici del tempio.

Liberò le sue mani dal peso delle inutili fredde monete che aveva preso dal tesoro della città, gettando quelle inutili zavorre dalla soglia di un nero burrone.

E infine spalancò la sua anima, come un immenso luminoso mantello, sul quale andò ad adagiarsi, felice, tutto il mondo che aveva finalmente lasciato l’oscuro antro delle viscere del monte, andandosi a riscaldare al calore di quell’alone di luce fatta della stessa sostanza dei raggi del sole.

E allora si strinse forte alla calda carne di terra del monte e, felice, cosparse di baci le ampie radure fra gli alberi ombrosi e da quei baci nacquero le margherite e le stelle dei monti, bianchi fiori che si cibano dell’aria di puro cristallo che cola dal cielo e dell’ambrosia che la  natura dona ale creature più pure.

E poi da quelle radure e quei baci nacquero gli uomini, rinati alla vita dopo il millenario buio silenzioso della morte da cui era fuggito il mite Maometto.

E riprese, nel sorriso che ridiede luce al disco del sole, il ciclo dei giorni.

Quello della notte, invece, impaziente, dovette aspettare ancora per poco, perchè presto, appena il carro di fuoco riposò nella stalla, un radioso sorriso sul volto del felice Maometto inargentò la fredda sfera di roccia che vagava nel cielo notturno.

E lì vaga ancora, in un ciclo di regolari, felici, sorrisi e, tendendo la mano al carro del sole, danzano insieme la danza del tempo, per rallegrare il dolce abbraccio che stringe il vecchio Maometto alla cima del monte.

Piero


SILVIA

Arrampicata lassù, sta in piedi, al centro di tutto, sulla corona del sole.

Una bambina col visino smilzo, gli occhi vispi, l’espressone sbarazzina che hanno tutte le bambine che sanno salire fin lassù, sulla cima più alta del cielo.

E’ esile e leggera, lieve, sfilata come una silfide, una zanzara che si libra nell’aria, senza peso.

E’ una dolce figura innocente, si, una figura senza pensieri di bambina.

Una donna che ancora non ha maturato il suo tempo.

Un bocciolo che cova in seno il seme della vita senza sapere, ancora, di essere un fiore, ignorando che domani sboccerà, ignara ancora dei suoi colori e dei suoi profumi.

Se ne sta lì, al centro dell’universo, senza neanche accorgersi di avere rubato la scena a chi, fino ad un attimo prima, era il più grande degli astri.

E’ semplice, non conosce malizia, è senza pensieri, senza peccato.

E’ l’immagine dell’umanità prima che il serpente la drogasse col veleno del peccaminoso sapere, perfido, odiato dal dio.

E’ allegra, così spensierata che le mani si alzano per seguire il corso del vento, per donare una carezza, un bacio leggero al tempo che passa di là, come un fiume d’aria, un ruscello che gorgoglia senza bisogno dell’acqua.

Il sole si è fermato per baciare quel fiore.

Ha abbassato le luci, si è fatto tiepid0, l’ha accolta in un abbraccio senza farle del male, in una stretta di gioia felice in cui l’intero universo si è unito.

Si è fatto pallido, il sole, sfiorisce al cospetto dell’acerba bellezza della Silvia dei boschi.

E’ l’epifania di una dea.

La sua ipostasi materiale è intrecciata di sottili corone d’avorio, adornata di tenere carni delicate, impreziosita dall’ambra trasparente della morbida pelle giovanile. La chioma serpentina promana mille riflessi abbaglianti. E’ il fuoco che arde e insieme la frascura della rugiada che disseta.

E’ una nuvola che si leva, che prende forma per andare libera nel cielo, trasportata dalle onde di una musica che vibra in quel corpo perfetto.

E’ un mazzo di fiori, che sboccia ad ogni istante e riempie l’aria del profumo inebriante della bellezza non ancora matura, della natura forte e del potente slancio vitale.

E’ la volontà di ferro dell’essere il centro di quel palco di luce, l’unico centro che spetta alla vita, perchè lei, Silvia, lo sa di essere la sorella più bella di Afrodite, la perfezione, la Venere corretta, fatta di spuma, cosparsa di velluto, coperta di schizzi di cristallo, sorgente di scintille ardenti di luce, di lingue di fiamma, di vampe di desiderio e passione.

Ora tutte le creature le si stringeono attorno.

Contornano la corolla del sole come i petali si affollano attorno al loro fertile pistillo, l’abbracciano come le sponde contengono le chete acque del lago, nell’ombra fra i monti, sotto le alte chiome acuminate degli alberi.

Le si stringono attorno inn abbraccio di bellezze gemelle che si conoscono e si appartengono.

E’ un trionfo di occhi, di guizzi, di langidezze che si sfiorano, si tengono strette, si accarezzano, si baciano come gl’innamorati che si fanno un solo corpo, un solo respiro quando il sole dell’amore li scalda.

Adesso è diventata una donna vera, una donna di città, una donna che conosce la vita.

Lì, adagiata sulla corolla del sole fa a gara con lo splendore eterno,  a chi brilla più forte.

E’ denso, ora, il suo respiro, profondo il suo sguardo, vellutata la voce, languido il portamento.

Il suo seno è come un germoglio corposo, fragrante, profumato.

Stringe una sigaretta tra le labbra.

Volute di fumo sensuale l’accerchiano, le ornano come un morbido velo il volto di ombrosa Maddalena.

Un cappellino di traverso appoggiato sui capelli di serpente di fiamma.

Rossa, la chioma è una vampa che vuole ardere nel braciere di un cuore innamorato.

E’ cambiata, adesso, la luce dell’universo.

Ora è sbilenca, livida, chimica ed acida, gialla come certe insegne dei locali notturni di città.

Non c’è più, in giro, il brillante splendore del cristallo adamantino, quella magica atmosfera di delicato candore che illuminava le viscere dell’universo, le distese senza fine dell’indefinita immensità del creato.

