FORTUNA

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Sir Edward Burne-Jones (1833-1898) : La Roue de la Fortune

Dall’altra parte del mare, un messaggero è stato mandato incontro alla nave.
Non conosco colui che ha preso una decisione così.
Di là, ci sono soltanto misteriose creature.
Nessuno ha mai intrapreso un viaggio oltre le soglie del tempo per scoprire cosa c’è al di là.
Io, tanto meno.
Forse, di là, ci sono inesplicabili misteri.
Esistono, di là, imperscrutabili altre verità?
Di là, può essere, forse abitano oscure entità.
Esistenze d’una dimensione inaudita.
Ecco.
Forse, altre forme di Vita.
Forse stanno di là.
All’insaputa di me.
All’insaputa dell’uomo.
Eppure, quel Qualcuno mai visto ha mandato il suo messaggero a vedere.
Forse lo ha fatto perchè è molto curioso.
O forse perchè qualcuno ha disturbato la sua eterna quiete.
Forse il Qualcuno di là di cui s’ignora, di qua, l’esistenza vuol sapere cosa spinge le esistenze di qua a spingersi tanto in avanti, di là.
Più avanti dell’oltre del qua.
Al di là della propagine estrema del tempo di qua
Si.
Forse, quel Qualcuno vuol soltanto sapere.
O, forse, vuole avvisare qualcuno.
Forse vuole in qualche modo mostrarsi.
O vuol conoscere chi ha osato intraprendere un viaggio tanto estenuante.
Di là.
Oltre il confine del mare del tempo.
Oltre il mondo d’ogni sogno sognato.
Al di là delle dimensioni concepita dal pensiero dei naviganti di qua.
Oltre il mare, oltre il cielo, oltre il tempo.
Oltre qua e oltre là.

Il messaggero forse è un’aliena sconosciuta creatura.
Forse vola su ali leggere, sospeso, al di sopra dell’universo dello spazio ordinato.
Forse, ci osserva, di là.
E annota, preciso e accurato.
Tutto ciò che nessuno ha prima mai osservato e annotato.
Mai precisione e accuratezza ebbero in precedenza forse una tale importanza.
Il messaggero, forse, trasmette presagi, presentimenti, segnali…
Premonizioni di arcani accadimenti…
Sulla nave, sballottata ancora dal procelloso mare del tempo, s’è sparsa una violenta inquietudine.
La ciurma s’è, d’improvviso, messa a guardare lontano.
Come cercasse qualcosa, là, qualcosa che dovesse venire di là…
Ora guardano fissi, oltre il piatto orizzonte del tempo.
Al di là della linea che la vedetta, sulla coffa, può tenere d’occhio comodamente.
Senza poter, però, mai penetrare in quel segreto così ben custodito.
Forse cercano un segno.
Qualcosa che gli parli la più comprensibile lingua della speranza.
Ma, cosa può mai arrivare di là, da quel tenebroso spazio infinito?
Il capitano non s’è mosso dalla sua postazione, là, fermo, sulla prua della nave.
Anche la polena, silenziosa ed estrema propaggine dell’avamposto dell’uomo che viaggia in quel mare rotondo, tiene piantato lo sguardo, fisso, nel centro esatto di quell’orizzonte di nera ossidiana.
Feroce.
Ha puntato il bersaglio.
Ma non può comunicarlo a nessuno.

