EDVARD 

Una sera camminavo

Lungo un viottolo in collina

Nei pressi di Kristiania –

Con due compagni. Era

Il periodo in cui la vita

Aveva ridotto a brandelli

La mia anima.

Il sole calava – si era

Immerso fiammeggiando

Sotto l’orizzonte.

Sembrava

Una spada infuocata

Di sangue che tagliasse

La volta celeste.

Il cielo era di

Sangue – sezionato

In strisce di fuoco

– le pareti rocciose infondevano

un blu profondo

al fiordo – scolorandolo

in azzurro freddo, giallo e

rosso –

Esplodeva

Il rosso sanguinante – lungo

Il sentiero e il corrimano

– mentre i miei amici assumevano

un pallore luminescente –

– Ho avvertito

Un grande urlo

Ho udito,

realmente, un grande

urlo –

i colori della

natura – mandavano in pezzi

le sue linee

– le linee e i colori

Risuonavano vibrando

– queste oscillazioni della vita

Non solo costringevano

I miei occhi a oscillare

Ma imprimevano altrettante

Oscillazioni alle orecchie –

Perché io realmente ho udito

Quell’urlo –

E poi ho dipinto

Il quadro L’urlo


E’ noto questo squarcio autobiografico dell’autore dell’Urlo. Edvard Munch. Quel quadro rappresenta oltre ogni capacità artistica la dimensione disprata della civiltà moderna.

L’arte riesce ad essere al di là del tempo, quindi può essere liberamente profetica, dato che non gli è necessario distinguere tra passato, presente e futuro.

Quindi, la passeggiata di Edvard Munch, avvenuta di fatto nel 1893, molto probabilmente si è svolta al di là del computo dei tempi.

Forse deve ancora avvenire, oppure si era svolta millenni prima di quel 1893.

D’altra parte, come avrebbero potuto scomporsi a quel modo i colori e vibrare con tanta intensità le orecchie del povero pittore?

Cosa aveva provocato quell’esplosione di disperazione tanto violenta da  violare ogni barriera spazio-temporale?

Un’immagine tanto realistica, puro verismo, dell’angoscia dell’uomo moderno non è stata mai dipinta da acun altro pittore.

Cosa l’aveva ispirata?

L’atomica del 1945?

La Strage degli Innocenti?

I campi di sterminio del folle furer?

O l’epidemia di peste nera?

La caduta di Roma?

La Crocefissione del Cristo?

Quell’immagine delirante descrive lo sconquasso di ogni cuore messo davanti al vuoto di Umanità di ogni tempo. Nessuno può mai sentirsi incolpevolele, irresponsabile, assolto dalla colpa di aver contribuito a tanta disperazione.

Nè, a dirla tutta, alcuno può dirsi immune da tanta oscura angoscia.

Perchè?

Il pittore ha descritto il momento della nascita di quell’urlo di costernazione come l’aparizione di un arcobaleno di colori. D’altronde, come avrebbe potuto descrivere quell’evento in altro modo, lui, un pittore?

Fosse stato un musicista, l’avrebbe messo in musica. Beethoven, nei suoi quaderni spesso ha maledetto iddio. Con gli stessi sentimenti di Munch.

Se fosse stato poeta avrebbe fattoesplodere la sua dichiarazione di angoscia in versi altrettanto espressivi.

Loro, gli artisti, parlano, scrivino, diingono, scoliscono, agiscono, sono posseduti dalle Muse per conto di tutti noi. Di ciascuno di noi.

Essi scavano nell’animo di ognuno forme che descrivono sentimenti mai conosciuti prima.

Loro danno colori, fattezze, parole, suono, luce, spazio a quello che esiste nell’animo dell’Uomo.

Ma senza la loro opera da levatrice l’animo umano sarebbe come la materia informe primordiale.

Chi scava nella pietra e libera la forma?

Chi traccia sul foglio i segni magici che danno nome ai sentimenti?

Il nostro animo, senza di loro, sarebbe destinato a restare un vortice di inspiegate oscure pulsioni.

Non avrebbero nome, nè forma, Eros, Cupido, Agòne, Tersìcore, Melpomène, nè le altre figure dell’anima.

SUL PALCOSCENICO

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Il pianista batte sulla tastiera all’impazzata.