Le ombre sono allungate, giocano con il fumo di quella sigaretta che si consuma poco per volta, piano, mentre il ritmo del tempo batte i suoi tamburi al ritmo dei giorni, delle ore, dei minuti, degli istanti, che scorrono, alla fine, impalpabili fra le dita di Silvia, che si  fa sempre più bella, matura come un frutto appeso al ramo di un albero, che ti ammicca furtivo per essere colto.

Il profumo si spande intorno come una cortina di nebbia.

Il sangue ribolle, anzichè scorrere libero nelle vene s’invischia nei passi di una danza che sussulta, ormai, irregolare.

Il corpo di Silvia si mostra, via via più conturbante. 

E’ una Salomè, che danza la danza dei veli che ormai svelano un corpo che ha il sapore dei pomi.

Era già bella, l’armoniosa bambina.

Ora si è fatta una donna.

Dalla sua pelle fluiscono gli effluvi di magiche alchimie d’amore.

Dai suoi capelli scaturiscono riflessi di luna, ammalianti, argentini.

Le curve dei suoi passi di danza non riescono a restare nei  movimenti di una danzatrice.

La ballerina innocente con gli occhi di bimba diventa una pantera lucente, una tigre dai riflessi ferini, una leonessa agile e prepotente.

I suoi occhi ammaliano, attraggono, avvincono. Sono astri, quelli, pericolosi, di una misteriosa creatura mitologica che gli dei hanno scatenato per rubare il cuore degli uomini.

Sul palco della corolla del sole si adagia, adesso, molle, candida manna che nutre la carne.

Si intravvede il pallore di marmo della pelle d’avorio.

Ammalia, ipnotizza, il profumo del suo miele d’amore.

Si spande d’attorno l’irresistibile potere di femmina che s’impadronisce del mondo, se ne appropria, lo piega al suo volere, lo strapazza e lo getta, lo strazia e lo riprende per accarezzarlo, per innalzarlo su un piedistallo che giunge alle stelle, per renderlo eterno e farlo, alla fine, eternamente disperato.

Ora è diventata, la Silvia dei boschi, la stessa corolla solare.

E’ la cocchiera del carro che porta, ogni giorno, la luce del giorno.

E’ lì, in alto, fiera, sul suo trono, immortale.

E’ Silvia, la Bellezza che tutte le dee vogliono rubare.

Adesso è arrivata la pioggia.

Cade battente.

Schiaffeggia la terra.

Pietre, dal cielo cadon pesanti.

Pesante, ora, Silvia, si dibatte nella tempesta.

La sua pelle sembra rigata da colpi di frusta.

Le gocce di pioggia sono rosse, come il sangue, come il vino maturo, come i grumi di vita che non marciscono mai.

Silvia, però, non soffre per quei colpi, non la colpisce quella tortura che voleva essere la vendetta del mondo contro la sua piena bellezza.

Lei si fa sempre più bella.

Ora nei suoi occhi brilla inbtero lo splendore del sole.

La sua pelle si ammanta di luce di luna.

Il suo sorriso si colma di riflessi dorati, come  il campo si riempie, in estate,  dell’oro delle spighe di grano maturo.

La sua danza si è fatta, ora, più lenta.

La cadenza dei passi rispetta, adesso, ha il ritmo dei giorni, il dolce ondeggiare dell’altalena delle stagioni.

La musica che lei sta danzando è vera come la vita.

Urla.

Urla e ride.

Ride ed è viva.

Chitarre, violini, arpe, tamburi, timpani e trombe.

Il ritmo si è fatto brutalità del suono.

Il tempo della danza spezza le gambe e le braccia.

Il fiato si rompe.

Ora Silvia è il demonio.

Silvia è la forza che nessuna forza riesce sconfiggere.

Silvia è la corolla del sole su cui si era adagiata quando era ancora bimba innocente.

E’ la placida faccia della candida luna che bacia le onde del mare, di notte, che culla i marinai cantando ninna nanne ai pesci d’argento.

E’ la fiamma che riempie il cuore dei vulcani.

E’ la musica, è il mondo, l’universo, è tutte le cose.

Ora forse si ferma, è pallida, stanca, stremata.

Ora si volge guardare da un’altra parte.

Ora tutta sè stessa sta ad ammirarsi alla finestra.

La sua immagine adesso si specchia nell’eterna materia della bellezza carnale.

Anche la sua ombra le s’è stretta addosso e forte l’abbraccia, la stringe, la riempie di baci e carezze e, innamorata, le strappa mille promesse.

Ora, finalmente, Silvia è diventata immortale, è incarnazione del tutto e del niente.

Finalmente.

Ora.

Ora, Silvia, prendimi !

IL VERBO

Pieter Paul RUBENS - TESTA DI MEDUSA

“Lo hanno catturato!”

La voce come il soffio del ghibli ha attraversato le immense distese rosse di sabbia e di sangue.

Un rauco respiro dalle viscere della terra, in alito di morte, un rantolo disperato.

Non posso fare a meno di ricordarlo.

Il momento in cui è penetrato dentro di me, si è impossessato della mia innocenza, ha violato il mio spirito, ha absato della mia purezza.

Ha attraversato ogni mia barriera, ogni resistenza, ogni tentativo di respingerlo.

Il Male.

L’Assoluto che si è fatto Niente.

Si nutre di me, ora.

Circola nel mio sangue.

Guarda attraverso  i miei occhi.

Mi ha fatto suo.

“Lo hanno catturato!”.

La notizia ha volato veloce come la saetta.

Ha attraversato le piatte piane aspre di sabbia bruciata, vaste come oceani sconfinati e ardenti come mari di lava.

Nei cuori si è spalancata la voragine che ha inghiottito ogni senso di umana pietà, d’improvviso, come accade ogni volta che il Mostro spalanca le sue fauci, affamato, famelico, goloso di sangue.