L’inquietudine s’è sparsa per l’aria.
Come un incenso perverso, l’atmosfera s’è riempita dell’odore dello sgomento.
E’ giunto anche al di sopra del cielo.
La tensione s’è intromessa anche là, nell’animo della creatura che vuole sapere.
Cosa faranno, adesso, i due mondi?
Uno è già nato, all’inizio del tempo.
L’altro è sempre stato di là.
Non ha mai avuto bisogno d’essere stato creato.
Oppure, forse, chissà, è più corretto dire che non è ancora venuto al mondo di qua, quel mondo di là?
Forse quel mondo è “l’altra possibilità”.
L’occasione concessa a chi osa sperare.
All’uomo.
A questo mondo di qua.
O, forse…
La mostruosa chimera è un volto nascosto sotto altre mille maschere ignote.
E’ solo una delle mille possibilità, l’improbabilità, la casualità, l’inaspettata evenienza…
Forse è, nientemeno che il Niente.
ciò che non c’è.
Il Nulla.
L’inesistente.
Neppure una possibilità, una casualità, un’evenienza…
Il messaggero, a sua volta, procede incerto, il suo viaggio.
Su una pergamena, forse, porta inciso un messaggio.
Vergato con indecifrabile grafia, significato incomprensibile, invero, ad alcuno.
Volontà sconosciuta, posta su quel foglio di sconosciuta materia.
Una lingua impensata l’ha impresso.
Cristallizzata scintilla d’un qualcosa che non riusciamo a spiegare.
Anche s’è là.
Dinanzi ai nostri occhi accecati dall’ignoranza.
Solo, un pò troppo più in là per poterla vedere.

Il nocchiero scruta, attento, dalla prua che sprofonda nel tempo.
Affonda nell’ignoto infinito portandosi appresso l’intera arca dell’uomo.
Passeggeri, equipaggio, ufficiali, ammiragli e comandante supremo.
L’assoluto dell’uomo.
Che scivola via, lievemente sospinto da una tiepida brezza.
Un alito.
Un soffio.
E’ il respiro.
L’aria che s’insinua nei polmoni, mantici animati da un fuoco precario.
Le scosse dei colpi di remo son battiti d’un cuore stanco, pulsante e impazzito.
L’acqua è il mondo che dispensa la vita, il tempo ch’è dato concepire per una nuotata, una regata, una sola crociera.
Le stelle, di lassù, trafiggono il cielo nero notturno.
Stilla, quaggiù, ancora pulsante, il caldo sangue degli astri.
Son grumi rappresi d’intermittenze.
Vibrazioni, palpiti.
Battiti d’una vita che nessun occhio ha mai interamente abbracciato.
Il nocchiero impartisce, freddo, i suoi ordini di tenere fermo il timone e diritta la barra.
Non vede, forse, la frattura che si staglia, laggiù?
E’ appena a poche leghe lontana.
Là, finisce il mare del tempo.
Là, è il battito definitivo.
L’ultimo attimo.
Il fatale momento!
Cos’altro può mai spingere una volontà più oltre dell’estremo istante convulso?
La follia, forse, pensano in tanti.
Piangendo.
Invocano, intanto, la fine di quell’agonia sconfinata, che dura da un’eterno infinito.
Qualcuno vorrebbe abbattere il capitano con secco colpo di colubrina.
Abbattere l’ultimo estremo baluardo della volontà di andare sempre più avanti.
Ma non hanno il coraggio.
Vili.
Nei loro cuori alberga solo paura!

Non so se il messaggero percepisce i sentimenti di quegli uomini sbattuti come fuscelli nella tempesta.
La paura, il terrore, il vile agguato, la fuga, il tradimento vigliacco…
Non si sa cosa alberga nel cuore delle creature che vengon di là.
Forse sono coraggiose vedette, sentinelle addestrate, guerrieri indomabili…
O forse son angeli.
Buone, dolci creature.
Se hanno libri e spade, e lance, e serpeggianti lingue ardenti di fiamma, strette fra dure mani di pietra.
Da noi stanno eretti, così, vigili, in eterno sui costoni dei castelli, delle rocche, dinanzi alle chiese più austere
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IL COMANDANTE

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TRITONE E NEREIDE – Arnold BOECKLIN