Le note scaturiscono all’impazzata.
E’ un vecchio suonatore, col trucco pesante sulle occhiaie.
Nel locale il fumo riempie di calore i polmoni carichi di feroci note.
La musi ca invade la sala soffocata dall’acre profumo delle ballerine sudate.
Hanno gambe bene in vista ed il petto ansimante, che arranca alla fine del mese.
La voce roca del cantante addolcisce la serata insignificante, 
altrimenti
Il colore del trucco sbavato cola sotto le occhiae profonde che piangono
come un bambino.
Lo sguardo innocente è nascosto dietro gli occhiali neri infranti
sul palcoscenico di legno.
E’ un ritornello swing, forse jazz, suonato con ostentazione e molti colori.
I costumi sono pieni di piume, scialli colorati e strasciichi sontuosi.
La musica ignobile si alza sotto le note della sua voce accattivante.
Sono innamorato di quella voce, come solo un pazzo sarebbe capace.
Sono infatuato di quell’immagine piatta piena di colore e di profumo.
Sono attratto dal calore di quel corpo che si contorce sul palco di poveri attori.
E’ il palco di una ricca città dove debuttarono attori di grandi compagnie.
Attori che hanno lasciato il n ome a compagnie di teatro che hanno reso eterni
autori altrimenti sconosciuti.
 E’ il palco dove i sogni di poveri piccoli uomini in maschera sono diventati pesanti e concreti.
Erano solo promesse, attori di provincia, quando l’agente rapì la loro firma.
Erano solo poveri illusi, cantanti d’avanspettacolo, quando il diavolo raì i loro desideri.
Le loro promesse salirono al cielo e diventarono olonne di un tempio di eterna adorazione.
Le candele di quel tempio erano odorose e riempivano d’incensi vaporosi la platea del teatro.
I rilfettori, con l’occhio di bue, sparavano sulla folla impaurita il loro fasci di proiettili luminosi.
Molti morivano, sordi, ciechi, paralizzati sulle poltroncine rosse della sala gelata.
Il pubblico era in visibilio, si contorceva agitato sotto le scosse staffilanti del mostro sul palco.
Era alto. La sua immagine veniva proiettata su mille piccoli invisibili schermi neri
scintillanti come lucciole impazzite.
La siringa era ancora infissa sul legno sanguinante del palco di rovere grezzo.
La moquette amaranto aveva lo stesso colore del rivolo sanguinate che scendeva
dal polso della star.
Il lungo serpente di piume era ancora appeso al collo candido rimanso senza respiro.
Il pubblico adorava quel finale senza repliche. Solo il cantante odiava quella parte.
Il procuratore selezionava candidati per il ruolo di protagonista che ogni sera
si rendeva vacante.
Nel giardino antistante il teatro verdeggiava la mestosità delle querce e la nobiltà
senza tempo dell’alloro.
Ogni mattina si raccoglieva la fila davanti all’ingresso del teatro, e tutti applaudivano, 
fuori nella nebbia gelata.
Ogni mattina il telefono dell’impresario squillava all’impazzata, mentre i suoi sogni erano
incagliati nell’alcool residuo dei suopi sogni notturni.
I telegrammi venivano aperti dalla volgare segretaria bionda con la minigonna aperta di fianco.
Un cigno, sognava di essere il ballerino, una silfide, una musa . Un apollo, immaginava di essere
l’autore sconosciuto, senza nome sulla locandina.
Avevano dimenticato l’inchiostro in tipografia e si scolriva il manifesto, nel riquadro della vetrina.
Solo la voce del cantante diventava eterna, ma incagliata nel ronzìo 
del vecchio disco di vinile sul gramofono.
Era musica, spettacolo, vita, quella che, ogni sera scorreva sul palco, davanti a quel 
pubblico di provincia annoiata.
Era colore, arte, balletto irrefrenabile, come una malattia mentale senza cura.
Era violenza, speranza, dolore, morte, era sangue, era sudore, era droga, era trucco disfatto.

RILKE . “ Sull’arte”