Un centurione ha urlato al cielo la fatale notizia.

Ha stretto ancora le corde intorno ai polsi del prigioniero fino a lacerargli le carni.

Ha mostrato alla folla che lo accerchiava il volto dagli occhi iniettati di sangue della preda appena afferrata.

Gli ha sputato nel bel volto di giovane rigato di sangue.

Lo ha lordato della polvere cinerea raccolta col pugno dalla terra piangente.

Ed ha sentito l’alito della vendetta corrergli freddo sul collo.

“Lo hai catturato!”

Dal cielo piovve la voce pesante come una montagna.

Una voce tonante, prepotente come il destino, che aveva attraversato le oscure profondità dell’universo.

Cadde in mezzo agli uomini, quella voce mai prima ascoltata da timpani umani.

Cadde colpendo come il maglio che spezza le più possenti mura alzate a difesa dell’idifendibile debolezza umana.

La voce del dolore.

E colpì forte, proprio lì, in mezzo a loro, precisa come un dardo, fiammeggiante come una folgore.

Sollevò gli occhi, il centurione, cercando, con una mano di opporre resistenza a quel tuono possente che penetrava nella sua testa attraverso il varco vibrante dei timpani spossati.

Accecato dal bagliore si accasciò, lasciando cadere il capo della corda che ancora legava il priogioniero insanguinato.

Come un colpo di frusta la dura canapa intrecciata ferì la nuda terra polverosa.

“Mi hai catturato!”

Un’espressione di rassegnata calma copriva il volto del prigioniero.

Che all’istante, d’improvviso, come colpito dalla violenza di un pugno invisibile, si tramutò in disperata rabbia.

Il cammino che doveva segnare il tragitto dell’uomo sulla terra, la sua rotta nell’esistenza, era stato interrotto dal sacrilego gesto di quel centurione inconsapevole.

Una forza imprevista lo aveva deviato dal suo cammino.

Non la forza di una povera creatura umana che vestiva i panni di un centurione. No non era quella la forza che poteva allontanare il figlio del dio dall’itinerario che gli era stato assegnato dall’altissimo padre.

Abbassando lo sguardo verso la misera polvere in cui si era gettato il povero soldato, il prigioniero conficcò i dardeggianti suoi occhi nel buio delle voragini che si erano spalancate sotto la fronte alta del centurione.

Si congiunsero due nature inconciliabili.

Il Pieno ed il Vuoto.

L’Eterno ed il Cadùco.

L’Infinito ed il Limitato.

Si toccarono.

Si intrecciarono, come due mani che cercavano il conforto di un appiglio.

“Lo hai catturato!”

La presenza dell’imprevisto, dell’impossibile, dell’increato, si fece voce e si manifestò.

Non era Niente.

Non era Qualcosa.

Era ciò che nessun dio aveva potuto immaginare.

Era ciò che era nato dall’unione impura del Male e della Brama.

Il figlio immondo del Sangue e della Morte.

Che si era posto all’incrocio delle vie del destino che il dio aveva tracciato per l’uomo e che lì aveva creato l’inciampo per il progetto divino.

Aveva spezzato la catena che non poteva essere spezzata da nessuna creatura.

Il centurione si dimenava come un corpo posseduto da mille demoni.

Il prigioniero, ancora con gli occhi infissi in quelli del suo cacciatore, era come una preda che stava per menare l’ulimo colpo, il fendente che avrebbe lo definitivamente reso libero di adempiere al suo dovere di essere sacrificato sull’altare dell’uomo.

Era necessario soltanto un ultima spinta ed affondare gli occhi indagatori, rassegnati, rabbiosi, acuminati come la punta di una lancia, piantarli nel fondo cuore dell’uomo in uniforme, gettato come uno straccio putrido ai suoi piedi, che gemeva, implorava la pietà, chiedeva la carità di avere salva la vita.

“Sono stato catturato”.

La fine che si era immaginato da sempre il centurione era quella di ogni soldato.

Colpito al petto, nel durare di un duello con il più fiero dei nemici.

Un petto da eroe, che doveva finire spezzato in due come un albero da un fulmine.

Ma la folgore non era arrivata in quel modo, questa volta.

Stramazzato a terra si sentiva schiacciato, sotterrato dal suo stesso gesto di vana gloria umana, più ancora che militare.

Era stato l’uomo dentro la sudicia uniforme di milite che aveva stretto il laccio intorno al piede del prigioniero, tendendogli l’agguato fatale.

Ma era non era stota sua la destrezza del braccio che aveva mirato il lancio del cappio che aveva stretto il figlio del dio nell’imprevisto aguato che il destino gli aveva teso, contravvenendo alle leggi ineluttabili che erano state imposte dal suo potente padre.

Con un gesto da eroe disperato, il centurione prese la daga al suo fiancoe l’affondò nella coscia del suo prigioniero, là, ancora a sua portata.

Poi spirò.

Nel sangue del figlio del dio annegò il suo ultimo respiro.

E senza quel sangue anche la vita del figlio del dio si consumò lentamente, come la fiamma di una candela che si esaurisce insieme all’ultima favilla dello stoppino che si spegne inesorabilemnte.

L’imprevisto allora se ne tornò nel suo regno dell’Impossibile, fiero dell’impresa compiuta.

E  sedette di fonte al dio a cui aveva rubato una carta dal mazzo con cui giuocavano quella partita senza posta e senza quartiere.

“Adesso riprendiamo la partita”.

Disse possente una voce.

Ma non si comprese quale delle due ombre avesse proferito il verbo.

DEI !

GANGE. Fontana dei quattro fiumi - Roma, piazza Navona

(Testo provvisorio, che non so se diventerà mai defintivo).

Ho visto gli dei !

Sono qui, in mezzo a noi!

Sono scesi dalle loro dimore, dai timpani delle chiese, dalle pitture, dai piedistalli delle gallerie di musei ed esposizioni.