Le vele flosce, sulla sua galera bianca e nera, nel grande mare sconfinato, il tempo scorre.
Una corrente, lo porta, un flusso, un soffio…
Si lascia dietro una scia leggera, una ferita poco profonda, un segno gorgogliante…
Sul liquido pavimento che la sostiene, la nave, lieve, sciaborda.
E la navigazione va, procede ininterrotta, da sempre.
I remi sollevati sugli scalmi delle scialuppe, sgocciolano ancora.
Lignee braccia sottili, rimembrano appena lo schiocco delle frustate inferte all’acqua indocile.
E quelle gocce!
Come sangue.
Lagrime.
Sudore.
La ciurma, stremata, dorme il sonno agitato della fatica.
Sognano l’abbandono.
Invocano lo sfinimento.
Marinai, carne e sangue.
Senza cuore, senza cervello, senza anima.
L’hanno sputata, l’anima, nello sforzo, mentre il cuore gli scoppiava e il cervello era annebbiato, spento.
Duro, invece, il capitano.
Marziale.
Ritto sulla prua.
Cieco, testardo, folle, affonda il sguardo opaco in un dinanzi che vede solo lui.
Fantasmi, ombre, chimere.
Lo abbracciano, lo incitano.
Ebbro, urla comandi che nessuna marineria può eseguire.
Eppure egli sa.
Lui.
Il comandante della galera che corre sul mare del tempo.
Le ancore sono state levate millenni fa.
Un viaggio davanti, era, allora, da compiere.
L’umanità intera, ignara, da portare di là.
Sull’altra riva del mare.
Dall’altra parte.
A scoprire l’altra faccia del tempo.
Un comandante votato all’estremo sacrificio.

Il viaggio, infinito, dura da un’interminabile eternità.
Sulla scia, nessuno.
La nave si è consumata.
Il legno si è disfatto, sotto la chiglia.
Il fasciame s’è corroso.
Le acque, coi loro denti voraci, hanno lasciato i segni dei morsi nelle tenere carni della galera.
Le vele, schiaffeggiate dagli uragani, hanno lasciato le dita ossute degli alberi nude, piantate nella schiena del cielo nero.
Lampi saettanti si sono conficcati sui ponti, come chiodi avvampati lanciati dall’astro di fuoco.
Hanno nascosto con le mani, e le braccia, gli occhi, alla vista di tanto furore, i poveri schivi incatenati ai mozzi.
Frustava a sangue le schiene, il vento, prima di diventare nera folaga della notte, o candido gabbiano del giorno, o cormorano grigio di ogni tempesta.
Sputavano sangue, le bocche, e bestiali bestemmie, mentre il dio delle acque rideva evidentemente soddisfatto e divertito.
E sudavano i sette terrori i corpi, pur gelati dalle schiume che divoravano la nave tremenda e testarda.
L’equipaggio è ignaro del suo destino, come anche l’umanità, caricata a forza su quell’arca, o con l’inganno, sotto il diluvio del tempo ingordo, che tutto mastica, divora, e infine inghiotte.
Nessuno potrà arrivare sull’altra sponda.
Questo è il credo di tutti.
Della ciurma.
E dell’intero informe ciarpame di vita che popola gli anfratti remoti del guscio che, scosso, rulla e beccheggia in balìa del liquido piombo che gorgoglia, prepotente, le sue fameliche pretese.
Di quando in quando, vomitato da liquido infinito che ribolle irrefrenabile, un relitto perfettamente spolpato viene avvistato dalla vedetta fissa sulla coffa.
Il terrore, in quei momenti, s’impossessa degli occhi e degli animi.
Frenetici, scandagliano l’immensa distesa, alla ricerca dello scheletro di cosa che fu.
Solo per il sollievo di non essere là.
Nella bocca della bestia che mugghia.
Di qua, invece, dove ancora si soffre il dolore d’esser vivi, momento dopo momento, nell’attesa che accada, alfine qualcosa.
E l’urlo della vedetta presto si perde.
E così si dimentica ogni cosa.
Resta l’infinita distesa del mare.
Limpido liquido argento salato, sotto l’occhio luminoso del sole di fuoco.
Mare di tenebra, nel ventre della passeggera morte notturna.
Funesto presagio, il tramonto.
Inflessibile condanna, l’alba.
Il tempo, così, scorre, sulla nave, dopo che la scia biancastra, a poco a poco s’è dissolta, dietro, alla poppa, senza lasciare traccia alcuna di passato, o memoria.
Non conserva ricordi, l’acqua del mare.