Nel suo ultimo libro molto discusso Che cos’è l’arte ? il conte Lev Tolstoj ha premesso alla propria risposta una lunga serie di definizioni prese da tutti i tempi. E da Baumgarten a Helmholtz, da Shaftesbury a Knight, da Cousin a Sar Peladan c’è spazio sufficiente per estremismi e contraddizioni.
Ma, tutte queste opinioni sull’arte, compresa quella di Tolstoj, hanno una cosa in comune: non è tanto l’essenza dell’arte che viene considerata, tutti si danno piuttosto da fare per interpretarla a partire dai suoi effetti.
E’ come se si dicesse: il sole è ciò che matura i frutti, riscalda i prati ed asciuga la biancheria. Ci si scorda che ogni stufa è in grado di fare quest’ultima cosa.
Anche se noi moderni siamo estremamente lontani dal poter venire in soccorso ad altri od anche solo a noi stessi con definizioni, tuttavia nei confronti degli studiosi abbiamo forse il vantaggio della spregiudicatezza e della sincerità ed un ricordo sommesso che ci portiamo dalle ore di creazione e che supplisce con il calore alla mancanza di dignità storica e di scrupolosità delle nostre parole.
L’arte si presenta come una concezione della vita, così come possono essere la religione e la scienza ed anche il socialismo. Si differenzia dalle altre concezioni solo in quanto non risulta dal tempo ed appare quasi come la visione del mondo dell’ultima meta. In una rappresentazione grafica, dove le singole opinioni sulla vita fossero condotte come linee in un futuro dalla superficie piana, essa sarebbe la linea più lunga, forse il tratto di una circonferenza, che si presenta come linea retta perché il raggio è infinito.
Se un giorno il mondo le va in frantumi sotto i piedi, essa continua ad esistere indipendentemente come un qualcosa che crea ed è la possibilità pensante di mondi e tempi nuovi.
Per questo anche colui che ne fa la propria visione di vita, l’artista, è l’uomo dell’ultima meta, che va giovane attraverso i secoli, con nessun passato dietro di sé. Gli altri vengono e vanno, egli dura. Gli altri hanno Dio dietro di sé come un ricordo. Per colui che crea Dio è la realizzazione ultima e più profonda. Se i credenti dicono: “E’”, ed i mesti sentono: “Era”, l’artista sorride: “Sarà”. E la sua fede è più che fede; infatti egli stesso partecipa alla costruzione di questo Dio. Così ogni sguardo, con ogni riconoscimento, in ognuna delle sue gioie sommesse egli gli prepara un potere ed un nome affinché alla fine il Dio si realizzi in un tardo pronipote, adorno di tutti i poteri e di tutti i nomi.
Questo è il dovere dell’artista.
Ma poiché lo esercita da isolato nel mezzo del presente le sue mani urtano qua e là contro il tempo. Non che esso sia il nemico. Ma è indugio, dubbio, sofferenza. E’ la resistenza. E solo da questo conflitto tra il flusso presente e la visione di vita dell’artista, estranea al tempo, nascono una serie di piccole liberazioni, si forma l’atto visibile dell’artista: l’opera d’arte. Non dalla sua inclinazione naturale. E’ sempre una risposta ad un presente.
Quindi si potrebbe spiegare l’opera d’arte in questo modo: come una confessione molto intima, che si manifesta sotto il pretesto di un ricordo, di una esperienza o di un evento e che, sciolta dal suo promotore, può esistere da sola.
Questa autonomia dell’opera d’arte è la bellezza. Con ogni opera d’arte si aggiunge al mondo qualcosa di nuovo, una cosa in più.
Si troverà che in questa definizione c’è posto per tutto: dai duomi gotici di Jehan de Beauce fino ad un mobile del giovane van der Velde.
Le interpretazioni dell’arte che prendono a fondamento l’ “effetto” comprendono molto di più. Nelle loro deduzioni devono commettere necessariamente l’errore di parlare del gusto invece che della bellezza, cioè della preghiera invece che di Dio. E così diventano scettiche e si ingarbugliano sempre di più.
Dobbiamo dire chiaramente che l’essenza della bellezza non è nell’agire ma nell’essere. Altrimenti esposizioni di fiori e parchi dovrebbero essere più belli di un giardino incolto che se ne fiorisce per conto suo da qualche parte e che nessuno conosce.

1898

OPERE D’ARTE

Forse è sempre stato così. Forse c’è sempre stata una grande estraneità tra un tempo e la grande arte che vi nasceva. Forse le opere d’arte sono sempre state isolate come lo sono oggi e forse la fama non è mai stata altro che il compendio di tutti gli equivoci che si raccolgono attorno ad un nome nuovo. Non esiste alcun motivo per pensare che sia mai stato diversamente. Infatti ciò che distingue le opere d’arte da tutte le altre cose è il fatto che esse sono quasi cose future, cose di cui non è ancora giunto il tempo. Il futuro da cui provengono è lontano; sono le cose di quell’ultimo secolo col quale un giorno si chiuderà il grande cerchio dei cammini e degli sviluppi, sono le cose perfette ed i contemporanei del Dio a cui gli uomini lavorano dall’inizio e che non finiranno ancora per molto tempo. Se, nonostante ciò, può sembrare che le grandi cose d’arte delle epoche passate si siano trovate al centro del rumore dei loro tempi, questo si può spiegare col fatto che quel futuro ultimo e meraviglioso, che è la patria delle opere d’arte, era più vicino a quei giorni remoti (di cui noi sappiamo così poco) che a noi. Già il domani era una parte del lontano e dello sconosciuto, giaceva dietro ad ogni tomba e le immagini degli dei erano le pietre di confine di un regno di profonde realizzazioni. Questo futuro si è allontanato lentamente dagli uomini. Fede e superstizione l’hanno spinto in lontananze sempre maggiori, amore e dubbio l’hanno gettato oltre le stelle e dentro i cieli. Le nostre lampade alla fine sono diventate presbiti, i nostri strumenti vanno oltre il domani ed il dopodomani, con i mezzi della ricerca sottraiamo al futuro i secoli a venire e ne facciamo una specie di presente non ancora cominciato. La scienza si è svolta come un cammino lungo ed incalcolabile, le evoluzioni difficili e dolorose degli uomini, dei singoli e delle masse riempiono i prossimi millenni come un compito ed un lavoro infinito.
E molto, molto dietro a tutto questo c’è la patria delle opere d’arte, di quelle cose stranamente discrete e pazienti che se ne stanno estranee tra le cose di uso quotidiano, tra gli uomini affaccendati, gli animali da lavoro ed i bambini che giocano.