Si asono mischiati alla folla che corre nervosa, indifferente, cieca e distratta.

Si sono infiltrati in ogni angolo, ormai sono già dappertutto.

Per le strade, nelle piazze, sulla metropolitana, nei treni, in aereo, nelle case, negli uffici, al mare.

Sono commessi di negozi, autisti, venditori ambulanti o mendicanti. Professionisti affermati, medici, avvocati e farmacisti. Banchieri, industriali, finanzieri e uomini d’ogni specie d’affari.

Hanno le facce di dei, proprio come sono fatti gli dei.

Impastate di terra bruciata, di terracotta brunita, di mattoni incrostati dalla malta del tempo che tutto lega e ricopre.

Hanno guance scavate, occhiaie profonde, profili pallidi e cerei incarnati gessosi, proprio come i volti scolpiti nel marmo dalla mano esperta di uno scultore.

E sono fieri e potenti, forti e orgogliosi come le divine creature che non sottostanno alla dure legge della natura, che tutto consuma e a tutti mette sgomento.

I volti, le facce, l’aspetto, le sembianze sono quelli che devono avere le divinità altezzose.

I loro corpi sono corpi di dei.

Seni, glutei, petti, cosce e braccia di divinità superne.

Possenti, turgidi e rigogliosi dell’energia che rende divini.

Li ho visti, gli dei.

Sono scesi qui, in mezzo a noi.

E noi non li guardiamo neanche.

Non li degnamo di uno sguardo.

Puzzano, sono nudi e sporchi e malvestiti.

Ci chiedono la questua e rovistano nell’immondizia in cui marciscono le nostre città.

Vorrebbero redimerci, ma non hanno speranza.

Ci guardano di sfuggita, come malati contagiati da una strana malattia incurabile.

Ci trapassano con lo sguardo appuntito, prendendo bene la mira.

Infilzano, poi, con gesto veloce, l’acuminata punta dei loro dardi occhieggianti giusto al centro della nostra fronte, dove è appuntata in modo precario, ormai, la maschera che ricopre la nostra anima, nuda, che vergognosamente si nasconde.

 Camminano per le strade e affollano le piazze.

Portano la vita e la memoria là, dove noi, ormai, non sappiamo portare altro che la morte e l’oblìo.

Portano la luce, la speranza, l’amore, il desiderio ed il piacere di vivere.

Certo, hanno espressioni che sembrano severe o provocanti.

Assumono pose distanti, parlano alieni linguaggi.

Forma degli occhi, sembianze, fogge e portamenti sono quelli delle statue viventi.

Loro, gli dei, ormai, potenti, sono, qui, vittoriosi, in mezzo a noi…

VOCE DI MUSA

A. RODIN - Il poeta e la Musa

E’ silenzio.

E’ il silenzio che, si potrebbe dire, la Musa lascia quando decide di non prestare la sua voce all’artista.

E’ il silenzio del cuore.

Il silenzio del deserto dell’uomo.

E’ il silenzio della morte che invade lo spazio della vita. Una sovrapposizione di aree che non possono incontrarsi se non in quel silenzio in cui il Nulla fa sentire la sua voce prepotente.

Quel silenzio è duro e pesante come la pietra di una tomba.

Quel silenzio è buio, è la notte eterna che non conosce il sollievo dell’aurora.

Quel silenzio si stampa sul volto di ogni uomo quando i suioi occhi smettono di vedere ed il suo cuore di sentire.

I battiti che ancora scuotono quel corpo, allora, risuonano come malinconici rintocchi di una campana che annuncia la fine del tempo.

E quel suono sfumato che fa sentire la voce della fine non è altro che il richiamo di quel silenzio degli della Musa.

Il canto di una sirena vestita a lutto.

Lo sciabordìo della barca di Caronte.

Il sibilo dell’ultimo respiro che spegne i colori del mondo.

“Non posso restare muta!”.

La Musa urlò disperata.

Quel primo grido lacerò la spessa cappa d’ombra densa.

Si infranse il cristallo che teneva gelato il mondo.

Si spezzarono catene e lastre di marmo.

Si spalancarono le tombe.

Levarono gli occhi al cielo le carcasse consumate che si aggiravano per le strade.

Con gesti incontrollati, le mani si torsero aggrappandosi al nero sudario che aveva avvolto il mondo.

Lampi accecarono le tenebre e terribile rombò la voce della volta celeste.

Gli dei si voltarono, distraendosi dalla loro inutile contemplazione dell’eterno.

La stessa eternità si disfece in mille pezzi, come uno specchio infranto dall’acuta nota lanciata dalla bocca della Musa.

Le pagine del mondo erano bianche, prima di quell’urlo lacerante.

Non erano stati sciolti i colori dalla faretra del poeta, nè le cose tratte dal nulla dell’essere ad opera dei segni del saggio mago.

Gli esseri non avevano ancora conosciuto il palpito ribollente della vita e giacevano inanimati ed incoscienti nella massa inerte dell’increato.

L’urlo della Musa lacerò le carni dell’inesistente, facendolo sanguinare di vita.

La placenta inerte dell’universo si aprì.

Il grembo della Musa cominciò a gonfiarsi.

E presto il dolore della vita cominciò a strapparle le viscere.

Si ingionocchiò, senza poter essere più muta e senza conoscere la ragione di tutta quella tumultuosa sofferenza.

Si agitò, sulla piatta terra, la miriade di minuscole creature di ogni dimensione forma.

L’inaudito era accaduto!

Lo sconvolgimento dell’ordine del niente.

La rivoluzione.

La ribellione dell’anima.

La rivolta.

La sedizione.

Il silenzio eterno era stato profanato.

Si riunirono i sacerdoti nel tempio della Musica.

Le pagine del mondo conobbero l’amore dei colori.