Noè, il capitano ha una fede incrollabile.
Non conosce altra legge che quella di quel maledetto mare sconfinato.
Caronte non saprebbe obbedire meglio, all’inflessibile legge del demonio.
Ma il mare del tempo è cosa diversa dal regno del male.
Anche il male è ingoiato nella gola golosa di quel mostro sempre affamato.
Nel tempo si compie ogni empia malvagità.
E ogni sommo bene viene ingoiato dal tempo!
Restano solo relitti, alla fine.
Come ricordi.
Schegge di qualche passato remoto.
Noè sa leggere le rotte tracciate con la più leggera pressione del dito sulla superficie del mare.
Lo sa che il dio dei mari ha tracciato le sue carte così.
Come segni nel tempo.
Bisogna saperli leggere.
Non è mica cosa da tutti!
Lui, solo, il capitano, là, sulla prua, abbracciato alla nuda sagoma della polena, esposta, con i seni al vento, estrema offerta d’amore al benevolo dio a cui è piaciuto giocare a lasciare segni invisibili sulla superficie volubile delle acque cangianti.
Il capitano riconosce gli odori che si spandono coi venti, messaggeri di distanze infinite.
Imbocca le mille direzioni della rosa dei venti guardando in alto nel cielo, parlando alle stelle e ai pianeti.
Nessuno conosce le lingue che lui conosce e pensa, in cuor suo, ciascuno, che sia solo un pazzo demente.
Ma sperano, ancor più nel fondo degli abissi di quei cuori spauriti, ch’egli abbia, infine, in testa, almeno un grano di sale, un grammo di salvifica, divina, saggezza.
E che prezzo salato, ha quella disperata speranza!
Ma non si può fare a meno di dover onorare quel debito estremo.
E ciascuno, così, paga.
Per la vita intera.
L’obolo alla speranza.
Silente.
Chinando il capo.
Genuflesso.
Concedendosi all’umana, eterna, natura.

ARCA DI NOE’



Video tratto da “La voce di Pasolini”.
La poesia “Profezia” è recitata da Toni Servillo.




La 
repubblicaindipendente
è 
multietnica, 
multiculturale, 
aperta, 
libero
spazio 
di
      transito, 
laica,
relativista,
meticcia,
mezzosangue, 
        sanguemisto,
porto
di
mare,
mare 
aperto,
ali
spiegate,
cielo
senza 
nubi.

Dall’
azzurro
terso
della 
repubblicaindipendente
passano
le
libere
rotte
della 
migrazione 
delle
rondini,
delle
anatre,
dei
fenicotteri
rosa,
delle 
candide
cicogne
dal
collo
lungo
ed
il
becco
aguzzo.

Nello
stagno
della 
repubblicaindipendente
vivono
in
pace
pesci
del 
Mar
Rosso,
guarracini
neri
del
Mare
Mediterraneo,
pirana
dell’
Orinoco,
storioni
del
 Volga
e
pesci
multicolore
di
tutte
le
sacre
acque
del
pianeta.

Nella 
savana
della
repubblicaindipendente
il
leone
vive
con
la zebra
bianca
e
nera
e
la
gialla
ed
oro
pelle
della 
tigre
sfila
leggera
e
sinuosa
con
il
potente
giaguaro
delle
squadrate
piramidi
andine.

I
cittadini
della
repubblicaindipendente
amano 
tutti
i colori
dell’
iride
che
gli
dei
donarono
ai
progenitori
sulla
madre 
Terra
li
portano
sul
volto
e
sulle
mani
con
gioia
ed
infinito
orgoglio.

L’
aria
che 
soffia
sulle
vette
della
repubblicaindipendente
è
vento
dei
quattro
punti
cardinali,
senza 
origine,
libero,
padrone
di sè
stesso.

Sul
pianeta
della
repubblicaindipendente
non
ci 
sono
continenti,
confini,
razze, 
tribù, 
clan, 
divise.