La mano dell’artista sfiorò la ruvida tela e ne grondarono cascate di vita.

Il gemito della creazione si propagò attraverso la materia e da quell’atto d’amore scaturì la vita.

Prometheus

Wolfgang GOETHE - MANOSCRITTO DEL PROMETHEUS

(Prometheus)

Quando Prometeo divenne completamente uomo il cielo si era fatto già basso e giallo, pesante come una lastra di bronzo, arroventato dal sole di un’estate che volgeva al termine del suo ciclo.

Era già quasi finito il giorno e sulla cima del monte, si stagliava il dente della rupe ancora arruginita del sangue del Titano.

Le catene che lo avevano tenuto stretto, esponendolo indifeso ai morsi dell’aquila che banchettava coi lembi di un fegato che ostinato ricresceva ogni notte, quelle catene che mani di un dio artigiano avevano saputo creare indistruttibili, adesso, quelle catene dagli argentei riflessi, giacevano riverse, languivano a terra, nella polvere, esanimi, cadaveriche reliquie che mai avrebbero potuto subire il destino della decomposizione.

Prometeo ristette a guardare quello strumento di tortura, fissamente, a lungo, con lo sguardo perduto, abbandonandosi ad attimi di sollievo che si alternavano e si sovrapponenvano a scatti di furore.

Era stanco, ma allo stesso tempo soddisfatto.

Si sentiva esausto, come dopo una battaglia.

Ma, al tempo stesso, sentiva montare dentro di sè una frenesia incontrollata, che aveva il sapore acre della fatica, ma anche il gusto dolce della vittoria.

Mai prima, gli era accaduto qualcosa di simile.

Si, aveva vinto gli scontri più leggendari che la mente di un dio potesse rammentare.

Aveva sconfitto il Fato.

Aveva beffato la Sorte.

Aveva rotto l’incantesimo che lo rendeva schiavo del Destino.

 

Ora non era più un dio.

I resti di quella sua natura onnipotente ed immortale giacevano in pezzi ai suoi piedi.

Erano le insegne della divinità.

Ex voto.

Vasi in cui ardeva ancora l’ultima favilla del grasso sacrificale.

Carne rosa dalle fiamme.

Fumi odorosi.

Paramenti preziosi.

Simboli indecifrabili di culti multiformi.

Statuette minuscole, manufatti dalle forme più  bizzarre,  case,  capanne, anforette, monili, bracciali, ritratti di eroi e di santi.

Simboli di strani riti magici, che solo una superstizione vana poteva trasformare in simboli del sacro.

Ora giacevano tutti lì, ai suoi piedi, formavano un alto cumulo che si innalzava dal pianoro su cui era piantata la roccia squadrata che un giorno era stata l’altare sacrificale della carne del Titano.

Frantumi di oggeti che avevano perduto improvvisamente ogni valore.

Prometeo li guardò, dapprima distratto e poi, scuotendosi da chissà quale profondità della meditazione, cominciò ad osservarli maggiore  attenzione sempre maggiore, come se stesse percependo qualcosa, come se quelli, piano, stessero rivolgendosi a lui, eppure, ancora cauti, timidi, temessero di arrecargli un qualche fastidio, una sofferenza, del dolore.

 

Adesso che non era più un dio i suoi occhi erano preda per la prima volta dell’errore, dell’ignoranza, dell’ignoto stupore attonito che genera l’incapacità di comprendere, di capire, di dare un nome alle cose.

Non capiva cosa fossero quelle schegge, quei frammenti di mondo che giacevano ai suoi piedi.

A cosa servivano quei resti che parevano disordinati rimasugli di banchetti?

E quei lamenti che, da lontano, giunevano alle sue orecchie?

Adesso faticava a captare forme, suoni, qualità, significati.

Una volta per lui, che era stato un dio, era stato tutto più facile.

Aveva la scienza di ogni cosa.

La coscienza di ogni accadimento e del preordine che legava un accadimento all’altro nell’infinita catena delle cause e degli effetti.

Ed era tutto così chiaro, semplice, evidente.

Nulla poteva scuote la piatta indifferenza del conoscereTutto.

Era praticamente insignificante, il Tutto.

Come ciò che non ha nessun valore, nessun senso, nessuna importanza.

Così trascorreva l’eternità concessa alla natura del dio.

Da sempre.

E destinata a confluire in un sempre, sempre più infinito, sempre più al di fuori di ogni limite.

Era stata questa la vita di Prometeo, la vita del titano, la vita di un dio, fino a quel momento.

 

Gli dei giocavano spesso tra di loro.

Senza alcun divertimento, solo per provare, invano, ad ingannare il tempo.

Ma come in un libro letto infinite volte, ogni azione era già prevista, dai suoi più indiretti presupposti fino alle sue estreme conseguenze.

E perciò nessun sommovimento increspava l’olimpica imperturbabilità di quelle povere entità che abitavano il mondo ultreterreno.

Giocò con Prometeo anche Zeus quando, fingendo rabbia mista a paura, ordinò ed Efesto di incatenare il titano alla rupe d’Atlante ed all’Aquila di divorare ogni giorno, per l’eternità dei giorni, il fegato del dio incatenato a quella rupe.

E sapevano, Zeus e Prometeo che quel fegato sarebbe ricresciuto ogni giorno, per l’eternità dei giorni, sanando, ogni giorno, per l’eternità dei giorni, le ferite che quel becco adunco provocava alla carne immortale del dio incatenato.

Erano ferite che non sapevano provocare alcun reale dolore.

Erano ferite dalle quali sgorgava sangue, sangue di dio, sangue nel quale non era sciolto alcun principio di vita e di morte, sangue che se non avesse avuto il colore del sangue degli dei, avrebbe potuto benissimo essere scambiato per la corrente di un rivo pigro e putrescente.

Nessuna scintilla alimentava il cuore dei partecipanti a quel gioco.

Erano come attori su un palcoscenico.

Tutti perfettamente e totalmente compenetrati nelle parti che un regista ormai dimenticato aveva assegnato, un’infinità di tempo prima, a ciascuno di loro.

 

Non era certo una questione di noia, che neanche quello strano sentimento lento e grigio era permesso.

Da lassù, da quelle empiree altitudini, gli dei sembravano non accorgersi neanche delle creature umane, oggetti cui loro stessi avevano dato la vita, una volta, tanto tempo fa e che, da allora, sulla piatta superficie della terra, strisciavano e si affannavano ogni giorno, per i giorni limitati che gli erano stati concessi, giorni perciò tanto più preziosi quanto più esiguo risultava il loro numero, giorni che scorrevano ora ridendo, ora piangendo, giorni che, in un istante, potevano avere improvvisamente termine, facendo cadere quelle povere creature in preda alla morte.

Talvolta arrivava il grido di un noenato, che squarciava le nubi e penetrava le altezze, forse portato da un soffio di vento, o dal battito d’ali di un angelo, o da qualche altra creatura alata.

Era il segnale di qualcosa che cominciava, un segnale inequivocabile.

Quel vagito, quel pianto inspiegabile, penetrava nelle orecchie degli dei come una lama e sprofondava nelle loro menti infinite come un chiodo nella carne.

Misteriosamente inspiegabile.

Privo di una causa prima che non fosse il sospiro d’amore di una coppia d’animali in calore dalle forme di uomo e di donna.

Partorito dalle urla e dagli ansimi di una bestia in forma di madre.

Inaccettabile per questo suo essere senza una causa prima.

 

I lunghi eoni che Prometeo aveva trascorso nell’abbraccio alla rupe erano trascorsi tra dubbi e domande.

Era impensabile che la mente di un dio non potesse avere risposte ad una domanda.

Ma quel grido, che di tanto giungeva come una campana a festa e che, coi suoi sussultanti rintocchi,  interrompeva  l’imperturbabile fissità dell’attenzione del titano,  era qualcosa che sfuggiva ad ogni risposta.

Era il linguaggio primitivo di qualcosa che stava appena cominciando il suo viaggio nel mondo.

Era qualcosa che non aveva un eterno stabile e duraturo alle sue spalle.

Ed era qualcosa che aveva inizio, e poi un divenire e poi una fine.

E questo percorso misteriosamente sfuggiva alla comprensione del dio.

Nascere, divenire, finire.

E poi, di nuovo, nascere, divenire, e poi, infine, finire di nuovo.

E così, avanti, di uomo in uomo, di vita in vita.

Un poco alla volta, Prometeo si accorse che anche la palla di fuoco che si alza regolarmente nel cielo ed inonda di luce radiosa la terra corre la sua traiettoria che ha un inizio, un divenire ed … infine una fine.

E così anche il piatto d’argento che si specchia nel buio del cielo, quando questo resta senza palla di fuoco, ha un inizio, scorre nel suo divenire e perisce, alla fine,  nella sua fine.

E con questi, anche gli astri e le stelle, a gruppi, componendo figure nel cosmo, e galassie, costellazioni e universi, anche ognuno degli incommensurabili elementi di quest’inifinità innumerabile aveva un inizio e poi un divenire e, alla conclusione del tutto, capì, sarebbe per ognuno, poi, giunta una fine.

La fine del tutto.

 

Prometeo s’interrogò.

Osservò le misere creature.

Ognuna, dopo quel primo vagito iniziale, iniziava un’esistenza fatta di cose, di fatti, di sentimenti, di valori.

Un’esistenza che aveva un inizio, poi un divenire, diverso per ognuna, e poi, infine, una fine, una fine per sempre.

E dopo la meraviglia provò la sorpresa, e poi la pena, e poi, ancora, dopo la pena, un’invidia curiosa e, solo poi, dopo una battaglia furiosa, sopraggiunse il sollievo.

E dopo la meraviglia, e la sorpresa, e la pena e l’invidia, e dopo l’aspra battaglia che fu da preludio al sollievo, alla fine, arrivò il desiderio.

Nessun dio conosceva il segreto del mistero dell’eterno ritorno di tutte le cose.

Ognuno degli abitanti dell’Olimpo viveva nella continua fissità dell’infinito presente, diritto come retta, sempre uguale a sè stesso e senza perturbanti variazioni.

A ciascun dio era concessa solo l’alienazione dell’essere per l’eterno, l’essere padroni di un destino già scritto fin dall’eternità che si concludeva in sè stessa.

E questa realtà gli era diventata insopportabile.

Nelle esistenze di quelle misere creature mortali quanto dolore aveva potuto osservare, da quella cima che ora si riempiva del dolore di un dio.

In quelle misere esistenze, quanta gioia si era mischiato a quel dolore, e quanta sorpresa e quanto desiderio e quanta pena e quanto orgoglio, e quanta dignità e quanto sacrificio ! Ma forse nessun sollievo.

Ma niente di tutto ciò era mai appartenuto prima ad un dio.

 

Ho sentito la storia di Prometeo raccontata dagli antichi.

Era la storia di un dio generoso che aveva regalato all’uomo doni preziosi, il fuoco, la conoscenza, il progresso.

Ma gli antichi ci hanno nascosto una parte dela verità.

Non ci hanno voluto rivelare interamente la ragione di tanta generosità da parte del dio titano.

Ci sono voluti i racconti dei poeti di tutte le generazioni, che si sono tramandati fino ad oggi la storia di Prometeo, e ce l’hanno raccontata sempre con altrettanta passione, aggiungendo, ogni volta, un dettaglio mancante.

Fino a metterci al corrente dell’intera verità.

Era miserevole la codizione degli dei.

Così era apparsa a quel dio.

E aveva invidiato la condizione degli uomini.

Dolorosa e breve, sì.

Ma alleviata dal prezioso balsamo dell’eterno ciclo delle cose, che la Natura, madre anche degli dei, ha voluto donare soltanto ai mortali.

E aveva deciso, così, il divino Prometeo, di farsi interamente  uomo, per godere di quell’impareggiabile dono.

Ed i suoi doni, pur tanto preziosi, il fuoco, la conoscenza, il progresso, non sono riusciti, fin’oggi, a colmare l’incolmabile abisso che resta  sospeso fra il sollievo che l’uomo ha donato al dio e la sofferenza a cui quello ha condannato l’uomo.

VENUS

Alessandro Botticelli, Venere, 1482 circa Galleria Sabauda

Sono due giorni che ti vedo.

Due giorni che t’incontro.

Vedo brillare i tuoi occhi, nell’ombra, della verde luce della bellezza.

I tuoi capelli si ergono orgogliosi, turgidi come virgulti animati dalla forza dell’universo, radianti la tua aura iridescente di dea.

La tua pelle è candida, mai sfiorata da mano di uomo o dal respiro del vento, innocente, puro riflesso d’argento fremente di vita.

Alta, sei alta e svetta la tua bellezza in tra gli altri visi che pure possono dirsi ritratto di beltà, ma impallidisce ogni grazia al tuo confronto, creatura di un altro mondo che hai dipinto negli occhi miei i colori di ciò ch’è più prezioso.

Il tuo seno è forte come le colline che allattano gli olivi secolari e, così, nutriente alimento della vita che detta il desiderio d’appagamento alla bocca mia.

Dritta, ti ergi, dea, in tra di noi mortali creature e solo io posso vederti e bere della tua gorgogliante risata cristallina.

Un attimo soltanto il tuo sguardo mi ha trafitto, dardeggiando di tra la tua chioma corvina ed ha espugnato la mia caverna dove ancora rimbomba l’eco mai spentadell’amore urlato a squarciagola da quel dio che mi ha donato la vita.

Tuo pari, io sono, con questo immenso turbine che mi agita e sconvolge la natura mia fin nel profondo delle fondamenta del creato al quale apparteniamo per dono di chi volle così.

Mi accosto con lo sguardo dritto a te davanti, in tra la folla che preme a noi d’attorno e come le onde impetuose del mare tempestoso sembra volerci sommergere ed annientarci.

Ma, pur in quel turbine che ambisce travolgerci, il tuo delicato aroma di fiore in pieno sboccio resta sospeso nell’aere ed io ad esso mi aggrappo e, leggero e forte, mi trasporta al tuo cospetto e lì, stupìto, mi lascia, caduto ai tuoi piedi, io, impotente a saperti spiegare il dono di splendore che al mondo regali.

Dea dall’ardente sangue di tutti i colori del sangue degli dei dell’Olimpo, alzi il sopracciglio per un attimo solo e saette e fulmini di luce sfuggono ai tuoi occhi e ardono in fiamma d’amore i miei, sui tuoi, dolci, posati per il magico incanto d’un momento voluto dal volubile Eros.

Non c’è suono nelle parole mie ed io, intanto, muto, ai tuoi piedi, carezzo i segni del tuo passo leggero, schiavo del formidabile incantesimo che a te soggetto mi rese, a te, mia padrona, sensuale imago di dea che infonde il gusto d’amore a le creature a te lontanamente rassomiglianti.

Gli occhi tuoi sono curve di mandorla odorosa intinta nel verde cobalto della quiete marina appena baciata dal primo sole che sboccia.

La tua bocca infonde il respiro alle rose che riempiono d’aria il giardino del mondo, mentre le tue labbra regalano alle ciliegie l’intensità della tinta in cui il tramonto sanguigno intinge i suoi tentacoli di fuoco.

Il sapore dei tuoi baci è nettare che bea le fortunate creature dell’Olimpo e il calore delle tue carezze è l’energia che fa muovere, a te eternamente devoti, gli astri al tuo volere.

Il miele del tuo più intimo secreto ha la dolcezza del perdono offerto al condannato alle fiamme eterne dell’amore.

La vita è la linfa che scorre dal tuo grembo sulla terra, infondendo la sua forza invincibile alla Natura da cui prendono origine tutte le cose.

Io, ti ho vista.

Si, per due giorni, io ti ho vista, mia dea, mia dolce creatura.

E ormai al mio mondo appartieni, sei mia, mia dea, sei incatenata al mio cuore, del quale sei prigioniera.

E mai più, tu, mia nobile dea femminina, mai più, tu, ne potrai fuggire !

dedicato ad una dea che non ho conosciuto.

LA VOCE

Renè MAGRITTE - IL FALSO SPECCHIO (click-on)

 

Scostò con gesto deciso la candida coltre di nubi, morbida come una tenda di seta bianca.

Lo sguardo penetrò attraverso la fenditura che si era aperta, veloce come il lampo di luce con cui si contendeva la curiosità di scoprire quali segreti, quali misteri si celavano in quell’aldilà.

Era eccitato e al tempo stesso quasi spaventato dall’ardire, dal coraggio di quel gesto così determinato.

A lungo aveva impegnato il suo tempo in interrogativi senza risposta intorno a ciò che non si poteva vedere con lo sguardo, ma solo intuire con il pensiero, o immaginare con la mente.

Aveva passato alcuni dei suoi momenti più spensierati, se così si possono chiamare quei lunghi, lunghissimi pomeriggi in cui sembrava essere diventato fisso e freddo come una statua, immobile, assorto in quel mondo di domande che si apriva dentro di lui come un labirinto senza fine.

E che meraviglia, che felicità, provava ad ogni possibile risposta che la sua mente colorata gli suggeriva con l’orgoglio analitico di uno strumento di precisione.

Ma ad ogni domanda, un’altra se ne apriva, inesorabile, e a quella, subitanea, subito un’altra faceva seguito, e poi un’altra ancora. E a volte, addirittura, due, o anche più. Fino a sondare tutte le infinite possibilità che gli sembravano plausibili.

Aveva passato giorni e giorni sdraiato pancia all’aria, affondando il suo sguardo potente in quella coltre soffice ed ovattata.

Ma quello, lo sguardo, ne veniva respinto.

Ogni volta.

Inesorabilmente.

Ad ogni tentativo di oltrepassare quel confine così morbido, una forza irresistibile si opponeva.

E pur con la forza che la sua ragione gli offriva, doveva cedere di fronte a quel misterioso muro che, pure, sembrava dover essere cedevole ai suoi tentativi.

E si che era pure il dominatore di tutto l’universo visibile.

L’unico abitatore di tutto lo spazio che i suoi occhi potevano esplorare.

La sua solitudine esclusiva, la sua totale assolutezza, erano per dovunque sperimentabili, ovunque il suo sguardo potesse infiggere la bandiera dell’avvenuta esplorazione !

Era o non era, lui, il padrone del Mondo?

Ma quella quinta lassù, attaccata alla volta del cielo che si nascondeva ad ogni sforzo esplorativo, era un oltraggio alla sua volontà, al suo desiderio, al suo timore.

Aveva immaginato mille e mille volte di squarciare con uno strappo quel sipario che si frapponeva fra lui e la conoscenza, fra il suo orgoglio e la certa verità.

Aveva pensato, progettato, programmato, pianificato per giorni, anni, secoli e millenni, attacchi, attentati, assalti, assedi e conquiste.

E non desiderava altro, ormai, che espugnare quella fortezza che si innalzava, lì, sopra di lui, offensiva come una bestemmia.

Fremeva, ormai.

Ribolliva.

Steso, schiacciato con le spalle sulla nuda terra, perduto in mille progetti bellicosi, se ne stava così per intere ere.

Dal succedersi dei cicli del tempo.

Da mattini e mattini, arrossati dall’immondo pasto della luce che si nutriva della pudicizia del buio, che a malapena veniva rischiarato dalla luminescenza lunare…

E restava così abbaccinato fino alle più ferali ore notture, fin quando il buio scendeva a nascondere sotto il suo pietoso sudario la lattiginosa radiosità di quel cielo, che se ne stava così, sospeso lassù, prima ancora che avesse inizio il miracoloso spettacolo della creazione.

Stava con gli occhi fissi, sbarrati. Affilati come lame di coltelli, acuminati e leggeri come giavellotti, feroci come scimitarre, insanguinati come denti di belve.

Nella sua mente, ormai, tutto era confuso in un vortice di desiderio che non riusciva a trovare più requie, nè mai riposo.

Finchè una voce si alzò dentro di lui.

Non era sicuro che si fosse rivolta proprio a lui.

Non era prevista una voce che a lui fosse diretta.

Non era previsto, fin dall’origine, un linguaggio, un significato.

C’era la possibilità che si fosse sbagliato.

Ma la voce si fece imperiosa.

Fu un comando.

Dentro di lui tutto si era determinato, ormai, alla cieca obbedienza.

Anche se una volta era lui il padrone del Mondo.

La voce si fece cattiva.

Un’ossessione che non lo lasciava più respirare.

Secca, come una frustata che tagliava la pelle.

Ordinò.

E lui, con gesto d’automa, allungò la mano divina.

E, con un gesto deciso, strappò la candida coltre di nubi, morbida come una tenda di seta bianca.

Lo sguardo penetrò attraverso la fenditura che si era aperta, veloce come il lampo di luce con cui si contendeva la curiosità di scoprire quali segreti, quali misteri si celavano in quell’aldilà.

E s’incorciò con uno sguardo, altrettanto ferocemente curioso.

Come in uno specchio, in quegli occhi rivide i suoi occhi.

Come in un riflesso, in quello sguardo rivide il suo sguardo.

Come in un incubo, in quel desiderio rivide il suo desiderio.

Poi, la pudica cortina di candido vapore ovattato, si richiuse, nascondendo al terrore dell’occhio del dio il terrore dell’occhio dell’uomo.

Qualcosa, una voce, forse, ordinò a quel sipario di scendere, pietoso, a coprire quelle due disperazioni speculari.

INTERROGAZIONE ALLA CROCE

TINTORETTO – LA CROCEFISSIONE Particolare: uomo che aiuta a tirare in alto la croce

Cosa vedi lassù?
Vedo più in alto,
vedo il colore
del cielo.

Cosa vedi lassù,
ancora, dì,
cosa vedi?
Vedo più in alto.
Vedo il sole
brillare.

Cosa vedi, poi, su,
cosa vedi, poi,
dimmi !

Vedo.
Vedo più in alto.
Delle stelle, vedo,
il numero immenso.

E poi, ancora, dai,
cosa vedi ?
Vedo,
ancora più in alto,
l’infinito universo,

E vedi più in alto ?
Vedo.
Vedo ancora più in alto
Vedo Dio.
E la sua ombra,
poi, vedo.

E vedi,
vedi ancora più in alto?
Certo, Madre,
vedo i tuoi occhi.
Sgorga da quelli
il mantello
della luce di Dio.

E poi, su, dimmi,
poi, cosa vedi ?
Vedi ancora più in alto?

Lassù, vedo,
Maria, lassù,
vedo, più in alto,
il tuo tenero seno
che nutrì la mia carne.
E, più in basso,
laggiù,
deposta ai tuoi piedi,
arrossata,
una corona di chiodi.

E, poi …
infine …
vedo, lassù …
più in alto dell’alto …
l’Infinito, io, credo …
Quello, io vedo …
S’inarca,
si stringe, quaggiù,
s’abbracci
alla fertile terra …

Quaggiù,
mistero, per me,
Maria,
mistero, quaggiù,
avvolge l’amore …
Ma, Madre,
raccontami tu …
come venni alla vita …
quaggiù …
dove
ora …
trovo la Morte…